Ciò che rende solida la Città
Apr 05, 2005
Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento svolto dal Cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, nella tradizionale occasione del messaggio alla città in occasione della festa del Patrono, da l'Unità - 8 dicembre 2004.
Mi pare importante recuperare il senso civile della solidarietà, troppo spesso pensata esclusivamente come un dovere di soccorrere chi ha meno oppure, secondo accezioni correnti, come il surrogato laico della carità, intesa restrittivamente nella sua accezione tradizionale di elemosina e non come atteggiamento del cuore.
Intendiamo la solidarietà come quel vincolo che unisce tutti i cittadini tra loro, che li sorregge nell'impegno civile, che li toglie dal desiderio di essere anonimi in mezzo alla folla. Dico “desiderio”, perché è certo che la tentazione dell'anonimato, e quindi della fuga dalle responsabilità, è una tentazione oggi ben presente nella vita dell'uomo, con un suo “tranquillizzante” alone.
Potremmo dire che non può esserci un cittadino, né tanto meno una Città, se viene rifiutata la solidarietà, se essa è sbrigativamente liquidata come un insieme di buoni pensieri, tipico di chi si lascia impietosire.
Non è, la solidarietà, qualcosa che ha a che vedere con una pietà di basso profilo. È qualcosa di ben più ampio. È, appunto, ciò che rende “solida” la Città, ciò che unisce i cittadini, ciò che non è scritto, né può essere comandato ed è tuttavia necessario, così necessario che senza di essa vengono minate le fondamenta stesse della società.
Sarebbe utile, in proposito, tornare ad una riflessione sulle virtù civili necessarie per l'oggi e ad una conseguente pedagogia: giustizia, solidarietà, amore della verità, onestà, fedeltà, saggezza, vigilanza sulla parola. E su ciò che, essendone l'esatto contrario, non serve e va bandito: il protagonismo, il parlare a vanvera, l'infedeltà, la disonestà, la parzialità, la menzogna, la schizofrenia costante tra parole e comportamenti... Senza vani moralismi, ma nella consapevolezza che si deve ripartire da qui nell'educazione dei cittadini e, in particolare, nei comportamenti della classe politica.
(...) La solidarietà appartiene, ad onta di tutto, nonostante guerre, massacri, eccidi, alla storia dell'uomo, alla sua cultura. Ne è, anzi, l'aspetto migliore. L'aspetto che ha consentito il progresso dell'umanità. Che ha impedito all'uomo di autosterminarsi, sterminando gli altri. Che ha reso possibile la messa in comune di ricerche e di studi, di tecnologie e di medicine. Che ha sospinto le coscienze e le azioni di tanti “santi” laici e cristiani, credenti delle più diverse religioni e atei. Che ha animato l'insegnamento di grandi anime perché il bene si diffondesse ovunque. Pensiamo al cammino della solidarietà come alla messa in comune del bene e dei beni, materiali e immateriali, fisici e spirituali.
Dire che la solidarietà è un valore civile non significa circoscriverla alla sfera delle istituzioni in senso stretto. Essa rappresenta una questione sociale di tale ampiezza e importanza, che le istituzioni non possono che assumerla e rifletterla. Non è un caso che la nostra Costituzione sia fondamentalmente solidaristica, indipendentemente dai termini e dalle espressioni che nel tempo sono stati usati. I Padri costituenti non avrebbero mai potuto pensare a qualcosa di diverso. La solidarietà è così anche un modo per rispettare la nostra Costituzione, il suo spirito profondo, la sua forza, la sua ispirazione, quasi il suo “desiderio” di essere per tutti patto amato e condiviso.
Nessuna nazione e nessun popolo potrebbero dirsi “nazione” e “popolo” senza un legame, senza un “patto”, senza cardini su cui poggiarsi, senza la condivisione di valori e principi comuni, senza il riconoscimento del vincolo che unisce la società degli uomini, senza l'accettazione di leggi che tutelino la società nel suo insieme: non uccidere, non rubare, aiuta il tuo simile, non tradire l'amico, rispetta chi ti ha dato la vita, proteggi i piccoli e gli indifesi, vivi in pace con tutti. Non sono queste le norme elementari e basilari che dicono, nel concreto, che esiste un reciproco vincolo di solidarietà? Esse sono ancora scritte nel cuore dell'uomo? La nostra cultura le conserva o le ha cancellate?
Una particolare responsabilità per assicurare il vincolo solidaristico in seno alla società è propria di chi governa la Città. Chi ha una responsabilità istituzionale deve rendere possibile l'estrinsecarsi di questo vincolo nella vita cittadina, a tutti i livelli, in tutti i campi, nelle situazioni più diverse.
La solidarietà è una virtù civile non tanto nel senso che essa fa sì che il più forte aiuti il più debole, quanto nel senso che rende possibile a tutti la convivenza civile. Non esiste convivenza civile se non è solidale! Se ciò non avviene, significa che ci troviamo di fronte a una patologia sociale e che la società rischia addirittura di essere defraudata della coscienza civile e della forma propria di civiltà. Ecco perché c'è una responsabilità molto forte in capo a chi governa per rendere possibile la solidarietà come pratica abituale e come stile di un'intera Città.
Si devono anche fare scelte concrete che esprimano questo valore e la sua centralità sociale e civile. Anzi, la solidarietà deve diventare la fisionomia della Città, il suo volto più caratteristico.
La solidarietà, poi, è il presupposto e l'anima della democrazia, che è partecipazione, capacità per tutti di fare scelte e di prendere parte, in forme diverse, alla vita sociale. Se non ci fosse quel “rendere giustizia”, quel “restituire eguaglianza” attraverso la solidarietà, che fine farebbe la democrazia? E, viceversa, se non vi fosse democrazia, quale solidarietà promossa dalle istituzioni potrebbe dirsi tale? Non torneremmo forse al beneficio un tempo “graziosamente” elargito dal sovrano, dove esiste chi è padrone e chi è suddito, chi sta in alto e chi sta in basso, l'uomo superiore e l'uomo inferiore?
(...)
Anche chi amministra la Città, che magari lotta per avere più risorse economiche per risolvere le questioni sociali più scottanti, deve sapere che non è solo “pagando” il costo di ciò che serve per risolvere un problema che la persona sarà al centro e che la sua dignità sarà rispettata. Non basta monetizzare un bisogno per risolverlo. Chiediamoci, ad esempio: quali difficoltà di accesso troverà il cittadino? Sarà in grado di superarle se nessuno lo aiuta? E chi o che cosa potrà aiutarlo in queste difficoltà?
Pensiamo agli anziani, ai “grandi anziani”, così aumentati di numero nella nostra città rispetto al passato. Com'è l'accesso dei “grandi anziani” a ciò che la politica teoricamente ha pensato per loro? È facile, rapido, comprensibile? Sarà una banalità, ma ci sono moduli dove non è neppure chiaro su quale riga scrivere! E poi, un “grande anziano” ha, a propria volta, di solito, un figlio o una figlia che giovani non sono più. Come sono, allora, l'equilibrio e la qualità della vita di questi altri cittadini?
Per non parlare dell'equilibrio e della serenità di quelle famiglie che hanno in casa, non dico malati psichiatrici, ma anche solo persone care colpite da pesanti forme di depressione. Quali servizi offre la nostra città? Sono sufficienti? Si prendono davvero a cuore le sorti di una persona quando la curano?
(...)
Spesso abbiamo in mente che fare progetti significa fare nuove costruzioni, imponenti e significative. Certo, anche la riqualificazione del tessuto urbano ha la sua importanza, come, nell'immaginario collettivo della città, è di grande significato il restauro della Scala, che proprio in questi giorni torna ad essere vista nel suo antico splendore e forse di più, così come la costruzione del nuovo polo fieristico e il recupero a funzioni di pregio, quali quelle della formazione universitaria, per la vita cittadina di grandi aree dismesse e abbandonate.
Ma bastano i muri a rendere sostenibile la vita delle migliaia e migliaia di cittadini milanesi di nuova e antica adozione?
Dove sta la sostenibilità della vita? (...)
Credo sia giunto il tempo che le forze culturali, sociali, economiche, politiche, finanziarie di questa nostra città si incontrino per una riflessione seria e per un grande progetto che riguardi la “sostenibilità del vivere” per tutti. Una sostenibilità fatta non solo di muri, ma anche di idee, di cultura, di possibilità soprattutto per i giovani, di sicurezza, di serenità per l'avvenire dei singoli e delle famiglie.
(...)
La Città rischia di sembrare ogni tanto un po' “distratta” e la sua attenzione talvolta è richiamata su problemi e situazioni importanti solo da fatti spesso occasionali e che si impongono all'attenzione perché di particolare gravità. La “distrazione” mette in crisi la solidarietà, quando addirittura non la nega e impedisce del tutto.
Eravamo “distratti”, guardavamo altrove, se non ci siamo accorti per lungo tempo che migliaia di bambini dei nostri nuovi concittadini non frequentavano la scuola? Eppure è la scuola il luogo dove si imparano le fondamentali regole della convivenza civile, dove si impara a rispettare l'altro, a crescere insieme, a giocare insieme, dove si fanno progetti e lavori comuni. La scuola dovrebbe essere al centro, dentro il cuore pulsante, della Città e delle sue istituzioni.
Se non ci fosse stata però una rilevante discussione su un'altra questione riguardante la scuola - fare cioè una classe omogenea per cultura e religione in una delle scuole pubbliche cittadine -, non si sarebbe probabilmente parlato sulla stampa del problema scolastico in relazione agli immigrati. Purtroppo sappiamo bene come ciò che non passa dalla grande informazione è come se non esistesse: è reale ed esiste solo ciò che la comunicazione mediatica ci presenta.
Resta, comunque, la domanda di fondo. Perché non lo “sapevamo”? Perché non ce ne “siamo accorti”? Vivevamo forse altrove? O abbiamo distolto lo sguardo? Volevamo essere tolleranti? Ma è vera tolleranza quella che rende indifferenti e non esprime attenzione e stima per l'altro?
Un problema tra i molti che agitano la Città mi ha particolarmente colpito. Si tratta della questione della casa. Oggi trovare casa è un'impresa, una difficoltà senza pari: i costi sono saliti alle stelle. La nostra città, lentamente e inesorabilmente, continua a perdere gli abitanti “storici”, perché l'hinterland presenta condizioni dell'abitare relativamente più favorevoli per qualità e per costi. La forte precarizzazione del lavoro, soprattutto fra i più giovani, rende impossibile l'accesso ai mutui per l'acquisto dell'abitazione. La progressiva perdita di potere d'acquisto dei salari rende ancora più gravosa la spesa dell'affitto: due redditi da operai o da piccoli impiegati bastano a fatica a mantenere la famiglia quando la casa non è in proprietà, perché la rata dell'affitto si porta via una cospicua fetta dell'onesto guadagno. Lo stesso vale per i pensionati, che talvolta vivono in case disagevoli e non possono provvedere altrimenti. Gli studenti fuori sede si trovano di fronte a costi non certo modesti. Gli immigrati sono costretti a pagare a caro prezzo ciò che di peggio il mercato offre.
La casa è un miraggio o un costo insostenibile. In ogni caso, non riesce più ad essere nemmeno un sogno. Per molti è, piuttosto, un incubo. Così accade che, anche per tutta un'altra serie di ragioni che si aggiungono alla “questione della casa”, quella che era definita “classe media” si trovi oggi pericolosamente vicina alla soglia di povertà.
È difficile immaginare un progetto che dia risposte consistenti sul problema della casa? Non nego che lo sia. Ma sono certo - so, con questo, di dare voce a molti e al sentire comune della gente e di ogni persona responsabile - che è urgente e necessario. Non si può ritardare oltre!
E, più in generale, sulla questione dei redditi e della grave perdita di potere d'acquisto degli stessi, è difficile immaginare un tavolo che - riunendo le forze economiche, commerciali e politiche di Milano - si interroghi seriamente su come rendere possibile la vita in una città che è finita nella graduatoria delle città più care del mondo?
Quest'ultimo fatto potrà anche avere i suoi risvolti positivi, ma porta con sé, e in modo spesso drammatico, esiti comunque pesanti per molte persone e famiglie. Per gli anziani della città. Per i giovani che non dispongono di grandi redditi. Per quanti, non ancora cinquantenni, hanno perduto il lavoro e faticano a ritrovarlo e vorrebbero vivere dignitosamente con la propria famiglia. Per le donne, che oggi sempre più spesso vivono sole con bimbi piccoli a carico e che pagano un prezzo ancora troppo alto per le difficoltà sociali ed economiche che incontrano!
Dare vita a questi “tavoli” per studiare e cominciare a mettere in atto un “progetto” di vasti orizzonti sarebbe un modo per Milano di riappropriarsi della sua tipicità e della sua tradizione. Sarebbe un rinnovare quell'affermazione secondo cui “Milano ha il cuore in mano!”.