Dionigi Cardinal Tettamanzi Dionigi Cardinal Tettamanzi
Function:
Archbishop of Milano, Italy
Title:
Cardinal Priest of Ss Ambrogio e Carlo
Birthdate:
Mar 14, 1934
Country:
Italy
Elevated:
Feb 21, 1998
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian Esclusivo/ Il cardinale Tettamanzi ad Affari: "La crisi? Se ne esce con la sobrietà"
May 24, 2009
Sabato 16.05.2009 10:10
di Antonio Galdo

dal sito www.nonsprecare.it

La crisi economica, la possibile ripresa, il mondo che si affanna a ritrovare un equilibrio perduto. Con lo sguardo lungo del pastore, il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, misura con Affaritaliani.it tutti i rischi ma anche le opportunità del cambiamento che ci aspetta. Specie se, come spiega in questa intervista, l’uscita dal tunnel significherà l’imbocco di una nuova strada. Dove la segnaletica non è fatta solo dai numeri, dagli indicatori economici, ma innanzitutto dal rigore dell’etica. E da due parole, sobrietà e solidarietà, che avevamo smesso di declinare.

Che cosa significa oggi la parola sobrietà?
Una virtù preziosa per ricondurre il nostro comportamento quotidiano alla “giusta misura”. E una via privilegiata che conduce alla solidarietà, alla condivisione vera e concreta di tutto ciò che è necessario per vivere secondo la dignità umana, che appartiene a tutti senza alcuna discriminazione. Chi è sobrio vede anche l’altro.

Perché abbiamo trascurato questa virtù?
Forse perché è stata spesso fraintesa. La sobrietà non è un concetto economico, un vissuto all’insegna del risparmio minuzioso. Non è l’astensione dai consumi, il calcolo esasperato di tutto quanto si potrebbe evitare di avere e di comprare. La sobrietà è uno stile di vita complessivo: nelle parole, nell’esibizione di sé, nell’esercizio del potere, nei comportamenti quotidiani.

La crisi ci aiuterà a riscoprirla?
Assolutamente sì, e vedo che lentamente questa parola sta, almeno, tornando nel nostro vocabolario.

Finora, però, è stato il mercato a essere considerato la vera divinità del tempo contemporaneo. Non c’è stato anche un ritardo da parte della Chiesa nel denunciare questa deriva culturale?
Partiamo dalla crisi. Si sta diffondendo, innanzitutto grazie all’opera educativa della Chiesa, la consapevolezza che questa crisi globale sia stata originata, oltre che da eventi congiunturali e da un fenomeno di assestamento tipico dei periodi di lunga crescita, soprattutto dalla scarsa considerazione nella quale è stata tenuta la dimensione etica. Negli affari, nella produzione, nei mercati dei beni materiali e finanziari.

Tutti a caccia di soldi.
Si è agito senza pensare che, per esempio, dietro alla compravendita e alla speculazione sulle materie prime e sui titoli e i prodotti finanziari, c’erano sempre delle persone concrete, famiglie e lavoratori che da quei beni si aspettavano un vantaggio economico. E invece spesso hanno trovato imbrogli e ingenti perdite di denaro. Ma la responsabilità è anche di tante persone e famiglie che si sono lasciate attrarre dal guadagno facile, da ottenere non con il lavoro, ma con l’azzardo. Magari per sostenere e incrementare uno stile di vita al di sopra delle proprie possibilità. Uno stile di vita certamente non sobrio. Ecco perché bisogna tornare al fondamento etico dell’economia, e rimettere al centro del sistema la persona umana nella totalità dei suoi valori.

Le chiedevo dei ritardi della Chiesa…
Ci arrivo. La Chiesa agisce nella storia, e quindi anche a noi si possono imputare dei ritardi. Ma prima bisogna riconoscere il valore della profezia, di quelle parole che sono scolpite già nei Vangeli, di quella denuncia della cupidigia predicata da Gesù.

Sono profezie che oggi ritrova nel popolo di Dio?
La Chiesa ha sempre servito i poveri con creatività e con attenzione. E la solidarietà è un sentimento e un atteggiamento molto vivo tra la nostra gente. Posso dirle che in pochi mesi il Fondo Famiglia e Lavoro, istituito nella notte di Natale del 2008, ha già raccolto nella diocesi di Milano 4 milioni di euro, dei quali la metà arrivano attraverso una miriade di offerte di tante persone normali. Però come cristiani, non possiamo limitarci alla tecnica e al bisogno….

Che cosa serve?
E’ scritto nel Vangelo, e penso alla splendida parabola del buon samaritano. Gesù ci chiede di farci prossimo, compagni di strada, responsabili, fratelli dei più poveri. Di ciascun povero, di chi soffre per ogni tipo di povertà. Così la Chiesa, per tornare alla sua domanda, non sarà mai in ritardo di fronte ai bisogni dell’uomo, e non si limiterà semplicemente a fare da supplente alle istituzioni ed a chi è tenuto a intervenire. Lo ha detto Benedetto XVI proprio a proposito della crisi: «Non basta porre rattoppi nuovi su un vestito vecchio».

Anche la Chiesa pensa a un nuovo modello di sviluppo?
Non ho una risposta ad una domanda che andrebbe rivolta agli economisti. Da vescovo, sento l’esigenza di due atteggiamenti, connessi l’uno all’altro e fondamentali per ripartire: riportare l’uomo al centro dell’economia e dotarla di un fondamento etico. Le faccio un esempio molto concreto e legato al tessuto economico del territorio della diocesi di Milano: qui i meccanismi che oggi governano la finanza, rischiano di limitare la crescita della miriade di piccole imprese – capaci di generare posti di lavoro, di premiare la creatività, l’ingegno, l’intraprendenza, i giovani – e delle cooperative sociali, pronte ad offrire un’opportunità lavorativa e di integrazione anche alle persone più svantaggiate.

Lei sta denunciando il tappo del credito, che specie in tempi di crisi penalizza i più deboli.
Piccole imprese e cooperative sociali sono ritenute dal sistema del credito soggetti ad alto rischio, e quindi non meritevoli di finanziamenti perché difficilmente viene considerato il “valore sociale” di cui queste imprese sono portatrici. Come vede, torniamo all’etica ed a una domanda: si può pensare a un sistema economico che sostenga il credito per queste iniziative e magari incoraggi l’estensione del modello? Io sono convinto che la risposta è netta: sì, si può e si deve.

Intanto la globalizzazione, che doveva allargare e diffondere il benessere economico, si è tradotta finora in un miliardo di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno. E’ la fine di un sogno?
La globalizzazione non è finita. Il mondo è profondamente interdipendente e, specie in economia, decisioni locali assumono inevitabilmente ricadute globali. Questo è un punto di non ritorno. Ma la globalizzazione, da sola, non realizza un sistema economico: semplificando, posso dire che è una modalità, inevitabile, dell’agire economico. Quindi non farà più del male se al centro del sistema tornerà l’uomo stesso, e se insieme alle grandi leggi dell’economia si tornerà a contemplare anche l’etica.

Il consumismo è una parola che la spaventa?
Non mi spaventa, mi addolora. Vedere l’uomo vivere, lavorare e desiderare solo l’atto del consumo, significa assistere allo snaturamento della sua dignità. L’uomo è creato da Dio per amare, non esclusivamente per consumare.

Eppure senza consumi non c’è ripresa.
L’uomo consuma per vivere, non vive per consumare. Siamo partiti dalla sobrietà, che non si contrappone all’idea del consumo. Anzi, è un atteggiamento che aiuta l’uomo a divenire responsabile anche nell’atto del consumo. Al contrario, moltiplicare a dismisura i consumi, e di conseguenza gli sprechi, fino a un eccessivo indebitamento, che poi si traduce in insolvenza per milioni di famiglie come è avvenuto in America, non significa diffondere benessere e opportunità, ma danneggiare il sistema e mandarlo in corto circuito. La sobrietà è la via che rende le persone responsabili nel consumare per quello che si può, per quello che serve, per quello che è utile.

Lei considera questa crisi un cambio d’epoca?
Viviamo un momento doloroso e di prova. Tante crisi si sono succedute e tutte le volte, pur mutando le circostanze, sembra che la lezione del passato sia stata dimenticata. Oggi siamo a un bivio, e l’esito delle nostre scelte non è inesorabile.

Quale bivio?
Da un lato la crisi potrebbe alimentare nuovi egoismi, ed esasperare gli individualismi e i conflitti. Dall’altro lato, invece, abbiamo la possibilità di governare la crisi, senza che il sistema collassi, ispirandoci a due valori che considero essenziali e abbinati. Sobrietà e solidarietà.

E’ ottimista?
Certamente. Ci aspetta una scelta di libertà, che ci aiuti a capire che un conto è vivere, altra cosa è sopravvivere; un conto è vivere, altra cosa è stravivere. Questa linea di confine è saltata, e tocca a noi ricostruirla.

Sente indifferenza da parte dei giovani su questi problemi?
Guardando alle comunità cristiane, vedo la fatica di comprendere e intraprendere la sfida di “evangelizzare la crisi”, di portare la parola di Gesù anche dentro questi problemi, laddove il Vangelo ha tanto, tutto da dire. I giovani non sono indifferenti, ma preoccupati per il loro futuro, e sono abituati, se non addirittura rassegnati, all’idea della precarietà.

Quasi un male necessario…
E’ un atteggiamento che ha due facce. I giovani sono così più capaci di affrontare la crisi, perché si presentano meno legati degli adulti a schemi immutabili, come il posto fisso o la carriera predeterminata dal percorso di studi. Allo stesso tempo, però, corrono il rischio di rinunciare a un progetto di lunga distanza, alla possibilità di intraprendere scelte di vita stabili, definitive. Da qui la preoccupazione per il loro futuro.

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