Le sfide della Chiesa in Messico, secondo il nuovo Cardinale
Nov 27, 2007
Intervista all’Arcivescovo di Monterrey, Francisco Robles Ortega.
ROMA, lunedì, 26 novembre 2007 (ZENIT.org).- L’Arcivescovo di Monterrey Francisco Robles Ortega è uno dei 23 nuovi Cardinali nominati da Benedetto XVI lo scorso 24 novembre. In questa intervista rilasciata a ZENIT il porporato rivela le sue impressioni e delinea le sfide con cui la Chiesa in Messico si deve confrontare.
Qual è il significato della porpora dei Cardinali?
Monsignor Robles Ortega: Il significato della porpora è molto forte, molto profondo. Significa, per me, la totale disponibilità che devo avere, persino a versare il mio sangue, se fosse necessario, per la fede in Cristo, per la sua Chiesa, in stretta comunione con il Papa, successore di Pietro, e con i miei fratelli Vescovi.
Si tratta di un responsabilità molto grande, ma sono sicuro - nella mia povertà, nella mia umiltà - che se il Signore me l’ha voluta attribuire, mi darà anche la Grazia sufficiente per essere generoso.
Quali sono le sfide della Chiesa in Messico?
Monsignor Robles Ortega: Io credo che le sfide sono le stesse con cui la Chiesa si confronta in tutto il mondo. Stiamo vivendo un cambiamento d’epoca che riguarda tutte le persone - uomini e donne -, tutte le istituzioni e in modo particolare la famiglia, e che riguarda l’identità cristiana.
Credo che la sfida sia quella di comprendere l’uomo odierno e di riuscire a trasmettergli il messaggio del Vangelo e fare in modo che conformi la sua vita al messaggio in questa nuova situazione che stiamo vivendo.
Oltre a questa sfida ve n’è un’altra molto grande: quella di promuovere le vocazioni alla vita consacrata e al sacerdozio ministeriale. Grazie a Dio i laici stanno rispondendo, ma è necessario migliorare nella promozione della vocazione sacerdotale.
Che apporto danno gli emigrati messicani agli Stati Uniti e alla Chiesa negli USA?
Monsignor Robles Ortega: L’apporto degli emigrati messicani sta anzitutto nella forza lavoro. Essi vanno con l’intenzione di lavorare, di mettercela tutta, tutto il loro potenziale umano, per lavorare in modo onesto e dignitoso, per guadagnarsi da vivere per loro e le loro famiglie.
Anche sul piano della religione credo che l’apporto sia molto importante. Molti emigrati portano con sé grandi valori cristiani, di religiosità e di partecipazione alla Chiesa. Pertanto, in una società fortemente segnata dalla secolarizzazione e dal consumismo, credo che la testimonianza di vita cristiana, se ben sostenuta e veicolata, possa essere di grande contributo per la società.
Il Messico è stato, nel XX secolo, terra di martiri. Che ruolo ha avuto, nella sua vocazione, questa esperienza vissuta dalla Chiesa nel suo Paese?
Monsignor Robles Ortega: L’esperienza del martirio di molti sacerdoti e laici del mio Paese influisce e tocca la mia vocazione in modo molto speciale. Io provengo da un Paese che ha visto la canonizzazione di uno dei suoi martiri, San José María Robles Hurtado, da parte di Giovanni Paolo II. È un mio compaesano; una testimonianza molto grande.
La testimonianza del martirio stimola la vita cristiana e stimola in me la risposta alla vocazione sacerdotale.
Il Messico è il secondo Paese al mondo quanto a numero di cattolici. Cosa può fare per l’evangelizzazione delle terre di missione?
Monsignor Robles Ortega: Il Messico ha una potenzialità e una responsabilità molto grandi nelle terre di missione. Siamo stati benedetti da una lunga tradizione cristiana che, ciò nonostante, ha bisogno di ulteriore approfondimento e
formazione.
Il Messico deve proiettarsi nel mondo non cristiano con un maggior numero di missionari, consacrati, laici e anche con risorse economiche. Il Messico già oggi è presente in molti Paesi di missione. E credo che questa tradizione non debba andare persa, ma anzi debba essere rafforzata.
Come spiega la particolare vicinanza che esiste tra la Chiesa in Messico e il Papa; prima con Giovanni Paolo II e oggi con Benedetto XVI che probabilmente visiterà il Messico nel 2009?
Monsignor Robles Ortega: Credo che sia un dono. Sono convinto che lo Spirito Santo susciti nella coscienza dei fedeli cattolici il ministero portato avanti dal Papa. La vicinanza fisica, la presenza fisica di Giovanni Paolo II ha scatenato ciò che già era nel cuore dei messicani: una speciale predilezione, amore e rispetto per la figura del Papa.
Sono sicuro che se potessimo essere benedetti con la presenza dell’attuale Santo Padre, egli come noi, sentirebbe che in lui è presente Cristo e che egli rappresenta il principio e il fondamento della comunione e dell’unità di tutti i credenti. Il Papa è molto amato e venerato nella nostra patria.