Il cardinale Tettamanzi, i sacerdoti e l'obbedienza
Nov 12, 2007
Di Alberto Giannino, Presidente naz. Associazione culturale docenti cattolici (Adc).
Il Cardinale Arcivescovo di Milano, Sua Eminenza mons. Dionigi Tettamanzi, nella solennità di san Carlo, ha tenuto un discorso molto duro ai Sacerdoti della Diocesi più popolosa d'Europa con i suoi 5 milioni e 200 mila abitanti, 1.104 parrocchie e 2.113 sacerdoti secolari. Quest'ultimi li ha richiamati al precetto evangelico dell'obbedienza nei confronti del Vescovo; precetto che spesso viene disatteso causando notevoli problemi organizzativi e logistici nella Diocesi e soprattutto nelle parrocchie. Infatti, sovente, prevalgono piccoli interessi di bottega: la comodità, la bella casa, la parrocchia grande, la parrocchia in centro, la parrocchia ricca con tutti i confort, e la vicinanza ai famigliari. Ma quando il vescovo chiama riceve un sacco di "NO". E il cardinale Tettamanzi riconoscendo che ci sono molti presbiteri obbedienti e capaci di sacrifici, tuttavia non manca di rilevare atteggiamenti di disobbedienza vera e propria che contrastano con il precetto di povertà che il sacerdote si è impegnato ad attuare al momento della sua ordinazione sacerdotale. Dice infatti il Cardinale: "Ma insieme avverto quanto tale promessa (quella dell'obbedienza ndr) sia esigente e non posso sottrarmi al timore che potrà incontrare, non solo possibili crisi, ma anche il fallimento dell’infedeltà, o, ancora più spesso, il venire quasi “rimangiata” portando il sacerdote a ripiegarsi su di sé. E qui mi vengono in mente altri esempi di presbiteri, peraltro bravi e dediti in modo ammirevole al ministero, ma che davanti a una proposta di trasferimento si bloccano e adducono diverse motivazioni, anche comprensibili, per concludere alla fine con un “no”. Un'altra confidenza dice ancora il Cardinale. "Qualche volta mi domando: faccio bene come arcivescovo, e con me i miei più stretti collaboratori, a spingere l’attenzione per le esigenze – vere o ritenute tali – dei sacerdoti e per i possibili disagi delle comunità fino al punto da non urgere l’obbedienza, anche quando tutto rischia di fermarsi? E con “tutto” intendo riferirmi alla necessità di provvedere ai bisogni spesso realmente impellenti di Comunità pastorali, di parrocchie o di altri ambiti pastorali diocesani, alle prospettive promettenti che si aprono sul futuro per una o più comunità, alle destinazioni di altri preti collegate al trasferimento dell’interessato, ecc., ma anche all’occasione di rilancio ministeriale e di rinnovamento spirituale del proprio sacerdozio che può essere offerta da una nuova destinazione, se accolta in spirito di fede e di obbedienza. Faccio bene?... La domanda mi resta nel cuore."
L' Arcivescovo Tettamanzi ricorda, inoltre, che nell'ultimo Consiglio Pastorale della Diocesi ha visto "delinearsi una vera passione per il regno di Dio, una grande stima e riconoscenza verso moltissimi sacerdoti generosi, interiormente liberi e obbedienti, una comprensione attenta ma anche incoraggiante verso le difficoltà legate ai trasferimenti periodicamente richiesti ai sacerdoti, una sincera preoccupazione per alcune situazioni di minore disponibilità."
In sostanza, molti preti, si rifiutano di cambiare parrocchia, di accettare trasferimenti e di rinunciare a una vita comoda e agiata pur di non andare, per esempio, in periferia o in zone considerate una diminutio. Un atteggiamento grave quello di questi pochi sacerdoti che non intendono fare sacrifici e rinunciare a privilegi consolidati da anni. A parte il fatto che l'ultimo Sinodo diocesano del 1995, presieduto dal cardinale Carlo Maria Martini, ha stabilito una rotazione negli incarichi dopo 9 anni, per cui quei presbiteri che da 20 o 30 anni restano nelle loro sedi, vengono meno clamorosamente anche alle norme del Sinodo a cui sono tenuti ad ottemperare.
Troppo comodo vivere nell'agiatezza senza fare sacrifici. E la missione? e il gregge? e il Patore? Forse che il gregge di Quarto Oggiaro, Quarto Cagnino, Quinto Romano, o di Rozzano è di serie B? Forse che interessi e benefici di alcuni Pastori valgono più dell'evangelizzazione in altre zone della Diocesi?
Il ministero dei sacerdoti - ci ha ricordato più volte papa Giovanni Paolo II - deve saldamente radicarsi in Gesù Cristo e conformarsi alle disposizioni fondamentali del suo animo. Ora, l'atteggiamento interiore che plasma l'intera vita ed il ministero salvifico di Cristo è l'obbedienza totale al Padre. Il Verbo eterno, facendo, per così dire, a ritroso il cammino diAdamo disobbediente, assume la forma di Servo, divenendo obbediente fino alla morte di Croce (Cfr. Fil 2, 8). Egli non ha interessi e ambizioni terrene da coltivare; non ha neppure un proprio personale progetto di vita da realizzare; o meglio, il suo progetto è fare la volontà del Padre, compiere la sua opera, consacrarsi interamente alla causa del Regno di Dio. Questa totale disponibilità e perfetta fedeltà alla volontà del Padre non è stata, per Gesù Cristo, senza sofferenza e senza lotta interiore; gli è costata lacrime e sangue. L'autore della lettera agli Ebrei ci assicura che «pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza dalle cose che patì» (Eb. 5, 8). L'obbedienza di Gesù, considerata in profondità, è l'espressione più autentica e la prova suprema del suo amore senza limiti per il Padre e per gli uomini. L'amore è sempre dono disinteressato di se stessi per fare la volontà dell'amato. Gesù è obbediente perché ama il Padre; Gesù è Servo perché ama gli uomini. Egli stesso dichiara ai suoi discepoli: «Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i suoi comandamenti e rimango nel suo amore» (Gv. 15, 10). Si deve, inoltre, rilevare come l'obbedienza conferisca allo stile di vita di Gesù Cristo un senso straordinario di libertà interiore al servizio della sua missione.
Poiché è totalmente consacrato alla gloria del Padre, all'annuncio del Vangelo, alla testimonianza della Verità, Gesù Cristo è interiormente libero riguardo ai legami familiari e ai beni terreni, totalmente distaccato dalla ricerca di prestigio umano, alieno dai compromessi, superiore ai pregiudizi del suo tempo. Sull'esempio di Gesù, anche l'apostolo del Nuovo Testamento deve essere una persona che, nella libertà dell'obbedienza, è pienamente disponibile per il servizio alla Chiesa e al mondo. San Paolo, che è il modello diogni apostolo, è servo di Gesù Cristo, segregato per il Vangelo, totalmente disponibile allo Spirito che lo sospinge incessantemente a percorrere le strade del mondo, distaccato dalla famiglia e dai beni, sempre pronto a sacrificare tutto e in primo luogo se stesso per il bene delle anime.
I Sacerdoti, per il servizio che loro sono chiamati a svolgere, esige un particolare esercizio dell'obbedienza, in profondo spirito di fede. Direi, anzi. che devono interpretare la loro vita, e i vari appelli che gli giungono, in chiave di obbedienza. Non è tuttavia l'obbedienza di un soggetto passivo quella che gli è richiesta; ma un'obbedienza personale, attiva, responsabile. La vera obbedienza, infatti, è capacità di ascolto, apertura di spirito, sensibilità d'animo per captare e interpretare gli appelli che giungono dallo Spirito, dai vostri Superiori, dalle Chiese locali, dal mondo. La varietà e complessità dei compiti, delle situazioni, dei problemi che devono affrontare, esigerà da loro una disponibilità di spirito a tutta prova, una non comune libertà interiore, un perfetto distacco da loro stessi e dalle loro ambizioni, una grande agilità mentale e alacrità d'animo.
Questa obbedienza certamente non si può realizzare senza impegno, senza sacrificio e senza una progressiva maturazione spirituale. Nell’Eucaristia, che essi celebrano ogni giorno, ricevono la forma vitale dell'obbedienza suprema di Gesù, per viverla nella situazione concreta in cui la Provvidenza li porrà.
Sarà proprio questa vita di obbedienza, offerta con generosità al Padre, alla Chiesa e agli uomini, che gli permetterà di servire al piano divino della redenzione dell'uomo d'oggi. Se loro entrereranno in questa via dell'obbedienza , sperimenteranno anche un senso interiore di ineffabile pace. Si sente, qui, l'eco delle parole dell'Apostolo delle genti: «So a chi ho creduto, e sono convinto che egli è capace di conservare fine a quel giorno il deposito che mi è stato affidato» (2 Tim. 1, 12).
Infine, il voto di obbedienza dei sacerdoti è destinato ad esercitare un benefico influsso sul loro atteggiamento nel ministero sacerdotale, stimolandoli alla sottomissione nei riguardi dei superiori della comunità che li aiuta, alla comunione dello spirito di fede con coloro che rappresentano per essi la volontà divina, al rispetto dell’autorità dei Vescovi e del Papa nell’adempimento del sacro ministero. Vi è dunque da auspicare e da attendersi dai Sacerdoti religiosi non solo un’obbedienza formale alla gerarchia della Chiesa, ma uno spirito di leale, amichevole e generosa cooperazione con essa. Con la loro formazione all’obbedienza evangelica, essi possono superare più facilmente le tentazioni di ribellione, di critica sistematica, di sfiducia, e riconoscere nei Pastori l’espressione di un’autorità divina. Anche questo è un valido aiuto che, come si legge nel Decreto Christus Dominus del Concilio Vaticano II, i religiosi sacerdoti possono e devono recare ai sacri Pastori della Chiesa oggi come in passato e più ancora per l’avvenire, “date le aumentate necessità delle anime... e le accresciute necessità dell’apostolato” (Christus Dominus, 34).
I sacerdoti eredi dei discepoli direttamente chiamati da Gesù a seguirlo nella sua missione messianica, - dice il Concilio - “con la professione di obbedienza offrono a Dio la piena dedizione della propria volontà come sacrificio di se stessi, e per mezzo di questo sacrificio in maniera più costante e sicura si uniscono alla volontà salvifica di Dio” (Perfectae Caritatis, 14). E nella rispondenza alla volontà divina di salvezza, che si giustifica la rinuncia alla propria libertà. Come apertura al disegno salvifico di Dio sull’immenso orizzonte, nel quale il Padre abbraccia tutte le creature, l’obbedienza evangelica va ben oltre il destino individuale del discepolo: è una partecipazione all’opera della Redenzione universale.
Questo valore salvifico è stato sottolineato da San Paolo a proposito dell’obbedienza di Cristo. Se il peccato aveva invaso il mondo per un atto di disobbedienza, la salvezza universale è stata ottenuta con l’obbedienza del Redentore: “Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Rm 5, 19). Nella patristica dei primi secoli è ripreso e sviluppato il parallelo tra Adamo e Cristo, fatto da San Paolo; come pure il riferimento a Maria, in rapporto a Eva, sotto l’aspetto dell’obbedienza. Così Sant’Ireneo scrive: “Il nodo della disobbedienza di Eva è stato sciolto dall’obbedienza di Maria” (Sant’Ireneo, Adversus haereses, 3,22,4). “Come quella era stata sedotta in modo da disobbedire a Dio, così questa si lasciò persuadere a obbedire a Dio” (Ivi). Per questo Maria è diventata cooperatrice della salvezza: “Causa salutis” (Ivi). Con la loro obbedienza anche i religiosi sono profondamente coinvolti nell’opera della salvezza.
San Tommaso vede nell’obbedienza religiosa la forma più perfetta dell’imitazione di Cristo, del quale dice San Paolo che “si è fatto obbediente fino alla morte, e alla morte di croce” (Fil 2, 8). Essa ha quindi il primo posto nell’olocausto della professione religiosa (cf. San Tommaso, Summa theologiae, II-II, q. 186, aa. 5,7,8).
Sulla scia di questa bella e forte tradizione cristiana, il Concilio sostiene che “ad imitazione di Gesù Cristo . . . i religiosi, mossi dallo Spirito Santo, si sottomettono in spirito di fede ai Superiori che fanno le veci di Dio, e tramite loro si pongono al servizio di tutti i fratelli in Cristo, come Cristo stesso per la sua sottomissione al Padre venne per servire i fratelli e diede la sua vita in riscatto di molti” (Perfectae Caritatis, 14). L’obbedienza al Padre fu da Gesù attuata senza escludere le mediazioni umane. Nella sua infanzia Gesù obbediva a Giuseppe e Maria: dice San Luca che “stava loro sottomesso” (Lc 2, 51).
Così Gesù è il modello di coloro che obbediscono a un’autorità umana discernendo in questa autorità un segno della volontà divina. E dal consiglio evangelico dell’obbedienza i religiosi sono chiamati a obbedire ai Superiori in quanto rappresentanti di Dio. Per questo San Tommaso, spiegando un testo (San Benedetto, Regola, c. 68) della Regola di San Benedetto, sostiene che il religioso deve attenersi al giudizio del Superiore (cf. San Tommaso, Summa theologiae, I-II, q. 13, a. 5 ad 3).
È facile capire che nel discernimento di questa rappresentanza divina in una creatura umana si trova spesso la difficoltà dell’obbedienza. Ma se qui si affaccia il mistero della Croce, non bisogna perderlo di vista. Sarà sempre da ricordare che l’obbedienza religiosa non è semplicemente sottomissione umana a un’autorità umana. Colui che obbedisce si sottomette a Dio, alla volontà divina espressa nella volontà dei Superiori. E una questione di fede. I sacerdoti devono credere a Dio che comunica loro il suo volere mediante i Superiori. Anche nei casi in cui appaiono i difetti dei Superiori, la loro volontà, se non contraria alla legge di Dio, esprime la volontà divina. Persino quando dal punto di vista di un giudizio umano la decisione non sembra saggia, un giudizio di fede accetta il mistero del volere divino: mysterium Crucis. Per il sacerdote che così concepisce e pratica l’obbedienza, questo diventa il segreto della vera felicità data dalla cristiana certezza di non aver seguito il proprio volere, ma quello divino, con un intenso amore verso Cristo e la Chiesa.