Mario Francesco Cardinal Pompedda † Mario Francesco Cardinal Pompedda †
Function:
Prefect Emeritus of Apostolic Signatura, Roman Curia
Title:
Cardinal Deacon of Annunciazione della BVM a Via Ardeatina
Birthdate:
Apr 18, 1929
Country:
Italy
Elevated:
Feb 21, 2001
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian Non c'è dialogo senza reciprocità
Mar 17, 2006
E' stato chiaro sin da subito che le dichiarazioni del cardinale Martino sull'insegnamento dell'Islam nelle scuole esprimevano una posizione personale, anche se molti media nazionali hanno voluto identificarla con la posizione ufficiale della Santa Sede.

(ragionpolitica.it, 13 marzo 2006) A conferma di ciò, leggiamo oggi su Repubblica un'intervista al cardinale Mario Francesco Pompedda, giurista e già Prefetto della Segnatura Apostolica, che tenta di chiarire i termini delle questioni che ruotano attorno alla proposta di inserire un'ora di religione islamica nelle scuole pubbliche.

Seguendo una linea espressa, ancora di recente, dal rettore della Lateranense, monsignor Rino Fisichella, Pompedda afferma che «il dialogo senza reciprocità è una parola vuota». In concreto, ciò significa che occorre «esigere che i diritti che assicuriamo in Italia siano assicurati anche nei Paesi arabi. In altre parole, se qui apriamo una scuola islamica o assicuriamo agli alunni musulmani l'insegnamento della loro fede, lo stesso deve essere garantito in una nostra scuola nei territori islamici». Se un minimo di reciprocità non è garantito, dunque, appare quanto meno poco avveduto - dal punto di vista culturale come da quello politico - dare il via libera ad un provvedimento che, di là dalla semplice ora di religione musulmana, trascinerebbe inevitabilmente con sé una serie rilevante di problemi sociali e giuridici di non facile soluzione, non ultimo quello della rimodulazione del Concordato tra Chiesa Cattolica e Stato italiano.

Il Concordato infatti - come ha ricordato qualche giorno fa il professor Giorgio Rumi durante la trasmissione radiofonica Baobab - ha garantito la pace religiosa nel nostro Paese, dando vita ad un equilibrio apprezzabile che trova origine nel reciproco riconoscimento istituzionale di Chiesa e Stato, alla luce della loro collaborazione - e non contrapposizione - fondata sul ruolo storico, morale, culturale che il Cattolicesimo ha svolto e svolge in Italia. Ora, se venisse introdotta l'«ora di Islam» nelle scuole pubbliche, ciò avrebbe inevitabilmente ricadute anche sul Concordato, che regola - tra le altre cose - anche l'insegnamento della religione cattolica negli istituti statali. Se a ciò si aggiunge la mancanza di reciprocità segnalata da Pompedda, ci troveremmo di fronte alla curiosa situazione per cui lo Stato italiano dovrebbe abbandonare la certezza del Concordato con la Chiesa Cattolica, che ha dato e continua a dare buoni frutti, da molti punti vista, per entrambe le parti, e percorrere la via dell'incertezza di un nuovo Concordato con l'Islam nostrano. Tenendo conto della molteplicità delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia, non riconducibili ad una individuabile istituzione gerarchica de iure, appare chiaro che, allo stato attuale delle cose, è quanto meno sconsigliabile dare il via all'insegnamento dell'Islam nelle nostre scuole.

Inoltre, come ha sottolineato ancora il cardinal Pompedda nella sua intervista a Repubblica, bisogna «evitare che dall'esterno entri nelle nostre scuole un insegnamento ispirato a pericolosi fondamentalismi». Se anche si decidesse di introdurre un'«ora di Islam», a chi ne verrebbe affidato l'insegnamento? A docenti di religione già in ruolo? A nuovi professori provenienti dalle comunità musulmane? A imam delle moschee? Anche in questo caso, per regolare questi aspetti, sarebbe necessario un Concordato che, come abbiamo visto, risulta di controversa se non impossibile fattibilità, considerata la mancanza di una istituzione gerarchica musulmana paragonabile a quella della Chiesa Cattolica.

Dire no all'insegnamento dell'Islam nelle scuole pubbliche sulla base di questi argomenti (reciprocità e Concordato) non è - come hanno sostenuto alcuni - una limitazione alla libertà religiosa, che è e rimane un principio vivo e vitale della nostra democrazia; tanto meno è un'offesa al sentimento religioso, di cui nessuno nega l'importanza e la centralità per la vita della persona. «Vivere la dimensione religiosa - afferma ancora Pompedda - è un diritto che va garantito a tutti. Io dico solo che ci vuole senso di responsabilità: siamo sicuri che attraverso questo insegnamento non si introducano subdolamente radicalismi ed estremismi?». Una domanda che va presa sul serio, e che non può essere liquidata coi soliti dogmi politically correct con cui si pensa di poter risolvere - o meglio dissolvere - le questioni spinose legate al nostro rapporto con l'Islam.
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