Giacomo Cardinal Biffi Giacomo Cardinal Biffi
Function:
Archbishop Emeritus of Bologna, Italy
Title:
Cardinal Priest of SS Giovanni Evangelista e Petronio
Birthdate:
Jun 13, 1928
Country:
Italy
Elevated:
May 25, 1985
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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English The Biblical Condemnation of Homosexuality
Nov 29, 2008
"A page of the inspired book that no human authority can force us to censor."

BOLOGNA (LifeSiteNews) - Italian Cardinal Giacomo Biffi, the former Archbishop of Bologna who last year was selected by Pope Benedict XVI to preach the papal Lenten retreat, has authored a new book in which he addresses, among other things, the question of homosexuality. In 'Sheep and Shepherds', Cardinal Biffi notes that the Biblical condemnation of homosexuality is explicit and Christians are not "allowed, if we want to be faithful to the word of God, the pusillanimity of passing over it in silence out of concern of appearing 'politically incorrect.'"

The Cardinal's book is replete with references to the Sacred Scriptures, with which he makes his case that the societal acceptance of and spread of homosexuality is both "the proof and the result of the exclusion of God from collective attention and social life, and of the refusal to give him due praise."

In a chapter on The Challenge of Chastity, Cardinal Biffi writes:

"The exclusion of the Creator leads to the complete derailment of reason:

"'They became vain in their reasoning, and their senseless minds were darkened. While claiming to be wise, they became fools' (Romans 1:21-22).

"As a result of this intellectual blindness, both theory and behavior have fallen into complete dissoluteness:
"'Therefore, God handed them over to impurity through the lusts of their hearts for the mutual degradation of their bodies' (Romans 1:24)

"And in order to prevent any misunderstanding or any convenient interpretation, the Apostle continues with a striking analysis, formulated in perfectly explicit terms:
"'Therefore, God handed them over to degrading passions. Their females exchanged natural relations for unnatural, and the males likewise gave up natural relations with females and burned with lust for one another. Males did shameful things with males and thus received in their own persons the due penalty for their perversity. And since they did not see fit to acknowledge God, God handed them over to their undiscerning mind to do what is improper' (Romans 1:26-28).

"In fact, Saint Paul is careful to observe that extreme abjection occurs when 'they not only do them but give approval to those who practice them' (Romans 1:32)."
The Cardinal acknowledges the modern day pressures on Christians to remain silent on the subject; however, he notes that these quotes are "a page of the inspired Book that no human authority can force us to censor."

Rather than be silent, Cardinal Biffi says, "We must instead point out the singular relevance of this teaching of divine Revelation: what St. Paul identified in the culture of the Greco-Roman world prophetically demonstrates its correspondence with what has taken place in Western culture in recent centuries: the exclusion of the Creator - to the point of proclaiming grotesquely that 'God is dead' - has had the consequence, almost as an inevitable punishment, of the spread of an aberrant sexual ideology, with an arrogance unknown to previous times."

The 256-page book "Pecore e pastori. Riflessioni sul gregge di Cristo", is available in Italian only. Here:
http://www.shopforall.it/shop3/product_info.php?pid=97888827...
Italian Pecore e Pastori» Il nuovo saggio del cardinal Biffi
Nov 25, 2008

Una delle cose che mi impressionano di più è che al giorno d’oggi non è più l’eresia, ma è l’ortodossia a fare notizia». Giacomo Biffi, ottant’anni lo scorso giugno, arcivescovo emerito di Bologna, milanese di nascita, porporato che non ha mai avuto paura ad apparire controcorrente, dopo il volume Memorie e digressioni di un italiano cardinale pubblica per le edizioni Cantagalli un nuovo libro intitolato Pecore e Pastori. Riflessioni sul gregge di Cristo (pagg. 256, euro 13,80, in libreria dal 25 novembre). Chi sono le pecore e chi è il pastore? Quali i loro compiti? Parte da queste domande, il cardinale, che in una delle pagine del volume scrive: «Oggi sempre più frequentemente ci si meraviglia quando un papa o un vescovo dice ciò che la Chiesa ha sempre detto (e non può non dire perché appartiene al suo patrimonio inalienabile); come se fosse ormai persuasione pacifica che anche la Chiesa non creda più al suo messaggio di sempre. Talvolta in qualche settore del mondo cattolico si giunge persino a pensare che debba essere la divina Rivelazione ad adattarsi alla mentalità corrente per riuscire “credibile”, e non piuttosto che si debba “convertire” la mentalità corrente alla luce che ci è data dall’alto. Eppure si dovrebbe riflettere sul fatto che “conversione” non “adattamento” è parola evangelica». Del resto, «la prima frase che Gesù pronuncia inaugurando il suo apostolato non è: “Il mondo va bene così come va; adattatevi al mondo e siate credibili alle orecchie di chi non crede”; ma è: “Il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”». Il brano del nuovo libro di Biffi che anticipiamo in questa pagina è dedicato al tema dell’omosessualità e più in generale della sessualità. Il rispetto, l’accoglienza e la misericordia per il peccatore non inibiscono il cardinale dal ricordare le parole severe contenute nella Scrittura.
Italian Memorie e digressioni di un italiano
Oct 20, 2008
Pubblichiamo un intervento del cardinale Giacomo Biffi nel Consiglio comunale di Granarolo qualche tempo fa. XXXI digressione.

(Cultura) CASERTA -  Mi pare opportuno riportare qui integralmente quanto ho detto nell'aula del Consiglio comunale di Granarolo, sia per la diffusione che ha avuto sia perché, tra i miei interventi, è il solo esempio di discorso "a braccio".

Premessa: ho accettato l'invito a parlare di Gesù Cristo per­ché è lui il cuore, il vertice, la sintesi dell'annuncio evangelico; questo non dobbiamo mai dimenticarlo.

Il cristianesimo è una personaIl cristianesimo, in sé, non è una concezione della realtà, non è un codice di precetti, non è una liturgia. Non è neppure uno slancio di solidarietà umana, né una proposta di fraternità sociale. Anzi il cristianesimo non è neanche una religione. E’ un avvenimento, un fatto. Un fatto che si compendia in una per­sona. Oggi si sente dire che in fondo tutte le religioni si equival­gono, perché ciascuna ha qualcosa di buono. Probabilmente è anche vero. Ma il cristianesimo con questo non c'entra. Perché il cristianesimo non è una religione, ma è Cristo. Cioè una persona.L'identikit di CristoIo ho puntato su di lui la mia vita, l'unica vita che ho e quindi sento il bisogno ogni tanto di contemplarne il mistero, rinfrescare l’identikit di Cristo. Molte volte sentiamo parlare di Gesù Cristo, ogni tanto sul giornale c'è qualcuno che fa qualche scoop su di lui, ogni tanto inventano e danno interpretazioni su chi sia Gesù Cristo, ma gli unici testi che ci parlano di Crisi sono i Vangeli.

Perciò o si sta ai Vangeli, oppure si rinuncia a parlare di lui. Quindi non dirò neanche una parola che non sia documentabile dai vangeli, a differenza di chi si inventa libri, film e parole. Che tipo era?Prima domanda, la più semplice: che tipo era questo Gesù Cristo? Che uomo era? Questo il Vangelo non lo precisa. E devo dire che un po' mi secca, perché ho puntato la mia vita su di lui e non so neppure di che colore fossero i suoi occhi.Era bello o era brutto? Beh,  secondo me era bello. C'è un epi­sodio dell'undicesimo capitolo del Vangelo di Luca. Gesù sta parlando alla folla. All’improvviso una donna, lanciando un grido d'entusiasmo, dice: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha nutrito».Ecco, questo è il primo panegirico di Cristo.

Ed è fatto in ter­mini molto... corporei. Tante vero che Gesù le rimprovera di trascurare la parola di Dio per soffermarsi sulla sua bellezza: «Beati quelli che ascoltano la parola di Dio».Noi però ringraziamo questa donna sconosciuta, che ci ha permesso di rispondere alla nostra domanda preliminare: Gesù era davvero un bell'uomo.I suoi occhiE aveva anche due splendidi occhi. Lo sguardo di Gesù col­piva chi lo incontrava. I Vangeli, soprattutto quello di Marco, parlano spesso del suo sguardo: penetrante su Simone, che gli viene presentato dal fratello; affettuoso sul giovane ricco, quello che poi se ne va perché lui gli dice di "lasciare tutto e seguirlo"; di simpatia su Zaccheo, il capo degli esattori delle imposte che rubavano (solo allora, per carità, non voglio dar giudizi...), che lo guardava stando appollaiato su un albero.

E, ancora, di tristezza sull'offerta dei ricchi, di sdegno su quel che avveniva nel tem­pio, di dolore per chi lo tradisce... Insomma, il suo era uno sguardo che parlava.Aveva idee chiareE che faceva capire come Gesù avesse le idee chiare. Molto chiare. Quando parlava non diceva mai "forse, secondo me, mi pare". E non aveva peli sulla lingua neanche con i potenti:ricordate quando dà della “volpe” al re Erode?quando dà della “volpe” al re Erode? Un uomo libero Ma una delle cose più belle di Gesù è che era un libero.

Anche dai suoi amici. Quando san Pietro fa la sua professione di fede (ogni tanto ne azzeccava una anche san Pietro…) Gesù gli fa un panegirico mai dedicato a un uomo, tanto che san Pietro probabilmente si ringalluzzisce, comincia a pensare in grande.Ma quando Gesù gli annuncia che il suo destino è quello di essere mandato a morte, Pietro, che già si sente "primo ministro del  Regno di Dio", lo prende per un braccio e lo rimprovera. Gesù neanche lo guarda e lo tratta malissimo: “Và via da me,Satana: tu non pensi alle cose di Dio ma alle cose degli uomini”. Niente male per un amico, no?Libero anche coi parentiCon i parenti, poi, certe volte era anche peggio. Quando  Gesù abbandona la sua casa, a trent'anni, loro lo considerano pazzo.

Lo dice il Vangelo di Marco al capitolo terzo:  “Uscirono ( i suoi parenti) per andare a prenderlo, perché dicevano: “E’ uscito di sé” è fuori di testa”.Poi, quando la gente comincia ad andargli dietro, i parenti, cercano di riavvicicinarsi a lui, perché capiscono che in qualche modo sta acquistando potere. E allora chiamano Maria, per cer­care di convincere Gesù a tornare da loro. E lui? Capisce tutto, al volo. E fa finta di non riconoscere nemmeno sua madre.Gesù amavaMa non crediate che fosse un uomo troppo duro.

Gesù amava. Molto. Anzitutto, i bambini. Sapeva capirli, dote che raramente noi adulti abbiamo: in genere, quando parliamo con loro, sappiamo solo chiedere quanti anni hanno e quale classe frequentano... Roba che a loro non interessa niente. Lui  invece: «Lasciate che vengano a me».Poi, gli amici. Aveva un forte senso dell'amicizia, Gesù. Per esempio era molto amico dei suoi discepoli; e, tra questi, era particolarmente legato a Pietro, Giovanni e Giacomo; e, ancora, tra questi soprattutto Giovanni gli era più amico. Insomma, anche lui aveva delle preferenze tra i suoi amici.

Come è giusto: gli amici non sono mica tutti uguali.Poi, Gesù amava il suo popolo. Si sentiva pienamente ebreo, israelita. Tanto che il pensiero della distruzione di Gerusa­lemme lo fece addirittura piangere.L'attenzione ai particolari Ma c'è un'altra cosa della personalità di Gesù che mi ha sem­pre colpito: la sua attenzione ai particolari. Gesù stava molto attento alle piccole cose delta vita, anche perché sapeva che poteva farne delle parabole. Pensate a quella, quasi "emiliana'", del Regno di Dio che è simile ad una donna di casa che prende un po' di lievito e lo impasta con la farina finché è tutta fermentata. O quella dell'amico seccatore che deve essere accontentato pur di potersene liberare. Verissimo. Mi ricorda i nove anni in cui sono stato parroco a Legnano. c'era una donna che veniva a tro­varmi ogni giorno, lamentandosi del marito. Ma che cosa potevo fare, io?

Non potevo mica ammazzarglielo! L'episodio della peccatrice. E ce ne sarebbero tanti altri, di episodi da ricordare. Nel capitolo settimo del Vangelo di Luca si racconta che Gesù è a pranzo da un capo dei farisei: a un certo punto viene dentro una di quelle donne che non si sa come chiamarle... Diciamo una "lucciola". Questa donna si mette vicino a lui e comincia a fargli dei complimenti, lo profuma.

Era una scena gravissima: come se a un pranzo parrocchiale di Granarolo, in cui sono invitati il sindaco e il maresciallo dei carabinieri, una di queste donne entrasse e si mettesse a fare i complimenti al parroco... Eppure Gesù non si scompone. Anzi, la difende quasi con cavalleria.Solo un uomo eccezionale?Dal Vangelo, dunque, riconosciamo una figura umana ecce­zionale. Al punto che quando Ponzio Pilato lo presenta alla gente dice: «Ecco l'uomo».E invece io díco: ecco il punto. Gesù era solo un uomo? Per­ché anche la maggior parte delle persone che non credono lo considerano un grande uomo, da stimare.

Ma è una posizione insostenibile, se guardiamo a quel che Gesù cristo stesso dice di sé.Esempi? Si definisce "Figlio dell'uomo'', che era il titolo, usato dalle profezie di Daniele per indicare un personaggio misterioso, che sarebbe venuto dal cielo e che avrebbe posta fine alla storia. E con questo Gesù evoca la sua origine celeste e la sua definitività. Poi dice di essere "più grande di Davide”; e Davide era il re ideale, l'ideale della monarchia e della regalità per gli ebrei.E più che un uomoMa la cosa forse più seria la dice nel Discorso della montagna. «Beati i poveri...» e via dicendo, ricordate? Beh, in discorso dice tra l'altro: «Avete udito che fu detto agli antichi "non uccidere", Io invece vi dico...».

Pensateci bene: con questa frase Gesù quasi "corregge" la Rivelazione di Dio. E rivendica a sé anche il potere di giudicare l'uomo. E chi può farlo, se non uno che si crede Dio?E le altre cose che raccomanda? «Chi dà la vita per me la troverà...» Oh, dare la vita per uno non è mica uno scherzo. Una volta, in una visita pastorale, un bambino mi ha chiesto: “Ma tu saresti disposto a dare la vita per il Signore”. Io ci ho pensato su e gli ho risposto: «Senti, io sarei anche disposto a dare la vita per il Signore.

Però mi seccherebbe parecchio». Che era un ten tativo di mettere insieme il dovere con la sincerità.E ancora: «Da' da mangiare al tuo fratello perché in lui vedi me». Se un mazziniano storico dicesse: «Aiutate i fratelli perché in essi dovete vedere Giuseppe Mazzini», direbbe una cosa che non commuoverebbe nessuno, perché un uomo povero vivo è molto più importante di un Mazzini morto.Ma Gesù? Gesù ripaga con la vita eterna. Lo dice  anche  san Marco, scrivendolo nel suo Vangelo in maniera un po' umoristica: “Chi avrà lasciato il padre e la madre, i campi e la casa per me, avrà il centuplo quaggiù, con le persecuzioni e la vita eterna”. Come dire: prima un po' di botte, va bene; ma poi la vita eterna.

Gesù è Dio.

Perché il fatto è che Gesù sarà pure stato un grande uomo, un uomo eccezionale. Ma soprattutto è Dio. È il Figlio di Dio. Non come lo siamo tutti noi, come lo sono tutte le creature, come la farfalla della vispa Teresa (anche lei è "figlia di Dio"): lui è il Figlio proprio, l'Unigenito.Una parabola inverosimileNegli ultimi giorni di vita Gesù racconta una parabola, una delle più, inverosimili nella sua struttura letteraria (a Gesù non interessa -raccontare una novella verista, ma trasmettere un messaggio): è la parabola dei vignaiuoli infedeli e omicidi, che occupano il terreno del padrone senza dargli niente in cambio.

Allora il padrone manda alcuni servi a riscuotere. I vignaiuoli li picchiano. Il padrone ne manda altri; ma i contadini li uccidono.E fin qui, secondo me, è un racconto un pò esagerato: come facevano a pensare di uccidere così la gente e cavarsela senza problemi? Ma a questo punto la parabola diventa addiritturauna cosa da matti. Il padrone dice: “Ah, ho un figlio unico, man­derò lui, perché avranno timore di mio figlio».

Ma chi è quel padre che sapendo di avere in casa dei briganti arrischia il suo unico figlio?E infatti i vignaiuoli decidono di uccidere anche lui, in modo da ereditare la proprietà del padrone (chissà in quale codice sta scritto che l'eredità passa agli assassini dell'unico erede!). Ep­pure si è verificata alla lettera: infatti, Gesù verrà ucciso fuori della vigna, fuori delle mura di Gerusalemme. Ed è stato il Padre a mandarlo.Non resta che inginocchiarsi.

Mettete insieme tutte queste cose. Ne esce il ritratto di un uomo eccezionale, che dice di essere Dio. Una provocazione!Ma noi dobbiamo raccogliere questa provocazione. Perché se uno si presenta in questo modo, se dice di essere Dio, c'è poco da fare: o questo qui è matto, e allora non lo si può stimare; oppure è vero quello che dice, e allora bisogna inginocchiarsi. Non basta mica dire: è un grande uomo.

L’annuncio primo e centrale.

Che casa sono andati a dire gli apostoli di lui! Il nucleo del messaggio cristiano qual è? Una parola sola: è risorto. Si è risvegliato dalla morte. Gli apostoli sono andati in giro a dire che Gesù è risorto ed è ancora vivo. Oh, vivo oggi

Quando facevo scuola a Milano, all’Istituto di Pastorale, ho dato una lezione sulla risurrezione di Cristo. Finita la lezione una signora si avvicina e fa: “Ma lei vuol proprio dire che Gesù è vivo...?». «Sì, signora; che il suo cuore batte proprio come il suo e il mio”.“Ma allora bisogna proprio che vada a dirlo a mio marito”.

«Brava, signora, provi ad andarlo a dire a suo marito”. Il giorno dopo la signora torna da me e mi dice: “Sa, l’ho detto a mio marito”. «E lui?”. “Mi ha risposto: “ Ma và, avrai capito male”.

Notate, che quella era una catechista. Eppure era sconcertata. Io le faccio avere la registrazione delle lezioni. Lei la fa sentire a suo marito. Se è così, cambia tutto E lui, alla fine, crolla: “Ma se è così, cambia tutto!”.

Pensateci, e ditemi se non è vero: se quell’uomo, bello, buono, eccezionale, è davvero Dio, e se è ancora tra noi, allora cambia davvero tutto.
Italian Gli auguri del Papa per gli 80 anni del cardinale Giacomo Biffi
Jun 15, 2008
“Sua Santità si associa con affetto a quanti le sono vicini nel lodare il Signore per i numerosi doni spirituali a lei concessi specialmente nel generoso e fecondo servizio nella Chiesa ambrosiana e bolognese”.

(Radio Vaticana, 14/06/2008) Questo un passaggio del telegramma inviato dal Segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone, al cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo emerito di Bologna, in occasione del suo 80.mo compleanno. La Messa di ringraziamento è stata presieduta dallo stesso cardinale Biffi nel santuario di San Luca e concelebrata da una decina di vescovi della regione Emilia Romagna. Nell'omelia il cardinale Biffi, rievocando gli episodi della sua esistenza, ha detto: "Tutto ciò che sulle prime mi era sembrato contingente e fortuito mi si manifesta come frutto di un progetto mirato: un progetto eccedente ogni mia immaginazione e del tutto gratuito, liberamente formulato da colui che è l'Eterno. Il caso, come si vede, non esiste”. (S.A.)
Italian Il Cardinale Biffi ringrazia Dio per i suoi ottant'anni
Jun 15, 2008
Presiede un'Eucaristia nella Basilica di San Luca a Bologna.

BOLOGNA, domenica, 15 giugno 2008 (ZENT.org).- Il Cardinale Giacomo Biffi ha presieduto questo venerdì nella Basilica di San Luca a Bologna una concelebrazione liturgica solenne in occasione del suo ottantesimo compleanno.

Il porporato, Arcivescovo emerito della Diocesi di Bologna, ha confessato la difficoltà di prendere la parola in una circostanza così particolare, manifestando un sentimento di sorpresa e riflettendo sull'abitudine degli anziani di "ripercorrere il tempo andato".

Il Cardinale Biffi ha spiegato che è facile cadere nell'errore di considerare la "catena degli avvenimenti, dai quali siamo stati condizionati e plasmati", come "determinata quasi interamente dalla casualità".

"E' un pensiero che per un momento m'inquieta", ha confessato. "Ma solo per un momento, perché è subito vinto e superato dalla verità di un Dio che - se esiste, come esiste - non può che essere il Signore dell'universo, della storia e dei cuori, cui niente sfugge di mano: tutto obbedisce al suo disegno di salvezza e di amore".

"Alla luce di questa persuasione, ogni pagina di qualsivoglia biografia riceve un'altra lettura", ha osservato.

"Tutto ciò che sulle prime mi era sembrato contingente e fortuito mi si manifesta perciò come frutto di un progetto mirato: un progetto eccedente ogni mia immaginazione e del tutto gratuito, liberamente formulato da colui che è l'Eterno".

Il porporato ha spiegato che "la casualità è soltanto il travestimento assunto da un Dio che vuol passeggiare in incognito per le strade del mondo; un Dio che si studia di non abbagliarci con la sua onnipotenza e col suo splendore".

Da questo punto di vista, "ogni pensiero e ogni esame lasciano il posto alla contemplazione stupita dell'incredibile e arcana benevolenza del Padre della luce, dal quale discende ogni buon regalo e ogni dono perfetto" .

"Questa di stasera - ha confessato - è per me davvero un'Eucaristia" (in greco la parola significa "ringraziamento"). "Grazie diventa per me la parola che riassume tutte le altre; la parola cui non c'è più niente da aggiungere".

L'Arcivescovo emerito si è mostrato lieto di ringraziare nella Basilica di San Luca, tanto cara al popolo bolognese, e ha aggiunto: "Il mio canto di gratitudine e di lode è difettoso e inadeguato. Ma siete venuti in molti ad aiutare il mio povero grazie".

Dopo aver benedetto i fratelli nell'episcopato, i presbiteri che per tanti anni hanno generosamente collaborato con lui, i diaconi e tutti coloro che "oggi m'incoraggiate con la vostra presenza e il vostro affetto", il Cardinale Biffi ha concluso sottolineando di aver imparato a recitare in modo più profondo l'ultima parte dell'Ave Maria: "Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte. Amen".
English Cardinal Biffi's bombshell
Nov 01, 2007
The remarks he made about the Antichrist caught the fascination of the press, Catholic and secular. Soon after that retreat — because papal retreat masters are considered more papabile — Cardinal Biffi’s papal odds went up in gambling houses. By Brother Andre Marie.

(speroforum.com, October 31, 2007) He retired as Archbishop of Milan in 2003. In June of 2008, he will be eighty and therefore ineligible to vote in conclave. All the same, Giacomo Cardinal Biffi is exerting tremendous influence — if only moral influence — in his retirement. The pulpit and the pen are still open to him, even if his former offices have passed to others.

Regarding his activities in the pulpit, readers may recall the Lenten retreat he preached to the Holy Father and leaders of the Roman Curia. The remarks he made about the Antichrist caught the fascination of the press, Catholic and secular.1 Soon after that retreat — because papal retreat masters are considered more papabile — Cardinal Biffi’s papal odds went up in gambling houses.

As for the pen, the Cardinal is about to come out with a new book, one that — judging from Sandro Magister’s sneak preview — promises to be a blockbuster. On October 30, his 640-page autobiography, Memorie e Digressioni di un Italiano Cardinale (Memories and Digressions of an Italian Cardinal), will be in Italian bookstores.

We have come to expect bombshells from the Cardinal. Besides his Lenten remarks about the Antichrist, Giacomo Biffi is known to be an outspoken opponent of the dilution of Europe’s Christian identity, Islamification through immigration, and Freemasonry. He once said “Europe will become Christian again or it will become Moslem,” a statement at variance with the notions that a merely secular Europe is desirable or even possible.

Despite his opposition to the Islamification of Europe, during the harshest weeks of winter, Cardinal Biffi once sheltered in his Church a group of homeless people from the Maghreb. A watchdog for the faithful and an opponent of foreign invasion, the Cardinal is a priestly-hearted and merciful shepherd all the same. His concern for the “little ones” — as he frequently refers to those weak in the faith and therefore easily scandalized — bespeaks the tender devotion of a kind spiritual father, a pastoral sensitivity redolent of the Good Shepherd Himself.

Perhaps it is that pastoral combination of mercy and commitment to truth which gives the Cardinal’s strong critique of ecclesial novelties a dignified and self-posessed grace and charm.

The New Shibboleths

Let us savor some of the Cardinal’s correctives, beginning with his critique of the slogans of “aggiornamento” (my emphasis throughout):

“ ‘We must look more at what unites us than at what divides.’ This statement, too — which today is often repeated and greatly appreciated, almost as the golden rule of ‘dialogue’ — comes to us from the era of John XXIII, and communicates to us its atmosphere.

“This is a practical principle of evident good sense, which should be kept in mind in situations of simple coexistence and for decisions on minor everyday matters.

“But it becomes absurd and disastrous in its consequences if it is applied in the great issues of life, and especially in religious matters.

“It is fitting, for example, that this aphorism should be used to preserve cordial relations in a shared dwelling, or rapid efficiency in a government office.

“But woe to us if we let this inspire us in our evangelical testimony before the world, in our ecumenical efforts, in discussions with non-believers. In virtue of this principle, Christ could become the first and most illustrious victim of dialogue with the non-Christian religions. The Lord Jesus said of himself, in one of his remarks that we are inclined to censure: ‘I have come to bring division’ (Luke 12:51).

“In the questions that count, the rule can be none other than this: we must look above all at what is decisive, essential, true, whether it divides us or not.”

Without lessening his firmness of tone against novelty, the eminent critic does not dismiss in the phrase what is true. The old theology professor has the capacity for making distinctions, as well as the good sense to recognize an unacceptable compromise for what it is. For Biffi, pragmatism in pursuit of peace is no solution to the deeper problems of the Church or civil society.

On to another aphorism:“‘Distinction must be made between error and the person in error.” This is another maxim that belongs to the moral legacy of John XXIII, and this, too, influenced Catholicism after him. ...

“But reflecting on this statement, I cannot forget that the historical wisdom of the Church has never reduced the condemnation of error to a pure and ineffectual abstraction. ...

“Jesus gave precise instructions to the heads of the Church in this regard: he who causes scandal through his behavior and doctrine, and will not be persuaded by personal admonition or the more solemn rebuke of the Church, ‘let him be to you as a pagan and a publican’ (cf. Matthew 18:17); thus foreseeing and prescribing the penalty of excommunication.

The “Mercy of Truth”

Too many Catholics have forgotten the truth of such Scriptural utterances as these: “The fear of the Lord is the beginning of wisdom. Fools despise wisdom and instruction” (Prov. 1:7). “By mercy and truth iniquity is redeemed: and by the fear of the Lord men depart from evil” (Prov. 16:6). We have been overrun with a false cult of mercy — mercy divorced from justice, mercy divorced from truth. The Cardinal does not approve of exalting mercy at the expense of the other virtues:

“John XXIII yearned for a Council that would achieve the renewal of the Church not through condemnations, but using the ‘medicine of mercy.’ By abstaining from reproving error, the Council would by this very means avoid formulating definite teachings that would be binding for all. And in fact, it held consistently to this initial direction.

“But there was the danger of forgetting that the first and irreplaceable form of ‘mercy’ for wayward humanity is, according to the clear teaching of Revelation, the ‘mercy of truth’; a mercy that cannot be exercised without the explicit, firm, steadfast condemnation of any distortion or alteration of the ‘deposit’ of faith that must be safeguarded.

“Some might even have recklessly supposed that the redemption of the children of Adam depended more on our powers of flattery and persuasion than on the soteriological strategy preordained by the Father before all ages, entirely centered on the Paschal event and its proclamation; a proclamation ‘without persuasive discourses of human wisdom’ (cf. 1 Corinthians 2:4). In the post-conciliar period, this was not merely a danger.

Criticism of Ecclesial Mea Culpas

One of the distortions of modern theology is to portray the Church herself as a sinner. For example, there is Hans Urs von Balthasar’s silly blasphemy of the Church as Casta Meretrix — the “chaste harlot,” an absurd theological construction Susan Beckworth happily took to task. While not all contemporary efforts at apologizing for the supposed wrongs of Church history are so nakedly oxymoronic, many modern theological and pastoral initiatives give the faithful, as well as non-Catholics, the impression that the Church acknowledges that she herself is a sinner.

The Cardinal does not like this one bit, and he told this to Pope John Paul II over lunch one day:

“At table, the Holy Father said to me at one point: ‘Did you see that we have changed that statement in Tertio millennio adveniente?’ The draft, which had been sent to the cardinals before publication, contained this expression: ‘The Church acknowledges as her own the sins of her children’; an expression that — as I had stated with respectful frankness — could not be set forward. In the definitive text, the idea had been changed as follows: ‘The Church always acknowledges as her own her sinful children.’ At that moment, the pope took care to remind me of this, knowing that it must have pleased me.

“I replied by expressing my gratitude and manifesting my complete satisfaction with the theological formulation. But I also felt prompted to add a reservation of a pastoral nature: the unheard-of initiative of asking pardon for the errors and inconsistencies of past centuries would, in my view, scandalize the ‘little ones,’ those most favored by Jesus (cf. Matthew 11:25): because the faithful, who do not know how to make many theological distinctions, would see these self-accusations as a threat against their serene adhesion to the ecclesial mystery, which (as all the professions of faith tell us) is essentially a mystery of sanctity.

“And these were the very words of the pope’s reply: ‘Yes, that is true. That will require some thought.’ Unfortunately, he did not reflect on it sufficiently.”

Again, the theologian who is also a shepherd, shows concern both for orthodoxy and the interior peace of the “little ones.”

His Message to the Current Pope
Jesus is the Unique Savior, Religions Are Not Equal

Also revealed in the book is the speech that Cardinal Biffi made in conclave. This was his message to the future pope, as yet unknown to the cardinals because not yet elected, but in the room nonetheless. Two points merit our attention:

“A few days ago, I saw on television an elderly, devout religious sister who responded to the interviewer this way: ‘This pope, who has died, was great above all because he taught us that all religions are equal’. I don't know whether John Paul II would have been very pleased by this sort of elegy.”

Subtle, but the point is made!

From that same speech: “That Jesus is the only necessary Savior of all is a truth that for over twenty centuries — beginning with Peter’s discourse after Pentecost — it was never felt necessary to restate. This truth is, so to speak, the minimum threshold of the faith; it is the primordial certitude; it is among believers the simple and most essential fact. In two thousand years this has never been brought into doubt, not even during the crisis of Arianism, and not even during the upheaval of the Protestant Reformation. The fact of needing to issue a reminder of this in our time tells us the extent of the gravity of the current situation. And yet this document [Dominus Iesus], which recalls the most basic, most simple, most essential certitude, has been called into question. It has been contested at all levels: at all levels of pastoral action, of theological instruction, of the hierarchy.”

Hollywood may have its Buffy the Vampire Slayer, but Bologna has something better: “Biffi the Bane of Ecclesial Novelties.” May the children of the Church take his message to heart — especially those with the pastoral charge.

1His Eminence is a scholar of the works of Vladimir Soloviev, the nineteenth-century Russian philosopher. It was Soloviev’s thought that inspired the Antichrist comments in the Lenten retreat. The Cardinal’s brief “Vladimir Sergeievich Soloviev: an unheeded prophet” is available online.
Brother André Marie earned his Master of Arts degree in Theology, Summa cum Laude, from Holy Apostles College and Seminary. He writes from Saint Benedict Center in Richmond, New Hampshire. More of his work can be found on his Theology Weblog.
English Le cardinal Biffi a une haute estime du pape Benoît XVI
Oct 29, 2007
"Ce que j'ai dit au futur pape" avant le dernier conclave. Par Sandro Magister.

(eucharistiemisericor.free.fr, ) Le cardinal Giacomo Biffi publie ses mémoires. En voici un avant-goût avec le discours qu'il a prononcé lors de la réunion des cardinaux à huis clos, ainsi que ses jugements critiques concernant Jean XXIII, le Concile Vatican II et les "mea culpa" de Jean-Paul II

A la veille de ses 80 ans, le cardinal Giacomo Biffi publie une imposante autobiographie intitulée " Memorie e digressioni di un italiano cardinale [Mémoires et digressions d’un italien cardinal]".

On se souvient surtout du cardinal Biffi comme archevêque de Bologne, de 1984 à 2003. Mais c’est sa vie toute entière qu’il retrace dans son livre, depuis sa naissance dans un quartier ouvrier de Milan jusqu’à son ordination, puis sa vie de professeur de théologie, de curé, d’évêque et enfin de cardinal.

Dans la préface, le cardinal Biffi reprend ces mots de saint Ambroise, grand évêque de Milan au IVe siècle, son "père et maître" bien aimé:

"Pour un évêque, il n’y a rien de plus risqué devant Dieu et de plus honteux devant les hommes que de ne pas proclamer librement sa propre pensée".

C’est pourquoi, à chacune des 640 pages du livre, la pensée du cardinal Biffi jaillit en toute liberté, se faisant piquante, ironique ou anticonformiste.

Pas un moment clé de la vie de l’Eglise ne résiste à son jugement aigu et souvent surprenant.

On est surpris, par exemple, qu’il désigne comme "le plus grand pape du XXe siècle" Pie XI, qui est peut-être, à l’heure actuelle, le pape le plus négligé et oublié.

On est surpris de découvrir que, étant archevêque de Bologne, il a logé un groupe important de maghrébins sans domicile dans une église pendant de nombreuses nuits au plus froid de l’hiver, lui qui a été tellement critiqué pour avoir dit qu’il valait mieux accueillir en Italie des immigrés chrétiens plutôt que musulmans.

Les silences aussi sont éloquents. Le livre mentionne rarement Joseph Ratzinger, mais le lecteur comprend à de nombreux indices que le cardinal Biffi tient le pape actuel en très haute estime. Une estime réciproque, puisque Benoît XVI l’a invité à prêcher les exercices spirituels du Carême 2007 au Vatican.

A contrario, le silence presque total au sujet du cardinal Carlo Maria Martini – dont le cardinal Biffi a été évêque auxiliaire pendant quatre ans à Milan – laisse transparaître un jugement impitoyablement critique à son égard. Juste avant d’expédier en quelques lignes la nomination du célèbre jésuite comme archevêque de Milan, à la fin de 1979, le cardinal Biffi explique clairement que l’époque glorieuse des grands évêques de Milan du XXe siècle – véritables héritiers de saint Ambroise et de saint Charles Borromée – s’est bel et bien achevée avec le prédécesseur du cardinal Martini, le cardinal Giovanni Colombo.

Un autre silence – celui qui entoure le cardinal Dionigi Tettamanzi, successeur du cardinal Martini – laisse deviner que l’ère des grands pasteurs "ambroisiens" et "borroméens" ne reprendra pas non plus avec l’actuel évêque de Milan.

Et d’expliquer pourquoi: selon lui, un évêque est grand lorsqu’il gouverne l’Eglise "par la chaleur et la certitude de la foi, par des initiatives et des œuvres concrètes, par la capacité de répondre aux attentes de l’époque non par des concessions et du conformisme mais en puisant dans le patrimoine inaliénable de la vérité". Bien évidemment, selon lui, le cardinaux Martini et Tettamanzi ne correspondent pas à ce profil.

Une autre personnalité qu’il critique sévèrement est le père Giuseppe Dossetti. Celui-ci, homme politique d’envergure dans sa jeunesse – et admiré alors par le cardinal Biffi lui-même – est devenu prêtre, moine, et consultant très actif du cardinal Lercaro pendant le Concile Vatican II. Il est à l’origine de l’"école de Bologne" et de l’interprétation du Concile comme une rupture avec le passé et un nouveau départ.

Le cardinal Biffi écrit que le père Dossetti a eu jusqu’à la fin "une obsession très forte et permanente pour la politique, qui perturbait sa vision d’ensemble". En outre, il lui reproche "des bases théologiques insuffisantes".

Le père Dossetti est l’homme qui a le plus influencé les orientations de l’élite intellectuelle de l’Eglise italienne dans la seconde moitié du XXe siècle.

Pour le cardinal Biffi, cependant, le leader spirituel italien qui a perçu le plus clairement la mission et les dangers de l’Eglise dans le monde actuel est le père Divo Barsotti, évoqué plusieurs fois dans le livre avec admiration.

La lecture des mémoires du cardinal Biffi est incontournable pour qui veut étudier l’évolution actuelle de l’Eglise. Ils en donnent une vision qui fait autorité et reste loin des idées reçues. Mais c’est aussi une lecture captivante et l’on est saisi dès les premières pages par une écriture brillante, toujours sobre et allant à l’essentiel.

Ces mémoires sont le récit d’une vie entièrement consacrée à l’Eglise. Quelques extraits sont reproduits ci-dessous: sur Jean XXIII, sur le Concile Vatican II et ses retombées, sur les "mea culpa" de Jean-Paul II et enfin sur le dernier conclave, avec le discours intégral – encore secret jusqu’à hier – que le cardinal Biffi avait adressé au pape à venir.

Un pape – ce serait Benoît XVI – qui, ce jour-là, était encore à élire. Et qui pourtant correspondait déjà tellement aux attentes de ce grand électeur.

Jean XXIII: bon pape, mauvais maître

(pp.177-179)

Le pape Jean XXIII est mort le jour de la Pentecôte, le 3 juin 1963. Moi aussi, je l’ai regretté, car j’éprouvais pour lui une sympathie irrésistible. J’étais séduit par ses gestes "hors des rites" et je me réjouissais de ses mots souvent surprenants et de ses remarques improvisées.

Il n’y avait que quelques phrases qui me laissaient perplexe. C’étaient justement celles qui conquéraient les âmes plus facilement que les autres, car elles apparaissaient conformes aux aspirations instinctives des hommes.

Il y avait par exemple, son jugement réprobateur concernant les "prophètes de malheur".

L’expression était devenue populaire et l’est restée. C’est bien naturel: les gens n’aiment pas les rabat-joie; ils préfèrent ceux qui promettent temps des lendemains qui chantent à ceux qui expriment des craintes et des réserves. Moi aussi, j’admirais là le courage et l’élan que manifestait, dans les dernières années de sa vie, ce "jeune" successeur de Pierre.

Mais je me souviens d’avoir été saisi presque immédiatement par un sentiment de perplexité. Au cours de l’histoire de la Révélation, ceux qui ont annoncé des châtiments et des catastrophes ont généralement été les vrais prophètes, comme par exemple Isaïe (chapitre 24), Jérémie (chapitre 4) et Ezéchiel (chapitres 4-11).

Jésus lui-même devrait, d’après ce que l’on lit au chapitre 24 de l’Evangile selon saint Matthieu, figurer parmi les "prophètes de malheur": les succès futurs et les joies à venir qu’il annonce ne concernent pas en général l’existence ici-bas mais la "vie éternelle" et le "Royaume des Cieux".

Dans la Bible, ce sont plutôt les faux prophètes qui proclament habituellement l’imminence d’heures tranquilles et rassurantes (voir le chapitre 13 du Livre d’Ezéchiel).

La phrase de Jean XXIII s’explique par ce qu’il ressentait à ce moment-là, mais elle ne doit pas être prise comme une vérité absolue. Au contraire, il est bon d’écouter aussi ceux qui ont des raisons d’alerter leurs frères, en les préparant à d’éventuelles épreuves, et ceux qui jugent utiles les invitations à la prudence et à la vigilance.

"Il faut plus regarder ce qui nous unit que ce qui nous divise". Cette phrase aussi – aujourd’hui répétée à l’envi et très appréciée, presque comme si elle était la règle d’or du "dialogue" – nous vient de l’ère Roncalli et nous en rappelle l’atmosphère.

C’est un principe de comportement plein de bon sens, que l’on doit prendre en compte lorsqu’il s’agit simplement de la vie en commun et des petites décisions du quotidien.

Mais il devient absurde et désastreux de par ses conséquences si on l’applique aux grandes questions de l’existence et particulièrement aux problèmes religieux.

Par exemple, le recours à cet aphorisme est opportun pour maintenir des rapports de bon voisinage dans une copropriété ou assurer l’efficacité rapide d’un conseil municipal.

Mais nous allons au devant de gros problèmes si nous nous en inspirons dans notre témoignage évangélique face au monde, notre engagement œcuménique ou notre dialogue avec les non-croyants. En vertu de ce principe, le Christ pourrait devenir la première et la plus illustre victime du dialogue avec les religions non chrétiennes. Le Seigneur Jésus a dit de lui-même – mais c’est une de ses paroles que nous avons tendance à censurer – "Je suis venu apporter la division" (Luc, 12, 51).

Pour les sujets importants, il ne peut y avoir qu’une seule règle: nous devons surtout nous concentrer sur ce qui est déterminant, substantiel, vrai, que cela nous divise ou nous unisse.

"On doit faire la distinction entre l'erreur et celui qui se trompe": voilà une autre maxime qui fait partie de l’héritage moral de Jean XXIII et qui a aussi influencé le catholicisme dans les années qui ont suivi.

L’idée est on ne peut plus juste et elle puise sa force dans l’enseignement de l’Evangile lui-même: l’erreur ne peut être que blâmée, détestée, combattue par les disciples de celui qui est la Vérité. Celui qui se trompe, en revanche est toujours – dans son humanité inaliénable –une image vivante, même si elle n’est qu’esquissée, du Fils de Dieu incarné. Il doit donc être respecté, aimé, aidé autant que possible.

Je ne pouvais cependant oublier, en réfléchissant à cette phrase, que la sagesse historique de l’Eglise n’a jamais réduit la condamnation de l’erreur à une pure et inefficace abstraction.

Il faut mettre en garde le peuple chrétien et le protéger de celui qui de fait sème l’erreur, sans pour autant cesser de chercher son véritable bien et sans juger la responsabilité subjective de qui que ce soit, que Dieu seul connaît.

A ce sujet, Jésus a transmis une directive précise aux chefs de l’Eglise: celui qui provoque le scandale par son comportement et par sa doctrine et qui ne se laisse convaincre ni par les avertissements personnels ni par la réprobation plus solennelle de l’Eglise, “qu'il soit pour toi comme un païen et un publicain” (cf. Matthieu 18,17); prévoyant et prescrivant ainsi l’institution de l’excommunication.

Les pièges de Vatican II: "aggiornamento" et "pastoralité"

(pp. 183-184)

Le pape Jean XXIII avait fixé au Concile, comme travail et comme objectif, le "renouvellement interne de l’Eglise". Une expression plus pertinente que le terme "aggiornamento" (autre mot roncallien) qui a cependant connu une réussite imméritée.

Ce n’était certes pas l’intention du souverain pontife, mais il y avait dans "aggiornamento" l’idée que la "nation sainte" se fixait comme but de chercher à être le plus conforme possible non pas au dessein éternel du Père et à sa volonté de salut (comme elle avait toujours cru devoir le faire lors de ses tentatives de juste "réforme"), mais à la "journée" (à l’histoire temporelle et terrestre). Ainsi, il donnait l’impression de céder à la "chronolâtrie", pour utiliser ce terme réprobateur créé par la suite par Jacques Maritain.

Jean XXIII rêvait d’un Concile qui parvienne au renouvellement de l’Eglise non pas par les condamnations mais par la "médecine de la miséricorde". En s’abstenant de condamner les erreurs, le Concile éviterait de ce fait de formuler des enseignements définitifs, contraignants pour tous. Dans les faits, il s’en est d’ailleurs toujours tenu à cette indication de départ.

La raison première et globale de ces indications était l’intention déclarée d’aspirer à un "Concile pastoral". Tous, au Vatican et en dehors, apparaissaient contents et satisfaits de ce qualificatif.

De mon côté, depuis mon recoin éloigné, je sentais naître en moi, malgré moi, un certain embarras. Le concept me paraissait ambigu et je trouvais un peu suspecte l’emphase avec laquelle on attribuait la "pastoralité" au Concile en cours. Peut-être voulait-on dire implicitement que les précédents Conciles n’avaient pas eu l’intention d’être "pastoraux" ou ne l’avaient pas été suffisamment?

N’était-il pas important du point de vue pastoral d’expliquer clairement que Jésus de Nazareth était Dieu et consubstantiel au Père, comme l’avait établi le Concile de Nicée? De préciser la réalité de la présence eucharistique et la nature sacrificielle de la messe, comme l’avait fait le Concile de Trente? De présenter le primat de Pierre dans toute sa valeur et toutes ses implications, comme l’avait enseigné le Concile Vatican I?

On comprend bien que le but déclaré était d’étudier surtout les meilleurs moyens et les outils les plus efficaces pour atteindre le cœur de l’homme, sans pour autant diminuer la considération positive à l’égard du magistère traditionnel de l’Eglise.

Mais on risquait d’oublier que la première et irremplaçable "miséricorde" pour l’humanité perdue est, selon ce qu’enseigne clairement la Révélation, la "miséricorde de la vérité". Une miséricorde qui ne peut être exercée sans la condamnation explicite, ferme, constante de toute déformation et de toute altération du "dépôt" de la foi qui doit être conservé.

Quelqu’un pouvait même penser, imprudemment, que la rédemption des fils d’Adam dépendait plus de nos talents de flatterie et de persuasion que de la stratégie en vue du salut prévue par le Père avant tous les siècles, totalement centrée sur l’événement pascal et sur son annonce. Une annonce “sans les discours persuasifs de la sagesse humaine” (cf. 1 Corinthiens 2,4). Pendant la période postconciliaire, cela n’a pas seulement été un danger.

A propos du communisme Jean-Paul II avait raison: le Concile n’aurait pas dû se taire

(pp. 184-186)

Le communisme: le Concile n’en parle pas. Si l’on parcourt l’index systématique avec attention, on est frappé par ce silence catégorique.

Le communisme a été assurément le phénomène historique le plus imposant, le plus durable, le plus débordant du XXe siècle. Le Concile, qui avait pourtant proposé une Constitution sur l’Eglise et le monde contemporain, n’en parle pas.

Depuis son triomphe en Russie en 1917, le communisme avait déjà réussi en un demi-siècle à faire plusieurs dizaines de millions de morts, des victimes de la terreur de masse et de la plus inhumaine des répressions. Le Concile n’en parle pas.

Le communisme (et c’était la première fois dans l’histoire de la bêtise humaine) avait pratiquement imposé, aux populations qui lui étaient assujetties, l’athéisme qui constituait une sorte de philosophie officielle et, paradoxalement, de "religion d’état". Le Concile, qui se penche pourtant sur le cas de athées, n’en parle pas.

Dans les années mêmes où se déroulait la réunion œcuménique, les prisons communistes étaient encore le lieu de souffrances indicibles et d’humiliations infligées à de nombreux "témoins de la foi" (évêques, prêtres, laïcs croyant fermement au Christ). Le Concile n’en parle pas.

On est loin des prétendus silences face aux aberrations criminelles du nazisme, que certains catholiques eux-mêmes (y compris parmi les participants au Concile) ont reprochés par la suite à Pie XII!

Au cours de ces années, même si je sentais que cette réserve était tout à fait anormale de la part d’une assemblée qui avait discuté de presque tout, je ne m’en suis pas du tout scandalisé. Au contraire, je dois dire que je comprenais les aspects positifs de cette position. Non pas tant en raison de la possibilité, qui se profilait ainsi, de négocier avec les régimes communistes la participation souhaitable au Concile des évêques qu’ils contrôlaient. Mais plutôt parce que l’on pouvait prévoir que toute prise de position, même la plus timide et la plus surveillée, déclencherait un durcissement des persécutions, alourdissant ainsi un peu plus encore la croix de nos frères persécutés.

Au fond, tous étaient convaincus, au moins inconsciemment, que le communisme était un phénomène tellement imposant qu’il serait désormais irréversible. Par la force des choses, il fallait donc s’habituer à en tenir compte, pour une durée indéterminée.

En y regardant bien, c’était au fond ce qui justifiait aussi l’Ostpolitik ("politique de dialogue et d’ententes souhaitables avec les Pays de l’Est") du Saint-Siège (de Jean XXIII et de Paul VI). Une telle politique nous semblait sainement réaliste et historiquement opportune.

Une personne n’a jamais partagé cette perspective: Jean-Paul II (comme je l’ai compris lors d’un entretien en 1985). Il a eu raison.

Sur les "mea culpa" Jean-Paul II s’est corrigé, mais pas assez

(p. 536)

Le 7 juillet 1997, Jean-Paul II m’avait très aimablement invité à déjeuner. Il avait étendu l’invitation au maître des cérémonies de mon archevêché, le père Roberto Parisini, qui m’a accompagné et reste donc le témoin précieux de l’épisode.

Pendant le repas, le Saint-Père me dit à un moment donné: "Avez-vous vu que nous avons changé la phrase de la lettre apostolique ‘Tertio millenio adveniente ?".

Le projet, qui avait été envoyé avant publication aux cardinaux, comportait cette expression : "L’Eglise reconnaît comme siens les péchés de ses fils ". Une expression qui – comme je l’ai signalé avec une franchise respectueuse – était irrecevable. Dans le texte définitif, le raisonnement avait changé comme suit: "L’Eglise reconnaît toujours comme siens ses fils pécheurs ". Le pape avait tenu à me le rappeler à ce moment, sachant qu’il me ferait plaisir.

J’ai répondu en exprimant ma vive reconnaissance et en manifestant ma pleine satisfaction du point de vue théologique. Cependant, j’ai cru nécessaire d’ajouter une réserve à caractère pastoral. Selon moi, l’initiative inédite de demander pardon pour les erreurs et les incohérences des siècles passés scandaliserait les "petits", les préférés du Seigneur Jésus (cf. Matthieu 11,25). Le peuple des fidèles, en effet, ne sachant pas vraiment faire de distinctions théologiques, verrait sa sereine adhésion au mystère ecclésial – ce dernier étant (toutes les professions de foi nous le disent) essentiellement un mystère de sainteté – perturbée par ces auto-accusations.

Le pape m’a alors répondu textuellement: "Oui, c’est vrai. Il faudra y penser". Malheureusement, il n’y a pas assez pensé.

Conclave 2005: ce que j’ai dit au futur pape

(pp. 614-615)

Pour les cardinaux, les jours les plus éprouvants sont ceux qui précédent immédiatement le conclave. Le Sacré Collège se réunit quotidiennement de 9h30 à 13 heures, en une assemblée où chacun des participants est libre de dire tout ce qu’il pense.

On devine cependant qu’il n’est pas possible de traiter en public la question qui préoccupe le plus les électeurs du futur évêque de Rome: qui devons-nous choisir?

C’est ainsi que, finalement, chaque cardinal a tendance à parler surtout de ses problèmes et de ses ennuis: ou mieux, des problèmes et des ennuis de sa communauté chrétienne, de son pays, de son continent, du monde entier. Cet examen général, spontané et inconditionnel des informations et des jugements est certainement très utile. Mais le tableau qui en résulte n’est certainement pas des plus encourageants.

Mon état d’âme et ma pensée principale à ce moment apparaissent dans le discours que je me suis décidé à prononcer, après de nombreuses hésitations, le vendredi 15 avril 2005. En voici le texte:

"1. Après avoir écouté toutes les interventions – justes, opportunes, passionnées – qui se sont succédé ici, je voudrais exprimer au futur pape (qui m’écoute) toute ma solidarité, ma sympathie, ma compréhension et un peu de ma compassion fraternelle. Mais je voudrais aussi lui conseiller de ne pas trop se préoccuper de tout ce qu’il a entendu ici et de ne pas trop s’effrayer. Le Seigneur Jésus ne lui demandera pas de résoudre tous les problèmes du monde. Il lui demandera de l’aimer d’un amour extraordinaire: 'M’aimes-tu plus que ceux-ci?’ (cf. Jean 21, 15). Dans une bande dessinée qui nous vient d’Argentine, Mafalda, j’ai trouvé il y a quelques années une phrase qui me vient souvent à l’esprit en ce moment: ‘J’ai compris – disait cette petite fille terrible et perspicace – le monde est plein de problémologues, mais les solutionologues sont rares’.

"2. Je voudrais dire au futur pape de faire attention à tous les problèmes. Mais avant cela, et plus encore, de se rendre compte de l’état de confusion, de désorientation, d’égarement qui afflige actuellement le peuple de Dieu, et surtout les ‘petits’.

"3. Il y a quelques jours, j’ai écouté à la télévision une religieuse âgée et pieuse qui répondait en ces termes au journaliste: ‘Ce pape qui est mort a surtout été grand parce qu’il nous a appris que toutes les religions sont égales’. Je ne sais pas si Jean-Paul II aurait beaucoup apprécié un éloge tel que celui-là.

"4. Enfin, je voudrais signaler au nouveau pape Benoît XVI l’affaire incroyable de la déclaration ‘Dominus Jesus' : un document explicitement partagé et approuvé publiquement par Jean Paul II; un document pour lequel je tiens à remercier vivement le cardinal Ratzinger. Jamais, en 2000 ans – depuis le discours de Pierre après la Pentecôte – on n’avait ressenti la nécessité de rappeler cette vérité: Jésus est l’unique et indispensable Sauveur de tous. Cette vérité est, pour ainsi dire, le degré minimum de la foi. C’est la certitude primordiale, c’est pour les croyants la donnée la plus simple et la plus essentielle. Jamais, en 2000 ans, elle n’a été remise en doute, pas même pendant la crise de l’arianisme ni à l’occasion du déraillement de la Réforme protestante. Qu’il ait fallu rappeler cette vérité à notre époque montre à quel point la situation est grave aujourd’hui. Pourtant, ce document, qui rappelle la certitude primordiale, la plus simple, la plus essentielle, a été contesté. Il a été contesté à tous les niveaux. A tous les niveaux de l’action pastorale, de l’enseignement de la théologie, de la hiérarchie.

"5. On m’a raconté qu’un bon catholique avait proposé à son curé de faire une présentation de la déclaration ‘Dominus Iesus’ à la communauté paroissiale. Le curé (un prêtre par ailleurs excellent et bien intentionné) lui a répondu: Laissez tomber. C’est un document qui divise’. ‘Un document qui divise’. Belle découverte! Jésus lui-même a dit: ’Je suis venu apporter la division’ (Luc, 12, 51). Mais trop de paroles de Jésus se retrouvent aujourd’hui censurées par la chrétienté; au moins par la chrétienté la plus bavarde".

Le livre, en vente à partir du 30 octobre 2007:
Giacomo Biffi, "Memorie e digressioni di un italiano cardinale [Mémoires et digressions d’un italien cardinal]", Cantagalli, Sienne, 2007, 640 pages, 23,90 euros.
Italian Le memorie del Cardinal Biffi: “Da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI”
Oct 28, 2007
ROMA, venerdì, 26 ottobre 2007(ZENIT.org).- Per gentile concessione della casa editrice, pubblichiamo un estratto del volume autobiografico del Cardinale Giacomo Biffi, Arcivescovo emerito di Bologna, dal titolo: "Memorie e digressioni di un italiano cardinale" (Edizioni Cantagalli, Siena, 2007, pp. 640, Euro 23,90).

CAPITOLO QUINTO

DA GIOVANNI PAOLO II A BENEDETTO XVI

Ogni alternanza sulla sede di Pietro costituisce una svolta e di solito determina l’inizio di un’era nuova, non solo nella vita della cattolicità, ma anche nella vicenda umana. Da cardinale è ovvio che abbia potuto seguire l’ultima più da vicino e con maggior interesse, anche per una conoscenza abbastanza diretta dei protagonisti. Eppure, più che nelle altre occasioni, in quei giorni, collocati in questo mio “tempo di attesa” dominava in me il pensiero che le vicissitudini ecclesiali mettono in luce più che altro la permanenza rasserenante del Signore Gesù, unico Re e Salvatore di tutti, che colma di sé tanto l’e terno Regno di Dio, quanto le epoche della nostra sto ria di quaggiù. Nel ripetuto cambiare di coloro che sono successivamente chiamati a diventare tra noi i “vicari del l’a more di Cri sto” (come dice sant’Ambrogio), diventa ancora più evidente e consolante che «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e nei secoli» (Eb 13,8).

La morte di Giovanni Paolo II

Papa Wojtyla concluse la sua splendida giornata terrena sabato 2 aprile 2005. Ne provai un dolore acutissimo, come avviene quando ci lascia una persona molto amata. Da lui mi sono sempre sentito compreso e considerato con stupefacente benevolenza. Fin dai primi giorni del suo pontificato ho avuto la gioia di una gratificante sintonia con i suoi pensieri e coi suoi insegnamenti. Mi ha ripetutamente aiutato nel mio ministero bolognese, e ha dimostrato quanto gli fosse cara la nostra città, visitandola per ben tre volte.

Nella prima parte del suo pontificato la sua grandezza si è rivelata segnatamente per la capacità di annunciare a tutti con forza Cristo, centro e senso di ogni esistenza e sola speranza dell’uomo, e di ridare vitalità e slancio alla Chiesa, senza curarsi troppo delle critiche e delle opposizioni circospette o palesi. Negli ultimi anni è stato ammirevole primariamente per la sua totale adesione alla “via della croce”, purificandosi e arricchendosi interiormente con un’esemplare accettazione della sofferenza e del decadimento fisico.

Prima del conclave

I giorni più faticosi per i cardinali sono quelli che precedono immediatamente il conclave. Il Sacro Collegio si raduna quotidianamente dalle ore 9,30 alle ore 13, in un’assemblea dove ciascuno dei presenti è libero di dire tutto ciò che crede. S’intuisce però che non si possa trattare pubblicamente l’argomento che più sta a cuore agli elettori del futuro vescovo di Roma: chi dobbiamo scegliere? E così va a finire che ogni cardinale è tentato di citare più che altro i suoi problemi e i suoi guai: o meglio, i problemi e i guai della sua cristianità, della sua nazione, del suo continente, del mondo intero. È senza dubbio molto utile questa generale, spontanea, incondizionata rassegna delle informazioni e dei giudizi. Ma senza dubbio il quadro che ne risulta non è fatto per incoraggiare.

Il mio intervento

Quale fosse nell’occasione il mio stato d’animo e quale la mia riflessione prevalente emerge dall’intervento che dopo molte perplessità mi sono deciso a pronunciare il venerdì 15 aprile. Eccone il testo:

1. «Dopo aver ascoltato tutti gli interventi – giusti opportuni appassionati – che qui sono risonati, vorrei esprimere al futuro papa (che mi sta ascoltando) tutta la mia solidarietà, la mia simpatia, la mia comprensione, e anche un po’ della mia fraterna compassione. Ma vorrei suggerirgli anche che non si preoccupi troppo di tutto quello che qui ha sentito e non si spaventi troppo. Il Signore Gesù non gli chiederà di risolvere tutti i problemi del mondo. Gli chiederà di volergli bene con un amore straordinario: “Mi ami tu più di costoro?” (cfr. Gv 21,15). In una “striscia” e “fumetto” che ci veniva dall’Argentina, quella di Mafalda, ho trovato diversi anni fa una frase che in questi giorni mi è venuta spesso alla mente: “Ho 614 capito; – diceva quella terribile e acuta ragazzina – il mondo è pieno di problemologi, ma scarseggiano i soluzionologi”.

2. «Vorrei dire al futuro papa che faccia attenzione a tutti i problemi. Ma prima e più ancora si renda conto dello stato di confusione, di disorientamento, di smarrimento che affligge in questi anni il popolo di Dio, e soprattutto affligge i “piccoli”.

3. «Qualche giorno fa ho ascoltato alla televisione una suora anziana e devota che così rispondeva all’intervistatore: “Questo papa, che è morto, è stato grande soprattutto perché ci ha insegnato che tutte le religioni sono uguali”. Non so se Giovanni Paolo II avrebbe molto gradito un elogio come questo.

4. «Infine vorrei segnalare al nuovo papa la vicenda incredibile della Dominus Iesus: un documento esplicitamente condiviso e pubblicamente approvato da Giovanni Paolo II; un documento per il quale mi piace esprimere al cardinal Ratzinger la mia vibrante gratitudine. Che Gesù sia l’unico necessario Salvatore di tutti è una verità che in venti secoli – a partire dal discorso di Pietro dopo Pentecoste – non si era mai sentito la necessità di richiamare. Questa verità è, per così dire, il grado minimo della fede; è la certezza primordiale, è tra i credenti il dato semplice e più essenziale. In duemila anni non è stata mai posta in dubbio, neppure durante la crisi ariana e neppure in occasione del deragliamento della Riforma. L’averla dovuta ricordare ai nostri giorni ci dà la misura della gravità della situazione odierna. Eppure questo documento, che richiama la certezza primordiale, più semplice, più essenziale, è stato con testato. È stato contestato a tutti i livelli: a tutti i livelli dell’azione pastorale, dell’insegnamento teologico, della gerarchia.

5. «Mi è stato raccontato di un buon cattolico che ha proposto al suo parroco di fare una presentazione della Dominus Iesus alla comunità parrocchiale. Il parroco (un sacerdote per altro eccellente e ben intenzionato) gli ha risposto: “Lascia perdere. Quello è un documento che divide”. “Un documento che divide”. Bella scoperta! Gesù stesso ha detto: “Io sono venuto a portare la divisione” (Lc 12,51: diamerismòn). Ma troppe parole di Gesù oggi risultano censurate dalla cristianità; almeno dalla cristianità nella sua pars loquacior».

Il conclave

È stata un’esperienza esaltante di comunione ecclesiale. Percepivamo di essere come avvolti dall’intensa e appassionata preghiera della moltitudine di coloro che amavano sinceramente la Chiesa. Tutto nel conclave è organizzato e predisposto al servizio della speditezza e di un garantismo assoluto; e ogni cosa per ciò è facilitata. I cardinali devono solo pensare a votare. Siamo entrati in clausura nel pomeriggio di lunedì 18 aprile e col primo scrutinio pomeridiano di martedì 19 aprile il quorum è stato raggiunto. In meno di ventiquattro ore si è avuto il nuovo papa nella persona di Joseph Ratzinger. La nostra gioia è stata grande, come è stata grande in tutta la cattolicità la gioia dei “piccoli”.

Il nostro divertimento si è poi accresciuto con la lettura delle analisi e delle previsioni dei “sapienti” e degli “intelligenti” che, in virtù della scienza infusa della loro impavida “ecclesiolalìa”, “sapevano” che noi eravamo irriducibilmente divisi e contrapposti. E non si sono ricreduti neppure dopo, neppure davanti all’evento indiscutibile di una elezione così rapida, conseguita nel rispetto di una normativa che ci imponeva di superare i due terzi dei votanti: hanno continuato a parlare di grande divisione tra i cardinali.

L’ideologia non si arrende mai, quale che sia l’evidenza della realtà effettuale che la smentisce. Il nuovo papa Benedetto XVI ha conquistato il popolo dei credenti fin dalla sua prima apparizione al balcone e dalle prime parole. E nei giorni successivi l’ammirazione e l’affetto si sono ampliati per la chiarezza e il mite vigore del suo annuncio evangelico, la gentilezza naturale del suo tratto, la straordinaria attitudine a farsi capire da ogni ascoltatore. Ancora una volta il Signore aveva provveduto doviziosamente alla sua Sposa; e tutti siamo stati consolati.
Italian Mafalda in conclave con il cardinale Biffi
Oct 28, 2007
Nell’autobiografia dell’arcivescovo di Bologna molti episodi curiosi E non mancano le critiche a Giovanni XXIII e Wojtyla.

(Il Giornale, 2007-10-27) E il cardinale in conclave citò il fumetto di Mafalda. Esce in questi giorni in libreria l’autobiografia del cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo emerito di Bologna, intitolata Memorie e divagazioni di un italiano cardinale (Cantagalli, pagg. 636, euro 23,90), un volume che si legge tutto d’un fiato e rappresenta un eccezionale spaccato della vita della società italiana e della Chiesa degli ultimi settant’anni. Tanti gli aneddoti e i retroscena raccontati da questo «italiano cardinale» che non ha mai nascosto il suo pensiero dietro fumosi giri di parole o stile «ecclesialese» e ha sempre detto pane al pane e vino al vino senza temere di apparire controcorrente o politicamente scorretto.
Uno degli episodi più curiosi del libro riguarda l’ultimo conclave, dell’aprile 2005, dal quale è uscito Papa (par di capire anche grazie al contributo di Biffi) il cardinale Ratzinger. In uno degli incontri che quotidianamente i porporati tenevano prima di rinchiudersi a votare, il 15 aprile, Biffi intervenne dicendo: «Vorrei esprimere al futuro Papa (che mi sta ascoltando) tutta la mia solidarietà, la mia simpatia, la mia comprensione, e anche un po’ della mia fraterna compassione. Ma vorrei suggerirgli anche di non preoccuparsi troppo di quello che qui ha sentito e non si spaventi troppo. Il Signore Gesù non gli chiederà di risolvere tutti i problemi del mondo. Gli chiederà di volergli bene con un amore straordinario... In una “striscia” e “fumetto” che ci veniva dall’Argentina, quella di Mafalda - continua Biffi - ho trovato diversi anni fa una frase che in questi giorni mi è venuta spesso alla mente: “Ho capito - diceva quella terribile e acuta ragazzina - il mondo è pieno di problemologi, ma scarseggiano i soluzionologi”».
Dirette e per nulla paludate sono anche le critiche che il cardinale rivolge al Concilio Vaticano II e a Giovanni XXIII. Al primo, Biffi rimprovera il silenzio sul comunismo. «Comunismo: il Concilio non ne parla. Se si percorre con attenzione l’accurato indice sistematico, fa impressione imbattersi in questo categorico asserto. Il comunismo è stato senza dubbio il fenomeno storico più imponente, più duraturo, più straripante del secolo ventesimo; e il Concilio, che pure aveva proposto una Costituzione sulla Chiesa e il mondo contemporaneo, non ne parla. Il comunismo - continua il cardinale - a partire dal suo trionfo in Russia nel 1917, in mezzo secolo era già riuscito a provocare molte decine di milioni di morti, vittime del terrore di massa e della repressione più disumana; e il Concilio non ne parla. Il comunismo (ed era la prima volta nella storia delle insipienze umane) aveva praticamente imposto alle popolazioni assoggettate l’atesimo, come una specie di filosofia ufficiale e di paradossale “religione di stato”; e il Concilio, che pur si diffondeva sul caso degli atei, non ne parla. Negli stessi anni in cui si svolgeva l’assise ecumenica, le prigioni comuniste erano ancora luoghi di indicibili sofferenze e di umiliazioni inflitte a numerosi “testimoni della fede” (vescovi, presbiteri, laici convinti credenti in Cristo); e il Concilio non ne parla». «Altro che i supposti silenzi nei confronti delle criminose aberrazioni del nazismo - conclude - che persino alcuni cattolici (anche tra quelli attivi al Concilio) hanno poi rimproverato a Pio XII!».
Di Papa Giovanni, invece, Biffi critica alcune espressioni divenute poi il Leitmotiv del pontificato. Quella contro i «profeti di sventura». E in proposito il cardinale ricorda che in realtà a proclamare «l’imminenza di ore tranquille e rasserenate, nella Bibbia sono piuttosto i falsi profeti». Quanto alla necessità di guardare più a ciò che unisce invece che a ciò che divide, Biffi lo definisce un principio assennato per quanto concerne i problemi della quotidianità «ma guai se ce ne lasciamo ispirare nella testimonianza evangelica di fronte al mondo» perché «in virtù di questo principio, Cristo potrebbe diventare la prima e più illustre vittima del dialogo con le religioni non cristiane».
Non manca pure un accenno al dissenso che il cardinale ebbe con Giovanni Paolo II in merito al «mea culpa» per gli errori del passato promosso in occasione del Giubileo: «A mio avviso avrebbe scandalizzato i “piccoli”». «Il Papa - continua Biffi - testualmente allora disse: “Sì, questo è vero. Bisognerà pensarci su”. Purtroppo non ci ha pensato abbastanza».
Colpiscono infine nel libro anche le cose non dette: l’autore dedica pochissime righe al cardinale Carlo Maria Martini, del quale fu ausiliare per più anni, limitandosi a dire che con la fine dell’episcopato del suo predecessore, il cardinale Colombo, era finita «un’epoca tra le più luminose e feconde della nostra vicenda ecclesiale (milanese, ndr) per il calore e la certezza della fede».
Italian La Cei riscopre il cardinale Biffi: «Negli ingressi preferire i cristiani»
May 25, 2007
La famosa lettera pastorale “La città di San Petronio nel terzo millennio” dell’allora arcivescovo di Bologna Giacomo Biffi, resta un “classico” sul problema dell’immigrazione visto dai cristiani.

(La Padania, 24/05/2007)) Città del Vaticano - Il documento che esortava le autorità dello Stato italiano ad aprire con prudenza le porte all’immigrazione, e a preferire gli immigrati cattolici agli islamici, è stato ripreso da monsignor Benigno Papa, arcivescovo di Taranto e e vice presidente uscente della Cei. Alla 57esima Assemblea generale dei vescovi italiani, monsignor Papa ha convenuto che «l’integrazione degli immigrati sarebbe più semplice se si trattasse di persone di religione cristiana». Ricordando le affermazioni del cardinale Biffi, monsignor Papa ha affermato che «quei criteri sono ragionevoli, se si pensa al futuro del Paese come un luogo dove l’immigrato sia realmente integrato». «La storia - ha concluso il prelato - ha dato ragione al cardinal Biffi, lo vediamo ogni giorno».
Nella lettera pastorale dell’arcivescovo emerito bolognese si evidenziano con coraggio alcune affermazioni “politicamente scorrette”. In primo luogo Biffi sostiene che non è irrilevante la fede religiosa degli stranieri immigrati nel nostro Paese. E che per gli immigrati di religione musulmana, occorre tenere presente una serie di diversità culturali a notevole rilevanza pubblica (dalle forme di alimentazione, al giorno festivo osservato, al diritto di famiglia, alla condizione sociale e giuridica della donna, alla concezione del rapporto tra comunità civile e comunità religiosa). La “preferenza” agli immigrati cristiani va dunque accordata per motivi di prudenza e per il fatto che il cattolicesimo è parte del patrimonio storico del popolo italiano e che, come tale, presenta una rilevanza particolare nella vita civile del Paese.
English Antichrist is an ecumenist, Vatican preacher warns
Mar 11, 2007
Excesses of ecumenism and a tendency to downplay the Cross of Christ reflect the spirit of the Antichrist, Cardinal Giacomo Biffi warned Pope Benedict XVI (bio - news) and the leaders of the Roman Curia.

Vatican, Mar. 1, 2007 (CWNews.com) - In a meditation preached during the Lenten Retreat for Vatican leaders this week, the outspoken Italian cardinal cited the vision of the Russian philosopher Vladimir Soloviev. “The Antichrist presents himself as a pacifist, ecologist, and ecumenist,” he said.

Cardinal Biffi decried the tendency of some Catholics to promote vague spiritual goals, rather than stressing the centrality of Christ’s Sacrifice. “Today,” he said, “we run the risk of having a Christianity that puts aside Jesus, the Cross, and the Resurrection.” He warned against the temptation to faith in Christ to “a mere set of values.”

Recalling Soloviev’s portrait of the Antichrist, the preacher said that the Antichrist waters down the truths of the faith, making concessions to satisfy every interest, and steadily gaining popularity. “The crowds follow him,” the cardinal said, “except for little groups of Catholics, Orthodox, and Protestants.”

This lingering remnant, Cardinal Biffi said, levels the charge against the Antichrist: “You have given us everything except the one thing that we want: Jesus Christ.”

(The cardinal’s meditations are being preached during private sessions in the Redemptoris Mater chapel of the apostolic palace. But Vatican Radio provided a summary of his talk.)
French Le card. Biffi évoque « l’avertissement prophétique » de Soloviev
Mar 01, 2007
Le christianisme ne doit pas être réduit à un ensemble de valeurs partagées par tous, a rappelé le cardinal Giacomo Biffi mardi après-midi, lors de sa prédication de la retraite au Vatican consacrée à une réflexion sur le grand penseur russe Vladimir Soloviev.

ROME, Mercredi 28 février 2007 (ZENIT.org) - Le cardinal Biffi a cité ce qu’il appelle « l’avertissement prophétique » de Soloviev. Radio Vatican présente une synthèse de la prédication du cardinal.

L’enseignement du grand philosophe russe est que le christianisme, disait l’archevêque émérite de Bologne, ne peut pas être réduit à un ensemble de valeurs. Ce qui fait en effet le chrétien, c’est la rencontre personnelle avec le Christ.

Des jours viendront, avertissait en substance le philosophe russe, où, dans la chrétienté, on tentera de réduire le fait du salut à une simle série de valeurs.

Le cardinal Biffi citait la dernière œuvre de Soloviev, « Les Trois Entretiens » (1899-1900), et le récit de l’antéchrist.

Soloviev, faisait-il observer, avait prophétisé les tragédies du XXe siècle.

Dans « Les Trois Entretiens », expliquait-il, Soloviev présentait l’antéchrist comme pacifiste, écologiste et œcuménique : il convoque un concile œcuménique, et cherche le consensus de toutes les confessions chrétiennes, en concédant quelque chose à chacun. Les masses le suivent, excepté de petits groupes de catholiques, d’orthodoxes et de protestants qui lui disent : « Tu nous donnes tout, excepté ce qui nous intéresse : Jésus-Christ ».

Ce récit, commentait le cardinal Biffi, contient pour nous un avertissement : aujourd’hui, nous courons en effet le risque d’avoir un christianisme qui met Jésus, sa Croix et sa Résurrection, entre parenthèses.

Certes, faisait-il observer, si l’on se limitait à parler de valeurs partagées, nous serions bien plus acceptables dans les émissions télévisées et dans les salons. Mais ce serait renoncer à Jésus, à la réalité bouleversante de la résurrection.

Tel a été l’avertissement de Soloviev aux chrétiens de notre temps, ajoutait le cardinal italien.

Le Fils de Dieu, continuait-il, ne peut pas être traduit par une série de projets homologables par la mentalité mondaine dominante. Cependant, cela ne signifie pas une condamnation des valeurs qui doivent cependant être soumises à un discernement attentif.

Il existe, soulignait le cardinal Biffi, des valeurs absolues comme le bien, le vrai, le beau. Qui les perçoit et les aime, aime aussi le Christ, même s’il ne le sait pas, parce que Lui est la Vérité, la Beauté, la Justice.

Et puis il y a les valeurs relatives comme la solidarité, l’amour de la paix, et le respect de la nature. Si on les absolutise, en les déracinant ou même en les opposant à l’annonce du fait du salut, alors, ces valeurs deviennent des instigations à l’idolâtrie, et des obstacles sur le chemin du salut.

Si donc, concluait le cardinal Biffi, pour s’ouvrir au monde, et pour dialoguer avec tous, le chrétien mitige le fait salvifique, il empêche la connexion personnelle avec le Christ, et il se retrouve du côté de l’antéchrist.

Rappelons que le philosophe russe est né à Moscou en 1853, dans un milieu traditionnel orthodoxe. Adolescent, il abandonna toute pratique religieuse, avant de revenir à la foi vers 1870.

Il se fera, en milieu orthodoxe l’ambassadeur du dialogue œcuménique. Mais des critiques lui vinrent du côté orthodoxe comme du côté catholique, provoquant en lui un certain découragement.

En 1877, il s’était lié d’une amitié profonde avec Dostoïevski. En 1881, l’assassinat du tsar Alexandre II provoqua en lui également une profonde remise en cause de l’idée qu’il se faisait de la Russie. Il s’éteignit en 1900 assisté par un prêtre orthodoxe.

Sur le grand penseur russe, on pourra lire les différents livre du Père Patrick de Laubier, fondateur de la Société Soloviev à Genève.
Italian Il Cardinal Biffi al Papa e alla Curia: il Cristianesimo, “novità senza confronti nella storia dell'umanità”
Feb 27, 2007
Nella terza giornata di esercizi spirituali per la Quaresima.

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 27 febbraio 2007 (ZENIT.org).- E' l’irruzione di Cristo e della sua opera redentrice a fare del Cristianesimo “una novità senza confronti nella storia dell’umanità”: è quanto ha sottolineato questo martedì il predicatore degli esercizi spirituali ai quali partecipa Benedetto XVI.

Così ha detto nella prima meditazione dopo la celebrazione delle Lodi Mattutine il Cardinale Giacomo Biffi, Arcivescovo emerito di Bologna, nel ricordare che per la prima comunità cristiana accanto al Dio di Israele c’è anche Gesù di Nazareth Crocifisso e Risorto.

“Cercate le cose di lassù” è l’argomento sul quale il porporato sta offrendo le sue meditazioni, dal pomeriggio della scorsa domenica, al Papa e ai suoi collaboratori della Curia Romana nella Cappella “Redemptoris Mater” del Palazzo Apostolico del Vaticano.

“Gli Apostoli, pur rimanendo ebrei coerenti e leali, sono arrivati ad adorare il Figlio di Maria come il dominatore dei tempi, come il centro di tutto”, ha affermato il Cardinale, secondo quanto rivelato in una sintesi della sua predica offerta dalla “Radio Vaticana”.

E seppure “gli Apostoli non propongono (...) agli uomini una religione diversa da quella in cui sono vissuti”, il Cristianesimo che “nasce all’interno della fede di Israele” è “una novità senza confronti nella storia dell’umanità”, ha continuato.

“Il fatto centrale ed onnicomprensivo – ha detto il Cardinale Biffi – è l’irruzione di Cristo e della sua opera redentrice. Gli Apostoli si imbattono in un uomo che rompe ogni schema”.

Ma è soprattutto dopo la Pasqua di Risurrezione, ha rammentato, che “gli Apostoli sono costretti a rileggere tutti gli episodi della vita di Cristo. Sono costretti ad arrendersi, ad ammettere che sono entrati in contatto con Qualcuno che sta sopra ogni essere”

Nella seconda meditazione, dopo la celebrazione dell’Ora Terza, il Cardinale Biffi ha rilevato che a differenza di quanto accadeva in passato “credere nel valore unico e indispensabile della Croce può farci apparire come uomini dalle vie ristrette e dall’animo incapace di comprensione e aperture verso quanto di vero e di buono c’è nel mondo extracristiano”.

Tuttavia, ha avvertito il porporato, “ogni umanesimo separato dalla conoscenza di Cristo o programmaticamente avverso alla fede cristiana dà immancabilmente luogo ad una società disumana e questa è la lezione tragica che ci ha impartito il secolo XX”.

Nel pomeriggio di ieri, il Cardinale Biffi ha quindi voluto ricordare la testimonianza luminosa del Beato Alfredo Ildefonso Schuster, Arcivescovo di Milano per 25 anni, dal 1929 al 1954, “un maestro e un modello – ha detto – perché era un testimone convincente del mondo invisibile.”

“Negli ultimi giorni della sua vita – ha raccontato il porporato –, volle incontrare i seminaristi e disse loro: ‘La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione, ma di fronte alla santità ancora crede, ancora si inginocchia e prega. Non dimenticate che il diavolo non ha paura dei nostri campi sportivi e dei nostri cinematografi, ma ha paura della nostra santità’”.
French Retraite annuelle au Vatican prêchée par le cardinal Giacomo Biffi
Feb 20, 2007
Sur le thème : « Les choses d’en-haut »

ROME, Mardi 20 février 2007 (ZENIT.org) – La retraite annuelle au Vatican sera prêchée cette année par le cardinal Giacomo Biffi, archevêque émérite de Bologne, sur le thème : « Les choses d’en-haut ».

La retraite commencera, comme à l’accoutumée, dimanche prochain, 25 février, premier dimanche de carême, à 18 heures, avec les vêpres et l’adoration du Saint-Sacrement, suivies de l’introduction de la retraite. Elle s’achèvera le samedi suivant, 3 mars, après la prière des laudes et la réflexion de conclusion. Elle se tiendra en la chapelle Redemptoris Mater du Vatican.

Le cardinal Biffi s’inspirera de la lettre de saint Paul aux Colossiens : « Cherchez les choses d’en-haut, où se trouve le Christ, assis à la droite de Dieu : pensez aux choses d’en-haut et non à celles de la terre » (Col 3, 1-2).

Pendant la retraite du pape et de la curie romaine, les audiences sont suspendues y compris l’audience du mercredi.
French Le Cardinal Biffi et l'immigration
Aug 05, 2006
Ce discours du cardinal Biffi sur l'immigration date du 8 octobre 2004 mais il garde toute son actualité. Surtout, il présente un certain réalisme par rapport à certains discours épiscopaux, tels qu'on a pu en entendre en France. Ce qui est vrai pour l'Italie semble être aussi vrai pour la France. Le texte complet peut être consulté ici. En voici quelques extraits:

(chrétienté.info, 2 août 2006) " Il me semble que jusqu’à présent l’on n’a pas accordé à ce problème l’attention pastorale qu’il mérite, et que l’on a manqué de réalisme dans la façon de l’évaluer et de l’affronter. [On ne peut pas] déduire – si on veut être vraiment "laïque" au-delà de tous les impératifs idéologiques – qu’une nation n’a pas le droit de contrôler et de régler l’afflux des gens qui veulent y entrer à tout prix. On peut encore moins en déduire qu’elle a le devoir d’ouvrir sans discernement ses propres frontières.

Il faut dire au contraire que tout projet viable d’insertion pacifique suppose et exige que les entrées soient surveillées et fassent l’objet de réglementations. Entre autres, il est évident pour tous que les entrées arbitraires – quand elles ont la réputation d’être assez facilement réalisables – déterminent fatalement, d’une part le développement incontrôlé de la misère et du désespoir (et souvent de dangereuses apparitions d’intolérance et de rejet absolu des étrangers), d’autre part le développement d’une industrie criminelle qui exploite ceux qui aspirent à passer clandestinement les frontières. […] Celui qui vient chez nous doit savoir dès le début qu’il lui sera demandé, comme contrepartie nécessaire de l’hospitalité, le respect de toutes les règles de vie en commun qui sont en vigueur chez nous, y compris les lois fiscales."

Voici le passage qui me semble être le plus intéressant :

"Une introduction considérable d’étrangers dans notre péninsule est acceptable et peut même s’avérer bénéfique, à condition de s’occuper sérieusement de sauvegarder la véritable physionomie propre de notre nation. […] Dans une perspective réaliste, on préférera (à égalité de conditions, surtout pour ce qui concerne l’honnêteté des intentions et la correction du comportement) les populations catholiques ou au moins chrétiennes, dont l’insertion est infiniment plus aisée [...] ; puis les Asiatiques [...], qui ont montré leur capacité à s’intégrer avec une bonne facilité, tout en conservant les traits distinctifs de leur culture. […]

Si l’on ne veut pas éluder ou censurer cette perspective d’attention au réel, il est évident que le cas des musulmans doit être traité à part. […] Les musulmans - dans l’immense majorité des cas, et à quelques exceptions près – arrivent chez nous résolus à rester étrangers à notre type d’"humanité" individuelle ou sociale, dans ce qu’il a de plus essentiel, de plus précieux ; étrangers à ce à quoi il nous est le plus impossible de renoncer "laïquement". Plus ou moins ouvertement, ils viennent chez nous bien décidés à rester substantiellement "différents", en attendant de nous faire devenir tous substantiellement comme eux. […]

Quant aux rapports à entretenir avec les différentes religions qui sont présentes parmi nous en conséquence de l’immigration, il sera bien que personne n’ignore ou n’oublie que le catholicisme - qui indiscutablement n’est plus la religion officielle de l’Etat - reste néanmoins la religion historique de la nation italienne, la source principale de son identité, l’inspiration déterminante de nos grandeurs les plus véritables."

Vient ensuite l’attitude que doivent avoir les catholiques vis-à-vis des immigrés :

"Aux immigrés catholiques – quelles que soient leur langue et leur couleur de peau – il faut faire sentir de la façon la plus efficace qu’à l’intérieur de l’Eglise il n’y a pas d’étrangers : ils font partie de plein droit de notre famille de croyants, et sont accueillis dans un esprit de fraternité sincère. […] Aux chrétiens des anciennes Eglises orientales, qui ne sont pas encore en pleine communion avec le Siège de Pierre, nous exprimerons sympathie et respect. […]

Ceux qui appartiennent aux religions non chrétiennes seront aimés et, dans toute la mesure possible, aidés dans leurs nécessités. De certains d’entre eux - notamment des musulmans - nous pouvons apprendre la fidélité aux exercices rituels et aux temps de prière, mais il ne nous revient pas d’accorder une collaboration positive à leur pratique religieuse."

Quant à la conclusion, elle est franche :

"J’estime […] que l’Europe redeviendra chrétienne ou deviendra musulmane. Ce qui me paraît sans avenir, c’est la "culture du néant", [qui] ne sera pas en mesure de résister à l’assaut idéologique de l’Islam. Seule la redécouverte de l’événement chrétien comme unique voie de salut pour l’homme, et donc seule une résurrection décidée de l’antique âme de l’Europe, pourra donner une autre issue à cette confrontation inévitable."