Il cardinale Tonini: l'amore, la famiglia, i giovani
Jun 14, 2006
Un lungo percorso tematico, un itinerario spirituale che dalla famiglia porta all’amore e alla vocazione di cristiani: l’arcivescovo emerito di Ravenna, cardinale Ersilio Tonini, richiama i giovani al gusto e al sapore della vita, alla scoperta dei valori che salvano.
(korazym.org, 24/05/2006) “E' sempre molto bello incontrare i giovani, vedere le loro famiglie, e soprattutto i ragazzetti, per i quali i momenti d’incontro sono un gusto - spiega a Korazym.org, in un incontro a margine dell'ultimo Meeting dei giovani di Pompei - è il gusto d’anima, è la scoperta di quei valori, di quelle gioie che per primi si vivono in famiglia e che io porto con me da quando ero ragazzo, quando mia madre mi faceva gustare e capire la gioia per l’amorevolezza dei suoi abbracci. Oggi, quando mi trovo dinanzi a situazioni che mi toccano il cuore, sento quello stesso gusto, provo un senso di paternità che va alle radici, che ti domina e di cui non ti liberi più. E’ un dono grande, è una paternità più grande, quella del celibato nei sacerdoti, che consente di gustare il bene oltre il limite, oltre i limiti. Ecco, l’adolescenza e fanciullezza sono età decisive, sono le primizie. Ed ancora, un’altra cosa: la Chiesa deve insegnare a offrire a Dio le primizie”.
Eminenza, nel corso dell’ultimo incontro con gli universitari, il 6 aprile, Benedetto XVI ha parlato ai giovani rispondendo alle loro domande su amore, vocazione, scienza. Qual è la sua personale risposta a questi temi?
"Prima di parlare di amore fra uomo e donna, bisogna imparare un’altra cosa: provare da piccolo la gioia di sentirsi creato. Mia madre mi ha fatto gustare la gioia che aveva provato nel vedermi nascere, gioia perché ti accorgi che sei un dono, che sei amato, che c’è qualcuno che senza che tu lo chiedessi ti ha prevenuto. Non hai fatto niente, non eri al mondo, eppure ti ha chiamato e ti ha dato questo dono. Ancora oggi - avrò 92 anni tra un paio di mesi - al mattino mi viene di gridare la gioia, quando mi sveglio, quando mi lavo la testa e penso che qui dentro ci sono 40 miliardi di neuroni. Ecco perché il nostro Credo – diceva Sant’Agostino – non è l’elenco delle verità in cui credere, ma il programma della vita spirituale. “ Io Credo in Dio, Padre Onnipotente…” vuol dire che per fare me c’è voluto il Creatore del mondo, che il mondo universo è stato fatto per i miei occhi, i suoni per le mie orecchie, tutto quello che è stato fatto in passato, nelle generazioni passate, è stato preparato per me, il Verbo Incarnato è per me. Quando arrivava il Natale mia madre mi diceva “Ti è venuto a trovare Colui che ti ha fatto”. Bisogna aver provato questo amore radicale della tua vita per comprendere allora che le tue mani, i tuoi occhi, sono un bene che devi custodire. Ecco anche qui il mistero del Verbo Incarnato: perché venire fra noi? Perché siamo opere di Dio. Quando ti chiedi perché sei al mondo, ti viene la voglia di restituire quel che hai ricevuto e di far conoscere agli altri che la vita è un dono; e quando in qualcuno hai risvegliato questo gusto del dono, tu sei diventato suo padre, sua madre. Questa è una cosa molto bella. Io credo che quando compariremo dinanzi a Dio, scopriremo di essere padri e madri di una moltitudine di cui non sapevamo nulla".
A proposito di unicità dell’individuo, crede che la globalizzazione della cultura costituisca un pericolo per l’educazione delle giovani generazioni?
"Il rischio c’è, perché d’altra parte tu devi sapere che non sei uno strumento, tu hai uno scopo tuo personale. Anche il padre e la madre devono sapere che i figli non sono uno strumento per la loro gloria. Devono mettersi al loro servizio. Ora, il tesoro, il momento delicato è quando ti accorgi che tu sei per l’altro, e l’altro non è un essere aggiunto. Io ho avuto questa grande fortuna, posso confidarlo, bisogna esporsi ed essere testimoni: ricordo che tra i tredici e i quindici anni ho avuto molte difficoltà, prima di salute, poi di povertà, e trovandomi in questa condizione, quando studiavo, lo facevo in vista delle creature che avrei incontrato. In seminario, intorno al ’25, il ricordo della guerra era ancora molto vicino e un insegnante ci raccontò come i soldati austriaci non avessero potuto celebrare la Pasqua perché non c’era un sacerdote che parlasse la loro lingua. Al sentire questo racconto – avevo allora 12 anni – mi sono detto: “E se un giorno, ritrovandomi ad essere prete, mi capitasse di confessare una di queste creature?” Mi ripromisi allora che da grande avrei imparato la lingua tedesca. Anni dopo arrivo a Roma per lo studio della Giurisprudenza, e lì c’era proprio l’offerta della scuola di lingua tedesca. Nel 1944, in casa dei miei, preparavo un esame: ad un certo momento, mentre stavo studiando, verso le 4 di pomeriggio, sento bussare alla mia porta. Era un soldato tedesco, che mi si getta in ginocchio e mi chiede in tedesco: “padre, posso confessarmi?”. Mi venne in mente il ricordo di quando ero ragazzo. Questa cosa la racconto ai ragazzi per dire loro: “ragazzi, dovete saper che certe intuizioni, certi desideri del bambino, del ragazzetto, sono preannunci di futuro”.
Recentemente l’Espresso ha pubblicato le parole del cardinal Martini sui temi della profilassi e dell’eutanasia: Tra i risultati, il lancio di una polemica fatta di titoli sintetici e contenuti scarni. Cosa ne pensa a proposito? Esiste una responsabilità dei media nel senso di una banalizzazione di questi temi?
"E’ un tema delicatissimo, e quindi non oso neanche pronunciarmi, perché questo tema bisogna affrontarlo sempre guardandosi attorno e chiedendosi qual è l’effetto delle parole che io pronuncio, degli scritti, di quello che io dichiaro, come potrà essere capito e compreso: anche questo va tenuto presente quando si affrontano certi temi. in questi casi, oltre alla nostra preparazione in campo morale, occorre munirsi di una profonda conoscenza scientifica. Penso in particolare al tema dell’aborto, ma anche al tema dell’ingegneria genetica. Bisogna sapere una cosa, che stiamo vivendo momenti drammatici a questo proposito. La ricerca scientifica si prepara adesso ad entrare in una fase nuova, la fase del genoma, perché la tecnologia consente adesso finalmente di decifrare una parte dei geni, dopodiché si avrà la possibilità di vedere e di sapere quali sono nel genoma quei geni che determinano le proprietà del nascituro. Dico questo perché in Inghilterra c’è una corrente di pensiero che si è espresso attraverso un documento incredibile, che è la dichiarazione di gruppo di filosofi su questo tema dove si dice pressappoco così: “Visto che c’è questa possibilità, se un padre imprenditore vuole avere un figlio imprenditore e non gli serve un musico, non gli serve un letterato, e la scienza gli offre una possibilità, perché allora non accettarla?” Ci saranno allora delle cliniche che mettono a disposizione i geni per le singole proprietà, dopodiché accade che si potrà costruire l’uomo a proprio piacimento, si potrà modificare la specie umana. Veramente siamo di fronte ad un ardimento. Negli Stati uniti qualcuno ha prospettato la possibilità di creare, nei laboratori di domani, esseri nuovi. Ecco perché su questo tema bisogna avere una cautela estrema”.