Sì per una politica nobile
Feb 07, 2008
Il cardinale Tettamanzi ai politici milanesi.
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(imgpress.it, 06/02/2008) - Il sesto discorso annuale dell'Arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, agli amministratori politici della Diocesi di Milano, tenuto a Milano, Monza, Varese e Lecco, è stato incentrato sulla fisionomia che dovrebbe avere l'amministratore. Secondo Tettamanzi egli: Sa fare silenzio e porsi in ascolto. Chi si rivolge a voi reca un problema, un bisogno, magari una sofferenza… Chiedono tutti di essere ascoltati: tutti, senza distinzione, anche – in senso evangelico, ma non solo – i cosiddetti "ultimi", gli anziani, le persone sole, i nuovi arrivati, gli immigrati… Ovviamente nel rispetto della dignità di ogni persona, che tale è e rimane anche nelle situazioni di maggior fragilità; Ricerca la sapienza. Sa, concretamente, di non conoscere a priori la soluzione di tutti i problemi e non pretende di averla capita quando non è così. Si siede, si informa, valuta. A tutto pone attenzione, senza smarrirsi in particolari inutili. Ascolta, si fa un'idea,. E' prudente ed insieme deciso. Agisce e valuta con rettitudine, non a favore soltanto di chi è più forte, più ricco, più influente. E' abituato a riflettere. Non parla mai senza aver prima ragionato tra sé e con gli altri. Non segue per interesse o a caso il primo movimento d'opinione che si fa strada e grida. Assume posizioni ponderate e per questo le sue decisioni sono ferme e non oscillanti ed insicure. Cambia opinione solo a ragion veduta e di questo sa dar conto con calma senza nascondersi. Non ha paura di una coscienza, la sua - né la fa tacere - che gli indica se sta sbagliando o se ha sbagliato. I politici, anche quando espongono opinioni fra loro diverse, fanno fatica ad ammettere di aver cambiato idea o di essersi sbagliati. Seguire la coscienza, senza sterili dogmatismi e senza assolutizzazioni illogiche, e non la convenienza personale o di parte, è proprio di un uomo sapiente e libero. Si chiede concretamente ogni giorno che cosa comporti la responsabilità della sua funzione e del suo ruolo e non si autoassolve sempre e comunque. Il ruolo istituzionale non è un ornamento, è un impegno duro, quotidiano, concreto. Alle domande si devono dare risposte: non per forza si deve dire di sì, ma risposte vanno date e nei tempi giusti. E neppure ci si deve nascondere dietro ciò che fanno altre istituzioni o dietro ciò che deve fare l'apparato burocratico. Ci si deve assumere la responsabilità: a volte la "fuga" avviene anche ricorrendo alla legge che viene piegata ad una sorta di "elusione dalle responsabilità". Ma l'uomo interiore non se lo può permettere! Sa porre limite agli impegni inutili. Per sé e per gli altri. Il che significa non produrne, non alimentarli e riportare le decisioni nelle sedi istituzionali proprie, senza crearne continuamente di alternative. Così, tra l'altro, tutti potranno essere informati e partecipare. Sa trovare il tempo o decide seriamente di trovarlo per ricondurre in unità le tante esperienze che rischiano di essere dispersive. E questo anche con gli altri. Ci sono infatti riflessioni che è necessario condividere con gli altri e che hanno bisogno di distensione e di tempo. Sarà faticoso, ma occorrerà fare ogni sforzo per trovarlo. E c'è poi un tempo personale, che non può continuamente essere rinviato. Ama ciò che fa, perché ama gli uomini e le donne che gli sono affidati, non perché è bello avere una carica ed una certa qual visibilità. E' saggio. Per questo sa quando deve osare e quando no. Quando deve presentarsi alle elezioni e quando è tempo di passare il testimone. Non si fa travolgere dalle mode del momento, ma, se necessario, sa anticipare i tempi, prevedendo i problemi che verranno. Costruisce la sua città con amore e intelligenza. E questo perché conosce e sa leggere il proprio territorio, la propria storia e le tradizioni, e insieme ne favorisce lo sviluppo pensando in particolare al bene delle nuove generazioni. Così capisce quando lo sviluppo urbanistico ed economico obbedisce a logiche estranee al bene della gente che abiterà quel quartiere; quando l'ambiente rischia di essere irrimediabilmente distrutto e quando, invece, opere ed infrastrutture sono utili e necessarie per un corretto ed armonico vivere sociale. E ne sa spiegare le ragioni e ha il coraggio di spiegarle. Non teme l'altro, non considera nemico chi ha opinioni diverse dalle sue, ma sceglie sempre la via del dialogo. La sua non è la politica dell'apparire, della contrapposizione violenta, ma la politica nobile della ricerca del bene comune, che può costruirsi solo con il contributo di tutti, anche di chi la pensa diversamente. Perciò ama il ragionamento, non si concede a un linguaggio esasperato tanto per far notizia, ma ha rispetto della parola perché rispettare la parola significa rispettare gli altri, anzitutto i propri cittadini. Ricerca sempre un dialogo leale e coraggioso, senza cedimenti o impuntature inutili; un dialogo "sapiente", che sappia dar conto delle proprie posizioni ascoltando anche quelle degli altri, senza pretendere di possedere la verità, soprattutto in questioni assolutamente opinabili. Non si stanca di cercare il bene e il vero. L'autentico bene e l'autentico vero. Non quello di una parte, per nobile che essa possa essere. Perché la logica del buon amministratore della cosa pubblica è quella del servire il bene di tutti coloro che abitano quel territorio: a qualunque parte essi appartengano. Pone mano e cuore e mente per costruire una comunità civile composta da cittadini che assomigliano molto all'uomo del cuore di cui ci ha parlato sant'Ambrogio. L'uomo interiore non è pago di sé, ma fa in modo, nell'assunzione di una responsabilità istituzionale, di rendere possibile la ricerca dell'interiorità per tutti, non attraverso prescrizioni etiche o presunte tali: l'interiorità non si prescrive, si vive; ma attraverso quell'insieme di scelte che consentono all'uomo del nostro tempo di ritrovarsi e possedersi nella sua relazione personale e sociale, insieme amicale e responsabile con gli altri. Nessun aspetto della vita considera estraneo. La casa, il lavoro, la sicurezza, la scuola… Non ha paura di essere considerato visionario o di possedere un immaginario vivace. E' intelligente e persino creativo. Ha il coraggio di occuparsi degli ultimi anche quando sono scomodi, perché è convinto che ad ognuno va sempre data un'ulteriore occasione. Ho fatto questa elencazione - dice il Cardinale Tettamanzi - non perché io creda che non ci siano tra voi persone così, ma perché è bello e importante oggi ridirci queste cose e tornarci su, nell'intimo della propria coscienza, come per un ripasso, come una ripresa di argomenti conosciuti e amati. Sono convinto che anche attraverso la ricerca di un'interiorità più profonda e della sapienza del cuore da parte degli amministratori sia possibile dare un contributo forte per le comunità civili ed aiutarle ad essere, appunto, "comunità", cioè luogo di scambio di doni e di opportunità, luogo dove esercitare liberamente e gioiosamente diritti e doveri, luogo di relazioni autentiche per gli uomini e le donne del nostro tempo. Tettamanzi ha ragione su alcuni punti. Per esempio i politici, specie quelli che rappresentano il vecchio, non sanno ascoltare i più deboli, gli ultimi, gli immigrati e coloro che sono ai margini della società. E sapete perchè? Perchè non contano nulla. Non sono uomini per esempio, come Ligresti, La Russa, Cabassi, o banchieri, industriali, politici, giornalisti prezzolati. Il Cardinale Tettamanzi dice anche che il politico deve ricercare il bene comune anche quando si occupa di PRG o progetti urbanistici. Eminenza, questa è pura utopia che l'assessore all'urbanistica quando negozia con costuttori pensi al bene comune. Comunque, il suo richiamo è giusto e autorevole. Il Cardinale Tettamanzi dichiara, da ultimo, che l'amministratore non teme l'avversario, non considera nemico chi ha idee diverse dalle sue, non deve cercare la politica dell'apparire, della contrapposizione violenta a detrimento della politica nobile, della cultura del dialogo e del bene comune. Insomma agisce valuta con rettitudine non a favore soltanto di chi è più forte, più ricco e più influente. Esattamente quello che succede nella ricca e opulenta città del benessere di Milano che fino al 7 febbraio è impegnata ad accogliere i delegati del BIE per ottenere l'ambito Expo 2015 (anche se l'assessore Sgarbi e l'onorevole Santanchè hanno dichiarato che Milano ha già perso) che creerà un business di 15 miliardi di euro per faccendieri, imprenditori, costruttori.