“Ai catechisti. Gesù di Nazareth: la fortuna di appartenergli”
Jul 24, 2006
Una raccolta di riflessioni del porporato per tanti anni alla guida della Chiesa di Bologna
ROMA, domenica, 16 luglio 2006 (ZENIT.org).- Il Cardinale Giacomo Biffi ha dettato per i catechisti alcune riflessioni, originate dalla cultura corrente e da certe forme di convenienza sociale, riunite nel volume “Ai catechisti. Gesù di Nazareth: la fortuna di appartenergli” (Leuman, Editrice Ellenici, 2006).
“Grande – afferma – è la fortuna dei credenti in Cristo. Però non andate a dirlo agli altri: non lo capirebbero. E potrebbero anche aversela a male: potrebbero magari scambiare per presunzione il nostro buon umore per la felice consapevolezza di quello che siamo; potrebbero addirittura giudicare arroganza la nostra riconoscenza verso Dio Padre che ci ha colmati di regali”.
A questo punto il porporato passa ad analizzare le false accuse a cui potrebbe essere esposto il credente che professa la propria fede: “C’è perfino il rischio di essere giudicati intolleranti: intolleranti solo perché non ci riesce di omologarci – disciplinatamente e possibilmente con cuore contrito – alla cultura imperante, intolleranti solo perché non ci riesce di smarrirci come sarebbe ‘politicamente corretto’ nella generale confusione delle idee e dei comportamenti”.
Coerenza e luminosità nella professione di fede
La professione di fede cristiana richiede dal credente una coerenza e luminosità di atteggiamenti, la messa al bando di ogni forma di ipocrisia così come il ripudiare di facili compromessi, sostiene l’Arcivescovo emerito di Bologna.
“Tutti mangiamo il panettone di Natale, ma solo i credenti sanno perché lo mangiano – cita come esempio il Cardinale Biffi –. Non che il loro panettone sia necessariamente più buono di quello dei non credenti: è semplicemente più ragionevole”.
Non sono quindi le circostanze, le situazioni che conferiscono tono alle scelte e agli atti. Il credente sa che il “panettone” è legato alla festa del Natale e, pur essendo un elemento materiale, sa che se assunto nel contesto della nascita di Cristo offre al credente l’opportunità di far memoria partecipativa del mistero del Salvatore.
Come altro esempio, il Cardinale Biffi indica la frenesia nell’attesa del nuovo anno o meglio ancora del nuovo millennio. Per il cristiano, afferma, quella data è collegata ad un evento assolutamente eccezionale: richiama alla memoria l’Unigenito del Padre, che si è fatto nostro fratello, e si ravviva in noi la speranza del Salvatore, il Primogenito della nuova creazione.
La fede, espressione efficace della vita
Il porporato sostiene, tuttavia, che la fede non è solo “memoria” di fatti storici, ma anche espressione efficace e vibrante di vita. Il non credente si affida al fato, oppure al “destino”, di fronte al quale è “impotente” e “disarmato”, “vulnerabile”. Il credente invece ha la “corazza” della fede, le armi della vittoria di Cristo che ha sconfitto il peccato e trionfato sulla morte.
“Coloro che si affidano a Cristo – che è la luce, cioè il Logos sostanziale ed eterno di Dio sono inoltre abbastanza difesi dalla tentazione di affidarsi a ciò che è inaffidabile”, scrive il Cardinale Biffi.
Così di fronte alla moltitudine che oggi insegue falsi “segni” o ideali, chi “è di Cristo riceve in dotazione anche la certezza dell’esistenza di Dio. Ma non di un Dio filosofico, che all’uomo in quanto uomo non interessa granché; non di un Dio che viene chiamato in causa solo per dare un cominciamento, un impulso alla macchina dell’universo, e poi lo si può frettolosamente e congedare perché non interferisca e non disturbi; non di un Dio che, dopo il misfatto della creazione, potrebbe essersi reso latitante”.
Il nostro Dio – afferma con forza il porporato – è “il Padre del Signore nostro Gesù Cristo”, che si incontra attraverso Gesù di Nazareth e il suo Vangelo: “Il Dio che ci è fatto conoscere dal Redentore crocifisso e risorto, è un Dio che ci vuole bene” e che “tutto concorre al nostro bene anche quando noi sul momento non ce ne avvediamo”.
“E’ la verità consolante ed entusiasmante che Gesù ci confida, quale sua suprema eredità, nei discorsi dell’ultima Cena”, scrive il Cardinale, aggiungendo poi che nel rivelarci la vera natura del Padre, Gesù allo stesso tempo ci conduce a conoscere pienamente noi stessi.
Siamo lealmente liberi
Un’altra grande fortuna del credente, ha continuato, è che siamo lealmente liberi: “Il principio di questa prerogativa inalienabile del cristiano è la presenza in noi dello Spirito Santo che, secondo la parola di Gesù, ci guida alla verità tutta intera”.
“Invece quanti padroni finiscono con l’avere quelli che rifiutano l’unico vero Padrone!”, osserva il Cardinale Biffi.
L’Agnello di Dio è venuto ed ha versato il suo sangue proprio per ridonarci quella sostanziale libertà: “Tra gli elementi del messaggio evangelico – della buona notizia da cui siamo stati raggiunti – questo ha un rilievo primario: non ci può essere colpa nella nostra vita che, se ci arrendiamo all’amore divino, non sia superato dalla eccellente misericordia del Padre: Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5,20).
“Qualunque delitto – anzi qualunque cumulo di delitti il cristiano abbia commesso, egli può in ogni momento, pentendosi, ricominciare da capo a ripercorrere la strada dell’innocenza. E per quanto grande sia la sua debolezza, egli sa che ‘può tutto in colui che gli dà forza’” (Fil 4,13).
Richiamandosi ad alcune parabole del Vangelo, il porporato afferma che il credente sa come “sia risoluta la bontà del Padre nel ricercare la nostra salvezza”, perciò “Dio non si accontenta di avere presso di sé uno su due figli (cioè il cinquanta per cento)” e “non si accontenta neppure del novantanove per cento (ci insegna il racconto della pecora che si perde)”: “il suo appassionato e operoso desiderio è di liberare proprio tutti dalla tristezza di essere allontanati da lui”.
La Chiesa, grande eredità del Signore
La grande eredità del Signore è la Chiesa, “frutto del suo sacrificio, risultato della sua perenne Pentecoste”.
“Niente è più assurdo che separare la Chiesa da Cristo: una divaricazione ideologica come questa snaturerebbe sostanzialmente la Chiesa e alla fine ci porterebbe a una conoscenza alterata anche del Figlio di Dio, che è intrinsecamente il ‘Capo’, il ‘Salvatore del ‘corpo ecclesiale’, come dice san Paolo” (Ef 5,3).
La Chiesa è di Cristo, “è nata dalla sua sapienza, dal suo cuore, dalla sua immolazione”, ricorda.
“E’ l’umanità in quanto è raggiunta e trasformata dall’azione redentrice di Cristo, e in quanto è connessa e assimilata al Signore crocifisso e risorto, in virtù dell’effusione dello Spirito che egli continuamente ci invia dalla destra del Padre”, scrive ancora.
Noi, continua il porporato, “apparteniamo alla Chiesa in quanto apparteniamo a Cristo e a misura che siamo congiunti e conformati a lui; invece cadiamo in peccato e in errore a misura che siamo estranei a Cristo, e quindi estranei anche alla Chiesa”.
“In questa prospettiva diventa chiaro che ogni nostra colpa – piccola o grande che sia – non è solo infedeltà all’amore che ci lega al Padre, spregio dell’opera redentrice di Cristo, resistenza all’azione santificante dello Spirito; è altresì oltraggio e sofferenza inflitta alla Chiesa”.
“Ogni incoerenza al nostro battesimo è sempre anche ingratitudine verso colei che nel battesimo ci ha generati, è attentato alla sua bellezza di sposa del Signore: bellezza che agli occhi umani viene offuscata da ogni nostro atto riprovevole”, sottolinea.
Osserva il Cardinale: “Ogni giorno pecchiamo poco o tanto contro di lei, abituiamoci a chiedere perdono ogni giorno perdono a questa nostra Madre carissima per tutto ciò che ci avviene di pensare, di dire, di compiere con animo non integralmente ‘ecclesiale’”.