Dionigi Cardinal Tettamanzi Dionigi Cardinal Tettamanzi
Function:
Archbishop of Milano, Italy
Title:
Cardinal Priest of Ss Ambrogio e Carlo
Birthdate:
Mar 14, 1934
Country:
Italy
Elevated:
Feb 21, 1998
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian Omelia d’ingresso in Diocesi
Apr 06, 2005
Duomo di Milano - Concelebrazione eucaristica, 29 Settembre 2002

Carissimi,

saluto tutti e ciascuno dal profondo del cuore e con l’amore stesso di Cristo Gesù.

A voi e a questa Chiesa, rivolgo l’augurio dell’apostolo Paolo: «Il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come anche noi lo siamo verso di voi, per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio Padre nostro» (cfr. 1 Tessalonicesi 3,12-13a).

Un saluto per tutti

Il mio saluto vuole giungere in ogni casa delle nostre città e della nostra Diocesi ed è per coloro che il Signore mi affida. Vuole raggiungere ogni famiglia, in particolare quelle che vivono qualsiasi tipo di difficoltà; si esprime con un semplice “ciao” rivolto ad ogni bambino e ad ogni ragazzo; si fa disponibilità all’ascolto e all’accompagnamento per ogni adolescente e giovane; diventa incoraggiamento e condivisione di responsabilità per gli adulti; vuole farsi venerazione affettuosa per l’anziano; si apre alla vicinanza ad ogni malato; dice amore preferenziale per ogni persona debole, povera, umiliata e offesa; risuona come invito rispettoso, discreto e dialogante per chi fosse indifferente o addirittura, con o senza ragione, fosse ostile.  

Nessuno è estraneo a questo saluto. Nessuno si senta escluso dall’amore e dall’affetto che questo saluto esprime e comunica. Vorrei che ciascuno sapesse che, nel Signore, amo e cercherò di amare sino alla fine questa Chiesa, tutti coloro che la compongono e ogni persona che vive sul nostro territorio; vorrei che lo sapeste, lo sperimentaste e ne poteste gioire, riconoscendo in questo affetto e in questo amore un pallido, ma pur sempre vero, riflesso dell’amore immenso e incommensurabile di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.  

Con gioia e commozione, desidero riservare un saluto del tutto speciale al cardinale Carlo Maria Martini, che siamo contenti di vedere presente in mezzo a noi e che, all’inizio di questa celebrazione, mi ha passato il testimone, consegnandomi il pastorale che fu di san Carlo Borromeo. A lui, che mi è padre e fratello nell’episcopato, esprimo tutta la mia personale e convinta gratitudine perché, tredici anni fa su questo stesso altare, attraverso la preghiera e l’imposizione delle sue mani, prima del pastorale, mi ha trasmesso la grazia dell’Ordinazione episcopale. Mentre le pronuncio, avverto che queste parole possono e debbono compendiare i sentimenti di affetto e di riconoscenza che sono nel cuore di tutti noi. Grazie, Eminenza, per il servizio intelligente, appassionato e generoso che ha vissuto tra noi per oltre ventidue anni; per averci aiutato a crescere come Chiesa degli Apostoli, come comunità cristiana tutta centrata sull’Eucaristia, chiamata a “ritornare a Dio” e a una profonda dimensione contemplativa, totalmente dipendente dalla Parola del Signore, sollecitata dall’urgenza della missione, aperta alle esigenti e universali dimensioni della carità, in dialogo con il mondo e con tutti gli uomini di buona volontà. Le siamo davvero grati di quanto ci lascia come preziosa eredità che, mossi dallo Spirito, cercheremo di custodire con fedeltà e di trasmettere con creatività. La ringraziamo, in particolare, per averci promesso e assicurato di rimanere legato a tutti noi, a questa Chiesa che rimane pur sempre “sua” e a tutte le persone che vivono sul nostro territorio con il ministero dell’intercessione. Su questa sua preghiera di intercessione, che vorrà continuare e intensificare ogni giorno durante la sua desiderata permanenza nella città santa di Gerusalemme, faccio affidamento io per primo e contiamo tutti noi che, ne sia certo, continueremo a “portarla nel cuore”.

        Con il cardinale Carlo Maria Martini desidero salutare ciascuno dei presenti: i Confratelli nell’Episcopato provenienti da altre Diocesi, che ringrazio per la loro partecipazione a questo momento; il Vicario Generale, con i Vescovi Ausiliari, il Pro Vicario Generale e i Vicari Episcopali; il Capitolo del Duomo, la Curia arcivescovile, i Decani, i presbiteri, i diaconi e tutte le persone consacrate. Saluto cordialmente tutte le Autorità politiche, civiche, militari, giudiziarie e amministrative, che con tanta cortesia hanno risposto all’invito loro rivolto e che qui rappresentano l’intera cittadinanza di Milano e del più vasto territorio della nostra Diocesi. Saluto i responsabili e i rappresentanti di tutte le innumerevoli istituzioni accademiche, scientifiche e culturali, come di quelle del lavoro e del commercio qui intervenuti. Saluto inoltre la Veneranda Fabbrica del Duomo e i rappresentanti delle molteplici realtà ecclesiali presenti nella nostra Diocesi, dall’Azione Cattolica alle diverse Aggregazioni laicali, dalle Associazioni di Volontariato e del Terzo Settore a quelle familiari, scolastiche, culturali, professionali.

        In particolare desidero salutare e ringraziare quanti sono venuti, con Sua Eccellenza monsignor Franco Festorazzi, dall’Arcidiocesi di Ancona-Osimo, dove ho mosso i primi passi del mio servizio episcopale. Saluto ancora le tante persone e le tante realtà incontrate lungo il mio ministero presbiterale prima ed episcopale poi, con un esplicito ricordo per il Pontificio Seminario Lombardo in Roma e per tutti coloro che hanno operato e operano nella sede della Conferenza Episcopale Italiana. Né posso dimenticare, con i miei familiari, la parrocchia e l’intera comunità di Renate, dove sono “le mie radici”, che mi hanno sempre circondato di affetto, amicizia e tanta cordialità.

        A tutti vorrei esprimere il mio sincero ringraziamento per la gradita presenza, vedendo in tale presenza sia il segno di un legame profondo con quanti fin qui ho incontrato e conosciuto, sia il preludio di una intensa comunione e di una leale e generosa collaborazione reciproca con quanti ora il Signore mi affida e mette sul mio cammino.

Il ritorno nella Chiesa di Milano

        Nato e cresciuto in questa Chiesa ambrosiana che il Signore ha amato e arricchito con i suoi doni di grazia, dopo il servizio che sono stato chiamato a rendere in altre porzioni elette dell’unica Chiesa di Cristo, in questa stessa Chiesa di Dio che è in Milano e che sento “mia” in modo nuovo e con una responsabilità più piena sono ora tornato per amarla, dandole la mia vita totalmente e “sino alle fine” (cfr. Giovanni 13,1).

Il desiderio di vedere il vostro volto (cfr. 1 Tessalonicesi 3,10), suscitato in me dallo Spirito di Dio fin dal giorno della mia nomina, ormai si compie. Tuttavia, anche in questo momento solenne, desidero rassicurare tutti e ciascuno che non sono mai stato io a coltivare dentro di me il desiderio di diventare Arcivescovo di Milano. Il mio essere “tra voi” e “per voi” non è “da me”, ma è frutto di un disegno divino: è Dio, nel suo disegno misterioso e imperscrutabile, che ha diretto il mio cammino verso di voi (cfr. 1 Tessalonicesi 3,11)! Lo so e lo confesso con grande confusione: se sono qui come vostro Vescovo, lo sono perché “mandato da nostro Signore Gesù Cristo”! È, infatti, la volontà del Signore che mi ha raggiunto e mi ha inviato a voi attraverso le labbra e il cuore del Santo Padre. Al papa Giovanni Paolo II – qui rappresentato dal Nunzio Apostolico Sua Eccellenza monsignor Paolo Romeo, che ringrazio per la sua presenza – rinnovo, con fede e in piena disponibilità, la mia obbedienza; a lui, anche da questo Duomo che l’ha visto pellegrino per ben due volte, di fronte a tutti voi, dico la mia gioiosa adesione; con lui desidero rinsaldare quella comunione che rende autentico il nostro cammino di Chiesa; per lui, il suo ministero e la sua salute, innalzo la mia intensa preghiera, che so essere anche quella di tutti voi. Al Papa esprimo anche la mia sincera gratitudine: la sua voce sicura, il suo sguardo fisso, il suo sorriso e la sua carezza mentre mi comunicava la sua decisione di nominarmi Arcivescovo di Milano rimarranno indelebili nel mio cuore come consolazione, sostegno e stimolo a servire questa Chiesa e la sua comunione con la Sede di Pietro secondo un’ininterrotta tradizione espressa dall’antica formula “ubi Petrus ibi Ecclesia Mediolanensis”.

Dio solo, carissimi fratelli e figli, sa i sentimenti che hanno attraversato e il mio cuore e tuttora lo attraversano. Si possono riassumere, da una parte, nell’umile e sincera consapevolezza della mia debolezza e indegnità e, dall’altra, nella serenità che nasce dal sapermi attratto dall’amore di Dio, che dona “gioia e pace”, e dal riconoscere il disegno salvifico del Padre che mi coinvolge e mi trasforma.

Il distacco dalla Chiesa di Genova

È questo stesso provvidente e amoroso disegno che mi ha chiesto il distacco dalla Chiesa di Dio che è in Genova, una Chiesa a me carissima, che il Signore sette anni fa ha posto nel mio cuore di prete e di vescovo e alla quale avrei tanto desiderato poter dare tutto me stesso, amandola e servendola per sempre, sino alla morte. Ma l’amore del Padre, più grande di ogni nostro progetto, ha disposto e dispone diversamente.

Perciò, da questo Duomo che conserva le spoglie di San Giovanni Bono, nato a Recco e nominato Vescovo di Milano, desidero salutare con commozione e affetto la Chiesa di Genova che, per grazia e dono del Signore, è stata “mia” e che qui vedo rappresentata da qualche centinaio di fedeli, da diversi suoi preti e dal carissimo monsignor Alberto Tanasini, che è stato mio Vescovo Ausiliare e Vicario Generale. Carissimi, la vostra numerosa e graditissima presenza, di cui vi ringrazio cordialmente, mi ricorda il cammino fatto insieme in questi anni, le tante e intense celebrazioni vissute nella splendida cattedrale di San Lorenzo, nell’amatissimo Santuario della Madonna della Guardia e nelle altre chiese dell’Arcidiocesi e i molti incontri avuti con le più diverse categorie di persone nei luoghi della cultura, del lavoro, della gioia e del dolore.

Ai genovesi ho dato con semplicità e schiettezza me stesso: ossia la mia fede in Cristo e nella sua Chiesa, il mio amore fraterno e aperto a tutti, la mia preghiera. Dai genovesi ho imparato moltissimo; da loro ho ricevuto più di quanto abbia potuto o saputo donare. Lasciando Genova non posso certo dire con l’apostolo Paolo: «Fateci posto nel vostro cuore» (cfr. 2 Corinzi 7,2), perché questo posto, per vostra squisita bontà, voi me lo avete sempre riservato. E non dubitate: tutti voi fin qui avete avuto un posto nel mio cuore e – ve lo confido, certo che i milanesi non ne avranno a male! – continuerete ad averlo anche in futuro: “ora e sempre”, come vi ho detto domenica scorsa.

Anche per questo, il mio distacco dalla meravigliosa e cara città e dalla santa e amata Chiesa di Genova è stato vissuto non senza qualche vena di tristezza, di dolore e di fatica. Il sacrificio e la sofferenza di questo distacco, tuttavia, si fanno meno pesanti al pensiero che l’esperienza spirituale, pastorale, sociale e umana vissuta a Genova non solo continuerà a mantenere vivo in me un legame d’amore che non può spezzarsi, ma potrà anche offrirmi il suo prezioso contributo nel compimento della nuova missione che il Signore mi affida.

Il sostegno e la necessità della preghiera

E ora, giungendo a Milano, in questa santa Chiesa ambrosiana, mi sento trasportato da tantissime preghiere che, come un’onda potente e benefica, mi conducono al largo, invitandomi ad intraprendere con fiducia, insieme con voi, la navigazione che siamo chiamati a continuare nel mare della storia al soffio suadente e potente della parola e dello Spirito del Signore.

La trepidazione, quando non addirittura la paura, di fronte alle responsabilità e alle fatiche di questo mio nuovo ministero possono sfociare in un sentimento di serenità interiore e di abbandono filiale in Dio proprio grazie a queste preghiere. Sono le preghiere di tante persone che mi hanno scritto nelle scorse settimane, di tanti anziani e ammalati, di molti gruppi, parrocchie e comunità, dei diversi monasteri di clausura della nostra Diocesi.

In particolare, mentre sono certo dell’intercessione di mio papà dal cielo, il Signore mi fa la grazia di poter fare affidamento sulla preghiera di mia mamma, che abbraccio con affetto. A lei devo non solo la vita, ma anche l’educazione a un’umile e grande fede che riassume tutta la sua vitalità e la sua gioia nel “fiat”, nel “sì” alla volontà di Dio, sempre!

        Io stesso ho pregato e continuo a pregare. In modo particolare ho invocato san Dionigi, vescovo di Milano, sant’Ambrogio, san Carlo, e altri santi e beati di questa Chiesa milanese. Guardando a questo nugolo di testimoni (cfr. Ebrei 12,1) che ci avvolgono con la loro santità e la loro intercessione, sento di dover ricordare: il beato cardinale Schuster dal quale ho ricevuto la Santa Cresima e l’amore alla liturgia e all’umiltà e austerità di vita; il servo di Dio Paolo VI che mi ha ordinato prete e ha segnato i miei primi passi sacerdotali con un appassionato amore a Cristo Signore, alla Chiesa sua sposa, a questo nostro mondo tremendo e affascinante, non da condannare ma da capire e da amare; il cardinale Giovanni Colombo, il Rettore del mio cammino verso il sacerdozio, l’anima e la guida del mio ministero di insegnamento, con il suo esempio di un amore singolarissimo al Papa e di un coraggio libero e grande per la verità

La santità di questi e di altri pastori della Chiesa ambrosiana se, da un lato, mi intimorisce, dall’altro mi affascina e mi rassicura: non è senza un particolare collegamento con chi è chiamato a guidare la stessa Chiesa da essi amata e santificata.

Se ricordo qui l’onda della preghiera e della santità è per affermare subito un aspetto e un’esigenza fondamentali della vita del Vescovo e della Chiesa. Nessun’altra azione del Vescovo è più importante e più necessaria di questa: la preghiera! Per il Vescovo nessun altro dovere è più stringente e irrinunciabile della preghiera; tutti hanno diritto di ricevere da lui l’esempio e il dono della preghiera. Nessun altro desiderio può essere più intenso per un Vescovo che quello di portare tutti i credenti a divenire uomini e donne di preghiera, di fare della Chiesa una “scuola di preghiera”, «dove l’incontro con Cristo non si esprima soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti, fino a un vero “invaghimento” del cuore» (Novo millennio ineunte, n. 33). Sì, questo è il mio desiderio, che vi chiedo di condividere: fare di ogni comunità cristiana una scuola di preghiera perché sia veramente il tempio spirituale di Dio per le nostre città e per le nostre case!

Appello alla santità
La preghiera è segno e frutto della santità. Nessuno si spaventi di questo termine: l’ha iscritto nella storia Dio stesso: «Santificatevi e siate santi perché io sono santo» (cfr. Levitico 11,44-45)! La santità è una condizione di vita resa possibile da Gesù, che superando la durezza del cuore dell’uomo, ci fa capaci di quel radicalismo evangelico che ci porta ad essere perfetti come il Padre nostro che è nei cieli (cfr. Matteo 5,48). È il modo di vivere proprio di ogni cristiano, ossia di chi, continuamente plasmato e trasformato dallo Spirito di Dio, viene “cristificato”, reso immagine vera e ripresentazione reale del Signore Gesù. I santi, poi, – quelli già riconosciuti dalla Chiesa come quelli che vivono in mezzo a noi – ci dicono che l’essere santi è possibile e bello ed è fonte di felicità! Sì, carissimi fratelli e sorelle, il cristianesimo – come diceva Paolo VI – è difficile, ma è felice! È felice perché ha come suo programma ed emblema le beatitudini, che Gesù ha proclamato e vissuto per primo (cfr. Matteo 5,1-12).

Questa nostra santità, che è la vera novità evangelica, alimenta la santità della Chiesa intera e dà la forza di operare il cambiamento della stessa società. Ed è nella prospettiva della santità che deve realizzarsi tutto il nostro cammino pastorale (cfr. Novo millennio ineunte, n. 30). Questa, infatti, per ciascuno di noi e per tutti noi, è la volontà di Dio: la nostra santificazione (cfr. 1 Tessalonicesi 4,3). Resi santi nel Battesimo non possiamo accontentarci di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalistica e di una religiosità superficiale, ma dobbiamo vivere da santi, secondo questa “misura alta” della vita cristiana ordinaria (cfr. Novo millennio ineunte, n. 31).

La vitalità della Chiesa di Milano

        Iniziando solennemente il mio ministero episcopale in terra ambrosiana, contemplo e ammiro la nostra Chiesa, che il Signore per primo ama e considera come un bene prezioso, perché – come scrive Sant’Ambrogio commentando il Salmo 118 – a lei così si rivolge: «Tu sei il mio sigillo, creata a mia immagine e somiglianza, Risplende in te l’immagine della giustizia, l’immagine della sapienza e delle virtù» (Commento al Salmo 118/2, XXII, 34). La contemplo e la ammiro nella sua bellezza spirituale e nella ricchezza dei doni ricevuti da Dio e per questa amata e veneranda Chiesa ambrosiana sento di poter ripetere le parole che sant’Ignazio di Antiochia riservava alla Chiesa di Smirne in Asia Minore: «Questa Chiesa ha ottenuto per divina misericordia ogni grazia, è piena di fede e di carità e nessun dono le manca. È degna di Dio e feconda di santità. Ringrazio Gesù Cristo Dio che vi ha resi così saggi. Ho visto infatti che siete fondati su una fede incrollabile, come se foste inchiodati, carne e spirito, alla Croce del Signore Gesù Cristo, e che siete ripieni di carità nel Sangue di Cristo…» (Lettera ai cristiani di Smirne, cap. 1).

        Questa ammirazione nasce dalla attenta considerazione del passato glorioso della nostra Chiesa, di cui questo stesso Duomo è, in qualche modo, testimonianza e simbolo. Sì, come diceva nell’omelia del suo ingresso l’arcivescovo Giovanni Battista Montini, «Noi siamo eredi di un immenso patrimonio spirituale. È il patrimonio della civiltà cristiana che oggi noi contempliamo nei suoi segni simbolici; è il patrimonio che conserva i titoli della nostra nobiltà, derivata da secoli d’incancellabile storia; è il patrimonio che ci fornisce i principi basilari della fraterna convivenza, dei diritti sacri della dignità umana, dell’inviolabilità delle leggi, del carattere sacro dell’autorità, dell’incoercibile libertà della coscienza personale, della funzione elevatrice della fatica e del dolore, della speranza nel destino dell’oltretomba».

        La stessa ammirazione è anche per il presente della nostra Chiesa. Quella di Milano, che il Signore mi manda a servire, è una Chiesa viva, ricca di fede e ricolma di una straordinaria ricchezza di grazia, che andrò man mano conoscendo. Lo testimoniano le sue risorse morali e spirituali; le sue espressioni di carità e di impegno educativo, a iniziare da quello profuso nei nostri oratori; la generosità pastorale e lo slancio missionario dei sacerdoti, dei diaconi, delle persone consacrate e dei fedeli laici, uomini e donne; il cammino ecumenico, il dialogo tra le religioni, l’attenzione ai non credenti, l’accoglienza di chi viene da lontano, l’apertura all’Europa e al mondo.

Una vitalità da custodire e rinnovare

        Oggi, tuttavia, anche qui da noi, questa ricca vitalità della fede è “minacciata”. Si tratta di un fenomeno che non riguarda solo la nostra Chiesa e il nostro territorio, ma che certamente proprio tra noi va assumendo un rilievo tutto speciale e, sotto certi aspetti, unico perché proprio a Milano – come già sottolineava quarantasette anni fa l’arcivescovo Montini – si incontrano, talvolta fino a contrapporsi e a scontarsi, «la ricchezza stupenda e secolare d’una tradizione religiosa … di fede, di santità, di arte, di storia, di letteratura, di carità, con una ricchezza meravigliosa e modernissima di vita…, di lavoro, d’industria, di commercio, di arte, di sport, di politica».

        Il nostro contesto odierno è profondamente mutato. Dobbiamo riconoscerlo, senza pregiudizi e senza nostalgie, con uno sguardo realistico e disincantato: oggi è profondamente cambiata la situazione sociale, culturale e religiosa del nostro mondo e delle nostre stesse comunità cristiane. Il processo di “secolarizzazione” continua a erodere la tradizione cristiana anche delle nostre città e dei nostri paesi. Oggi assistiamo a una vera e propria “scristianizzazione”; molti, anche tra i cristiani, pensano e vivono “come se Dio non esistesse”; per tanti e in tanti contesti va sempre più diventando insignificante ogni riferimento all’assoluto e alla trascendenza; si va diffondendo l’indifferenza religiosa e ci troviamo di fronte a una sorta di “neopaganesimo”, nel quale – come sottolineava qualche anno fa il cardinale Martini – gli uomini e le donne, «privi dell’orizzonte totale e rassicurante dell’ideologia ed insieme privi di un “ultimo Dio” capace di salvare il mondo, vorrebbero ricondurre tutto al frammento, all’attimo, alla dignità dell’essere umani, soltanto umani e basta, con tutta la caducità che questo comporta» (Ripartiamo da Dio. Lettera pastorale per l’anno 1995-1996, n. 13). Viene così da chiederci se tra noi, al di là di alcune usanze e pratiche della religione cristiana, i criteri di giudizio e di scelta nella nostra vita sono ancora secondo Gesù Cristo e il suo Vangelo.

        In questo stato di cose, anche la vitalità della nostra Chiesa può seriamente diminuire, se non addirittura andare perduta. Sì, carissimi, perché la vitalità della fede di una comunità cristiana non si conserva da se stessa; senza un permanente e deciso rinnovamento, rischia di attenuarsi e persino di estinguersi. Del resto, è la storia stessa di tante comunità cristiane che ce lo ricorda e ce lo insegna. Senza dire che non possiamo mai dimenticare una parola del Vangelo: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Luca 18,8). È un interrogativo che faremo bene a lasciar risuonare continuamente dentro di noi e nelle nostre comunità e che si presenta come appello vibrante per il nostro cammino di fede e il nostro impegno missionario.

        Ricordiamolo tutti: la vitalità e la ricchezza di fede della nostra Chiesa sono certamente un “dono”, di cui non saremo mai adeguatamente riconoscenti; ma sono anche un “compito”, ossia un patrimonio e una eredità posti nelle nostre mani per essere da noi gelosamente custoditi, tenacemente difesi e continuamente rinnovati.

        Per questo, un primo compito spirituale e pastorale che ci deve vedere tutti impegnati consiste nel rinnovare e portare a perfezione la vitalità di fede della nostra Chiesa. Oggi più che mai abbiamo bisogno di un cristianesimo vero, adeguato ai tempi che stiamo vivendo, frutto di scelte personali e mature: il sempre fecondo tesoro religioso e morale che abbiamo ricevuto chiede di essere approfondito e rinnovato in noi stessi, nelle nostre opere, nella nostra vita, nella nostra cultura. Non possiamo più accontentarci di credere solo per consuetudine; il nostro non è il tempo della semplice conservazione dell’esistente! Occorre che abbiamo a crescere in una “fede adulta”, personale, convinta, entusiasta, testimoniante; una fede che renda ciascuno di noi e le nostre comunità capaci di vivere il Vangelo con semplicità, fierezza e gioia anche in una società tecnicizzata e urbanizzata come la nostra; una fede illuminata e sostenuta mediante forti itinerari formativi, celebrata nella liturgia, espressa e testimoniata nella carità; una fede in grado di mostrare la sua ragionevolezza agli uomini del nostro tempo.  

Un appassionato amore alla Parola di Dio, ascoltata e accolta anche con la pratica della “lectio divina”, l’intimità e la comunione con il Signore Gesù realizzate nei sacramenti e quotidianamente alimentate nel dialogo della preghiera, la sequela di Cristo nel generoso servizio della carità saranno il segno più vero di una fede profondamente rinnovata, portata alla sua matura e piena vitalità. E sarà questa stessa fede, con la novità dei suoi criteri di giudizio e di scelta, a ispirare, sostenere e incoraggiare la vita di ciascuno di noi. Sarà questa stessa fede a valorizzare, discernere e purificare ogni cultura e a creare una “cultura secondo il Vangelo” e, proprio per questo, secondo le attese più vere e radicali del cuore di ogni uomo e donna.  

La necessità di un nuovo slancio missionario

        Un secondo compito spirituale e pastorale che ci attende e ci sollecita consiste nel dare spazio a un nuovo slancio missionario. È un compito che si fonda sull’esigente imperativo del Signore: le parole di Gesù risorto, che abbiamo ascoltato nel Vangelo, «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura» (Marco 16,15) sono, infatti, incise e scolpite con il fuoco dello Spirito come grazia e comandamento nel cuore di ogni credente. È un compito iscritto nell’identità di ogni credente, così come essa viene “creata” dal Battesimo, dalla Cresima e dagli altri Sacramenti e viene delineata dal Vangelo che ci chiede di essere “luce”, “sale”, “lievito”, “fuoco”, “città posta sul monte”. È un compito che si fonda nel dinamismo di fede e di carità che lo Spirito Santo va continuamente suscitando, corroborando e conducendo a perfezione nel cuore nuovo del credente.

        Questo stesso slancio missionario, come dinamismo per l’annuncio e la testimonianza del Vangelo di Cristo dappertutto e a tutti, promana irresistibilmente da una fede matura e, nello stesso tempo, è fattore che concorre a far maturare la fede. Infatti, come ha scritto Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptor hominis, «la fede si rafforza donandola» e «la missione è un problema di fede, è l’indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi» (nn. 2 e 11) ed «è impensabile – come aveva sottolineato Paolo VI – che un uomo abbia accolto la Parola e si sia dato al Regno, senza diventare uno che a sua volta testimonia e annunzia» (Evangelii nuntiandi, n. 24). Ciò significa che quanto più viva è la fede, tanto più forte si fa lo slancio missionario, così come l’impegno per la missione contribuisce in un modo particolarmente significativo ed efficace alla vitalità della fede. C’è, a tale proposito, un testo del Concilio che invita ogni nostra comunità cristiana a una riflessione quanto mai seria: «La grazia del rinnovamento non può crescere nelle comunità, se ciascuna di esse non allarga gli spazi della carità sino ai confini della terra, dimostrando per quelli che sono lontani la stessa sollecitudine che per coloro che sono propri membri» (Ad gentes, n. 37). Mi chiedo: non è forse qui indicata la ragione di un certo immobilismo, se non persino di non poca sterilità, da cui alcune comunità parrocchiali e realtà di Chiesa possono essere colpite?

        È poi la concreta situazione storica che stiamo vivendo a mostrare la necessità e l’urgenza di questo nuovo slancio missionario. Gli uomini e le donne del nostro tempo, anche se inconsapevolmente, ci chiedono di “parlare” loro di Cristo, anzi di farlo loro “vedere”. Essi hanno diritto alla nostra gioiosa e coraggiosa testimonianza di fede, come ne ha diritto la società intera: anche se si è fatta indifferente, pagana e ostile a Dio e a Gesù Cristo, la nostra società, infatti, non può sradicare e cancellare quell’anelito religioso che Dio Creatore e Padre ha impresso nel cuore di ogni uomo. Verso questa società noi credenti abbiamo, quindi, un debito: quello di offrire, con la vita e non solo con le parole, una limpida e convinta professione di fede in Gesù unico, necessario e universale Salvatore dell’uomo, della storia e del mondo. La presenza tra noi di molti “lontani e indifferenti”, mentre sollecita la nostra attenzione e la nostra conversione, esige che la nostra fede e la nostra testimonianza siano più vere e più credibili. Le numerose persone non battezzate presenti sul nostro territorio reclamano un impegno rinnovato per far conoscere loro la “bella notizia” di Gesù. Le grandi sfide culturali poste dalla scienza e dalla tecnica ci chiedono risposte e atteggiamenti che sappiano sempre rispettare e promuovere la verità, la giustizia e la dignità di ogni persona.

        Non ci è dunque lecito sottrarci all’impegno missionario! Non lo può questa nostra Chiesa ambrosiana se vuole essere degna della sua vocazione, della sua storia e della magnifica testimonianza di dedizione al Vangelo e di servizio all’uomo offerta, talvolta fino al martirio, da tanti suoi figli, preti, religiosi e laici, che hanno operato e operano nel cosiddetto mondo delle missioni.

        Per questo, tutti i nostri sforzi e impegni spirituali e pastorali non possono esaurirsi nel curare la fede dei credenti e di quanti partecipano alla vita, alle attività e alle iniziative delle nostre comunità e delle nostre aggregazioni, ma devono aprirsi e coinvolgersi più energicamente verso quanti ancora sono chiamati a conoscere, amare e seguire il Signore Gesù, modello perfetto di uomo e luce del mondo. In questa linea, la prassi pastorale ordinaria e quotidiana delle nostre comunità cristiane deve essere animata da un più convinto, energico e coraggioso spirito missionario, facendo di ogni gesto, di ogni incontro, di ogni iniziativa un’occasione propizia per dire una parola e offrire una testimonianza che sappiano interrogare, illuminare, proporre, scuotere, sostenere, accompagnare. Nel vivere questo nuovo slancio missionario siamo chiamati a riservare una particolare attenzione alle giovani generazioni, mediante un’opera educativa costante, intelligente e coinvolgente, che miri a fare dei giovani delle persone felici perché libere, vere e appassionatamente innamorate di Cristo e del suo Vangelo. Con e per i “non credenti”, la nostra azione missionaria, partendo dalla testimonianza personale, deve saper suscitare le domande di fondo della vita e, attraverso un dialogo nella carità e nella verità, deve giungere all’annuncio esplicito del Vangelo perché ciascuno, nella sua piena libertà, possa decidersi e orientarsi. Lo stesso slancio missionario deve raggiungere, in particolare, tutti gli ambienti della vita sociale: è proprio qui, infatti, che la missionarietà si fa più urgente e necessaria, perché in questi stessi ambienti più pesante ed evidente è il fenomeno della scristianizzazione. Gli ambienti di vita costituiscono, quindi, il contesto primo e concreto nel quale vivere e comunicare la fede; è nell’ambiente – ossia nel tessuto delle relazioni personali che lo animano e nelle attività umane che lo vivificano – che Dio ci chiama a crescere nella fede, anche mediante la testimonianza e l’opera di evangelizzazione. E tra gli ambienti di vita, la famiglia occupa un posto particolare e privilegiato, in quanto essa è il luogo dell’esperienza umana fondamentale e come il “crocevia” di tutti o quasi gli ambienti della vita sociale.

        Lasciamoci, quindi, provocare dalle esigenze della missione! Ciascuno di noi senta quotidianamente rivolta a sé la parola esaltante e inquietante di Cristo: “Tu sei il sale della terra…; tu sei la luce del mondo…!” (cfr. Matteo 5,13-16); e ripeta con Paolo e come lui: “Non è per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo!» (1 Corinzi 9,16).

Il servizio all’uomo e alla società

        C’è, dunque, bisogno di questo muovo slancio missionario. Ma nessuno si inganni. Il mandato di Gesù risuonato anche oggi in questo Duomo – «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Marco 16,15) – non ci estranea dal mondo né ci rende indifferenti ai problemi dell’umanità. È piuttosto il Vangelo stesso a ributtarci nel mondo; è la piena fedeltà alla novità e originalità cristiana a renderci profondamente inseriti nella storia e attivamente partecipi, in comunione con tutti, delle vicende dell’umanità. Come scrive il Concilio, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Gaudium et spes, n. 1).

        Di conseguenza, il cristiano che contempla il volto di Cristo non può non ritrovare questo stesso volto in ogni uomo che incontra: l’uomo, infatti, è stato plasmato da Dio a immagine e somiglianza di Cristo! Di più, il cristiano è chiamato a rivivere l’amore stesso che Gesù Cristo nutre per l’uomo: un amore che venera la dignità personale di tutti, senza alcuna discriminazione, e che si fa predilezione compassionevole e servizievole verso tutti coloro che soffrono le più svariate forme di sofferenza umana, da quelle fisiche, a quelle morali, spirituali e religiose.

        Serviamo, dunque, l’uomo e la società. È questa un’esigenza intrinseca e insopprimibile della missione. Ed è proprio annunciando e testimoniando il Vangelo, che la Chiesa offre il suo servizio – nuovo, originale e necessario – all’uomo e alla società. Sì, il Vangelo mentre rivela il mistero di Dio rivela il mistero dell’uomo, svela la sua altissima dignità di persona e di figlio di Dio: il suo è un messaggio inscindibilmente teologico e antropologico. Il Vangelo è “a favore” dell’uomo. Lo ricordino e lo testimonino i cristiani; lo comprendano e lo vedano tutti, qualunque sia la loro religione e la loro cultura: il Vangelo non è mai “contro” l’uomo, ma è “per” l’uomo, perché la dignità personale di tutti e di ciascuno sia riconosciuta e onorata, difesa ed esaltata.

        Non perdiamoci dunque d’animo, ma perseveriamo nel proclamare il Vangelo: è questo il dono più prezioso che possiamo offrire all’umanità di oggi e di sempre. La fedeltà a questa missione, che ci qualifica come Chiesa, ci chiede di vivere il primato del Vangelo, di conoscere e diffondere la dottrina sociale della Chiesa, di richiamare e riaffermare, di fronte a tutti e in ogni contesto, le irrinunciabili esigenze dell’etica, ossia della vera umanità che è iscritta in ciascuno di noi. La stessa fedeltà alla missione ci chiede un amore appassionato e maturo alla libertà: senza libertà non c’è etica, non c’è responsabilità nell’intimo della propria coscienza, di fronte agli altri, a iniziare dai più poveri, e al cospetto di Dio, giudice giusto e misericordioso di tutti, dai piccoli ai grandi della terra. Servire l’uomo e la società significa, perciò, adoperarsi per rendere ogni persona veramente e pienamente libera, cioè responsabile e pronta a lavorare per il bene di tutti, per il bene comune.

Mentre predico questa libertà, quale Vescovo di questa Chiesa di Dio che è in Milano, con fermezza e convinzione, intendo rivendicare questa stessa libertà di fronte a tutti. Mi aiuti sant’Ambrogio a ricordare, comportandomi di conseguenza, che «non si addice a un imperatore soffocare la libertà di parola né ad un vescovo tacere il proprio pensiero» e che «in un vescovo non c’è nulla di così rischioso  davanti a Dio e di così vergognoso davanti agli uomini quanto il non proclamare apertamente il proprio pensiero» (Lettera 74,2).

        A tutti noi cristiani, partecipi dell’unica missione della Chiesa che è nel mondo a servizio del Regno di Dio, è chiesto di servire l’uomo e la società svolgendo nel mondo la funzione che – secondo l’antica A Diogneto (n. 6) – è propria dell’anima nel corpo. Si tratta di essere “anima del mondo”, ossia di essere germe di speranza e forza di vera libertà e di nuova solidarietà nella società umana. Ciò esige, tra l’altro, un di più di partecipazione, comunitaria e costruttiva, ai problemi concreti della città e della società in un contesto europeo e mondiale sempre più globalizzato. Non dimentichiamolo: tale partecipazione non è soltanto un diritto democratico, ma anche e innanzitutto un preciso dovere morale! La gravità dei problemi sociali che oggi pesano sulle nostre città – la disoccupazione, il benessere egoistico, la disgregazione familiare, il disagio giovanile, l’immigrazione, l’emarginazione degli anziani – rende ancora più urgente l’educazione a una coscienza civica e politica quale aspetto necessario della coscienza morale umana e cristiana. Anche in questo ambito si può cadere nel peccato di omissione: e spesso non è il meno grave!

        Servire l’uomo e la società come “anima del mondo” richiede anche la valorizzazione di tutto ciò che è buono, vero, giusto, bello (cfr. Filippesi 4,8), anzi l’impegno a “intraprendere” per noi, per i fratelli e per la valorizzazione dell’ambiente in cui viviamo. Come ci ammonisce il Vangelo, i talenti non si devono sotterrare ma trafficare (cfr. Matteo 25,14ss). Quante “risorse” possiede la nostra Città e la nostra terra: nel campo dell’economia, della finanza, della cultura e dell’arte, della ricerca scientifica e dell’applicazione tecnologica, della moda, del lavoro! Tutte queste risorse vanno valorizzate e sviluppate. Il Vangelo non frena, ma stimola questo “spirito di intrapresa”; pone una sola condizione, che è però liberante: che non si sacrifichi mai il vero bene dell’uomo! Milano può e deve “fare” di più, può e deve “dare” di più: al suo interno e fuori, in Europa e nel mondo! Anche in questo ambito, Milano ha una vocazione da onorare.

        Nel vivere questo spirito di intrapresa a servizio dell’uomo e della società, una attenzione del tutto particolare va riservata al vasto e vario mondo dei poveri. Come ho già avuto occasione di dire e di scrivere, anche da questo pulpito del nostro Duomo ripeto a tutti con convinta decisione che “i diritti dei deboli non sono affatto diritti deboli, ma sono del tutto eguali ai diritti dei forti”. Ne segue che, tutti insieme e ciascuno per la propria parte, dobbiamo operare ancora di più per la giustizia e per la solidarietà, quella concreta, che ci rende fattivamente attenti ad ogni forma, antica e nuova, di povertà e solleciti di fronte a ogni emergenza sociale, tra cui va annoverato il sempre più diffuso e complesso fenomeno immigratorio. Sì, il nostro impegno per la giustizia e la solidarietà sia veramente costante e deciso: contribuiremo così a porre le premesse per quella pace che oggi viene continuamente minacciata e di cui, invece, il mondo ha sempre più bisogno.

Tutti corresponsabili nella missione

        Per dare attuazione a questo nuovo slancio missionario e al servizio all’uomo e alla società che vi è intrinsecamente connesso, occorre che tutti – individui, comunità e aggregazioni – si sentano responsabilizzati. Tutti, cioè, dobbiamo essere coscienti della grande grazia che il Signore ci dona affidandoci la missione di prendere parte alla grande e meravigliosa avventura cristiana ed ecclesiale.

        Sì, fratelli e sorelle, la missione è un dono e una responsabilità che tutti ci interpella e ci coinvolge. Interpella ciascuno di noi personalmente: in questo ambito della testimonianza della fede, come in ogni altro ambito della vita – ce lo ricorda il profeta Ezechiele – la responsabilità davanti a Dio non può essere ereditaria, ma è sempre personale (cfr. Ezechiele 18,25-28). Ne segue che, come hanno fatto i nostri padri, anche ciascuno di noi oggi, con rinnovato slancio, è chiamato a vivere questa responsabilità. Lo esige la nostra identità di cristiani. Come leggiamo, infatti, nel Sinodo 47° della nostra Diocesi, «l’annuncio della buona notizia del regno di Dio è, per ogni cristiano, un impegno al quale viene abilitato dal battesimo, che lo rende creatura nuova, e dai doni dello Spirito santo. L’incontro con il Signore genera in ciascuno la necessità di annunciare con la parola e di testimoniare con la vita agli altri uomini il senso vero dell’esistenza che gli è stato donato» (cost. 372, § 2).

        Il compito missionario interpella tutti noi insieme, come membra di un unico corpo, pietre vive di un unico edificio spirituale, tralci fecondi di una medesima vite. La missione non è un “affare privato”, né un compito solitario. Riguarda la Chiesa, quale mistero di comunione, a cui tutti apparteniamo e dal quale tutti siamo radicalmente caratterizzati: ciascuno di noi, in quanto parte viva dell’unico popolo di Dio, è chiamato a collaborare, secondo la propria vocazione, alla vita e alla missione della Chiesa in comunione con tutti gli altri fedeli.

        L’identico mandato missionario, infine, è da viversi secondo la varietà e complementarietà delle vocazioni e condizioni di vita, dei ministeri, dei doni e carismi, delle responsabilità. Come ci ricorda, infatti, san Paolo, «a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune» (1 Corinzi 12,7).

In particolare vorrei che si sentissero pienamente corresponsabili nell’unica missione della Chiesa i laici, singoli e aggregati. Partecipi, per la loro parte, dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale del Signore Gesù, essi, in modo peculiare, hanno nel mondo il luogo proprio e privilegiato di esercizio della loro missione: sono chiamati, infatti, da Dio «a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esercizio della loro funzione propria e sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a rendere visibile Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro vita e con il fulgore della fede, della speranza e della carità» (Lumen gentium, n. 31). Non meno importante e determinante è, nello stesso tempo, il loro ruolo nella Chiesa. Come motivo di fierezza e di incitamento a vivere con coraggio e fiducia tale ruolo, ad ogni laico della nostra Chiesa ricordo quanto diceva già Pio XII nel 1946: «I fedeli, e più precisamente i laici, si trovano nella linea più avanzata della vita della Chiesa; per loro la Chiesa è il principio vitale della società umana. Perciò essi, specialmente essi, debbono avere una sempre più chiara consapevolezza, non soltanto di appartenere alla Chiesa, ma di essere la Chiesa, vale a dire la comunità dei fedeli sulla terra sotto la guida del Capo comune, il Papa, e dei Vescovi in comunione con lui. Essi sono la Chiesa».

Sempre nell’orizzonte della corresponsabilità di tutti nella missione della Chiesa, una parola specifica sento di dover riservare ai preti, che il Signore chiama e vuole come anima e guida delle comunità cristiane, in comunione con tutti i fedeli. Da loro, dunque, in modo particolare dipende il futuro della nostra Chiesa. A voi, carissimi confratelli nell’unico sacerdozio del Signore Gesù, dico il mio affetto, la mia ammirazione e il mio grazie per la passione e la fatica apostolica con cui esercitate il vostro ministero; a voi desidero rivolgere una parola di incitamento e di speranza perché non abbiate mai a perdervi d’animo né a lasciarvi sopraffare dalle inevitabili stanchezze e difficoltà.

Tra queste difficoltà dobbiamo annoverare oggi l’invecchiamento del clero e la scarsità delle vocazioni. In questa situazione, le parole di Gesù «La messe è molta» – prima ancora di queste altre: «ma gli operai sono pochi» (cfr. Matteo 19,37) – devono rimanere scolpite nel nostro cuore, perché proprio l’abbondanza della messe può accendervi una speranza nuova e insieme un più forte senso di responsabilità. Una responsabilità che si esprime anzitutto con la preghiera, attuando così l’impegno preciso, e in un certo senso unico, che il Signore ci ha indicato: «pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe» (Matteo 9,38). Sì, prima di interrogarci su che cosa fare, prima di studiare possibili e doverose iniziative, prima di programmare incontri ed esperienze, incominciamo a pregare. In realtà, solo a partire dalla preghiera e solo in riferimento ad essa si può efficacemente passare ad altro. Diamo, quindi, vita a “una grande preghiera per le vocazioni”: sia una preghiera fiduciosa, costante, personale e comunitaria che, come onda benefica, attraversi e coinvolga attivamente i seminari, le comunità parrocchiali, i gruppi, le famiglie, gli anziani, gli ammalati, ogni singola persona.

L’esigenza della comunione

        La missione della Chiesa – ce lo dice Gesù – esige la comunione: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Giovanni 17,21). Sì, la comunione è condizione per la credibilità e l’efficacia della missione, ma è anche il contenuto stesso e il senso ultimo della missione, che consiste appunto nel rivelare al mondo l’amore di Dio.

Proprio per questo, tra le preoccupazioni più vive del mio cuore di Vescovo, che il Signore ha posto come “fondamento visibile dell’unità della Chiesa” (cfr. Lumen gentium, n. 25), vi è quella di favorire, incoraggiare, sollecitare con forza la comunione dei cristiani nell’unico corpo di Cristo che è la Chiesa. Coerentemente, oggi, e vorrei che così fosse per ogni giorno del mio ministero, il mio animo è in totale sintonia con quello dell’apostolo Paolo, quale ci è stato svelato dalle sue stesse parole ascoltate nella seconda lettura della Messa di oggi: «Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Filippesi 2,1-5).  E di Gesù l’Apostolo canta l’umiltà abissale. Sì, condizione indispensabile e forza propulsiva dell’autentica comunione ecclesiale è l’umiltà: solo l’umiltà conduce a gareggiare nello stimarsi a vicenda (cfr. Romani 12,10); solo l’umiltà porta a riconoscere, rispettare, amare e valorizzare in armonia i doni diversi e complementari che lo Spirito affida a ciascuno per l’utilità comune.

   Impegniamoci, perciò, a fare della nostra Chiesa “la casa e la scuola della comunione”, promovendo anzitutto una autentica “spiritualità della comunione”, secondo i tratti e le dimensioni che il Papa ci ha indicato al termine del Grande Giubileo dei Duemila (cfr. Novo millennio ineunte, n. 43). Incoraggiamoci vicendevolmente a crescere sempre più nella comunione tra sacerdoti, persone consacrate, operatori pastorali e fedeli laici, nel segno di una collaborazione e corresponsabilità vissute nella cordialità e con gioia, capaci di contagiare i rapporti, non solo dei singoli tra di loro, ma anche tra le diverse comunità. Continuiamo a far maturare in ciascuno di noi e nelle nostre comunità quella “pastorale d’insieme” che il nostro Sinodo qualifica come esigenza connaturata con la Chiesa e come caratteristica particolarmente necessaria e urgente tra parrocchie vicine e nel medesimo decanato (cfr. cost. 155, § 1). In questa linea vorrei ripetere anche qui quanto andavo dicendo nelle mie visite alle parrocchie della Diocesi di Genova: “Ama la parrocchia altrui come la tua!”. Educhiamoci costantemente a vivere in spirito di autentica comunione anche i rapporti tra le diverse aggregazioni ecclesiali e tra queste e le comunità parrocchiali: sia costantemente coltivata la coscienza di appartenere tutti all’unica Chiesa, cresca una reale apertura e disponibilità alla collaborazione nel rispetto cordiale delle legittime diversità, nella valorizzazione sincera del carisma di ognuno, nella convinta e reale condivisione del cammino pastorale della Diocesi.  

Riconoscere e vivere l’esigenza della comunione vuol dire anche «rivolgersi con più accorata supplica allo Spirito Santo implorando da lui la grazia dell’unità dei cristiani». Come dice il Papa, «è questo un problema essenziale per la testimonianza evangelica nel mondo» (cfr. Tertio millennio adveniente, n. 34). La presenza a questa solenne celebrazione dei Rappresentanti delle diverse Chiese cristiane operanti in Diocesi – che ringrazio vivamente per la loro gradita partecipazione – ci richiama l’urgenza di questa problematica e ci invita a dare sempre più coscientemente un profondo respiro ecumenico alle nostre attività pastorali. In questa prospettiva, faccio mie le espressioni del cardinale Martini nella sua omelia per la solennità di Maria Nascente lo scorso 8 settembre, allorché affidava ai cristiani di tutte le confessioni «la speranza dell’unità della Chiesa e di una ritrovata comunione nella molteplicità dei doni di Dio, che permetta un dialogo fruttuoso tra le religioni e una rinnovata amicizia col popolo delle promesse». Sempre nella prospettiva della comunione, dobbiamo accogliere le forti provocazioni del Papa e di tanti Pastori della Chiesa ad affrontare le nuove frontiere del dialogo interreligioso dando un posto preminente al popolo ebraico e un’attenzione appropriata ai fedeli dell’Islam, senza per altro dimenticare i membri delle grandi religioni orientali.

Confessione di fede e di amore

Questa Chiesa, di cui siamo membra e della cui missione siamo tutti corresponsabili, non ha in se stessa né origine, né consistenza, né destino, ma è tutta e solo relativa a Cristo Signore: è da Lui, in Lui e per Lui. L’anima profonda della Chiesa si esprime, quindi, in un totale abbandono a Cristo, che si fa convinta confessione di fede, lode gioiosa e preghiera incessante.

In questo momento sento vivissimo il bisogno di proclamare con tutte le mie forze la fede in Cristo. A nome mio e a nome vostro ripeto, perciò, ancora una volta, le parole di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Matteo 16,16).

Sì, o Signore: Tu sei l’Unigenito del Padre; sei nostro fratello, il primogenito dell’umanità; Tu, “via, verità e vita” (Giovanni 14,6) sei l’unico e universale Salvatore del mondo; Tu solo, il Santo di Dio, hai parole di vita eterna (cfr. Giovanni 6,68); Tu ci sei assolutamente necessario; sei Tu il modello perfetto de
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