Ersilio Cardinal Tonini Ersilio Cardinal Tonini
Function:
Archbishop Emeritus of Ravenna-Cervia, Italy
Title:
Cardinal Priest of SS Redentore a Val Melaina
Birthdate:
Jul 20, 1914
Country:
Italy
Elevated:
Nov 26, 1994
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian La realtà dei movimenti, le responsabilità della Chiesa
Jun 05, 2006
Sono opera dello Spirito Santo, ma devono ascoltare e obbedire. A Korazym.org l’arcivescovo emerito di Ravenna racconta le sue esperienze con i gruppi ecclesiali. Divisioni e particolarismi: a papa e vescovi il dovere di intervenire, la Chiesa è una sola.

(Korazym.org, 03/06/2006) ROMA – Saranno pure opera dello Spirito Santo, ma devono ascoltare e obbedire. Avranno anche raggiunto un buon grado di conoscenza reciproca, ma essa va estesa a tutti gli appartenenti e in ogni singola parrocchia, e non ristretta alle élite dei vertici. Saranno anche strumento di avvicinamento alla fede, ma “non sono la Chiesa”: rappresentano una espressione della Chiesa, ma non sono la Chiesa. Che vive invece dell’unità, di tutti. Il cardinal Ersilio Tonini, classe 1914, sempre più vicino alla soglia dei 92 anni, con i movimenti e le nuove comunità ci è praticamente cresciuto: ha vissuto il periodo della loro formazione, della loro crescita, del loro inserimento nel tessuto sociale e ecclesiale. Ha assistito e partecipato attivamente alle discussioni riguardanti il loro ruolo all’interno della Chiesa, e ne conosce dunque aspetti positivi e aspetti negativi.

Ha le idee chiare, infatti, quando nel corso di una intervista rilasciata a Korazym.org riflette sulle realtà, varie e variegate, che Benedetto XVI ha chiamato a raccolta per la Pentecoste 2006. Afferma che senza dubbio la nascita e l’opera di questi movimenti è frutto “dello Spirito Santo”, ma sceglie di non soffermarsi su questo aspetto, per passare invece ai punti critici di quella che diventa sempre più, però, una presenza cruciale per la vitalità e la forza della Chiesa del futuro. “I movimenti” – dice senza mezzi termini – “devono ascoltare e obbedire”: tutto ciò che papa e vescovi decidono deve trovare cioè immediata corrispondenza nella realtà. Una misura – spiega – motivata dalla “responsabilità che la Chiesa nutre nei confronti di ogni fedele”, che deve essere certo di vivere un itinerario di formazione approvato e dunque conforme ai principi della dottrina. Ma una misura che deve valere anche sul versante della collaborazione e degli incontri reciproci, fino a materializzarsi non solo nei grandi appuntamenti, ma anche e soprattutto nell’ordinario, nella vita di parrocchia. No, insomma, alle “parrocchie divise” fra movimenti e loro appartenenti: la Chiesa, per quanto varia, è una sola. E Dio anche, è uno solo.

Nelle parole di Tonini le esperienze concrete da vescovo di Ravenna, le sue perplessità e i suoi dubbi, le sue idee. Spazio all'intervista.

A 92 anni, è ben possibile dire che il cardinal Tonini ha vissuto pienamente il tempo della nascita e della crescita dei movimenti ecclesiali. E’ vero che alcuni fra i principali gruppi sono sorti prima, ma è indubbio che il Concilio Vaticano II ha dato linfa vitale alla loro esistenza e alla loro importanza.  Si può trarne un bilancio?
Penso che un ruolo fondamentale nella storia dei movimenti l’abbia giocata Paolo VI, nel momento in cui – preoccupato che il Concilio non rimanesse solo nelle biblioteche e nella memoria – ha voluto che ogni pochi anni si tenessero dei Sinodi per valutare e verificare fino a che punto gli obiettivi indicati dal Vaticano II venivano raggiunti. Ebbene, a cavallo fra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso Giovanni Paolo II mi chiese di prendere parte ad un Sinodo dedicato al tema dei laici nella Chiesa di oggi, e in particolare al ruolo assunto dai movimenti all’interno di essa. Fu una grande fortuna.

Quale fu la sua esperienza e che conclusione ne trasse?
Anzitutto che senza dubbio occorre riconoscere che tutto l’universo dei movimenti è opera dello Spirito Santo. E’ lo Spirito Santo che ha fatto nascere queste nuove tendenze, questi nuovi modi di vivere insieme, di realizzare, di testimoniare la fede. Ciò detto, però, la responsabilità della Chiesa è enorme.

In che senso?

Non è affatto detto che un gruppo che si riunisca con qualche particolare obiettivo o con qualche specifica ispirazione abbia per ciò stesso diritto alla legittimazione da parte della Chiesa. Di movimenti eretici ne sono nati tanti, creando guai infiniti. Proprio perché il gran fiorire dei movimenti è opera dello Spirito Santo, la Chiesa ha la responsabilità di garantire ai fedeli tutti il rispetto delle regole, e di garantire poi a quanti vi entrano la sicurezza di essere pienamente inseriti nella Chiesa. La Chiesa deve proteggere il fedele: il papa e i singoli vescovi hanno il diritto e il sacrosanto dovere di controllare per davvero le attività di questi gruppi e – se  necessario – di porre condizioni e limiti, e di suggerire correzioni.

La famosa obbedienza…
Certo. Si pensi – è storia di appena qualche mese fa - alle correzioni date dal papa ai neocatecumenali riguardo al loro modo di celebrare l’Eucaristia. Vedete, l’entusiasmo dei singoli, l’entusiasmo dei fondatori, per quanto positivo non può prevalere sul resto. I fondatori, gli iniziatori, possono anche essere dei santi, ma devono attenersi a quanto stabilito dalla Chiesa. Lo hanno fatto anche i grandi santi, uno su tutti San Francesco. Se la Chiesa non avesse impedito a Francesco di realizzare il suo programma in modo totale, il francescanesimo sarebbe scomparso, perché immerso in una rigidità che alla lunga lo avrebbe reso insopportabile. La Chiesa ha salvato il francescanesimo ponendo dei limiti al suo rigore, e di questo – fatte le debite proporzioni – devono essere consapevoli anche i movimenti.

Ascoltare i vescovi delle singole diocesi, dunque.

Ascoltare e obbedire. Bisogna che i movimenti ascoltino, ma occorre anche – sia chiaro – che i vescovi parlino, e parlino chiaramente, dicendo chiaro e tondo cosa può essere ammesso e cosa no. Insomma, ciò su cui non si possono avere dubbi è il fatto che i movimenti non sono una chiesa. Essi sono una espressione di Chiesa. Ma non sono “la” Chiesa. La Chiesa è una sola.

Quale è stata a riguardo la sua esperienza di vescovo?

Ricordo che quando arrivai nella diocesi di Ravenna – sono passati ormai trent’anni – disposi che il martedì di quaresima fosse dedicato nelle parrocchie ad incontri comuni fra gli appartenenti a tutti i gruppi, raccomandando di esigere sempre la presenza di tutti. Più avanti volli che alla vigilia delle grandi feste e solennità ci fossero delle veglie animate da alcuni gruppi ma vissute anche da tutti gli altri. Per capirsi: alla vigilia dell’Immacolata affidavo la veglia ai gruppi mariani, ma chiedevo la presenza anche di tutti gli altri movimenti. Il 1° maggio domandavo la stessa cosa con la festa di CL, a Pentecoste invitavo pressantemente tutti alla veglia animata dal Rinnovamento. Ebbene: succedeva che i movimenti non interessati direttamente inviavano solo delle “rappresentanze”. Si presentava una delegazione, e la gran parte degli aderenti a quel movimento ignorava la richiesta. Quanto penai allora per riuscire a far passare – e solo in parte - il messaggio dell’unità! Oggi, trent’anni dopo, passi avanti sono stati indubbiamente fatti, ma ce ne sono ancora tanti altri, da percorrere.

Per quanto mi pare di capire, non solo a livello centrale, ma soprattutto al livello delle singole parrocchie…

Infatti. Il fenomeno delle parrocchie date - come dire – “in mano” a questo o a quel movimento è pericoloso. Parrocchie che sono etichettate come appartenenti ad un gruppo specifico, dove si dà risalto sempre agli stessi aspetti, dove i canti sono sempre e solo quelli di quel tale gruppo… insomma, non è una realtà buona, questa. Occorre dire forte – ad ogni appartenente ai movimenti, ad ogni fedele - che pur conservando ognuno il suo specifico carisma, c’è una Chiesa tutta unita e tutta intera, ed è a questa che apparteniamo. Anche se sei legato a quel particolare stile, a quel particolare modo di espressione, vivi ugualmente con gioia quegli incontri che non seguono le modalità espressive che preferisci! La parrocchia deve essere il luogo di tutti, il luogo della moderazione. Alla fine, è il Signore, è il Signore che cerchiamo. E Lui è sempre lo stesso!

Qualche esempio e qualche esperienza diretta in questo senso?

Mah, in confidenza io proprio non riesco a capire perché il sabato santo, con la Veglia pasquale, il momento più importante per un cristiano, quello più bello per l’intera comunità parrocchiale, vi sia qualche gruppo che fa la Pasqua in solitudine, o che dopo averla celebrata in parrocchia la celebra ancora per conto proprio in disparte. Talvolta anche tre, quattro gruppi dello stesso movimento che celebrano la Pasqua separatamente, con liturgie di ore e ore. Ma la Pasqua è il momento massimo in cui occorre fare unità, nella gioia della Resurrezione! Spero si faccia strada la saggezza: è davvero arrivata l’ora di diventare maturi.

E però, al di là delle modalità di celebrazione, mi pare che l’aspetto cruciale sia soprattutto la presenza di responsabili che sappiamo vivere e agire con pieno senso della realtà.

E’ vero. E’ fondamentale che a guidare i singoli gruppi ci siano persone assennate. Altrimenti le anomalie fioccano, e le escandescenze si moltiplicano. Ricordo ad esempio – per fare un nome - che a Ravenna il Rinnovamento nello Spirito Santo non diede mai particolari problemi perché aveva persone equilibrate che avevano posto limiti e divieti. Senza questi, fra visioni e svenimenti si sarebbe finiti assai male, con cose che poco si addicono alla vita di fede. Per dirla tutta, insomma, si sarebbe rischiato di passare tutti per “psicopatici”. No, queste tendenze vanno tenute a bada. E’ questo il compito del vescovo: deve essere prudente, ma anche deciso. E soprattutto deve essere ascoltato.
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