Christoph Cardinal Schönborn, O.P. Christoph Cardinal Schönborn, O.P.
Function:
Archbishop of Wien, Austria
Title:
Cardinal Priest of Gesù Divin Lavoratore
Birthdate:
Jan 22, 1945
Country:
Austria
Elevated:
Feb 21, 1998
More information:
www.catholic-hierarchy.org, Stephanscom.at, The Schonborn Site
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Italian CONVIVENZA VESCOVI EUROPA – Domus Galilaeae, 24-29 marzo 2008
Feb 21, 2009
CONVIVENZA DEI VESCOVI D’EUROPA
Interventi del Card. Schönborn

Gerusalemme, 27 marzo 2008, Notre Dame:
Carissimi fratelli Vescovi, Successori degli Apostoli.
Cari fratelli e sorelle.
Ci sono tante cose nel nostro cuore in questo luogo, in questi giorni della Pasqua, in questi
giorni della resurrezione di Cristo. C’è questa lettura straordinaria degli Atti degli Apostoli, su cui
potremmo meditare per ore perché è uno dei testi più forti sul mistero di Israele che stiamo vivendo
in questi giorni, proprio in questo pomeriggio. Forse, se nel frattempo non vi sarete addormentati,
alla fine tornerò su questo.
Ma c’è un’altra cosa: ciò che viviamo in questi giorni e di cui dobbiamo essere testimoni,
proprio mandati da questo luogo dove Gesù disse ai suoi Apostoli: “Di questo voi siete testimoni”.
Di che cosa siamo testimoni, di cosa siamo chiamati ad essere testimoni nell’Europa di oggi? Di ciò
che i discepoli hanno vissuto lungo la via, quando sono tornati – il termine greco è anastrophé, la
conversione; si sono convertiti a Emmaus e sono tornati a Gerusalemme, hanno riconosciuto Gesù
allo spezzare del pane. Cosa è accaduto lungo la via? Io direi, con una esegesi non allegorica: cosa è
accaduto nel cammino?
Vorrei dirvi una cosa che mi è venuta nel cuore. Penso che sia una parola dello Spirito
Santo, che devo dire: qual è la colpa dell’Europa? La colpa dell’Europa, la colpa principale è il no
alla vita. Ho detto l’altro giorno alla TV austriaca, alla domanda di un giornalista, ho detto:
“L’Europa ha detto tre volte no al suo proprio futuro”, la prima volta nel ’68 - celebriamo adesso i
40 anni –, nel rifiuto dell’Humanae Vitae. La seconda volta nel ’75 quando le leggi dell’aborto
hanno inondato l’Europa. E la terza volta…, proprio ieri ho ricevuto la notizia dall’Austria che il
governo si è messo d’accordo per il matrimonio degli omosessuali, anche in Austria: il terzo no al
futuro, alla vita. E questo – l’ho detto alla TV – non è una cosa in primo luogo morale; è una
questione di fatti, di fatti: l’Europa sta morendo per aver detto no alla vita.
Ho nel cuore di dire questo in questo è il luogo dove Gesù ci ha detto che riceviamo il
perdono dei nostri peccati, perché penso che è un peccato anche di noi Vescovi, anche se nessuno di
noi era Vescovo nel ’68. In Germania oggi 100 genitori hanno 64 figli e 44 nipoti: questo vuol dire
che in una generazione la popolazione tedesca – senza l’immigrazione – diminuisce di metà.
Abbiamo detto “no” all’Humanae Vitae. Non eravamo Vescovi, ma lo erano i nostri confratelli.
Non abbiamo avuto il coraggio di dire un “sì” chiaro all’Humanae Vitae. Ci sono delle eccezioni:
l’allora Cardinale di Berlino (rivolto al Card. Meisner: “non tu, ma il tuo predecessore: tu l’hai poi
detto nel ’68”), il Card. Bengsch. Aveva preparato un testo per la conferenza episcopale tedesca,
che è stato un testo profetico. Questo testo è sparito e ne è uscito: “Die Königsteiner Erklärung”,
che ha indebolito la Chiesa Cattolica in Germania, a dire “sì” alla vita.
C’è stata un’altra eccezione, a Cracovia: un gruppo di teologi nel 1966, sotto la guida
dell’Arcivescovo Cardinale di Cracovia, il tanto amato Papa Giovanni Paolo II, ha scritto un
“memorandum” – ho il testo di questo “memorandum” in francese e tedesco a casa – e ha mandato
questo testo a Paolo VI. Io penso che questa testimonianza di un Vescovo della Chiesa martire,
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della Chiesa del silenzio, ha pesato più di tutte le “expertise” (perizie) che il Papa Paolo VI aveva
fatto fare sulla questione, e che gli ha fatto prendere questa decisione coraggiosa per la quale è poi
rimasto in una terribile solitudine. Questo testo di Cracovia – ne sono convinto spiritualmente, non
ho prova storica, ma ne sono convinto spiritualmente – ha dato il coraggio, ha aiutato a dar coraggio
a Paolo VI per scrivere l’Humanae Vitae.
Poi c’è stato un “pazzo” in Spagna, nelle baracche, con una “pazza”, che hanno avuto il coraggio di
dire “sì” alla vita, “sì” all’Humanae Vitae, contro corrente e quanto potente era questa corrente! Mi
ricordo la pubblicazione dello Spiegel in Germania: in copertina il papa Paolo VI con la pillola in
mano e con il no, ridicolizzato! Ma da questi pazzi, pazzi in Cristo, da questi pazzi in Cristo è uscita
una realtà che è così innegabile come la realtà del crollo demografico europeo: sono le famiglie del
Cammino, sono le famiglie del Cammino che ci danno in questa Europa la testimonianza che Paolo
VI aveva ragione, che la vita è il grande dono di Dio e il “sì” alla vita è una condizione per una vita
felice, è una condizione di un’Europa vivente. Ma noi Vescovi, chiusi dietro le porte per l’angoscia,
per l’angoscia non degli ebrei, ma della stampa, della stampa, e anche dell’incomprensione dei
nostri fedeli, non abbiamo avuto il coraggio! In Austria abbiamo avuto il “Die Mariatroster
Erklärung” – come in Germania il “Die Königsteiner Erklärung”. E questo ha indebolito il senso
della vita nel popolo di Dio, questo ha scoraggiato di aprirsi alla vita. Quando è venuta l’onda
dell’aborto la Chiesa era indebolita perché non aveva imparato questo coraggio di resistenza che
abbiamo visto a Cracovia, che Papa Giovanni Paolo II ci ha mostrato durante tutto il suo
pontificato, questo coraggio di dire “sì” a Dio, a Gesù, anche al prezzo di essere disprezzato. Noi
eravamo dietro alle porte chiuse, per la paura. Penso che anche se noi non eravamo Vescovi a
quell’epoca, dobbiamo pentirci di questo peccato dell’Episcopato europeo che non ha avuto il
coraggio di sostenere con forza Paolo VI, perché oggi portiamo tutti nelle nostre chiese, nelle nostre
diocesi, il peso delle conseguenze di questo peccato. (Applausi).
“Fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza”, dice Pietro agli ebrei, ai suoi fratelli,
“avete agito per ignoranza”. Se avessimo saputo le conseguenze di questo “no” alla vita, mai
avremmo detto un “no” all’Humanae Vitae, avremmo avuto il coraggio di dire ai nostri fedeli:
“Abbiate fiducia, credete alla vita”, ma non abbiamo avuto il coraggio. “Io so che voi avete agito
per ignoranza, come i vostri capi”. Noi Vescovi. “Dio però ha adempiuto così ciò che aveva
annunziato per bocca di tutti i profeti”: questa sofferenza della quale noi siamo corresponsabili, le
sofferenze del “no” alla vita. Sappiamo tutti dalla confessione quanto dolore c’è quando si confessa
il peccato dell’aborto, e poi la tristezza di una vita fatta di “no” alla vita. Siamo corresponsabili di
questa tristezza dell’Europa.
“Pentitevi dunque e cambiate vita”, dice Pietro agli ebrei, non a noi Vescovi. Dice agli ebrei:
“Convertitevi e cambiate vita perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi
della consolazione da parte del Signore”.
Quale consolazione abbiamo per l’Europa? Io vi dico la mia esperienza di vescovo, povero
peccatore. Io vedo le famiglie del Cammino, delle comunità: persone che attraverso una catechesi,
attraverso una conversione hanno avuto il coraggio di dire “sì” alla vita e oggi, grazie a un carisma
che due pazzi hanno ricevuto dal Signore e che hanno accolto, come sono, come sono, con i loro
doni e la loro debolezza, ma hanno accolto questo carisma, hanno avuto il coraggio di sopportare le
sofferenze di un tale carisma. Quanta sofferenza! E oggi abbiamo nella Chiesa il privilegio, il dono
di avere delle comunità con delle famiglie, ma delle vere famiglie, grandi famiglie, come molti di
voi, molti di noi abbiamo conosciuto nella loro gioventù, nella loro propria famiglia: 6, 10, 12 figli!
Era normale. Oggi siamo nel deserto europeo, e qui vediamo delle comunità, con delle famiglie!
Ciò che mi ha convinto non è “l’orologio dei neocatecumenali”, perchè quando mi invitano a una
catechesi o ad altro, ti dicono sempre: “un’ora”. E io chiedo: “Un’ora reale o un’ora
neocatecumenale?”, perché io so che un’ora neocatecumenale sono 3 ore. Ma vedo i frutti. Vedo il
nostro “Redemptoris Mater”: se non avessimo questo seminario, quale povertà nella nostra diocesi
per la mancanza di vocazioni – potete certo mandarcene altre di vocazioni! Qui abbiamo queste
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vocazioni e vedo come sono seguite queste vocazioni. Devo dire con umiltà, con sincerità, che
nonostante tutti gli sforzi nel seminario diocesano non riusciamo a formare umanamente i nostri
seminaristi come sono formati nelle comunità del Cammino. Perché? Perché hanno le famiglie,
hanno l’esperienza di ciò che è la paternità. Chi di noi oggi… io sono di una famiglia divorziata, i
miei genitori erano divorziati, mio nonno era divorziato, i miei tre fratelli sono divorziati. Io
conosco la realtà del divorzio. Ma dove imparare la paternità sacerdotale se non ci sono esempi di
paternità nelle famiglie? Qui lo imparano questi seminaristi... Adesso ho avuto un caso di un
giovane prete uscito dal “Redemptoris Mater” che è caduto nel peccato con una donna. Conosciamo
tutti noi Vescovi la situazione quando succede: uno se ne va perché ha avuto una relazione, lascia il
sacerdozio. Le famiglie di questa parrocchia, le famiglie del Cammino lo hanno accolto con verità e
bontà, e la sua vocazione è salvata. E’ venuto da me prima di Pasqua gioioso: “Sì, ho peccato, ma
ho avuto il coraggio di abbandonare questa relazione, di tornare”. Sono le famiglie che hanno
salvato questa vocazione, questo presbitero!
Io sono convinto che il Signore ci ha dato nella Chiesa questo carisma, non è l’unico, non è
l’unico, ce ne sono tanti carismi; ma è un carisma che ci mostra che senza la famiglia, senza il “sì”
alla vita non c’è futuro nella Chiesa. Per questo io vorrei ringraziare le nostre famiglie del
Cammino, la loro testimonianza, questo coraggio di lasciarsi mandare dappertutto. Una famiglia di
Vienna, con 9 figli, è andata in missione a Istanbul, in Turchia! Queste famiglie ci danno il segno di
ciò che è la resurrezione.
Allora, fratelli, non voglio trattenervi troppo. Ma in questo luogo vorrei ringraziare Papa
Paolo VI, Papa Giovanni Paolo II, Papa Benedetto, per aver fatto ciò che è il lavoro del Vescovo,
come dice S. Paolo nel capitolo 14 della Prima Epistola ai Corinzi, di discernere i carismi, di
discernere, di dire: “Questo è di Dio”. Questo non vuol dire che i fondatori sono santi, forse lo
diventeranno, perché S. Tommaso d’Aquino ci ha spiegato che i carismi sono grazie gratis date,
sono date per la Chiesa, per l’edificazione della Chiesa. Non significano automaticamente una
santificazione del portatore del carisma, è un invito anche al portatore del carisma di santificarsi, ma
è anzitutto un dono alla Chiesa. E io vedo che qui c’è un dono alla Chiesa.
E finisco, con una realtà che conosciamo in tutte le nostre diocesi, dove c’è il Cammino: non
è sempre bene accolto, ci sono tensioni, si dice che divide le parrocchie. Io non sono tanto
coraggioso per sostenere sempre i deboli, i perseguitati, ma una cosa posso dire: un corpo ha delle
tensioni, solo un corpo morto non ha tensioni. E queste tensioni fanno anche parte della conversione
necessaria. Questo non scusa gli sbagli umani che accadono, certo, ma queste tensioni, quando il
Vangelo è proclamato per la conversione, crea tensioni, inevitabilmente! E noi, vescovi, dobbiamo
chiederci che se ci sono tensioni sono forse salutari! Perché svegliano, Perché ci permettono di
domandarci: Cosa vuole Dio da noi?
In questo santo luogo vorrei chiedere che il Signore entri, anche a porte chiuse, e ci dia il
coraggio, anche se negli ultimi 40 anni abbiano mancato di coraggio per dire “sì” alla vita.
L’abbiamo detto, ma dobbiamo dirlo con questa forza. Che ci perdoni le mancanze di coraggio e ci
dia la forza che ha dato agli Apostoli quando li ha inviati da questo luogo.
Grazie per la vostra pazienza fratelli.
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