Il G8 a Genova – parla il Cardinal Tettamanzi
Apr 04, 2005
"I cristiani … hanno un'occasione unica per prendere posizione da protagonisti sulla globalizzazione, sui grandi temi dello sviluppo mondiale. E' un'opportunità storica". Intervista di Gerolamo Fazzini al cardinale Dionigi Tettamanzi
("Avvenire" del 1° Giugno 2001) GENOVA - Anche sul tetto dell'arcivescovado, nella centralissima Piazza Matteotti, durante il G8 metteranno i tiratori scelti: proprio davanti si innalza quel Palazzo Ducale che per tre giorni ospiterà l'attesissimo "summit" dei Grandi della terra. Con quella serenità contagiosa che lo contraddistingue, il cardinale Dionigi Tettamanzi lascia cadere la notizia mentre ci avviamo all'uscita del suo studio, come si trattasse di un dettaglio trascurabile.
Fuori, il traffico è impazzito, i clacson assordanti. L'arcivescovo - fresco reduce da un incontro storico, la prima Messa di un cardinale con i lavoratori del porto, quei "camalli" bollati da una pubblicistica superficiale come bestemmiatori e irrimediabili "senza Dio" - sa bene che la sua Genova è una città sull'orlo di una crisi di nervi: il centro sconvolto dai cantieri, automobilisti e tassisti sul piede di guerra, trentamila residenti costretti (nei tre giorni caldi, dal 18 al 21 luglio) a muoversi con un pass. "La preoccupazione per la sicurezza è sacrosanta, ma non può essere l'unica. Molti si chiedono perché proprio Genova, con la sua conformazione urbanistica così particolare, sia stata scelta per un meeting del genere. Da più parti si sottolineano i disagi e pericoli di un'esplosione di violenza che ci auguriamo non avvenga. Sentimenti legittimi, ma guai se ci fermassimo qui".
Il cardinale un timore più grande di tutti ce l'ha: che il G8 passi senza che la politica impari a misurarsi quotidianamente con le sfide epocali all'orizzonte, dalla fame alla miseria, e che i cattolici perdano un'irripetibile occasione per far conoscere la loro "via" per una globalizzazione a misura d'uomo. Il cardinale ha provato a tracciarla nell'intervista che qui ospitiamo.
Q:Poche parole oggi sono demonizzate o esaltate come "globalizzazione". La Chiesa sostiene che essa non è di per sé né buona né cattiva, ma lo diventa in relazione alle ricadute su singoli e popoli. Una tesi controcorrente, tanto per i "turbocapitalisti" quanto per una parte del "popolo di Seattle" pregiudizialmente "contro".
R:"La globalizzazione è un fatto storico, del quale prendere atto. E' illusorio pensare di bloccarla, giusto invece cercare di governarla. In genere purtroppo si affronta la questione emotivamente, con estrema superficialità e non di rado ignoranza. Al contrario siamo in presenza di un fenomeno ambivalente e complesso quanto pochi altri. Da un lato, infatti, avvicina persone e popoli, dall'altro però esclude molti, creando una sorta di nuovo apartheid. Proprio per questo occorre una profonda riflessione, senza pregiudizi, sulle cause del fenomeno e sui possibili correttivi. La globalizzazione è un autentico 'segni dei tempi': un fenomeno carico di promesse e minacce, che chiede di essere oggetto di discernimento".
Q:In una recente omelia al santuario della Guardia lei parlava di insidie alla dignità delle persone provocate dalla mercificazione del lavoro. A cosa allude?
R:"Il lavoro è l'anello debole della catena economico-finanziaria perché viene intaccato in maniera fortissima dal processo di globalizzazione. Assistiamo a una contrapposizione netta e scandalosa fra capitale e lavoro, laddove quest'ultimo viene ridotto a merce che si compra e si vende al più basso costo. Nel bazar del villaggio globale a farne le spese sono non gli imprenditori, ma le donne e gli uomini che lavorano".
Q:Non è un caso che spesso le grande imprese annunciano tagli occupazionali e i loro titoli in Borsa salgono...
R:"Il pericolo all'orizzonte è proprio questo: una progressiva disumanizzazione del lavoro stesso".
Q:Oggi si tende a esaltare la "new economy" e il suo presupposto, la flessibilità. Non c'è però il rischio di svincolare il lavoro da un tessuto di regole e relazioni sociali?
R:"La ventata della 'new economy' ha portato a guardare alla 'old' con un po' di sospetto. Ma vecchia e nuova economia devono integrarsi. Non c'è dubbio che la grande industria - a Genova come altrove - ha i suoi costi, specie in una città che ha spazi ridotti, ma è un'industria rivelatasi capace di misurarsi con le sfide del futuro. Il problema di fondo rimane quello di recuperare il senso umano del lavoro. Genova ha un tesoro: il mare. E possiede bellezze storico-artistiche molto interessanti. Ecco allora l'esigenza di costruire sinergie fra vecchio e nuovo, ad esempio nell'ottica di quel rilancio turistico della città sempre promesso, ma che fatica a realizzarsi".
Q:Per molti popoli globalizzazione significa prevalenza di interessi stranieri nella propria terra, riduzione delle spese sociali, aumento del debito. C'è modo di umanizzare il fenomeno o è il mercato il solo arbitro dello sviluppo?
R:"La globalizzazione non può essere lasciata al dominio del mercato, ma va regolamentata attraverso un rilancio della politica e, contemporaneamente, di una coscienza etica per la quale quale il profitto non è il valore assoluto dell'uomo. Bisogna trovare strade nuove per globalizzare la politica: gli strumenti attuali infatti chiedono di essere riformulati".
Q:Del resto, i fatturati di molte multinazionali sono superiori ai Pil di molti Paesi del Sud del mondo. Non solo: da più parti si sottolinea il deficit di democrazia di alcune istituzioni internazionali che governano l'economia (es. il Wto). Col rischio che pochi decidono per molti...
R:"Il deficit politico deriva da una carenza etica in chi detiene il potere. Ma è una responsabilità che tocca tutti, a tutti i livelli. Occorre in questo senso una rivoluzione etica, per dirla con parole cristiane una 'conversione alla solidarietà' ".
Q:Alla luce di fenomeni nuovi quali globalizzazione, Internet e così via, secondo un esperto di morale come lei vanno rielaborate anche le categorie della dottrina sociale della Chiesa?
R:"Rielaborare significa rendere credibile ed efficace il nucleo più originale di determinati valori e ritradurlo nell'attuale situazione. Solo se si ha l'intelligenza, la saggezza e il coraggio di realizzare un'operazione di questo tipo può essere conservato il nucleo essenziale e perenne della dottrina sociale. Ma non ci si deve attendere dal magistero la risposta a tanti interrogativi nuovi, devono essere i laici in frontiera a impegnarsi in questa operazione delicata ma necessaria".
Q:Assistiamo a un processo di omologazione culturale non meno pericoloso di quello economico, a fronte di identità da tutelare e diversità da valorizzare...
R:"Due criteri devono orientare il processo della globalizzazione. per evitare quello che il Papa ha definito rischio di un nuovo colonialismo. Da un lato occorre - dicevo - spingere a fondo sul versante della solidarietà, richiamando il dovere della destinazione universale dei beni e l'ipoteca sociale della proprietà privata. Dall'altro c'è da promuovere l'identità culturale dei popoli. Per dirla con uno slogan: no alla selezione che esclude, no alla omologazione che mortifica le differenze".
Q:Veniamo al cosiddetto "popolo di Seattle". Al suo interno convivono varie anime, dagli estremisti dei centri sociali che minacciano violenza ai gruppi cattolici che vogliono far sentire la loro voce in modo pacifico. L'opinione pubblica ha colto o no questa varietà di posizioni?
R:"Confermo la sua impressione: in genere il 'popolo di Seattle' è considerato compatto e organico e invece è molto variegato al suo interno. Spesso purtroppo sono le voci estremiste a raccogliere l'attenzione dei media. Sto, però, notando lo sforzo di molte associazioni e realtà che ne fanno parte per marcare la loro identità e autonomia, specie sui modi e i metodi con i quali far emergere la propria voce. Ma c'è qualcosa che sin qui è rimasto in sordina, c'è un altro popolo che merita attenzione: quello dei distratti, degli indifferenti e degli insofferenti".
Q:Tra i distratti ci sono anche i cattolici?
R:"I cristiani devono saltar fuori con chiarezza: hanno un'occasione unica per prendere posizione da protagonisti sulla globalizzazione, sui grandi temi dello sviluppo mondiale. E' un'opportunità storica".
Q:L'associazionismo cattolico locale e nazionale proporranno un'iniziativa ad hoc nelle prossime settimane. Come giudica la mobilitazione cattolica nel suo complesso sul G8?
R:"Vorrei si ricordasse che l'impegno cattolico su questi temi non nasce oggi: durante il Giubileo la Cei ha promosso una campagna molto importante sulla riduzione del debito. E le molte iniziative messe in campo in questi mesi mostrano una vitalità insospettata del mondo cattolico".
Q:In un'occasione come il G8 i cattolici si troveranno a lavorare insieme a gente di diverso orientamento culturale. Con quali rischi e quali opportunità?
R:"Due consigli. Il primo: essere consapevoli della propria identità e originalità, ma al contempo aperti a ogni elemento umano che è presente anche in chi non condivide la fede. Secondo: per il credente il fine non giustifica i mezzi. C'è uno stile pacifico, di rispetto, che ci deve contraddistinguere. Il problema è un altro: se sino ad oggi molte istanze cristiane non sono state capite, è probabilmente anche per una certa latitanza dei cristiani e a motivo di una fede ridotta a dato rituale o mera consuetudine. Il paradosso è che in molti casi la dottrina sociale della Chiesa è avanti, forse troppo avanti, la testimonianza dei singoli credenti non altrettanto".
Q:Gli incontri internazionali sono spesso caratterizzati da affermazioni altisonanti, obiettivi ambiziosi ma anche cocenti delusioni. Forse gli indifferenti di cui parlava trovano conferme da fatti quali la recente Conferenza dei popoli meno sviluppati promossa dall'Onu a Bruxelles. Non è il caso di rivedere questo tipo di eventi?
R:"Le grandi questioni internazionali devono entrare nell'agenda politica quotidiana. La politica deve stare al passo con i tempi, anzi dovrebbe precederli. Non può, quindi, non mondializzarsi. Incontri come il G8 sono uno stimolo prezioso: ma perché non si rivelino sterili bisogna che i Paesi si lascino coinvolgere dai problemi a dimensione planetaria. In modo permanente: un G8 ogni tanto non basta".