Zapatero diserta la messa: «Atto di eccessivo laicismo»
Jul 12, 2006
Così il cardinale Mario Pompedda, giurista della Curia romana, giudica l'assenza del premier Josè Luis Zapatero alla messa che Bendetto XVI celebrerà a conclusione del V Congresso internazionale delle famiglie.
(La Stampa, 8/7/2006) VALENCIA. Un atto di eccessivo laicismo»: così il cardinale Mario Pompedda, giurista della Curia romana, giudica, in un'intervista al 'Corriere della serà, l'assenza del premier Josè Luis Zapatero alla messa che Bendetto XVI celebrerà a Valencia, in Spagna, a conclusione del V Congresso internazionale delle famiglie.
«Compiendo un atto di presenza a una celebrazione papale - afferma - si adempie ad un dovere di ospitalità e cortesia e non si compie certo un atto di culto. Così almeno quella presenza l'hanno sempre intesa i governanti di tutto il mondo, compreso quello musulmano e tardo-comunista».
Magari alcuni, prosegue, potevano anche avere l'intenzione di strumentalizzare a proprio favore il sentimento religioso, «ma prevaleva, di fronte ai loro popoli, la presa d'atto dell'importanza dell'avvenimento. Questa presa d'atto avevano forse il diritto di aspettarsela anche i cattolici spagnoli». In questa assenza, ribadisce Pompedda, «io ci vedo solo un atto di eccessivo laicismo. Più che di laicità parlerei di un laicismo piuttosto oscuro e oscurantista».
Commentando la politica del premier spagnolo, il cardinale vi intravede «un movimento di rottura con la morale basata sui principi della legge naturale e con la tradizione cristiana della Spagna. Basta porre mente alla questione dell'insegnamento religioso nelle scuole - osserva - benchè laico, uno Stato non può non prendere atto della rilevanza culturale che la religione cristiana ha avuto e ha nella storia della Spagna.
Negarsi a una valorizzazione di questo patrimonio vuol dire chiudere gli occhi sulla realtà del passato e del presente». Analizzando, infine, le cause del successo della politica di Zapatero nella cattolica Spagna, Pompedda ipotizza che «forse al fondo c'è una reazione a una situazione precedente percepita da molti come di privilegio per la struttura ecclesiastica.
Forse oggi lo Stato è, in parte, rappresentato e gestito da componenti della società che fino a ieri avevano mal compreso o subito il ruolo della Chiesa, vedendovi un'indebita intromissione», conclude.