Intervista al Cardinale Ersilio Tonini
Mar 04, 2006
Il “male oscuro” del nostro tempo? La perdita della speranza? La cura più adeguata? L’arte, che insegnando agli uomini la bellezza, toccando la loro anima, può ricondurre un’umanità distratta alla bellezza della fede, del progetto di Dio per l’uomo, di quel Vangelo che altro non significa che “Buona Notizia”.
(tuttoabruzzo.it, 01 marzo 2006) Parola del cardinale Ersilio Tonini, arcivescovo emerito di Ravenna: un “principe della Chiesa” popolarissimo grazie alle sue apparizioni televisive che, a novant’anni passati, fa sfoggio di un’invidiabile lucidità e di un’eloquenza trascinante.
E che, in questo colloquio, non teme la “provocazione” di indicare la bellezza e l’arte come veicoli per un possibile ritorno al sacro di una società scristianizzata; in mente ha il grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar, che nella sua monumentale opera Gloria insegnò che “Dio si dà a conoscere innanzitutto come bellezza”, ma anche il poeta romantico inglese John Keats, che scriveva “la Bellezza è Verità, la Verità è Bellezza”.
Eminenza, i segnali di smarrimento morale e spirituale sembrano moltiplicarsi nel nostro tempo. Ci sentiamo minacciati da tutto: dal terrorismo, dalla criminalità, dalla paura di non riuscire a mantenere un tenore di vita sufficientemente elevato, dall’apprensione per il nostro avvenire, dall’incubo di non riuscire a dare un senso alla nostra esistenza.
Che cosa c’è, secondo lei, all’origine di questo pessimismo?
«E’ vero che, come lei dice, questi sono tempi di smarrimento, di incertezza, di confusione. E questo è paradossale perché, in realtà, stiamo vivendo un momento storico quale mai il mondo ha conosciuto. Ci rendiamo conto o no che viviamo in un’Europa che, dopo essere stata lacerata da guere atroci per cinque secoli, è diventata unita e non avrà più guerre in futuro? Io dico sempre ai ragazzi: “Voi potete sposarvi, mettere al mondo i figli, sicuri che non andranno al fronte, pronti ad ammazzare per non essere ammazzati”. Non mi sembra una cosa da poco. Che dire poi dei progressi della medicina e dell’igiene, che hanno allungato la nostra vita? Che dire del fatto che i bambini imparano fin da piccoli a parlare l’inglese e a usare il computer, due cose che aiuteranno sempre più gli uomini e le donne a entrare in contatto tra loro, a essere come fratelli al di là delle barriere di lingua e di nazione? Eppure, in un’epoca così straordinaria, così ricca di novità di portata veramente profetica, noi stiamo qui a piagnucolare, a gridare la nostra disperazione e la nostra impotenza».
Perché, secondo lei?
«Perché molte persone hanno perduto il senso dei valori cristiani, che poi sono gli eterni valori umani. Questo è avvenuto per varie ragioni: la critica all’insegnamento della Chiesa che viene descritto come “superato” e la mancanza di altri credibili punti di riferimento, la devastazione creata nelle anime dal denaro e dal godimento materiale visti come unici modelli, i messaggi contraddittori e frastornanti dei mezzi di comunicazione. Sono stati dimenticati quei valori che mio padre, un umile contadino della campagna piacentina che non aveva potuto studiare, riassumeva dicendomi, in dialetto: “Tre cose importano: un pezzo di pane, volersi bene e la coscienza pulita”. Quando si capisce questo, basta poco per vivere, non ci vuol niente per essere felici, anche di fronte agli eventi che incutono più paura, come la fine della vita terrena: oggi la morte non si può più nemmeno nominare, tanto è il terrore che suscita la sola parola, ma io ricordo la meravigliosa serenità di mia madre sul letto di morte, mentre abbracciava noi figli, chiamandoci “le sue gallinelle”, e ci trasmetteva il suo testamento spirituale. “Trasmettere”, ecco: è in questo concetto la chiave di tutto. La perdita dei valori tradizionali cela qualcosa di più profondo: la nostra è una società che ha perduto il futuro. Nella cultura contadina in cui sono cresciuto, c’era la forte consapevolezza che il mondo intimo dei valori, dei sentimenti, la parte più profonda di noi, è un bene che riceviamo in dono da Dio e che va custodito e trasmesso alle nuove generazioni. La cultura contadina, che oggi può sembrarci arretrata e conservatrice, era in realtà profondamente proiettata nel futuro».
La cultura contemporanea, invece, non lo è?
«La condizione dell’uomo contemporaneo è l’angoscia, perché viviamo in balìa di un eterno presente che viene implacabilmente eroso dal tempo che passa.. Abbiamo perso il senso del futuro, la fiducia nel futuro. In altre parole, abbiamo perso la speranza. E questa è la più grave, la più terribile malattia del nostro tempo».
Come è possibile curare questa malattia?
«La speranza può, deve essere comunicata agli uomini e alle donne d’oggi. Ma, per comunicare con essi, dobbiamo parlare una lingua adatta a loro. Voglio essere provocatorio: la Chiesa non si deve limitare a ripetere le solite cose, anche se si tratta delle verità più profonde. Per essere davvero profetica, per essere “madre e maestra” come diceva papa Giovanni XXIII, la Chiesa deve capire, di tutte le verità del Vangelo, quale urge di più oggi, quella che è più attuale in un determinato momento. E deve saper rispondere a questa domanda urgente, al bisogno di speranza che si leva dalla nostra società, parlando un linguaggio che alla nostra società sia comprensibile. Oggi più mai, viviamo di emozioni, più che di ragionamenti. Più che al pensiero astratto, un messaggio di speranza dovrebbe fare appello ai sentimenti. San Paolo e San Giovanni, nelle loro lettere, parlano del “sentimento” come a ciò che è proprio dell’uomo. E la vita dell’uomo, la felicità dell’uomo sono, devono essere, il fine di ogni impresa. Per citare la frase che apre il Codice di Giustiniano, omnium causa hominis constitutum est, “tutto per la causa dell’uomo”. Qual è l’essenza stessa del Cristianesimo? Che Dio stesso si fa uomo, si imparenta con l’umanità: il Cristianesimo è la più alta forma di umanesimo. La predicazione del Vangelo, quindi, non può accontentarsi di ripetere formule staccate dalla nostra sensibilità. Deve essere al servizio della nostra umanità, deve raggiungerci, toccarci nel profondo».
E come è possibile fare questo?
«Con l’arte, soprattutto, Fra i mezzi umani, l’arte è quello che più potentemente sa parlare al nostro cuore, perché più di ogni altro sa esprimere la complessità enorme che abbiamo dentro di noi. L’arte è espressione della nostra vita interiore, del mondo vissuto “di dentro” e, per questa sua natura, può aprirci al dialogo col “mondo di fuori”, disporci all’ascolto dell’umanità dell’Altro, che si rivela a noi attraverso la creazione dell’artista: in questo modo, farci sentire partecipi dell’armonia del Creato, di un disegno di Dio. Pensiamo all’intensità dell’effetto che produce su di noi la poesia di Dante e di Shakespeare. O una musica come quella Passione secondo San Matteo di Bach. Ma l’effetto più alto, forse, è quello prodotto dalle arti figurative, come la pittura o la scultura. Perché la vista, come insegnava già Aristotele nella Metafisica, è il più perfetto dei sensi, la via privilegiata della conoscenza».
Eppure a molti sembra che l’arte, nel Novecento, sembra essersi separata drammaticamente dagli antichi ideali di bellezza e di armonia che avevano nutrito la sua lunga storia, e in particolare la grande tradizione della pittura sacra d’Occidente. L’arte contemporanea è diventata ostica, incomprensibile per gran parte del pubblico.
«Non pretendo di essere un esperto, ma non sono d’accordo con i detrattori dell’arte del Novecento. Il passaggio della pittura figurativa a quella informale, secondo me, è stato un passaggio drammatico: è stato, da parte dei pittori, la ricerca di qualcosa di metafisico, la ricerca di qualcosa che l’occhio non vede, che l’orecchio non sente, ma che esiste. E’ stato un tentativo di scandagliare quelle profondità insondabili della nostra anima che lo stesso Sant’Agostino chiama “abissi”. Dirò di più: non dobbiamo avere per forza nostalgia della qualità comunicativa “semplice”, “comprensibile” dell’arte figurativa, delle immagini realistiche, che “sembrano vere”.
Questa “semplicità”, questa “comprensibilità”, questo “sembrar vero”, se ci pensiamo bene, sono gli stessi della televisione di oggi e di certi programmi, come il Grande Fratello, che non hanno grandi cose da dirci, né nella forma né nei contenuti. Beninteso, non voglio parlare male della televisione: è una grande invenzione, un mezzo straordinario e io stesso ho accettato più volte, molto volentieri, di comparire sul piccolo schermo, anche in trasmissioni di intrattenimento, per portare il messaggio evangelico ai telespettatori. Ma la televisione, proprio per la sua potenza di mezzo, quando è usata male fa disastri: molti programmi, che mirano a ottenere facili consensi per ragioni puramente commerciali, propongono agli spettatori, soprattutto ai più giovani, modelli morali ed estetici inconsistenti. Ma in che modo li propongono? In un modo “semplice” e “comprensibile”, mostrando cose che “sembrano vere” ma non lo sono: come nei reality show, che sono basati su copioni scritti a tavolino eppure portano nel loro stesso nome un’idea illusoria di realtà. Tutto questo per dire che nella “comprensibilità” accattivante può nascondersi una retorica, un inganno. Non dobbiamo confondere il vero con il verosimile: le forme strane, inaudite, misteriose dell’arte contemporanea, quando è arte sul serio, sono più “vere” del falso realismo della televisione. Sono vere perché sanno parlare alla parte più profonda di noi».
E che messaggio ci mandano?
Le avanguardie artistiche dal Futurismo al Dadaismo, gli sperimentalismi di tanti pittori, hanno voluto contrapporsi a tutto ciò che era considerato “bello” in passato per compiacersi della raffigurazione di soggetti raccapriccianti, brutali o squallidi: come possiamo ritrovare qui “gli eterni valori dell’uomo”, come lei chiama i valori cristiani?
«Per l’arte, non esistono soggetti nobili e ignobili. L’arte ha la capacità di far vedere la ricchezza in ciò che è povero, la sublimità in ciò che è piccolo. Anche quando mostra l’orrore, l’incubo, ha un effetto benefico sull’uomo perché lo costringe a meditare, lo distoglie dalle cose futili, lo richiama a se stesso. E’ come se gli dicesse: “Svegliati, guarda qui, c’è qualcosa di spaventoso”. Va a toccare qualche zona profonda di quel grande labirinto che è la nostra anima.
Credo che, in un secolo di terribili rivolgimenti come il Novecento, gli artisti abbiano svolto il loro ruolo: quello di testimoniare il proprio tempo, raccontarlo, renderlo comprensibile a chi aveva occhi per vedere e cuore per comprendere le loro intuizioni. La rappresentazione della realtà stravolta, straziata che vediamo in tanti pittori degli anni Dieci e Venti è una denuncia: quella di un mondo, appunto, stravolto e straziato dalla guerra mondiale. Ma già negli anni precedenti si era affermata un’espressività nuova, lancinante, che poteva sconvolgere e urtare il pubblico del tempo, ma che aveva in sé un’altissima carica di umanità. Penso alla violenza del colore giallo con cui Vincent Van Gogh, che visse disperato e morì suicida, dipingeva la Provenza illuminata dal sole: quel colore così vivo esprime la struggente nostalgia di una felicità perduta, è l’equivalente pittorico di un urlo. Anche l’urlo, l’invettiva, possono essere, a loro modo, preghiere».
Prima lei parlava di come l’arte può farsi “forza evangelica”, annunciatrice di speranza al mondo di oggi. In che cosa dobbiamo sperare?
Nell’apparizione di qualche nuovo, grande artista sacro contemporaneo?
«Basterebbero, forse, delle belle mostre delle opere d’arte che già esistono. Certo, mostre se ne fanno già tante. Ma bisognerebbe non limitarsi a organizzare eventi di questo genere, ma invitare le persone ad accostarvisi con un nuovo spirito, a guardare i capolavori con occhi nuovi, in modo che tutti possano capire la cosa fondamentale: un artista, quando scrive, compone, dipinge, o scolpisce, allora sta anche pregando. L’artista, anche se non è credente, con la sua opera ci porta un’eco della bellezza del Creato uscito dalle mani di Dio, un’eco della profondità della nostra anima che Dio ha creato a sua immagine e somiglianza, una nostalgia di quel Dio da cui ci siamo allontanati, la speranza di riunirci un giorno a Lui.
Per questo diciamo che la bellezza è Verità. Lo aveva intuito anche un grande autore pagano. Il filosofo Platone, che nel suo dialogo Fedro mette in bocca al suo maestro Socrate una stupenda preghiera: “Concedetemi di diventare bello di dentro, e che tutte che le cose che ho di fuori siano in accordo con quelle che ho dentro”. La bellezza che vedono i nostri occhi, nella natura o nell’arte, ci deve ricondurre alla bellezza di Dio, che possiamo intravedere dentro di noi, nel segreto della nostra anima».