Roger Marie Élie Cardinal Etchegaray Roger Marie Élie Cardinal Etchegaray
Function:
President Emeritus of Justice and Peace, Roman Curia
Title:
Cardinal Bishop of Suburbicarian See of Porto-Santa Rufina
Birthdate:
Sept 25, 1922
Country:
France
Elevated:
Jun 30, 1979
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian Faccia a faccia con Saddam
Sept 06, 2008
Nel febbraio del 2003, Giovanni Paolo II inviò il porporato francese a Baghdad per una "missione impossibile": convincere il dittatore iracheno a scongiurare la guerra.

(Famiglia Cristiana, ) «Diciamolo francamente: il cardinale Roger Etchegaray è uno dei personaggi più affascinanti della Chiesa cattolica». Forte di questa convinzione, Benard Lecomte, giornalista e scrittore francese, è riuscito a vincere le iniziali resistenze («la mia storia personale non interesserà a nessuno!») dell’ottantaseienne poporato, che ha accettato di intrecciare con lui intensi dialoghi, disseminati lungo un intero anno di incontri, dai quali è nata un’autobiografia, pubblicata l’anno scorso in Francia, che approda in questi giorni nelle librerie italiane con il titolo Ho sentito battere il cuore del mondo (San Paolo, pagg. 440, 32 euro). Nella prefazione, Lecomte ricorda: «Quante volte nel corso di quest’anno di lavoro intenso, il cardinale ha avuto un ripensamento, lasciando per un istante i suoi innumerevoli incartamenti d’archivio, peraltro tenuti molto bene: "Crede davvero che sia interessante?"». Domanda alla quale Lecomte risponde senza incerttezze: «Interessante? Mi basti ricordare che il cardinale Etchegaray incarna tutta la storia recente della Chiesa: che ne ha conosciuto tutti i progressi, tutte le crisi, tutti i protagonisti, tutti i segreti; che lui stesso ha svolto un ruolo fondamentale, talvolta determinante. Allo stesso titolo di un Karol Wojtyla, un Jean-Marie Lustigier, una Madre Teresa, un Joseph Ratzinger...».

E a chi ricorda soprattutto le tante "missioni impossibili" di questo cardinale, nato nel cuore dei paesi baschi, a Espelette (diocesi di Bayonne, Francia), il 25 settembre del 1922, risponde: «Il cardinale Etchegaray non è stato solamente un globetrotter. È stato anche il delegato personale del Santo Padre per l’organizzazione dell’Incontro interreligioso di Assisi del 1986 e del Grande Giubileo del 2000. Insieme al cardinale Ratzinger, è stato uno dei principali consiglieri e confidenti di Giovanni Paolo II durante tutto il suo lungo pontificato».

Tra le tante "missioni impossibili" che il cardinale Etchegaray è stato chiamato ad assolvere, figura certamente l’incontro con Saddam Hussein nel febbraio del 2003, alla vigilia della seconda Guerra del Golfo. Ecco come il cardinale francese racconta quell’incontro, in uno dei capitoli del libro Ho sentito battere il cuore del mondo.

"Sono arrivato a Baghdad l’11 febbraio. In attesa dell’appuntamento con Saddam, sono partito per Mosul e Ninive, quattrocento chilometri a Nord di Baghdad, dove ho passato la giornata con alcuni cristiani locali, sacerdoti, religiose, famiglie, in maggioranza caldee, con cui ho pregato per la pace, scandendo la parola in arabo, tra gli applausi: Salam! Salam! Salam!

Il 15 febbraio, al mattino presto, è stato confermato il mio colloquio con Saddam Hussein. Dopo avere cambiato posto tre volte, sono arrivato, infine, verso le 11, in uno dei palazzi del presidente. Il colloquio è durato un’ora e mezza.

Dopo aver rammentato a Saddam il nostro incontro del 1985, gli ho consegnato una lettera personale del Papa, ricordando la solidarietà del Santo Padre con «le sofferenze e le privazioni del popolo iracheno» – un’allusione all’embargo – e il suo desiderio di «fare tutto» per evitare la guerra.

Ho insistito perché lo Stato iracheno intensificasse la propria collaborazione con le Nazioni Unite, in conformità ai princìpi della giustizia e del diritto internazionale, affinché il ristabilimento della fiducia permettesse all’Irak di ritrovare il suo posto nella comunità mondiale. Ho aggiunto che «la sorte del popolo iracheno, amante della pace, doveva prevalere su qualunque altra considerazione».

Che cosa si esige dall’Irak?

Risposta di Saddam: «Conosco e apprezzo la posizione del Papa e della Santa Sede. L’Irak non possiede armi di distruzione di massa. Nonostante tutto, siamo pronti a collaborare con gli ispettori dell’Onu, e anche con gli agenti della Cia (!). Ma non spetta a nessuno raccomandare un cambiamento di regime a Baghdad! Che cosa si esige dall’Irak? L’Irak non ha alcuna pretesa egemonica, contrariamente agli Stati Uniti... Quanto ai princìpi, quelli che hanno sempre ispirato il nostro regime sono il rispetto degli altri Paesi e di tutte le credenze religiose. Fra tutti i Paesi arabi, l’Irak è quello che rispetta nel migliore dei modi la libertà dei cristiani. Eppure, vede come la comunità internazionale tratta in maniera diversa l’Irak e Israele!...».

Dopo aver rilevato il nostro accordo sui princìpi del diritto internazionale, ho sottolineato che il Papa faceva appello alla «coscienza» di tutti, «e specialmente dei governanti», che deve «prevalere su tutte le strategie, tutte le ideologie e, perfino, tutte le religioni».

Saddam non ha visto che nel corso di tutto il colloquio stringevo in mano il rosario mariano... così come anche lui sgranava di quando in quando il rosario coranico! E ha messo fine al colloquio con una battuta inaspettata. Congratulandosi con me per la mia buona salute ha detto: «Se lei non fosse un sacerdote, le avrei suggerito di sposarsi, E le avrei trovato anche una bella irachena!». Questo spiega, sulla foto scattata alla fine del colloquio, una risata proprio fuori luogo, in una circostanza così grave.

Ho pregato e meditato molto su questa missione mai terminata. Il mercoledì delle Ceneri ho scritto a Giovanni Paolo II: «Santo Padre, non dovrei scriverle oggi, in questo giorno in cui, mediante un rinnovato impegno nella preghiera e nel digiuno, lei ha invitato a credere che la pace sia ancora possibile. Se le scrivo, è perché sono spinto dalla mia coscienza di semplice discepolo di Cristo a sottoporle una richiesta che non è né un colpo di testa, né un moto del cuore, ma rientra (mi sembra) nella pura logica del Vangelo.

Perché non tornare a Baghdad?

Ho avuto la grazia di essere il suo inviato in Irak, come messagero di pace. La sua preoccupazione principale era testimoniare il suo amore paterno per una popolazione che ha sofferto tanto, e vive un’ansia indicibile. Ora, perché non portare a questa popolazione, in maniera ancora più forte, un altro segno di questa solidarietà con coloro per i quali ormai Dio è l’unica speranza?

All’epoca di un esodo sotto la minaccia di una guerra imminente, perché – controcorrente – non tornarvi senza alcuna missione, semplicemente (non come scudo umano) per condividere in silenzio – giusto per il tempo eccezionale della prova – le condizioni di vita probabilmente molto dure che si annunciano? Santo Padre, perché non lasciarmi partire... con la sua benedizione, che si diffonderà tutt’intorno? So che una tale domanda deve passare al vaglio della "sapienza del mondo", ma essa non può rientrare maggiormente nel campo della "stoltezza di Dio... più sapiente degli uomini" (1Cor 1,25)?

Ecco, Santo Padre, non le presento né un sogno, né una perorazione, ancor meno una richiesta imbarazzante. Mi affido totalmente al Signore che, attraverso di lei, dirà al suo servo: "Va!’", ed egli va. "Resta!", ed egli resta»’’.
French Le cardinal Etchegaray, un ami personnel du patriarche Alexis II
Jul 03, 2008
Le 03 juillet 2008  - E.S.M. - "J’ai rencontré pour la première fois le métropolite Alexis II à Madrid, à l’Escurial, à la fin d’avril 1969. Je venais d’être nommé responsable de la Conférence épiscopale d’Europe, et il faisait partie de la KEK, la Conférence des Églises chrétiennes", exprime le cardinal Etchegarray.

Le chemin de miséricorde des Églises sœurs
Le même amour du Christ

par le cardinal Roger Etchegaray

On dit souvent que je serais un ami personnel du patriarche Alexis II…. Et c’est tout à fait vrai!
Et pour être sincère, notre amitié remonte très loin.

J’ai rencontré pour la première fois le métropolite Alexis II à Madrid, à l’Escurial, à la fin d’avril 1969. Je venais d’être nommé responsable de la Conférence épiscopale d’Europe, et il faisait partie de la KEK, la Conférence des Églises chrétiennes. Et il faut dire que dès cette première rencontre, une entente s’est tout de suite établie entre nous; il avait de grands projets œcuméniques, parce que ce qu’il désirait, comme moi, c’était un rapprochement entre les Églises et en particulier entre l’Église catholique et l’Orthodoxie russe. Et je peux dire que pendant quarante ans, si nous ne nous rencontrions pas chaque année ou presque, nous nous écrivions; notre correspondance démontre d’ailleurs que nos liens se sont renforcés, sans cesse, et que les initiatives communes que nous avons entreprises ensemble se sont concrétisées au point d’organiser ensemble en 1978, à Chantilly, en France, la première réunion européenne des évêques de l’Est et de l’Ouest.

J’ai trouvé en lui un frère, exigeant mais vraiment affectueux, si compréhensif que dans mes relations avec lui, je n’ai jamais eu aucune difficulté à parler de manière sincère et sans rien cacher de ce qu’il faudrait faire pour attirer la sympathie des gens. Nous avons eu de nombreuses possibilités de travailler ensemble de tout cœur, presque partout en Europe, même si c’était parfois difficile, en plein régime communiste.

Nous nous sommes vus encore plus souvent ces dernières années.
J’ai fait de nombreux voyages à Moscou, et j’ai vu que l’affection qui nous liait éveillait la stupeur des collaborateurs de celui qui était devenu le patriarche Alexis II, parce que ce n’était pas quelque chose de sentimental, mais que nous étions deux amis qui se retrouvaient dans la volonté commune que leurs deux Églises se rapprochent. Je m’excuse si je suis obligé de parler de moi, mais j’ai été le seul catholique invité à Moscou pour participer à la grande fête pour les quinze ans de Patriarcat d’Alexis II. Je me souviens parfaitement de ses mots: «Tu es un bon ami, et nous avons beaucoup de raisons pour nous rapprocher».

Et puis il y a une chose qui est très significative pour moi: il y a quelques mois seulement, dès qu’il a su qu’il m’était arrivé un accident, il m’a téléphoné dans la clinique où je gisais presque paralysé dans mon lit: la voix du patriarche Alexis me réconfortait en allemand et me témoignait toute son amicale fidélité. Nous nous étions vus peu de temps auparavant à Paris, et je m’étais donné beaucoup de mal pour faciliter ce voyage historique: le premier patriarche russe reçu officiellement à Paris, avec le président Sarkozy à ses côtés…

Deux Églises distinctes mais, nous le savons, deux Églises sœurs, vraiment sœurs. Cela veut dire beaucoup de choses que deux Églises se reconnaissent comme sœurs! L’intimité était telle, que nous avons pu beaucoup prier ensemble, dans la chapelle de sa résidence moscovite et dans la mienne à Marseille. La chapelle est le lieu de prière où nous nous sommes sentis le plus proches l’un de l’autre. La chapelle, c’est-à-dire le lieu où Dieu est là, un même Dieu, un même Christ. Certes, personne n’est parfait, nous pourrions nous reprocher bien des faiblesses, mais la faiblesse elle-même était comme effacée par un même amour pour le Christ.

Il ne faut jamais oublier ce qu’a connu l’Église russe sous le régime communiste. Si l’on relit l’histoire de cette Église, surtout après 1917, on voit combien elle a souffert et combien elle s’est battue de manière admirable pour protéger sa propre foi grâce à ses martyrs. De cette manière, elle a vraiment maintenu la foi chez ses fidèles. Dans un contexte athée et sécularisé, il n’est pas facile de vivre sa foi, mais en Russie, peut-être plus qu’ailleurs, on peut compter sur de vrais fidèles.

Je prie beaucoup pour les fidèles russes. Pour leurs pasteurs, pour leurs métropolites. Il faut avoir à cœur toutes les Églises dans leurs différences. Le chemin de toutes ces Églises est un chemin de vérité, sans aucun doute, mais surtout de miséricorde.

Source : Eucharistie Sacrement de la Miséricorde
French Cardinal et diplomate
Nov 23, 2007
J'ai senti battre le coeur du monde. Conversations avec Bernard Lecomte
cardinal Roger Etchegaray
éd. Fayard
445 pages
22 €
144,31 FF

(L'Express du 22/11/2007) Peu d'ecclésiastiques français peuvent se targuer d'un tel CV: archevêque de Marseille de 1970 à 1984, président de la Conférence des évêques de France de 1975 à 1981, cardinal, envoyé spécial de Jean-Paul II aux quatre coins d'une planète déchirée... Roger Etchegaray, 85 ans, est une figure. Un grand témoin de l'histoire récente de l'Eglise catholique, qui vit se produire la «révolution» du concile Vatican II, par lequel l'institution romaine fit le choix de s'ouvrir au monde, Mai 68 ou la défaite de l'idéologie communiste. Dans ses Mémoires, ce prélat rieur et bonhomme, président du Conseil pontifical Justice et paix de 1984 à 1998, rappelle aussi qu'il fut un rouage important de la diplomatie vaticane. Les souvenirs défilent, sanglants: le Rwanda des génocidaires, en 1994, la messe sous les balles à Sarajevo, le siège de la basilique de la Nativité, à Bethléem, en 2002.

Fidel Castro lui lâche un jour: «Dans ma vie, il y a deux choses importantes: le marxisme et l'Evangile!» En février 2003, peu avant l'invasion de l'Irak par les Américains, Saddam Hussein accepte de le recevoir. La rencontre s'achève par cette boutade sibylline du dictateur sunnite: «Si vous n'étiez pas prêtre, je vous aurais suggéré de vous marier. Et je vous aurais trouvé une belle Irakienne!»

Roger Etchegaray est un taiseux. Sur les talents de négociateur dont il dut nécessairement user ou sur les messages politiques qu'il fut chargé de convoyer, le cardinal ne dit mot. «Tout homme a en lui une petite part vulnérable à Dieu, glisse-t-il. C'est elle que j'ai toujours essayé de toucher.» Le reste, ajoute le prélat, relève du mystère divin.
French La diplomatie du coeur
Nov 18, 2007
C'est le Français le plus connu de la Rome vaticane. Accent du Sud-Ouest, sourire éternel, Roger Etchegaray n'a pas fréquenté l'Académie du palais Severoli, d'où sortent les plus brillants sujets de la diplomatie pontificale.

(Le Monde, 15.11.07) Les pieds collés à la terre basque d'Espelette, il est plus à l'aise dans les presbytères que dans les chancelleries. Mais au prix d'une ruse étonnante du destin, ce bon pasteur est devenu le commis voyageur de Jean Paul II, mort en 2005, son éclaireur, son confident, son ambassadeur privé, l'homme de ses missions les plus délicates dans le monde.

Dans son appartement du palais de San Calixto, au coeur du Trastevere, ce quartier populaire de Rome qu'il a adopté, des armoires métalliques marquées d'étiquettes - Cuba, Irak, Iran, Haïti, Rwanda, Congo, Soudan - suscitaient depuis longtemps la convoitise de tout journaliste que le cardinal Etchegaray, désormais à la retraite, invitait à sa table. Elles laissaient deviner des tonnes de notes confidentielles, de rapports de mission, de souvenirs personnels dont il n'aurait jamais, même sous la torture, trahi le secret.

La frustration a pris fin. A 85 ans, le cardinal s'est décidé à fracturer ses armoires. Le livre de Mémoires qu'il vient de publier transporte le lecteur dans un tourbillon de voyages, de rencontres, de dialogues et d'impressions qui a commencé, en 1984, après sa nomination par Jean Paul II comme président du conseil pontifical Justice et Paix. Un poste de la Curie romaine qui lui allait comme un gant. Où la langue de bois diplomatique le cède au langage du coeur et de la confiance, même devant Castro, Pinochet ou Saddam Hussein, parfois au prix d'une certaine naïveté.

Le baroudeur désarmé de la paix, c'est lui. Précédant le pape, il est sur tous les champs de bataille, là où des hommes et des femmes souffrent, meurent, pleurent. Toutes les portes s'ouvrent devant lui. La caution de Jean Paul II lui vaut d'être reçu par tous les dirigeants de la terre, chinois, vietnamiens, arabes, américains du Nord et du Sud, etc. Sur 53 Etats africains, il en visite 49, y compris l'Ouganda d'Amin Dada où le protocole oblige l'envoyé du pape à assister à une danse du ventre, debout sur une table, du dictateur-bouffon.

Il devient, jusqu'en 1998, l'aumônier de la planète. Castro se confesse à lui des heures entières : "Dans ma vie, lui dit-il, il y a deux choses qui m'importent : le marxisme et l'Evangile." Il négocie la visite du pape à La Havane. "Je ne sais qui de nous cherchait à séduire l'autre, observe Etchegaray, mais je dois reconnaître que je prenais plaisir à converser avec cet homme qui, pourtant, n'avait rien d'un enfant de choeur."

En février 2003, à la veille des bombardements sur Bagdad, des caméras le montrent souriant après une rencontre avec Saddam Hussein. Le coeur n'y était pas, mais Saddam venait de lui dire : "Si vous n'étiez pas prêtre, je vous aurais trouvé une belle Irakienne" !

La diplomatie du coeur passe par des épreuves autrement plus blessantes. Les nombreux séjours du cardinal Etchegaray auprès des chrétiens libanais, ses visites sur la tombe de Mgr Romero, assassiné au Salvador, des prêtres et religieux "martyrs" en Amérique centrale, au Chili, ses plongées dans l'enfer au Congo, au Burundi, au Rwanda crucifient l'homme d'Eglise. "J'ai côtoyé les pires folies des hommes", se désole-t-il un jour, de retour de Kigali. A chaque voyage, il est porteur de messages du pape à qui, après chaque mission, il rend aussi compte.

Sa robuste santé, sa foi, son absolue fidélité lui vaudront de devenir le grand organisateur des rencontres interreligieuses d'Assise et du Jubilé de l'an 2000, qui attirera jusqu'à 25 millions de pèlerins à Rome.

J'AI SENTI BATTRE LE COEUR DU MONDE du Cardinal Roger Etchegaray. Conversations avec Bernard Lecomte. Fayard. 458 p., 22 €.
French La question des prêtres mariés "peut se poser", selon le cardinal Etchegaray
Nov 11, 2007
La question de l'ordination d'hommes mariés pour répondre au manque de prêtres "peut se poser", selon le cardinal Roger Etchegaray interviewé dimanche dans Le Parisien/Aujourd'hui en France.

PARIS, 11 nov 2007 (AFP) - "La question peut se poser. Comme cela se passe déjà dans les églises gréco-catholiques", répond le cardinal à la question de savoir si l'ordination d'hommes mariés pourrait être envisagée par l'épiscopat français pour répondre à "la crise des vocations".

"Mais il faut être clair (...) ce n'est pas +la+ solution" à cette crise, ajoute le prélat de 85 ans, vice-doyen du Sacré Collège au Vatican.

Dans l'entretien est également évoquée la récente polémique sur le texte du pape Benoît XVI facilitant la célébration de la messe en latin.

"Le pape a publié ce texte par souci de l'unité de l'Eglise, en souhaitant voir revenir les traditionalistes. On ne sait pas si ça va marcher, attendons", déclare Roger Etchegaray.

Le "motu proprio" du pape Benoît XVI autorisant à nouveau la messe en latin, publié le 7 juillet par le Vatican, est entré en vigueur le 14 septembre.

L'annonce du retour de cette pratique avait suscité beaucoup d'émotion parmi les fidèles, mais dans la réalité peu de prêtres ont été saisis de demandes de messe en latin depuis cette entrée en vigueur.
French Le cardinal Etchegaray se livre enfin
Nov 03, 2007
Mémoires d’un Français au Vatican.

(Edition France Soir, 3 novembre 2007) Archevêque de Marseille, ancien président du Conseil des conférences épiscopales d’Europe et de la Conférence des évêques de France, vice-doyen du Sacré Collège et écrivain : à plus de quatre-vingts ans, le cardinal Roger Marie Elie Etchegaray cède aux appels pressants des éditions Fayard et publie ses mémoires sous le titre J’ai senti battre le cœur du monde.

FRANCESOIR. Vous avez été pressenti à plusieurs reprises pour publier vos mémoires et vous avez toujours refusé. Alors, pourquoi avoir accepté aujourd’hui ?

MGR ETCHEGARAY. Je suis né à Espelette, au Pays basque, et je suis pudique comme tous les Basques. Je n’aime pas beaucoup parler de moi mais je suis très attaché à mes racines dont je parle tout au début de ce livre. Lorsque les éditions Fayard m’ont demandé de publier mes mémoires dans la collection « Témoignages pour l’histoire », j’ai pensé que les réflexions d’un homme d’Eglise pouvaient y trouver leur place. C’est un livre qui parle de ma vie mais avec un regard sur le monde que j’ai connu, que j’ai parcouru, les hommes, les événements forts qui m’ont touché comme le génocide au Rwanda ou la guerre en Bosnie.

Quelle étiquette donneriez-vous à votre livre ?

Ce livre peut se lire comme un roman qui raconte les personnages que j’ai rencontrés, de paix et de justice car il n’y a pas de justice sans paix et de paix sans justice. Aujourd’hui, la guerre s’est installée dans la paix. Voyez, après les grandes guerres, les vraies guerres interétatiques, il y a les guérillas, les conflits identitaires, la mondialisation de réseaux terroristes, l’incitation au trafic dans les pays pauvres et la prolifération des armes nucléaires.

Vous avez rencontré Fidel Castro à quatre reprises et aussi Saddam Hussein. Quelles ont été vos impressions ?

Des hommes d’approche faciles. Fidel Castro et Saddam Hussein n’étaient pas des enfants de chœur. Mais je ne suis démonté par personne et je crois qu’il y a toujours en l’homme une parcelle de son être qui reste exposée au soleil de Dieu, c’est-à-dire qu’il est vulnérable. Tout homme à sa conscience, si pervertie qu’elle soit.

Comment définiriez-vous notre époque ?

Je le ferais par le mot défi, qui est peut-être devenu le mot le plus courant. Aujourd’hui, tout est vu comme un défi qui exprime ainsi la précarité, l’incertitude, l’angoisse de l’être humain. L’homme dont la mission est de vivre du futur manque d’appétit pour ce futur, il a peur de l’avenir. Il faut au contraire comme je le dis dans ce livre, penser à l’espérance qui se communique par le témoignage et par comment nous en vivons au creux de notre vie quotidienne.
French Roger Etchegaray, une vie aux avant-postes de l'Eglise
Nov 02, 2007
Paraissent cette semaine en France les mémoires du cardinal français qui, depuis plus d'un demi-siècle, s'est toujours trouvé au coeur des grands événements de l'Église.

(La Croix, 02/11/2007) Dans la galerie du palais Saint-Calixte, il vous attend sur le seuil de sa porte, grande silhouette noire à peine courbée par le poids des ans. Le cardinal Roger Etchegaray aime recevoir et, aujourd’hui encore, le monde entier franchit le seuil de son appartement de « cardinal retraité » : des catholiques chinois, des évêques orthodoxes russes, des prêtres d’Amérique latine, des hommes politiques, aussi. « Toute ma vie, avoue-t-il, j’ai eu une fringale de rencontres. »

Fringale – ou curiosité – qui l’a amené, cet été encore, à 84 ans, à survoler toute l’Asie centrale jusqu’aux lointains diocèses d’Irkoutsk et de Novosibirsk… Son appartement du Trastevere est lui-même rempli de ces contacts : tableau chinois, crèche de Colombie, statues d’Asie…

Chaque objet est témoin d’un voyage, et il ne faut pas beaucoup le pousser pour que, plissant ses yeux bleus, il évoque les visages cachés derrière. Le cardinal Roger Etchegaray porte en lui la mémoire d’un demi-siècle de vie de l’Église, comme en témoigne le livre d’entretiens avec Bernard Lecomte qui paraît ces jours-ci.

De ses années de jeune prêtre auprès de l’évêque de Bayonne, en passant par le secrétariat de l’épiscopat français dans les années 1960, puis à l’archevêché de Marseille jusqu’à ce que, en 1984, Jean-Paul II fasse appel à lui, à la tête du Conseil pontifical Justice et Paix, peu d’événements lui ont échappé.

Qui peut se targuer à la fois d’avoir vécu le Concile à Rome, de s’être trouvé à Prague au printemps 1968 avant de prendre quelques coups des CRS dans les barricades parisiennes, de dîner au côté de Fidel Castro et d’être le premier homme d’Église invité au prestigieux sommet de Davos, qui réunit chaque année la crème du capitalisme occidental ? Ou encore d’avoir traversé les deux moitiés d’un Rwanda en proie au génocide le plus terrible de la fin du XXe siècle, et de devenir l’une des chevilles ouvrières de la première grande rencontre des religions pour la paix à Assise, en 1986 – ou, enfin, l’un des derniers à s’entretenir avec Saddam Hussein, en février 2003, avant l’invasion américaine ?

"J’ai été une sorte de pionnier"
Toute sa vie, Roger Etchegaray est là où la planète bouge. « J’ai été une sorte de pionnier, admet-il, aux avant-postes où s’ouvraient des voies nouvelles dans l’Église. » Mieux : il a tout observé, tout noté, tout annoté, sur des agendas ou journaux de bord.

Une partie de cette vie est ainsi classée dans son bureau, à l’intérieur de gros tiroirs de métal, « à l’ancienne », sur des fiches manuelles classées par ordre alphabétique. À « A », vous trouvez Aragon, à « J », Jérusalem et judéo-chrétien (un gros dossier), à « F », Femmes, mais aussi Finaly, cette affaire d’enlèvement de deux orphelins juifs par une catholique soutenue par l’Église espagnole, qu’il eut à traiter comme secrétaire de l’évêque de Bayonne. À chaque fois, des coupures d’articles, des lettres manuscrites envoyées par les grands de ce monde, ses propos.

Mais n’attendez pas de trouver, ni dans les vieux tiroirs en métal, ni dans la bouche de ce Basque pudique, ses propres commentaires sur ces événements. Ses mémoires sont, en cela, à son image : le cardinal Etchegaray donne les clés, mais c’est à vous de vous faire votre opinion. Peur de se démasquer ? Il s’en défend vigoureusement. « Simplement, dit-il, j’ai trop de respect pour l’autre. » Roger Etchegaray est un homme épris de liberté, pour les autres et pour lui : « Toute ma vie, j’ai refusé de m’accrocher à moi-même. »

Ceux qui viennent chercher chez lui un jugement sur Jean-Paul II seront déçus, mais l’ancien collaborateur de ce pape ne s’en reconnaît sans doute pas le droit. De même, son livre comporte un bouleversant chapitre sur le Rwanda : pas de conclusions, mais des faits, des constats, qui sont souvent parlants. Dans les événements mis en valeur se niche souvent, en creux, celui qui en fut beaucoup plus qu’un simple témoin. Roger Etchegaray, Basque d’Espelette, est un « taiseux » qui dit beaucoup, pour peu que l’on sache entendre.

De la génération façonnée par Vatican II
Il n’est pas anodin qu’il s’arrête aussi longtemps sur le Concile. Le cardinal français fait partie de la génération façonnée par Vatican II. Il n’est pas le seul. L’autre jour, évoquant justement ces mémoires, le pape lui aurait confié en attendre avec impatience les pages concernant Vatican II. C’est là, d’ailleurs, dans les trattorias romaines où se faisaient et défaisaient les documents conciliaires, que la route d’Etchegaray croise pour la première fois celle du jeune théologien Ratzinger, et aussi d’un tout nouvel évêque polonais, Karol Wojtyla.

Pour le Français, Vatican II doit se lire comme un événement de l’Église dans son rapport au monde, plutôt qu’un processus interne à l’Église. Il insiste sur la « révolution copernicienne » que représente la déclaration Dignitatis humanæ sur la liberté religieuse, et dessine la silhouette de son ami brésilien Dom Helder Camara, acteur passionné du Concile, « indéfectiblement fidèle à Pierre, mais tenant le rôle de Paul, assuré dans ses options, mais doutant parfois de leur pertinence et inquiet de leur incidence ».

Les années qui suivirent furent, pour l’Europe occidentale, celles de troubles, dans la tempête de Mai 68 et de la crise contestataire des années 70. Comme le pape actuel, ces années ont marqué le cardinal français, mais de manière différente. Lui voit dans la réforme liturgique le « changement le plus profond de la vie de l’Église », un changement que, affirme-t-il, Paul VI a suivi pas à pas, « avec un soin scrupuleux ».

En revanche, il regrette mezza voce que les tentatives pour introduire au sein de l’Église plus de collégialité (gouvernement collectif des évêques), à travers le Synode, n’aient pas donné tous leurs fruits, et parle de l’encyclique Humanæ vitæ de Paul VI (1968) comme du premier schisme après le Concile, « un schisme silencieux », alors que le texte lui-même, relu aujourd’hui dans un nouveau contexte, « aide à redécouvrir la vraie valeur de l’amour et de la sexualité ».

Un homme rompu aux négociations complexes
Dans ces années de contestation, où était Mgr Etchegaray ? Sur le seuil, à son habitude : « Je n’ai pas ménagé mon temps pour rencontrer, accueillir ou visiter plusieurs de ces leaders de tous horizons, protestataires ou silencieux. » Et de conclure par cette belle évocation de Paul VI qui, durant ces années difficiles, « est resté accroché au Concile comme à la bouée de sauvetage de l’Église ».

Après Paul VI, Jean-Paul II. L’action du cardinal Etchegaray au Vatican – responsabilité conjuguée de deux Conseils pontificaux, Justice et Paix et Cor unum, collaboration aux encycliques sociales du pape, organisation du Grand Jubilé de l’an 2000… – est connue. Celle, en revanche, d’émissaire de Jean-Paul II sur tous les points chauds de l’Église surprend par le nombre et l’importance de ces missions. C’est que le pape Wojtyla a trouvé dans ce cardinal français un homme rompu aux négociations complexes.

Ainsi, sa seconde mission dans une Bosnie-Herzégovine en feu sera suivie de l’établissement de relations diplomatiques avec le Saint-Siège. De même, en juin 1985, il débarque dans le Chili du général Pinochet : deux ans après, Jean-Paul II foulait la « Terre de feu ». Même chose à Cuba, où le cardinal a des entretiens avec Fidel Castro, pour qui il ne cache pas une certaine fascination, entretiens qui ne contribueront pas peu à la visite papale en janvier 1998.

Son secret ? Une grande capacité d’écoute, liée à un refus de juger trop vite, des communistes chinois aux dictatures d’Afrique, les personnes qui sont, écrit-il, « enchevêtrées dans des situations inextricables, souvent contre leur gré, et obnubilées par la hantise de sauver le peu qui puisse être sauvé de la liberté d’un homme ou d’un croyant ».

A coeur, le rapprochement avec l'orthodoxie
Dans le dessein wojtylien, qui passe au-delà des subtilités discrètes de la tradition diplomatique du Saint-Siège pour se faire au grand jour, de manière personnalisée, avec la force de la parole et du bâton de pèlerin de Jean-Paul II, Roger Etchegaray est un élément essentiel. Pour lui, il débusque les pièges, prépare le terrain.

De cette époque, le cardinal a conservé, on l’a dit, le goût des voyages. « Mais avec un horizon qui se rétrécit avec l’âge », avoue-t-il aujourd’hui. Si on peut qualifier d’horizon « rétréci » la Chine communiste et la Russie orthodoxe… Pour le rapprochement avec l’orthodoxie, qui lui tient tellement à cœur, le cardinal laisse, en guise de testament, quelques propos de… Benoît XVI qui, encore cardinal Ratzinger, estimait qu’« il est impossible de considérer la forme de primauté du pape des XIXe et XXe siècles comme la seule possible, la seule qui s’impose à tous les chrétiens ».

Sur le pape bavarois, le cardinal basque, qui le côtoie depuis longtemps, est peu prolixe. Il confie s’être forcé pour écrire l’avant-dernier chapitre, intitulé « De Jean-Paul II à Benoît XVI », où il évoque au passage, sans tabou, la question de la démission d’un pape âgé, qui devrait devenir « un acte normal ». Quant à Benoît XVI lui-même, Roger Etchegaray s’abrite derrière… Joseph Ratzinger, encore une fois, choisissant de lui, dans son livre Le Sel de la terre, le passage où le futur pape faisait cette déclaration étonnante : « Le christianisme est en perpétuel état de nouveau commencement. »
French "Ce sera la première visite en France du patriarche de Moscou"
Sept 12, 2007
Le cardinal français a rencontré cet été le patriarche Alexis II de Moscou, à qui il a transmis un message du pape.

(12/09/2007) La Croix : vous avez rencontré le patriarche Alexis II à Moscou cet été. Quel a été l’impact de cette rencontre ?
Cardinal Roger Etchegaray : Cette visite a reçu un large écho, y compris à Moscou même où j’ai été interviewé par la principale chaîne de télévision. Il est vrai que j’apportais au patriarche un message personnel de Benoît XVI et, comme cadeau, une belle plume papale avec laquelle avaient été signés des documents romains. Et je suis revenu à Rome avec un message et un souvenir d’Alexis II.

Cela signifie-t-il qu’une rencontre entre le patriarche et le pape est aujourd’hui possible ?
Les médias ne cessent de repérer les moindres signes de solidarité fraternelle, pour supputer le lieu et la date d’une rencontre non encore fixée entre le pape et le patriarche. Ardent est le désir réciproque, mais aussi le souci d’assurer la vérité d’un geste qui sera lourd de signification ecclésiale.

Au début de notre entretien, le patriarche a manifesté sa joie de voir se développer, ces derniers temps, diverses initiatives culturelles et sociales entre les deux Églises qui témoignent d’un climat réciproque favorable, comme me l’ont aussi exprimé le métropolite Kirill et le P. Chaplin (NDLR : responsables des relations extérieures du patriarcat).

La France attend le patriarche Alexis II à Paris le 3 octobre : comment voyez-vous cet événement ?
Comme très important. Ce sera, de toute l’histoire, la première visite d’un patriarche de Moscou en France. L’archevêque Innocent, qui fut évêque en Sibérie, représente maintenant le patriarche en Europe occidentale. Il vient de publier le programme de cette visite historique qui mettra le patriarche en contact avec ses propres fidèles, mais aussi avec les évêques orthodoxes d’autres juridictions présents en France.

Il sera reçu par le cardinal Ricard au nouveau siège de la Conférence épiscopale, et l’archevêque de Paris, Mgr Vingt Trois, l’accueillera à Notre-Dame pour un office de vénération de la sainte Couronne d’épines du Seigneur. Une telle journée marquera certainement les rapports entre nos deux Églises.

Pourquoi cette visite ?
Ce qui a motivé cette visite du patriarche, c’est sa grande estime pour notre pays, qu’il connaît bien depuis longtemps et où – comme il me l’a rappelé – nous avions organisé ensemble en 1978, au centre culturel des Fontaines à Chantilly (alors résidence jésuite), la première rencontre œcuménique des responsables d’Églises d’Europe.

Vous avez effectué, après Moscou, un long périple en Russie asiatique. Quelles impressions rapportez-vous de cette tournée pastorale ?
Tout d’abord, je dois dire mon très vif regret de n’avoir pu être à Notre-Dame le 10 août pour les funérailles du cardinal Jean-Marie Lustiger. C’est à Moscou que j’ai appris le décès du cardinal, peu avant un vol de 5 000 km pour rejoindre la Sibérie orientale, invité par les évêques catholiques d’Irkoutsk et de Novossibirsk pour divers et importants engagements pastoraux. Non sans en faire un cas de conscience, j’ai renoncé à mon devoir d’apporter un dernier geste d’amitié à Jean-Marie, pour répondre à l’attente des catholiques d’une diaspora qui s’apprêtait à accueillir pour la première fois un cardinal venu de Rome.

Où en est l’Église catholique en Sibérie ?
Il s’agit d’une Église difficile à palper, étant donné les dimensions de l’espace. Les deux diocèses, avec quelques milliers de catholiques, sont territorialement les plus vastes du monde ; celui d’Irkoutsk (près du lac Baïkal) recouvre quatre fuseaux horaires et, sur ses 47 prêtres, un seul est russe. Les fidèles, à l’articulation de l’Europe et de l’Asie, y représentent 120 nationalités. L’évêque de Novossibirsk, la capitale, est un jésuite allemand formé clandestinement sous le régime communiste ; il fêtait les 10 ans de sa cathédrale, plantée au cœur d’une ville d’un million et demi d’habitants.
English Cardinal Etchegaray celebrates mass on Assumption Day at the Catholic cathedral in Moscow
Aug 15, 2007
Cardinal Roger Etchegaray, vice-dean of the College of Cardinals and honorary president of the Pontifical Council for Justice and Peace, led the solemn service on the Day of the Assumption of the Mother of God in the Catholic Cathedral of the Immaculate Conception in Moscow.

Moscow, August 15, Interfax - During the mass, the cardinal pronounced his exclamations in Latin and preached in French. He thanked the Catholic clergy in Moscow for the invitation to celebrate and stressed the special importance of the Assumption Day for all Christians as all the faithful, he said, ‘feel children’ on this day.

‘I am very glad that I am celebrating this feast together with you in a living Church, together with the bishops and priests who guide you’, the cardinal said addressing the Moscow faithful, the Interfax correspondent reports.

He reminded them that last year he celebrated the Assumption Day in Lebanon, where he came as a special envoy of Pope Benedict XVI to pray for peace, ‘which has not yet come to us, and the Virgin Mary will help us all to move towards it’.

The head of the Archdiocese of the Mother of God in Moscow, Archbishop Tadeusz Kondrusiewicz, who also participated in the service, thanked the high-ranking representative of the Vatican for his consent to celebrate in the Catholic cathedral in Moscow and noted that Cardinal Etchegaray’s visit to Russia and his meetings with local clergy and faithful ‘are very important for the consolidation of our Church, for her taking a position in society because the Church is not separated from society’.

‘Please convey to the Holy Father that (the Catholic - IF) Church in Russia is alive. Though it is a small Church here, she lives just like in France or Spain’, the archbishop said.

In conclusion of the festive mass, Cardinal Etchegaray conveyed to the Moscow faithful a blessing from Pope Benedict XVI in Latin and blessed the flowers and fruits brought by parishioners on the occasion of the feast of the Assumption.
English Catholic Cardinal: relations with Orthodox Church warmer
Aug 14, 2007
A senior Roman Catholic bishop said on Saturday that relations between the Catholic and Russian Orthodox Churches had become warmer recently.

Novosibirsk, August 13, Interfax - They had never been too cold either, Roger Cardinal Etchegaray, vice dean of the College of Cardinals, a body bringing together all Roman Catholic cardinals, told a news conference in Novosibirsk.

He said he had known Alexy II head of the Russian Orthodox Church, for 30 years and that they had done a lot of work for Europe together.

This is Etchegaray's first visit to Siberia. The purpose of his coming is to speak at a mass on Sunday marking the 10th anniversary of the consecration of the Transfiguration Cathedral in Novosibirsk.

Bishop Joseph Werth, head of the Transfiguration diocese, speaking at the same news conference, said about 100 Catholic priests worked in Siberia today and that five of them were graduates of seminaries in Novosibirsk and Yekaterinburg.

"Whereas we made nearly no plans during the first 10 years, now we should create pastoral programs and pay attention to the training of laity" to help the clergy, he said.
English Russian patriarch, Pope seek meeting - cardinal
Aug 08, 2007
Relations between the Orthodox and Catholic churches are improving, Russia's Patriarch and Pope Benedict XVI are considering meeting, Cardinal Roger Etchegaray said Tuesday following a meeting with the Russian spiritual leader.

MOSCOW, August 7, 2007 (RIA Novosti) - Relations between the Orthodox and Catholic churches are improving, Russia's Patriarch and Pope Benedict XVI are considering meeting, Cardinal Roger Etchegaray said Tuesday following a meeting with the Russian spiritual leader.

The cardinal, 84, who headed the Pontifical Council of Justice and Peace from 1984 to 1998, and Patriarch of Moscow and All Russia Alexy II, 78, met to discuss cooperation between European churches.

The cardinal said relations between the two churches were improving, which was demonstrated by a number of impressive initiatives that had taken place over the past year, including an Orthodox-Catholic conference held in Moscow on June 14-15, and a conference on Christianity, culture and moral values on June 19-21.

A joint conference on the first pontifical encyclical letter, God is Love, is scheduled for October 18-21.

The cardinal handed Alexy II a letter from Pope Benedict XVI and a golden pen. After reading the pontifical message the Russian patriarch promised to reply in written. "I am grateful for the care and wishes for a quick recovery. You can assure [the Pope] that I am feeling well," Alexy II told the cardinal.

The patriarch was president of the Confederation of European Churches at a time when Cardinal Etchegaray headed the Council of European Episcopal Conferences at the Roman Catholic Church.

After refusing all previous invitations from Pope Benedict and his predecessor, John Paul II, the Russian patriarch, who had accused the Vatican of trying to win new converts in post-Soviet countries, regarded by the Russian Church as historically Orthodox, accepted late in June an invitation to join the Parliamentary Assembly of the Council of Europe during its October 1-5 session in Strasbourg, and will address the gathering with a keynote speech on October 2.

Russian President Vladimir Putin met with Pope Benedict during a visit to the Vatican in March this year, and pledged to help in reconciling the two divided Churches.

The Eastern, Orthodox, and Western, Roman, churches split in 1054 AD.
English More from France... and the French
Aug 08, 2007
Technically retired, the Cardinal Vice-Dean Roger Etchegaray continues serving as an informal legate at the Pope's behest. Earlier today, the veteran Vatican hand, who turns 85 next month, came even closer to securing B16 one of the pontiff's A-list wishes -- a meeting with the Russian Orthodox Patriarch Alexei II:

(Whispers in the Loggia, 07/08/2007)

Technically retired, the Cardinal Vice-Dean Roger Etchegaray continues serving as an informal legate at the Pope's behest. Earlier today, the veteran Vatican hand, who turns 85 next month, came even closer to securing B16 one of the pontiff's A-list wishes -- a meeting with the Russian Orthodox Patriarch Alexei II:

   The sides are progressing towards this goal, and the pace is accelerating, but the Roman Church cannot make it happen quicker, [Etchegaray] said.

   The Patriarch and the Pope are thinking about this meeting, but it must be held in truth and sincerity, it should not be populist and should be held when the conditions have been created for it, he said.

   Orthodox believers and Catholics should hold a profound dialogue and the meeting between the Pope and Alexy II should express the profoundness of these relations, he said.

   Alexy II recognizes that many efforts have been made to improve interaction between the two churches, he said.

   The relations between the two churches have become warmer, yet they have never been cold. Personal relations with the Patriarch are a good example for interaction between the Catholic and Orthodox churches, he said.
English Cardinal Etchegaray to meet Patriarch Alexy and take part in celebration of the 10th anniversary of the Novosibirsk Catholic cathedral
Aug 06, 2007
The Vice-Dean of College of Cardinals Roger Etchegaray has arrived to Russia, a spokesman for the Russian Catholic Bishops’ Conference told Interfax on Monday.

(Moscow, Interfax, August 6, 2007) - The Vice-Dean of College of Cardinals Roger Etchegaray has arrived to Russia, a spokesman for the Russian Catholic Bishops’ Conference told Interfax on Monday.

The purpose of his visit is participating in celebration of the 10th anniversary of the Roman Catholic cathedral of the Transfiguration in Novosibirsk that will take place on August 9-12. Prior to that the cardinal will have an excursion to the Lake Baikal.

Yet before going to Siberia, Etchegaray is going to meet Patriarch Alexy II of Moscow and All Russia on Tuesday.

Their previous meeting took place in June 2006 when Etchegaray was in Moscow as a member of the Roman Catholic delegation to the World Summit of Religious Leaders.

Roger Marie Elie Cardinal Etchegaray was born in France in 1922. In 1970s and 1980s he was an auxiliary bishop in Paris and archbishop of Marseille. He was president of the French Bishops’ Conference and the first president of the Council of Episcopal Conferences of Europe.

In 1984 Cardinal Etchegaray was appointed president of Cor Unum and Justice and Peace that he headed respectively until 1995 and 1998.

In 1998 he was made Cardinal-Bishop of Porto-Santa Rufina. The newly-elected Pope Benedict XVI appointed Etchegaray Vice-Dean of College of Cardinals.August 6,2007, - The Vice-Dean of College of Cardinals Roger Etchegaray has arrived to Russia, a spokesman for the Russian Catholic Bishops’ Conference told Interfax on Monday.

The purpose of his visit is participating in celebration of the 10th anniversary of the Roman Catholic cathedral of the Transfiguration in Novosibirsk that will take place on August 9-12. Prior to that the cardinal will have an excursion to the Lake Baikal.

Yet before going to Siberia, Etchegaray is going to meet Patriarch Alexy II of Moscow and All Russia on Tuesday.

Their previous meeting took place in June 2006 when Etchegaray was in Moscow as a member of the Roman Catholic delegation to the World Summit of Religious Leaders.

Roger Marie Elie Cardinal Etchegaray was born in France in 1922. In 1970s and 1980s he was an auxiliary bishop in Paris and archbishop of Marseille. He was president of the French Bishops’ Conference and the first president of the Council of Episcopal Conferences of Europe.

In 1984 Cardinal Etchegaray was appointed president of Cor Unum and Justice and Peace that he headed respectively until 1995 and 1998.

In 1998 he was made Cardinal-Bishop of Porto-Santa Rufina. The newly-elected Pope Benedict XVI appointed Etchegaray Vice-Dean of College of Cardinals.
French « J’avance comme un âne... », nouvelle édition (I)
Mar 06, 2007
Plus de vingt ans après la parution de son ouvrage J’avance comme un âne... à temps et à contretemps, vendu à 50.000 exemplaires, le cardinal Roger Etchegaray publie J’avance comme un âne... : petits clins d’œil au ciel et à la terre, une édition enrichie par sa longue expérience romaine.

ROME, Lundi 5 mars 2007 (ZENIT.org) - L’ouvrage est publié aux Editions Fayard.

« A partir de mon témoignage, j’espère faire comprendre quelque chose sur le plaisir que j’ai de vivre.. » a déclaré à Zenit le cardinal Etchegaray, aujourd’hui détaché de toute responsabilité officielle dans l’Eglise, mais toujours actif.

Le cardinal Etchegaray, président émérite des Conseils pontificaux Justice et paix et Cor Unum, qui prévoit également la publication de ses Mémoires l’année prochaine, a confié, dans cet entretien, l’immense plaisir qu’il a eu en écrivant ce « recueil de méditations, tout en œillades et pochades - dit-il lui-même - qui doit être pris selon la dose indiquée ». Ce souhait : « Soyeux heureux d’exister » est le plus beau des souhaits jamais reçus dans son existence. Il le livre à ses lecteurs...

Nous publions ci-dessous la première partie de cet entretien.

Zenit : Monsieur le Cardinal, décrivez-nous tout d’abord le contexte dans lequel a été décidée cette réédition de J’avance comme un âne... publié en 1984

Card. Etchegaray : C’est plus qu’une réédition. Quand j’ai quitté Marseille pour venir à Rome, j’avais offert ce livre aux marseillais parce qu’il portait l’odeur de la lavande, toutes les odeurs de Marseille. C’était un best-seller à l’époque. Il a été tiré à 50.000 exemplaires, ce qui est énorme, m’a-t-on dit, pour un livre religieux. Et puis, épuisé depuis longtemps, très souvent on me demandait « J’avance comme un âne.. où ça en est ? ». Alors mon éditeur, Fayard, a consenti à ressortir le livre, mais alors complètement refait, je voudrais dire « rajeuni » après 20 ans. En fait, la moitié des pages de cette nouvelle édition n’existait pas dans la première édition. Les choses avaient évidemment évolué. Mais, 20 ans après, cette nouvelle édition reste quand même fidèle à ses origines, en ce sens que toutes ces pages partent de l’actualité, pas de l’actualité que l’on dit à la radio, à la télé ou dans le journal, qui y est aussi, mais l’actualité telle qu’elle l’est pour un chrétien, l’actualité de Dieu qui vit. Ce qui est important c’est de faire le lien entre Dieu et le monde, entre la terre et le ciel. D’où le sous-titre de mon livre « des petits clins d’œil au ciel et à la terre », c’est-à-dire aux gens qui m’entourent, ou dont j’entends parler par les médias, et puis à Dieu qui est toujours présent en moi, par la prière quotidienne surtout. C’est important de ne pas manquer ce contact chaque jour avec Dieu qui est notre Père.

Zenit : Les réflexions que vous vous faites dans cet ouvrage, sont-elles des réflexions que vous vous êtes faites au gré de tous vos engagements au service du Saint-Siège, et que vous avez, aujourd’hui envie de partager un peu comme un « trop plein » après des années de discrétion obligée ?

Card. Etchegaray : J’ose dire que mon livre est un livre ordinaire. Pas un livre d’histoire, un livre de sciences ou de théologie. Un livre qui doit permettre à chacun de garder ce contact avec Dieu et avec nos frères. Je suis en train d’écrire mes mémoires. Une demande qui m’a été faite par le même éditeur, Fayard, et que j’ai finie par accepter après avoir longtemps hésité. Finalement, je me suis laissé faire, et le livre devrait paraître l’année prochaine. Et bien, dans les mémoires il faut être fidèle à ce que l’on a fait, ou ce que l’on a vu. Tandis que là, dans « J’avance comme une âne... » je peux raconter les choses peut-être d’une manière, je dirais presque plus légère, beaucoup plus spirituelle dans le sens de l’‘humour’. Ces petits clins d’œil que je propose, disent bien mon état d’esprit. On sait qu’un clin d’œil, c’est quelque chose de discret, rapide et qui sous-entend une certaine complicité. Se faire des clins d’œil signifie qu’on se comprend à demi-mot. Les pages de mon livre, il faut les lire par petits bouts. On peut prendre le livre n’importe quand, à n’importe quelle page. Il n’y a pas d’ordre. Et des clins d’œil ça permet quand même de saisir les événements pour en tirer le « suc », c’est-à-dire toute la saveur, dans la mesure où tout ce qui nous arrive, tout ce que nous faisons, a du goût.

Zenit : Alors justement, parlez-nous de ce plaisir intense que vous avez eu finalement à réécrire cet ouvrage ...

Card. Etchegaray : J’ai eu beaucoup de plaisir à écrire ce livre. Car cela m’a permis, surtout en vieillissant (j’ai 20 ans de plus que quand le livre est sorti), de garder toute ma jeunesse d’esprit face aux rencontres que je peux faire autour de moi et qui sont très variées. Ces rencontres sont imprévisibles, vous savez. On croit que je suis un homme très réglé, mais en fait je suis quelqu’un qui n’a pas de programmes fixes. Comme disait saint Vincent de Paul : « Ce sont les événements qui sont mes maîtres ». Donc, je prends la vie comme elle vient, avec beaucoup, je ne dis pas de philosophie, mais avec beaucoup de foi : les choses agréables ou pas agréables, et il y en a hélas beaucoup dans une vie ! J’ai eu beaucoup de plaisir à livrer mon petit témoignage, qui part de choses très diverses, et j’espère que j’ai pu faire comprendre quelque chose sur le plaisir que j’ai de vivre. Bien que je ne veuille pas établir de choix ou de préférence dans mes pages, votre question me renvoie à une phrase de mon livre : « Soyez heureux d’exister ». C’est ce qu’on m’a dit quand j’étais montagnard autrefois, dans un refuge. Et ce souhait m’a beaucoup travaillé. C’est le plus beau souhait que l’on puisse faire à quelqu’un. Je vous lis mon petit clin d’œil sur la joie de vivre (p.214), sur le goût de vivre, le goût de Dieu qui donne le goût de vivre si on le rend complice de nous : « Après avoir bien digéré ce souhait d’apparence si banale, je vous le livre comme le plus beau de tous et que le goût de vivre vous donne l’envie de chanter, juste ou faux... » et là, parmi les grands écrivains de notre époque, un de ceux que j’aime beaucoup, Paul Claudel, je cite un passage de sa pièce de théâtre « Le soulier de satin » quand ce personnage extraordinaire Dona Musique dit : « Mon Dieu, vous m’avez donné ce pouvoir que tous ceux qui me regardent aient envie de chanter. C’est comme si je leur communiquais la mesure tout bas ». J’ose penser qu’à ceux qui m’abordent, ceux qui me voient comme je suis, avec mes limites, mes défauts aussi qui sont certes visibles, je puisse communiquer le goût de vivre comme moi-même je l’ai.

Zenit : Vous parlez de plaisir de vivre, parlons alors aussi de votre attachement au dialogue face à la diversité humaine, votre attachement à l’affirmation des peuples en général qui commence peut-être par celle de vos origines basques.. et qui expliquerait votre passion pour les voyages.

Card. Etchegaray :C’est vrai et je vous remercie de souligner mes origines basques. J’en suis très fier. Très fier de tout ce que mon petit pays basque et ma famille basque m’ont donné pour être ce que je suis aujourd’hui. On dit que le basque est aventurier. C’est peut-être vrai. Il y a des grands aventuriers, des corsaires, mais il y a aussi des missionnaires et je pense à l’un d’entre eux que j’aime beaucoup : Saint François-Xavier, qui avait une sœur mariée dans mon petit village d’Espelette. Saint François-Xavier, « l’homme aux sandales de Vent » qui a été jusqu’au Japon, qui a voulu aller en Chine et qui n’a pas pu car il est mort à ses portes. Il était vraiment basque. Ce n’est pas que je veuille me comparer à lui, mais il y a toujours eu quelque chose en moi du missionnaire, d’abord comme tout chrétien, puis comme prêtre, comme évêque et maintenant comme cardinal, dans ce sens ou j’ai été envoyé par le Pape en mission aux quatre coins du monde. J’ai beaucoup voyagé, mais j’ai voyagé aussi par plaisir, par goût personnel, et même encore à mon âge je suis prêt à faire de grands voyages. J’ai d’ailleurs des projets d’en faire encore si la santé me le permet. Je crois que ma tête est encore bonne, je peux donc encore rouler ma bosse un peu partout dans le monde. J’y vais par plaisir, mais aussi parce que Dieu veut faire de chaque homme un messager de son amour, de son message qui est un message de fraternité. Quand on a compris ça, on n’a pas envie de rester sur place. Ça vous chatouille les pieds et ça vous donne envie d’aller partout. J’ai fait tous mes voyages, toutes mes missions, parce que le pape me le demandait, mais dans cet esprit-là.

Zenit : On reconnaît-là l’entêtement de l’âne, pour reprendre le titre de votre livre : « J’avance comme un âne.. », un titre insolite d’ailleurs…

Card. Etchegaray :C’est vrai, quand je vous disais au début que le livre a eu beaucoup de succès, c’est aussi, il faut le reconnaître, à cause de ce titre un peu bizarre. Cela a joué beaucoup sur son succès. Je me suis comparé à l’âne tout d’abord parce que j’aime beaucoup les ânes qui ne sont pas si « ânes » qu’on le dit. Jésus lui-même a beaucoup aimé les ânes, puisque c’est sur un ânon qu’il a fait sa dernière entrée à Jérusalem, juste avant de donner sa vie pour nous.

Zenit : Et vous pensez qu’il faut vraiment l’entêtement de l’âne pour garder espoir dans le monde actuel, dans l’avènement d’un monde de paix ? Est-ce le message que vous voulez faire passer dans votre ouvrage ?

Card. Etchegaray :L’âne a beaucoup de qualités : il est sobre, marche lentement mais d’un pas très sûr ; il va par les chemins escarpés, donc loin des autoroutes où la vitesse vous empêche de voir monture et cavalier. Ce qui manque aujourd’hui ce sont des ânes sur les petits sentiers, pour se rencontrer et bavarder. Aujourd’hui on court trop, on se croise à peine, on ne se frotte même pas alors que la vie est faite pour se regarder, non pas égoïstement, mais pour apprendre de l’autre tout ce qu’il peut nous donner de bon. Car chacun est une richesse, souvent d’ailleurs méconnue : on se croit toujours pire que l’on est. Quand on se rencontre, il faut savoir qu’on a beaucoup de choses heureuses, bonnes, excitantes à partager et qui vous donne encore plus le goût de vivre.

Zenit : Donc vous êtes à la retraite, mais tout ce que vous nous dites montre que vous êtes finalement bien actif…

Card. Etchegaray :Actif, oui ! Car même si je n’ai plus de responsabilités dans l’Eglise officiellement, je reste toujours responsable de mes frères, quel que soit l’âge. Dieu m’a donné encore une bonne santé, et même si j’étais souffrant, je pense que je serais encore actif dans le sens où le mot « actif » veut dire « agir ». Il y a d’abord la prière car on ne croit jamais assez à l’importance, à l’efficacité de la prière, cette communication par les esprits qui nous rapproche de tous. Et puis il y a les rencontres : aujourd’hui mon activité consiste à recevoir beaucoup. Je refuse beaucoup d’invitations à des congrès, à des conférences, car je préfère me recueillir, mais je ne m’enferme pas. Je veux faire de mon appartement à Rome un endroit ouvert à tous, en faire une tente comme celle des nomades, une image que j’aime bien car elle est signe d’ouverture aux autres. J’ai connu cette expérience autrefois dans certains déserts. C’est extraordinaire. Alors c’est ce que je voudrais faire maintenant. Que ce soit mon ministère, ma mission. Répondre à tous ceux qui frappent à ma porte, quels qu’ils soient, les grands et les petits. Et pour moi il n’y a ni grands ni petits. Nous sommes tous égaux et j’ai plaisir à recevoir qui que ce soit. C’est ma joie et je suis encore heureux d’exister.

Le cardinal Roger Etchegaray, est né en 1922 à Espelette (Basses-Pyrénées), il a été évêque auxiliaire de Paris (1969-1970) puis archevêque de Marseille (1970-1984), président de la Conférence épiscopale française (1975-1981), président du Conseil des conférences épiscopales d'Europe (1971-1979) et de la Conférence des évêques de France ( 1975- 1981) ; membre du Secrétariat romain pour l'unité des chrétiens (1979) puis président du Conseil pontifical Justice et Paix et du Conseil pontifical Cor Unum (1984-1995), il a présidé le comité central pour le Grand Jubilé de l'an 2000. Il est aujourd'hui vice-doyen du Collège des cardinaux.
Italian Il Cardinale Etchegaray invita a percorrere “la bellissima strada” di don Andrea Santoro
Feb 05, 2007
Messa nel primo anniversario della morte del missionario italiano in Turchia.

ROMA, domenica 4 febbraio 2007(ZENIT.org).- La via della missione che ha portato don Andrea Santoro (1945-2006) da Roma in Turchia è “una strada bellissima che non è soltanto un esempio, ma anche un invito da seguire”.

L’ha suggerito il Cardinale Roger Etchegaray, Presidente emerito del Consiglio della Giustizia e della Pace, nell’omelia della Messa di commemorazione del primo anniversario dell’uccisione in Turchia di don Andrea Santoro, celebrata in una parrocchia romana in cui il missionario era stato viceparroco 1971 al 1980.

Don Andrea Santoro, originario di Priverno (Latina), è stato ucciso da un ragazzo il 5 febbraio 2006 nella chiesa di Santa Maria a Trebisonda. Era sacerdote “fidei donum” della diocesi di Roma in Turchia.

Il Cardinale Etchegaray, che nella sua omelia ha letto alcuni brani di lettere di don Andrea, si è rivolto ai fedeli radunati nella parrocchia della Trasfigurazione di Roma sottolineando che il missionario ucciso “era andato in Turchia a nome della Chiesa di Roma, a nome di tutti voi”.

Dopo aver commentato i passi biblici della Messa, il porporato ha rimarcato come tutto fosse incentrato sulla “vocazione” e ha confessato: “Mi sembra sentire nelle parole di don Andrea l’eco del profeta Isaia con il suo ‘Eccomi, mandami’”.

La celebrazione è terminata con l’inaugurazione della “Sala don Andrea Santoro”, che fungerà di locale per i ragazzi.

Durante la preghiere dei fedeli si è pregato per “le vocazioni al ministero presbiterale, perché il Signore non cessi di far sentire la sua voce ai giovani del nostro tempo o perché non manchino persone generose disposte a servire con gioia il Vangelo, sull’esempio di don Andrea Santoro”.

I parrocchiani hanno ricevuto un libretto con brani di alcune lettere di don Andrea, specialmente quelle in cui si parla del rapporto con l’islam.

Venerdì 23 febbraio la comunità parrocchiale ha invitato, dopo la Via Crucis, alcuni musulmani del quartiere a una celebrazione in cui in segno di dialogo e penitenza si leggeranno alcuni passi perché, come ha detto il parroco, don Battista, “la comunità continua con il dialogo e l’accoglienza”.
French Homélie du cardinal Etchegaray pour la messe à la mémoire l’abbé Pierre
Jan 31, 2007
Rome, le mardi 30 janvier 2007

Ces jours-ci, tout a été dit et écrit sur l'abbé Pierre, avec une
généreuse sympathie. Mais lui, s'il a pu trouver aux portes du paradis quelque revue de presse a dû bien sourire en se voyant affublé de tant d'épithètes, dont aucune ni I'ensemble ne réussit à pénétrer le fond de son âme. Et, sans un brin de colère, il nous souffle d 'écouter plutôt la voix de l'Eglise en prière pour lui. Il avait choisi lui-même, pour la liturgie de ses funérailles, l'hymne à la Charité dans saint Paul aux Corinthiens(1 Corl3, l-13), le Magnificat de Marie (Lc 1, 46 -55) et le récit pascal des disciples d 'Emmaüs (L c24,13-35C). Ces textes, proclamés vendredi à Notre-Dame de Paris, sont repris dans cette messe à Saint-Louis-des-Français soulignant la continuité et l'unité de l'hommage, de la supplication. La parole de Dieu nous renvoie ainsi à nous-mêmes, sous le regard tendre et exigeant de l'abbé Pierre.

« La charité ne disparaît jamais » (I Cor, 13-18)

Son choix de l'hymne paulinien nous révèle ce qu'il était, une âme sans alliage, une âme d'acier trempé dans un unique amour à double face : Dieu et les hommes. L'amour du prochain n'est pas une simple répétition de l'amour de Dieu, c'est aimer I'homme tout court, tout entier en trouvant dans l'amour de Dieu son fondement et son modèle. C'est ce que balbutiait déjà I'enfant Henri Grouès, il mérita son totem de scout « Castor méditatif ». C'est ce qui explique les insurrections de I'abbé Pierre ne pouvant supporter les caricatures qui défigurent la charité: charité, simple dépannage sans souci de remonter aux causes, charité, brevet de bonne conscience pour ceux
qui se font complices des injustices sociales, charité transformant les uns en bienfaiteurs et les autres en assistés. Les malfaçons de la charité sont si nombreuses que le mot même est suspecté, démonétisé. Il a fallu que le pape Benoît XVI écrive une encyclique de réhabilitation « Deus caritas est » rappelant que la charité « sera toujours nécessaire, même dans la société la plus juste »(no 28). La charité exige la justice mais la dépasse: le lépreux a le droit d'être soigné, il n'a pas droit au baiser de François d'Assise et pourtant il en a autant besoin. Bien plus, l'amour affine le regard et permet de repérer sans cesse des coins de misère jusque là inconnus qu'il livre ensuite dès que possible à la justice, dont elle élargit ainsi toujours plus le domaine. Benoît XVI, dans son encyclique, nous dit que I'hymne à la Charité « doit être la Magna Carta de l'ensemble du service ecclésial ( n. 34) ». Si l'abbé Pierre a tenu bon dans son combat pour la charité, c'est parce que coûte que coûte il s'est comme accroché aux croches de l'hymne, sûr que l'amour non seulement est plus grand que la foi et l'espérance, mais le seul qui survivra (cf. I Co 13,8). Nous prions pour qu'il puisse désormais s 'en rassasier éternellement.

« Mon âme exalte le Seigneur , (Lc 1, 46) »

Et même, s'il disait qu'il chantait faux, voici aussi venu pour Lui le temps du Magnificat sans fin. La jeune Vierge de Nazareth devait bien chanter juste, et en tout cas à pleins poumons, lors de la visite bondissante à sa cousine Elisabeth. Je suis frappé de voir que dans ses écrits l'abbé Pierre parle peu de Notre-Dame. Dans un de ses éditoriaux de la revue « Faims et Soifs » qu'il fonda en 1954, je pique cette demande datée du 2 juillet 1985 à l'abbaye de Saint Wandrille : « Le Magnificat, I'avons-nous médité ? Et si « oui », aimons-nous le redire phrase par phrase ? » Le Magnificat est devenu le chant de toute I'Eglise qui contemple et célèbre le salut vécu par Marie et, à sa lumière, approfondit sa propre expérience de salut. Il mobilise nos énergies au service des pauvres de plus en plus, de mieux en mieux découverts. Mais le paradoxe de notre époque est qu'elle s'éveille au drame des pauvres avec une mentalité de riche, tandis que l'Eglise, à l'exemple de Marie, s'en approche avec une âme de pauvre. De là, cette énorme équivoque entre la pauvreté économique et la pauvreté évangélique, qui rend dérisoire la première béatitude. Il nous faut concilier une pauvreté à combattre avec une pauvreté à embrasser. Il est difficile d'épouser  « Dame Pauvreté » dans une société en abondance.

« Reste avec nous, car le soir vient » (Lc 24,29)

Irrésistiblement, nous revenons à Assise. .. et c'est là-bas que j'ose symboliquement établir ce soir le site non localisé d 'Emmaüs. C'est là-haut, aux « Carceri » , près de la grotte surplombant la cité du Poverello que l'abbé Pierre m'avait invité en août 1998 pour ses 60 ans de sacerdoce à concélébrer avec un autre de ses amis, Isidore de Souza, archevêque de Cotonou, mort peu après. Il nous raconta, après la messe, comment, à 15 ans, en pèlerinage avec son collège lyonnais, il y reçut le premier choc d'un appel à suivre les traces de saint François. Il évoqua son ordination sacerdotale dans la chapelle des jésuites à Fourvière aux côtés de Jean Daniélou et ne manqua pas de rappeler la boutade que lui adressa le P. Henri de Lubac, auprès duquel il venait de se confesser: «  Demain, quand vous serez étendu sur les dalles de la chapelle, ne faites qu'une prière à I'Esprit Saint : demandez-lui qu'Il vous accorde I'anticléricalisme des saints ! ».

Paradoxale alliance qui a fait le charme ou le tourment de ceux qui le côtoyaient.

De ce chemin d'Emmaüs, que I'abbé Pierre n'avait jamais fini de commenter le coeur tout brûlant comme celui des deux disciples, je ne prends ici que I'arrivée à I'auberge, vrai début de l'aventure pascale ouverte par la fraction du pain dont le geste rappelle, s'il ne l'actualise, celui de la dernière Cène. J'ai relu « Mémoire d'un croyant », son plus grand livre, paru il y a dix ans. Pour garder une image synthétique de l'abbé Pierre, il faut lire la dernière partie intitulée « Vers la Rencontre ». C 'est ainsi qu'il désignait la morte et il a passé sa longue vie à attendre cette Rencontre avec « l'Eternel qui aime », surtout à I'heure de l'Eucharistie quotidienne où il se déchargeait du fardeau des misères humaines et aussi de ses propres misères. Le dernier chapitre s'intitule : « Toi qui pardonnes » et les dernières lignes : «  La vie est Espérance, et le sommet de
I'Espérance c 'est la certitude que Dieu, le Tout-Puissant, I 'objet de mon amour est pardon. Et que tout est pardonné à ceux qui savent pardonner ».

Il est temps que surgisse le mot « fin » sur l’écran de mon homélie. Et j'y projette la silhouette de I'abbé Pierre avec sa canne, sa cape, et on béret. Après une rencontre avec Charlie Chaplin en novembre 1954, il désirait la fin de sa vie comme Charlot dans  « Les temps modernes » qui s'éloigne, pauvre et placide, en faisant tournoyer sa canne. A l'horizon, au bout de sa route d‘Emmaüs, l’abbé Pierre voit sans doute s 'entrouvrir maintenant pour lui la porte du Ciel. C'est notre voeu à tous, c'est notre prière en disant comme lui : « Dieu
merci ».
Italian L'Onu in Libano entro dieci giorni. Il segno di speranza del papa
Sept 11, 2006
Le Nazioni Unite sono pronte a partire per il Libano. Intanto, il cardinale Roger Etchegaray è rientrato a Roma, dopo una missione come inviato del papa. "Benedetto XVI è vicino alle sofferenze della popolazione".

(korazym.org, 17/08/2006) Ore frenetiche per la diplomazia. Dopo il via libera alla missione delle Nazioni Unite nel sud del Libano, si stanno definendo sui dettagli tecnici, per capire quale sarà il mandato del contingente di pace. Il cessate il fuoco sembra reggere, ma la situazione è delicata, anche perché al di là degli accordi di pace della politica, quel che conta è il difficile cammino di riconciliazione dei cuori. Ferma restando la grave crisi umanitaria che continua ad essere grave. E' stata questa la realtà toccata con mano dall'inviato del papa, cardinale Roger Etchegaray, rientrato da poco da una delicata missione in Libano. Benedetto XVI gli aveva chiesto di raggiungere le città sconvolte del conflitto, proprio nei giorni più difficili in cui la tregua sembrava ancora lontana. Un'esperienza forte, quella del cardinale che ha voluto testimoniare la vicinanza del papa alle sofferenze della popolazione e "alle necessità tanto spirituali quanto materiali di tutti i libanesi".  

Durante una conferenza stampa alla Nunziatura apostolica di Beirut, il porporato francese ha espresso l’auspicio che gli aiuti internazionali non rallentino, ma anzi aumentino e ha rivolto un appello a tutti affinché la pace si consolidi. “Posso testimoniare – ha sottolineato l’inviato speciale al termine del suo breve viaggio in Libano – che cristiani e musulmani sono pronti ad impegnarsi con tutte le forze per ricostruire insieme i loro Paesi feriti". "Questa tregua - ha proseguito - deve permettere il dispiegamento di tutte le forze di pace. Dobbiamo ringraziare chi, sia a livello nazionale che internazionale, si è impegnato ad aprire con fermezza un cammino di pace, praticabile nella misura in cui tutti si impegnino fortemente". Infine, l'inviato di Benedetto XVI ha esortato "tutte le istituzioni governative e non governative a non rallentare, ma anzi ad intensificare, gli aiuti ancora necessari” alla popolazione.

Prima di rientrare ieri pomeriggio a Roma, il cardinale Etchegaray ha anche partecipato alla riunione straordinaria dei vescovi e dei superiori generali maroniti a Bkerke, sotto la presidenza del patriarca Nasrallah Sfeir per studiare le modalità e i mezzi per far uscire il Libano dalla crisi. Durante la sua breve permanenza, l'inviato del pontefice ha avuto anche incontri con il presidente Emile Lahoud, il premier Fouad Sinora e il presidente del parlamento Nabih Berri. Il cardinale ha anche visitato il gran Mufti del Libano, Sheikh Mouhammad Rachid Kobbani, e il vice presidente del Consiglio superiore sciita, Sheikh Abd El Amir Kabalan.

Due giorni fa, il porporato francese, durante la solenne messa per la giornata della pace, aveva rivolto l’appello affinché “nessuna religione” pretenda di “catturare Dio per metterlo nel proprio campo contro l'altro. In questo clima di odio che respiriamo troppo spesso – aveva scandito - capiamo che solo il perdono può condurci alla riconciliazione". Etchegaray non ha mancato di fare riferimento al conflitto israelo-palestinese, sottolineando che "si tratta di uno di quei drammi che se non si troverà rapidamente una soluzione equa, non lascerà alcuno Stato innocente, né indenne per il proprio avvenire”.

Contemporaneamente, anche a Nazareth, nella Basilica dell’Annunciazione, si è tenuta una solenne messa per la pace, alla quale hanno partecipato 2 mila persone. La celebrazione è stata “piena di fede e di sapore ecumenico”, ha dichiarato il Nunzio apostolico a Gerusalemme, l’arcivescovo Antonio Franco. E una dura condanna alla guerra è arrivata anche dal patriarca di Gerusalemme, monsignor Michael Sabbah. “Di fronte alle sofferenze dei palestinesi, dei libanesi e degli israeliani" e "a tutte le forme di distruzioni che abbiamo visto in questi giorni e in primo luogo la demolizione della persona umana, della sua vita e della sua dignità, condanniamo la demolizione e la morte in Sud Libano: è un crimine contro l'uomo e contro il suo Creatore". "Noi – ha aggiunto Sabbah - diciamo che l'esitazione, anno dopo anno, a stabilire la giustizia e la pace nella Terra Santa e il mantenimento dell'instabilità nella regione, è la colpa più grande dei responsabili dei nostri Paesi. La guerra non può essere la via per costruire la pace e la sicurezza".
Spanish Declaración del Cardenal Echegaray a su salida del Líbano
Sept 11, 2006
Mi visita ha coincidido con las primeras horas del alto el fuego, que ha costado mucho tiempo y energía y que se espera duradero.

(Ecclesia digital, 16 de agosto de 2006) Este alto el fuego debe permitir el despliegue de todas las fuerzas de paz. Debemos agradecer a los que en los diversos niveles nacionales e internacionales, trabajaron denodadamente para abrir un camino, practicable en la medida en que todos, mano a mano, se comprometan a ello: Ninguno puede ser dejado de lado.Image

Este camino, largo y abrupto, es también y sobre todo un camino espiritual. Ningún esfuerzo valdrá si no se acompaña de la paz de los espíritus y de los corazones. Es por esto que rezamos a Nuestra Señora de Harissa, y el pueblo libanés así lo ha comprendido y acudió numerosamente a pesar de las dificultades.

Sólo la sumisión a Dios nos hará romper la lógica del mal donde se enreda el hombre marcado por la violencia ciega y suicida. Por mis contactos con las Autoridades religiosas y políticas, doy testimonio de que los cristianos y los musulmanes están dispuestos a poner en ejecución todo para reconstruir juntos su país herido. La paz no es el ahogo simple de los que se pelearon; es el soplo puro de una familia que cree de verdad que todos sus miembros son hermanos porque también son queridos por Dios.

Pienso mucho en los desplazados del Sur en Líbano que buscan, llenos de lágrimas, para encontrar su casa y su tierra. Les pido a todas las Instituciones gubernamentales y no gubernamentales no ralentizar, sino intensificar una ayuda que durante largo tiempo será necesaria.

Aseguro que el Papa permanece muy atento a los sufrimientos y a las necesidades tanto espirituales como materiales de todos los libaneses.

Ahora que las armas se callan, Líbano podrá hacer sentir mejor que su corazón late siempre para la unidad de la Patria y para la paz entre los pueblos.
English Papal envoy to Lebanon, Cardinal Etchegaray, winds up visit
Sept 11, 2006
From Harissa and Baabda, he made appeals for unity and solidarity among Christians and Muslims. Mass was held in the Shrine of Our Lady of Lebanon and the cry of John Paul II was renewed: Oh Lebanon, you shall not die.

Harissa (AsiaNews, 16 August, 2006) – Cardinal Roger Etchegaray’s visit to Lebanon ended today with a press conference at the headquarters of the Vatican Nunciature of Harissa. The President Emeritus of Justice and Peace went to Beirut on 14 August as the personal envoy of Benedict XVI and left the country at midday. In his meeting with journalists, he emphasized “the strong closeness of the pope to the suffering of all Lebanese people” and appealed for unity among Christians and Muslims in Lebanon, a requisite to salvaging its sovereignty.  He also highlighted the need to respect the ceasefire and to put a stop all acts of violence, making the Lebanese more “supportive and united”. Cardinal Etchegaray also participated in an extraordinary meeting of Maronite bishops and superior-generals in Bkerke, under the chairmanship of Patriarch Nasrallah Sfeir, to study ways and means of bringing the country of the cedars out of the crisis gripping it.

The most meaningful moment of the visit took place yesterday, when the cardinal presided over solemn mass in the Basilica of Our Lady of Lebanon at Harissa, which was attended by all the patriarchs and bishops of the country and more than 6,000 believers.

In his homily, he reiterated “the pope’s condemnation of all violence that has caused many deaths, especially among civilians”, and he upheld the necessity of respecting all the leaders of the country, despite criticisms, for their work in favour of peace. The right road to peace, said Cardinal Etchegaray, “is spiritual rather than political” and no peace “can last, although there may be agreements, without peace that comes from the heart”.

The French cardinal – who according to the Vatican State Secretariat was undertaking a “strictly religious” mission – expressed confidence anew in Lebanon’s future, underlining the urgent need for tolerance among religions in the country and asking one and all to “know how to forgive”.

“Twenty-one years after my first peace mission in Lebanon on the initiative of the late lamented Pope John Paul II, I would like to cry out loud: Oh Lebanon, you will not die,” added Cardinal Etchegaray.

Throughout his brief stay, the pope’s envoy also had meetings with the President, Emile Lahoud, the Premier, Fouad Sinora, and the Parliament Speaker, Nabih Berri. The Cardinal also visited the Grand Mufti of Lebanon, Sheikh Mouhammad Rachid Kobbani, and the deputy chairman of the Shiite Higher Council, Sheikh Abd El Amir Kabalan.

From the presidential palace in Baabda, the cardinal made another appeal to all Lebanese “in the pope’s name”, urging the population “to remain united”. He said: “On the basis of this unity, the Lebanese people will render a great service to the whole world.”