Marco Cardinal Cé Marco Cardinal Cé
Function:
Patriarch Emeritus of Venezia, Italy
Title:
Cardinal Priest of St Mark
Birthdate:
Jul 08, 1925
Country:
Italy
Elevated:
Jun 30, 1979
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian Se si annebbia la fede nella Risurrezione, crolla la speranza cristiana
Mar 14, 2006
La preghiera di Gesù nel Getsemani, la morte sul Calvario, la Risurrezione. Il dramma della salvezza cristiana è stato ripercorso questa mattina dal cardinale Marco Cé nelle due meditazioni degli esercizi spirituali della Quaresima, che il Patriarca emerito di Venezia sta predicando da lunedì scorso al Papa e alla Curia Romana. Ascoltiamo il servizio di Alessandro De Carolis:

(10 marzo 2006 – Radio Vaticana) Per quattro giorni, le meditazioni hanno seguito la cronaca dell’evangelista Marco, che dall’episodio del Battesimo nel Giordano alla sosta di Cesarea di Filippo racconta la grandezza del Gesù-Messia, che annuncia il regno di Dio operando miracoli. Al quinto giorno, venerdì, lo scenario degli esercizi spirituali predicati dal cardinale Cé cambia tono quando il Vangelo passa a descrivere l’apparente, ma definitiva per chi vi assiste, caduta in disgrazia di quell’uomo che aveva fatto sognare masse di persone. Quando per lui si appresta il momento di entrare a Gerusalemme per l’ultimo atto della sua vita in terra, il Cristo annunciatore e guaritore - ha spiegato il cardinale Cé nella prima meditazione - sceglie ad un certo punto di avvolgere in “severo silenzio” la propria messianicità, “perché non venisse equivocata” dal popolo “con speranze mondane”. Ora, ciò che di Gesù viene in risalto è la sua solitudine e insieme la sua incondizionata adesione alla volontà del Padre. L’icona evangelica di questo passaggio è il brano dell’Orto degli Ulivi:

“L’agonia del Getsemani ci consente di entrare ‘dentro’ il mistero della Passione, per coglierne il cuore, e il cuore è questo: si offrì volontariamente alla morte. I tratti che caratterizzano la preghiera di Gesù nel Getsemani sono la sconvolgente sofferenza psicologica, la solitudine totale di Gesù e il crollo di tutta la sua opera. Nello stesso tempo, la conformità totale e radicale della sua volontà a quella del Padre”.

Il Patriarca emerito di Venezia ha tratteggiato con commozione la condizione psicologica e umana nella quale Cristo si avvicina alla cattura e alla morte. Sin dal Getsemani, ha detto, Gesù “è lasciato drammaticamente solo”. Chiede di non bere il calice della Passione, ma accetta senza riserve ciò che suo Padre ha disposto. “Non c’è preghiera più umana e più sofferta di questa - ha notato il predicatore degli esercizi – e allo stesso tempo non c’è abbandono più filiale di questo”. La “solitudine morale” di Gesù prosegue tra le crudeltà fisiche sul Calvario. “Per tutti è lo sconfitto”. Ma esalato l’ultimo respiro, la storia del Vangelo di Marco cambia ancora. Due segni su tutti dimostrano senza dubbio che quella esecuzione sul Golgota non è come tutte le altre: il velo del Tempio che si squarcia e lo stupore del primo nemico convertito, il centurione:

“E’ l’adempimento di tutte le Scritture; ciò che era provvisorio e solo profetico, lascia il posto alla realtà. La morte di Gesù per amore realizza in pieno il piano di salvezza voluto dal Padre dall’eternità. Nel suo amore è il vero culto, il vero tempio, il vero altare, il vero sacrificio che il Padre gradisce. E il secondo fatto: il centurione che stava di fronte al Crocifisso, vedendolo spirare in quel modo, in quel modo, disse: ‘Veramente, quest’uomo era Figlio di Dio’. Nella confessione di fede del centurione c’è già la luce della Pasqua che rifulge”.

Nella seconda meditazione, il Patriarca emerito di Venezia si è soffermato sui primi otto versetti dell’ultimo capitolo del Vangelo di Marco dove si descrive lo stupore assoluto delle donne davanti al sepolcro vuoto. Alla vista del giovane che annuncia la risurrezione di Cristo e il suo attendere i discepoli in Galilea, le donne fuggono via impaurite. “Certo – ha notato il cardinale Cé - desta stupore questa conclusione di Marco. Di fatto, però, il rinvio alla Galilea, da dove la corsa del Vangelo era partita, ci pare alluda ad un nuovo inizio, quello della Chiesa, che porta a compimento nel tempo il mistero di Gesù”. In questa pagina, ha proseguito, “c’è l’atto di fede che ci fa cristiani”. Il Vangelo stesso deve il suo nome a questo momento:

“Che Gesù, il Cristo, Figlio di Dio, sia una ‘Buona Notizia’ dipende proprio dal fatto che il Crocifisso non è rimasto nel sepolcro, ma è stato risuscitato. Lui, che tutti ritenevano lo sconfitto, è veramente il Cristo, è veramente il Figlio di Dio, come aveva detto. Tutto il Vangelo di Marco prende luce dall’evento della risurrezione del Crocifisso: il male è vinto, la morte – che è il suo sigillo – è sconfitta”.

Dopo duemila anni, ha concluso con una esortazione il cardinale Cé, nel cuore di ogni cristiano dovrebbe vivere ogni giorno lo stupore delle donne al sepolcro. E’ lì, e non altrove, la radice della fede:

“Se si annebbia la fede nella risurrezione del Crocifisso, crolla immediatamente la nostra speranza. Rimane il male come signore della storia e noi consegnati alla disperazione. Allora, diventiamo impazienti e ci aggrappiamo ai messianismi mondani, al successo, svuotando la Croce di Cristo nella quale – sola – c’è la promessa della risurrezione (...) Il Battesimo ci ha immersi nella morte di Cristo e ci ha resi partecipi della Sua risurrezione; questa grazia va investita nella vita quotidiana. Va investita nell’obbedienza al progetto di Dio su di noi, va investita nell’amore dei fratelli”.
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