Tettamanzi a Milano
Apr 04, 2005
Il 29 settembre il cardinale Tettamanzi ha fatto il suo ingresso nella diocesi di Milano. «Gli uomini e le donne del nostro tempo, anche se inconsapevolmente, ci chiedono di “parlare” loro di Cristo, anzi di farlo loro “vedere”». L’impeto di testimonianza, in tutti gli ambienti.
(Tracce, ottobre 2002) La Chiesa di Milano riparte dalla missione. Dall’annuncio evangelico. «Gli uomini e le donne del nostro tempo, anche se inconsapevolmente, ci chiedono di “parlare” loro di Cristo, anzi di farlo loro “vedere”. Essi hanno diritto alla nostra gioiosa e coraggiosa testimonianza di fede, come ne ha diritto la società intera: anche se si è fatta indifferente, pagana e ostile a Dio e a Gesù Cristo. La nostra società, infatti, non può sradicare e cancellare quell’anelito religioso che Dio Creatore e Padre ha impresso nel cuore di ogni uomo».
È stata un’omelia tutta incentrata sul «nuovo slancio missionario», quella che l’arcivescovo Dionigi Tettamanzi ha pronunciato nel pomeriggio di domenica 29 settembre in Duomo, nel giorno dell’ingresso solenne come 143° Arcivescovo della diocesi ambrosiana. Arrivato in città dopo una settimana trascorsa a Renate, in Brianza, nel suo paese natale, il Cardinale ha presieduto una breve liturgia della parola nella basilica di Sant’Eustorgio, quindi è andato in piazza della Scala, dove ha incontrato le autorità politiche e infine ha percorso a piedi il tragitto che lo separava dal Duomo, lungo il quale è stato salutato dalla folla e da un consistente gruppo di ciellini che lo attendevano con chitarre e striscioni.
In Duomo, Tettamanzi ha ricevuto dalle mani del predecessore Carlo Maria Martini, davanti all’altare maggiore, il pesante pastorale d’argento che fu di san Carlo Borromeo.
Fede “minacciata”
Nell’articolato discorso programmatico del suo episcopato, il Cardinale ha parlato della ricchezza e della vitalità della fede milanese, ma ha aggiunto: «Oggi questa ricca vitalità della fede è “minacciata”. Si tratta di un fenomeno che non riguarda solo la nostra Chiesa e il nostro territorio, ma che certamente proprio tra noi va assumendo un rilievo tutto speciale e, sotto certi aspetti, unico». Il nostro «contesto odierno è profondamente mutato», ha detto l’Arcivescovo. «Dobbiamo riconoscerlo, senza pregiudizi e senza nostalgie, con uno sguardo realistico e disincantato: oggi è profondamente cambiata la situazione sociale, culturale e religiosa del nostro mondo e delle nostre stesse comunità cristiane. Il processo di secolarizzazione continua a erodere la tradizione cristiana anche nelle nostre città e nei nostri paesi. Oggi assistiamo a una vera e propria scristianizzazione…».
«In questo stato di cose - ha aggiunto - anche la vitalità della nostra Chiesa può seriamente diminuire, se non addirittura andare perduta. Sì, carissimi, perché la vitalità della fede di una comunità cristiana non si conserva da se stessa; senza un permanente e decisivo rinnovamento, rischia di attenuarsi e persino di estinguersi... non possiamo mai dimenticare una parola del Vangelo: “Ma il Figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8)».
Da qui l’appello rivolto a tutti e a ciascuno: «Il nostro non è il tempo della semplice conservazione dell’esistente! Occorre che abbiamo a crescere in una fede adulta, personale, convinta, entusiasta, testimoniante; una fede che renda ciascuno di noi e le nostre comunità capaci di vivere il Vangelo con semplicità, fierezza e gioia; una fede in grado di mostrare la sua ragionevolezza agli uomini del nostro tempo».
Senza confini
L’annuncio missionario, ha spiegato il nuovo Arcivescovo ambrosiano, «è un compito iscritto nell’identità di ogni credente». E questo slancio non deve conoscere confini. Per esemplificarlo Tettamanzi ha citato «un testo del Concilio che invita ogni nostra comunità cristiana a una riflessione quanto mai seria: “La grazia del rinnovamento non può crescere nelle comunità, se ciascuna di esse non allarga gli spazi della carità sino ai confini della terra, dimostrando per quelli che sono lontani la stessa sollecitudine che per coloro che sono propri membri”. Mi chiedo: non è forse qui indicata la ragione di un certo immobilismo, se non persino di non poca sterilità, da cui alcune comunità parrocchiali e realtà di Chiesa possono essere colpite?».
«È poi la concreta situazione storica che stiamo vivendo - ha continuato il Cardinale - a mostrare la necessità e l’urgenza di questo nuovo slancio missionario… Verso questa società noi credenti abbiamo un debito: quello di offrire, con la vita e non solo con le parole, una limpida e convinta professione di fede in Gesù unico, necessario e universale Salvatore dell’uomo, della storia e del mondo. La presenza tra noi di molti lontani e indifferenti, mentre sollecita la nostra attenzione e la nostra conversione, esige che la nostra fede e la nostra testimonianza siano più vere e più credibili. Le numerose persone non battezzate presenti sul nostro territorio reclamano un impegno rinnovato per far conoscere loro la “bella notizia” di Gesù». «Con e per i non credenti, la nostra azione missionaria, partendo dalla testimonianza personale, deve saper suscitare - ha spiegato Tettamanzi - domande di fondo della vita, e attraverso un dialogo nella carità e nella verità, deve giungere all’annuncio esplicito del Vangelo».
Nell’ambiente
Nell’omelia, il nuovo Arcivescovo di Milano ha sottolineato che lo slancio missionario «deve raggiungere, in particolare, tutti gli ambienti della vita sociale: è proprio qui, infatti, che la missionarietà si fa più urgente e necessaria, perché in questi stessi ambienti più pesante ed evidente è il fenomeno della scristianizzazione. Gli ambienti di vita costituiscono quindi il contesto primo e concreto nel quale vivere e comunicare la fede». Parole che sembrano riecheggiare quelle pronunciate quasi mezzo secolo fa da un altro arcivescovo della diocesi ambrosiana, Giovanni Battista Montini, nel lanciare la grande missione di Milano, per «arrivare a quei settori della popolazione, milanese anch’essa, dove la coscienza religiosa non si può più supporre, anche se composti da persone che hanno ricevuto il Battesimo».
Dionigi Tettamanzi ha quindi suggellato questa nuova chiamata missionaria con un grande appello alla partecipazione di tutti e alla comunione nella Chiesa: «Occorre che tutti - individui, comunità e aggregazioni - si sentano responsabilizzati… In particolare vorrei che si sentissero corresponsabili dell’unica missione della Chiesa i laici, singoli e aggregati». Il Cardinale è sembrato voler superare vecchie diatribe e contrapposizioni tra parrocchie e movimenti, quando ha affermato: «Educhiamoci costantemente a vivere in spirito di autentica comunione anche i rapporti tra le diverse organizzazione ecclesiali e tra queste e le comunità parrocchiali».
Libertà di giudizio
Per sé, l’Arcivescovo dal volto bonario che si muove come un parroco - dopo aver rimarcato di non aver mai desiderato il posto di successore di sant’Ambrogio e di essersi pienamente affidato alla volontà di Dio che si è concretizzata nella decisione di Giovanni Paolo II - ha rivendicato la piena libertà di giudizio. E ha detto che «nessun’altra azione del Vescovo è più importante e più necessaria di questa: la preghiera!». Una preghiera incessante e particolare, Tettamanzi l’ha chiesta per il seminario e per le nuove vocazioni sacerdotali, che scarseggiano anche a Milano: «Prima di interrogarci su cosa fare, prima di studiare possibili e doverose iniziative, prima di programmare incontri ed esperienze, incominciamo a pregare».
Riagganciandosi al magistero del cardinale Giovanni Colombo, il predecessore al quale si sente più legato, il nuovo Arcivescovo ha citato queste sue parole: «I nostri problemi più assillanti non troveranno soluzione senza Cristo, luce del mondo; le nostre strade condurranno a desolati e disperati smarrimenti senza Cristo, approdo d’ogni vita umana; le nostre sofferenze resteranno cupe e sconsolate senza Cristo, pace dei cuori…».