Cardinal Martini backs Pope's call for renewal of Confession
Jun 29, 2009
Cardinal Carlo Maria Martini-- the retired Archbishop of Milan who for years has been the leading voice of liberalism in the European Catholic hierarchy-- has indicated his strong endorsement of the call by Pope Benedict XVI for a revival of the sacrament of Penance. In an interview with the Italian daily Repubblica, Cardinal Martini said with regret that interest in Confession has become "anemic," and the sacrament "must again be given a substance that is truly sacramental."
In the same interview, Cardinal Martini said that the most important issue facing the Church is the status of divorced people; he suggested a council to focus on that particular issue.
/www.catholicculture.org
La Chiesa e i residui del potere temporale: dialogo tra il Cardinal Martini ed Eugenio Scalfari
Jun 22, 2009
Sulle pagini culturali del quotidiano La Repubblica di questa mattina compare un dialogo di grande bellezza e profondità tra due autorevoli personalità della cultura italiana. Eugenio Scalfari, scrittore e giornalista, e il Cardinale Carlo Maria Martini, gesuita, studioso ed arcivescovo emerito della diocesi di Milano, hanno avuto un incontro, nella sede dalla casa di riposo dei gesuiti di Gallarate, da cui ha tratto origine un confronto culturale degno di grande attenzione su alcuni temi fondamentali sia per i laici sia per i cattolici.
In primo luogo Scalfari, che in passato si era pubblicamente confrontato con il cardinale Martini sui temi della modernità e dell’etica, laica e cattolica, ha chiesto al Cardinale Martini perché ha deciso di scrivere un libro insieme a Don Luigi Verzè, il cui titolo è 'Siamo tutti nella Stessa Barca', edizione Rizzoli. Il Cardinale ha risposto alla domanda di Scalfari, sostenendo che esiste in questo momento per gli uomini di chiesa la necessità di confrontarsi con la modernità per comprenderla, sicchè sia possibile continuare a testimoniare la parola di Dio ed il Verbo Incarnato.
La chiesa, secondo il Cardinale Martini, devo porsi con saggezza il problema dei divorziati, che non possono essere emarginati dalla vita ecclesiale, la questione relativa all’elezione dei Vescovi, il ruolo che i laici devono esercitare nella chiesa. Occorre, secondo il Cardinale Martini, ridefinire i rapporti tra le gerarchie ecclesiastiche ed il potere politico e inoltre bisogna discutere della questione delicata riguardante il celibato dei preti.
Per il Cardinale Martini nella nostra società non si sta soltanto diffondendo l’indifferenza e un eccessivo individualismo, per effetto del quale ognuno persegue il proprio interesse personale, ma si è prodotta una drammatica e tragica separazione tra la fede religiosa e la carità cristiana. La fede religiosa non deve basarsi soltanto sui sacramenti e sulla partecipazione alla messa domenicale, ma comporta un percorso di vita nel quale il credente è chiamato a testimoniare i valori eterni del cristianesimo: la carità, l’attenzione alla vita delle persone, la condivisione delle propria esistenza con quella degli altri per rompere e superare il muro della solitudine, che spesso condanna le persone al silenzio e al dolore.
Rispondendo ad una domanda di Scalfari, che si proclama non credente, sui peccati più gravi del nostro tempo, di cui il Cardinale aveva parlato in un suo libro recente intitolato 'Conversazioni notturne a Gerusalemme' per Martini l' ingiustizia e la diseguaglianza sono due grandi peccati che offendono la dignità umana. Nel nostro tempo, e questo vale per i laici ed i credenti, manca una visione del bene comune, secondo la riflessione intellettuale del Cardinale Martini, aspetto essenziale che spiega la crisi della politica e della società umana.
Scalfari, dialogando con il Cardinale Martini, ha citato uno scritto recente di Vittorio Messori, nel quale l’intellettuale cattolico sostiene che bisogna distinguere tra il clero, che si occupa della salvezza delle anime, e le istituzioni che fanno capo alla città ed allo Stato vaticano. Per Il Cardinale le istituzioni vaticane, che comprendono le nunziature apostoliche sparse per il mondo, sono un residuo del periodo in cui la Chiesa cattolica esercitava il potere temporale. Oggi il potere temporale non esiste più e non potrà essere restaurato.
In ogni caso il ruolo di queste istituzioni è destinato, secondo Martini, ad essere ridimensionato, poiché la Chiesa è una comunità che si regge su due pilastri: il Papa e la comunione dei Vescovi. Il compito della Chiesa, nell’era della modernità, dove dilagano il relativismo e il nichilismo, deve essere quello di predicare la salvezza cristiana con spirito di carità e grande apertura culturale verso i tempi nuovi, che si profilano all’orizzonte delle società umane. Scalfari, con la consueta eleganza intellettuale e lucidità, ha chiesto al Cardinale Martini se la spinta del Concilio Vaticano II si sia indebolita ed esaurita, e se non si debba convocare un nuovo concilio.
Per il Cardinale Martini il Concilio Vaticano II fu convocato per discutere dei problemi legati al rapporto tra la chiesa e la scienza, tra la morale cattolica e l’evoluzione dei tempi e del costume, tra la cultura moderna e la tradizione millenaria del pensiero teologico nato dal cristianesimo. Questi problemi sono aperti dinanzi alla chiesa del nostro tempo. Per questo motivo, secondo il cardinale Martini, bisogna convocare un nuovo Concilio, nel quale affrontare sia la questione delicata dei cattolici divorziati, sia il percorso penitenziale di ogni singolo credente, visto che il sacramento della confessione non è più osservato dai cattolici, come avveniva nel passato.
www.agenziaradicale.com
Se il cardinal Martini fosse Papa
Jun 09, 2009
Noi cristiani abbiamo una morale paolina, basata sui valori, non una morale rabbinica, basata sulla legge. Ricordo bene le parole del nostro ex arcivescovo di Milano. E Martini, sulla stessa linea torna all’attacco, difendendo i circa 2 milioni e mezzo – il 52,5% donne e il restante 47,5% uomini – di persone che nel corso della loro vita hanno sperimentato lo scioglimento del matrimonio o che comunque vivono una condizione di separato/a di fatto. Si tratta di separati legalmente (31,7%), divorziati (30%), separati di fatto (26,3%) e coniugati in seconde nozze dopo il divorzio (11,9%). In totale questo segmento di popolazione (di seguito, per semplicità, separati e divorziati) rappresenta il 5,2% dell’intera popolazione residente in Italia di 15 anni e più, il 5,3% delle donne contro il 5,1% degli uomini. “Oggi ci sono non poche prescrizioni e norme che non sempre vengono capite dal semplice fedele.
Per questo, la Chiesa appare un po’ troppo lontana dalla realtà” – ha dichiarato Martini - “vi sono alcuni che oggi sono in stato irreversibile e incolpevole. Hanno magari assunto dei nuovi doveri verso i figli avuti dal secondo matrimonio, mentre non c’è nessun motivo per tornare indietro; anzi, non si troverebbe saggio questo comportamento. Ritengo che la Chiesa debba trovare soluzioni per queste persone. Ho detto spesso, e ripeto ai preti, che essi sono formati per costruire l’uomo nuovo secondo il Vangelo. Ma in realtà debbono poi occuparsi anche di mettere a posto ossa rotte e di salvare i naufraghi. Sono contento che la Chiesa mostri in alcuni casi benevolenza e mitezza, ma ritengo che dovrebbe averla verso tutte le persone che veramente la meritano. Sono, però, problemi che non può risolvere un semplice sacerdote e neppure un vescovo”. Martini nel 2006 si era espresso in un’intervista a l’Espresso favorevolmente ai condom, fecondazione assistita, staminali. Un altro ex vescovo di Milano, Roncalli, si dichiarò, una volta eletto papa Giovanni XXIII, favorevole ad un uso coscienzioso della contraccezione e fu bloccato da un papa, anche lui lombardo, Montini (Paolo VI). Se il Conclave nel 2005 avesse eletto papa Carlo Maria Martini invece di Ratzinger, dove sarebbe la Chiesa oggi?
www.affaritaliani.it
CHIESA: CARD. MARTINI, DOPO LEFEBVRIANI, 'BONTA'' ANCHE PER DIVORZIATI
May 24, 2009
(ASCA) - Roma, 19 mag - Nuovo 'sasso nello stagno' del cardinal Martini, arcivescovo emerito di Milano, che negli ultimi anni ha fatto sentire piu' volte la propria voce per suggerire alla Chiesa inedite - almeno recentemente - possibilita' di dialogo con le esigenze del mondo contemporaneo. L'occasione, questa volta, e' costituita da un libro-dialogo con don Luigi Maria Verze', fondatore dell'Ospedale San Raffaele di Milano, dal titolo ''Siamo tutti nella stessa barca'' e edito dalla Editrice San Raffele, di cui il Corriere della Sera anticipa oggi alcuni brani.
Per il card. Martini, dopo la revoca della scomunica ai lefebvriani voluta da papa Benedetto XVI, potrebbe essere giunto il momento di un simile gesto di ''misericordia'' verso i divorziati risposati, a cui e' negata dalla Chiesa la possibilita' di ricevere la comunione. ''Io mi sono rallegrato per la bonta' con cui il Santo Padre ha tolto la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani - afferma Martini -.
Penso, pero', con tanti altri, che ci sono moltissime persone nella Chiesa che soffrono perche' si sentono emarginate e che bisognerebbe pensare anche a loro. E mi riferisco, in particolare, ai divorziati risposati. Non a tutti, perche' non dobbiamo favorire la leggerezza e la superficialita', ma promuovere la fedelta' e la perseveranza. Ma vi sono alcuni che oggi sono in stato irreversibile e incolpevole. Hanno magari assunto dei nuovi doveri verso i figli avuti dal secondo matrimonio, mentre non c'e' nessun motivo per tornare indietro; anzi, non si troverebbe saggio questo comportamento. Ritengo che la Chiesa debba trovare soluzioni per queste persone''.
Il cardinale prosegue: ''Sono contento che la Chiesa mostri in alcuni casi benevolenza e mitezza, ma ritengo che dovrebbe averla verso tutte le persone che veramente la meritano. Sono, pero', problemi che non puo' risolvere un semplice sacerdote e neppure un vescovo. Bisogna che tutta la Chiesa si metta a riflettere su questi casi e, guidata dal Papa, trovi una via di uscita''.
Nel libro, Martini affronta anche il tema del celibato obbligatorio per i preti della Chiesa cattolica occidentale, dicendosi convinto ''che il celibato sia un grande valore, che rimarra' sempre nella Chiesa: e' un grande segno evangelico. Non per questo e' necessario imporlo a tutti, e gia' nelle chiese orientali cattoliche non viene chiesto a tutti i sacerdoti''.
Sulla scelta dei vescovi, oggi scelti da Roma mentre un tempo 'eletti', tra l'altro, dal popolo cristiano, il cardinale afferma: ''E' sempre stato un problema difficile nella Chiesa.
Nelle situazioni antiche in cui partecipava maggiormente il popolo, si verificavano litigi e molte divisioni. Oggi forse e' stata portata troppo in alto loco. Vi sono alcune diocesi in Svizzera e in Germania che lo fanno, ma e' difficile dire che le cose vadano senz'altro meglio. In conclusione - conclude Martini - si tratta di una realta' molto complessa''.
We're all in the same boat
May 23, 2009
Whenever an aging prelate pipes up on some controversial issue, he generally draws one of two reactions.
We're all in the same boat
All Things Catholic by John L Allen Jr
Created May 22, 2009
Whenever an aging prelate pipes up on some controversial issue, he generally draws one of two reactions. Those who disagree will say, "This guy's an anachronism who doesn't realize the world has passed him by," while those who concur will sigh, "Too bad he had to wait until the end of his career to tell it like it is."
Both reactions probably carry a grain of truth, but I make it a point to listen to these guys for another reason: I think that anyone who's spent a lifetime of leadership in the church, dealing with the practical side of problems that most of us debate only at the level of theory, deserves a hearing. Experience alone doesn't automatically make these figures right, but it's at least worth pondering what they have to say.
That's the spirit in which I approach the new book We're All in the Same Boat, the result of a series of dialogues between retired Cardinal Carlo Maria Martini of Milan, now 82, and Fr. Luigi Maria Verzé, founder of the San Raffaele University and Hospital in Milan, who's 89. The book appeared this week in Italy. The publisher is currently working on translations into other languages, although at the moment there's no firm deal for an English version.
The most newsworthy section of the book comes in replies from Martini to questions by Verzé on several hot-button church issues.
For decades, Martini has been the voice of the church's "loyal opposition," meaning center-left Catholics determined to remain within the church but nonetheless disenchanted with some aspects of its direction. In the new book, Martini does not disappoint this constituency, calling for reforms on the admission of divorced and remarried Catholics to the sacraments; making priestly celibacy optional; and a greater role for the local church in the selection of bishops.
The following is an NCR translation of the relevant passages, based on extracts which appeared Tuesday in Corriere della Sera, Italy's leading daily.
* * *
By CARDINAL CARLO MARIA MARTINI
"You ask me what I think about denying the sacraments to devout Catholics who are divorced. I was very happy about the goodness with which the Holy Father recently lifted the excommunications of the four Lefebvrite bishops. Along with many others, however, I think there are lots of other people who feel marginalized in the church, and we have to think about them too. I'm referring, in particular, to those who are divorced and remarried."
"I'm not talking about all such Catholics, because we must not favor flimsiness and superficiality, but rather promote fidelity and perseverance. Nevertheless, there are some such Catholics who are today in an irreversible, and innocent, state. In fact, they've take on new obligations to children from a second marriage, and there's absolutely no reason for going back; indeed, such a choice would not be wise. I believe that the church must find solutions for these people."
"I've repeatedly said to priests that they're formed in order to build the new human person according to the gospel. But in reality, they also have to be concerned with healing broken bones and saving those who are shipwrecked. I'm glad that in some cases the church shows benevolence and mildness, but I believe we should do so for all those persons who merit it."
"These are problems that a simple priest, and not even a bishop, can resolve on his own. It's important that the whole church reflect on these cases, and, guided by the pope, find a solution."
"Next, you touch a very important problem, saying that priests ought to be excused from the obligation of celibacy. It's a very delicate question. I believe that celibacy has a great value, which will always remain in the church: it's a great evangelical sign. It's not necessary, however, for that reason to impose it on everyone. In the Eastern Catholic churches, it's not asked of all priests."
"I see that some bishops are proposing to impart priestly ministry to married men who have a certain experience and maturity (the viri probati.) It wouldn't be a good idea, however, for these men to be responsible for a parish, in order to avoid even greater levels of clericalism. It seems to me a much better idea to connect these men to a parish in the form of a group that takes turns."
"In any case, this is a serious problem. I believe that when the church deals with it, there will be truly difficult years ahead. Some who are already ordained, for example, will say that the only reason they took vows of celibacy was in order to become priests. On the other hand, I'm certain that there will always be those who choose the path of celibacy, because young people are idealists and generous."
"Moreover, there are some particularly difficult situations in the world, especially in certain continents. I think it's up to the bishops in those countries to acknowledge the situation and to find solutions."
"Finally, you ask me if it wouldn't be more advantageous if the consecration of a bishop happened with the acclamation of the people of God. The selection of bishops has always been a difficult problem in the church. In antique situations in which the people had a greater role, there were arguments and many divisions. Today, perhaps, things have moved too far in the opposite direction. I remember a cardinal who's also a canon lawyer once saying during a meeting that it's not right for the Holy See to carry out two procedures for the same person; one should be done locally, and the second by the nuncio."
"In terms of participation by the people, there are some dioceses in Switzerland and Germany where this happens, but it's hard to say that this always means a better result. In conclusion, this is a very complicated situation. However, the current mode of selection of bishops does need to be improved."
"These are subjects that need much more reflection and conversation. They sometimes surface in the synods of bishops, but there's no follow-up. The problems, however, are real, and we need a public discussion about them."
Varallo, il card' Martini in visita al Sacro Monte
Apr 07, 2009
www.sdnovarese.it
Il Sacro Monte ha ricevuto nei giorni scorsi, inaspettatamentre, un’illustre visita, quella compiuta dal cardinale Carlo Maria Martini, che è giunto alla “Nuova Gerusalemme” di Varallo in forma privata, come faceva il suo predecessore San Carlo.
“Mi è capitato per caso – racconta Elena De Filippis, direttore della Riserva - a metà mattina, mentre giravo il Sacro Monte in compagnia di un restauratore, di raccogliere una richiesta di informazioni di chi lo accompagnava, che cercava per lui il percorso di salita meno faticoso. L’ho guidato per farlo salire in auto sull’elevatore che porta le persone disabili alla piazza dei Tribunali e poi in una breve visita a piedi fra le cappelle più importanti della piazza dei Tribunali, poi all’ Ecce homo, naturalmente alla Crocifissione, all’Ultima Cena, all’Orazione nell’orto e alla cappella dei Discepoli dormienti. Mentre illustravo la storia del Sacro Monte e le cappelle incontrate lungo il percorso – continua il direttore - il cardinale ricordava le visite di San Carlo al Sacro Monte e le sue preghiere dentro il Sepolcro, dove è voluto entrare nonostante la camminata un po’ faticosa, sorretta da un bastone e da un fido accompagnatore. Riconosceva i nomi di personaggi e protagonisti artistici e religiosi del Sacro Monte, a lui noti perché attivi anche nella capitale milanese, da Gaudenzio a Morazzone, a Tanzio, al vescovo Bascapè, grande riformatore del progetto religioso del complesso e continuatore dell’opera milanese di San Carlo, con cui operò in continuità al Sacro Monte. Naturalmente anche i paralleli con la Terra Santa sono apparsi immediati ed evidenti per il cardinale, che ha trascorso diversi anni in Palestina.”
La visita del cardinal Martini avrebbe dovuto restare privata, ma si è chiusa con un breve saluto al rettore del santuario, padre Giuliano Temporelli e un veloce giro nella basilica. Si è trattato di una delle consuete visite del giovedì che, ci è stato raccontatato, il cardinale era solito effettuare anche quando era a capo della diocesi milanese, spesso senza preannunciarsi. All’interno della Crocifissione è rimasto colpito dalla straordinarietà dello spettacolo, conquistato con impegno dopo la lunga scalinata.
“OGGI NON HO PIÙ DI QUESTI SOGNI”, DICE IL CARDINALE
Mar 11, 2009
Il cardinale Carlo Maria Martini, gesuita, biblista, già arcivescovo di Milano e mio collega di Parkinson, è un ecclesiastico di dialogo, di accoglienza, di rinnovamento profondo, tanto della Chiesa come della società. Nel suo libro di confidenze e confessioni “Colloqui notturni a Gerusalemme”, dichiara: “Un tempo avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo. Sognavo che la diffidenza venisse estirpata. Una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni”. Questa affermazione categorica di Martini non è, non può essere, una dichiarazione di fallimento, di delusione ecclesiale, di rinuncia all’utopia delle utopie, un sogno dello stesso Dio.
Lui e milioni di persone nella Chiesa sognano un’“altra Chiesa possibile”, al servizio dell’“altro Mondo possibile”. E il cardinale Martini è un buon testimone e una buona guida in questo cammino alternativo. Lo ha dimostrato.
Tanto nella Chiesa (nella Chiesa di Gesù che sono varie le Chiese) come nella società (che sono vari popoli, varie culture, vari processi storici) oggi più che mai dobbiamo radicalizzare la ricerca della giustizia e della pace, della dignità umana e dell’uguaglianza nell’alterità, del vero progresso nell’ecologia profonda. E, come dice Bobbio, “bisogna impiantare la libertà nel cuore stesso dell’uguaglianza”; oggi con una visione ed un’azione di dimensioni mondiali. È l’altra globalizzazione, quella che rivendicano i nostri pensatori, i nostri militanti, i nostri martiri, i nostri affamati…
La grande crisi economica attuale è una crisi globale di Umanità che non si risolverà con nessun tipo di capitalismo, perché non esiste un capitalismo umano: il capitalismo continua ad essere omicida, ecocida, suicida. Non c’è modo di servire simultaneamente il dio delle banche e il Dio della Vita, di coniugare la prepotenza e l’usura con la convivenza fraterna. La questione fondamentale è: si tratta di salvare il Sistema o si tratta di salvare l’Umanità? A grande crisi, grande opportunità. In cinese la parola crisi ha due significati: crisi come pericolo, crisi come opportunità.
Nella campagna elettorale degli Stati Uniti è stato richiamato ripetutamente “il sogno di Luther King”, per attualizzarlo; e in occasione dei 50 anni della convocazione del Vaticano II, è stato ricordato con nostalgia il “Patto delle Catacombe” della Chiesa serva e povera (v. Adista n. 21/09, ndt). Il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio, 40 padri conciliari hanno celebrato l’Eucarestia nelle catacombe romane di Domitilla e hanno sottoscritto il “Patto delle Catacombe”. Dom Helder Câmara, il cui centenario della nascita stiamo celebrando que-st’anno, era uno dei principali animatori del gruppo profetico. Il “Patto”, nei suoi 13 punti, insiste sulla povertà evangelica della Chiesa, sul rifiuto di titoli onorifici, di privilegi e ostentazioni mondane; insiste sulla collegialità e la corresponsabilità della Chiesa come Popolo di Dio, sull’apertura al mondo e sull’accoglienza fraterna.
Oggi noi, nella convulsa congiuntura attuale, professiamo la validità di molti sogni, sociali, politici, ecclesiali, ai quali in nessun modo possiamo rinunciare. Continuiamo a rifiutare il capitalismo neoliberista, il neoimperialismo del denaro e delle armi, un’economia di mercato e di consumo che seppellisce nella povertà e nella fame la grande maggioranza dell’Umanità. E continueremo a rifiutare ogni discriminazione per motivi di genere, di cultura, di razza. Esigiamo la trasformazione sostanziale degli organismi mondiali (Onu, Fmi, Banca Mondiale, Omc...). Ci impegniamo a vivere una “ecologia profonda e integrale”, propiziando una politica agraria-agricola alternativa alla politica predatoria del latifondo, della monocultura, dei fertilizzanti tossici. Parteciperemo alle trasformazioni sociali, politiche ed economiche per una democrazia ad “alta intensità”.
Come Chiesa vogliamo vivere, alla luce del Vangelo, la passione ossessiva di Gesù, il Regno. Vogliamo essere Chiesa dell’opzione per i poveri, comunità ecumenica e anche macroecumenica. Il Dio nel quale crediamo, l’Abbà di Gesù, non può essere in nessun modo causa di fondamentalismi, di esclusioni, di inclusioni fagocitanti, di orgoglio proselitista. Smettiamola di fare del nostro Dio l’unico vero Dio. “Mio Dio, mi lasci vedere Dio?”. Con tutto il rispetto per l’opinione di papa Benedetto XVI, il dialogo interreligioso non solo è possibile, è necessario.
Faremo della corresponsabilità ecclesiale l’espressione legittima di una fede adulta. Esigeremo, correggendo secoli di discriminazione, la piena uguaglianza della donna nella vita e nei ministeri della Chiesa. Favoriremo la libertà e il servizio riconosciuto dei nostri teologi e teologhe.
La Chiesa sarà una rete di comunità oranti, serve, profetiche, testimoni della Buona Novella: una Buona Novella di vita, di libertà, di comunione felice. Una Buona Novella di misericordia, accoglienza, perdono, tenerezza; samaritana al fianco di tutti i cammini dell’Umanità. Continueremo a fare in modo che viva nella prassi ecclesiale l’avvertimento di Gesù: “Non sarà così fra di voi” (Mt 21,26). L’autorità sia servizio. Il Vaticano smetterà di essere Stato e il papa non sarà più capo di Stato. La Curia dovrà essere profondamente riformata e le Chiese locali coltiveranno l’inculturazione del Vangelo e la ministerialità condivisa. La Chiesa si impegnerà senza paura, senza evasioni, nelle grandi cause della giustizia e della pace, dei diritti umani e dell’uguaglianza riconosciuta di tutti i popoli. Sarà profezia di annuncio, di denuncia, di consolazione. La politica vissuta da tutti i cristiani e le cristiane sarà l’“espressone più alta dell’amore fraterno” (Pio XI).
Ci rifiutiamo di rinunciare a questi sogni per quanto possano apparire chimera. “Ancora cantiamo, ancora sogniamo”. Atteniamoci alla parola di Gesù: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49). Con umiltà e coraggio, seguendo Gesù, cercheremo di vivere questi sogni nel quotidiano delle nostre vite. Continuerà ad esserci crisi e l’Umanità, con le sue religioni e le sue Chiese, continuerà ad essere santa e peccatrice. Ma non mancheranno le campagne universali di solidarietà, i forum sociali, le Vie Campesine, i Movimenti popolari, le conquiste dei Senza Terra, i patti ecologici, i cammini alternativi della Nostra America, le Comunità ecclesiali di base, i processi di riconciliazione fra Shalom e Salam, le vittorie indigene ed afro; e comunque, una volta di più e sempre “io mi attengo a quanto detto: la Speranza”.
Ognuno e ognuna delle persone cui giunge questa lettera circolare fraterna, in comunione di fede religiosa o di passione umana, riceva un abbraccio a misura di questi sogni. Noi vecchi abbiamo ancora visioni, dice la Bibbia (Gioele 3,1). Qualche giorno fa ho letto questa definizione: “La vecchiaia è una specie di dopoguerra”; non necessariamente un claudicamento. Il Parkinson è solo un incidente di percorso, e continuiamo con il Regno dentro.
All'Istituto Leonino la presentazione del libro di Carlo Maria Martini: Conversazioni notturne a Gerusalemme
Mar 04, 2009
Nell’aula magna Istituto Leonino si terrà alle 17,30 la presentazione del libro “Conversazioni notturne a Gerusalemme” di Carlo Maria Martini, edizione Mondadori. All’incontro organizzato dalle Acli, dal Meic e dal gruppo Gaudium et Spes,interverrà l’on. Giovanni Bianchi, già presidente nazionale delle Acli.
“Il card. Martini ci pone davanti a Gesù amico del pubblicano e del peccatore - scrive Georg Sporschill che ha raccolto la testimonianza del card. Martini nel libro -. Ascolta le domande della gioventù, porta scompiglio, lotta con noi contro l’ingiustizia. Queste conversazioni a Gerusalemme nel luogo in cui ha avuto inizio la storia dei cristiani, sono anche conversazioni sui cammini di fede in tempi di incertezza. Le riflessioni e le risposte del cardinale aprono le porte ad una Chiesa coraggiosa e degna di fede”.
L’attività del card. Martini si è sviluppata dalle ricerche biblico-esegetiche, alla pubblicazione di conferenze e relazioni, a convegni, agli scritti pastorali, a meditazioni tenute in occasione di ritiri ed esercizi spirituali, e nel campo scientifico, pubblicando vari libri ed articoli (basti ricordare che egli era l'unico membro cattolico del comitato ecumenico che ha preparato l'edizione greca del Nuovo Testamento). I suoi libri sugli esercizi spirituali sono stati molto apprezzati per l'originalità dell'impostazione, che univa alla fedeltà al modello ignaziano tradizionale una luce nuova, scritturistica.
Cardinal Martini’s book gives scandal to the faithful, archbishop says
Dec 05, 2008
a Plata, Dec 2, 2008 / 11:39 pm (CNA).- Archbishop Hector Aguer of the La Plata in Argentina said on Monday that the new book by Cardinal Carlo Maria Martini, “Nocturnal Conversations in Jerusalem,” “casts doubt on truths and practices” continuously taught by the Church.
During his program “Keys to a Better World,” the archbishop said that in his book, Cardinal Martini casts doubt on “truths and practices permanently upheld by the Church, such as the celibacy of priests, priestly ordination reserved to men and the immorality of homosexual relations.”
He also pointed out that the cardinal harshly criticizes Pope Paul VI and the encyclical Humane Vitae, which he claims “has caused great harm by prohibiting artificial contraception” and that it “has made many people leave the Church and the Church leave many people.”
“It is noteworthy that such an important, intelligent and outstanding cardinal such as Cardinal Carlo Maria Martini, has echoed and made his own the criticisms that the secularized culture and those elements within the Church that have embraced dissent against the Magisterium have aimed at the Church for decades,” Archbishop Aguer said.
Archbishop Aguer noted that the “doctrine of Humanae Vitae is based on a constant tradition that goes back to the Fathers,” and that “since the beginning of the 19th century, when modern technology offered new methods for frustrating the fertility of the conjugal act, the Magisterium has been consistent in pointing out the correct path.”
The archbishop mentioned such documents as Pius XI’s “Casti Connubii,” numerous discourses by Pius XII, Vatican II’s “Gaudium et Spes,” various statements by John XXIII, Paul VI’s “Humanae Vitae,” and the teachings of John Paul II, especially his theology of the body as part of the Church’s teaching. “Benedict XVI has expressly ratified the doctrine of ‘Humanae Vitae’,” Archbishop Aguer added.
He went on to say that Cardinal Martini’s statements have probably found an audience in some elements of the Church, “but with all due respect to the illustrious cardinal I fear that for most of the faithful, they have been scandalous.”
“If we follow our Catholic instincts,” the archbishop stated, “we know very well what we need to follow. We must adhere to the constant doctrine of the Church and the teaching of Benedict XVI, who is the shepherd that today guides us all.”
Finalmente, una dura crítica al libro del Cardenal Martini contra el Papa Benedicto XVI
Nov 12, 2008
ROMA, 11 Nov. 08 / 11:16 am (ACI).- El vaticanista del semanario italiano L’Espresso Sandro Magister, publicará este miércoles la primera crítica amplia y comprehensiva al polémico libro del Cardenal Carlo María Martini, jesuita emérito de Milán (Italia), titulado "Conversaciones nocturnas en Jerusalén. Sobre el riesgo de la fe".
El libro escrito en forma de entrevista con el jesuita alemán Georg Sporschill fue presentado en la feria del libro de Frankfurt en octubre, y desde entonces atrajo el interés de la prensa secular porque en la obra el Cardenal Martini critica a los Papas del post-concilio –desde Pablo VI hasta Benedicto XVI–, acusándolos de contribuir a la "involución" de la Iglesia.
Martini no sólo lanza críticas contra la encíclica Humanae Vitae, sino que incluso cuestiona algunos puntos fundamentales de la fe de la Iglesia.
Magister señala que la obra no ha sido criticada ni por el diario de la Conferencia Episcopal italiana, "Avvenire" ni por "L'Osservatore Romano".
Sin embargo "en privado –dice Magister– en los altos niveles de la jerarquía, las críticas del autor del libro son severas y preocupadas".
"Pero en público la regla es callar. El temor es que contestar públicamente las tesis del libro agregue más daño al daño", agrega el vaticanista.
Sin embargo, Pietro De Marco, profesor de la Universidad de Firenze y de la Facultad de Teología de la Italia Central, somete al libro del Cardenal Martini a una crítica mesurada pero sin cuartel.
Cardinal says 'Humanae Vitae' cut off church from many people
Nov 12, 2008
ROME (CNS) -- Italian Cardinal Carlo Maria Martini said the 1968 encyclical "Humanae Vitae" ("Of Human Life") has cut off the church from many of the people who most need its advice about human sexuality.
The encyclical, which taught that artificial birth control was morally wrong, caused a large number of people to stop taking the church's views into serious consideration, Cardinal Martini said.
"Many have distanced themselves from the church, and the church from the people. Serious damage was done," he said.
Cardinal Martini, an 81-year-old Jesuit and the former archbishop of Milan, made the comments in a book-length interview titled "Nighttime Conversations in Jerusalem."
The cardinal did not address specifically the issue of the morality of contraception. He suggested, however, that the whole question might be better approached from a more pastoral perspective.
"Today we have a broader horizon in which to confront the questions of sexuality. The needs of confessors and young people, too, need much more attention. We cannot abandon these people," he said.
Cardinal Martini noted that when Pope Paul VI wrote the 1968 encyclical he set aside the advice of a commission of experts and made a "highly personal" decision.
"In the long term, the solitary nature of this decision has proven to be a favorable premise for treating the theme of sexuality and the family," he said.
He said Pope John Paul II pressed for a strict application of the encyclical's teaching, lest doubts arise.
Today, he said, the church might be able to adopt "a new vision" and indicate "a better way" than it did in "Humanae Vitae."
"The church would regain credibility and competence," he said.
"Knowing how to admit one's errors and the limitations of one's previous viewpoints is a sign of greatness of soul and confidence," he said.
Cardinal Martini said it was unlikely that Pope Benedict XVI would ever withdraw "Humanae Vitae," but he said the pope "could write a new encyclical that could be its continuation."
He said the church should take a positive approach to human sexuality, with less emphasis on prohibitions.
"In the past, the church has said perhaps even too much about the Sixth Commandment. Sometimes it would have been better to remain silent," he said.
He recalled the Gospel account of the woman caught in adultery. Asked by the scribes whether the woman should be stoned, Jesus does not respond, but instead criticizes the scribes for making the woman into an object and failing to listen to her, the cardinal said.
"The church should always treat questions of sexuality and the family in such a way that a leading and decisive role is up to the responsibility of the person who loves," he said.
"Whatever the church affirms, it should be supported by many people, by responsible Christians who want to be conscientious in love," he said.
Kardinal Martini distanziert sich von ‚Humanae vitae’
Nov 06, 2008
Der emeritierte Erzbischof von Mailand spricht in einem Buch über den Schaden, den die Enzyklika über die eheliche Liebe angerichtet habe.
Mailand (kath.net) Jesus kämpfte gegen Ungerechtigkeit und widersetze sich auch heute den „Lügen“ und dem „Schaden“, den die Enzyklika „Humanae vitae“ Pauls VI. anrichte, indem sie künstliche Verhütung verbiete. Das meint Kardinal Carlo Maria Martini, der emeritierte Erzbischof von Mailand, in einem Buch, wie die italienische Website www.chiesa (chiesa.espresso.repubblica.it) ausführt.
Das Buch „Jerusalemer Nachtgespräche“, in dem P. Georg Sporschill den Kardinal interviewt, ist kürzlich auch auf Italienisch erschienen. Der österreichische Jesuit P. Sporschill ist seit vielen Jahren für seinen großen Einsatz für Straßenkinder in Rumänien bekannt.
Sporschill stellt in dem Buch die unterschiedlichen Jesusbilder von Papst Benedikt in “Jesus von Nazareth” und von Kardinal Martini gegenüber: Während der Papst ein Glaubensbekenntnis an den guten, braven Jesus ablege, sei Martinis Jesus ein Freund der Zöllner und Sünder, der Aufregung verursacht und an der Seite der Menschen gegen die Ungerechtigkeit kämpft.
Während die meisten “heißen Eisen” der innerkirchlichen Debatten nur in subtiler Form angesprochen werden, distanziert sich Kardinal Martini klar von der Enzyklika “Humanae vitae”, die Papst Paul VI. 1968 über das katholische Verständnis der ehelichen Liebe und Sexualität schrieb. Martini bezichtigt das Schreiben, mit dem Verbot künstlicher Verhütungsmittel einen Schaden zu verursachen. Viele Menschen hätten sich dadurch von der Kirche zurückgezogen und auch die Kirche habe sich von den Menschen distanziert.
Die anschließenden Erklärungen der deutschen und österreichischen Bischöfe (in denen die Befolgung von „Humanae vitae“ der Gewissensentscheidung des Einzelnen übertragen wird) hätten dagegen einen auch heute gangbaren und weiter verfolgenswerten Weg eröffnet. Darin drücke sich ein „vorurteilsfreierer“ Zugang zur Sexualität aus.
Für die Zukunft erhoffte sich Martini eine Korrektur des “rigorosen” Kurses von Johannes Paul II. in dieser Frage. Fehler der Vergangenheit zuzugeben sei schließlich eine Frage von innerer Größe. Papst Benedikt hat jedoch zum heurigen 40-jährigen Erscheinungsjubiläum der Enzyklika deutlich klar gestellt, dass er die Lehre von "Humanae vitae" bestätigt und fortführt.
Kardinaal Martini kritisch over normalisering Tridentijnse ritus
Oct 27, 2008
- De voormalige aartsbisschop van Milaan, kardinaal Carlo Maria Martini, heeft gisteren kanttekeningen geplaatst bij het besluit van paus Benedictus XVI om de viering van de katholieke eredienst van voor het Tweede Vaticaanse Concilie weer overal toe te staan.
Liturgie
Martini schreef gisteren in de Italiaanse krant Il Sole 24 Ore dat hij geen gebruik zal maken van de mogelijkheid de Mis op te dragen volgens de Tridentijnse ritus. Als reden voert hij aan “dat met het Tweede Vaticaans Concilie een flinke stap vooruit is gezet voor het begrip van de liturgie”. Ook vindt hij het winst dat in de postconciliaire liturgie meer ruimte is voor het Woord van God. “We moeten erkennen dat de vernieuwde liturgie voor veel mensen een bron van innerlijke verjonging en geestelijke voeding heeft betekend”.
Brevier
In het op 7 juli gepubliceerde motu proprio Summorum Pontificum bepaalde de paus dat het Romeins Missaal, Brevier en Rituale uit 1962 met ingang van 14 september gelden als de buitengewone vorm van de liturgie van de Latijnse Kerk. De 'huidige' liturgie van Paulus VI is de gewone vorm.
Beslotenheid
De preconciliaire Mis roept bij Martini een ‘gevoel van ‘beslotenheid’ op. Die emotie verbindt hij met het christelijk leven van voor het concilie “waarin de gelovige met moeite die ademtocht van vrijheid en verantwoordelijkheid vond om in eerste persoon te leven waar Paulus over spreekt in bijvoorbeeld Galaten 5, 1-17”. Daar plaatst hij het Tweede Vatciaans Concilie tegenover, de kerkvergadering waar hij ‘uiterst dankbaar’ voor is, “omdat het deuren en ramen heeft geopend naar een vrolijker en menselijk leefbaarder christelijk leven”.
Één enkele taal
Martini prijst de welwillendheid waarmee de paus iedereen toestaat God te loven volgens oude en nieuwe vormen, maar hij benadrukt dat hij als bisschop het belang heeft gezien van eenheid “ook in de vormen van liturgisch gebed die in één enkele taal de instemming uitdrukt van allen met het hoge mysterie.”
Gezond verstand
De pauselijke brief Summorum Pontificum bepaalt dat in parochies waar bij stabiele groepen gelovigen de wens bestaat om de mis van 1962 te vieren, de pastoor daaraan gehoor dient te geven, na vooroverleg met de diocesane bisschop. Kardinaal Martini is bang dat er onvoldoende priesters zijn om aan dergelijke verzoeken te voldoen. Hij vertrouwt op het ‘gezonde verstand’ van ‘onze mensen’, die “zullen begrijpen dat het voor de bisschop al moeilijk is iedereen van de eucharistie te voorzien”.
Mijn dood is nabij
Oct 27, 2008
Hilversum (Van onze redactie) 6 oktober 2008 - Kardinaal Carlo Maria Martini (81) voelt het einde van zijn leven naderen. Dat zei de emeritus aartsbisschop van Milaan gisteren bij de presentatie van zijn boek over de geschriften van paus Paulus VI.
Parkinson
Martini, die aan de ziekte van Parkinson lijdt, keerde enkele maanden geleden terug uit Jeruzalem. Daar had hij zich na zijn emeritaat in 2002 gevestigd om zich te wijden aan gebed en de bestudering van kerkelijke wetboeken en manuscripten. Martini heeft zijn intrek genomen in een huis van de jezuïeten in Gallarate, vlakbij Milaan.
Conclaaf
Martini die dertien jaar aartsbisschop van Milaan was, is één van de grootste hedendaagse katholieke intellectuelen. Hij gold jarenlang als een belangrijke kandidaat om paus Johannes Paulus II op te volgen als bisschop van Rome. Meerdere getuigen hebben verklaard dat hij tijdens de eerste stemronde op het laatste conclaaf ongeveer de helft van de stemmen kreeg: circa evenveel als kardinaal Ratzinger die uiteindelijk tot paus zou worden gekozen.
Wachtkamer
Kardinaal Martini noemde zijn dood gisteren 'nabij'. “Ik ben nu al in de laatste wachtkamer aangekomen, of de op een na laatste...”
ANTICIPAZIONI IL NUOVO LIBRO DEL CARDINALE CARLO MARIA MARTINI
Oct 25, 2008
GESÙ VOLEVA GIUSTIZIA
È ripugnante parlare di Dio e non essere fedeli alla sua caratteristica principale». Che per i cristiani è «impegno attivo e audace perché tutti possano convivere in pace».
«Il libretto che vi consegniamo è scritto a quattro mani. Padre Georg Sporschill e io ne assumiamo la piena responsabilità. Il lettore attento non faticherà a comprendere che alcune pagine riportano l’esperienza del cardinale Martini; altre rispecchiano maggiormente i numerosi contatti di padre Georg con giovani».
Così il cardinale Carlo Maria Martini conclude la prefazione al libro Conversazioni notturne a Gerusalemme - Sul rischio della fede (Mondadori, pagine 152, euro 16,50), in libreria dal 28 ottobre. Dalle conversazioni tra il cardinale Martini, 81 anni, dal 1980 al 2002 arcivescovo di Milano, e padre Georg Sporschill, austriaco, anche lui gesuita, fondatore di una rete di solidarietà per i ragazzi di strada in Romania e Moldavia, «è nato questo piccolo libro», ispirato dalle domande dei giovani, e a loro indirizzato in modo particolare, e del quale – per gentile concessione dell’editore – anticipiamo alcuni brani tratti dal capitolo VII, "Combattere contro l’ingiustizia".
Come influisce la fede sulla politica?
«Come cristiani guardiamo a Gesù. Egli è motivo di un’assoluta novità, la Chiesa. Gesù ha svolto il compito ricevuto da Dio di creare, accanto al primo popolo eletto di Israele, un secondo strumento per la pace. Si trova, dunque, in prima linea; si è confrontato con tutte le autorità politiche: con Erode, con Pilato, con il sinedrio, con i partiti dei farisei e dei sadducei. Si è battuto con passione per la giustizia e ha voluto cambiare il mondo. La Chiesa di Gesù Cristo deve contribuire a rendere il mondo più giusto e più pacifico».
Cos’è per un cristiano la giustizia?
«Secondo la Bibbia, la giustizia è più del diritto e della carità: è l’attributo fondamentale di Dio. Giustizia significa impegnarsi per chi è indifeso e salvare vite, lottare contro l’ingiustizia. Significa un impegno attivo e audace perché tutti possano convivere in pace. La giustizia deve vegliare affinché il diritto, così com’è formulato nelle leggi, consenta a tutti gli uomini un’esistenza dignitosa. Gesù ha dato la sua vita per la giustizia. Ha cercato il dialogo con i potenti oppure ha rappresentato per loro un elemento di disturbo. Si è schierato dalla parte dei poveri, dei sofferenti, dei peccatori, dei pagani, degli stranieri, degli oppressi, degli affamati, dei carcerati, degli umiliati, dei bambini e delle donne. Chi si comporta così dà fastidio. I cristiani che adottano "l’opzione a favore dei poveri" di Gesù devono ancora oggi aspettarsi persecuzioni. Dai teologi della liberazione in Sudamerica, agli operatori sociali nei Paesi del benessere, essi trovano inevitabilmente resistenze, perché vivono nella convinzione che l’incontro con i poveri e la battaglia contro la povertà siano il luogo di elezione dell’incontro con Dio nel nostro mondo».
Gesù aveva una strategia politica?
«"Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22,21). Gesù rispose così alla domanda su come debbano essere suddivisi i poteri. La collaborazione tra istituzioni religiose e statali, tra associazioni umanitarie, singole imprese sociali e organizzazioni pubbliche è importante. Abbiamo bisogno di tutte le forze, fino a quando non vi saranno più affamati. Gesù si distingue perché ama il nemico. Se uno ti percuote una guancia, porgigli anche l’altra. Vale a dire: sorprendi il tuo nemico e stà a vedere cosa succede. Una concessione, una sorpresa, una cortesia fa sì che qualche inimicizia si spenga da sola. Uno sguardo al Discorso della montagna è rivelatore: chi è beato per Gesù? Non i vincitori, ma i perseguitati. Non i felici, bensì gli afflitti. Non i possidenti, bensì i poveri e gli affamati. Non i conformisti, ma coloro che sono maltrattati. Gesù ha risvegliato le energie più intime dei poveri e ne ha fatto politica. Una strategia che parte dalla sua percezione del travaglio degli esseri umani. Gesù vive con loro. Riceve richieste di aiuto da molte persone, eppure non si rassegna, anzi, cerca dei giovani e li prepara per farne suoi collaboratori, apostoli. Questa formazione dei suoi discepoli era senz’altro anche "politica". Imparavano ciò che Gesù voleva, proprio attraverso gli aspri confronti che egli aveva, o era costretto ad avere, con gli avversari politici. Gesù mostrava ai suoi discepoli il disagio dei pagani, che non conoscevano Dio e la dignità dell’essere umano. I suoi discepoli dovevano andare da coloro che cercavano aiuto e far sentire loro l’amore di Dio per tutti gli uomini. La vita di Gesù culmina sulla croce. Ha pagato il suo impegno con la vita. Forse, per avere successo è necessario rinunciare al successo. Non si tratta soltanto di un’astuta strategia contro il male. Dare la vita non è un gesto facile da spiegare in modo razionale. È possibile confidando in lui».
Il singolo non è forse impotente di fronte alla miseria e all’ingiustizia di questo mondo?
«Quando seguo una catastrofe solo in televisione o sul giornale, mi sento sopraffatto e impotente. Quando, invece, aiuto qualcuno, sento la mia forza. Stare a guardare deprime, aiutare sorprende con l’esperienza di poter salvare una vita, contare sull’aiuto e sulla potenza di Dio. Il primo compito delle istituzioni sociali e di beneficenza è consentire a tutti gli uomini di buona volontà, e in primo luogo ai giovani, di accedere a persone e a situazioni in cui possono rendersi utili. Costruire tali ponti è un’arte che le professioni sociali moderne possono sviluppare ulteriormente. Tutti i giovani hanno il diritto di essere resi partecipi della lotta contro le ingiustizie».
Cosa possono fare i giovani per ottenere fiducia ed essere coinvolti nell’impegno a favore della giustizia?
«Preferirei rovesciare la domanda. Non siamo piuttosto noi, gli adulti e i più anziani, a dovere ottenere la fiducia dei giovani? I giovani sono più avanti di noi, nel senso della giustizia. Chi attira, con le proteste, l’attenzione dell’industria sulla distruzione dell’ambiente? La gioventù ha una coscienza nuova e sensibile nei confronti di quello che noi teologi chiamiamo il creato. Possiamo solo lasciarci trascinare. Io mi aspetto il rinnovamento soprattutto da parte dei giovani. L’anno di lavoro sociale, la buona azione quotidiana, i gruppi di forte impegno cristiano hanno in sé un potenziale straordinario. A volte è solo una brace su cui dobbiamo soffiare per accendere il fuoco».
Non è pericoloso usare il nome di Dio in politica? Non è presuntuoso che dei partiti si definiscano esplicitamente "cristiani"?
«Tutto ciò che è buono può essere oggetto di abuso, perfino l’Altissimo. Quando si conducono guerre d’aggressione in nome di Dio, quando il cristianesimo viene usato in modo populistico in campagna elettorale, sento suonare campanelli d’allarme. Il nostro cristianesimo si dimostra in primo luogo con buone azioni. Nel Giudizio universale Gesù ne offre esempi molto concreti: dar da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, visitare gli infermi e i carcerati, consolare gli afflitti, accogliere gli stranieri e accettare tutte le difficoltà che ne derivano, fino a sopportare di essere perseguitati. Sarebbe bello se gli altri potessero riconoscerci come cristiani da queste azioni. Viceversa, è ripugnante parlare di Dio e non essere fedeli alla sua caratteristica principale, la giustizia. Vedo in questa prospettiva anche la discussione sul fatto che la parola "Dio" debba figurare nella Costituzione dell’Unione europea. Se i Governi riuscissero a giungere a questa professione, dovrebbero necessariamente rispettare l’ecumenismo, l’apertura ai musulmani e anche agli ebrei. Ci unisce la fede nel Dio unico e giusto. Se si parla di Dio, occorre farlo con serietà. Altrimenti, è meglio non avere il suo nome sulle labbra».
Può suggerire come gli adulti dovrebbero comportarsi con i giovani per tramandare il cristianesimo?
«Consegna ai tuoi figli un mondo che non sia rovinato. Fà sì che siano radicati nella tradizione, soprattutto nella Bibbia. Leggila insieme a loro. Abbi profonda fiducia nei giovani, essi risolveranno i problemi. Non dimenticare di dare loro anche dei limiti. Impareranno a sopportare difficoltà e ingiurie, se per loro la giustizia conta più di ogni altra cosa».
a cura di Maurizio De Paoli
Annuncio choc del cardinal Martini: "Sto morendo"
Oct 04, 2008
Le 550 poltroncine del Centro culturale San Fedele non sono bastate ad accogliere tutte le persone giunte alla Fondazione per assistere alla presentazione del libro "Paolo VI, l'uomo spirituale" alla presenza dell'autore il cardinale Carlo Maria Martini.
(affaritaliani.it, 03.10.2008) Un altro centinaio di persone, infatti, hanno potuto seguire l'incontro in collegamento audiovideo da un'altra sala del Centro appositamente predisposta. "Mi ha colpito tutto questo affetto - ha dichiarato l'ex arcivescovo di Milano - non lo merito, ma e' il segno della bonta' di Dio e della gente".
Durante la presentazione dell'opera, realizzata in occasione del trentesimo anniversario dalla morte di Papa Montini, Martini ha ricordato Paolo VI come un uomo "timido, riservato e rispettoso delle competenze". "Mi sono sempre sentito molto diverso da lui - ha commentato il Cardinale - non ho mai pensato di imitarlo, ma sono stato molto stimolato da lui. Per me - ha aggiunto successivamente - e' stato un po' come un padre, si è reso conto delle mie necessita'". Al termine dell'incontro l'attore Ugo Pagliai ha letto il pensiero alla morte scritto da Paolo VI, testo inedito pubblicato per la prima volta proprio nel libro di Martini. Il cardinale, che ha seguito la lettura con grande attenzione, ha detto di essere stato molto aiutato da questo testo. Martini non ha mancato di autoironia: "Ora mi ritrovo a riflettere su una morte ormai imminente - ha detto - mi trovo nella sala d'aspetto". Dopo l'incontro, pero', ad attenuare la preoccupazione del pubblico, ha dichiarato: "Sto bene".
Il cardinale Martini: sento la morte come imminente
Oct 03, 2008
L'arcivescovo emerito, ammalato a 81 anni di Parkinson, parla alla presentazione dei suoi scritti su Paolo VI.
(Corriere della Sera, 03 ottobre 2008) MILANO — «Io, vedete, mi trovo a riflettere nel contesto di una morte imminente. Ormai sono già arrivato nell'ultima sala d'aspetto, o la penultima...». Il cardinale Carlo Maria Martini parla con un filo di voce ma sorride, «è stato un atto di audacia e anche di temerarietà chiamare a parlare una persona anziana che non sa se potrà esprimere bene le cose o tenersi in piedi», nell'auditorium dei gesuiti di San Fedele non vola una mosca, la gente ha gli occhi lucidi e l'arcivescovo emerito di Milano prosegue sereno, è arrivato appoggiandosi a un bastone ma lo sguardo e il pensiero non vacillano.
La sala è piena, si presenta il libro Paolo VI «uomo spirituale» (ed. Istituto Paolo VI-Studium), una raccolta di scritti martiniani su Montini curata dal teologo Marco Vergottini. E tanti sono rimasti fuori, l'attesa è grande quanto la commozione per il «ritorno» del cardinale biblista a Milano, anche se da qualche mese «padre Carlo» è tornato da Gerusalemme e risiede nella casa dei gesuiti a Gallarate. «Con i vostri tanti gesti di bontà, di amore, di ascolto, mi avete costruito come persona e quindi, arrivando alla fine della mia vita, sento che a voi devo moltissimo», sorride ancora ai fedeli, quasi fosse un congedo. Gli ottantun anni, il Parkinson. E il tema della morte, quello che nel libro Martini chiama con espressione dantesca «il duro calle». Quando l'attore Ugo Pagliai legge il «pensiero alla morte » di Paolo VI, « ...mi piacerebbe, terminando, d'essere nella luce... », il cardinale ascolta col volto affondato nelle mani aperte. «Se dovessi non lo scriverei così. È troppo bello, è meraviglioso, lirico», spiega Martini. «Come ho osservato nel libro, ritengo che il testo di Montini sia stato scritto anni prima, quando sentiva la morte incombente ma non imminente».
Della sua morte, invece, il cardinale parla come «imminente». Ed è qui che ha accenti wittgensteiniani, il pensiero sul limite della vita diventa un'interrogazione sui limiti del linguaggio, «chi si trova in questa situazione, dovrebbe piuttosto sentirsi scarnificato nelle parole, e questo è per me un problema irrisolto: come descrivere una realtà tutta negativa con parole razionali che tuttavia, in quanto razionali, devono esprimere una esperienza positiva». «Dire» la morte. È una riflessione che nel cardinale si è fatta via via più urgente negli ultimi anni. L'anno scorso, nella basilica dei Getsemani a Gerusalemme, aveva salutato i pellegrini ambrosiani con una lectio vertiginosa sulla Passone e l'«angoscia » di Gesù, «il greco il termine è agonia e significa lotta, conflitto, tensione profonda». Martini non ama i discorsi facilmente consolatori, come sempre trova il modo di parlare «al credente e al non credente che è in ciascuno di noi» e guarda in faccia «il duro calle». Davanti all'«affidamento totale a Dio» di Montini, scrive nel libro, «mi sento assai carente. Io, per esempio, mi sono più volte lamentato col Signore perché morendo non ha tolto a noi la necessità di morire. Sarebbe stato così bello poter dire: Gesù ha affrontato la morte anche al nostro posto e morti potremmo andare in Paradiso per un sentiero fiorito».
E invece «Dio ha voluto che passassimo per questo duro calle che è la morte ed entrassimo nell'oscurità che fa sempre un po' paura». Ma qui sta l'essenziale: «Mi sono riappacificato col pensiero di dover morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle "uscite di sicurezza". Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio». È l'insegnamento di Montini, «per me fu un po' come un padre». Perché ciò che ci attende dopo la morte «è un mistero » che richiede «un affidamento totale»: «Desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo ad occhi chiusi, alla cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani».
Kardinal Martini warnt vor Eitelkeit und Neid in der Kirche
Jun 06, 2008
Der emeritierte Mailänder Erzbischof Carlo Maria Martini hat in einem Treffen mit Priestern im Jesuitenheim von Galloro bei Rom, in das er sich in diesen Tagen zurückgezogen hat, vor den Sünden gewarnt, die Geistliche am häufigsten begehen. Eitelkeit, Neid und Verleumdung seien die Sünden, die am häufigsten in der Kirche auftreten.
(dolomiten.it, 5. Juni 2008) „Die Sünde, die in der Kirche am stärksten verbreitet ist, ist Neid. Wir denken: ’Warum hat ein anderer das bekommen, was mir zusteht?’ Es gibt Menschen, die vom Neid zerfressen werden und denken: ’Warum ist diese Person zum Bischof ernannt worden und ich nicht?’“, zitierte die Tageszeitung „La Repubblica“ (Donnerstagausgabe) den Kardinal.
Auch Verleumdung trete häufig in der Kirche auf. „Ein Segen sind jene Diözesen, in denen keine anonyme Briefe geschickt werden. Es gibt ganze Diözesen, die von anonymen Briefen zerstört worden sind, die oft auch in Rom geschrieben werden“, so Martini, der 22 Jahre lang Mailänder Erzbischof war.
Der Kardinal warnte auch vor Eitelkeit in der Kirche. „Groß ist die Eitelkeit der Kiche, die sich schon in den Gewändern zeigt. In der Vergangenheit trugen die Kardinäle Gewänder mit einer sechs Meter langen Seidenschleppe. Ständig kleidet sich die Kirche mit sinnlosen Ornamenten. Sie hat diesen Hang zur Eitelkeit“, sagte der 81-jährige Kardinal, der an der Parkinsonschen Krankheit leidet und in Jerusalem lebt.
Martini warnte die Priester vor dem Streben nach Karriere. „Auch in der römischen Kurie will jeder mehr sein. Daraus entsteht eine gewisse Zensur der Worte. Man sagt bestimmte Dinge nicht, weil man weiß, dass sie der Karriere schaden könnten. Dies ist ein riesiges Übel der Kirche, weil dies uns daran hindert, die Wahrheit auszusprechen. Man sagt das, was den Vorgesetzten gefällt, man handelt nach dem, was man für deren Wunsch hält und leistet dabei selbst dem Papst einen sehr schlechten Dienst“, sagte Martini.
„Leider gibt es Priester, die sich zum Ziel setzen, Bischöfe zu werden, und es gelingt ihnen. Es gibt Bischöfe, die nicht sprechen, weil sie wissen, dass sie sonst nicht befördert werden. Einige sprechen nicht, um ihre Kandidatur als Kardinal nicht zu blockieren. Wir müssen Gott um das Geschenk der Freiheit bitten. Wir sind aufgefordert, transparent zu sein und die Wahrheit zu sagen“, sagte Martini.
Der Kardinal warnte auch vor einer „Scheinreligiösität“ unter den Geistlichen: „Das ist eine Form von List: eine Religiösität vorzutäuschen, die es nicht gibt.“ Auch das Prahlen sei in der Kirche verbreitet. „Wir lieben mehr den Applaus als die Pfiffe“, meinte der Kardinal.
Il cardinale Martini: "grazie a Mozart affronto il Parkinson"
May 28, 2008
E' anche grazie alla musica di Mozart che il cardinale Carlo Maria Martini riesce a convivere con il morbo di Parkinson, malattia che lo affligge da alcuni anni.
Milano, 28 mag. (Apcom) - Lo ha rivelato in un'intervista esclusiva rilasciata al Telegiornale Regionale Rai della Lombardia in onda questa sera. "C'è una parola del Nuovo Testamento - ha detto Martini - che, in greco, dice Eulabeia che vuol dire prendere bene tutte le cose, prendere le cose per il verso giusto. Io cerco di fare così. E allora, per questo, sono entrato nel mondo della musica di Mozart, per cui si cerca di convivere con le cose spiacevoli guardando ai lati meno spiacevoli o più piacevoli delle cose stesse". Martini afferma di non voler essere "un modello per nessuno", nemmeno per gli altri malati di Parkinson. "Cerco di affrontare giorno per giorno le piccole difficoltà della vita. Sono curato bene, sono seguito da professori molto validi, quindi cerco di fare quello che posso e invito ciascuno a fare così". Sono fortunato di essere qui - prosegue il cardinale - anche se rimpiango, naturalmente, Gerusalemme. Gerusalemme è un grande simbolo, vivere a Gerusalemme riempie il cuore di grandi pensieri, però ho voluto non essere di peso alla casa dove mi trovavo e venire qui, in una residenza più protetta". Su un possibile ritorno proprio a Gerusalemme, il cardinale non si sbilancia: "Insciallah, dicono in Oriente. Cioè, lo desidero molto, però per adesso non so prevederlo. D'altra parte, bisogna cercare Dio là dove si è".
Il cardinal Martini e le "buone idee" di Lutero per il Concilio
May 25, 2008
La chiesa contemporanea "se ne è lasciata ispirare per dar corso al processo di rinnovamento del Vaticano II"
(Il Foglio, 25 maggio 2008) Roma. Il cuore della notte è l’inizio del giorno, e il cardinal Carlo Maria Martini ha trovato un bellissimo titolo per il suo ultimo libro; “Jerusalemer Nachtgespräche” (“Colloqui notturni gerosolimitani”, sottotitolo: “Sul rischio di credere”. Scritto a quattro mani col gesuita viennese Georg Sporschill, per l’editore tedesco Herder, è una riflessione a tutto campo sul cristianesimo e il senso della vita, sulla missione della chiesa e il celibato ecclesiastico, su come recuperare l’energia dei giovani, in una società minata dall’indifferenza e dal materialismo. La forma è quella di un’intensa e sofferta intervista, dove la biografia insegue la teologia, la dottrina della chiesa rincorre le sacre scritture.
E infatti, il riformatore di Santa Romana Chiesa, il gesuita già cardinale di Milano, da molti considerato l’antipapa, strizza l’occhio al principe della Riforma protestante, Martin Lutero, invocando un rinnovamento ecumenico a sfondo biblico. Martini, infatti, è innanzitutto l’esperto biblista che dopo aver scelto di finire i suoi giorni a Gerusalemme, patria dello spirito, “per ritrovare le orme di Gesù”, e aver scelto Parigi per presentare le sue glosse al “Gesù di Nazaret” di Papa Ratzinger, sceglie adesso il tedesco per consegnarci il suo testamento spirituale. In tedesco parla di Lutero, “il più grande riformatore, cui l’amore per le Sacre Scritture ispirò buone idee”; e anche se considera “problematico” il fatto che Lutero abbia “tratto da riforme e ideali necessari un sistema proprio”, Martini riconosce che la chiesa contemporanea “se ne è lasciata ispirare per dar corso al processo di rinnovamento del Concilio Vaticano II, dischiudendo per la prima volta ai cattolici il tesoro della Bibbia su basi più larghe”. E insiste sul nuovo rapporto col mondo, giudicando “il movimento ecumenico una conseguenza della Riforma” sino a rivendicare l’esegesi biblica come elemento chiave della rievangelizzazione che la chiesa è chiamata ad affrontare. Parla infatti di David e Betsabea, di Saul e di re Salomone, ma anche di Luca e di Giovanni, per suffragare il coraggio della fede in Dio e della divina missione umana redentrice, mettendo sullo stesso piano Vecchio e Nuovo Testamento. E dal Vecchio riesuma la vicenda del re che sconfitto Golia, ruba la moglie del suo amico, e viene punito da Dio, con la nascita di un primo figlio nato morto, salvo poi imparare dai propri errori, ravvedersi dalle proprie debolezze, superando le sconfitte, le avversità della vita, senza badare alle ferite sofferte, pur di adempiere alla missione divina.
Così come non separa nettamente tra Vecchio e Nuovo Testamento, Martini non scava trincee nemmeno tra giudaismo, cristianesimo e islam. La Bibbia infatti insegna che “Dio è uno solo, e ama i nemici, soccorre i deboli, e vuole che noi aiutiamo e serviamo tutti gli uomini, anche se lo fa attraverso percorsi diversi”. Il cardinale dunque predica la grandezza del Dio unico, e “l’apertura” del mondo cattolico, e parla di conflitto di civiltà, ma solo per insistere sulla possibilità di neutralizzarlo. “Molti dicono che i musulamani sono per la guerra Santa e vorrebbero chi più chi meno convertirci tutti con la forza, ma nel Corano di questo non c’è traccia”. E ancora, insiste Martini: “Dio non riconosce i limiti e le divisioni costruite dagli uomini, è molto più grande, non se ne lascia addomesticare e nemmeno condizionare”.
La sua, dunque, è una riflessione affidata a domande ficcanti e risposte spesso sconcertanti, dove la ricerca di Dio si confonde spesso nel mistero della sua assenza o della sua indifferenza; e l’esercizio della pratica religiosa lascia volentieri spazio all’autobiografia – memorabili le pagine sul giovane allievo al collegio dei gesuiti di Torino e le virtù spirituali degli Esercizi di Sant’Ignazio di Loyala – come canone di una giusta pedagogia. Suddiviso in sette capitoli, come i giorni della creazione, nel libro il cardinal Martini risponde all’amico viennese parlando a ruota libera di senso della vita e di coraggio, di conquista dell’amicizia e di cultura dell’amore, di unicità di un legame sprituale e liberazione sessuale, ma anche di celibato ecclesiastico e dottrina cattolica in materia di anticoncezionali.
Il tutto s’apre con una doppia avvertenza. Il cardinale racconta l’incontro con padre Sporschill, fondatore di una rete di solidarietà per i ragazzi di strada in Romania e Moldavia, di cui aveva sentito parlare da anni e conosceva il saggio sulle risposte ai giovani tratte dalla teologia di Karl Rahner, il gesuita successore nella cattedra di Romano Guardini alla Ludwig Maximillians Universität di Monaco (la stessa tenuta oggi dal francese Rémi Brague) e protagonista con le sue tesi progressiste della salvezza universale, e dei “cristiani anonimi” del rinnovamento che portò al Concilio Vaticano II. Sporschill, dal canto suo, evoca la natura accidentale del progetto. “Me ne stavo seduto sotto le palme nel giardino dell’Istituto biblico, per scrivere una Guida alla Bibbia per i leader, e ogni giorno incontravo l’ex cardinale, che lavorava al commento del libro del Papa su Gesù. Scoprimmo di trovarci sullo stesso fronte nella battaglia contro l’ingiustizia, pronti a dialogare sui percorsi della fede nell’epoca dell’incertezza”. Da qui l’idea di un libro a partire da domande elementari: come si rivolge a chi non crede? “Gli chiedo quali sono i suoi valori, i suoi ideali” risponde il cardinale. E perché lei crede in Dio? “Perché è buono ed è la cosa più facile e importante della vita,” replica Martini, “anche se a lungo mi son chiesto perché abbia fatto soffrire Cristo suo figlio, facendolo morire sulla croce”. La risposta, l’ha trovata molto dopo. “Senza il dolore, senza la morte, non saremmo in grado di affidarci a Dio, di nutrire la speranza”. E allora, insiste Sporschill, cosa chiederebbe a Gesù, se avesse la possibilità? “Una volta gli avrei chiesto idee migliori, un amore più forte, un coraggio più grande. Adesso gli chiederei solo di accogliermi, di tenermi per mano, di aiutarmi a superare la paura, e non lasciarmi solo”.
La leçon de "réforme" du cardinal Martini à son Eglise
May 22, 2008
Présenté comme son "testament spirituel" par le quotidien italien La Repubblica du 19 mai - qui en publie de larges extraits -, le dernier ouvrage du cardinal Carlo-Maria Martini, 81 ans, risque de susciter des réactions au sommet de l'Eglise catholique.
(LE MONDE, 21.05.08) D'abord, en raison de la personnalité de son auteur, jésuite et exégète brillant, ancien archevêque de Milan qui, lors du conclave romain d'avril 2005 qui désigna Benoît XVI, avait recueilli les suffrages de la minorité progressiste des cardinaux.
Intitulé Conversations nocturnes à Jérusalem - la Ville sainte où le cardinal Martini s'était retiré, avant de rentrer en Italie pour raison de santé -, ce livre d'entretiens avec le Père Georg Sporschill, un ami jésuite, publié en Allemagne aux éditions Herder, appelle l'Eglise à avoir le "courage" de se réformer. Son ton est apaisé et lucide : "J'ai rêvé, confesse-t-il, d'une Eglise pauvre et humble qui ne dépende pas des puissances de ce monde. Une Eglise qui donne du courage à ceux qui se sentent petits ou pécheurs."
Aujourd'hui, je n'ai plus le temps de "rêver", ajoute-t-il. Il ne lui reste que celui de "prier" et d'émettre quelques souhaits. Ainsi lève-t-il un tabou en contestant l'enseignement de l'Eglise sur la sexualité. Il rappelle "les développements négatifs et malheureux" de l'encyclique Humanae vitae sur la régulation des naissances, publiée en juillet 1968 par le pape Paul VI.
Cet interdit jeté sur la pilule et autres moyens de contraception dissociant l'acte sexuel de sa finalité procréatrice avait soulevé une tempête, éloignant de l'Eglise nombre de couples, de médecins, de scientifiques. Le cardinal Martini rappelle que Paul VI s'était emparé d'un sujet qui aurait dû être débattu par l'ensemble des évêques lors du concile Vatican II (1962-1965).
"AUTRE REGARD" SUR LA SEXUALITÉ
"La solitude dans la décision pour traiter des thèmes de la sexualité et de la famille" n'est jamais bonne, estime-t-il quarante ans après. Il souhaite "un autre regard" et presse le pape actuel de rédiger une nouvelle encyclique sur la sexualité, d'"indiquer une voie meilleure que celle d'Humanae vitae". Mgr Martini réclame aussi un plus grand respect de l'Eglise pour les couples homosexuels, précisant que ses relations comprenaient des couples gays et qu'il ne lui était "jamais venu à l'esprit de les condamner".
Autre tabou : l'obligation du célibat des prêtres qui, pour le chef de file progressiste, devrait être réservée à ceux qui en ont "la vraie vocation". Face aux vides créés par la crise du clergé, faire venir des prêtres de l'étranger, d'Afrique ou d'Asie, n'est pas une solution. Celle-ci se trouve plutôt dans l'admission au sacerdoce des "viri probati", ces hommes mariés qui ont l'expérience de l'animation de communautés. De même, souhaite-t-il l'ouverture du diaconat aux femmes.
Le premier défi reste pourtant " le conflit de civilisations". Chrétiens et musulmans ont le " devoir" de se comprendre, insiste-t-il. Cela passe par la suppression des stéréotypes faisant de l'autre un "ennemi", par une meilleure connaissance des différences et des actions communes au service de la justice.
Henri Tincq
Article paru dans l'édition du 22.05.08
Jérusalem: Le cardinal Martini ne rêve plus d’une Eglise pauvre et humble, il prie
May 20, 2008
Il souhaite une nouvelle Encyclique sur le mariage et la sexualité.
Jérusalem, 19 mai 2008 (Apic) Le cardinal italien Carlo Maria Martini a confié certains de ses sentiments à l’égard de l’Eglise dans un livre d’entretiens publié en Allemagne: "Conversations nocturnes à Jérusalem". A 81 ans, l’ancien archevêque de Milan et ancienne figure forte du collège cardinalice y affirme par exemple qu’il ne rêve plus "d’une Eglise pauvre et humble" mais "prie pour l’Eglise". Il y souhaite aussi une nouvelle Encyclique pontificale sur le mariage et la sexualité.
Des extraits de "Conversations nocturnes à Jérusalem", livre d’entretiens avec un jésuite allemand, le Père Georg Sporschill, ont été publiés par La Repubblica, le 19 mai 2008. Dans cet ouvrage présenté par le quotidien italien comme un "testament", le cardinal Martini confesse par exemple ses "difficultés avec Dieu".
"J’ai rêvé, confie par ailleurs le cardinal Martini, d’une Eglise pauvre et humble, qui ne dépende pas des puissances de ce monde. Une Eglise qui fait de la place à ceux qui pensent au-delà. Une Eglise qui encourage, particulièrement ceux qui se sentent petits ou pécheurs. Une Eglise jeune". L’ancien archevêque de Milan affirme ensuite sans concessions: "Aujourd’hui je ne rêve plus ainsi. Passé 75 ans, j’ai décidé de prier pour l’Eglise".
Les "développements négatifs" de l’Encyclique Humanae vitae
Le cardinal Martini aborde aussi la question du rapport entre l’Eglise et la sexualité, n’hésitant pas à évoquer "malheureusement (…) les développements négatifs" de l’Encyclique Humanae vitae sur le mariage et la régulation des naissances de Paul VI (25 juillet 1968). Il souhaite aujourd’hui "un nouveau regard" de l’institution ecclésiale en la matière. Benoît XVI, estime-t-il, peut écrire une nouvelle Encyclique sur la sexualité et "peut indiquer une voie meilleure que Humanae vitae".
"L’Eglise devra trouver de nouvelles idées", confie aussi le cardinal Martini concernant les vocations sacerdotales avant d’affirmer que "la possibilité d’ordonner des viri probati (des hommes mariés, ndlr) doit être évoquée".
Agé aujourd’hui de 81 ans, le cardinal jésuite Carlo Maria Martini a été archevêque de Milan de décembre 1979 à juillet 2002. Il s’est ensuite retiré à Jérusalem pour approfondir ses études bibliques. Il est récemment rentré dans le nord de l’Italie, fortement atteint par la maladie de Parkinson. (apic/imedia/ami/be)
„Jerusalemer Nachtgespräche“ (Kardinal Martini/P. Sporschill) führen zu Gott
Apr 08, 2008
Von Katharina Wilczek.
WIEN, 7. April 2008 (ZENIT.org).- Vor einer Woche ist ein neues Buch erschienen, dass die Welt des Glaubens um Vieles bereichert. Mit einfachen und klaren Worten werden kritische Fragen der Jugend über aktuelle und immer schon vorhandene Fragen beantwortet.
P. Georg Sporschill, österreichischer Jesuit und Sozialseelsorger, der in Osteuropa ein Betreuungsnetz für Straßenkinder und verwahrloste Jugendliche aufgebaut hat, befragt Kardinal Carlo M. Martini, der als Erzbischof von Mailand die größte Diözese der Welt leitete und sich nach einem erfüllten Leben nach Jerusalem zurückgezogen hat, zu Themen, die die Kirche betreffen, zu Gott und Glaube, zum Christsein in der Welt, zu Liebe, Sexualität und Zölibat, zum Umgang mit anderen Religionen und mit den jungen Menschen, zum Leid in der Welt und vielem mehr.
Aus reicher Erfahrung schöpfend, antwortet der Kardinal, der als „papabilis“ galt, voller Liebe, Güte und Weisheit. Zu Fragen nach dem Glauben meint er: „Wer die Augen aufmacht, kann viele Zeugnisse des Glaubens sehen.“ Mit der Frage: „Wie oft wurde ich gerettet?“, hilft er dem Leser auf der Suche nach Gott.
Martini gibt Hinweise dafür, dass Gott für jeden erfahrbar ist: „Gott zu erfahren ist das Leichteste und gleichzeitig das Wichtigste im Leben. Ich kann ihn erfahren in der Natur, in den Sternen, in der Liebe, in der Musik und Literatur, im Wort der Bibel und noch auf viele andere Weisen. Es ist eine Kunst der Achtsamkeit, die du genauso lernen musst wie die Kunst des Liebens oder wie die Kunst, tüchtig zu sein im Arbeiten.“
„Nur wenn wir mit den Augen des Glaubens die Welt – so wie sie ist – betrachten, kann sich etwas ändern. Der Glaube weckt die Liebe, sie führt dazu, sich für andere einzusetzen. Aus der Hingabe entsteht Hoffnung – trotz des Leids.“
Die Liebe ist für den Kardinal etwas Grenzenloses. Und „wenn du grenzenlos wörtlich nimmst, führt die Liebe zu Gott.“
Gott ist einer, „der Schwachen aufhilft, der die Schwachen liebt, der will, dass wir auf unterschiedlichen Wegen allen Menschen helfen und dienen“.
Ohne Vorbehalte geht Kardinal Martini auch auf heikle Themen wie Sexualität und Zölibat ein. Ohne zu verurteilen oder Forderungen zu stellen, gibt er der Jugend klare Verhaltensrichtlinien, die ihren Ursprung in der Bibel finden. Er fordert uns alle auf, immer in uns hineinzuhören, ob etwas aus Liebe geschieht. „Die Antwort gibt dir dein Herz.“
Den Auftrag der Kirche sieht er darin, Menschen – durchaus „auch wortlos“ – Schritt für Schritt auf dem Weg der Liebe zu begleiten, auf dem Weg der Liebe und „somit auf dem Weg zu Gott“. Und die Welt zu verändern heißt nach seinen Worten: den Menschen die Ängste nehmen, Aggressionen eindämmen, die Ungerechtigkeiten zwischen Arm und Reich abschaffen. Darüber hinaus aber vor allem: den Menschen Heimat geben, damit sie sich aufgehoben fühlen, ob als Kleinkind, als Fremder, als Alter, als Sterbender oder als Kranker.
Das neue Buch vermittelt Hoffnung, gibt in schwierigen Zeiten Mut und bringt den Leser mit sehr einfachen und doch tiefen Worten Gott und Jesus näher.
[Kardinal Carlo M. Martini/Georg Sporschill: Jerusalemer Nachtgespräche. Über das Risiko des Glaubens, Herder Verlag, ISBN 978-3-451-05979-7, Preis: € 9,20]
Il cardinale Martini a Gallarate
Mar 30, 2008
Il prelato soggiorna all'Aloisianum in occasione delle visite di controllo per il morbo di Parkinson di cui soffre. Ma c'è chi dice che potrebbe ritornarci, per restare.
(varesenews.it, 29 Marzo 2008) Gallarate - Il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo della diocesi di Milano fino al 2002 e a lungo considerato tra i veri papabili dopo Wojtila, è ritornato a Gallarate in questi giorni, per sottoporsi ad alcuni esami per il morbo di Parkinson, da cui è affetto da alcuni anni. Il prelato ottantunenne ha alternato fino ad oggi periodi passati a Gerusalemme presso il Pontificio Istituto Biblico (dove si dedica agli studi biblici e offre – nel cuore del conflitto mediorientale – la sua «preghiera d’intercessione»), con altri nella casa dei gesuiti a Galloro (in provincia di Roma).
Poco trapela – come ovvio – dalla Chiesa locale, che non conferma quanto si è detto di recente circa un possibile ritorno definitivo di Martini a Gallarate, presso l’istituto Aloisianum che ora ospita molti gesuiti anziani, anche non pienamente autosufficienti. Per il cardinale – che ha sempre espresso la volontà di passare i suoi ultimi anni di vita a Gerusalemme – si tratterebbe, eventualmente, di un ritorno a Gallarate per ragioni di salute, anche se, come detto, nulla viene confermato né smentito ad oggi se non la sua permanenza in città per i controlli sanitari.
Nell’istituto gallaratese il futuro arcivescovo di Milano soggiornò per tre anni, dai 19 ai 21 anni, nel corso di un periodo di studio. “Furono anni straordinari – ha ricordato Martini in una predica nella Basilica gallaratese, nel 2005 - erano gli anni dell’immediato dopoguerra, anni in cui si soffriva molto e mancavamo quasi di tutto. Ricordo che studiavamo alla luce delle lampade acetilene, si era tutti molto poveri ma c’era una grande voglia di fare, un grande entusiasmo, una grande volontà di ricostruire», al di là dei laceranti conflitti ideologici che dividevano il Paese.
Ogni giorno leggerne una pagina
Nov 22, 2007
Intervista con il cardinale Martini sul Sinodo convocato dal Papa sul tema della Parola di Dio.
(Radio Vaticana, 21/11/2007) Sono stati pubblicati in questi giorni i Lineamenta del Sinodo convocato da Benedetto XVI per l’ottobre del prossimo anno sul tema della Parola di Dio. Il Papa, nell’udienza generale del 14 novembre scorso, ha invitato i fedeli a leggere con frequenza la Bibbia, ricordando, con San Girolamo, che ignorare la Sacra Scrittura è ignorare Cristo. Ma quali potrebbero essere oggi delle proposte per “rafforzare”, come dicono i Lineamenta, la pratica di incontro con la Parola come fonte di vita? Fabio Colagrande lo ha chiesto al cardinale Carlo Maria Martini, raggiunto telefonicamente al Pontificio Istituto Biblico di Gerusalemme:
R. – Il Papa ha citato San Girolamo, che appunto dice che ignorare le Scritture è ignorare Cristo, ed è stato molto bello da parte sua insistere – come ha fatto anche in altre udienze – su questa lettura della Scrittura. Io credo che ciò che bisognerebbe rafforzare è soprattutto quella che il Papa chiama “lectio divina”, cioè la lettura della Scrittura come fonte di preghiera. Questo, sia per i singoli, sia per i gruppi. Credo che rafforzando questo si ottiene un grande amore verso la Parola di Dio e si scoprono i suoi tesori.
D. – Cardinal Martini, i Lineamenta parlano dei rischi dell’interpretazione arbitraria e riduttiva della Parola, i rischi che nascono dalle letture ideologiche o semplicemente umane, senza il supporto della fede. Quali sono, secondo lei, oggi i rischi più gravi che riguardano l’interpretazione della Parola di Dio?
R. – Ma tali rischi erano stati anche già elencati molto bene nel documento della Commissione Biblica del 1993; sono apparsi nell’esegesi del secolo trascorso. Là menziona soprattutto quelli che si potrebbero chiamare “approcci contestuali”, cioè per esempio l’approccio liberazionista che si concentra su testi narrativi e profetici che illuminano una situazione di oppressione ma rischia di trascurare altri testi e quindi di restringere il messaggio biblico; poi, c’è un approccio detto “femminista” che ha dei valori, certamente, ma – come diceva la Commissione Biblica – nella misura in cui tale esegesi si basa su un partito preso, corre il rischio di interpretare i testi in modo tendenzioso. E poi, c’è la lettura “fondamentalista”, che forse è il pericolo più grave, cioè leggere la Scrittura rifiutando di tener conto del carattere storico della Rivelazione biblica, quindi non accettando la verità dell’Incarnazione. E questo fondamentalismo insiste in modo indebito sull’inerranza dei dettagli nei testi biblici, e per quanto riguarda i Vangeli non tiene conto della crescita della tradizione evangelica. Quindi, sono tutte letture che sono state – diciamo – in gran parte superate ma che rimangono sempre come pericolo nel Popolo di Dio.
D. – A proposito dell’interpretazione, cardinal Martini, quale compito spetta al Magistero nel servizio della Parola di Dio?
R. – Il Magistero ha un compito molto importante, che era già stato definito molto bene dal Vaticano II nella “Dei Verbum”. Là si diceva che l’ufficio di interpretare autenticamente la Parola di Dio è stato affidato al solo Magistero vivo della Chiesa e poi però aggiungeva: il quale Magistero, però, non è al di sopra della Parola di Dio, ma la serve insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso. Quindi, il Magistero è al servizio della Parola ed è per l’interpretazione autentica di questa Parola.
D. – Benedetto XVI insiste affinché accanto all’esegesi storico-critica sia data veramente un’introduzione alla Scrittura viva come attuale Parola di Dio. Come compiere quest’attualizzazione?
R. – Questa insistenza è molto importante, appunto perché non ci si limiti ai soli aspetti esteriori. L’attualizzazione viene soprattutto – come ho già ricordato – in quella che viene chiamata la “lectio divina”, cioè un approccio al testo della Scrittura come qualcosa in cui Dio parla a me o parla di me e mi invita a pregare, a risponderGli. Quindi è un approccio vivo, non è un approccio scolastico o astratto, ma un approccio vivo che io ho spesso fatto con moltissimi giovani e ho visto come tanti giovani rispondevano con grande intensità a questa interpellazione della Scrittura.
D. – Anche sulla base della sua lunga esperienza pastorale, lei crede – cardinal Martini – che noi oggi corriamo il rischio di una evangelizzazione, di una catechesi distaccate dalla Parola?
R. – Eh sì, questo rischio lo si corre un po’ sempre quando si vuole fare un’evangelizzazione puramente intellettuale, astratta e quindi non si tiene conto della Parola. Perciò è importante nell’evangelizzazione proprio far leggere i Vangeli.
D. – Infine, proprio rivolgendosi a chi ci ascolta, cardinal Martini: come inviterebbe a tornare alla Parola?
R. – Io inviterei a prendere fin da oggi il Vangelo di Marco e a leggerne una pagina, e poi un’altra domani e così ogni giorno leggerne una pagina e “pregarci su” alcuni minuti. Credo che sarebbe la migliore introduzione alla Scrittura.
El cardenal Martini dice que en cada persona hay un ateo en potencia
Nov 17, 2007
El cardenal Carlo María Martini, considerado uno de los 'papables' del último cónclave, ha afirmado que en cada una de las personas hay 'un ateo potencial, que grita y susurra cada día sus dificultades para creer'.
(Terra Actualidad - EFE, 16-11-2007) El jesuita Martini, de 80 años, que fue arzobispo de Milán (norte de Italia) hasta 2002, ha hecho esta reflexión en un artículo para la revista italiana 'Kos' en el que habla del sentido de la fe y la dificultad para seguir a Dios 'hasta el fondo'.
El purpurado recordó que cuando era pequeño le gustaba la frase de san Francisco 'mi Dios es todo para mí', ya que para él Dios era una totalidad, una realidad en la que todo se resumía y todo encontraba razón de ser.
Con el paso de los años, el jesuita se dio cuenta de que hablar de Dios suponía 'afrontar una duplicidad, como una contradicción casi insuperable, la de pensar en una Realidad sagrada, inaccesible, a un Ser profundamente distante, del que no se puede decir el nombre, del que no se sabe casi nada'.
'Y todo ello con la certeza de que este Ser es cercano a nosotros, nos ama, nos busca, nos quiere y se dirige a nosotros con compasión y perdón', agregó Martini, quien subrayó que tener juntas esas dos cosas 'parece casi imposible, como lo es tener juntas la justicia rigurosa y la misericordia infinita de Dios'.
El cardenal puntualizó que los hombres no eligen entre una y otra, 'vivimos en vilo'.
En su artículo sobre la búsqueda de Dios, Martini manifiesta que para algunos la realidad de Dios se conoce mediante un simple razonamiento, pero que para otros 'son necesarias muchas disposiciones del corazón y de la persona'.
A este respecto destacó que el Concilio Vaticano I afirmó que es posible conocer a Dios con la sola fuerza de la razón y que él así lo siguió, pero que tal vez se trata 'de la razón natural concebida en abstracto, antes del pecado'.
La naturaleza humana, según Martini, necesita 'ayudas concretas', que le vienen dadas en 'abundancia' por la misericordia de Dios.
El cardenal señaló también que cuando se habla de creer en Dios se admite expresamente que en ese conocimiento hay un acto de confianza y entrega, 'pero que todos sabemos que no se puede obligar a nadie a tener confianza'.
'Yo puedo confiar en otro sólo cuando éste sepa infundir confianza en mí y sin ésta no se puede vivir. La adhesión a Dios comporta una atmósfera general de confianza en la justicia y en la verdad de la vida y por tanto en la justicia y en la verdad de su fundamento', escribe el purpurado.
El anciano cardenal recuerda las palabras del teólogo Hans Küng: 'que Dios exista puede ser admitido sólo en base a una confianza que hunde sus raíces en la misma realidad'.
Il libro del cardinal Martini sulle religioni. "I colori di Dio"
Oct 28, 2007
Lo scopo dell'iniziativa non è enciclopedico e quindi le testimonianze fotografiche raccolte non esauriscono l'immenso panorama delle fedi. Si desidera però mostrare come le religioni siano e possano essere fattori di pace, e non di divisione.
(korazym.org, 27/10/2007) La Case editrice Monti di Saronno (VA) in collaborazione con la Casa della Carità di Milano presenta il libro e la mostra fotografica del card. Carlo Maria Martini e di Enrico Mascheroni, "I colori di Dio" (pagg. 160 a colori, Euro 20,00).
I colori di Dio presenta, attraverso un percorso originale ed emozionante, molte delle religioni presenti nel mondo: dalle grandi religioni monoteiste, alle cosiddette religioni popolari e indigene. Uomini e donne di tutto il mondo testimoniano con la loro preghiera, i loro riti, la loro spiritualità, che la religiosità è un fattore intrinseco e indispensabile alla vita dell’uomo. Lo scopo dell’iniziativa non è enciclopedico e quindi le testimonianze fotografiche raccolte non esauriscono certo l’immenso panorama delle fedi. Si desidera però mostrare come le religioni siano e possano essere fattori di pace, e non di divisione. "Scorrendo le bellissime fotografie raccolte in questo libro si ricava una impressione generale di serenità, di amicizia, di fiducia, di pace. I gesti religiosi che esse presentano sono visti come generatori di gioia e di equilibrio, come fonte di mutua intesa fra gli uomini e le donne di questomondo. (…) Perciò, ritornando al contenuto in queste fotografie, vediamo come la pace deriva direttamente da ogni vera religiosità. Le religioni possono fare molto per la pace e per questo debbono conoscersi, aiutarsi, fermentarsi a vicenda per scoprire sempre meglio il grande mistero che è nascosto nel cuore dell’uomo da Colui che lo ha fatto a sua immagine" (cardinale Carlo Maria Martini).
Il libro I colori di Dio sarà presentato domenica 28 ottobre alle ore 17.30 presso l’Angelicum di Milano in piazza Sant’Angelo 2, nell’ambito dell’incontro interreligioso organizzato "nello Spirito di Assisi".
Retired cardinal explains why he won't celebrate Tridentine Mass
Aug 01, 2007
Although he loves the Latin language and would have no technical difficulty even preaching in Latin, retired Cardinal Carlo Maria Martini of Milan, Italy, said he would not celebrate the Tridentine Mass.
By Cindy Wooden
Catholic News Service (31/07/2007)
ROME (CNS) -- Although he loves the Latin language and would have no technical difficulty even preaching in Latin, retired Cardinal Carlo Maria Martini of Milan, Italy, said he would not celebrate the Tridentine Mass.
The 80-year-old cardinal, writing in an Italian newspaper July 29, said he admired Pope Benedict XVI's "benevolence" in allowing Catholics "to praise God with ancient and new forms" by permitting wider use of the 1962 form of the Mass.
However, he wrote in the July 29 edition of Il Sole 24 Ore, his experience as a bishop convinced him of the importance of a common liturgical prayer to express Catholics' unity of belief.
Pope Benedict allowed for wider use of the Tridentine Mass in a July 7 document. The Tridentine Mass is the Latin-language liturgy that predates the Second Vatican Council; it was last revised in the 1962 edition of the Roman Missal.
The cardinal, a widely respected biblical scholar, said the first reason he would not use the old Mass is because "with the Second Vatican Council there was a real step forward in understanding the liturgy and its ability to nourish us with the word of God, offered in a much more abundant way than before."
The old Mass has a one-year cycle of Scripture readings, while the new Mass uses a three-year cycle of different readings for Sundays and a two-year cycle for weekdays.
Cardinal Martini said his second reason for not going back to the old Mass was that it would be symptomatic of "that sense of closure that emanated from the entire kind of Christian life that people lived then."
The cardinal wrote, "I am very grateful to the Second Vatican Council because it opened doors and windows for a Christian life that was happier and more humanly livable."
Obviously, he said, it was possible to live a holy and happy Christian life before the council, but "Christian existence lacked that little grain of mustard that gives added flavor to daily life."
Cardinal Martini's third reason was the need for unity in prayer within each diocese and a practical concern for bishops already struggling to find and assign priests in a way that makes the Eucharist available to as many people as possible.
"Here I trust in the traditional good sense of our people, who will understand how the bishop already struggles to provide the Eucharist to everyone and that it would not be easy to multiply the celebrations or pull out of thin air ordained ministers capable of meeting all the needs of individuals," he said.
Cardinal Martini said the first 35 years of his life -- his first Communion, theology studies and ordination -- were marked by the old Mass.
"It was in the framework of this rite that there began and developed that contact with the divine" and with the mysteries of God who "surrounds us, penetrates us, gives us live and makes us sense a holy presence," he said.
While he would not use the permission granted by the pope in early July, Cardinal Martini said the pope's willingness to satisfy those Catholics attached to the old rite could signal an "openness to reaching out to everyone, which gives hope for a future of dialogue among all who seek God with a sincere heart."
Il cardinale Martini: non celebro in latino
Jul 31, 2007
L'arcivescovo emerito di Milano interviene nel dibattito sulla liberalizzazione del rito tridentino. Sono legato alla liturgia preconciliare, scrive, ma con il Concilio Vaticano II si è fatto un bel passo in avanti.
(korazym.org, 30/07/2007) È una posizione che farà discutere. Nessuna critica al papa e anche spazio ai ricordi personali, ma il cardinale Carlo Maria Martini annuncia che non celebrerà la messa con il messale preconciliare. L'arcivescovo emerito di Milano ne parla in un intervento pubblicato sul supplemento domenicale de “Il Sole 24 Ore”: un testo per confermare il legame alla liturgia antica usata “dalla prima comunione all'ordinazione sacerdotale” e al tempo stesso, chiarire tre concetti che suonano come delle vere e proprie perplessità sulla liberalizzazione decisa da Benedetto XVI.
In primo luogo, il cardinale spiega di non voler usare il messale antico, “perché ritengo che con il Concilio Vaticano II si sia fatto un bel passo avanti per la comprensione della liturgia e della sua capacità di nutrirci con la Parola di Dio, offerta in misura molto più abbondante rispetto a prima". "Di fatto bisogna riconoscere che per molta gente la liturgia rinnovata - continua il card. Martini - ha costituito una fonte di ringiovanimento interiore e di nutrimento spirituale". E anche se ci sono stati degli abusi, ''non mi pare tanti presso di noi''.
"In secondo luogo - sottolinea il cardinale - non posso non risentire quel senso di chiuso, che emanava dall'insieme di quel tipo di vita cristiana così come allora lo si viveva, dove il fedele con fatica trovava quel respiro di libertà e di responsabilità da vivere in prima persona di cui parla san Paolo ad esempio in Galati 5,1-17". Al contrario, "sono assai grato al Concilio Vaticano II perché ha aperto porte e finestre per una vita cristiana più lieta e umanamente più vivibile”.
La terza spiegazione tira in ballo la comunione e questioni di praticità. "Pur ammirando l'immensa benevolenza del papa che vuole permettere a ciascuno di lodare Dio con forme antiche e nuove - conclude il cardinale - ho visto come vescovo l'importanza di comunione anche nelle forme di preghiera liturgica che esprima in un solo linguaggio l'adesione di tutti al mistero altissimo". "E qui confido nel tradizionale buon senso della nostra gente, che comprenderà come il vescovo fa già fatica a provvedere a tutti l'Eucaristia e non può facilmente moltiplicare le celebrazioni ne' suscitare ministri ordinati capaci di venire incontro a tutte le esigenze dei singoli - conclude il cardinale - Ricavo come valido contributo del 'Motu propio' la disponibilità ecumenica a venire incontro a tutti, che fa ben sperare per un avvenire di dialogo fra tutti coloro che cercano Dio con cuore sincero".
»Alte Messe erweckt ein Gefühl von Verschlossenheit«
Jul 31, 2007
Der frühere Erzbischof von Mailand, Kardinal Martini, hat sich am Montag kritisch zu der von Papst Benedikt wiedereingeführten Messe nach dem Tridentinischen Ritus geäußert. Er wecke in ihm „ein Gefühl von Verschlossenheit“, sagte Martini gegenüber der italienischen Tageszeitung „Il Sole 24 Ore“.
(Jesus.de, 31.07.2007) Die alte Liturgie ließe kaum die Freiheit spüren, von der die Bibel spreche, sagte der 80-jährige Kardinal. Das Zweite Vatikanische Konzil habe die Türen für ein froheres und menschlicheres christliches Leben geöffnet. Außerdem halte er es für wichtig, eine gemeinsame Form des Gottesdienstes abzuhalten. Bewunderung zollte der Kardinal Papst Benedikt für das „ungeheure Wohlwollen“, mit dem er den Gemeinden die Wahl lasse, ob sie Gott nach dem alten oder nach dem neuen Ritus loben wollen.
Die alte Form der katholischen Messe wurde während des „Zweiten Vatikanischen Konzils“ (1962-1965) zum besseren Verständnis aktualisiert. Unter anderem wird dieser alte Ritus komplett in lateinischer Sprache und ohne Laienbeteiligung zelebriert.
Martini on Benedict's book: 'It's the book I wanted to write'
May 25, 2007
By JOHN L. ALLEN JR.
(http://ncrcafe.org, May 25 2007) New York - Perhaps the member of the College of Cardinals with the greatest claim to Biblical expertise, not to mention a history of occasional theological tension with the pope, has weighed in on Benedict XVI’s new book Jesus of Nazareth, calling it “very beautiful” and saying that in some ways it’s the book on Jesus he had hoped to write.
Cardinal Carlo Maria Martini, the emeritus archbishop of Milan, and a figure popularly seen as a liberal alternative to the conservatism associated with Benedict XVI, spoke as part of the French launch of Jesus of Nazareth in Paris on Wednesday. His comments were published on Thursday, in full, by Corriere della Sera, Italy’s leading daily newspaper.
“In my view, the book is very beautiful,” Martini said. “It’s easy to read, and it helps us to better understand Jesus, the Son of God, and at the same time the great faith of the author.”
“I also thought that, towards the end of my life, I would write about Jesus as the conclusion of the studies I’ve done of the texts of the New Testament,” Martini said. “Now, it seems to me that this work of Joseph Ratzinger corresponds to my desires and to my expectations, and I’m very happy that he’s written it.”
Martini is a Biblical expert with a long-standing interest in Christology. A Jesuit, he completed a doctorate in theology at the Gregorian University in 1958 with a thesis on “The Problem of the Resurrection.” He later earned a doctorate in Scripture at the Pontifical Biblical Institute, this time writing on “The Problem of the Recension of Codex B in light of the Bodymer Papyrus XIV.” He served as rector of the Pontifical Biblical Institute from 1969 to 1978. He was the lone Catholic on the ecumenical working group which prepared a new critical edition of the New Testament in Greek.
Martini phrased his comments on Jesus of Nazareth as a response to five questions:
• Who is the author of this book?
• What subject does he talk about?
• What are his sources?
• What is his method?
• What overall judgment should we give of the book?
The Author
The author of Jesus of Nazareth, Martini said, is not Pope Benedict XVI, but rather Joseph Ratzinger, “who was a professor of Catholic theology in various German universities beginning in the 1950s, and, in this capacity, followed the evolution and the different vicissitudes of historical research on Jesus, a research which developed among Catholics in the second half of the century.”
Martini noted that Ratzinger himself in his preface wrote that the book is not a magisterial act and hence everyone is free to contradict him. All Ratzinger asked from his readers was a benevolent spirit.
“We’re certainly ready to give him this benevolence, but we think it won’t be easy for a Catholic to contradict what is written in this book,” Martini conceded, speaking in the plural on behalf of Ratzinger’s readers. Nevertheless, Martini said, he’ll proceed in a spirit of liberty.
Martini noted that Ratzinger is a theologian, not an exegete, “and although he moves easily through the exegetical literature of his era, he’s not done any first-hand studies, for example, on the critical text of the New Testament.” In fact, Martini observed, “he almost never cites the possible variants of texts, nor does he enter into debates over the value of manuscripts, accepting on this point the conclusions that most exegetes regard as valid.”
The Subject
As for the book’s subject, Martini said that while the official title is Jesus of Nazareth, he believes the real title should be Jesus of Nazareth, Yesterday and Today.
“The author passes easily from consideration of the facts about Jesus, to the importance of these facts for the following centuries and for our church today,” Martini said. This capacity to make the New Testament material relevant, Martini said, “gives the book a flavor and a breadth that other books on Jesus, generally preoccupied with meticulous discussions of isolated events in his life, don’t have.”
Among other things, Martini, a longtime veteran of Jewish-Christian dialogue, said that Ratzinger “is very concerned to anchor the Christian faith in its Jewish roots.”
Martini summarized Ratzinger’s approach as a “reciprocal interweaving of historical knowledge and the knowledge of faith, where each of these approaches maintains its dignity and its liberty, without mixtures and without confusion.”
The Sources
In the main, Martini said, Ratzinger’s sources are the four gospels of the New Testament themselves, as well as a wealth of secondary literature. In the end, Martini said, Ratzinger’s conclusions are close to those of the German exegete Martin Hengel, “although with a different balance and order.”
Best known for his work on Judaism during the Hellenistic period, Hengel is an emeritus professor of New Testament and Early Judaism at the University of Tübingen, where Ratzinger himself once taught. Hengel takes the New Testament authors seriously, frequently criticizing modern scholars who are more skeptical.
In passing, Martini said that while he appreciates Ratzinger’s treatment of the Gospel of John, many experts would not recognize themselves in the assertion that “modern research perfectly supports” the conclusion that John, the son of Zebedee, is “the eyewitness” who is the “true author of the Gospel.”
The Method
Martini said that Ratzinger clearly rejects what some critics, especially in the Anglo-Saxon world, call “the imperialism of the historical-critical method.” According to Martini, Ratzinger regards historical-critical work as important, but by itself it runs the risk of “fracturing the text” and rendering its content “incomprehensible.”
Instead, Martini said, Ratzinger chooses to read the Bible as a unity, through a “Christological hermeneutic” – recognizing that this presupposes an “act of faith” rather than a result of historical scholarship.
Yet, Martini said, that act of faith is not irrational. In fact, he said, Ratzinger stresses that the Christ of the church’s faith is a far more historically convincing figure than skeptical modern reconstructions. Something big had to have happened, Ratzinger argues, for Jesus’ disciples to have recognized in him the presence of God.
Ratzinger’s bottom line, Martini said, is that the Bible, and in particular the Gospels, is not simply a collection of texts with their own history, content, and perspective. It is a unified whole, which expresses “a coherent message.”
Overall Judgment
Martini noted that Jesus of Nazareth is fast becoming a global best-seller, but cautioned that “all things considered, this is not a particularly significant index of the book’s value.”
Instead, Martini said, the importance of the book is that it is the “mature fruit of meditation and study that has occupied an entire lifetime.”
The book, Martini said, “is a great and ardent witness to Jesus of Nazareth and his significance for human history, and for our perception of the true figure of God.”
“It’s always comforting to read testimonies such as this,” Martini said.
Further, Martini said, Jesus of Nazareth does not stop at presenting the figure of Christ. Ratzinger also pushes his readers to recognize that love of Jesus necessarily flows into love of one’s neighbor, and hence into service to others.
“I hope that many will have the joy that I experienced” in reading the book, Martini said.
Le cardinal Martini est venu à Paris présenter le livre de Benoît XVI
May 24, 2007
Suite de la sortie mondiale du "Jésus de Nazareth" de Joseph Ratzinger-Benoît XVI, jeudi dans les librairies françaises, avec une présentation prestigieuse à l'Unesco.
(La Croix, 24/05/2007) Il ne manquait que le pape. Mercredi 23 mai, dans la prestigieuse enceinte de l’Unesco à Paris, le cardinal Carlo Maria Martini, archevêque émérite de Milan, et Mgr Joseph Doré, archevêque émérite de Strasbourg, présentaient l’ouvrage de Benoît XVI intitulé Jésus de Nazareth, pour la sortie française de l’ouvrage, jeudi 24 mai dans les librairies (1).
Il ne manquait en effet que le pape, ou plutôt le théologien Joseph Ratzinger, puisque les deux éminents professeurs, invités en cette enceinte par la Librairie Éditrice vaticane et la librairie parisienne La Procure, se sont livrés à une analyse théologique serrée de ce livre « privé » de Benoît XVI, sous la conduite du P. Michel Kubler, rédacteur en chef religieux de La Croix (2).
Après l’accueil par Mgr André Vingt-Trois, archevêque de Paris, le cardinal Martini, exégète de renommée internationale, a ouvert le propos, passant en revue points forts et points faibles de l’entreprise éditoriale du théologien devenu pape. « Dans un esprit de liberté », a tenu à préciser le jésuite italien, ajoutant, non sans malice qu’« il ne sera pas facile pour un catholique de contredire ce qui est écrit dans ce livre ».
Le pape « ne discute pas la valeur des manuscrits »
Une seule critique vraiment fondamentale dans sa bouche : l’auteur de ce Jésus de Nazareth, qui « n’est pas exégète, mais théologien, bien qu’il se meuve avec aisance dans la littérature exégétique de son temps », n’a pas fait « des études de première main sur le texte critique du Nouveau Testament ».
Ainsi, le pape « ne discute pas la valeur des manuscrits » et « accepte les conclusions de ce que la plupart des exégètes retiennent comme valables », observe le cardinal. Il y a donc des « petites fautes », note le professeur Martini, mais sans gravité car « ce n’est pas un livre magistériel ».
L’exégète a plutôt apprécié trois points forts : le fait que le livre dépasse largement la période historique de Jésus, les nombreuses « allusions aux questions contemporaines » lui donnent une certaine « ampleur » par rapport à tant de livres « préoccupés par la discussion méticuleuse des seuls événements de sa vie ».
"Très soucieux d’ancrer la foi chrétienne dans ses racines juives"
Ensuite, le fait que Benoît XVI soit « très soucieux d’ancrer la foi chrétienne dans ses racines juives ». Enfin, ce qui est à ses yeux « la nouveauté de ce livre : le courage avec lequel l’auteur propose son option méthodologique contre la méthode historico-critique, refusant la contradiction entre la foi et l’histoire ».
Le jugement global du redouté intellectuel italien est donc très positif : « Le livre est très beau », « il nous fait mieux comprendre à la fois Jésus fils de Dieu et la grande foi de l’auteur ». Il ajoute : « C’est un grand et ardent témoignage sur Jésus de Nazareth et sur sa signification pour l’histoire de l’humanité et pour la perception de la vraie figure de Jésus. »
En conclusion, le cardinal, aujourd’hui retiré à Jérusalem, est allé jusqu’à la confidence : « Je pensais moi-même, vers la fin de ma vie, écrire un livre sur Jésus comme conclusion de mes travaux sur les textes du Nouveau Testament. Or, il me semble que ce livre de Joseph Ratzinger correspond à mes désirs et à mes attentes, et je suis très content qu’il ait été écrit. »
"La sensibilité d’un amoureux qui s’exprime"
Mgr Joseph Doré, pour sa part, s’est livré à une analyse plus linéaire de l’ouvrage, à partir de ce qu’il a délimité comme clé de voûte : « Jésus est le nouveau Moïse, venu révéler le vrai visage de Dieu. » « C’est le cœur du livre, insiste ce spécialiste reconnu en christologie. Si on manque cela, on passe à côté. »
S’ensuivent quatre lignes de force : « La centralité de Jésus, l’unicité de son rapport à Dieu, la radicalité demandée à ses disciples, et l’identité de Jésus fils de Dieu. » Mais l’ancien archevêque de Strasbourg s’est surtout attaché à creuser « la méthode » de ce livre, non sans surprise : « Le pape aurait eu une belle occasion de donner l’enseignement magistériel, or, il ne le fait pas, à aucun moment il ne se réfère au Magistère ! » De même, l’auteur du livre prend des distances avec la méthode historico-critique de l’exégèse : « Le dernier mot de la connaissance ne revient pas à l’histoire comme science, même si elle est indispensable. »
Même sort pour une analyse de la vie du Christ qui ne s’appuierait que sur les conditionnements sociaux et politiques : « Ce que Jésus apporte, ce n’est rien de moins que Dieu ; l’Évangile n’est pas un programme social et politique. » La méthode Ratzinger face à la Bible, en un mot, est « de faire confiance aux Évangiles ».
En conclusion, l’ancien doyen à la Catho de Paris a évoqué « l’autorité » de l’ouvrage. Si l’auteur, pape et théologien – le livre comporte la double signature –, « ne cherche pas à nous contraindre », constate Mgr Doré, sa production tient à la fois de la « méditation personnelle », de la « recherche du spécialiste », du « témoignage », mais aussi « de l’engagement polémique qui parle en termes cinglants de certaines tendances de l’exégèse ». En effet, justifie Mgr Doré, qui fut élève du professeur Ratzinger à Münster, c’est parfois « la sensibilité d’un amoureux qui s’exprime. Il aime Jésus ».
(1) Flammarion, 428 p., 22,50 €.
(2) La Croix publiera ces deux interventions dans le cahier « Forum & débat » du vendredi 1er juin.
Martini, Mozart e il morbo maledetto
May 23, 2007
Che le sue note, i suoi arabeschi melodici e finanche i demoniaci contrappunti sinfonici, potessero confortare lo spirito degli appassionati e l’animo degli ascoltatori di tutti i tempi, era scritto nelle partiture dei capolavori e nelle precoci biografie del prodigioso talento musicale.
(Affari Italiani, 22.05.2007) Ma che il massone Wolfgang Amadeus Mozart potesse rappresentare la panacea non prescrivibile o il viatico terapeutico per il Cardinale Martini, un Papa mancato, affetto dal morbo di Parkinson, è cosa di certo curiosa.
Il Cardinale è sincero, nella sua riconoscenza: “Mozart per me è diventato molto importante. Da quando ho scoperto che nel morbo di Parkinson la sua musica aiuta a sciogliersi, a camminare, ad esercitarsi. La ascolto molte ore al giorno, fin dall’alba quando mi sveglio e guardo, dalla mia finestra a Gerusalemme, le prime luci sul Monte degli Ulivi”.
Le ricerche effettuate nell’Università americana di Oshkosh, nel Wisconsin, e gli studi coordinati dal neurologo Fran Rauscher, ricevono oggi l’imprimatur cardinalizio della gerarchia vaticana. Le opere del compositore austriaco aiutano il cervello a funzionare meglio e con maggiore rapidità, al punto che possono rallentare gli effetti neuro-degenerativi dell'Alzheimer o del Parkinson.
Con il cosiddetto ‘effetto Mozart’ le note del “Flauto magico” o di “Così fan tutte”, piuttosto che le sinfonie o le messe, compreso il famoso “Requiem”, “azionano i geni che sovrintendono alla formazione delle sinapsi, cioè dei collegamenti tra i neuroni del cervello”. Gli impulsi stimolanti della musica di Mozart, pertanto, non rendono più intelligenti, come per molto tempo si è creduto, ma aiutano il cervello a funzionare meglio e con maggiore rapidità.
Le “pillole” musicali di Mozart potrebbero risultare alquanto amare a molte case farmaceutiche. Anche i miracoli, nel tempo di internet, si manifestano con linguaggi decisamente più moderni.
Se confesser : les conseils du cardinal Martini
Apr 10, 2007
Extrait du livre : «Et Moi, Je Suis avec Vous» p. 76-79. (Vie chrétienne 1996)
Nous sommes tous conscients qu’il y a actuellement dans l’Église, une crise de la pénitence. On dit que les confessionnaux sont vides, mais ils le sont des deux côtés, soit parce que les fidèles manquent, soit parce que les prêtres n’y entrent plus. Fut un temps où le prêtre attendait des heures et des heures, ensuite, il pouvait ne pas se sentir coupable si les gens ne se confessaient pas. Maintenant, on en parle beaucoup, mais personne ne vient. Il y a donc un éloignement progressif, pas toujours à cause des fidèles ; en fait, même des prêtres font souvent comprendre, plus ou moins explicitement, qu’il vaut mieux espacer les visites.
Tout cela est peut-être utile ; c’est une crise salutaire car elle naît du refus d’un formalisme excessif dans la façon de recevoir et de donner le sacrement de pénitence qui, à la fin, dégoûtait aussi bien le prêtre que le fidèle, bien que certains, héroïquement, gardent cette habitude de la confession fréquente. Nous sommes dans cette situation et l’Église est à la recherche de nouvelles voies pénitentielles. Il me semble que c’est une purification juste, un effort louable que d’abandonner une pratique purement formelle.
Évidemment, on risque aussi de perdre un point essentiel de la pédagogie de l’Église, une dimension essentielle de notre vie de baptisés. Celle-ci est une vie de pécheurs qui, confiés à la miséricorde, parcourent un chemin vers la Résurrection définitive. Par conséquent, le mystère de la pénitence est à l’œuvre en nous, et dire que nous n’en avons pas besoin serait nous mettre en dehors de la réalité. Certes, si l’effort de sortir du formalisme nous portait à abandonner la pratique pénitentielle de l’Église, ce serait un très grand mal : nous ne serions plus dans la vérité devant Dieu ni devant nos frères.
De la confession au dialogue pénitentiel
Je ne veux pas ici faire une étude pastorale, mais simplement faire une suggestion à ceux qui ont peut-être, à un moment donné, espacé de plus en plus leurs confessions sans réussir à bien en analyser le pourquoi et sont dans l’incapacité de reprendre une pratique désormais formelle, à cause d’un certain malaise intérieur. Je voudrais proposer une suggestion uniquement parce qu’elle m’a été utile. Chacun offre ce qu’il a expérimenté de positif. Je me suis demandé, ou le Seigneur m’a inspiré de me demander, lorsqu’une confession courte et faite à la hâte me pesait, pourquoi ne pas essayer de la faire plus longue et avec plus de calme. Cela a l’air d’un paradoxe, mais parfois, même les paradoxes aident à sortir de situations bloquées. Alors, avec l’aide de quelqu’un d’autre, je suis passé de la confession à ce que j’appellerais un dialogue pénitentiel. Ce dialogue, d’ailleurs, ne fait que développer les indications données par la dernière révision du rite pénitentiel, publiée par le Saint Siège et appliquée par les Conférences épiscopales, qui élargit grandement la possibilité d’y insérer prière et lecture de l’Écriture Sainte.
Il me semble qu’il s’agit avant tout d’un dialogue avec un frère qui représente l’Église, donc un prêtre, en qui je vois un représentant direct de Dieu ; un dialogue fait en priant ensemble, dans lequel je présente ce que je sens en moi, en ce moment ; je me présente tel que je suis, devant l’Église et devant Dieu.
Reconnaître la miséricorde de Dieu
À mon avis, ce dialogue comporte essentiellement deux parties : la première, que j’appelle «confessio laudis», c’est-à-dire confession d’après le sens primitif du terme. Là aussi, on peut partir d’un paradoxe : s’il est chaque fois pénible et si difficile de dire mes péchés, pourquoi ne pas commencer par les bonnes actions ?
Saint Ignace lui-même le suggérait dans les Exercices, prenant comme premier point l’action de grâce : Seigneur, je veux d’abord te remercier parce que tu m’as aidé, telle chose a eu lieu, j’ai pu me rapprocher de telle personne, je me sens plus serein, j’ai dépassé un moment difficile, j’ai pu mieux prier. Remercier Dieu de ce que je suis, de son don, sous forme de dialogue, de prière de louange ; reconnaître ce qui maintenant, devant Dieu, me donne de la joie : je suis content de telle ou telle chose, passée ou présente. Il est important que ces choses émergent devant le Seigneur : la reconnaissance de sa bonté pour nous, de sa puissance, de sa miséricorde.
Cela fait, on peut passer à une «confessio vitae» que je définirais comme ceci : plus qu’une recherche et une énumération de péchés formels, c’est dire devant Dieu ce qui maintenant me met mal à l’aise, ce que je voudrais faire disparaître. Souvent, ce sont des attitudes, des façons d’être, plus que des péchés formels, mais au fond, les causes sont les douze attitudes que répertorie saint Marc : orgueil, envie, cupidité… qui émergent dans ces états d’âme.
Ou bien, je dirai devant Dieu : je regrette de ne pas pouvoir parler sincèrement avec telle personne, mon rapport n’est pas authentique avec tel groupe, je ne sais pas par où commencer. Je regrette de ne pas réussir à prier, je me sens mal à l’aise d’être pris par ma sensualité, par des désirs que je ne voudrais pas avoir, des fantasmes qui me troublent. Je ne m’accuse peut-être d’aucun péché en particulier, mais je me mets devant le Seigneur et lui demande qu’il me guérisse.
Il ne s’agit vraiment pas de mettre sur la table trois ou quatre péchés, pour qu’ils soient annulés, mais d’une immersion baptismale dans la puissance de l’Esprit : Seigneur, purifie-moi, éclaire-moi, illumine-moi. Je ne demande pas seulement, dans cette confession, que soit annulé tel ou tel péché, mais que mon cœur soit changé, qu’il y ait en moi moins de lourdeur, moins de tristesse, moins de scepticisme, moins d’orgueil. Je ne sais peut-être même pas par où commencer, mais je mets tout cela dans la puissance du Crucifié et du Ressuscité par la puissance de l’Église.
Une prière qui donne joie et paix
De là naît une prière qui peut être faite avec le prêtre : on peut réciter un Psaume, une prière de la Bible, de remerciement ou de demande, ou même, une prière spontanée sur laquelle une absolution sacramentelle vient comme la manifestation de la puissance de Dieu que je demande parce que je ne suis pas capable de m’améliorer tout seul. Je me remets une fois encore sous la Croix, sous cette puissance qui m’a baptisé pour qu’une fois encore elle me reprenne en main.
Voilà ce que j’entends par dialogue pénitentiel ; ce n’est pas simplement un dialogue psychologique, ou une sorte de thérapie.
Il n’est pas nécessaire que le confesseur me révèle les sources secrètes de mes fautes ; cela pourrait aussi avoir lieu avec un spécialiste du cœur humain, mais même si le confesseur est une personne qui ne sait pas grand chose du cœur humain, il peut toujours prier pour moi, sur moi et avec moi.
Il s’agit de se soumettre à la puissance de l’Église, et donc de retrouver la valeur du sacrement : je vais me confesser non pour sentir des choses intéressantes, ou pour voir quel conseil on me donne, mais parce que c’est moi qui dois me soumettre à la puissance de Dieu et cela me suffit, me donne joie et paix.
C’est donc, avec de nombreuses variantes possibles, une suggestion que je souhaitais vous donner. Il est clair que, de cette façon, la confession peut durer longtemps, mais on l’affronte plus volontiers car l’on voit ce qu’elle signifie dans son chemin vers Dieu. À chacun d’entre vous, le Seigneur aura probablement suggéré d’autres formes qui pourront aussi être communiquées utilement en tant qu’expériences, car elles pourront en aider d’autres.
Il "testamento" del cardinale
Apr 04, 2007
Pellegrinaggio della diocesi di Milano a Gerusalemme e Betlemme per l'ottantesimo compleanno del cardinale Carlo Maria Martini.
(Famiglia Cristiana, 4-4-2007) «Sento di essere nella lista di chiamata», dice. Ma quella che vede non è la fine , bensì "il fine", il compimento di una vita ricca di bene, «della quale ringrazio il Signore».
«Ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede». Le parole che risuonano nel silenzio della basilica del Getsemani, a Gerusalemme, sono di quelle che non si dimenticano.
Cita san Paolo, il cardinale Carlo Maria Martini, dall’amatissima seconda Lettera a Timoteo, per quello che pare a molti un testamento spirituale, espresso con la semplicità e l’autorevolezza di sempre, quasi a suggellare l’incontro con i 1.300 pellegrini della diocesi ambrosiana. Arrivati in Terra Santa, dove Martini ormai risiede abitualmente, per festeggiare i suoi 80 anni, compiuti il 15 febbraio, e il cinquantesimo di ordinazione sacerdotale del cardinale Dionigi Tettamanzi. Due anniversari importanti (ai quali se ne è aggiunto un terzo, perché il 14 marzo l’attuale arcivescovo di Milano ha compiuto 73 anni) per un pellegrinaggio, dal 12 al 19 marzo, che ha avuto al suo cuore proprio i due riti solenni svoltisi alla presenza di entrambi i cardinali. Il primo nella chiesa di Santa Caterina a Betlemme, dove Martini ha presieduto la Messa, e il secondo a Gerusalemme con i vespri nel terzo venerdì di quaresima, celebrati appunto al Getsemani.
Incontri nei quali l’affetto, la gratitudine e tanti applausi hanno circondato i due pastori, ma che per l’arcivescovo emerito di Milano – tale è Martini da quando ha lasciato la diocesi nel 2002 – hanno avuto soprattutto il senso di una riflessione sulla sua vita.
Così come è stato evidente fin dall’omelia in Santa Caterina, pronunciata sedendo accanto al cardinale Tettamanzi, che lo aveva poco prima ringraziato «per l’amore e il servizio che hai donato per ben 22 anni alla nostra Chiesa e che continui a donarle», per l’eredità preziosissima della lectio divina, «forma privilegiata per amare e gustare nella sua bellezza e forza la Parola di Dio».
«Da parte mia», spiega il cardinale Martini, «provo molta gratitudine perché, sebbene in questi 80 anni abbia vissuto esperienze diverse, certamente il tempo più bello e più gioioso è stato quello che ho trascorso a Milano, dove sono stato riempito di bene».
Una sorta di viaggio nel passato, il suo, definito da poche pietre miliari, dalle tappe fondamentali che gli stanno davvero a cuore, riletto seguendo, come sempre, il "filo d’oro" della Parola e facendo, anzi, scuola della Parola anche da Betlemme.
Il tutto, con lo stile che gli ambrosiani hanno imparato a conoscere e ad amare durante l’intero episcopato martiniano, quello di un’essenzialità, che pare accentuatasi con l’età, capace di colpire al centro delle questioni, anche le più problematiche, interpretandole attraverso il Vangelo.
«Leggevo ieri un passo della Scrittura che dice: "Speriamo il bene perché i tempi sono cattivi"», scandisce, infatti, il cardinale. «Questo non significa passare sopra alle sofferenze, ma rendere più acuto il nostro sguardo per vedere che non c’è proporzione tra le sofferenze del tempo presente, che sono piccole cose, rispetto alla gloria che ci attende».
Il cardinale Martini in visita al carcere milanese di San Vittore nel 1992.
Il cardinale Martini in visita al carcere milanese
di San Vittore nel 1992 (foto Tagliabue).
Ogni nascita è un inizio
Un rilievo importante, anzi fondamentale, «mentre provo», confessa, «la sensazione di essere giunto nella lista di chiamata e sento, perciò, viva la tensione tra le cose che si vivono ogni giorno e le cose dell’eternità».
Un legame inscindibile, questo, per chi crede, da intuire, lasciandosi «catturare dalla gioia per una natività che è anzitutto quella di Gesù che illumina con la sua luce, con il suo amore, con la sua verità, la storia intera e anche la nostra piccola storia», aggiunge.
E così l’omelia, in modo inatteso, si fa un «raccontarsi ad alta voce», come in un colloquio intimo. «Per ogni uomo che nasce si avvia una possibilità per il bene o per il male. Ogni nascita è un inizio non predeterminato e si può entrare in una via di oscurità, di rabbia, di violenza, o in una via di verità. Devo elevare un grazie vivissimo a Dio… Il Signore ha permesso che la mia vita si svolgesse, nonostante le mie resistenze, le fatiche e le negligenze, lungo un percorso che mi ha dato molta gioia. Non ho particolari rimpianti, confido nella misericordia di Dio, so che il Signore è più grande del nostro cuore e quindi guardo a questi 80 anni con grande pace».
E il pensiero non può che correre alle tante occasioni in cui il cardinale ha saputo guidare con mano ferma, anche in momenti difficilissimi, il suo popolo, quello che Giovanni Paolo II gli affidò alla fine del 1979, con lungimiranza, perché padre Martini, gesuita, era allora noto solo per i suoi studi biblici.
E, forse, ai giorni inquieti della Milano del terrorismo, di Tangentopoli, delle quotidiane emergenze metropolitane ripensa anche lui, parlando da una Betlemme innevata che ricorda la notte del 25 dicembre: «Sembra proprio di essere a Natale, c’è persino la neve...». «Credo che di serenità ci sia tanto bisogno per ciascuno di noi, ma anche per la società e le nostre comunità, che troppo spesso si lamentano, magari con buoni motivi, ma rischiando di rimanere come imprigionate in questa lamentosità, senza accorgersi che proprio questo è il gioco del demonio», osserva.
Dunque, un guardare avanti per "cambiare il cuore", sapendo vedere il bene che si fa e si riceve, riuscendo a comunicare secondo la verità della nostra esperienza, «al di là delle divisioni religiose, anche al di là del dialogo tra le religioni, a cui non credo molto perché ogni religione tende a irrigidirsi nei propri schematismi, mentre credo molto nel dialogo tra persone religiose o non religiose, credenti o non credenti».
Lo stesso «compito grande», la «responsabilità comune» che, sedendo sulla cattedra ambrosiana «per 22 anni e cinque mesi, il tempo esatto in cui sant’Ambrogio è stato vescovo di Milano», nota con un sorriso, egli aveva indicato agli oltre 5 milioni e mezzo di fedeli della diocesi, con iniziative che hanno lasciato il segno, come appunto la Cattedra dei non credenti.
La voce di un patriarca biblico
La riflessione si sposta sulla Chiesa, sulla sua capacità di parlare al mondo: «Nella mia intercessione quotidiana, io prego perché, come Chiesa italiana, ci sia dato di dire le cose che la gente capisce, non tanto comandi dall’alto, che bisogna accettare perché così viene ordinato, ma qualcosa che abbia una ragione e un senso comprensibile per tutti».
La sua sembra la voce di un patriarca biblico, ma è quella della moderna «sentinella sulle mura della città di Sion», come Martini spera di essere considerato, che prega per la pace, che guarda con fiducia al futuro, con la fede alta e insieme profondissima di chi è abituato a nutrirsi della spiritualità che nasce dalla Parola di Dio. E lo ribadisce, appena un poco più emozionato, il giorno dopo, nel chiaroscuro suggestivo e bellissimo della basilica del Getsemani. Qui Martini è, se possibile, ancora più esplicito.
I due cardinali commentano il capitolo 22 della Passione secondo Luca, Tettamanzi, ai versetti 14-30, invita a non dimenticare «che solo dall’amore vissuto da Gesù sulla croce sino alla fine, può derivare quel coraggio di cui tutti abbiamo bisogno nella prova».
Martini approfondisce il brano dei versetti 31-46 e il discorso sul male si fa stringente. Il tema della vita cristiana «che è lotta continua contro il mistero del male, sia che lo intendiamo personificato nella figura di Satana sia come simbolo di tutte le iniquità, di tutte le tentazioni, tutte le violenze e incredulità che ci circondano e che sono dentro di noi», gli è caro e lo si vede subito. Come uomo, come semplice cristiano – «dobbiamo attrezzarci alla lotta», predica –, ma anche come sacerdote, quando, e sono decine i preti che lo ascoltano attenti, raccomanda di «saperne valutare pastoralmente il senso, senza esasperazioni».
La pienezza della testimonianza
Quella lotta interiore «che non diminuisce con il passare degli anni, semmai tende a farsi più drammatica, più forte», prosegue, come in dialogo con sé stesso, «perché tocca le cose ultime, le cose più profonde di tutta la vita».
Si sente al traguardo, il cardinale, usa la parola greca presente nei Vangeli che non indica "la fine", ma "il fine", «il compimento al quale io guardo, quello che deve completare la pienezza della nostra testimonianza. Preghiamo per non entrare in tentazione, perché l’umanità riceva la grazia e la forza di combattere contro il male, contro tutto quello che offusca e confonde la vita degli uomini e perché tutti possano con Gesù arrivare alla pienezza della vittoria».
Questa, dunque, la visione a 360 gradi di un cardinale Martini ottantenne, ma "giovanissimo", davvero capace di farsi comprendere e di ascoltare, nella consapevolezza che «occorre far risuonare le parole della gente e interpretarle alla luce del Vangelo», come torna ad augurare agli uomini di Chiesa, conversando in modo informale con i giornalisti.
Un dialogo che tocca, e non poteva essere altrimenti, i grandi nodi aperti della pace in Terra Santa «per cui non tutti sono oggi disposti a fare sacrifici», della modernità – «la questione è se si è realmente presenti nelle situazioni in cui si vive – della famiglia –, un tema sul quale il cardinale Tettamanzi ha dato tante indicazioni preziose; un’istituzione che ha una sua forza intrinseca da mettere in rilievo, perché appaia la vera soddisfazione insita nello sperimentare una vita familiare».
Ma, alla fine, sono ancora il ringraziamento e la preghiera per la Chiesa ambrosiana, «da cui sono stato accolto nonostante fossi quasi uno sconosciuto», che tornano con forza. Quella preghiera, incessante, capace di annullare ogni distanza nei tre "cuori" del suo stemma episcopale, emblema dell’amore per Gerusalemme, Roma, Milano.
Il "testamento" del cardinale
Apr 04, 2007
Pellegrinaggio della diocesi di Milano a Gerusalemme e Betlemme per l'ottantesimo compleanno del cardinale Carlo Maria Martini.
(Famiglia Cristiana, 4-4-2007) «Sento di essere nella lista di chiamata», dice. Ma quella che vede non è la fine , bensì "il fine", il compimento di una vita ricca di bene, «della quale ringrazio il Signore».
«Ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede». Le parole che risuonano nel silenzio della basilica del Getsemani, a Gerusalemme, sono di quelle che non si dimenticano.
Cita san Paolo, il cardinale Carlo Maria Martini, dall’amatissima seconda Lettera a Timoteo, per quello che pare a molti un testamento spirituale, espresso con la semplicità e l’autorevolezza di sempre, quasi a suggellare l’incontro con i 1.300 pellegrini della diocesi ambrosiana. Arrivati in Terra Santa, dove Martini ormai risiede abitualmente, per festeggiare i suoi 80 anni, compiuti il 15 febbraio, e il cinquantesimo di ordinazione sacerdotale del cardinale Dionigi Tettamanzi. Due anniversari importanti (ai quali se ne è aggiunto un terzo, perché il 14 marzo l’attuale arcivescovo di Milano ha compiuto 73 anni) per un pellegrinaggio, dal 12 al 19 marzo, che ha avuto al suo cuore proprio i due riti solenni svoltisi alla presenza di entrambi i cardinali. Il primo nella chiesa di Santa Caterina a Betlemme, dove Martini ha presieduto la Messa, e il secondo a Gerusalemme con i vespri nel terzo venerdì di quaresima, celebrati appunto al Getsemani.
Incontri nei quali l’affetto, la gratitudine e tanti applausi hanno circondato i due pastori, ma che per l’arcivescovo emerito di Milano – tale è Martini da quando ha lasciato la diocesi nel 2002 – hanno avuto soprattutto il senso di una riflessione sulla sua vita.
Così come è stato evidente fin dall’omelia in Santa Caterina, pronunciata sedendo accanto al cardinale Tettamanzi, che lo aveva poco prima ringraziato «per l’amore e il servizio che hai donato per ben 22 anni alla nostra Chiesa e che continui a donarle», per l’eredità preziosissima della lectio divina, «forma privilegiata per amare e gustare nella sua bellezza e forza la Parola di Dio».
«Da parte mia», spiega il cardinale Martini, «provo molta gratitudine perché, sebbene in questi 80 anni abbia vissuto esperienze diverse, certamente il tempo più bello e più gioioso è stato quello che ho trascorso a Milano, dove sono stato riempito di bene».
Una sorta di viaggio nel passato, il suo, definito da poche pietre miliari, dalle tappe fondamentali che gli stanno davvero a cuore, riletto seguendo, come sempre, il "filo d’oro" della Parola e facendo, anzi, scuola della Parola anche da Betlemme.
Il tutto, con lo stile che gli ambrosiani hanno imparato a conoscere e ad amare durante l’intero episcopato martiniano, quello di un’essenzialità, che pare accentuatasi con l’età, capace di colpire al centro delle questioni, anche le più problematiche, interpretandole attraverso il Vangelo.
«Leggevo ieri un passo della Scrittura che dice: "Speriamo il bene perché i tempi sono cattivi"», scandisce, infatti, il cardinale. «Questo non significa passare sopra alle sofferenze, ma rendere più acuto il nostro sguardo per vedere che non c’è proporzione tra le sofferenze del tempo presente, che sono piccole cose, rispetto alla gloria che ci attende».
Il cardinale Martini in visita al carcere milanese di San Vittore nel 1992.
Il cardinale Martini in visita al carcere milanese
di San Vittore nel 1992 (foto Tagliabue).
Ogni nascita è un inizio
Un rilievo importante, anzi fondamentale, «mentre provo», confessa, «la sensazione di essere giunto nella lista di chiamata e sento, perciò, viva la tensione tra le cose che si vivono ogni giorno e le cose dell’eternità».
Un legame inscindibile, questo, per chi crede, da intuire, lasciandosi «catturare dalla gioia per una natività che è anzitutto quella di Gesù che illumina con la sua luce, con il suo amore, con la sua verità, la storia intera e anche la nostra piccola storia», aggiunge.
E così l’omelia, in modo inatteso, si fa un «raccontarsi ad alta voce», come in un colloquio intimo. «Per ogni uomo che nasce si avvia una possibilità per il bene o per il male. Ogni nascita è un inizio non predeterminato e si può entrare in una via di oscurità, di rabbia, di violenza, o in una via di verità. Devo elevare un grazie vivissimo a Dio… Il Signore ha permesso che la mia vita si svolgesse, nonostante le mie resistenze, le fatiche e le negligenze, lungo un percorso che mi ha dato molta gioia. Non ho particolari rimpianti, confido nella misericordia di Dio, so che il Signore è più grande del nostro cuore e quindi guardo a questi 80 anni con grande pace».
E il pensiero non può che correre alle tante occasioni in cui il cardinale ha saputo guidare con mano ferma, anche in momenti difficilissimi, il suo popolo, quello che Giovanni Paolo II gli affidò alla fine del 1979, con lungimiranza, perché padre Martini, gesuita, era allora noto solo per i suoi studi biblici.
E, forse, ai giorni inquieti della Milano del terrorismo, di Tangentopoli, delle quotidiane emergenze metropolitane ripensa anche lui, parlando da una Betlemme innevata che ricorda la notte del 25 dicembre: «Sembra proprio di essere a Natale, c’è persino la neve...». «Credo che di serenità ci sia tanto bisogno per ciascuno di noi, ma anche per la società e le nostre comunità, che troppo spesso si lamentano, magari con buoni motivi, ma rischiando di rimanere come imprigionate in questa lamentosità, senza accorgersi che proprio questo è il gioco del demonio», osserva.
Dunque, un guardare avanti per "cambiare il cuore", sapendo vedere il bene che si fa e si riceve, riuscendo a comunicare secondo la verità della nostra esperienza, «al di là delle divisioni religiose, anche al di là del dialogo tra le religioni, a cui non credo molto perché ogni religione tende a irrigidirsi nei propri schematismi, mentre credo molto nel dialogo tra persone religiose o non religiose, credenti o non credenti».
Lo stesso «compito grande», la «responsabilità comune» che, sedendo sulla cattedra ambrosiana «per 22 anni e cinque mesi, il tempo esatto in cui sant’Ambrogio è stato vescovo di Milano», nota con un sorriso, egli aveva indicato agli oltre 5 milioni e mezzo di fedeli della diocesi, con iniziative che hanno lasciato il segno, come appunto la Cattedra dei non credenti.
La voce di un patriarca biblico
La riflessione si sposta sulla Chiesa, sulla sua capacità di parlare al mondo: «Nella mia intercessione quotidiana, io prego perché, come Chiesa italiana, ci sia dato di dire le cose che la gente capisce, non tanto comandi dall’alto, che bisogna accettare perché così viene ordinato, ma qualcosa che abbia una ragione e un senso comprensibile per tutti».
La sua sembra la voce di un patriarca biblico, ma è quella della moderna «sentinella sulle mura della città di Sion», come Martini spera di essere considerato, che prega per la pace, che guarda con fiducia al futuro, con la fede alta e insieme profondissima di chi è abituato a nutrirsi della spiritualità che nasce dalla Parola di Dio. E lo ribadisce, appena un poco più emozionato, il giorno dopo, nel chiaroscuro suggestivo e bellissimo della basilica del Getsemani. Qui Martini è, se possibile, ancora più esplicito.
I due cardinali commentano il capitolo 22 della Passione secondo Luca, Tettamanzi, ai versetti 14-30, invita a non dimenticare «che solo dall’amore vissuto da Gesù sulla croce sino alla fine, può derivare quel coraggio di cui tutti abbiamo bisogno nella prova».
Martini approfondisce il brano dei versetti 31-46 e il discorso sul male si fa stringente. Il tema della vita cristiana «che è lotta continua contro il mistero del male, sia che lo intendiamo personificato nella figura di Satana sia come simbolo di tutte le iniquità, di tutte le tentazioni, tutte le violenze e incredulità che ci circondano e che sono dentro di noi», gli è caro e lo si vede subito. Come uomo, come semplice cristiano – «dobbiamo attrezzarci alla lotta», predica –, ma anche come sacerdote, quando, e sono decine i preti che lo ascoltano attenti, raccomanda di «saperne valutare pastoralmente il senso, senza esasperazioni».
La pienezza della testimonianza
Quella lotta interiore «che non diminuisce con il passare degli anni, semmai tende a farsi più drammatica, più forte», prosegue, come in dialogo con sé stesso, «perché tocca le cose ultime, le cose più profonde di tutta la vita».
Si sente al traguardo, il cardinale, usa la parola greca presente nei Vangeli che non indica "la fine", ma "il fine", «il compimento al quale io guardo, quello che deve completare la pienezza della nostra testimonianza. Preghiamo per non entrare in tentazione, perché l’umanità riceva la grazia e la forza di combattere contro il male, contro tutto quello che offusca e confonde la vita degli uomini e perché tutti possano con Gesù arrivare alla pienezza della vittoria».
Questa, dunque, la visione a 360 gradi di un cardinale Martini ottantenne, ma "giovanissimo", davvero capace di farsi comprendere e di ascoltare, nella consapevolezza che «occorre far risuonare le parole della gente e interpretarle alla luce del Vangelo», come torna ad augurare agli uomini di Chiesa, conversando in modo informale con i giornalisti.
Un dialogo che tocca, e non poteva essere altrimenti, i grandi nodi aperti della pace in Terra Santa «per cui non tutti sono oggi disposti a fare sacrifici», della modernità – «la questione è se si è realmente presenti nelle situazioni in cui si vive – della famiglia –, un tema sul quale il cardinale Tettamanzi ha dato tante indicazioni preziose; un’istituzione che ha una sua forza intrinseca da mettere in rilievo, perché appaia la vera soddisfazione insita nello sperimentare una vita familiare».
Ma, alla fine, sono ancora il ringraziamento e la preghiera per la Chiesa ambrosiana, «da cui sono stato accolto nonostante fossi quasi uno sconosciuto», che tornano con forza. Quella preghiera, incessante, capace di annullare ogni distanza nei tre "cuori" del suo stemma episcopale, emblema dell’amore per Gerusalemme, Roma, Milano.
Il "testamento" del cardinale
Apr 04, 2007
Pellegrinaggio della diocesi di Milano a Gerusalemme e Betlemme per l'ottantesimo compleanno del cardinale Carlo Maria Martini.
(Famiglia Cristiana, 4-4-2007) «Sento di essere nella lista di chiamata», dice. Ma quella che vede non è la fine , bensì "il fine", il compimento di una vita ricca di bene, «della quale ringrazio il Signore».
«Ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede». Le parole che risuonano nel silenzio della basilica del Getsemani, a Gerusalemme, sono di quelle che non si dimenticano.
Cita san Paolo, il cardinale Carlo Maria Martini, dall’amatissima seconda Lettera a Timoteo, per quello che pare a molti un testamento spirituale, espresso con la semplicità e l’autorevolezza di sempre, quasi a suggellare l’incontro con i 1.300 pellegrini della diocesi ambrosiana. Arrivati in Terra Santa, dove Martini ormai risiede abitualmente, per festeggiare i suoi 80 anni, compiuti il 15 febbraio, e il cinquantesimo di ordinazione sacerdotale del cardinale Dionigi Tettamanzi. Due anniversari importanti (ai quali se ne è aggiunto un terzo, perché il 14 marzo l’attuale arcivescovo di Milano ha compiuto 73 anni) per un pellegrinaggio, dal 12 al 19 marzo, che ha avuto al suo cuore proprio i due riti solenni svoltisi alla presenza di entrambi i cardinali. Il primo nella chiesa di Santa Caterina a Betlemme, dove Martini ha presieduto la Messa, e il secondo a Gerusalemme con i vespri nel terzo venerdì di quaresima, celebrati appunto al Getsemani.
Incontri nei quali l’affetto, la gratitudine e tanti applausi hanno circondato i due pastori, ma che per l’arcivescovo emerito di Milano – tale è Martini da quando ha lasciato la diocesi nel 2002 – hanno avuto soprattutto il senso di una riflessione sulla sua vita.
Così come è stato evidente fin dall’omelia in Santa Caterina, pronunciata sedendo accanto al cardinale Tettamanzi, che lo aveva poco prima ringraziato «per l’amore e il servizio che hai donato per ben 22 anni alla nostra Chiesa e che continui a donarle», per l’eredità preziosissima della lectio divina, «forma privilegiata per amare e gustare nella sua bellezza e forza la Parola di Dio».
«Da parte mia», spiega il cardinale Martini, «provo molta gratitudine perché, sebbene in questi 80 anni abbia vissuto esperienze diverse, certamente il tempo più bello e più gioioso è stato quello che ho trascorso a Milano, dove sono stato riempito di bene».
Una sorta di viaggio nel passato, il suo, definito da poche pietre miliari, dalle tappe fondamentali che gli stanno davvero a cuore, riletto seguendo, come sempre, il "filo d’oro" della Parola e facendo, anzi, scuola della Parola anche da Betlemme.
Il tutto, con lo stile che gli ambrosiani hanno imparato a conoscere e ad amare durante l’intero episcopato martiniano, quello di un’essenzialità, che pare accentuatasi con l’età, capace di colpire al centro delle questioni, anche le più problematiche, interpretandole attraverso il Vangelo.
«Leggevo ieri un passo della Scrittura che dice: "Speriamo il bene perché i tempi sono cattivi"», scandisce, infatti, il cardinale. «Questo non significa passare sopra alle sofferenze, ma rendere più acuto il nostro sguardo per vedere che non c’è proporzione tra le sofferenze del tempo presente, che sono piccole cose, rispetto alla gloria che ci attende».
Il cardinale Martini in visita al carcere milanese di San Vittore nel 1992.
Il cardinale Martini in visita al carcere milanese
di San Vittore nel 1992 (foto Tagliabue).
Ogni nascita è un inizio
Un rilievo importante, anzi fondamentale, «mentre provo», confessa, «la sensazione di essere giunto nella lista di chiamata e sento, perciò, viva la tensione tra le cose che si vivono ogni giorno e le cose dell’eternità».
Un legame inscindibile, questo, per chi crede, da intuire, lasciandosi «catturare dalla gioia per una natività che è anzitutto quella di Gesù che illumina con la sua luce, con il suo amore, con la sua verità, la storia intera e anche la nostra piccola storia», aggiunge.
E così l’omelia, in modo inatteso, si fa un «raccontarsi ad alta voce», come in un colloquio intimo. «Per ogni uomo che nasce si avvia una possibilità per il bene o per il male. Ogni nascita è un inizio non predeterminato e si può entrare in una via di oscurità, di rabbia, di violenza, o in una via di verità. Devo elevare un grazie vivissimo a Dio… Il Signore ha permesso che la mia vita si svolgesse, nonostante le mie resistenze, le fatiche e le negligenze, lungo un percorso che mi ha dato molta gioia. Non ho particolari rimpianti, confido nella misericordia di Dio, so che il Signore è più grande del nostro cuore e quindi guardo a questi 80 anni con grande pace».
E il pensiero non può che correre alle tante occasioni in cui il cardinale ha saputo guidare con mano ferma, anche in momenti difficilissimi, il suo popolo, quello che Giovanni Paolo II gli affidò alla fine del 1979, con lungimiranza, perché padre Martini, gesuita, era allora noto solo per i suoi studi biblici.
E, forse, ai giorni inquieti della Milano del terrorismo, di Tangentopoli, delle quotidiane emergenze metropolitane ripensa anche lui, parlando da una Betlemme innevata che ricorda la notte del 25 dicembre: «Sembra proprio di essere a Natale, c’è persino la neve...». «Credo che di serenità ci sia tanto bisogno per ciascuno di noi, ma anche per la società e le nostre comunità, che troppo spesso si lamentano, magari con buoni motivi, ma rischiando di rimanere come imprigionate in questa lamentosità, senza accorgersi che proprio questo è il gioco del demonio», osserva.
Dunque, un guardare avanti per "cambiare il cuore", sapendo vedere il bene che si fa e si riceve, riuscendo a comunicare secondo la verità della nostra esperienza, «al di là delle divisioni religiose, anche al di là del dialogo tra le religioni, a cui non credo molto perché ogni religione tende a irrigidirsi nei propri schematismi, mentre credo molto nel dialogo tra persone religiose o non religiose, credenti o non credenti».
Lo stesso «compito grande», la «responsabilità comune» che, sedendo sulla cattedra ambrosiana «per 22 anni e cinque mesi, il tempo esatto in cui sant’Ambrogio è stato vescovo di Milano», nota con un sorriso, egli aveva indicato agli oltre 5 milioni e mezzo di fedeli della diocesi, con iniziative che hanno lasciato il segno, come appunto la Cattedra dei non credenti.
La voce di un patriarca biblico
La riflessione si sposta sulla Chiesa, sulla sua capacità di parlare al mondo: «Nella mia intercessione quotidiana, io prego perché, come Chiesa italiana, ci sia dato di dire le cose che la gente capisce, non tanto comandi dall’alto, che bisogna accettare perché così viene ordinato, ma qualcosa che abbia una ragione e un senso comprensibile per tutti».
La sua sembra la voce di un patriarca biblico, ma è quella della moderna «sentinella sulle mura della città di Sion», come Martini spera di essere considerato, che prega per la pace, che guarda con fiducia al futuro, con la fede alta e insieme profondissima di chi è abituato a nutrirsi della spiritualità che nasce dalla Parola di Dio. E lo ribadisce, appena un poco più emozionato, il giorno dopo, nel chiaroscuro suggestivo e bellissimo della basilica del Getsemani. Qui Martini è, se possibile, ancora più esplicito.
I due cardinali commentano il capitolo 22 della Passione secondo Luca, Tettamanzi, ai versetti 14-30, invita a non dimenticare «che solo dall’amore vissuto da Gesù sulla croce sino alla fine, può derivare quel coraggio di cui tutti abbiamo bisogno nella prova».
Martini approfondisce il brano dei versetti 31-46 e il discorso sul male si fa stringente. Il tema della vita cristiana «che è lotta continua contro il mistero del male, sia che lo intendiamo personificato nella figura di Satana sia come simbolo di tutte le iniquità, di tutte le tentazioni, tutte le violenze e incredulità che ci circondano e che sono dentro di noi», gli è caro e lo si vede subito. Come uomo, come semplice cristiano – «dobbiamo attrezzarci alla lotta», predica –, ma anche come sacerdote, quando, e sono decine i preti che lo ascoltano attenti, raccomanda di «saperne valutare pastoralmente il senso, senza esasperazioni».
La pienezza della testimonianza
Quella lotta interiore «che non diminuisce con il passare degli anni, semmai tende a farsi più drammatica, più forte», prosegue, come in dialogo con sé stesso, «perché tocca le cose ultime, le cose più profonde di tutta la vita».
Si sente al traguardo, il cardinale, usa la parola greca presente nei Vangeli che non indica "la fine", ma "il fine", «il compimento al quale io guardo, quello che deve completare la pienezza della nostra testimonianza. Preghiamo per non entrare in tentazione, perché l’umanità riceva la grazia e la forza di combattere contro il male, contro tutto quello che offusca e confonde la vita degli uomini e perché tutti possano con Gesù arrivare alla pienezza della vittoria».
Questa, dunque, la visione a 360 gradi di un cardinale Martini ottantenne, ma "giovanissimo", davvero capace di farsi comprendere e di ascoltare, nella consapevolezza che «occorre far risuonare le parole della gente e interpretarle alla luce del Vangelo», come torna ad augurare agli uomini di Chiesa, conversando in modo informale con i giornalisti.
Un dialogo che tocca, e non poteva essere altrimenti, i grandi nodi aperti della pace in Terra Santa «per cui non tutti sono oggi disposti a fare sacrifici», della modernità – «la questione è se si è realmente presenti nelle situazioni in cui si vive – della famiglia –, un tema sul quale il cardinale Tettamanzi ha dato tante indicazioni preziose; un’istituzione che ha una sua forza intrinseca da mettere in rilievo, perché appaia la vera soddisfazione insita nello sperimentare una vita familiare».
Ma, alla fine, sono ancora il ringraziamento e la preghiera per la Chiesa ambrosiana, «da cui sono stato accolto nonostante fossi quasi uno sconosciuto», che tornano con forza. Quella preghiera, incessante, capace di annullare ogni distanza nei tre "cuori" del suo stemma episcopale, emblema dell’amore per Gerusalemme, Roma, Milano.
Italian cardinal breaks ranks on civil unions
Mar 17, 2007
“The Church does not give orders,” Cardinal Carlo Maria Martini told a large congregation of Italian visitors to Bethlehem on March 15. The Italian cardinal’s remarks were generally perceived as a criticism of efforts by other Italian Church leaders to defeat a proposal for legal recognition of same-sex unions.
Bethlehem, Mar. 16, 2007 (CWNews.com) - The former Archbishop of Milan was speaking at the basilica of the Nativity, where he celebrated Mass for about 1,300 pilgrims from Milan. The Italian visitors-- led by Cardinal Martini’s successor in Milan, Cardinal Dionigi Tettamanzi (bio - news)-- were on a pilgrimage to the Holy Land, where Cardinal Martini now lives in retirement.
In his homily the retired cardinal said that the Church should engage in open dialogue with non-believers, and attempt to make Catholic teachings persuasive to a secular audience. “It is necessary to listen to others, and when speaking to use terms that they understand,” he said.
Cardinal Martini, who was recognized for years as the leading liberal prelate in Europe, has recently distanced himself from the positions taken by the Italian bishops’ conference on several public-policy issues, including condom use, embryonic stem-cell research, and most recently the plea by a noted euthanasia supporter to be disconnected from the respirator that sustained his life.
Cardinal Martini Receives Papal Praise
Feb 22, 2007
Both Celebrating 80th Birthday This Year.
VATICAN CITY, FEB. 22, 2007 (Zenit.org).- Benedict XVI recently praised Cardinal Carlo Martini, retired archbishop of Milan, who just celebrated his 80th birthday.
On Feb. 17, during a conversation with students of the Roman Major Seminary, the Pope offered as an example the perseverance and trust in God of Cardinal Martini, a renowned biblicist.
"I believe I'm not indiscreet if I say that today I have received a beautiful letter from Cardinal Martini: I had congratulated him on his 80th birthday; we are the same age," the Holy Father told the students.
Benedict XVI continued: "In thanking me, he wrote: 'I thank the Lord, above all, for the gift of perseverance.'
"'Today,' he wrote, 'good is also done "ad tempos," "ad experimentum." The good, according to its essence, can only be done in a definitive way; but to do it in a definitive way we have need of the grace of perseverance; I pray every day,' he concluded, 'that the Lord will give me this grace.'"
Cardinal Martini also wrote that "Up to now the Lord has given me this grace of perseverance; he will give it to me, I hope, for this last stage of my journey on this earth," the Pontiff added.
Until the end
"We must have confidence in this gift of perseverance," Benedict XVI said, "but with tenacity, with humility and patience we must ask the Lord to help us and support us with the gift of the true definitiveness; that he support us, day after day, until the end, even if the path must go through dark valleys."
"The gift of perseverance gives us joy, gives us certainty that we are loved by the Lord and this love sustains us, helps us and does not leave us in our weaknesses," added the Pope.
The message that the Pope addressed to Cardinal Martini on the occasion of his birthday, Feb. 15, was made available to ZENIT.
"In this circumstance, I wish to express my heartfelt gratitude for all the good you have done and that only God is capable of evaluating," said the Pope in his letter.
Benedict XVI mentioned Cardinal Martini's "exemplary witness in the religious life, the service of research and teaching in the realm of biblical studies, the episcopal ministry in the Archdiocese of Milan and in the Council of the European Bishops' Conferences, the valuable collaboration in the Petrine ministry as a member of the college of cardinals and of the dicasteries of the Roman Curia."
The schism that hasn't been between Ratzinger and Martini
Feb 21, 2007
By JOHN L. ALLEN JR.
(ncrcafe.org, Feb 20, 2007) For the better part of 25 years, Joseph Ratzinger and Carlo Maria Martini incarnated two different options in Roman Catholicism, at least in the court of public opinion. Ratzinger was seen as the classic liberal pentito, as the Italians say – a former progressive repulsed by the excesses of the 1968 generation, who embraced a steadily more conservative course. Martini, on the other hand, was the icon of the church’s liberal wing, who seemed the great carrier of the “spirit of Vatican II.”
Ratzinger became the Vatican’s top doctrinal czar in 1981, while Martini took over as archbishop of perhaps the church’s premier see, Milan, in 1980. Because of their deep learning, their impeccable theological credentials, and their facility with languages, both men became critically important points of reference in global Catholic debate.
In truth, Martini has always been more traditional, and Ratzinger more modern, than the stereotypes might suggest. That they have differences on some important questions, however, is not in dispute.
Even in retirement, Martini continues in some ways to play the role of “loyal opposition”. Recently, Italy has been engulfed by a right-to-die debate that became the country’s equivalent of the Terry Schiavo case in the United States, when an advanced muscular dystrophy patient named Piergiorgio Welby asked to be removed from his respirator, and eventually died. Officially, the Catholic church was critical of the decision, and the pope’s Vicar for Rome, Cardinal Camillo Ruini, denied permission for a church funeral. Martini, however, took a more permissive line, saying publicly that terminally ill patients should be given the right to refuse treatments and that the doctors who assist them should be protected by law.
The election of Ratzinger as Pope Benedict XVI in April 2005 seemed to many a repudiation of Martini’s more liberal option in Catholicism, so much so that some Italian journalists couldn’t resist manufacturing a storyline to the effect that the conclave had been a showdown between Ratzinger and Martini, and that Martini had renounced election. (In fact, Martini, who suffers from the early stages of Parkinson’s disease, was never a serious candidate.)
Those expecting a dramatic schism between “Ratzinger-ites” and “Martini-ites” under Benedict XVI, however, so far have been grossly disappointed.
To date, the mega-story of Benedict’s pontificate instead has been his apparent desire to govern from the center rather than from any ideological fringe. That’s been characteristic in terms of both substance and symbolism; not by accident, for example, did Benedict make a reunion with his old friend Hans Küng one of the first public acts of his papacy. It was, in effect, his way of telling the Catholic left that he wanted to be their pope too.
Another reminder of the point came on Saturday, when Benedict XVI held a meeting with seminarians at the Roman Seminary for the Feast of Our Lady of Confidence.
The pope was asked six questions by the seminarians, which had been submitted in advance and released to the press. They ranged from asking the pope to reflect on his own priestly formation, to his thoughts about how to avoid careerism in the priesthood. The fact that the questions were pre-arranged means that Benedict had plenty of time to craft his answers.
In the course of responding, the pope cited a number of sages, most prominently St. Augustine, who loomed so large in his own intellectual and spiritual formation, St. Ignatius, and St. Bakhita, the former Sudanese slave canonized by John Paul II in 2000.
The only living figure cited by the pope, however, was Martini.
“I don’t think I’m being indiscrete if I say that today I received a beautiful letter from Cardinal Martini,” Benedict said. “I had expressed best wishes for his 80th birthday – we’re the same age – and in thanking me, he wrote: ‘I’m grateful above all to the Lord for the gift of perseverance. Today,’ he writes, ‘even the good is done for the most part ad tempus, ad experimentum. Good, according to its essence, can only be done definitively; but in order to do it definitively, we need the grace of perseverance. I pray every day,’ he concludes, ‘so that the Lord will give me this grace.’”
The pope then quoted another line from Martini: “So far, the Lord has given me this grace of perseverance, and I hope that he will give it to me also for this last phase of my journey upon this earth.”
To be sure, Benedict was making a spiritual point, not grinding any ideological or political axe. Equally, the citation was an expression of affection between two men with a great deal of history, and a great deal of mutual respect, both of whom find themselves facing their own mortality.
Yet a pope doesn’t have the luxury of making entirely casual comments, especially when he knows that the full text of his remarks will later be issued by the Vatican Press Office and scrutinized around the world. His decision to cite Martini so warmly, and about something so fundamental to the Christian life, therefore can be read on another level. Especially coming hard on the heels of the Welby case, it seems another way of reaching out to those constituencies in the church that think of Martini as a hero, of gently suggesting that what unites Catholics ought to be more fundamental than what divides them.
Over the long term, the jury is still out as to whether Benedict’s centrist, pastoral approach will win over those Catholics who still lament that it’s not “Papa Martini” warmly citing his old friend, emeritus Cardinal Joseph Ratzinger, instead of the other way around. The very fact that Benedict has embraced such a style, however, offers an intriguing clue about the future prospects for Catholic liberalism at a moment when the church is in the grip of a powerful Catholic identity movement.
Il cardinal Martini compie 80 anni
Feb 16, 2007
di Giorgio Acquaviva
(11 febbraio, Quotidiano Nazionale) Il 15 febbraio prossimo compie gli ottant'anni il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, gesuita, biblista. Ha partecipato da protagonista al Conclave che ha eletto il cardinale Ratzinger e non parteciperà ad alcuna altra esperienza del genere. Rimane, comunque, una delle figure più rappresentative del cattolicesimo mondiale e la sua fama e stima si allargano alle Chiese sorelle dell'ortodossia e di quelle nate dalla Riforma, così come all’ambito ebraico. Nel mondo cattolico, qualcuno – malato di politichese – lo ha definito “campione dell'ala sinistra”, mentre tutta la sua biografia parla di un rapporto di fedeltà creativa al magistero pontificio. Così fu con Giovanni Paolo II (che gli affidò delicati incarichi), così è con Benedetto XVI, con il quale si incontra spesso.
Che i due abbiano un profondo accordo sulla prospettiva di fondo della Chiesa nel terzo millennio (il ritorno sempre più deciso al predicare Verbum, annunciare il Vangelo) è cosa evidente. Basterebbe ricordare le parole pronunciate alla omelia della “Missa pro eligendo Pontifice” dal cardinale Ratzinger subito prima del Conclave, il 18 aprile 2005 (il giorno prima della elezione): “La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come un cembalo che tintinna”. Suonarono come un accordo fra le due anime del Conclave e che la prima enciclica di papa Benedetto XVI abbia avuto come tema “Dio è amore”, va in quella linea.
Padre Martini, dunque. E' incredibile la sua capacità di parlare alle intelligenze dei laici. Lo faceva già quando per anni tenne la affollata “cattedra dei non credenti” e ha affinato il metodo da quando è a Gerusalemme, dove studia, prega e – dice lui – fa opera di intercessione, cioé si sforza di stare nel
mezzo fra le parti contendenti, ponendo una mano sulla spalla di ciascuno. Forse è per questo che quando parla, o scrive, lo si ascolta o legge volentieri, perché ci si sente capiti. E' successo quando l'Espresso pubblicò un suo dialogo con Ignazio Marino; è successo quando un suo articolo è apparso sull'inserto domenicale del Sole24Ore. La vita e la morte, il rispetto della persona e l'accanimento terapeutico, la ricerca del “bene possibile” e la faticosa accettazione del “male minore”... Nessun arretramento sui principii, ma un “di più” dato dalla attenzione credibile al dolore e alla dignità della persona umana.
Oltre e al di là di questi interventi pubblici, però, il cardinale ottantenne può essere soddisfatto della "semina" attuata, che sta dando frutti. La Chiesa italiana porta sue tracce: almeno tre vescovi di Lombardia (Coletti, Giudici, Merisi) sono stati suoi collaboratori e altri prelati e comunità e laici lo tengono come punto di riferimento
Svolge con una certa frequenza esercizi spirituali di stampo “ignaziano”, da buon gesuita. Ed esercita così quel magistero della Parola attraverso la lectio divina che negli anni di Milano riscosse tanto interesse. Di questa sua attività restano tracce nei volumi che le case editrici pubblicano e che vanno a ruba. E man mano si delinea una sorta di "radicalismo evangelico”, che però non è nuovo, se solo si pensa che la sua prima lettera pastorale, nel 1981, invitava gli ambrosiani affetti da “mal del mattone” a riscoprire La dimensione contemplativa della vita.
Nel suo cammino verso la centralità del Vangelo, il cardinale-biblista ricorre a figure e momenti centrali della Rivelazione che parlano agli uomini e alle donne di oggi, svelando la assoluta attualità della proposta cristiana.
L'apostolo Paolo, per esempio, o meglio la conversione di Saulo, ebreo di stretta osservanza farisaica, persecutore dei cristiani, che coniugava tradizione, impegno personale, senso di “giustizia secondo la Legge”. E chiede (a lui e a noi) “dove eri quando la Parola ti ha raggiunto?”; e poi “verso quale direzione ti ha portato il Signore?”. Domande impegnative, che scavano dentro.
O l'apostolo Pietro, del quale ama particolarmente la Prima Lettera, uno scritto adatto a tempi difficili per la Chiesa e per il mondo. Con grande coraggio ne svela il “segreto”, apparentemente “scandaloso”: l'accettazione del quadro socio-politico, anche se intriso di ingiustizia, perché compito primario del cristiano non è il sovvertimento violento dello status quo, ma il cambiamento del cuore, il mutamento interiore. Il tutto in un quadro di speranza, di fronte al dilagare di inimicizie, divisioni, conflittualità... Quante rivoluzioni sono fallite perché i cuori di pietra non sono divenuti cuori di carne!
E poi il Discorso della Montagna, quell'esigente e radicale elenco di Beatitudini che contiene l'essenziale: la scoperta della paternità di Dio, che vuol dire anche la fratellanza fra tutti gli esseri umani al di là delle differenze; l'affermazione della dignità umana; soprattutto la centralità della croce, non incidente di percorso, ma traguardo a cui tendere, perché esprime – dice padre Martini – l'amore di chi dà la propria vita per gli altri senza risparmio, senza riserve.
Questo ci sembra il regalo più bello che – allo scoccare dei suoi 80 anni – ci viene dal cardinale, che immaginiamo per le strade della Città Santa di Gerusalemme appoggiato a un bastone, intento a estrarre dalla bisaccia cose antiche e cose nuove.
Cardinal Martini, 80 anni
Feb 14, 2007
Centinaia di messaggi di auguri sul sito della diocesi per la sua festa
(espresso.repubblica.it, 14 febbraio 2007) Arrivano da Malta e dagli Stati Uniti, da Milano e dal Canada, dalla Svizzera e dalle isole Eolie. Parlano dei ricordi di un lungo episcopato che ha lasciato un segno nel cuore di molti. Chiedono e promettono preghiere, benedizioni, intercessioni. Abbracciano col pensiero l´età anziana di Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, che domani compie 80 anni. Sono già centinaia i messaggi di auguri arrivati via Internet per il cardinal Martini, da quando, lunedì mattina, qualcuno in Curia ha pensato di aprire una casella di posta virtuale per il compleanno del cardinale nominato da papa Wojtyla arcivescovo di Milano il 10 febbraio 1980, città dove è rimasto fino a alle dimissioni per raggiunti limiti d´età, l´11 luglio del 2002.
Il sito della Diocesi è subito stato intasato da una valanga di messaggi. Martini - che in questi giorni è partito da Gerusalemme, la città dove ha scelto di vivere la sua vecchiaia - si trova in Italia, dai confratelli gesuiti, nel monastero di Galloro, vicino a Roma, dove sta predicando gli esercizi spirituali. Riceverà i messaggi nei prossimi giorni, ma non verrà a Milano. I fedeli che vorranno incontrarlo - e sono già 800 i prenotati - andranno con l´arcivescovo Dionigi Tettamanzi, a Gerusalemme, a marzo, in un pellegrinaggio diocesano che intende celebrare il compleanno di Martini e il cinquantesimo anno di sacerdozio del suo successore. Il quale sicuramente, a giugno, via mail, riceverà la stessa valanga di auguri per il suo anniversario.
Reformer im Vatikan: Kardinal Carlo Maria Martini wird 80
Feb 11, 2007
Als Theologe und Bibelgelehrter von internationalem Ansehen wurde Carlo Maria Martini lange als «papabile» (lat.: fähig zum Amt des Papstes) und möglicher Nachfolger von Papst Johannes Paul II. gehandelt.
Rom (dpa, 10.02.2007) Stattdessen war er am Ende lediglich Teilnehmer des Konklave, aus dem am 19. April 2005 Joseph Ratzinger als neuer katholischer Kirchenführer hervorging. Martini, der 23 Jahre lang Erzbischof von Mailand war, gilt bei Vatikanisten als Reformer. Immer wieder bezog er zu heiklen Themen wie Sexualität, Islam oder Frauen in der Kirche die Gegenposition zu den Konservativen. Am Donnerstag (15. Februar) wird der Geistliche 80 Jahre alt.
Zuletzt war Martini Ende des vergangenen Jahres in den Schlagzeilen, als er das heiße Eisen «Kirche und Kondome» anfasste. Mit überraschender Offenheit räumte er ein, dass in Zukunft eine Lockerung der Haltung der Kirche nicht mehr ausgeschlossen sei: «Es muss alles getan werden, um Aids zu bekämpfen. In gewissen Situationen stellt der Gebrauch eines Präservativs das geringere Übel dar», sagte der gebürtige Turiner der italienischen Wochenzeitschrift «L'Espresso». Ein HIV-Infizierter sei verpflichtet, den nicht infizierten Ehepartner zu schützen. Derart fortschrittliche Aussagen sind im Vatikan nicht unbedingt an der Tagesordnung.
Beachtung fanden weltweit auch seine Stellungnahmen zum Thema Islam. Bereits 1990 äußerte er sich erstmals zur zunehmenden Einwanderung von Muslimen in den europäischen Kulturraum. Er forderte die Christen auf, ihren muslimischen Mitbürgern zu zeigen, dass sowohl eine individuelle als auch eine gemeinschaftliche Religiosität innerhalb einer demokratischen Gesellschaft möglich ist.
Erst kürzlich bezog er zur derzeit in Italien heftig diskutierten Sterbehilfe Stellung. «Es ist sehr wichtig, zwischen Euthanasie und dem Unterlassen von lebenserhaltenden Maßnahmen zu unterscheiden», betonte er. «Wenn man auf lebenserhaltende Maßnahmen verzichtet, dann will man damit nicht den Tod auslösen, sondern man akzeptiert, dass man ihn nicht verhindern kann.» Nicht alle in der katholischen Kirche teilen diese Meinung.
Benedikts Vorgänger Karol Wojtyla hatte den Italiener 1979 zum Erzbischof geweiht und nahm ihn 2002 ins Kardinalskollegium auf. Martini ist Jesuit und trat dem Orden 1944 im Alter von nur 17 Jahren bei. Bereits mit 25 Jahren empfing er 1952 die Priesterweihe. Acht Jahre später promovierte Martini an der Päpstlichen Universität Gregoriana.
Nachdem er als Wissenschaftler bereits mehrere Bücher und Artikel veröffentlicht hatte, brachte Martini kürzlich seine Autobiografie «Mein Leben» heraus. Auch seine spirituellen Bücher haben international ein großes Publikum. Ein Briefwechsel zwischen Martini und dem Schriftsteller Umberto Eco, in dem es um kirchliche und ethische Fragen geht, wurde 1998 unter dem Titel «Woran glaubt, wer nicht glaubt?» als Buch veröffentlicht.
Martini hat vor allem in Mailand, Europas größter Diözese, Spuren hinterlassen. Immerhin 23 Jahre war er dort Erzbischof, bis er 2002 aus Altersgründen das Amt abgab. Er kümmerte sich in der lombardischen Metropole nicht nur um die großen kirchenpolitischen Fragen, sondern auch um Ausländer und Jugendarbeit. Wegen eines Zitterns seiner Hände wird seit Jahren über eine mögliche Parkinson-Erkrankung des Kardinals spekuliert. Heute lebt Martini zurückgezogen in Jerusalem, wo er sich dem Gebet und dem Bibelstudium widmet.
Words of cardinal, Pope Benedict ignite church debate over euthanasia
Feb 11, 2007
When Pope Benedict XVI made a pointed comment about euthanasia in a weekly Sunday address to pilgrims and tourists earlier this month, his words added fuel to a discussion in some quarters contrasting his stance with the nuanced position articulated recently by an outspoken Italian prelate, Cardinal Carlo Maria Martini.
ROME (Our Sunday Visitor, 2/7/2007) – In his comments on Feb. 4, celebrated by Italian Catholics as the “Day of Life,” Pope Benedict urged the faithful gathered in St. Peter’s Square “not to be deceived into thinking one can dispose of life to the point of legitimizing its interruption with euthanasia, masking it perhaps with a veil of human compassion.”
Cardinal Martini, a retired archbishop of Milan and a perennial conclave favorite among “progressive” Catholics, wrote an essay in an Italian financial journal Jan. 21 that some observers interpreted as dissenting from church teaching against euthanasia and assisted suicide.
In his article in Il Sole 24 Ore, Cardinal Martini defined euthanasia as “an act that intends to shorten life, positively causing death.” Quoting the Compendium of the Catechism of the Catholic Church, he said abstention from “overzealous therapies” means “to refuse … the utilization of disproportionate medical procedures, without reasonable hope of a positive outcome.”
Turning to the Catechism of the Catholic Church, he explained that by avoiding overzealous treatment, “one does not will to cause death, one’s inability to impede it is merely accepted.”
Cardinal Martini, who rarely gives interviews, told Our Sunday Visitor he wrote the article “to stir consciences” because little attention is given to the majority of Italians who do not have access to proper and timely health care.
Another Italian prelate, Archbishop Carlo Ghildelli of Lanciano-Ortona, dismissed the alleged controversy as a false reading of what the pope and the cardinal actually said.
In an interview with Italy’s leading daily, Corriere della Sera, the archbishop assured that both Pope Benedict and Cardinal Martini strongly oppose euthanasia. He described their positions as “faces of one and the same prism” and stated that “to con_sider one face only is to lose the vision of the whole.” Other Church leaders, how_ever, have taken issue with one or more of Cardinal Martini’s assertions. The debate centers on defining the line between an ethically legitimate refusal of treatment and actual euthanasia. Welby’s wishes The latest euthanasia debate in Italy has been sparked by one high-profile case. On Feb. 1, a medical review board unanimously decided there were no grounds for disciplinary action against a doctor who helped a patient with muscular dystrophy disconnect the respirator that kept him alive – an action that led to the man’s death.
The patient, Piergiorgio Welby, had been kept alive for nine years by respiratory support therapies that included a tracheotomy and automatic ventilator but offered him no hope of improvement.
An anguished Welby repeatedly pleaded for suspension of the therapy, fully aware of the fatal consequences. His situation became a pawn in a political battle as advocates for legalized euthanasia championed his cause.
Last December, an anesthetist granted his request, and Welby died. The doctor was denounced to the Italian Medical Association, which referred his case to the review board.
Speaking after the verdict, a Catholic physician on the panel, Dr. Giovanni Fasani, said Cardinal Martini’s recent article was decisive in helping board members reach consensus.
“The position taken by Cardinal Martini opened our eyes,” Fasani said. “He clearly distinguished the border between euthanasia and renouncing treatment” and showed that “the Catechism is not clearly against stopping therapies.”
What the cardinal said
In the article, Cardinal Martini, who turns 80 this month and suffers from Parkinson’s disease, went to the heart of the debate from the viewpoint of the patient and Catholic teaching.
“It is of the utmost importance to distinguish between euthanasia and the abstention from overzealous therapies,” he stated. The delicate point is “to establish where a medical intervention is appropriate,” a decision that requires “attentive discernment” concerning the individual case.
In a key statement, the cardinal said “the will of the patient must not be overlooked” in evaluating “whether the treatment that is being proposed to him, in those cases of exceptional gravity, is effectively proportionate.”
However, he added, the patient should not be left alone to decide. Rather, “It is the responsibility of everyone to accompany the one who is suffering, especially when the moment of death is drawing near.” The cardinal said he prefers the term “limitation of treatment” to “suspension of treatment” because it implies that “assistance should be continued, measuring itself to the effective needs of the person, guaranteeing, for example, the sedation of pain and nursing treatment.”
In perhaps the most misunderstood passage, he stressed the need for laws allowing informed refusal of treatment “considered by the patient to be disproportionate” and called for legal protection of doctors from charges of assisting a suicide. But this statement, he added, should not be taken to mean he supports legalizing euthanasia.
Predicting a proliferation of cases like Welby’s, he urged the church to give them more attention “at the pastoral level.” Some saw this comment as a rebuke to Cardinal Camillo Ruini, the pope’s vicar for Rome, who refused Welby a church funeral “because he repeatedly and publicly affirmed his desire to end his life, something that is incompatible with Catholic doctrine.”
The president of the Pontifical Academy for Life, Bishop Elio Sgreccia, disagreed with Cardinal Martini on some points.
Writing in Avvenire, Italy’s Catholic daily, he argued that Cardinal Martini’s definition of euthanasia was “insufficient.” It referred only to the “active” type, he said, whereas euthanasia is also “the omission of an effective and obligatory therapy, whose deprivation intentionally causes death.”
The doctor’s role
Bishop Sgreccia concurred with the cardinal about a patient’s right to refuse overzealous or burdensome therapies, but he argued that the proportionality judgment is best left to doctors.
The physician, he said, should not be “a simple executor of the wishes of the patient.” If he recognizes the patient has “consistent” reasons for refusing, he should “respect” the patient’s will, but if he judges them unfounded, in conscience he must assert his own position and, if necessary, have recourse to competent authority.
Although the debate has cooled, it is not yet resolved – except to acknowledge that the nuanced positions of the pope and cardinal are not far apart.
Archbishop Ghildelli, in reconciling the two views, said Pope Benedict “is expressing more the concern for the common good, telling everyone that life is a value and cannot be touched,” while Cardinal Martini “is focusing more on the personal aspect, and expressing above all his concern for the individual sick person.”
In other words, in this moral teaching, the prism has two faces.
Un libro sul cardinal Martini
Feb 09, 2007
L’Opera
I 22 anni di presenza a Milano del Cardinal Carlo Maria Martini, raccontato dai suoi più stretti collaboratori (“gli inquilini del palazzo arcivescovile”) e dai più significativi protagonisti della società civile di quell’epoca. Luisa Bove, giornalista professionista dei periodici diocesani (Il nostro tempo, Il Segno) ha raccolto le interviste in esclusiva a: Franco Agnesi, Marcella Agostani, Antonio Airò, Gabriele Alberini, Massimo Benedetti, Francesco Saverio Borrelli, Franco Brovelli, Roberto Busti, Franco Carnevali, Angelo Casati, Gianni Cesena, Alessandro Clerici, Erminio De Scalzi, Giovanni Giudici, Bruno Maggioni, Daniela Mazzuconi, Luigi Melesi, Franco Monaco, Carlo Mario Mozzanica, Bartolomeo Sorge, Eugenio Zucchetti, e lo stesso Carlo Maria Martini.
L’Autrice
Luisa Bove, vive e lavora a Milano, ha conseguito il Baccalaureato presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. Giornalista professionista, collabora con numerose testate cattoliche. Attualmente scrive sul settimanale Il nostro tempo e sul mensile Il Segno.
Un libro sul cardinal Martini
Feb 09, 2007
L’Opera
I 22 anni di presenza a Milano del Cardinal Carlo Maria Martini, raccontato dai suoi più stretti collaboratori (“gli inquilini del palazzo arcivescovile”) e dai più significativi protagonisti della società civile di quell’epoca. Luisa Bove, giornalista professionista dei periodici diocesani (Il nostro tempo, Il Segno) ha raccolto le interviste in esclusiva a: Franco Agnesi, Marcella Agostani, Antonio Airò, Gabriele Alberini, Massimo Benedetti, Francesco Saverio Borrelli, Franco Brovelli, Roberto Busti, Franco Carnevali, Angelo Casati, Gianni Cesena, Alessandro Clerici, Erminio De Scalzi, Giovanni Giudici, Bruno Maggioni, Daniela Mazzuconi, Luigi Melesi, Franco Monaco, Carlo Mario Mozzanica, Bartolomeo Sorge, Eugenio Zucchetti, e lo stesso Carlo Maria Martini.
L’Autrice
Luisa Bove, vive e lavora a Milano, ha conseguito il Baccalaureato presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. Giornalista professionista, collabora con numerose testate cattoliche. Attualmente scrive sul settimanale Il nostro tempo e sul mensile Il Segno.
Cardinal Martini e' isolato fra i vescovi
Jan 31, 2007
'L'intervento del cardinale Martini non e' stata oggetto del dibattito fra i vescovi'.
(aduc.it, 30 Gennaio 2007) E' quanto ha spiegato oggi mons. Giuseppe Betori in riferimento al dibattito che si e' svolto nei giorni scorsi all'interno del Consiglio episcopale permanente. In linea generale, per altro, Betori ha affermato che 'le sfumature non mancano nel dibattito, ma i vescovi sono fondamentalmente uniti'. Betori ha quindi affermato che nessuno dei membri del vertice della Cei si e' richiamato ha quanto ha scritto il cardinale Carlo Maria Martini, ex arcivescovo di Milano, sul 'Sole 24Ore', nel testo pubblicato lo scorso 21 gennaio il porporato si esprimeva a favore di una legge sull'interruzione delle cure e sul testamento biologico a partire dalla richiesta del paziente.
Martini distingueva questa ipotesi da quella dell'eutanasia. Il cardinale, insomma, in disaccordo con i vertici della Cei, avanzava la proposta di mettere in campo una legge. 'Dal punto di vista giuridico - affermava Martini - rimane aperta l'esigenza di elaborare una normativa che, da una parte, consenta di riconoscere la possibilita' del rifiuto (informato) delle cure - in quanto ritenute sproporzionate dal paziente - e dall'altra protegga il medico da eventuali accuse (come omicidio del consenziente o aiuto al suicidio), senza che questo implichi in alcun modo la legalizzazione dell'eutanasia'.
Al contrario il vertice della Cei, e lo stesso cardinale Camillo Ruini, avevano affermato che su queste materie non era necessaria una legge in quanto bisognava lasciare spazio al rapporto medico-paziente, senza contare che anche il cosiddetto testamento biologico poteva trasformarsi in una sorta di eutanasia mascherata. Posizioni ribadite oggi dal Segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Betori.
"Il rapporto tra medico e paziente - ha spiegato Betori - e' gia' tutelato dalla deontologia medica", e 'non ha bisogno di leggi che lo ingabbiano e che lo rendono piu' debole'. Il Segretario generale della Cei, ha inquadrato in questi termini la questione del testamento biologico, attualmente all'esame del Parlamento. 'Il legiferare troppo -ha detto chiarendo la posizione della Chiesa italiana in merito ad un eventuale legge- va a scapito del rapporto tra il malato e il medico. La deontologia medica prevede gia' il dialogo tra il medico e il malato in ordine alla cura'. Si', dunque, al 'dialogo', ma non in un contesto "dove una legge ingabbia e pretende di predeterminare una situazione in cui gia' il dialogo consentirebbe di rispettare la volonta' del malato, ma anche il ruolo del medico. Altrimenti il medico non fa piu' il medico, se esegue soltanto gli ordini del malato: non ha piu' una scienza da apportare e una coscienza da esercitare'.
Quindi Betori ha toccato anche il caso Welby che tanto ha fatto discutere non solo l'opinione pubblica ma anche la comunita' dei fedeli. Nel 'caso Welby' si e' trattato di eutanasia?
E' stata la domanda posta a mons. Betori dai giornalisti. 'Il tema non e' emerso', nel corso dei lavori del Consiglio episcopale permanente ha risposto il segretario generale della Cei.
Betori ha poi definito il caso Welby 'molto problematico', perche' 'in un contesto di ideologizzazione talmente forte diventa difficile sapere cos'e' successo realmente'. Betori ha citato comunque 'un testimone non sospetto': l'oncologo Umberto Veronesi, secondo il quale nel caso Welby 'eticamente si e' trattato di un suicidio'. Riguardo ai funerali 'la Chiesa di Roma difficilmente poteva trovare un atteggiamento diverso'. La posizione dei vescovi 'e' chiara', ha aggiunto poi Betori citando il comunicato finale del Consiglio episcopale permanente, in cui si ribadisce il 'rifiuto' dei vescovi 'dell'eutanasia come anche dell'accanimento terapeutico che pero', ovviamente, non puo' giungere a legittimare forme piu' o meno mascherate di eutanasia e in particolare quell'abbandono terapeutico che priva il paziente del necessario sostegno vitale attraverso l'alimentazione e l'idratazione'.
Alcune parlamentari di Forza Italia, dell'associazione 'Valori e liberta', esprimono 'grande soddisfazione' per le dichiarazioni di monsignor Giuseppe Betori, segretario della Cei, sull'eutanasia.
Isabella Bertolini, Patrizia Paletti Tangheroni, Simonetta Licastro Scardino e Laura Bianconi, affermano che 'il no fermo dei vescovi italiani ad ogni forma di abbandono terapeutico che possa privare il paziente del necessario sostegno vitale attraverso l'alimentazione e l'idratazione serve a sgombrare il campo da ogni sistema volto a mascherare con altro nome atti di eutanasia'. E 'non c'e' alcuna necessita' che si dia vita ad una legge sul testamento biologico, perche' irrimediabilmente finirebbe per aprire le porte all'eutanasia'.
Quanto al caso di Piergiorgio Welby, le parlamentari contrappongono il caso del professor Mario Melazzini, 'oncologo malato di sclerosi laterale amiotrofica, come Welby', che 'pur nelle sue drammatiche condizioni si e' sempre dichiarato contro l'eutanasia'.
Card. Martini apre alla legge sull'eutanasia
Jan 22, 2007
Alla vigilia dei suoi 80 anni, il cardinale Carlo Maria Martini, tra le voci più autorevoli del mondo cattolico, riflettendo sulla vita e la malattia riapre il dibattito politico aperto dal caso Welby.
(Ansa, 2007-01-21) CITTA' DEL VATICANO - E, col suo intervento pubblicato sul Sole 24 Ore, da malato parkinsoniano che abbisogna di continue cure e terapie per "reggere alla fatica quotidiana e per prevenire malanni debilitanti", affronta compiutamente gli interrogativi sul terreno chiarendo che l'eutanasia non va confusa col rifiuto dell'accanimento terapeutico ma che, tuttavia, c'é l'esigenza di elaborare norme che consentano di respingere le cure, anche se per stabilire se un intervento medico è appropriato "non ci sono regole generali e non può essere trascurata la volontà del malato".
Di casi come quello di Piergiorgio Welby che "con lucidità ha chiesto la sospensione delle terapie di sostegno respiratorio" per porre fine alla sua vita saranno "sempre più frequenti" e, di conseguenza, "la Chiesa stessa dovrà darvi più attenta considerazione pastorale" sottolinea il cardinale che invita implicitamente il mondo politico ad "elaborare" una normativa ma senza "che questo implichi in alcun modo la legalizzazione dell'eutanasia".
Pacate parole che arrivano in cui momento in cui serpeggiano non pochi timori tra i cattolici per la possibilità che il testo sul testamento biologico - all'attenzione del Senato - possa fare da 'cavallo di Troia' e consentire l'introduzione dell'eutanasia anche in Italia. Non è un caso se ieri i rappresentanti di oltre 60 associazioni cattoliche si sono dati appuntamento al Laterano per una riflessione comune sul tema della cosiddetta 'dolce morte'.
Una legge in materia, riconosce Martini, è una "impresa difficile, ma non impossibile" e andrebbe portata avanti "guardando più in alto e più oltre che è possibile per valutare l'insieme della nostra esistenza e giudicarla alla luce non di criteri puramente terreni bensì sotto il mistero della misericordia di Dio e della promessa della vita eterna". Poi il gesuita indica come possibile soluzione il modello francese. Oltralpe si è trovato un equilibrio se non perfetto, almeno capace di realizzare un sufficiente consenso in una società pluralista. La legge cui fa riferimento Martini è stata approvata due anni fa, non legalizza l'eutanasia ma prevede che le cure mediche non debbano essere protratte "con ostinazione irragionevole". In pratica una persona in fase terminale può decidere "di limitare o di interrompere ogni terapia" e può autorizzare la somministrazione di farmaci contro il dolore, anche se questi possono accelerarne la morte. L'intervento del cardinale ha riscosso il plauso di autorevoli esponenti diessini. Primo tra tutti il presidente della Commissione del Senato, Ignazio Marino: sono "parole di grande saggezza" in cui "si ritrova pienamente", mentre Cesare Salvi ha parlato di possibile cooperazione tra cultura laica e liberale quando si confrontano senza pregiudizi, mentre il ministro Pierluigi Bersani ha invitato l'Italia a fermarsi per leggere le parole del cardinale. Toni preoccupati, invece, da An. Riccardo Pedrizzi, responsabile del partito per le politiche della famiglia fa notare che il pericolo non è costituito dall'"accanimento terapeutico ma dall'abbandono terapeutico e dall'eutanasia".
Intanto il caso Welby fa scuola. Anche nella cattolicissima Spagna un analogo caso, quello di Meledeine, è diventato oggetto di una battaglia mediatica prima ancora che politica - come evidenzia l'Avvenire - tesa ad influenzare la gente e inscenare un plebiscito a favore dell'eutanasia.
Beten lernen: Kardinal Carlo Maria Martini zur Bedeutung der Weltbischofssynode 2008 über das Wort Gott
Oct 20, 2006
Die Weltbischofssynode über die Heilige Schrift, die Papst Benedikt XVI. für das Jahr 2008 einberufen hat, werde für die Kirche sehr gewinnbringend sein, da jede Erneuerung mit dem Wort Gottes beginne, erklärte vor kurzem der emeritierte Erzbischof von Mailand, Kardinal Carlo Maria Martini.
MAILAND, 19. Oktober 2006 (ZENIT.org).- Der Kardinal begrüßte gegenüber „Radio Vatikan“ die nächste ordentliche Vollversammlung der Bischofssynode, die vom 5. bis zum 26. Oktober 2008 unter dem Thema „Das Wort Gottes im Leben und in der Sendung der Kirche“ in Rom stattfinden wird, als einen wichtigen Moment in der Geschichte und im Leben der Kirche.
Der Autor zahlreicher Werke zu biblischen, theologischen und geistlichen Themen erläuterte, dass die Kirche „aus dem Wort Gottes, dem Wort der Propheten, dem Wort der Apostel und schließlich aus dem geschrieben Wort der Bibel geboren wird“. Aus dem Wort geboren, würde die Kirche jedes Mal, wenn sie zu diesem zurückkehre und sich von der Eucharistie nähre, neu geschaffen.
Das Thema der Bischofssynode sei entscheidend, betonte Kardinal Martino, da uns das Wort Gottes zum Willen Gottes führe. „Der Wille Gottes, der mit uns in Kontakt treten will, wird uns auch sagen, was der Plan Gottes ist, was er von uns möchte, was er von der Kirche erwartet, was unsere Pflicht ist und unsere Zukunft.“
Die Konzilsväter hätten den Wunsch gehabt, dass sich die Kirche noch mehr am Wort Gottes orientieren möge, führte Kardinal Martini aus. Durch die Liturgiereform sei dieses Bestreben auch in die Tat umgesetzt worden. Des weiteren habe das Zweite Vatikanische Konzil die Laien dazu ermutigt, sich täglich mit dem Wort Gottes zu nähren und aus ihm heraus beten zu lernen.
Mit Blick auf die Weltbischofssynode wies der Kardinal darauf hin, dass wir noch sehen müssten, welche Fragen Papst Benedikt XVI. zur Diskussion stellen werde. Seiner Ansicht nach wäre es jedenfalls wichtig, von der dogmatischen Konstitution Dei Verbum des Zweiten Vatikanischen Konzils auszugehen, in der „die Kirche ihre Überzeugung hinsichtlich des Wortes Gottes ausdrückt“. Im sechsten Kapitel sei dargelegt, „was die Kirche mit dem Wort Gottes tut“ und „wie sie sich von ihm nährt – in der Theologie, bei der Katechese sowie in der Liturgie“.
Kardinal Martino verwies dabei „auf einen Absatz, den Benedikt XVI. schon mehrfach wiederholt hat und der vom Wort Gottes im Leben der Christen spricht, die lernen müssen, das Wort Gottes in der so genannten ‚lectio divina’, der Annäherung an das Wort Gottes im Gebet, zu betrachten, um aus ihm heraus beten zu lernen“. Die Synode müsse diesbezüglich Fragen aufwerfen. „Sie muss fragen, wie wir Dei Verbum verwirklicht und die ‚lectio divina’ in unseren Gemeinden gelebt haben.“
Cardinal Martini Hails Call for '08 Synod
Oct 18, 2006
Will Focus on Sacred Scripture
MILAN, Italy, OCT. 18, 2006 (Zenit.org).- The synod convoked by Benedict XVI on sacred Scripture will greatly benefit the Church as all renewal comes from the word of God, says the retired archbishop of Milan.
Cardinal Carlo Maria Martini, 79, commenting on Vatican Radio, praised the Vatican's announcement earlier this month regarding the next ordinary session of the Synod of Bishops, to be held Oct. 5-26, 2008, on the theme "The Word of God in the Life and Mission of the Church."
The cardinal, author of numerous works on biblical, theological and spiritual topics, said that "the Church is born from the word of God ... the word of the prophets, the word of the apostles and, finally, the written word of the Bible."
Being born from the word, he added, the Church "is renewed, she is regenerated every time she returns" to the word.
The cardinal said that in the synod the Church, reflecting on Scripture, "will drink from there abundantly and be renewed with that contact."
Cardinal Martino underlined the importance of this theme because "it is the word of God that leads us to the will of God himself; God's will to communicate with us also tells us what God's plan is, what he wants from us, what he wants from the Church, what our duty is and what our future is."
"Therefore, the Church is constantly renewed by drinking from the source of the word of God, as she is renewed by being nourished by the Eucharist," he said.
"I believe it will be a very important moment for the history and life of the Church," the cardinal added.
Renewal
In keeping with the Second Vatican Council, Cardinal Martini said that the council fathers wanted the Church to be even more nourished by the word of God -- "something which also occurred with the liturgical renewal."
Moreover, the council "also exhorted all the laity to be nourished daily by the word and to learn to pray from the word," the retired archbishop said.
In regard to the synod of 2008, Cardinal Martini said that it still has to be seen what questions Benedict XVI will pose to focus the discussion.
He added that it will be important to begin with the dogmatic constitution "Dei Verbum," of Vatican II, "in which the Church expressed her conviction in regard to the word of God."
Cardinal Martini considers chapter six of that document especially important, "which says what the Church does with the word of God," and how "she is nourished by it in theology, catechesis and the liturgy."
In addition, the cardinal referred to "that passage that Benedict XVI has recalled several times, which speaks of the word of God in the life of Christians, who must learn to meditate on the word with what today is called 'Lectio Divina,' namely, the praying approach to the word of God, to learn to pray from it."
He added: "The synod will have to question itself on all this; it must ask how we have put 'Dei Verbum' into practice, how we live 'Lectio Divina' in our communities."
Ecco chi sono oggi
Jul 31, 2006
I gesuiti tornano alla ribalta alla vigilia della festa del loro fondatore sant'Ignazio (31 luglio) con due modi diametralmente opposti di leggerne la realta': un dossier ''laico'' ma esterno apparso su Repubblica e un inedito del cardinale Martini appositamente dato a ''Civilta' Cattolica''.
(asca.it, 29-7-06) Ed e' proprio all'interno di questa rivista che qualcuno dei religiosi piu' bersagliati della storia della chiesa, lamenta un persistente ''parlare di noi in termini archeologici, con linguaggi e argomenti ormai logori e fermi al passato''.
E' nella direzione di mostrare l'attualita' della Compagnia di Gesu' nella chiesa e nel mondo moderno che il cardinale Martini scrive il suo articolo dal titolo ''Il servizio dei gesuiti nella chiesa oggi''.
Fuori dai consueti schemi entro cui si muove la narrazione laica sui gesuiti, Martini pensa la Compagnia come una realta' attenta in modo speciale ''alle ricchezze spirituali esistenti nelle diverse chiese locali e dei loro rispettivi programmi, cosi' da poter collaborare con i vescovi e con gli altri soggetti pastorali''.
In modo speciale i gesuiti devono restare al servizio degli Esercizi spirituali di sant'Ignazio che mirano sostanzialmente ''ad aiutare a fare una scelta qualificante di vita e cercare ''come servire al meglio Dio in questa scelta?.
Oggi in particolare i gesuiti si devono porre in ascolto della voce di Dio che chiede loro una conoscenza approfondita della Sacra Scrittura e soprattutto dei Vangeli per poterli insegnare ai fedeli in ogni circostanza. E poi devono coltivare il discernimento degli spiriti che ''suppone che Dio abbia un piano e una missione per ciascuno di noi''.
Una delle piu' grandi sfide ''che nel nostro mondo globalizzato siamo chiamati ad affrontare - conclude il cardinale Martini a proposito dei gesuiti - e' quella di saper convivere nello stesso territorio pur restando diversi, non solo di cultura ma anche di religione, e cio' senza ghettizzarci, senza disprezzarci, senza neppure solo tollerarci (il che sarebbe gia' molto), ma invece fermentandoci a vicenda''.
Se i gesuiti attuali non avranno questa capacita' di ascolto e discernimento, potranno fare molte cose ma la Compagnia di Gesu' ''rischiera' di mancare nell'essenziale e sara' sempre in ricerca affannosa di qualche segno esterno per definirsi, giustificarsi e attrarre vocazioni sensibili a questo o quel campo di azione, cedendo cosi' un poco a quello spirito di mercato che caratterizza, ma non in bene, la nostra cultura contemporanea''.
Cardinal Martini shakes, but doesn't stir
Jul 12, 2006
This month marked the 10th anniversary of the Sir Sigmund Sternberg Prizes for Interfaith Understanding, awarded at Hebrew University.
(Jerusalem Post, Jun. 29, 2006) Presenting the annual lecture to accompany the award ceremony, at which four students were honored for their work in comparative religion, was Cardinal Carlo Maria Martini, who retired from the archdiocese of Milan at the mandatory age of 75 and came to reside in Jerusalem nearly four years ago.
He is known for his scholarship and liberalism and recognized for his work in interfaith dialogue.
"People express themselves in apparently different ways, but often there is substantial similarity in what they say," he told the assembled audience, in a lecture entitled Philosophy and Dialogue . He himself was awarded an honorary doctorate from Hebrew University a day earlier.
Not that Martini needs another doctorate. He earned one in theological studies from the Pontifical Gregorian University in 1958 and another in Scripture from the Pontifical Biblical Institute. He went on to become dean of the Faculty of Scripture at the Biblical Institute, then became its rector in 1969, and in 1978 became chancellor of the Pontifical Gregorian University. He holds an honorary doctorate from the Russian Academy of Sciences.
In addition to a history of scholarship, Martini has a track record of liberalism - in particular, of supporting changes that would make the church more democratic. He has also voiced support for strengthening the comparatively weak power and influence of women within the Catholic Church.
Martini's record of liberalism earned him so much support from liberal Catholics that he was for a long time considered the first choice among liberals to succeed John Paul II in the papacy.
In consonance with his liberal values, Martini is also known for his work on interfaith dialogue. He has encouraged Christians to learn more about Judaism, the religion of Jesus, both in order to build branches to the Jewish community and also to better understand their own faith.
In a message delivered to a 2004 symposium on the Holy Land and inter-religious dialogue, he encouraged Christians to reserve judgement on the Israeli-Palestinian conflict.
Prof. Steven Kaplan, dean of the Faculty of Humanities, was on hand to offer greetings and initial remarks at the award ceremony. He is the son of a Conservative rabbi from Pittsburgh who was deeply involved in interfaith dialogue. He fondly recalled that his father was, in fact, named "man of the year for Catholic education in Pittsburgh."
When he told the audience that the ceremony for the award was scheduled for a Jewish holiday, so unfortunately, the rabbi was unable to attend, the room erupted into gales of laughter.
The mood once again became sober and dignified as Cardinal Martini took the podium. The aged and revered cardinal sat and read a greeting in Hebrew and then delivered the lecture in English - neither language is his native tongue.
Martini's subject was different kinds of language, and whether they can be bridged. He compared everyday language, religious language and scientific language. The essential question is whether people who speak one of these three languages can successfully communicate with those who speak one of the other two. Martini believes it is possible.
For example, the scientific method is critical in studying religious manuscripts, to discern religious meaning of the ancients. One must be fluent in both to successfully extract the kinds of truths that both kinds of writings contain. Scientific truth has an obvious scope, but "religious thought has it's own truth, dignity, and purpose." Martini also took time to commend Vatican II, and the Church's examination of its relationship to non-Christian religions.
Laurea honoris causa a cardinal Martini e Amos Oz
Jun 15, 2006
L'universita' ebraica di Gerusalemme ha assegnato la laurea honoris causa al cardinale Carlo Maria Martini e allo scrittore Amos Oz.
(ANSA, 11/06/2006) - Insieme con i due altre otto personalita' sono state insignite dello stesso riconoscimento.L'ex arcivescovo di Milano, ora in pensione, Carlo Maria Martini vive da diversi anni a Gerusalemme. L'universita' ebraica gli ha assegnato una laurea honoris causa in filosofia,sottolineando il ruolo da lui svolto per lo sviluppo del dialogo fra ebrei e cristiani.
Controversial Cardinal Martini Interview Caused High Level Vatican Meeting
May 07, 2006
Although mostly below the surface, there has been much activity from the Vatican in combating the negative effects of Cardinal Carlo Martini's break with the Catholic Church on bioethical matters. The controversial remarks, published in the Italian weekly L'Espresso, were, according to EWTN's Vatican Bureau Chief Joan Lewis, the cause of a "high level meeting" on how to deal with the matter.
VATICAN, May 1, 2006 (LifeSiteNews.com) - The results of that meeting, says Lewis, "may never be known for no statement or declaration was issued, no article appeared in the Vatican newspaper, nor was anything published on the Vatican web site." Another Vatican expert, Ciesa's Sandro Magister reports that while reaction from the Vatican seems muted, "the sparks are flying in private."
However, hints as to what transpired are easily detectable in the chain of events that have taken place since the Friday April 21 publication of the interview. It seems that it was decided that the pro-life arms of the church agencies involved ie, the Vatican and the Italian Bishops Conference of which Martini is a senior cleric, should respond.
The first off the mark was the president of the Vatican's Pontifical Academy for Life, Bishop Elio Sgreccia. Bishop Sgreccia directly contradicted Martini on the beginning of life and thus the permissibility of embryo research, on in vitro fertilization and on the use of condoms to protect against AIDS.
Two days later, on April 26, the Vatican newspaper L'Osservatore Romano published in its weekly edition the final communiqué from the 12th General Assembly of the Pontifical Academy for Life which was issued over a month before (on March 23). That Assembly dealt with "The Human Embryo in the Pre-Implantation Phase." And its conclusions contradicted Martini's assertion that after the union of a sperm and ovum and prior to syngamy there was not human life.
Rather, the Pontifical Academy after much study of embryology stated, "in light of the most recent discoveries of embryology, it is possible to establish certain universally recognized points," the first of which was that "The moment the sperm penetrates the oocyte is when the existence of a new 'human being' begins."
Moreover, the Academy asserted, "on the precise basis of the available biological data, we maintain that there is no significant reason to deny that the embryo is already a person in this phase." Concluding, the communiqué stressed, "over and above any consideration of the human embryo's personality, the mere fact of being in the presence of a human being (and even the doubt of this would suffice) would demand full respect for the embryo's integrity and dignity: Any conduct that might in some way constitute a threat or an offense to its fundamental rights, and first and foremost the right to life, must be considered as seriously immoral."
The reaction from the Italian Bishops Conference comes courtesy of Vatican reporter Sandro Magister who reveals the interview of Cremona Bishop Dante Lafranconi, a former head of the Italian Bishops Conference commission for life and family. Like Sgreccia, Lafranconi, objected to the points on embryo research and in vitro fertilization presented by Martini, and noted a caution about Martini's remarks around the condom.
Martini choc in Vaticano
May 07, 2006
Le tesi del cardinale all'esame dei vertici. Per ora Ruini tace. L''Avvenire' ignora. Ma c'è chi come monsignor Bettazzi dice: 'Cose giuste al tempo giusto: il cambiamento verrà'
(L’Espresso, 06-05-2006) Su un Vaticano assuefatto alla nitida predicazione di Joseph Ratzinger papa, con la verità delle cose celesti e terrene ogni volta scolpita a martello, le dieci pagine di dubbi, di ipotesi, di 'zone grigie' del cardinale Carlo Maria Martini, nel dialogo con Ignazio Marino su 'L'espresso' della scorsa settimana, sono calate nel solo modo possibile: come se si trattasse del manifesto dell'antipapa. Contro il papa attuale. E anche contro il predecessore Giovanni Paolo II, che aveva incardinato il suo battagliero 'evangelium vitae' proprio sui temi della bioetica, del nascere e del morire, oggetto dell'intervento del cardinale Martini.
Ma c'è anche, nella gerarchia della Chiesa, chi vede in Martini il profeta. Luigi Bettazzi, uno dei pochi vescovi viventi che hanno partecipato al Concilio Vaticano II, dice: "Martini sa che è venuto il tempo giusto, per dire le cose che ha detto. Prima del Concilio era la procreazione il fine primario del matrimonio cristiano. E invece oggi la dottrina ufficiale della Chiesa mette al primo posto l'amore. Per la bioetica sarà lo stesso. Martini apre la strada e il cambiamento verrà. Il clero e il popolo cristiano sono già con lui. Sanno già coniugare la fede alla vita concreta".
Intanto, però, regnante Benedetto XVI, è dalla sua congregazione per la dottrina della fede che discende il magistero della Chiesa mondiale. "Ècco il cavallo di Troia introdotto nella città", dice un dirigente della congregazione, con 'L'espresso' squadernato sul tavolo. "Certe aperture del cardinale Martini appaiono a prima vista buone e condivisibili. Ma nascondono effetti devastanti". La congregazione ha allo studio un documento sull'uso del preservativo. È stato Benedetto XVI in persona a volerlo in agenda, mesi fa, dopo che alcuni cardinali avevano ammesso il preservativo in un caso concreto: come protezione dal coniuge infetto da Aids. Si erano pronunciati in questo senso gli arcivescovi di Bruxelles, Godfried Danneels, e di Westminster, Cormac Muphy-O'Connor, e i cardinali di curia Javier Lozano Barragán, presidente del Pontificio consiglio per la pastorale dei malati, e Georges Cottier, teologo ufficiale della casa pontificia con Giovanni Paolo II. A questi si è ora aggiunto Martini. "Il preservativo è una falsa soluzione", taglia corto il dirigente della congregazione per la dottrina della fede: "La comprensione, la misericordia per le situazioni concrete lasciamole al confessore e al missionario".
Ma i passaggi del dialogo con Marino che più hanno contrariato il vertice della Chiesa sono altri. "Basta leggere il Catechismo della Chiesa Cattolica per individuare i punti fermi da cui Martini si discosta", dice ancora il dirigente della congregazione per la dottrina della fede. Uno di questi punti fermi è il rispetto integrale di ogni vita umana "dal concepimento", fin dai suoi primissimi istanti. Proprio a questa fase inizialissima, lo scorso febbraio, ha dedicato un congresso di studio la Pontificia Accademia per la Vita, con scienziati di tutti i continenti convenuti in Vaticano. Nel documento finale c'è scritto che "il momento che segna l'inizio dell'esistenza di un nuovo essere umano è rappresentato dalla penetrazione dello spermatozoo nell'ovocita". Benedetto XVI si recò dai congressisti e disse loro che "l'amore di Dio non fa differenza fra il neoconcepito ancora nel grembo di sua madre, e il bambino, o il giovane, o l'uomo maturo o l'anziano. Non fa differenza perché in ognuno di essi vede l'impronta della propria immagine e somiglianza. Questo amore sconfinato e quasi incomprensibile di Dio per l'uomo rivela fino a che punto la persona umana sia degna di essere amata in se stessa, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione: intelligenza, bellezza, salute, giovinezza, integrità". Il fatto che il cardinale Martini, su 'L'espresso', abbia ignorato tutto questo, e viceversa abbia aperto il varco all'utilizzo dell'ovocita nelle prime ore dopo la fecondazione, sostenendo che lì "non appare ancora alcun segno di vita umana singolarmente definibile", è stato visto in Vaticano come una resa a quella che Giovanni Paolo II definì 'cultura di morte'.
In pubblico, i pochissimi alti dirigenti di Chiesa che hanno replicato a Martini hanno usato toni cortesi. Così ha fatto il vescovo Elio Sgreccia, presidente dell'Accademia per la Vita e numero uno dei bioeticisti vaticani. Ha riconosciuto a Martini "un afflato pastorale ed evangelico". L'ha comunque criticato, oltre che per il via libera dato all'utilizzo dell'ovocita appena fecondato, anche per aver ammesso come lecita la fecondazione artificiale, trascurando che "il dono di sè nell'atto coniugale" è elemento essenziale dell'unione procreativa degli sposi, senza il quale essa perde la sua "pienezza antropologica".
Sempre con garbo, Sgreccia ha inoltre ricordato al cardinale Martini che "la sua teoria" sull'ovocita fecondato "non è condivisa da molti embriologi". E in effetti il Comitato Nazionale per la Bioetica che in Italia si occupa di queste cose, quando nel 2005 affrontò la questione, si divise in 26 contro 12. Con la maggioranza c'erano Sgreccia e altri studiosi cattolici e laici, tutti a favore dell'intangibilità dal primissimo istante dell'ovulo fecondato. Con la minoranza c'era Carlo Flamigni, che volle aggiungere al documento finale una sua nota molto polemica con la Chiesa. La posizione di questa minoranza è quella che sia il cardinale Martini sia il professor Marino hanno fatto propria nel loro dialogo.
La Conferenza episcopale italiana in cui Martini, pur da due anni assente, è il convitato di pietra in opposizione al cardinale presidente Camillo Ruini, ha optato per il silenzio. Ruini, interpellato a bruciapelo venerdì 21 aprile quando 'L'espresso' era da poche ore in edicola, ha bruscamente scostato il microfono. 'Avvenire', il quotidiano della Cei, ha confinato la notizia in un piccolo articolo interno, epurato di tutte le tesi controverse. L'unico dirigente della Cei che si sia espresso in pubblico, col medesimo stile adottato in Vaticano da Sgreccia, è stato il vescovo Dante Lafranconi (vedere il riquadro di pagina 50).
Ma in privato le gerarchie ecclesiastiche sprizzano scintille. E per rintracciare le critiche che cardinali e vescovi rivolgono al cardinale Martini ma non vogliono proferire in prima persona e a voce alta, occorre seguire percorsi un po' tortuosi. È una editorialista di 'Avvenire', ad esempio, Lucetta Scaraffia, storica e femminista che da anni si occupa di bioetica: essa imputa a Martini di affrontare problemi di vita e di morte centrali nella cultura del nostro tempo "con quel modo di ragionare riduzionista e casuistico che ha rappresentato lo stereotipo negativo dei gesuiti fin dai tempi di Pascal". Un altro editorialista di 'Avvenire' è Pietro De Marco, professore all'università di Firenze e alla facoltà teologica dell'Italia centrale: egli imputa al cardinale di "edulcorare la realtà" invece che sottoporla a critica, con "l'effetto di far giudicare ogni divisione sui valori infondata perchè inutile e inutile perchè infondata". Ma né Scaraffia né De Marco scriveranno mai queste righe sul giornale della Cei. Firmeranno altrove, pur sapendo di riflettere giudizi ben presenti ai gradi alti della Chiesa.
Nel corpo della Chiesa organizzata, l'area che più s'è sentita ferita da Martini è quella del Movimento per la Vita. Brucia il fatto che il cardinale abbia passato sotto silenzio l'opera che il Movimento svolge per portare a nascere, aiutando le madri, dei bambini altrimenti destinati all'aborto, ottomila nel 2005 in Italia. Paolo Sorbi, sociologo, ex attivista del Sessantotto, ex militante del partito comunista e oggi presidente del Movimento per la Vita a Milano, l'arcidiocesi che fu di Martini, vede nel dialogo pubblicato su 'L'espresso' il segno di "una resa alla modernità, come se questa avesse già vinto". E lancia questo invito al cardinale: "Venga a passare due giorni in un Centro di Aiuto alla Vita. Rimarrà strabiliato al vedere quante donne, in gran parte immigrate, ritrovano una maternità e una vita felice, sostenute dalla generosità di tanti volontari. Ma come pensa il cardinale che siano stati battuti i referendum? Con un enorme consenso popolare alla vita, costruito in vent'anni e finalmente venuto alla luce".
Embarras au Vatican après les propos du cardinal Martini
May 06, 2006
Préservatif, fécondation assistée et adoption d’embryons.
Rome, 21 avril 2006 (Apic) La curie romaine a du mal à cacher un certain embarras après les propos tenus par le cardinal italien Carlo Maria Martini, ancien archevêque de Milan, sur l’utilisation du préservatif, la fécondation assistée ou l’adoption d’embryons congelés. L’ancien archevêque de Milan s’est exprimé dans un dialogue avec le scientifique et bioéthicien italien Ignazio Marino, publié le 21 avril par l’hebdomadaire L’Espresso.
Dans le ‘Dialogue sur la vie’ publié par le magazine italien, le cardinal et jésuite en retraite à Jérusalem a qualifié le préservatif de “moindre mal“ dans certains cas, a ouvert la porte à la fécondation assistée et à l’adoption d’embryons congelés par des femmes seules. Une copie de l’entretien réalisée il y a un mois par le journal a été envoyée à Benoît XVI.
Au Vatican, les propos du cardinal Martini ont causé une certaine “surprise“ et “perplexité“. Ainsi, le cardinal Alfonso Lopez Trujillo, président du Conseil pontifical pour la famille, habituellement loquace sur ce genre de thèmes, a demandé du temps avant de livrer une éventuelle réaction. “Ce sont des questions de débat et il faut bien lire“, a-t-il affirmé. “Le cardinal a utilisé des mots qui doivent être étudiés, on ne peut réagir de façon impulsive“, a pour sa part estimé le président de l’Académie pontificale pour la vie, Mgr Elio Sgreccia. Celui-ci devrait commenter les déclarations du cardinal Martini dans les colonnes du Corriere della Sera, le 22 avril. Comme plusieurs de ses confrères, le cardinal Camillo Ruini, vicaire de Rome, a quant à lui refusé de donner tout commentaire sur les questions abordées par le cardinal Martini.
Selon des informations recueillies par l’agence I.MEDIA, partenaire de l’Apic à Rome, au Conseil pontifical de la santé, “il n’y a rien de vraiment neuf“ dans les propos du cardinal Martini sur le préservatif ou de très distant par rapport à la position officielle de l’Eglise.
Préparation d’un document sur le préservatif
Des sources autorisées ont cependant confirmé à I.MEDIA la préparation par la Congrégation pour la doctrine de la foi d’un document sur la question de l’usage du préservatif. Il s’agit d’une problématique délicate sur laquelle les théologiens, dont le cardinal Joseph Ratzinger, travaillent depuis un certain temps. Au lieu de donner son avis en ordre dispersé par la voix parfois divergente des cardinaux, ce qui s‘est fait jusqu’ici, l’Eglise se prononcerait ainsi officiellement sur le sujet. Elle donnerait alors des recommandations, entre autres, sur l’attitude des époux dans le cas de la contamination de l’un de deux par le Sida. Ce document revu par le pape pourrait être publié dans l’année.
Sur cette question, le cardinal Carlo Maria Martini a affirmé qu’il fallait “tout faire pour contrer le Sida“ et que, “certainement, l’usage du préservatif pouvait constituer dans certaines situations un moindre mal“. A propos des couples dans lesquels un des conjoints est atteint du virus du Sida, le cardinal Martini a soutenu que “l’un est obligé de protéger l’autre partenaire et ce dernier doit aussi pouvoir se protéger“. “Mais la question est plutôt de savoir s’il convient que ce soient les autorités religieuses qui fassent la propagande d’un tel moyen de défense en retenant que les autres moyens moralement soutenables, y compris l’abstinence, soient mis en second plan, alors que l’on risque de promouvoir une attitude irresponsable“.
Les théologiens sont divisés sur la question du ‘moindre mal’, certains estimant que l’Eglise ne doit pas raisonner en terme négatif et s’immiscer dans une situation déjà corrompue, mais montrer la voie de la vérité. Certains dirigeants africains promeuvent d’ailleurs en amont cette idée d’abstinence et de fidélité comme moyen de lutte contre le Sida. Dans le cas de la contamination de l’un des époux, certains théologiens considèrent aussi que la solution la plus juste serait l’abstinence au sein du couple.
Adoption d’embryons congelés
Un autre moindre mal, aux yeux du cardinal italien, est celui de l’adoption à fin implantatoire d’embryons congelés, plutôt que leur destruction. Selon lui, “il paraît éthiquement plus significatif de proposer une telle solution qui permette à une vie de s’épanouir plutôt que de la laisser mourir“. Il a ainsi mentionné le cas de “couples qui, pour des raisons médicales graves, ne peuvent pas procéder à la fécondation artificielle normale“, ou même “les femmes seules qui désirent accomplir une grossesse“.
La question de l’adoption d’embryons fait également l’objet de débats chez les théologiens en lien avec la Congrégation pour la doctrine de la foi. Elle devrait aussi faire l’objet d’un document. Cependant, les avis sont là aussi partagés. Certains, comme Mgr Rino Fisichella, recteur de l’université du Latran, sont favorables à l’implantation d’embryons congelés par des femmes se portant volontaires, d’autres considérent plus logique et plus juste qu’ils meurent de leur mort naturelle après quelques années.
A propos de la recherche sur les embryons, le cardinal Martini s’est en revanche félicité que “l’on ne retienne plus comme nécessaire de créer des embryons ayant pour but de produire des cellules souches“ car “des méthodes alternatives qui ne posent pas de problème de conscience ont été élaborées“.
Empêcher les avortements clandestins
“Il faut un grand respect et une grande réserve sur tout ce qui, de quelque manière que ce soit, manipule la vie ou pourrait l’instrumentaliser“ a cependant prévenu le cardinal Martini avant d’affirmer qu’il faut “faire tout ce qui est possible et raisonnable pour défendre et sauver chaque vie humaine“. Mais ce qui compte surtout, selon lui, c’est de “soutenir toujours et partout la dignité de la personne“. Ainsi, le cardinal Martini a déclaré que, “dans le cas des avortements clandestins“, il est “somme toute positif que la loi (en faveur de l’avortement, ndlr) ait contribué à les réduire et tende à les éliminer“, notant qu’il est “difficile qu’un Etat moderne n’intervienne pas au moins pour empêcher une situation sauvage et arbitraire“. Il a en revanche souligné qu’il ne s’agissait pas d’un “droit de tuer“ et que l’Etat devait s’efforcer de “diminuer les avortements et de les empêcher par tous les moyens“.
Le cardinal Martini a rappelé le “devoir de formation“ de l’Eglise catholique qui doit aider à “discerner le bien du mal en toutes occasions“, soulignant que “de nombreuses interdictions et ‘non’ ne serviront à rien, (…) même si, parfois, il faudra savoir les prononcer“. Il a aussi souligné que dans “les zones de frontières ou zones grises“ qui existent dans le progrès de la science et de la technique, dans lesquelles “il n’est pas de suite évident de voir où se situe le véritable bien de l’homme et de la femme“, il convenait de “s’abstenir avant tout de juger trop vite et de discuter sereinement“.
Le haut prélat s’est exprimé, tout comme l’Eglise, en faveur du don d’organes, souhaitant que “la conscience collective grandisse“ en la matière. Enfin, il n’a pas souhaité “approuver“ ni “condamner“ ceux qui ont recours à l’euthanasie de personnes gravement malades.
En janvier 2005, alors théologien de la maison pontificale, le cardinal suisse Georges Cottier avait déjà estimé que l’utilisation du préservatif dans le cadre de la lutte contre le Sida pouvait être “légitime“ dans certains cas et certaines limites très strictes. Récemment interrogé par un quotidien belge, le cardinal Godfried Danneels s’est aussi exprimé en faveur du préservatif dans le cas où la vie de l’un des partenaires serait en danger. L’archevêque de Malines-Bruxelles a aussi considéré légitime que la société définisse des lois différentes de celles de l’Eglise, dans les domaines de l’union homosexuelle, de la prostitution ou de la contraception.
Catholic Cardinal: Condoms are a “Lesser Evil”
May 06, 2006
Cardinal Carlo Maria Martini, a very prominent Catholic Cardinal and retired archbishop of Milan, commented Friday that condoms were the “lesser evil” combating the spread of AIDS. He believes the Roman Catholic Church should soften their ideas on using condoms.
(247Gay.com, 05.02.06) "We must do everything to fight AIDS," said Cardinal Martini, in Italy's L'Espresso newsweekly. "Certainly, the use of condoms can constitute in certain situations a lesser evil."
The remarks from Cardinal Martini conflict with traditional Roman Catholic teaching which ban the use of condoms because they are a form of contraception.
"There is the particular situation of married couples in which one of the spouses is affected by AIDS. This person has an obligation to protect the other partner and the other partner also has to protect themselves," said the 79-year-old Martini.
Other Cardinals considered to be progressive by Catholic standards, include Belgian Cardinal Godfried Danneels and Cardinal Javier Lozano Barragan of Mexico. Barragan has voiced that there should be exception in certain cases, such as when a woman cannot refuse the sexual advances of her HIV-positive husband.
Cardinal Martini also raises the possibility of single mothers adopting abandoned children and voiced his thoughts on the ethics surrounding assisted fertility. He said that in-vitro seems allowable because in the zygote stage - which occurs around 18 to 24 hours after fertilization - "there are still no signs of singularly definable human life."
"Where there is a conflict of values, it would seem to me ethically more significant to be inclined toward those solutions that allow a life to grow than to allow it to die," Martini said. "But I understand that not everyone shares this opinion."
Martini repeated church teachings that are opposed to research on embryonic stem cells and also reiterated church opposition to abortion and euthanasia. However, he acknowledged that in abortion, there were certain cases when the life of the mother was at risk where abortion might also be considered a "lesser evil."
"In such cases, it seems that moral theology has always supported the principle of the legitimate defense and the lesser evil, even if it concerns a reality that shows the dramatic and fragility of the human condition," he said.
Cardinal Carlo Maria Martini's comments are seen by Vatican experts as being frighteningly liberal. The church condemns all forms of experimentation on human embryos and teaches that in-vitro fertilization is morally wrong.
Last June, Pope Benedict XVI informed African bishops that abstinence was the only “fail-safe” way to prevent the spread of AIDS.
To date, the Vatican does not have a definite, recognized policy on using condoms to protect against AIDS.
Pope Benedict Praised Cardinal Martini Weeks Before Abortion-IVF Betrayal
Apr 27, 2006
Cardinal Martini Also Would not Condemn 'Altruistic' Euthanasia
VATICAN, April 24, 2006 (LifeSiteNews.com) - Cardinal Carlo Maria Martini's stunning interview-dialogue, in an Italian weekly last week, which contradicted Church teaching on abortion, in vitro fertilization and condoms, came two weeks after Pope Benedict praised the dissident Cardinal. Speaking to youth of Rome on April 6, in preparation for the diocesan-level World Youth Day, the Pope recommended they read the writings of Cardinal Martini on the Scriptures.
LifeSiteNews.com reported Friday that the retired Archbishop of Milan, a favourite of liberal dissidents within the Catholic Church, contradicted Church teaching on abortion, calling the current situation of legal abortion "good" or "positive" in that it has "contributed to reducing and eliminating illegal abortions". He also made statements approving limited in vitro fertilization and embryo research, both of which are condemned by the Church (see coverage: http://www.lifesite.net/ldn/2006/apr/06042108.html )
Speaking to the youth two weeks prior, the Pope pointed out that "one should not read sacred Scripture on one's own . . . it is important to read it in the company of people with whom one can advance, letting oneself be helped by the great masters of 'lectio divina.' For example, we have many beautiful books by Cardinal Martini, a true master of 'lectio divina,' who helps us to enter into the life of sacred Scripture." (see the text of the remarks: http://www.zenit.org/english/visualizza.phtml?sid=87880)
Vatican expert Sandro Magister, who works for L'Espresso, the magazine which published the dialogue Friday, pointed out the Pope's praise for Martini in his opening to the English translation of the complete dialogue. (see the English translation here: http://www.chiesa.espressonline.it/dettaglio.jsp?id=51790&am...)
The president of the Vatican's Pontifical Academy for Life, Bishop Elio Sgreccia, has responded to the issues raised by Cardinal Martini without formally correcting the Cardinal. In an interview with Catholic News Agency (CNA - http://www.catholicnewsagency.com), Bishop Sgreccia, would not confront the former Archbishop of Milan directly saying: "at the Vatican, we do not consider it necessary make a controversy out of something that does not merit it."
He did, however, directly contradict Martini on embryo research. Whereas Cardinal Martini suggested embryo research after the union of sperm and egg and prior to syngamy (the union of the two pro-nuclei) was not objectionable, the president of the Pontifical Academy disagreed. The "union of the feminine chromosome and the masculine chromosome contains in itself two pro-nuclei, and it is a fertilized ovum in which the process of fertilization has already begun," Bishop Sgreccia told CNA. "This beginning," Msgr. Sgreccia pointed out, in contrast to statements by Cardinal Martini, is "precisely the beginning of an individual life and leads to an irreversible process towards successive development, containing already at that point a unique [genetic] patrimony."
Bishop Sgreccia also contradicted Cardinal Martini on the permissibility of in vitro fertilization. "In artificial procreation-fertilization, the unitive dimension of the spouses, expressed through the gift of self in the conjugal act, is missing," Bishop Sgreccia told CNA. "This anthropological dimension has been considered essential for the legitimacy of the procreative act since the teachings of Pius XII on insemination and successively with Paul VI and John Paul II."
With regard to condoms in the context of AIDS the head of the Pontifical Academy said, "Let us remember that scientifically it does not offer complete protection," and therefore "the most effective method of prevention is in the correct use of sexuality, which consists of chastity and fidelity."
In addition to what was reported by LifeSiteNews.com Friday, the dialogue also revealed Cardinal Martini's controversial position on euthanasia. As with his position on abortion, where he suggested its decriminalization, he suggested similarly on euthanasia. "I agree with you that the action of someone who induces another's death can never be condoned, in particular if it is a doctor, whose aim is the life of the sick person, not death," he said. He added however, "But neither would I condemn those persons who carry out such an action at the request of a person reduced to extreme circumstances and out of a pure sentiment of altruism, nor those in disastrous physical and psychological conditions who ask for this themselves."
Bioética: "apertura" Cardenal Martini a uso de preservativos
Apr 22, 2006
El cardenal Carlo Maria Martini, en un coloquio con el cirujano Ignazio Marino que será publicado mañana en la revista 'Espresso, "abrió" al uso de los preservativos como "mal menor" para contrarrestar el Sida.
CIUDAD DEL VATICANO, (ANSA, 20/4/2006) - Una "apertura importante que, sin embargo, no representa desgraciadamente la posición oficial de la Iglesia", comentó el inmunólogo italiano Fernando Aiuti.
El diálogo mantenido por Martini, uno de los miembros más prestigiosos del colegio cardenalicio, y Marino, cirujano de fama internacional, hará seguramente discutir y abrirá un debate entre ciencia y fe.
En tema de bioética -de la fecundación artificial a la eugenética, de la eutanasia al abordo y la donación de órganos- el purpurado y el científico pusieron frente a frente sus convicciones en vista de un "diálogo sobre la vida".
El cardenal afirmó que en algunas circunstancias el preservativo no puede ser más que "un mal menor".
"El esposo aquejado de Sida está obligado a proteger a su pareja y éste también debe poder protegerse", dijo.
La cuestión, sin embargo, subrayó Martini, "es más bien si se acuerda que sean las autoridades religiosas las que publiciten ese medio de defensa, casi considerando que los demás medios moralmente sostenibles, incluida la abstinencia, sean colocados en segundo plano".
La bioetica e il dialogo
Apr 21, 2006
L’aborto, la contraccezione, l’eutanasia. E il cardinale Martini conquista la copertina de L’Espresso. L’ex arcivescovo di Milano, è il protagonista di un lungo colloquio con lo scienziato Ignazio Marino.
(korazym.org, 21/04/2006) L’aborto, la contraccezione, l’eutanasia. E il cardinale Martini conquista la copertina de L’Espresso. L’ex arcivescovo di Milano, è il protagonista di un lungo colloquio con lo scienziato Ignazio Marino, pubblicato dal settimanale, in edicola oggi. Un confronto schietto, in cui il cardinale non si sottrae alle domande più spinose sui grandi temi della bioetica, dagli embrioni all'aborto, dalla contraccezione all'eutanasia, con un filo conduttore: l’invito a non usare “giudizi apodittici” su certe "zone grigie", privilegiando il dialogo. L'ex arcivescovo di Milano pone chiari paletti ai progressi scientifici ("Quando si tratta della vita umana, occorre un grande rispetto e un grande riserbo su tutto ciò che in qualche modo la manipola o la potrebbe strumentalizzare, fin dai suoi inizi"), ma ammette anche che "Là dove per il progresso della scienza e della tecnica si creano zone di frontiera o zone grigie, dove non è subito evidente quale sia il vero bene dell'uomo e della donna, sia di questo singolo sia dell'umanità intera, è buona regola astenersi anzitutto dal giudicare frettolosamente e poi discutere con serenità, così da non creare inutili divisioni".
Il cardinale fa riferimento a numerosi aspetti. Se il no all'uso degli embrioni a scopo sperimentale è netto ("Non vedo possibile pensare a una utilizzazione di cellule staminali embrionali per la ricerca"), sulla fecondazione eterologa il discorso si fa più articolato: nonostante una serie di "obiezioni" di natura psicologica ed etica alla fecondazione eterologa, afferma, "sarei prudente nell'esprimermi su quei casi" menzionati dal bioeticista, "dove non è possibile ricorrere al seme o all'ovocita all'interno della coppia. Tanto più laddove si tratta di decidere della sorte di embrioni altrimenti destinati a perire". Per gli stessi motivi, il porporato non chiude la porta all'ipotesi che un single adotti un bambino. "Non mi chiuderei - dice - a una sola possibilità, ma lascerei ai responsabili di vedere qual è la migliore soluzione di fatto, qui e adesso, per questo bambino o bambina". Quanto al tema "doloroso e sofferto" dell'aborto, Martini sottolinea la necessità di "fare tutto quanto è possibile e ragionevole" per salvare le vite umane, ma aggiunge che vanno considerate a parte, ad esempio, quelle "situazioni limite, dolorosissime anch'esse e forse rare, ma che possono presentarsi di fatto, in cui un feto minaccia gravemente la vita della madre". "Mi sembra anche - prosegue il gesuita - che sia difficile che uno Stato non intervenga almeno per impedire una situazione selvaggia e arbitraria".
Nel dialogo, entra anche il tema della contraccezione, giustificabile come male minore di fronte alla minaccia dell'Aids, "ma la questione è piuttosto se convenga che siano le autorità religiose a propagandare un tale mezzo di difesa". Sull’eutanasia, Martini è chiaro: "Non si può mai approvare il gesto di chi induce la morte di altri, in particolare se è un medico"; "tuttavia neppure io vorrei condannare le persone che compiono un simile gesto su richiesta di una persona ridotta agli estremi e per puro sentimento di altruismo - aggiunge - come pure quelli che in condizioni fisiche e psichiche disastrose lo chiedono per sé".
Pensare l'Europa
Feb 12, 2006
Intervento al Convegno "EUROPA: SPAZIO APERTO". Milano - Università Bocconi, 28 gennaio 2002.
Sono lieto di partecipare a questo importante e significativo Convegno su "Europa: spazio aperto", promosso da questa Università "Luigi Bocconi" nel quadro delle celebrazioni per il suo servizio ormai centenario alla cultura e, attraverso di essa, al presente e al futuro della convivenza e della società. Ringrazio il Presidente dell'Università e il Rettore per l'invito che mi hanno rivolto a prendere la parola in questa prima parte del Convegno. Con loro saluto cordialmente le autorità accademiche, le diverse componenti di questa stessa Università, le illustri personalità che interverranno lungo la giornata, a iniziare dal Presidente delle Commissione Europea, e tutti i presenti.
Nell'affrontare l'interrogativo "Quale dimensione socio-culturale per la nuova Europa?", vorrei proporre alcune riflessioni, senza la pretesa di una particolare organicità e completezza, che aiutino e provochino la riflessione di tutti. In particolare, intendo:
a) richiamare qualche elemento descrittivo dell'Europa di oggi,
b) tratteggiare i lineamenti principali della "nuova Europa" da costruire,
c) sottolineare le sfide socio-culturali che l'Europa è chiamata ad affrontare.
L'EUROPA DI OGGI
Per individuare le sfide socio-culturali che l'Europa è chiamata ad affrontare occorre realizzare un'attenta opera di lettura della realtà, che permetta di riconoscere e discernere i fattori principali del processo che sta caratterizzando il cammino dell'Europa di oggi.
Quella che abbiamo di fronte a noi e di cui noi siamo parte è un'Europa caratterizzata da una certa "ambivalenza", che dice compresenza, nei medesimi fenomeni, di elementi di speranza e di preoccupazione. Limitandoci qui agli aspetti più propriamente culturali, sociali e politici, vanno ricordati alcuni fenomeni quali:
a) il processo di transizione politico?istituzionale che attraversa l'intero Continente e interessa, in particolare, alcuni suoi Paesi, un processo tuttora incompiuto e talora segnato da gravi momenti e forme di conflitto;
b) l'allargarsi dei flussi migratori dall'Est europeo, ai quali vanno aggiunti quelli dal Sud e da diversi paesi dell'Africa e dell'Asia, con tutti i problemi sociali e culturali che stanno creando e che chiedono di essere affrontati con attento discernimento e con responsabilità;
c) il generale fenomeno della globalizzazione - nei suoi risvolti economico-finanziari, culturali, sociali e politici - che sta interessando e coinvolgendo anche i popoli e gli Stati europei nel più complessivo quadro mondiale e che è andato assumendo rilevanza e dimensioni ulteriori dopo i fatti dello scorso 11 settembre, con la conseguente lotta al terrorismo e le azioni belliche tuttora in atto;
d) la fase di accelerazione del processo di unificazione e di integrazione europea, con l'introduzione della moneta unica e l'effettivo inizio della circolazione dell'Euro, le prospettive e i progetti di allargamento dell'Unione Europea anche ad altri Paesi del Continente, l'istituzione della "Convenzione dell'Unione Europea" con il compito di realizzare la riforma dei Trattati della stessa Unione e di stenderne la prima Costituzione.
Di fronte a un simile scenario, non è difficile notare alcuni segni di speranza, che convivono con alcuni aspetti problematici e preoccupanti. Ad esempio, dietro e dentro il processo di transizione politico-istituzionale in atto, non è difficile scorgere elementi e istanze di tipo etico che rimandano sia a un profondo anelito alla libertà politica e, ancora più radicalmente, alla possibilità di costruire una società pluralista dove i diritti di tutti, comprese le minoranze, siano di fatto tutelati, sia a un desiderio di libertà, anche economica, che pure domanda di essere guardato e assunto come possibile fattore positivo di sviluppo e di responsabilità, sia alla possibilità di dare attuazione ad una convivenza serena tra popoli e Nazioni, in una prospettiva capace sia di superare una visione assolutistica della sovranità degli Stati, sia di rispettare e valorizzare quel "policentrismo" che nasce da una concezione organica della vita sociale e che sa contemplare una pluralità di soggetti e di attori, senza escluderne nessuno e assolutizzarne nessuno. D'altra parte, però, non mancano risorgenti spinte verso nuove forme di nazionalismi o di frammentazione della convivenza, con le degenerazioni che ne potrebbero derivare.
Anche la compresenza di diversi popoli, culture e religioni può rivelarsi come occasione propizia per tendere a una nuova unità e "convivialità" culturale, ma può pure diventare un fattore in grado di scatenare contrapposizioni, esclusioni e conflitti, fino a prospettare il rischio, da tutti verbalmente esorcizzato, di "scontri tra civiltà".
Per parte sua, il fenomeno della globalizzazione può certamente significare aumento dell'efficienza e incremento della produzione e può rafforzare il processo di interdipendenza e di unità tra i popoli, offrendo un reale servizio all'intera famiglia umana; nello stesso tempo però, se governato solo o prevalentemente da logiche di stampo mercantilistico, porta a ulteriori disuguaglianze, ingiustizie, emarginazioni.
La stessa unione monetaria, da una parte, pone di fronte a una grande opportunità: oltre a esigere un ripensamento del senso e degli ambiti della sovranità dei singoli Stati, se realizzata in un'ottica globale di solidarietà, essa può dare maggiore stabilità all'Europa e al suo sviluppo economico, può essere un grande strumento di libertà permettendo e favorendo la moltiplicazione degli scambi, può costituire un salto di qualità nel modo di concepire la convivenza nel nostro Continente. D'altra parte, l'introduzione dell'Euro può comportare dei rischi sia perché può favorire l'egemonia della finanza e il predominio degli aspetti economico-mercantilistici, sia perché può contribuire a innalzare nuovi muri in Europa, rivolti soprattutto all'Est, per proteggere le economie più forti, fino a ritardare il necessario processo di allargamento dell'Unione.
Tra gli altri segnali preoccupanti che, all'inizio del terzo millennio, sembrano agitare l'orizzonte del Continente europeo si possono inoltre menzione: lo smarrimento della memoria e dell'eredità cristiana, accompagnato da una sorta di agnosticismo pratico e di indifferentismo religioso; la tendenza continuamente risorgente a una riduzione economicistica della costruzione dell'Europa, con il rischio di contribuire a innalzare nuovi muri nel già complesso e delicato processo di unificazione; la diffusione di una cultura in larga parte in contrasto con il Vangelo e con la dignità della persona umana; una sorta di eclissi del valore della vita umana di cui sono sintomo, tra gli altri, la notevole diminuzione della popolazione a cui si assiste in diversi Paesi, la diffusione e legalizzazione dell'aborto e la richiesta dilegalizzazione dell'eutanasia; il rischio di una chiusura in sé stessa da parte dell'Europa con una possibile conseguente perdita della solidarietà.
Se poi si intendesse andare alla scoperta delle radici profonde di questa situazione, non sarebbe difficile ritrovare cause, ultimamente di ordine culturale, che hanno a che fare con una crescente frattura tra coscienza privata e valori pubblici. Con questo si vuol dire che a livello pubblico si intende professare una sorta di neutralità di fronte ai valori, per cui ogni scelta di valore viene relegata alla sfera di opzione privata di colui che la opera: di qui la diffusione, tra l'altro, di fenomeni di ateismo pratico, di agnosticismo e di indifferenza religiosa. A tutto ciò si collega una malintesa nozione di libertà, intesa e vissuta come autodeterminazione dell'individuo, non regolata da riferimenti a valori trascendenti e non opinabili. La libertà, in altri termini, viene disgiunta dalla verità. Di qui il diffondersi di fenomeni come il relativismo etico, il soggettivismo individualista, l'edonismo nichilista.
Da questi semplici accenni, si può cogliere come l'attuale fase della storia europea sia caratterizzata da forti cambiamenti e da non pochi problemi, ma pure come essa racchiuda in sé anche insperate possibilità. L'Europa, in altri termini, sembra trovarsi a una specie di crocevia nel quale la costruzione e l'unione dello stesso Continente si presentano come altrettante sfide fondamentali.
LA "NUOVA EUROPA" DA COSTRUIRE
Si tratta, a questo punto, di provare a delineare alcuni tratti del volto della "nuova Europa" che si intende costruire, così da precisare la direzione da imprimere all'intero processo europeo.
La meta da raggiungere in questo vasto e articolato processo è quella di un'Europa intera, che torni pienamente a respirare con i suoi "due polmoni", quello della cultura, tradizione e spiritualità orientale e quello della cultura, tradizione e spiritualità occidentale. È ormai tempo, infatti, di dare davvero al nostro Continente quel volto e quell'ampiezza che sono richiesti dalla geografia, ma più ancora dalla storia e dalla cultura; si tratta - come ha detto Giovanni Paolo II a Vienna nel giugno 1998 - di dare attuazione non tanto a una "amplificazione dell'Europa verso oriente", ma a una "europeizzazione" dell'intera area continentale . In questo quadro va adeguatamente inteso anche il tema dell'allargamento dell'Unione Europea. Come hanno scritto i Vescovi a termine del secondo Sinodo per l'Europa, voltosi nell'ottobre 1999, occorre proseguire, "con coraggio e con tempestività, il processo dell'integrazione europea allargando la cerchia dei popoli membri dell'Unione, valorizzando in una saggia armonia le diversità storiche e culturali delle nazioni, assicurando la globalità e l'unità dei valori che qualificano l'Europa in senso umano e culturale" . Continuando con determinazione in questo processo, si potrà addivenire a una progressiva complementarietà dei popoli, nel rispetto dell'identità e della storia di ognuno di essi, e a una maggiore condivisione di quel patrimonio di valori che ogni nazione ha contribuito a far sbocciare. Si potrà anche consolidare la pace in Europa e offrire un segnale forte all'intera umanità, testimoniando che è possibile vivere nella cooperazione e nella pace.
Quella da edificare per l'oggi e per il futuro è, inoltre, un'Europa che sappia presentarsi, interpretarsi e realizzarsi come una "famiglia di nazioni" aperta agli altri Continenti e coinvolta nell'attuale processo di "globalizzazione mondiale". Pensare così all'Europa significa fare riferimento a qualcosa che - sia nel rapporto tra le diverse Nazioni del Continente, sia nei rapporti dell'Europa con gli altri Continenti - vada al di là dei semplici rapporti funzionali o della sola convergenza di interessi. Infatti, come sottolineava Giovanni Paolo II parlando all'ONU nell'ottobre 1995, "la famiglia è, per sua natura, una comunità fondata sulla fiducia reciproca, sul sostegno vicendevole, sul rispetto sincero. In un'autentica famiglia non c'è il dominio dei forti; al contrario, i membri più deboli sono, proprio per la loro debolezza, doppiamente accolti e serviti. Sono questi, trasposti al livello della "famiglia delle nazioni", i sentimenti che devono intessere, prima ancora del semplice diritto, le relazioni fra i popoli" . Ne segue la necessità e l'urgenza di rafforzare l'unione tra i popoli e gli Stati dell'Europa, salvaguardando la specificità di ogni Nazione, tenendo conto della realtà storica, sociale e culturale dei popoli del Continente, per tanti aspetti diversi anche se con forti radici e interessi comuni, fino a individuare, secondo la logica della sussidiarietà, sia ciò che deve essere sempre più demandato alla competenza e alla responsabilità diretta dell'Unione Europea, sia ciò che sembra assai più opportuno mantenere nella competenza delle singole Nazioni .
Nello stesso tempo e nella medesima linea, la "nuova Europa" da costruire deve presentarsi sempre più come vera "casa comune", ossia come realtà capace di dare spazio a forme di intelligente e matura apertura, accoglienza e ospitalità, nella quale non ci sia spazio per discriminazioni, disuguaglianze e ingiustizie, ma tutti - a qualunque cultura o religione appartengano - siano trattati come membri di una sola famiglia. È questa un'esigenza che si accompagna al crescente fenomeno delle immigrazioni, che provoca l'intera società europea e le sue istituzioni a ricercare modi di convivenza rispettosi di tutti e della legalità, in un processo di sempre più vera integrazione. Solo così si potrà realizzare, tra l'altro, una globalizzazione umana e umanizzante, che non diventi una radice mortifera di esclusione e di emarginazione, ma una sorgente di inclusione progressiva di tutti nella partecipazione solidale allo scambio dei beni: la grandezza di una civiltà, infatti, si misura anche dalla sua capacità di condividere le proprie risorse con chi ne avesse bisogno.
Coerentemente con quanto è già avvenuto nella storia, la "nuova Europa" è pure chiamata a presentarsi e ad operare come un Continente aperto e solidale: lungi dall'arrestare e dall'affievolire il suo slancio di solidarietà verso i Paesi meno favoriti, l'Europa deve continuare a realizzare, anche nel contesto attuale della globalizzazione, forme di cooperazione non solo economica, ma anche sociale e culturale. Essa, infatti, come ha più volte ricordato Giovanni Paolo II, non può "ripiegarsi su se stessa. Non può né deve disinteressarsi al resto del mondo, ma deve al contrario conservare la piena coscienza che altri Paesi, altri continenti, si aspettano da essa iniziative coraggiose per offrire ai popoli più poveri i mezzi per il loro sviluppo e la loro organizzazione sociale, e per costruire un mondo più giusto e più fraterno" .
Siamo pure chiamati a costruire un'Europa che sia artefice e esportatrice di pace. Essa, come hanno più volte ricordato i Papi dell'ultimo secolo, deve adoperarsi fattivamente per contribuire a ricercare e a realizzare il bene comune della comunità internazionale, nella pace e nella giustizia, offrendo una testimonianza originale e concreta di vita democratica, nella convinzione che la pace richiede l'azione comune e solidale di tutte le Nazioni di un Continente e che la costruzione della grande Europa non può che favorire la pace e l'intesa fra tutti i popoli, nel rispetto delle peculiarità, poste al servizio di tutti. Perché tutto ciò si possa realizzare, occorre tendere a una unificazione e integrazione europea vista e interpretata come tappa e passaggio per l'unità di tutto il genere umano e, quindi, come figura e anticipazione di una pace mondiale giusta e duratura. In particolare - nella lotta contro il terrorismo, di fronte all'annoso e sempre più tragico conflitto in Medio Oriente, come di fronte alle tragedie e alle guerre che continuano ad attraversare popoli e Nazioni - l'Europa non può rimanere assente, inerme o in posizione supinamente gregaria: insieme con l'intera comunità internazionale e facendo sentire in essa la sua voce chiara e concordemente precisata, essa deve prendere l'iniziativa, deve farsi parte attiva nei negoziati, deve mostrare la sua capacità effettiva di influire sul nuovo ordine mondiale, concorrendo ad assicurare a tutti popoli le condizioni per un libero sviluppo, un'autentica democrazia, una pace vera basata sulla giustizia e sulla solidarietà e animata dall'amore, dal perdono, dalla riconciliazione.
In fedeltà creativa alle sue radici più autentiche, la nuova Europa da costruire è, infine, una "Europa dello spirito", nella quale vengano riscoperti e riproposti per l'oggi i valori che l'hanno modellata lungo tutta la sua storia: la dignità della persona umana; il carattere sacro della vita; il ruolo centrale della famiglia; l'importanza dell'istruzione; la libertà di pensiero, di parola e di professione delle proprie convinzioni o della propria religione; la tutela legale degli individui e dei gruppi; la collaborazione di tutti per il bene comune; il lavoro come bene personale e sociale; l'autorità dello Stato, sottoposta alla legge e alla ragione e "limitata" dai diritti della persona e dei popoli. Sono valori che si sono venuti affermando grazie al contributo di molteplici radici culturali - dallo spirito della Grecia, alla romanità; dagli apporti venuti dai popoli latini, celtici, germanici, slavi e ugro-finnici, alla cultura ebraica e agli influssi islamici - e che hanno trovato proprio nella tradizione giudeo-cristiana una forza capace di inverarli e di promuoverli. Oggi è necessario e urgente ritornare ad essi e viverli in modo rinnovato nel momento presente: solo così l'Europa può rinnovarsi e trovare nuovamente se stessa.
LE SFIDE SOCIO-CULTURALI PER L'EUROPA
Se questa è la "nuova Europa" da costruire, possiamo ora sottolineare le sfide socio-culturali che l'Europa deve affrontare se vuole realizzare il più compiutamente possibile quel volto che siamo venuti delineando.
Perché si possa effettivamente parlare di Europa come realtà veramente unitaria, pur nel rispetto e nella valorizzazione elle peculiarità e delle differenze che la abitano, occorre raccogliere la sfida di ripensare l'idea stessa di nazione, sia mantenendo e coltivando come fondamento della solidarietà europea le legittime differenze nazionali, sia riconoscendo che la stessa identità nazionale non si realizza se non nell'apertura verso gli altri popoli e attraverso la solidarietà con essi. Ne segue che la stessa nozione e realtà della nazione va mantenuta e interpretata entro la tensione vitale tra universalità e particolarità che caratterizza la condizione umana, una tensione inevitabile, ma singolarmente feconda se vissuta con sereno equilibrio.
Si tratta, quindi, di distinguere adeguatamente tra nazionalismo e patriottismo; di discernere tra sentimenti nazionali positivi e negativi; di riconoscere e difendere i diritti delle minoranze contro la tendenza all'uniformità; di rispettare e promuovere il diritto di ogni nazione di preservare la propria sovranità nazionale; di ricercare formule che, superando l'immediata identificazione tra "Stato" e "nazione", consentano a popoli diversi di vivere in un'unica entità statale vedendo ampiamente salvaguardati i propri diritti e la propria identità.
L'ottica per realizzare questo necessario e urgente ripensamento dovrebbe essere quella della "cultura della nazione", vista come luogo nel quale si manifesta la sovranità fondamentale della società, quella sovranità per la quale l'uomo è supremamente sovrano: è proprio mediante tale cultura che la nazione esiste ed è in forza del diritto a tale cultura che la nazione ha diritto ad esistere .
La seconda sfida riguarda la possibilità di integrare le diversità culturali e religiose presenti in Europa. Ne nasce l'impegno a realizzare una "convivialità delle culture", in modo tale da trasformare ogni rinascente tentazione di contrapporre tra loro culture e civiltà - come rischia di accadere anche oggi dopo i tragici fatti di questi ultimi mesi - in una gara di mutuo servizio e di accoglienza tra culture diverse, in una sintesi a misura di uomo e di cittadini, in una grande realtà dove possano trovare casa tante piccole nazioni e culture. Lo richiede non solo una fedeltà creativa a quanto il cristianesimo ha seminato nella cultura europea, ma anche la situazione di accentuato pluralismo, acuito anche dalla compresenza nella stessa Europa di diverse e molteplici tradizioni, culture, etnie, religioni e storie.
Perché ciò si possa verificare, occorre ricordare che ogni cultura è un processo ed è soggetta a cambiamenti continui: non esiste, infatti, una cultura statica, a meno che si tratti di una cultura morta, una cultura del passato. Ogni cultura del presente è esposta a continue variazioni e a continui scambi. Per questi scambi è presupposto necessario il rispetto comune verso i valori umani espressi nelle nostre Costituzioni e nella grande proclamazione dei diritti e dei doveri della persona umana. Non è dunque il confronto tra culture diverse che dobbiamo temere; piuttosto dobbiamo temere la mancanza di una forte identità da parte nostra e/o la rinuncia a uno scambio reale e simpatetico di punti di vista e di valori. Inoltre il confronto dovrà farsi non tanto tra religioni o culture, bensì tra persone presumibilmente in ricerca di un modo di vita autentico e di un vero e sincero dialogo. Il futuro dei nostri paesi mostrerà se saremo capaci nei prossimi anni di favorire tra religioni e culture scambi in grado di promuovere l'unità, la mutua comprensione e la pace nella nostra società o se, al contrario, fomenteremo la creazione di ghetti e disordini nelle nostre città.
Un'altra sfida consiste nel far maturare un'autentica cultura della solidarietà. È questa la condizione urgente e indispensabile per fare dell'Europa un continente veramente solidale e per dare luogo a una globalizzazione a servizio dell'uomo, nella solidarietà e senza marginalizzazioni . Nel fare ciò, va superata ogni concezione "assistenzialistico?sentimentale" della solidarietà stessa vedendola, piuttosto, quale responsabilità per il bene comune. Bisogna pure riconoscere il nesso intercorrente tra efficienza e solidarietà, convinti che quest'ultima, proprio in quanto risponde a un principio etico superiore di fraternità verso chi si trova in condizioni di povertà, può essere considerata anche una convenienza per il funzionamento complessivo della società. Inoltre, la solidarietà può essere realizzata mediante una pluralità di "reti di sostegno", capaci di attuarsi in ordine a una molteplicità di situazioni che, di per sé, non riguardano soltanto i poveri. Infine, penso che vada attuata riconoscendo anche il vincolo o il debito che ci lega a tutto il patrimonio ambientale, economico, culturale, sociale lasciatoci in dono dalle generazioni che ci hanno preceduto nella storia europea. Questo esige, in nome della solidarietà, che ci si assuma la responsabilità di consegnarlo migliorato alle generazioni future.
Tra le sfide che l'Europa deve affrontare, un posto particolare va riconosciuto alla necessità di ritornare, con fedeltà creativa, a quelle radici cristiane che hanno positivamente segnato la storia europea: senza cadere in alcun tipo di concezione nostalgica o integrista, occorre dare consistenza e vitalità a quei valori (ultimamente riconducibili ai diritti della persona umana e in gran parte ispirati dalla tradizione giudeo-cristiana) che costituiscono il patrimonio più prezioso dell'umanesimo europeo. Come scriveva anche il Presidente Prodi nel suo Messaggio al secondo Sinodo dei Vescovi per l'Europa, "l'europeizzazione dell'Europa è possibile se accanto alla ragione illuminata - radice del suo successo tecnologico e del suo sviluppo - l'Europa saprà recuperare anche le sue memorie profonde". E aggiungeva: "nella memoria culturale dell'Europa vi sono i valori che l'hanno modellata lungo tutta la sua storia [...]; nella sua memoria vi è l'impronta permanente del cristianesimo. Nelle diverse culture delle nazioni europee, nelle arti, nella letteratura, nell'ermeneutica del pensiero scorre la linfa del cristianesimo che alimenta sia coloro che credono sia coloro che non credono".
Vanno visti in questo orizzonte anche gli interventi nei quali il Papa e il Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, pur valutando la stesura della "Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea" come un fatto positivo nel processo di rafforzamento del quadro istituzionale dell'Unione, esprimevano l'invito a non cancellare la dimensione religiosa in questo stesso processo e denunciavano alcuni aspetti problematici, quali l'assenza di ogni riferimento a Dio, le ambiguità in ordine al tema della clonazione e della famiglia, il mancato riconoscimento della specifica rilevanza giuridica e istituzionale delle Chiese e comunità religiose . Nello stesso orizzonte si comprende anche quanto Giovanni Paolo II ha detto al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede lo scorso 10 gennaio, allorché, parlando della prospettata Costituzione dell'Unione, affermava che "è fondamentale che siano sempre meglio esplicitati gli obiettivi di questa costruzione europea e i valori sui quali essa deve basarsi" e, riferendosi al "fatto che, fra i partner che dovranno contribuire alla riflessione sulla "Convenzione" istituita nel corso del summit di Laeken lo scorso mese, le comunità dei credenti non sono state citate esplicitamente", diceva: "La marginalizzazione delle religioni, che hanno contribuito ed ancora contribuiscono alla cultura e all'umanesimo dei quali l'Europa è legittimamente fiera, mi sembra essere al tempo stesso un'ingiustizia e un errore di prospettiva", aggiungendo che "riconoscere un fatto storico innegabile non significa affatto disconoscere l'esigenza moderna di una giusta laicità degli Stati, e dunque dell'Europa!".
La sfida di cui stiamo parlando consiste nel mostrare - con la forza di argomentazioni convincenti e di esempi trainanti - che un nuovo serio confronto dell'Europa con il Vangelo e con i valori da esso proposti è la carta da giocare con fiducia. Si tratta, più puntualmente, di mostrare che edificare la nuova Europa fondandola sui valori che l'hanno modellata lungo tutta la sua storia e che affondano le loro radici nella tradizione cristiana è vantaggioso per tutti, a qualsiasi fede si appartenga, e costituisce la solida base per una convivenza più umana e più pacifica, perché rispettosa di tutti e di ciascuno.
In questo quadro, occorre riproporre e risvegliare in Europa il riferimento alla necessaria dimensione spirituale. Perché la costruzione dell'Europa possa affondare le sue radici in un terreno sicuro e fecondo, è necessario far leva sui valori autentici dello spirito; è necessario che essa ritrovi in questo stessi valori dello spirito quel "supplemento d'anima" di cui ha bisogno e che i cristiani e il cristianesimo, in particolare, possono offrirle.
Da tutto quanto abbiamo detto fin qui risulta evidente che è determinante e urgente dare vita a una profonda ricostruzione culturale. Ci sollecita e incoraggia in questa direzione anche il ricordo di Jean Monnet: quando cinquant'anni fa, nel 1952, ideò la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, era già cosciente del fatto che "l'Europa è qualcosa di più che il prezzo del carbone e dell'acciaio" e, qualche anno più tardi, dichiarò: "Se oggi dovessi ricominciare, non ricomincerei da un mercato comune: partirei dalla cultura". Così deve essere oggi anche per noi. Come ho avuto modo di dire anche i altre occasioni: "La nuova casa comune europea o nascerà sulla base di una nuova cultura o non nascerà. Non c'è dubbio che anche l'unione monetaria ha una sua importanza e un suo significato. Ma essa non basta. C'è bisogno di un'unione più solida e sostanziale, che attiene ai valori, cioè all'uomo con i suoi diritti e doveri inalienabili, con la sua dignità trascendente. C'è bisogno di tendere ad un'unità culturale che, oggi, non può più essere pensata in termini di "sola cristianità", ma in termini di pluralismo dialogante e collaborativo, nel quale i cristiani hanno un compito al quale non possono abdicare".
Tra le condizioni per dare vita a questa profonda ricostruzione culturale, occorre recuperare e rilanciare la "soggettività della società", operando per un recupero di moralità che attraversi l'ethos diffuso e i costumi diffusi. A tale proposito, è necessario e urgente ritornare a confrontarsi sui valori e non ci si può permettere, in nome di una falsa e presunta "laicità" di trasformare i "valori" in semplici "gusti": su questi ultimi, infatti, non si può discutere e così si finisce col ritenere che anche sui valori non si deve discutere e non ci si deve confrontare, nell'illusione che in questo modo si possa andare tutti d'accordo.
Nel vivere questa "soggettività della società", occorre avere il coraggio di porsi le domande fondamentali riguardanti la questione di Dio e la questione dell'uomo. Sono le stesse domande che ricordava Giovanni Paolo II nell'ultimo discorso al Corpo diplomatico allorché, dopo aver descritto la "contrastata situazione del nostro mondo, incamminato nel terzo millennio", diceva che questa stessa situazione "se posso esprimermi così: ci mette di fronte alle nostre responsabilità. Ognuno è costretto a porsi le vere domande: quella della verità su Dio e quella della verità sull'uomo".
Queste stesse domande risuonano anche per noi parlando di "nuova Europa". Sono domande con le quale non possiamo non confrontarci; sono domande che ci portano alla radice di tutto il nostro impegno; sono domande che si presentano e si presenteranno con sempre maggiore urgenza sia per la compresenza nel nostro Continente di diversi popoli, culture, religioni, sia per quella convivenza con pari dignità nella stessa Europa della tradizione orientale e di quella orientale che andrà ancor più concretamente affermandosi grazie anche all'auspicato allargamento dell'Unione Europea. Sono domande a cui alludeva lo stesso Giovanni Paolo II durante il suo primo viaggio in Slovenia: "Questa è l'ora della verità per l'Europa. I muri sono crollati, le cortine di ferro non ci sono più, ma la sfida circa il senso della vita e il valore della libertà rimane più forte che mai nell'intimo delle intelligenze e delle coscienze. E come non vedere che l'interrogativo su Dio sta al cuore di questo problema? O l'uomo si considera creato da Dio, dal quale riceve la libertà che gli apre immense possibilità ma gli pone anche precisi doveri, oppure egli si autopromuove ad assoluto, dotato di una libertà che, essendo priva di legge, si abbandona a ogni sorta d'impulso, richiudendosi nell'edonismo e nel narcisismo".
In questa prospettiva, la sfida più radicale consiste nel ritrovare e condividere il valore della persona umana e della sua dignità. Questo è ciò che deve sostenere e animare dal dentro tutto il processo europeo e ogni Costituzione europea. In questo senso - come ha scritto Giovanni Paolo II - è necessario vigilare, da parte di tutti i cittadini e delle stesse autorità civili, "affinché le strutture e le istituzioni europee siano sempre al servizio dell'uomo, che non può mai essere considerato un oggetto che si può acquistare o vendere, sfruttare o manipolare. [...] Oggi, di fronte ai cantieri aperti della scienza, soprattutto della genetica e della biologia, di fronte all'evoluzione prodigiosa dei mezzi di comunicazione e di scambi a livello planetario, l'Europa può e deve lavorare per difendere ovunque la dignità dell'uomo,sin dal suo concepimento, per migliorare ancora di più le sue condizioni di vita...".
In conclusione, ritengo si possa dire che l'Europa si trova di fronte a un bivio importante, forse decisivo, della sua storia. Da un lato, le si apre la strada di una più stretta integrazione: le linee per realizzarla sono molte e in gran parte sono incluse nella sua stessa storia. Dall'altro lato, la strada che può aprirsi è anche quella di un arresto del processo di unificazione o di una sua riduzione solo ad alcuni aspetti non pienamente rispettosi dei valori su cui deve fondarsi una vera Unione.
La scelta, dunque, sembra essere tra un'unità più stretta capace di coinvolgere un maggio numero di popoli e nazioni e una battuta d'arresto che potrebbe portare alla disgregazione dell'edificio europeo o alla identificazione di tale edificio con una sola parte del Continente.
Di questa necessaria e maggiore unità si sottolinea spesso solo l'aspetto economico. Esso è certamente quello più appariscente, ma non può né deve essere l'unico, altrimenti l'Unione Europea si realizzerebbe su basi poco solide e tradendo quella che ne era stata l'ispirazione originaria. Non ci si può limitare, quindi, al solo profilo mercantile e finanziario, aspetto pure importante ma non disgiungibile dalla ancora più essenziale dimensione sociale e politica.
E perché ciò avvenga occorre dare spazio ad una vasta e profonda azione culturale che ci deve vedere tutti impegnati. È, infatti, necessario e urgente adoperarsi con intelligenza e lungimiranza per individuare, sintetizzare e riproporre alla comune condivisione i valori fondamentali ai quali deve ispirarsi, per l'oggi e per il domani, la convivenza dei popoli europei.
All Have to Pay Price for Peace
Jan 21, 2006
"Peace has its price and each of us has to pay his share". From Jerusalem, where he spends six months a year to study bible sources, Cardinal Calro Maria Martini encouraged all of those working in Jerusalem "in this sense, often in silence and concealing their activities".
(AGI) - Vatican City, Jan 18 2006 - In an interview with "Terrasanta", the Franciscan news magazine, the former Archbishop of Milan stated that "in Jerusalem there are many little efforts and attempts to find a dialogue, a common denominator, understanding, reconciliation and pardon". In the same edition Padre Pierbattista Pizzaballa confirmed the existence of these important signals of peace which are ignored by the media and reminded of the fact that "the Pope, the bishops and Christian Church leaders are constantly asking pilgrims not to abandon holy places and to search for nearness to the Christian communities. Our magazine wants to be an instrument to bring Christian communities all around the Christian world together also in Israel and the Middle East". "Terrasanta" in its new graphic design and contents is directed by journalist Giuseppe Caffulli, working in religious information services since years covering topics as ecumenism and dialogue between religions.
They call him the man who should have been Pope
Jun 17, 2005
At Westminster they play a parlour game which might be called “The Best Prime Minister We Never Had”, identifying politicians who inexplicably just failed to reach the top. In Rome at the moment the talk is of the Man Who Should Have Been Pope: Cardinal Carlo Maria Martini, who this weekend steps down after 22 years as Archbishop of Milan.
(The Times, September 28, 2002) Cardinal Martini has been “elected” Pope so often by the Italian press that it is hard for liberal Roman Catholics who champion his candidacy to get used to the idea that his moment has passed. John Paul II has endured for so long, in the face of growing frailty and suffering due to Parkinson’s disease, that many of those once considered potential successors have died or retired.
In theory, of course, Martini could still be elected — despite being a Jesuit (no Jesuit has ever become Pope). He is retiring as Archbishop at the age of 75, but cardinals under 80 can vote in the conclave, and invariably choose one of their own number as pontiff. Yet the investiture tomorrow of Cardinal Dionigi Tettamanzi, the former Archbishop of Genoa, as Cardinal Martini’s successor in the Diocese of St Ambrose marks the passing of an era — or the start of a new one, given that Tettamanzi, 68, now becomes seriously papabile himself.
The post of Archbishop of Milan is not only important itself, it has in the past been a stepping stone to the papacy — in the case of Paul VI, for example. Tettamanzi, a “local boy” who was born in Milan and ordained there by Paul VI, is held in some Catholic quarters to be a liberal, partly because of the sympathy he expressed for anti-globalisation protesters during the G8 summit in Genoa (while deploring the violence that marred it).
On the other hand Cardinal Tettamanzi has a reputation as a conservative theologian, and is prominent among senior churchmen who have publicly poured cold water on Cardinal Martini’s coded calls in recent years for a Third Vatican Council to debate ways of making the Catholic Church more democratic and accountable. Such calls, Tettamanzi said, had “found no echo”.
Cardinal Martini, moreover, recently admitted that he, too, is suffering from the “first signs” of Parkinson’s disease. His retirement is therefore being seen as an opportunity not only to assess his record but to reflect on the fate of the kind of liberalism he stood for, and to assess its future as the Vatican edges towards the post-John Paul II era.
A new biography of Cardinal Martini by Marco Garzonio, a Milanese journalist who has followed the Cardinal’s career in Milan from its inception, contains the remarkable disclosure that in his dedication to church democracy, Martini made at least three attempts to stand down, only to be ordered to carry on.
Martini’s pleas to the Pope to be allowed to retire arose, Garzonio says, not because he was tired of Milan, or Milan of him, but because he believed senior posts should be rotated to ensure that the Church remained open to new ideas and fresh blood and did not become corrupt, blinkered and sclerotic. This was a dangerous principle, however: members of the overwhelmingly conservative Vatican hierarchy tend to cling to their hard-won powers and privileges tenaciously.
If an archbishop can step down, moreover, then why not a Pope? No Pope — however aged and enfeebled — has abdicated of his own volition since Celestine V in 1294: certainly the present pontiff, who refused Martini’s three requests to be allowed to retire gracefully, has made it crystal clear that he intends to continue in office “to my last breath”. The Pope, who picked out Martini for Milan in 1980 when he was Rector of the Gregorian University (a Jesuit institution), is said to have told him that Archbishops — like Popes — have to “carry their cross”.
Regrettably, Garzonio does not delve as deeply as he might have done into the relationship be- tween these two remarkable and charismatic men. He prefers instead to focus on Martini’s role in helping to steer Milan through the crises of political terrorism in the 1980s (the Red Brigades) and political corruption in 1990s (the Tangentopoli or Bribesville scandal, which began in Milan), and on his devotion to causes generally regarded as left-wing: the plight of prisoners, of the poor and socially disadvantaged, of the unemployed, immigrants, struggling families and single parents.
Such concerns have gone hand in hand with a persistent drive to force the Church to face up to the social and doctrinal issues that are bound to boil up in the post-John Paul II era: abortion, divorce, contraception, priestly celibacy, homosexuality, poverty, globalisation. This week Cardinal Achille Silvestrini, a devoted friend and fellow liberal, went so far as to compare Martini’s passion for social reform and his sensitivity to “the people’s sufferings” to that of Pope Gregory I (Gregory the Great) in the 6th century.
Both Silvestrini and Garzonio, however, reject the simplistic idea that Martini had wanted an immediate Third Vatican Council to turn the Church upside down: the reforms of the Second Vatican Council in the 1960s are still being worked through, after all. Rather, he hoped to stir debate on whether centralised, even authoritarian, papal rule had gone too far, and whether the Church had lost the spirit of “collegiality”, with decisions shaped from the bottom upwards as well as from the top downwards.
He also repeatedly emphasised the need for ecumenism and Christian unity, implying that Catholicism did not have all the answers. At his farewell Mass in Milan Cathedral on September 8 Martini apologised to an overflowing congregation of 8,000 for his “failings and omissions”, and urged the faithful one last time to “serve justice and peace” by paying attention to “the poor, the needy, the suffering, prisoners, all those who feel humiliated or spurned by society”. He was rewarded, La Stampa reported, with “applause which seemed never to end”. As he left, his followers wept and tried to touch his robes.
The Cardinal, a distinguished biblical scholar, is to retire, he says, to a “life of prayer and study”, partly at a Jesuit retreat near Ariccia, in the Alban hills south of Rome, and partly in Jerusalem. Catholic liberals will be hoping that his principles will survive his departure, and perhaps even be adopted by the next Pope.
Tettamanzi, meanwhile, has refused to discuss his chances of becoming pontiff, observing that he is “not interested in the voices of men, only in the voice of God”.
This city is cardinal to him
Jun 07, 2005
"Likrat yerushalayim: Masa el shoresheha hayehudi'im shel hanatzrut" ("Verso Gerusa-lemme") by Carlo Maria Martini, translated from the Italian by Dov Ancona, Carmel, 189 pages, NIS 78.
(Haaretz, 3 June 2005) It's not every day that a cardinal publishes a book in Hebrew. Carlo Maria Martini's "Verso Gerusalemme," which came out in Italian in 2002 and has been translated now into Hebrew, is the first such book. Furthermore, the author is not just any cardinal. Martini is one of the most respected figures in the Catholic Church today. In recent years, he has been the leader of the so-called "progressive" faction, as opposed to the "conservative" wing headed by Cardinal Joseph Ratzinger, today Pope Benedict XVI.
For many years, Martini was at the top of the "papabili" - potential pope - list. At the last papal conclave, a little more than a month ago, Martini did not consider himself a likely candidate on account of his age (78) and poor health. But opponents of Cardinal Ratzinger and those on the lookout for a more "open-minded" pope rallied around him and hailed him as their leader. Martini favors delegating more power to Catholic communities around the world rather than concentrating it all in Rome. He would like to see bishops involved in decision-making in the Church and the pope consulting with them. He believes the time has come to reexamine the role of women in the Church and the dwindling number of men joining the priesthood. In the end, however, Martini supported Ratzinger and gave him his blessing.
Martini, former rector of the Pontifical Gregorian University - considered the top academic religious institution in Rome - and archbishop emeritus of Milan, the largest archdiocese in Europe and one of the most important in the entire Catholic world, retired at the age of 75 and moved to Jerusalem. "And now, behold, I go bound in the spirit until Jerusalem, not knowing the things that shall befall me there," says Martini, quoting Paul in the New Testament (Acts 20:22). But why did he come to Jerusalem? What is Jerusalem to him?
On a fundamental, Christian religious level, this act of pilgrimage is not surprising. Wherever Martini turns in this city - to the Temple Mount, the Mount of Olives, Gethsemane - he is walking in the footsteps of Jesus. One can only imagine the excitement that seizes him, a devout Catholic, as he stands at the foot of Jesus' burial place in the Church of the Holy Sepulcher in the Old City.
But Martini's Jerusalem is more than a geographical place. It is closer to the French concept of "lieu," a spiritual, psychological and metaphysical place. Most of all, Jerusalem - celestial and terrestrial - is a symbol of the discordant soul of man and the endless trials and tribulations faced by humanity.
Martini gives a lot of thought to cities in this book. "In my childhood, the city was an indisputable fact of life (like having parents or an older brother). The city was there ... with all the turmoil, the bustling streets, the narrow spaces, the overcrowding. It never occurred to me that anyone might be bothered by it. The rumbling of the trolley was like the chirping of birds to someone who lives in the country."
The onset of fear, pain and despondency began when he was a bishop in Milan. "I remember sitting in a car and watching the houses come at me, one by one. Inside the houses, behind the curtains on the windows, were illuminated rooms filled with people. Each house came with its own heavy load: quarrels, frustration, illness, death."
Shared crudity
As Martini compares human life and life in a city, the conclusion one reaches is that a city's crudity is the crudity of life. "Anyone who looks carefully and objectively at the problems that preoccupy people will see that solving them is beyond the realm of human ability. Only those who delude themselves or whittle down their activity to small, measurable goals think they can cope with the complexities of life in a metropolis."
The city equals life, symbolizing human civilization as a whole. But what kind of city is Jerusalem that it exerts such a powerful pull on Martini? Certainly nothing like Babylon, Sodom or Jericho, biblical archetypes symbolizing violence, arrogance and fear, which "take different forms from city to city." And yet "the winds of Babylon, Sodom and Jericho blow between the walls of Jerusalem, whipping up a violent storm" - then as now.
At the same time Jerusalem is also an alternative to Babylon, a symbol of the good in man. "Confining, blinding, but always pulsating with life. Jerusalem has always been a city of courage," writes Martini. Its pain is the pain of the crucified, the pain of man battling the crudity within and around him, the pain of humanity. When Jerusalem is redeemed, becoming a central meeting place as described in the Revelation of St. John, both man and the world will be redeemed.
A pilgrimage to Jerusalem is meant to bring us closer to celestial Jerusalem, to move us toward a new spiritual and moral order. The peace of Jerusalem "radiates to other cities," bringing peace to the human soul. It is a journey, says Martini, not a miraculous shortcut, but it helps us discover the wholeness of our lives and understand what we need to do to triumph over evil and extract the good from the bad. It is here in earthly Jerusalem that Martini is able to get a sense of heavenly Jerusalem and come closer to it, but without forgetting that there are two Jerusalems - physical and metaphysical.
Martini's love for Jerusalem is not just bookish and philosophical. Certain events in his life have strengthened his ties to the city and Israel as a whole. Once he almost died here. It was back in 1959, when he joined the archaeological dig in ancient Givon. Bending over a pit, the sides caved in and he began to slip down. "Suddenly," writes Martini, "a thought came to me, in a moment of revelation I have never experienced since: How good it is to die in this land!" The calmness that came over him is what saved him, he says.
Another time, he was almost born here. It was at the Pontifical Bible Institute in Jerusalem, near the Jaffa Gate. Martini went out on the balcony and looked heavenward. "Suddenly a kind of wild thought hit me: This is my birthplace. I was born here, in Jerusalem."
Philosemite
This love for Jerusalem has endeared the Jewish people to him - and perhaps it goes both ways. His Jewish friends call him a "philosemite." Rabbi David Rosen, for example, writes in the introduction to this book that Cardinal Martini played an important role in the revolutionary changes in the policy of the Catholic Church toward Jews and Judaism since the early 1960s.
In the book itself, Martini also writes at length about the Jews and Judaism, calling for greater cooperation between the two religions. One example is his approach to the "people of God" - the Jews according to the Bible and Judaism, and the Church in the New Testament and Christianity. This could be a source of friction and a pretext for envy and squabbling over the birthright. Martini rejects such bias in the historical chronicle of mankind. From his perspective, "the preeminence of Israel over the nations, the preeminence of Jesus over other men and the preeminence of the Church, have a purpose, which is the salvation of all." The Jews and the Christians are God's anointed, and serve humanity at large.
Martini believes there are a whole host of reasons why the Catholic Church should reach out to Judaism and learn more about it. "To understand itself, its nature and its role, the Church must explore its relationship with the Jewish people," he writes. "Toward that end, we must understand how the Jews perceive themselves." Without ignoring the differences between the religions, Martini maintains that the profound dispute between them "distances the Church from valuable resources and creates a serious imbalance in the Christian community." Until today, he says, the Catholics have not found a way of resolving many problems connected to sex, family and fitting in as an individual in the modern world.
The book is laden with autobiographical data and historical facts about Jerusalem and the history of Jewish-Christian relations, as well as commentary on passages and events in the Bible and the New Testament. Martini distinguishes, for instance, between religion and faith. Faith is a private emotion, he writes, whereas religion is the historical, cultural, social and dogmatic articulation of a belief or set of beliefs. Ethnic factors can come into play here, for good or for bad. Martini's preference becomes clear later on: "When religions cling to historical values, they forget the sublime truth upon which they are founded and are liable to become a source of conflict."
Martini, however, does not divide the world into believers and non-believers, but into those who think and those who don't. In general, he advises us to preserve a sense of humor, seeing that "we're all in God's hands, which is to say, good hands."
This book is not always easy reading, especially for a secular Israeli unfamiliar with religious terminology, Jewish or Christian. But it may inspire the reader to go back to the sources for another look, armed with the helpful commentary and footnotes provided here.
"Many Jewish Israelis, whether they define themselves as religious or non-religious, know nothing about Christians," writes Rosen in the introduction. "Even when they travel abroad, they perceive the people they meet as `non-Jews' rather than Christians."
This fascinating and important book provides an opportunity to change that.
Il Discorso della Montagna secondo Martini
Jun 07, 2005
Il saggio del cardinale Giacolo Biffi sopra citato – scritto in prima stesura nel 1991 e rivisto nel 2005 – esce proprio mentre in Italia un’omelia del cardinale Carlo Maria Martini ha acceso una discussione ad esso in qualche modo attinente.
(www.chiesa, Maggio 2005) Di Martini, arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002, oggi tornato ai suoi studi biblici a Gerusalemme, Biffi è stato vescovo ausiliare, prima di diventare arcivescovo di Bologna.
L’omelia divenuta oggetto di discussione è quella pronunciata da Martini l’8 maggio scorso nel Duomo di Milano, in occasione del XXV anniversario della sua ordinazione episcopale.
In essa, commentando il comando di Gesù: "Ammaestrate tutte le nazioni", Martini ha spiegato che esso significa “insegnare a osservare tutto ciò che il Signore ha comandato. E tutto ciò che ha comandato, in Matteo, è il Discorso della Montagna, o ancora, Matteo 25: ‘Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me’”.
Dopo di che, Martini ha così proseguito:
“È questo che dobbiamo insegnare a osservare ed è molto importante tale discorso oggi. Io lo avverto vivendo in un luogo di particolare sofferenza, dove vengono al pettine i nodi dell’umanità, a Gerusalemme, in Medio Oriente. Abbiamo tutti un immenso bisogno di imparare a vivere insieme come diversi, rispettandoci, non distruggendoci a vicenda, non ghettizzandoci, non disprezzandoci e neanche soltanto tollerandoci, perché sarebbe troppo poco la tolleranza. Ma nemmeno – direi – tentando subito la conversione, perché questa parola in certe situazioni e popoli suscita muri invalicabili. Piuttosto ‘fermentandoci’ a vicenda in maniera che ciascuno sia portato a raggiungere più profondamente la propria autenticità, la propria verità di fronte al mistero di Dio.
“A questo scopo non c’è mezzo più concreto, più accessibile, delle parole di Gesù nel Discorso della Montagna. Parole che nessuno può rifiutare perché ci parlano di gioia, di beatitudine, ci parlano di perdono, ci parlano di lealtà, ci parlano di rifiuto dell’ambizione, ci parlano di moderazione del desiderio di guadagno, ci parlano di coerenza nel nostro agire (‘sia il vostro parlare sì, sì; no, no’), ci parlano di sincerità. Queste parole, dette con la forza di Gesù, toccano ogni cuore, ogni religione, ogni credenza, ogni non credenza. Nessuno può dire: ‘Non sono parole per me: la sincerità non è per me, la lealtà non è per me, il lottare contro la prevaricazione sui beni di questo mondo non è per me…’. È un discorso per tutti, che accomuna tutti, che richiama tutti alle proprie autenticità profonde, ed è quel discorso che ci permetterà di vivere insieme da diversi rispettandoci, non ghettizzandoci, non distruggendoci, nemmeno tenendo le dovute distanze, ma ‘fermentandoci’ a vicenda.
“Allora, se faremo così, tutti gli uomini si riconosceranno in tali valori, si sentiranno più vicini, più compagni e compagne di cammino, sentiranno di avere in comune delle realtà profonde e vere, delle realtà che forse non avrebbero saputo scoprire senza le parole di Gesù. Allora, al di là di differenze etniche, sociali, addirittura religiose e confessionali, l’umanità troverà una sua capacità di vivere insieme, di crescere nella pace, di vincere la violenza e il terrorismo, di superare le differenze reciproche. Sarà allora pienamente manifesto il messaggio della grazia di Dio”.
Questa omelia del cardinale Martini è stata rilanciata l’indomani, 9 maggio, in prima pagina, dal principale quotidiano italiano, il “Corriere della Sera”, come un “manifesto” alternativo alla linea “neoconservatrice” impersonata da papa Joseph Ratzinger.
Cardinal Martini ricoverato al 'Gemelli'
May 21, 2005
Il cardinale Carlo Maria Martini è stato ricoverato al 'Gemelli' per problemi cardiaci. L'ex arcivescovo di Milano sarebbe stato sottoposto ad esami clinici e le sue condizioni non sembrerebbero destare preoccupazione.
Roma, 19 mag. 2005 (Adnkronos/Ign) - Il porporato, 78 anni compiuti a febbraio, oggi doveva rientrare a Gerusalemme dopo aver celebrato i 25 anni del suo episcopato a Milano.
Considerato il grande antagonista dell'allora cardinale Joseph Ratzinger nell'ultimo conclave, Martini è figura di riferimento dell'area progressista della Chiesa. Ovvero di una comunità che faccia i conti con le sfide della modernità, dia una maggior ribalta alle Chiese locali e ad un loro diverso rapporto con il potere centrale.
Alla guida dell’arcidiocesi di Milano dal 1980 al 2002, dopo l'addio al potere temporale il porporato ha scelto Gerusalemme per dedicarsi ai suoi studi biblici.
I cattolici non hanno la verità tutta intera
May 15, 2005
Nell'omelia per il venticinquestimo anniversario dell'episcopato il Cardinale di Milano entra in conflitto con la critica di Ratzinger.
(aprile online.info, 11/05/2005) E’ particolarmente istruttivo leggere (lo si poteva fare ieri sull’Unità) l’omelia che il cardinal Carlo Maria Martini ha tenuto nel Duomo di Milano in occasione del venticinquesimo anniversario del suo episcopato. Martini parte dalla prima lettura della messa, tratta dagli Atti degli Apostoli, nella quale si profetizza la seconda venuta di Cristo, per svolgere un ragionamento che entra palesemente in conflitto con la critica ratzingeriana del relativismo.
Il futuro Benedetto XVI, nell’omelia della messa Pro Romano Pontifice si era scagliato, come ricorda lo stesso Martini, contro la tendenza a considerare sullo stesso piano tutti i sistemi valoriali, tutte le ideologie, tutte le religioni. Il discorso di Ratzinger non era, quindi, solo morale, anzi. Soprattutto prendeva spunto dal magistero di Giovanni Paolo II che, in Fides et Ratio, muoveva dal rifiuto del relativismo per dimostrare che, una volta persi dei punti certi e incontrovertibili (come sono, ad esempio, gli articoli di fede), tutto è permesso e, quindi, non si pone logicamente alcun freno al dominio degli istinti e della malvagità. Un ragionamento che faceva dire al pontefice polacco che le ideologie che hanno insanguinato il ‘900 erano entrambe figlie (certo degeneri) dello stesso relativismo e, dunque, dell’Illuminismo che ne è padre.
Martini non rifiuta tout court la critica al relativismo. Ma aggiunge che esiste anche un relativismo cristiano, pienamente inserito nella tradizione cattolica. Solo nell’ultimo giorno, dice in sostanza Martini, sapremo la verità. Tutto ciò che è oggi è per ciò stesso parziale, incompleto, transeunte. Martini non lo dice, ma potremmo includere in questa caducità persino la dottrina della fede di cui Ratzinger è il custode. La stessa tradizione, che per la chiesa cattolica è fonte di verità, è il risultato della sovrapposizione di idee, di culture, di ricerca. Il cristianesimo di San Pietro non è quello di San Paolo. E quello di San Paolo non è il cristianesimo di oggi.
Quanti cattolici potrebbero credere che l’Apostolo di Tarso aveva suggerito che i vescovi fossero sposato e buoni padri di famiglia? E come è stato possibile riabilitare Galileo Galilei se non rivedendo la tradizione, che all’epoca interpretava tutto ciò che era scritto nella Bibbia non come metafora ma come verità immediata?
La revisione della tradizione, infatti, è pienamente ammessa nella stessa dottrina cattolica, anche se, per una questione più di immagine che di sostanza, si tende a presentare il pensiero della chiesa come unico e coerente. In realtà, però, la chiesa cattolica ha preso spunto dalle parole di Cristo sullo Spirito Santo (“Egli vi guiderà alla verità tutta intera”) per giustificare sia la tradizione come fonte di verità (lo Spirito, infatti, agisce attraverso il magistero ecclesiale) sia la sua revisione (arrivare alla verità è un processo, non è qualcosa data per sempre).
Insomma, Martini pare ammonire il nuovo pontefice ricordandogli che tutto ciò che oggi dice sulla fede e sulla morale domani potrebbe cambiare. E, così, invita alla prudenza, a giudicare le cose nella loro dimensione, a non anticipare, oggi, in terra, il giudizio finale che solo Cristo potrà dare. Solo allora, dice Martini, conosceremo il criterio ultimo e definitivo per giudicare la Storia. Per ora neppure il papa ha la verità tutta intera.
«Maggiolini profeta della Chiesa lombarda»
May 15, 2005
«Lo considero un po' come un profeta della Chiesa di Lombardia». La frase è del cardinale Carlo Maria Martini, ieri mattina al Seminario arcivescovile di Venegono Inferiore.
(Corriere di Como, 11-05-2005) E il riferimento è a monsignor Alessandro Maggiolini, che in questo 2005 - anno in cui ricorre il 25° di episcopato dell'arcivescovo emerito di Milano - celebra il cinquantesimo anniversario di ordinazione sacerdotale del vescovo di Como.
All'omelìa pronunciata nel pontificale per la Festa dei fiori, Martini non ha esitato a paragonare Maggiolini al profeta Daniele «per la molteplicità dei riferimenti letterari contenuti nei suoi scritti».
Nel giorno in cui sono stati ricordati i più significativi anniversari di ordinazione sacerdotale, da Martini è dunque arrivato un significativo riconoscimento al nostro vescovo, originario di Bareggio e alla guida della diocesi lariana dal 1989.
Ordinato sacerdote il 26 giugno 1955, Maggiolini - che è membro della Commissione episcopale per la Dottrina della fede e la catechesi, oltre che della Commissione episcopale italiana per la cultura e la scuola - si appresta dunque a celebrare il suo giubileo sacerdotale.
L'appuntamento è per fine maggio a Como e in particolare per sabato 28 alle 17, quando in Cattedrale si terrà la solenne celebrazione eucaristica. Significativa la data scelta per la cerimonia, alla vigilia del Corpus Domini e nelle stesse giornate in cui si conclude a Bari il Congresso eucaristico nazionale, presente Papa Benedetto XVI.
El nuevo Pontífice romperá muchos prejuicios
Apr 28, 2005
El cardenal italiano Carlo María Martini, el gran rival del alemán Joseph Ratzinger, sostuvo ayer que el controvertido purpurado transformado en papa Benedicto XVI romperá muchos prejuicios y sorprenderá a muchos críticos.
(El Diaro Montanes, 27-4-05) «Estoy seguro de que Benedicto XVI nos tiene reservadas muchas sorpresas con respecto a los prejuicios y lugares comunes con los que ha sido ligeramente calificado», afirmó Martini en una larga entrevista concedida al diario italiano 'La Repubblica'.
Martini, de 78 años, arzobispo emérito de Milán, considerado uno de los miembros más cultos y progresistas del Colegio Cardenalicio y que el mismo Ratzinger define «distinto por formación y temperamento», estima que el nuevo Papa será transformado de hecho por la responsabilidad asumida.
«Estoy seguro de que la gran responsabilidad que pesa sobre el nuevo Papa lo convertirá cada vez más en una persona sensible y abierta a los problemas que agitan los corazones de los creyentes y no creyentes, por lo que abrirá, para él y para nosotros, caminos nuevos», afirmó.
El cardenal, quien se retiró a Jerusalén desde hace algunos años para estudiar textos bíblicos, reconoció que la elección de Ratzinger para suceder a Juan Pablo II nació también del deseo de «tener un pontificado breve después de uno tan largo».
"Sara' un grande Papa"
Apr 28, 2005
In Conclave aveva pregato Dio di “risparmiarlo”, invece la Divina Provvidenza ha scelto lui come successore di Wojtyla e ora Papa Ratzinger promette di essere un Pontefice missionario come San Paolo. Benedetto XVI ha convinto proprio tutti. Sembra che abbia ricevuto quasi un centinaio di voti dai porporati. E perfino il cardinal Martini, della “corrente antagonista”, dice: “Siamo diversi, ma sarà un grande Papa”.
(TGCOM, 26/4/2005) L’arcivescovo emerito di Milano, in un’intervista a Repubblica, definisce Ratzinger “un uomo di grande umanità, cortesia, gentilezza, pronto all’ascolto anche di pareri differenti dal suo”: “Sono certo che Benedetto XVI ci riserverà delle sorprese rispetto agli stereotipi con cui è stato definito un po’ troppo sbrigativamente”. Insomma perfino il porporato “antagonista” si è convinto che Ratzinger sarebbe stato la scelta migliore per la Chiesa.
Martini e Ratzinger - non è un mistero – hanno sempre avuto posizioni differenti su molte questioni, eppure l’arcivescovo confida sulle buone decisioni che prenderà il Pontefice tedesco: “Sono certo che la grande responsabilità che grava sulle spalle del nuovo Papa lo renderà sempre più sensibile a tutti i problemi che si agitano nel cuore di credenti e non credenti e aprirà probabilmente per lui e per noi strade inconsuete”.
Il cardinal Martini ricorda poi un testo che l’allora capo della Congregazione per la fede cattolica gli scrisse: “Nessuno si meraviglierà se dico che noi non siamo sempre stati dello stesso parere. Per temperamento e per formazione siamo senza dubbio molto diversi l’uno dall’altro… In ogni caso, queste due posizioni non si escludono affatto, al contrario, esse si integrano e si completano a vicenda. Posizioni e accenni differenti sono necessari per permetterci, a partire da aspetti diversi, di avvicinarsi al compito complesso della Chiesa in questo tempo e di tentare, più o meno, di svolgerlo”.
L’omaggio di un principe
Apr 26, 2005
Così il cardinale Martini elogia Ratzinger teologo, professore e prefetto: “La sua passione per la verità è risposta al debolismo della postmodernità”. Un testo scritto per i suoi 70 anni “Ci è di modello e stimolo”
(ilfoglio.it, 21/04/2005) - Roma. “La passione per la verità, che Joseph Ratzinger ha testimoniato coerentemente in tutti questi anni, va intesa come risposta al ‘debolismo’ della postmodernità”.
Potrà sembrare strano ma questo giudizio lusinghiero del porporato che l’altro ieri è stato eletto Papa e ha scelto il nome di Benedetto XVI appartiene al cardinale Carlo Maria Martini, l’arcivescovo emerito di Milano che le cronache dei giorni scorsi avevano dipinto come il contraltare scelto dalla componente liberal del Sacro Collegio per impedire l’accesso del già prefetto dell’ex sant’Uffizio al soglio di Pietro.
Le parole di Martini si trovano in una breve testimonianza su Ratzinger titolata significativamente “Un servitore della fede e della tradizione”, e scritta per il volume “Alla scuola della verità”, una miscellanea pubblicata dalla San Paolo nel 1997 per i 70 anni del porporato tedesco. La miscellanea in questione venne solennemente presentata il 22 dicembre di quell’anno nella Basilica di Santa Maria in Trastevere con una manifestazione curata dalla Comunità di sant’Egidio e dall’allora segretario particolare del cardinale Ratzinger, monsignor Josef Clemens, oggi vescovo e segretario del pontificio Consiglio per i laici.
Tra gli oratori chiamati a presentare il volume ci furono il professor Andrea Riccardi, fondatore della Comunità, e il presidente emerito Francesco Cossiga. Particolarmente interessante la relazione di Riccardi tutta centrata sulla “romanità” del cardinale Ratzinger.
La miscellanea “Alla scuola della verità” conserva il suo interesse perché presenta contributi firmati da numerose personalità laiche ed ecclesiastiche scritti in tempi in cui era difficile immaginare che il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede sarebbe diventato un giorno papa Benedetto XVI.
Nonostante il titolo del contributo di Riccardi (Il progetto di un futuro Papa), a posteriori suggestivo, ma che in realtà sembrava limitarsi a descrivere l’atteggiamento degli ultimi pontefici nei confronti dell’Europa.
Particolarmente interessanti risultano i contributi di numerosi e titolati ecclesiastici come quello dell’allora rettore della Lateranense e oggi cardinale patriarca di Venezia Angelo Scola, o quello del cardinale di Colonia Joachim Meisner, o quello del cardinale di Parigi – oggi emerito – Jean-Marie Lustiger, o quello del cardinale di Monaco Friedrich Wetter. Senza contare poi le testimonianze del fratello Georg Ratzinger e del rabbino statunitense Jacob Neusner, uno dei numerosi esponenti dell’ebraismo con cui il neo Papa intrattiene rapporti di stima e di amicizia.
Una conoscenza che risale agli anni 60
Indubbiamente però, anche alla luce delle voci che hanno accompagnato il Conclave appena concluso, il testo della miscellanea che acquista un particolare interesse è quello del cardinale Martini.
In esso il biblista che ha guidato l’arcidiocesi di Milano dal 1980 al 2002 traccia sinteticamente ed efficacemente la storia dei suoi contatti con il cardinale Ratzinger. Contatti che risalgono alla fine degli anni Sessanta quando Martini comincia a leggere l’“Introduzione al Cristianesimo” del teologo Ratzinger e poi partecipa a una lezione sull’Eucaristia tenuta a Münster dal professor Ratzinger.
La conoscenza personale tra i due big della Chiesa universale, sempre secondo il racconto che ne fa Martini, risale però al 1980, durante il Sinodo sulla famiglia, per poi diventare più frequente quando Ratzinger nel 1982 arriva a Roma per guidare l’ex Sant’Uffizio. E in questo contesto arrivano i complimenti. “Egli – scrive Martini riferendosi a Ratzinger – ha sperimentato nelle università tedesche degli anni Sessanta e dell’inizio degli anni Settanta, le conseguenze di atteggiamenti troppo disinvolti e facili, in particolare degli studenti, verso le ricchezze della tradizione”.
Martini poi non nasconde il fatto che Ratzinger possa aver affrontato “casi dolorosi”, che, “col senno di poi”, si sarebbero potuti trattare “in altro modo”. “Ma – conclude – il senno di poi è dato ai posteri, mentre ai contemporanei si richiede di agire ciascuno nel massimo della buona coscienza e della competenza. In queste cose Joseph Ratzinger ci è di modello e di stimolo”.
Der Kardinal im Sturm und der Gegenwind für Ratzinger
Apr 16, 2005
Spekulationen vor dem Konklave: Der frühere Mailänder Erzbischof Carlo Maria Martini galt lange als "papabile" und wirbt nun angeblich für den Rivalen des Deutschen
(Die Welt, 16. April 2005) Keinem Kardinal ist der Sturm vor dem Sarg des Papstes so sehr in die Gewänder gefahren wie Carlo Maria Martini. Millionen, nein Milliarden haben das Schauspiel gesehen. Kaum ein anderes Detail zur Nachfolge Karol Wojtylas auf dem Stuhl Petri ist besser bezeugt. Der Wind hatte das Meßbuch des toten Papstes am letzten Freitag noch nicht zugeklappt, als er dem hochgewachsenen Kardinal mit wildem Wehen die purpurrote Toga aufblähte. Wie ein Cherub stand Carlo Maria Martini da plötzlich zum Abschied am Altar: wie einer der Erzengel, die mit loderndem Flammenschwert den Eingang zum Paradies bewachen.
Er sei "ein Mann Gottes", hieß es kurz danach aus dem Mund eines Jesuiten in Rom. Früher hieß es oft, Kardinal Martini aus der Gesellschaft Jesu sei überhaupt der wohl wichtigste Kandidat für die Nachfolge des letzten Papstes, der bedeutendste "papabile" Italiens. Das war allerdings bevor der charismatische Kardinal sich im Jahr 2002 auf dringenden Wunsch aus Krankheitsgründen von Johannes Paul II. von seinem Amt als Mailänder Erzbischof entbinden ließ. Nach Erreichen der Altersgrenze (75) wollte er seinen Lebensabend fortan nur noch in Jerusalem beschließen, wo er seit langem eine Wohnung hat.
Diese Woche hieß es hingegen in der italienischen Presse, Martini leite inzwischen in einer Art "Duell" mit Kardinal Ratzinger das Lager von dessen Gegnern unter den 115 wahlberechtigten Kardinälen, bevor das Konklave überhaupt begonnen habe. Statt des prominenten Chefs der Glaubenskongregation empfehle er Kardinal Dionigi Tettamanzi, seinen Nachfolger in Mailand, um den sich das Lager "der Erneuerer" sammeln solle.
In und aus Rom läßt sich in diesen Tagen alles Mögliche unwidersprochen und ungestraft behaupten. Auch das absurdeste Gerücht aus dem Vatikan gilt derzeit auf dem Nachrichtenmarkt als heiße Ware. Dementiert wird prinzipiell nichts. Offiziell bekannt wurde nach der vorletzten "General-Kongregation", daß sich die Kardinäle bei dieser Versammlung nur über einen Punkt ausgetauscht und geeinigt hätten: nämlich die Geheimhaltung aller Vorgänge und das strikte Schweigen gegenüber den Medien. Zuvor war durchgesickert, Kardinal Carlo Martini habe als einer der ersten Redner auf den täglichen Versammlungen der Kardinäle über Fragen der Evangelisierung und Ökumene gesprochen und dabei Frieden und Gerechtigkeit als vorrangige Themen für die Kirche bezeichnet; Fragen der Bioethik, der Familie und der Sexualität gehörten ebenso dazu.
Auch dafür gab es freilich keine Bestätigung. Als harte Fakten bleiben da nur die biografischen Daten. Martini wurde am 15. Februar 1927 in Turin geboren und trat mit 17 Jahren in den Jesuitenorden ein, der im Zeitalter des Barock die Gegenreformation leitete (und im katholischen Teil Europas dabei das Gesicht der Städte und Dörfer entscheidend formte). Bis jetzt ist die lange Ausbildung aller Mitglieder ein Merkmal des Ordens geblieben. Martini aber wurde 1952 im Alter von nur 25 Jahren schon zum Priester geweiht. Er gilt als ein Experte der Spiritualität des heiligen Ignatius von Loyola. 1978 hat Papst Paul VI. ihn deshalb gebeten, die jährlichen Exerzitien im Vatikan zu halten, wie davor schon Karol Wojtyla - der Carlo Martini später, als Papst Johannes Paul II., am 6. Januar 1980 persönlich zum Erzbischof weihte. Wegen seiner Parkinson-Krankheit scheide Martini selbst für die Wahl aus, hieß es bisher. Dieses Argument wird sich nach dem parkinsonkranken letzten Papst nicht unbedingt halten lassen. Millionen Katholiken aber beten zurzeit vor allem darum, der Heilige Geist möge genauso so in das Konklave fahren wie der Wind auf dem Petersplatz in die Gewänder Kardinal Martinis.
Les cardinaux "grands électeurs", prélats très écoutés, entrent en scène
Apr 14, 2005
Quand le cardinal Carlo Maria Martini s'est levé, les électeurs ont tendu l'oreille. L'ancien archevêque de Milan fut l'un des premiers à demander la parole. Sans doute a-t-il perdu son statut de papabile (en raison de ses 78 ans et d'un syndrome de Parkinson), mais il a gardé une réputation de grande sagesse, en raison de son expérience, de sa culture, du choix qu'il a fait, après sa retraite de Milan en 2002, de reprendre son activité d'exégète entre Jérusalem et Rome.
(LE MONDE/extrait, 13.04.05) Selon le Corriere della sera, le cardinal Martini aurait fait entendre la voix de ceux qui veulent un changement en douceur. Il aurait mis l'accent sur la nécessité d'associer davantage au gouvernement de l'Eglise les évêques locaux, au nom de la "collégialité" voulue par Vatican II (1962-1965). Contre une Curie centralisatrice, il a réclamé plus de "concertation", notamment par une réforme du synode des évêques.
Le cardinal jésuite a aussi affirmé que, sur des thèmes comme la famille, l'éthique médicale, la sexualité, l'Eglise devrait chercher un nouveau langage pour toucher davantage le monde d'aujourd'hui. Il a souhaité la relance du dialogue oecuménique avec les protestants, les anglicans et les orthodoxes.
Discorso durante la visita nella sinagoga di Milano
Apr 07, 2005
Vi sono molto riconoscente per avermi accolto in questa bellissima sinagoga. A pochi giorni dalla festa di Rosh Ha-shanàh per l'inizio dell'anno 5764 del calendario ebraico e a un anno dal mio ingresso come arcivescovo a Milano, sono qui, con particolare gioia umana e spirituale, per incontrare coloro che, in questa città, rappresentano - per tutto il mondo e, in particolare, per noi cristiani e per la nostra fede - il popolo che Dio ha chiamato ad essere luce per le genti.
(20 settembre 2003) Ringrazio di vero cuore il presidente ing. Roberto Jarach e il rabbino capo prof. Giuseppe Laras per le parole che mi hanno gentilmente rivolto. Sono parole che esprimono certamente la loro personale sensibilità e apertura d'animo. Ma sento di doverle accogliere anche come espressione di quell'attenzione reciproca tra ebrei e cristiani che, a Milano, - come ha ricordato mons. Francesco Coccopalmiero - ha fatto in questi anni non piccoli passi in avanti, grazie al clima di dialogo che l'episcopato del card. Carlo Maria Martini e il rabbinato di rav. Giuseppe Laras hanno sapientemente favorito.
Questi passi in avanti potranno consolidarsi e procedere ulteriormente nella misura in cui il dialogo tra cristiani ed ebrei si svilupperà senza confusione di identità: differenti, infatti, sono le nostre identità e distinte devono restare. Il dialogo vero, quello che cerchiamo, può avvenire nell'incontro schietto e fraterno, destinato a stimolare una maggiore autocoscienza degli uni nei confronti degli altri. In questa prospettiva, da parte nostra, come cristiani, non possiamo avere una corretta consapevolezza della nostra identità se prescindiamo da Israele, che è, secondo le stesse Scritture cristiane, la nostra "radice santa" (cf Rm 9-11 ). Tanto meno possiamo prescindere dalle Scritture ebraiche che, per noi, costituiscono il primo testamento della Bibbia. Per dono dell'Altissimo, noi le abbiamo in comune con voi che, come popolo, siete stati i primi destinatari delle promesse e della rivelazione del Dio Uno ed Unico. In questo senso, Giovanni Paolo Il ha più volte ricordato ai cristiani che voi ebrei siete il "popolo dell'alleanza mai revocata" perché "i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili" (Rm 11,29). È questa una verità straordinaria che purtroppo, lo dobbiamo confessare, nella storia cristiana, abbiamo spesso dimenticato!
Le Scritture, che abbiamo in comune e che le nostre tradizioni accolgono come Parola di Dio, ci svelano l'agire del Signore Dio nella storia: egli sceglie Israele, separandolo dagli altri popoli per un servizio sacerdotale fra le genti (cf Es 19,5-6). Così, ad esempio, nel libro di Isaia, Israele è esplicitamente designato più volte con il titolo di servo del Signore (cf Is 41,8-9; 42,1; 43,10; 44,1-2.21; 45,4; 48,20; 49,3). In particolare, nel primo canto del servo, Dio si rivolge al suo popolo con queste parole: "Io il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre" (Is 42,6-7) E, nel secondo canto, è il servo stesso che parla così del Signore: "Mi ha detto: mio servo tu sei Israele, sul quale manifesterò la mia gloria... io ti renderò luce delle nazioni perche porti la mia salvezza fino all'estremità della terra" (15 49,3.6b).
Isaia, dunque, annuncia che la gloria di Dio si manifesta nel servizio del suo popolo chiamato ad essere luce delle nazioni, a portare la luce della Parola di Dio a tutte le genti. Quest'elezione di Israele, allora, è per una missione nel mondo e non viene meno nel tempo perché è fondata sulla fedeltà di Dio alle sue promesse. Dio, poi, intende radunare il suo popolo per manifestare in esso la sua santità davanti a tutte le genti, come afferma questo testo di Ezechiele: "Le genti sapranno che io sono il Signore quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi. Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo" (Ez 28,25-26). E, secondo Zaccaria, "popoli numerosi e nazioni potenti verranno a Gerusalemme a consultare e a supplicare il Signore... In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle genti afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: vogliamo venire con voi perché abbiamo compreso che Dio è con voi" (Zc 8,20.23).
È questo, anche agli occhi di un cristiano, il significato profondo della vocazione d'Israele. Questa vocazione non è un privilegio da invidiare o di cui appropriarsi per sostituirsi al popolo eletto. È, invece, una grazia ed un compito che il Dio Creatore e Signore della storia ha affidato al più piccolo di tutti i popoli della terra (cf Dt 7,7): una grazia e un compito a vantaggio di tutti, che responsabilizzano il popolo eletto e che, anche da parte di noi cristiani, vanno accolti con gratitudine verso l'Onnipotente. Mediante la testimonianza visibile della diversità di questo popolo, infatti, tutte le genti sono provocate a riconoscere l'alterità di un Dio che, nello stesso tempo, è trascendente e immanente, perché le sue vie e i suoi pensieri non sono come i nostri (cf Isaia 55,8-9) e perché il suo amore misericordioso di Padre si rende vicino e.si lascia trovare da chi lo cerca (cf Dt 4,7; Is 55,1-7).
L'elezione d'Israele, pertanto, non è esclusiva ma rappresentativa. È il segno e la testimonianza della libera gratuità di Dio, che si sceglie un popolo perché la sua benedizione passi a tutte le genti, secondo la promessa fatta ad Abramo (cf Gen 12,3).
Le Scritture del Nuovo Testamento, che la preghiera liturgica della Chiesa ripropone ogni giorno ai cristiani confermano e ribadiscono la prospettiva d'Israele come "luce per le genti": La attestano in tre cantici del Vangelo di Luca, nei quali rispettivamente, Maria Madre di Gesù, Zaccaria padre di Giovanni Battista e il vecchio Simeone al tempio parlano di Israele come servo E popolo del Signore Dio (cf Lc 1,46-56; 1,68-79; 2,39-32). In particolare, Simeone, uomo giusto e timorato di Dio che attendeva la consolazione d'Israele (cf Luca 2,25), prendendo tra le sue braccia il bambino Gesù, si rivolge a Dio esclamando: "I miei occhi hanno visto h tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le geni e gloria del tuo popolo Israele" (Lc 2,30-32).
Certo, per i Vangeli e per noi cristiani, l' ebreo Gesù realizza la vocazione del suo popolo in un modo singolare. Per questo, noi professiamo che nella sua carne umana ha dimorato in pienezza lo Spirito divino del Padre, Dio d'Israele Signore del cielo e della terra(cf Gv 1,14;Col 2,9). In lui riconosciamo il Messia ( cui attendiamo una nuova venuta perché, secondo la promessa di Dio, anche "noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia" (2 Pt 3,13).
Sappiamo che proprio da questa interpretazione della persona di Gesù deriva l'irriducibile diversità del fede cristiana rispetto a quella ebraica. E tuttavia siamo convinti che, come afferma Giovanni Paolo II, Chiesa popolo ebraico sono due comunità legate a livello dE la loro stessa identità e che entrambi rimangono nel comune attesa della realizzazione, in modo visibile pieno, dei tempi messianici. Il senso apportato dal Vangelo alle precedenti Scritture, infatti, non elimina ogni altro senso. È Gesù stesso ad affermarlo: "Non pensate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti" (Mt 5, 17). Per questo il cristiano dovrà sempre considerare che il popolo ebraico è stato chiamato ad essere, nella storia, luce per le genti.
Non è certo mia intenzione esplorare qui ed ora il legame tra le due nostre identità: quella ebraica e quella cristiana. Desidererei, piuttosto, che lo scoprissimo, più che nella teoria, sul piano della prassi, dell'azione concreta, del dialogo per collaborare a realizzare almeno qualche aspetto della missione che accomuna ebrei e cristiani.
Abbiamo in comune l' esigenza di essere liberati e di liberare dalla schiavitù dell'idolatria e dell'ignoranza del nome di Dio. Di fronte alle grandi sfide e ai gravi problemi del mondo di oggi, possiamo insieme contribuire alla ricerca di un'etica sapiente, fondata sull'insegnamento di Dio e sulle nostre secolari tradizioni, e, capace nel contempo, di coinvolgere anche le componenti laiche delle nostre comunità e di parlare alle coscienze dei nostri contemporanei.
Nella fedeltà all' alleanza, che Dio rende sempre nuova secondo la promessa dei profeti, possiamo cooperare nel servizio di portare la luce della Parola di Dio agli uomini e alle donne di oggi: questo esige che tutti ci mettiamo in un permanente atteggiamento di Teshuvà, di ritorno a Dio.
Il 10 del mese di Tishri, per voi è Yom Kippur, il giorno dell'espiazione e del perdono, il sabato dei sabati, la festa più santa e più solenne del vostro calendario religioso. Seguendo le indicazioni della Mishnà, voi osservate i precetti biblici della Torà, in cui Dio chiede al suo popolo di fare propiziazione e di umiliarsi (cf Lv 16,2931; 23,27-32; Nm 29,7).
Ci sono sempre di esempio la volontà sincera di prendere coscienza dei peccati e delle insufficienze umane nel vivere l'elezione di Dio e la volontà di chiedere perdono a Dio e di fare festa per poter uscire, in forza della sua misericordia, dalle situazioni negative.
Per la verità, tutti siamo peccatori, tutti dovremmo fare Kippur. Lo dovremmo fare anche noi cristiani, perché anche noi facciamo triste esperienza della nostra infedeltà alla chiamata di Dio.
Sono qui, allora, a dirvi che noi cristiani dobbiamo fare Teshuvà. Sì, dobbiamo tornare a Dio e, con la forza del suo perdono, dobbiamo lenire le ferite che la nostra storia ha procurato a uomini e donne di altre fedi. Tra questi, primi fra tutti, ci siete voi e il vostro popolo, che siete il popolo dell'unico nostro Dio.
È vero: la tragedia della shoà ha scosso le coscienze. Ma non ancora tutte. Anzi rimangono ancora, purtroppo, presenti i rischi di un antisemitismo sempre risorgente. Per questo, è necessaria una comune vigilanza, soprattutto tra gli ebrei e quei cristiani che hanno incominciato a prendere coscienza delle forme di antigiudaismo presenti nella propria tradizione.
Mi è stato segnalato un fatto positivo: la Giornata dell'ebraismo, che i vescovi italiani da ormai tredici anni promuovono il 17 gennaio per favorire una positiva relazione tra cristiani ed ebrei, sarà celebrata dal prossimo gennaio nella nostra città non solo dai cattolici, ma da tutti i cristiani delle sedici diverse confessioni che aderiscono al consiglio delle Chiese cristiane di Milano.
È soprattutto per la pace che ebrei, cristiani, uomini e donne di tutte le grandi religioni devono dialogare e operare insieme. Anzitutto con la preghiera e l'intercessione: come certamente sapranno, il mio predecessore, il cardinale Carlo Maria Martini, si è recato a Gerusalemme proprio per intercedere ogni giorno per la pace in quella città e in quella terra, in cui pulsa il cuore della storia. "Non ci sarà pace sul pianeta - egli non si stanca di dire - finché non ci sarà pace a Gerusalemme". Anche l'incontro tra i leader delle religioni è indispensabile affinché i popoli della terra cerchino vie di pace e non scontri di civiltà, scontri che i fondamentalismi religiosi alimentano.
In questa prospettiva di pace, l'arcidiocesi ambrosiana all'inizio di settembre dell'anno 2004 ospiterà a Milano l'incontro internazionale interreligioso, promosso insieme dalla comunità di sant'Egidio.
Desidero infine augurare di tutto cuore alla vostra comunità di Milano, come recita il mio motto episcopale "gioia e pace" per il nuovo anno appena iniziato e per le prossime grandi feste di Kippur e Sukkot che vi attendono. Il Signore benedica il vostro popolo perché sia sempre luce delle genti.
My dreams for the Church
Feb 11, 2005
An interview with Cardinal Martini. The Jesuit Archbishop of Milan, expounded three dreams to the bishops gathered in Rome for the recent Synod for Europe. In an interview with the editor and the Rome correspondent of The Tablet, he developed his vision for the new evangelisation, the parish and the movements, and the college of bishops.
(The Tablet, 30/10/1999) Cardinal Martini is 72, and he goes on thinking. Of all the speeches of the bishops during the second Synod for Europe which has just ended in Rome, none attracted more attention from the media than his.
He began it with a tribute to the late Cardinal Hume, with whom he was close friends. Then, like Cardinal Hume in a previous synod speech, he said he had been dreaming; his dreams, like that of Cardinal Hume, concerned signposts for the future. There were three dreams, and in his Tablet interview he said more about each of them. He is fluent in English, precisely enunciated with a strong accent, but switches to Italian for greater facility when his thought is complex.
In his cathedral in Milan the cardinal has been developing themes of biblical spirituality to packed congregations, often of young people. His first synod dream was about the Bible, that it should become "the book of the future for the European continent, especially for the young". "The Bible is the book from which we are born as Christians", he told us. "It’s a beautiful work from a literary point of view. It appeals to the modern conscience because it speaks through stories and narratives. It therefore has all the characteristics to speak to the people of today."
How does he think the Bible relates to the catechism?
"Ordinarily I prefer to start from the Scriptures but I recognise that a catechism is necessary because the New Testament itself, every so often, seeks to give an organic synthesis of its message. This effort at synthesis over the centuries has little by little been condensed in the catechism. But I would not entrust myself to the formula that the catechism is the instrument for a new evangelisation. That instrument is the Bible."
A biblical spirituality also enables Christians to cross ecumenical bridges. "We have found in the Bible a very broad terrain of understanding with the Churches of the Reformation", he testifies. For dialogue with the Eastern Churches, however, Cardinal Martini recommends a different approach, through the Fathers of the Church and the liturgy. "During these days in the synod, a bishop from a Greek Catholic Church in Eastern Europe said, ‘We give you the icons and you give us the lectio divina’. We can help the Eastern Churches with a spirituality that starts from a prayerful reading of the Scriptures, and they give us the icons through which to contemplate the mystery."
He turns also to the Bible, he says, because he sees the situation of Christians today as reflecting that of the communities whose story is recounted in the New Testament. Practising Christians are now a minority in society, as in the early centuries. Like them, he explains, "we are faced with an indifferent and partly hostile world. This clarifies our language. We have to make our proposals clear and convincing. Every one of our interventions has to be argued. The only power we now have is that of the Holy Spirit."
He stresses that "the whole process of modernity makes the adhesion to Christianity a free personal choice". How does he evaluate modern pluralistic societies, then, which are no longer founded on any sole ideological or religious story? Are they sapped by relativism, or upheld by an absolute respect for neighbour? How does Cardinal Martini judge them?
He cuts in, courteously, but his words have a punch. "These societies are very ambiguous. Certainly they have many values: respect for the person, tolerance, the sense of freedom. But they have difficulty in observing fidelity, perseverance in the marriage commitment, and often they are confused about the great absolute values. So there are two sides. But it is not for me to judge society as a whole; we have to meet people face to face to find common ground on which to reflect."
There is common ground with unbelievers in concern for human rights, he goes on, and in the beauty of Christian art, architecture and music, but above all in the search for meaning. "As a bishop, I organise meetings with non-believers, letting them speak about their search. People who don’t attend church or have abandoned religious practice share this quest for meaning. They want to make sense of their lives and discover the foundation of the moral values in which in some way they believe. As Christians, we should meet them not in the abstract – society as described by sociologists – but as persons living in that society with many desires, hopes, and expectations as well as scepticism. In this sense we have to find common ground."
His second synod dream was about the parish, that it should become a sign of communion and hope for the world, offering a credible alternative to a fragmented society and ethics. But for this to be achieved, he added in his synod speech, the new Catholic movements and communities had to be integrated into the mainstream of the Church. It is well known that Cardinal Martini has always had reservations about these movements, and that in his own diocese his relations with Communion and Liberation in particular, which was born in Milan, have often been strained. Does he really think that his proposal for integration is practical? The many supporters of the movements expect them to continue as independent groupings, just as the religious orders did.
He explains. "Paradoxically, the movements as such are made to disappear. They have to bring the values they represent to the centre of the Church; after that their task is done to some extent. It’s like the liturgical and biblical movements of 50 years ago: they are not vigorous today because the Church has absorbed their values, which have become the possession of everyone."
In the movements he sees "a ferment of ideas and experiences which do not have a precise shape. At a certain point, this divides into two parts: one part is assimilated into the Church, and the other part will constitute itself as a society, as a religious order, and continue as a canonical reality in the Church which should be well defined so that there is no confusion". He compares this trajectory to that of the original Franciscan movement, "at first a great flowering of ideas on poverty and the simple life", which "became also a number of religious orders with a precise canonical form". He reflects: "We need both the one and the other. At present we are in a time of transition, so it’s a rather difficult moment."
Yet it is precisely when movements get to work in a parish, as the cardinal is advising, that friction can be greatest. The Neo-Cat- echumenate is the only one that habitually bases itself in parishes – and in England it caused such division in one diocese that the bishop concerned banned it from taking any new initiatives.
The cardinal pays tribute to the Neo-Catechumenate: "I admire it very much." He describes the "way" in which it trains its adherents to walk as a "treasure", though he thinks the steps of this way are "a bit too rigorous perhaps". This training goes on for years – too long, he says. "I tell the Neo-Catechumenate: you should copy the African missions, which have a catechumenate for two or three years, and then send the catechumens into the parish."
The Easter vigil is a particular focus of contention, we suggest. Particularly if the parish priest is himself a member of the Neo-Catechumenate, there are regularly two Masses: one for the general body of the parishioners, and another afterwards for the Neo-Catechumenate, which continues till dawn and ends with feasting on the paschal lamb. What does he think of this double celebration? "I would be ready to accept a Neo-Catechumenate group having their own vigil for two or three years", he replies. "Then the parish can learn from them and make the vigil more vivid. But after that the Neo-Catechumenate should join the parish. What I don’t accept is that they should have a special liturgy for years and years."
The last of Cardinal Martini’s three dreams in his synod speech was widely interpreted as a call for a new council of the Church, though he did not say so explicitly. He listed, for the bishops in the hall, a series of "knotty problems", disciplinary and doctrinal, which had developed over the 40 years since the Second Vatican Council was held: the deepening and development of the council’s doctrine of the Church as communion; the lack of ordained ministers; the position of women in society and the Church; the participation of the laity in ministerial responsibilities; sexuality; marriage discipline; penitential practice; relations with the Orthodox Churches, and the need to revive ecumenical hopes; the relationship between democracy and values, and between civil law and the moral law (see The Tablet, 16 October, p. 1409). These challenges, he told the synod, could not be met "by sociological surveys, the collection of signatures, or pressure groups, and perhaps not even by a synod". He envisaged the use of "a more universal and authoritative instrument" to tackle them, "in the full exercise of episcopal collegiality". There was applause in the hall as he ended.
He confirmed to us in his Tablet interview that he expected the Church in the next millennium to recover its first-century practice of holding large gatherings periodically. "These could be a council", he told us, "or they could be an enlarged synod of bishops. I am not thinking of new structures."
He picked up a phrase he had used in the synod to discuss the Church today. It was "becoming ever more diverse in its languages", he had told the bishops. He now developed his thought to explain why this required meetings of the whole Church.
He had just been in Taiwan, and had been struck by the different ways that people there expressed and reasoned about the faith. "Think of the Churches growing in China. They have a way of thinking which is very far from the European way, and we need to listen to them, to have occasions to mix together.
"Theology started in the twelfth century as an expression of intelligent reasoning on religious experience, conditioned by an Aristotelian mentality. It is clear that this is not identical with the expression of a Chinese or Japanese or Indonesian mentality, which works with a different background. As the Pope has said many times on his journeys, we have to encourage the people of Asia and elsewhere to express their richness of religious experience in their own terms. But we have also to compare the languages, because we must reach a common understanding. Sometimes the words may be similar, sometimes different, but the most important thing is to know that we are saying the same thing, otherwise the Church will be divided."
The comparison of languages is already happening in the synods, but can only be partial, he points out, because their representation is not wide enough. "Out of 260 Italian bishops, eight have attended the second European Synod. So in these gatherings only a few bishops can make this comparison. In the third millennium, therefore, we need to develop our tradition of the collegiality of all bishops. In my speech I was looking ahead, not making a request for the present moment." Which is perhaps just as well. Many people feel that the conditions for any sort of council are simply not in place at present. But Martini is a man of Christian hope, and this is the note on which he concludes, referring to the story of the disciples on the road to Emmaus which was a "biblical icon" of this synod.
"Hope is a gift of the Spirit", he reflects, "which fills our hearts with the joy and optimism that come from above. The two disciples on the road to Emmaus had lost hope. They did not regain it by being told, ‘You have to hope’, but by having the Scriptures explained to them. They came to understand that there was sense in what had happened, an opening, a calling: that what they had thought was a failure was really a victory. And that's the gift of hope: to be able to see revealed in things, the plan of God."
L’ultimo cardinal Martini
Jan 18, 2005
Era il papabile dei progressisti e il profeta di un Concilio Vaticano III. Ma poi s’è ritirato a Gerusalemme a studiare e pregare. Ecco un suo recente autoritratto. Autentico.
(L‘Espresso 13-1-2005) ROMA – C’è a Gerusalemme un insigne uomo di Chiesa che agisce e prega proprio per una pace come quella invocata dal papa per la Terra Santa.
È il cardinale Carlo Maria Martini, 78 anni, gesuita, per anni professore di Sacra Scrittura al Pontificio Istituto Biblico di Roma, poi arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002, oggi tornato ai suoi amatissimi studi biblici, a Gerusalemme.
Ma non è tutto. Il cardinale Martini è stato a lungo anche il candidato numero uno dei progressisti alla successione a Giovanni Paolo II. E lo è tuttora, non più di fatto ma in simbolo. È a lui e al suo celebre “sogno” enunciato nel sinodo dei vescovi del 1999 che si ispirano i fautori di un Concilio Vaticano III e di una riforma sinodale del governo della Chiesa.
Quanto c’è di mito e quanto di realtà in questa immagine del cardinale Martini? Chi si augurava (o temeva) che egli, libero dal peso dell’arcidiocesi di Milano, avrebbe non diminuito ma intensificato l’annuncio dei propositi riformatori, è stato contraddetto dai fatti.
Martini ha molto ridotto le sue uscite pubbliche. Predica molto, ma soprattutto esercizi spirituali (nel novembre 2004, ad esempio, ai preti della diocesi di Roma, su invito del cardinale Camillo Ruini). Continuano a uscire suoi libri, ma per decisione più di altri che sua. Egli li descrive così:
“Ci sono tanti libri che portano il mio nome, ma io non li ho mai scritti né letti. Cose dette in qualche occasione, poi altri le hanno trascritte. Se un editore vuol correre il rischio di stamparlo io non dico di no, purché metta che il testo non è stato rivisto dall’autore. Se poi fanno anche del bene, sono contento, perché chi legge ascolta la parola di Dio e non la mia”.
Questa confidenza il cardinale Martini l’ha fatta lo scorso 10 ottobre, conversando con una delegazione dell’Istituto Paolo VI di Brescia, in visita a Gerusalemme per ricordare il quarantesimo anniversario del viaggio di Paolo VI in Terra Santa, il 4, 5 e 6 gennaio del 1964.
La trascrizione dell’intera conversazione è apparsa sul notiziario n. 48 del novembre 2004 dell’Istituto Paolo VI, alle pagine 91-100.
Qui di seguito ne è riprodotta una parte, la più rivelatrice. In essa, il cardinale Martini parla di sé, del suo ritorno a Gerusalemme, dei suoi studi, della sua preghiera, della sua predicazione, del suo equo “intercedere” per una pace difficile ma non impossibile nella terra di Gesù. Un autoritratto fedele di un grande uomo di Chiesa. In questa sua nuova stagione di vita.
”Avvinto dallo Spirito vado a Gerusalemme, senza sapere che cosa mi capiterà”
di Carlo Maria Martini
Una volta, nel corso di un’udienza privata, Paolo VI mi disse testualmente: “Vorrei che ogni cristiano almeno una volta in vita si rechi a Gerusalemme”. [...] Io sono a Gerusalemme ormai da due anni. Ho consegnato il pastorale al mio successore [a Milano] il 28 settembre 2002 e il 1 ottobre ero qui. Ho ancora impegni a Roma come cardinale: praticamente vivo qui otto mesi all’anno e gli altri quattro mesi li trascorro a Roma, dove abito vicino al Santuario di Belloro, in una casa di ritiro e di esercizi dei padri gesuiti.
Qui [a Gerusalemme] risiedo al Pontificio Istituto Biblico, fondato alla fine degli anni Venti, come succursale del Pontificio Istituto Biblico di Roma. [...] Al momento ospitiamo studenti che frequentano il corso semestrale dell’Università Ebraica. Fui io che iniziai trent’anni fa questo legame organico con tale università, che ci fornisce corsi che consideriamo validi come i nostri corsi del Biblico. Quindi invitiamo tutti i nostri studenti a frequentare un semestre di studio presso l’Università Ebraica, che propone corsi di lingua, di archeologia, di storia, di esegesi, ecc. Purtroppo sono pochi coloro che accettano, su circa cento studenti ne vengono quindici o venti, credo per motivi riconducibili alla paura [...].
Che cosa mi ha portato a Gerusalemme? Quando mi chiedono il perché io abbia scelto di vivere a Gerusalemme, rispondo che non lo so. È stato lo Spirito Santo. Sono quelle ispirazioni di cui non si può rendere ragione logica. Mi viene in mente sempre quel passo degli Atti degli Apostoli al capitolo 20 in cui Paolo dice agli anziani di Efeso e Mileto: “Avvinto dallo Spirito vado a Gerusalemme senza sapere che cosa mi capiterà”. Mi sono lasciato attrarre da questa parola e da questa forza dello Spirito.
Qui vivo molto bene, sono molto contento di essere qui perché Gerusalemme è veramente un luogo di simboli straordinari, è un luogo in cui si respira la storia biblica, dai patriarchi, ai profeti, fino a Gesù, alla sua passione, morte e resurrezione. È un luogo pieno di fascino per il cristiano, per il credente, perché qui è stato Gesù, questa è stata la terra che Lui ha visto, il cielo che Lui ha contemplato, le pietre che Lui ha calpestato, i luoghi dove ha sparso il suo sangue, i luoghi in cui si è diffusa la parola: “È risorto”. Io trovo qui un’ispirazione continua per la mia preghiera, per la mia meditazione.
Vivo, inoltre, la preghiera che definisco d’intercessione, nel senso etimologico della parola, “cammino in mezzo” a diversi contendenti senza voler dare ragione o torto né all’uno né all’altro, ma pregando ugualmente per tutti. La situazione politica odierna è così intricata e aggrovigliata che anche un competente farebbe fatica a spiegare oggettivamente ciò che è avvenuto, perché e come. Non conosco l’arabo, so l’ebraico biblico, ma non quello moderno. Non ho titoli per giudicare. Ho preferito [...] mettere in pratica la parola di Gesù: “Non giudicate e non sarete giudicati”. Qui soffrono tutti molto. È difficile dire: “Soffre di più quello, soffre di più questo”. Chi comincia la lista delle ragioni, dei torti? Si va all’infinito. E non si uscirà se non con qualche passo nuovo.
D’altra parte questo luogo non è solo luogo di conflitto, è soprattutto luogo di dialogo. Si svolgono molti dialoghi a livello di base: dialoghi tra ebrei e cristiani, dialoghi tra ebrei e musulmani, dialoghi triplici tra ebrei, musulmani e cristiani. Ci sono moltissime istituzioni a Gerusalemme che coltivano queste forme di dialogo. E ci sono anche tante iniziative di accoglienza, di perdono, di riconciliazione, di aiuto, di assistenza, di volontariato. Ciò è veramente straordinario.
Ho incontrato qualche tempo fa due persone che sono molto conosciute nella vita professionale di questo paese, un ebreo e un arabo. Entrambi hanno avuto in famiglia un lutto per la violenza e hanno deciso di mettersi insieme per capire l’uno la sofferenza dell’altro. Così è nato un gruppo di famiglie, ciascuna delle quali ha un figlio o una figlia uccisi dal terrorismo, dalla guerra, ecc. Queste famiglie si ritrovano regolarmente, si parlano fra loro, fanno iniziative di pace.
A mio parere questa è la strada, la via della giustizia. Bisogna rendere giustizia a chi merita giustizia, e qui molti gridano perché meritano giustizia. Come dice Giovanni Paolo II e lo ha ripetuto più volte, “non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. Se vogliamo soltanto vendicare i torti ricevuti, si finisce in una spirale di violenza com’è l’attuale [...].
Non vedo aperture politiche di pace se non in un cambio di mentalità. Bisogna sperare che questi dialoghi a livello di base portino, a poco a poco, a una cultura che all’inizio diventi opinione pubblica – visto che i mass media attualmente non sanno quasi nulla di questa realtà di dialogo, di incontro, di assistenza, di aiuto – e domani diventi anche fatto politico. La speranza c’è, la preghiera per la pace è continua. So che la mia intercessione e la mia preghiera valgono poco, però le metto come goccia nel fiume immenso della preghiera della Chiesa, che poi è la preghiera di Cristo intercessore, come dice san Paolo: “Cristo vive sempre intercedendo per noi”. Ho totale fiducia in questa preghiera perché so che il Signore la ascolta, magari non con fatti subito clamorosi ma con la pace che Egli semina nei cuori. E ci sono davvero molti gesti e molte iniziative di pace, come ho detto. La mia preghiera, inoltre, è aiutata da questi Luoghi Santi.
Ho cercato, poi, di riprendere i miei studi: prima di diventare arcivescovo di Milano ero professore di critica testuale all’Istituto Biblico. Ho ricominciato lo studio degli antichi manoscritti biblici. Ho già fatto una prima pubblicazione: l’edizione critica del papiro Bodmer VIII, un papiro del secolo terzo, il più antico documento esistente delle Lettere di Pietro. Il papa ne ha regalato una copia a tutti i cardinali in occasione del suo venticinquesimo anniversario di pontificato. Adesso sto preparando un altro lavoro, che mi occupa molto, ed è l’introduzione critica al Codice Vaticano Greco 1200, che comprende tutta la Bibbia greca, il famoso Codice B.
Infine, c’è una mia terza occupazione: il ricevimento di pellegrini. Oggi non è così semplice [arrivare qui], benché io continui a dire – ed è vero – che non ci sono rischi reali per i pellegrini. I mass media danno voce soprattutto agli eventi drammatici e dolorosi, è perciò sempre necessario un po’ di coraggio per decidere, come dice il salmo, “nel cuore il santo viaggio”. Naturalmente, per ragioni di tempo, non posso ricevere se non gruppi legati a Milano, cioè alla mia attività precedente: incontro le parrocchie, i sacerdoti, i laici. Sono rimasto molto legato alla mia diocesi: recito ancora il breviario ambrosiano, seguo il calendario [liturgico] ambrosiano, sono ancora ambrosiano di diritto.
Predico, poi, qualche corso di esercizi. La settimana scorsa, per esempio, ho dettato un corso di esercizi alle suore carmelitane sul Monte degli Ulivi, nel luogo detto del “Pater”. La settimana prossima predicherò a Betlemme ai preti di Milano che ho ordinato nel 1997 e che hanno deciso di venire qui per fare un corso di esercizi con me.
Cerco di rendermi utile, di vivere una vecchiaia un po’ operosa, malgrado gli acciacchi dell’età, che si sentono tutti, perché io vado per i 78 anni. A Milano mi pareva di non sentire alcuna fatica, ma avvertivo che era giusto lasciare dopo aver compiuto i 75 anni. Sono contento di questa scelta, perché non ce l’avrei fatta a continuare con il ritmo di prima. Qui, invece, posso pregare, ricordare tutte le persone che ho incontrato, intercedere per tutti.
Tolérance zéro pour les intolérants
Oct 16, 2004
Une réflexion du cardinal Martini sur l’attentat du World Trade Center se termine de manière instructive.
(DICI, 02/03/2002) «(Il faut faire) des pas concrets et simples vers un changement de critères de jugement, unique voie vers un chemin sérieux de paix. Pour éviter d’être entraînés, même non intentionnellement, dans un heurt de civilisations, il faudra nous exercer à l’art du dialogue.
Pour cela, il sera important d’apprendre à connaître les autres religions, en particulier le judaïsme et l’islam, en scrutant l’histoire de chacune d’entre elles, la littérature, les richesses spirituelles, les profondeurs mystiques, le pluralisme exprimé, même le pluralisme social et politique.»
«Surtout, il faudra éduquer à des gestes, des pensées et des paroles de pardon, de compréhension et de paix, en usant d’une tolérance zéro pour toute action qui exprime des sentiments de xénophobie, d’antisémitisme, de moindre respect de quelque sentiment et tradition religieuse que ce soit.»
Cardinal Martini Contrasting Dominus Jesus
Sept 16, 2004
"Salvation is possible for everyone, outside of any church, so long as they follow the will of God"
(Rome, 27 September 2000) Three days after the release of the declaration Dominus Jesus the Jesuit Cardinal of Milan, Cardinal Carlo Maria Martini issued his own pastoral letter reminding the faithful that "salvation is possible for everyone, outside of any church, so long as they follow the will of God".
The Movements as Such are Made to Disappear
Sept 15, 2004
It is well known that Cardinal Martini has always had reservations about these movements, and that in his own diocese his relations with Communion and Liberation in particular, which was born in Milan, have often been strained.
(The Tablet, 30 October 1999) Does he really think that his proposal for integration into the parishes is practical? The many supporters of the movements expect them to continue as independent groupings, just as the religious orders did.
He explains. "Paradoxically, the movements as such are made to disappear. They have to bring the values they represent to the centre of the Church; after that their task is done to some extent. It’s like the liturgical and biblical movements of 50 years ago: they are not vigorous today because the Church has absorbed their values, which have become the possession of everyone."
In the movements he sees "a ferment of ideas and experiences which do not have a precise shape. At a certain point, this divides into two parts: one part is assimilated into the Church, and the other part will constitute itself as a society, as a religious order, and continue as a canonical reality in the Church which should be well defined so that there is no confusion". He compares this trajectory to that of the original Franciscan movement, "at first a great flowering of ideas on poverty and the simple life", which "became also a number of religious orders with a precise canonical form". He reflects: "We need both the one and the other. At present we are in a time of transition, so it’s a rather difficult moment."
Call for a New Council of the Church
Sept 15, 2004
"These could be a council", he told us, "or they could be an enlarged synod of bishops. I am not thinking of new structures."
(The Tablet, 30 October 1999) The last of Cardinal Martini’s three dreams in his synod speech was widely interpreted as a call for a new council of the Church, though he did not say so explicitly.
He listed, for the bishops in the hall, a series of "knotty problems", disciplinary and doctrinal, which had developed over the 40 years since the Second Vatican Council was held: the deepening and development of the council’s doctrine of the Church as communion; the lack of ordained ministers; the position of women in society and the Church; the participation of the laity in ministerial responsibilities; sexuality; marriage discipline; penitential practice; relations with the Orthodox Churches, and the need to revive ecumenical hopes; the relationship between democracy and values, and between civil law and the moral law (see The Tablet, 16 October, p. 1409).
These challenges, he told the synod, could not be met "by sociological surveys, the collection of signatures, or pressure groups, and perhaps not even by a synod". He envisaged the use of "a more universal and authoritative instrument" to tackle them, "in the full exercise of episcopal collegiality". There was applause in the hall as he ended.
He confirmed to us in his Tablet interview that he expected the Church in the next millennium to recover its first-century practice of holding large gatherings periodically. "These could be a council", he told us, "or they could be an enlarged synod of bishops. I am not thinking of new structures."
He picked up a phrase he had used in the synod to discuss the Church today. It was "becoming ever more diverse in its languages", he had told the bishops. He now developed his thought to explain why this required meetings of the whole Church.
He had just been in Taiwan, and had been struck by the different ways that people there expressed and reasoned about the faith. "Think of the Churches growing in China. They have a way of thinking which is very far from the European way, and we need to listen to them, to have occasions to mix together.
"Theology started in the twelfth century as an expression of intelligent reasoning on religious experience, conditioned by an Aristotelian mentality. It is clear that this is not identical with the expression of a Chinese or Japanese or Indonesian mentality, which works with a different background. As the Pope has said many times on his journeys, we have to encourage the people of Asia and elsewhere to express their richness of religious experience in their own terms. But we have also to compare the languages, because we must reach a common understanding. Sometimes the words may be similar, sometimes different, but the most important thing is to know that we are saying the same thing, otherwise the Church will be divided."
The comparison of languages is already happening in the synods, but can only be partial, he points out, because their representation is not wide enough. "Out of 260 Italian bishops, eight have attended the second European Synod. So in these gatherings only a few bishops can make this comparison. In the third millennium, therefore, we need to develop our tradition of the collegiality of all bishops. In my speech I was looking ahead, not making a request for the present moment."
Dal sito della arcidiocesi di Milano: Martini papa?
Sept 15, 2004
Carlo Maria Martini, il cardinale arcivescovo di Milano è il favorito per diventare il prossimo Papa e potrebbe diventare l’arci-modernista del Vaticano".
Se lo é chiesto un autorevole settimanale britannico.
Scopriamo insieme perché.
"Sembra uno di quei tanti papi del Rinascimento: alto, elegante e magro, con capelli grigi pettinati piatti all’indietro, un naso a uncino e penetranti occhi azzurri. Potrebbe essere uscito da un affresco di Raffaello. Ma l’apparenza potrebbe ingannare. Carlo Maria Martini, il cardinale arcivescovo di Milano è il favorito per diventare il prossimo Papa e potrebbe diventare l’arci-modernista del Vaticano".
E’ il suggestivo attacco di un articolo comparso su "The Economist" del 11 aprile 1998. La rubrica che lo ha ospitato è "Charlemagne", che il settimanale economico dedica ai fatti europei.
Dall’articolo emerge il ritratto di un Cardinale molto attento alle questioni sociali, preoccupato dei destini di un’Europa che non può limitarsi all’unione economica e "più flessibile di Giovanni Paolo