All’arena di Verona la relazione di apertura del cardinale
Nov 01, 2006
Secondo l’arcivescovo di Milano, oggi la Chiesa italiana deve ridurre le distanze tra la fede e la cultura contemporanea. Attuando fino in fondo il Concilio e dando più spazio ai laici cristiani impegnati.
(Famiglia Cristiana, 17-10-06) Indica lo stile e ne tratteggia la sintassi: «Non parliamo solo di speranza, ma anzitutto con speranza». Il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, davanti a 2.700 delegati di tutte le diocesi, apre all’Arena di Verona il IV Convegno ecclesiale della Chiesa italiana e subito spiega che va «ripresa e riproposta con forza» l’intuizione che era alla base del primo Convegno della Chiesa italiana, quello di Roma del 1976, intitolato "Evangelizzazione e promozione umana": «Tradurre il Concilio in italiano». Ma pure i successivi, a Loreto nel 1985 e a Palermo 10 anni dopo, ricorda, sono serviti alla Chiesa per continuare a vivere «il messaggio di rinnovamento venuto dal Concilio». E a questo deve servire anche il Convegno di Verona.
All’Arena, dopo la Messa celebrata dal vescovo della città, monsignor Flavio Roberto Carraro, il cardinale di Milano ha letto la prolusione che ha intitolato con un’esortazione: "Il Signore doni alla Chiesa italiana umili e coraggiosi testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo". E ha ripreso, chiamandola la «consegna strategica del Concilio alla Chiesa e al mondo», il passo della Gaudium et spes, l’ultimo documento del Concilio, che costituisce una sorta di congedo e insieme di testimone lasciato dai padri conciliari: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. Perciò essa si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia».
È più di un programma. È lo stile che deve avere la Chiesa nella storia, un atteggiamento «volutamente ottimista», ha detto Tettamanzi, riprendendo le parole di Paolo VI alla chiusura del Concilio, perché senza «negare o attenuare l’esistenza dei tantissimi mali, drammi, pericoli crescenti, e talvolta inediti, dell’attuale momento storico», dobbiamo riconoscere che «la speranza non è un sogno o una promessa, ma una realtà molto attuale che non abbandona mai le persone, le famiglie, l’umanità intera e soprattutto la Chiesa del Signore».
Una stagione di singolare urgenza
Il cardinale riconosce che nella Chiesa vi sono «ritardi, fatiche e lentezze», ma sono tantissime «le persone e i gruppi che continuano a scrivere il Vangelo della speranza nelle realtà e nelle vicende più disagiate e sofferte della vita», secondo stile e sintassi del Vaticano II. Ecco dunque perché è stato organizzato anche un IV convegno della Chiesa italiana. La lunga traduzione in parole e opere del Concilio non è ancora finita, per cui è bene «rivisitare alcuni cammini ecclesiali» e capire come essi possano essere «incrociati dalle sfide di oggi».
Tettamanzi osserva che la missione della Chiesa «sta vivendo una stagione di singolare urgenza». Parla di «distanza diffusa ed esplicita», che qualche volta diventa estraneità o addirittura antitesi tra «la fede cristiana e la mentalità moderna contemporanea». E ciò accade nei contesti culturali, ma anche in quelli «ecclesiali». Rimarca «un’interruzione» o almeno «un rallentamento» nei «canali classici di trasmissione della fede, come la famiglia, la scuola, la stessa comunità cristiana», e rileva che un ruolo lo ha un contesto intrecciato di «secolarismo e di indifferentismo religioso» e segnato da una cultura contraria non solo al Vangelo, ma a volte alla «stessa razionalità umana».
La questione dell’evangelizzazione e della fede, dice Tettamanzi, è oggi «il caso serio» della Chiesa. Bisogna rispondere alla domanda: «Come eliminare o attenuare questa distanza?». Tettamanzi non propone ricette sociologiche, ma riporta l’attenzione sulla ragione della fede, il "logos", il cuore della speranza cristiana che «entra, abita, plasma e trasforma l’esistenza quotidiana». È la «scommessa del Terzo Millennio», una scommessa «cruciale nel contesto di una società cosiddetta liquida e ripiegata e quasi esaurita nell’immediato».
Cita ancora la Gaudium et spes: «La speranza escatologica non diminuisce l’importanza degli impegni terreni». Rileva che «l’eclissi o la smemoratezza del tratto escatologico della fede cristiana» può costituire un «grave e inquietante pericolo» e sottolinea che è arrivato il tempo di «elaborare» – mettendo insieme «fede e ragione, teoria e prassi, spiritualità e pastoralità, identità e dialogo» – l’idea di un uomo più convinto che la vita debba svolgersi all’insegna della speranza cristiana. Spiega che la «comunione missionaria tra le diverse categorie di fedeli» deve essere «più compatta e dinamica» e ciò vale anche per le diocesi e per le aggregazioni ecclesiali: «Non si dà testimonianza cristiana al di fuori o contro la comunione ecclesiale».
La responsabilità dei laici
E qui apre il capitolo dei laici: «Il Convegno è chiamato a dire una parola molto attesa e doverosa sui laici e sul laicato». Dice che si tratta di «un’urgenza» e che «è venuta l’ora nella quale la splendida teoria sul laicato espressa dal Concilio possa diventare un’autentica prassi ecclesiale». Il cardinale parla di diritto e di «riconoscimento della responsabilità del laicato». Chiede alla Chiesa di sviluppare «una più ampia e profonda opera formativa dei laici» per fare diventare i laici «più competenti, dialoganti, coerenti, operativi e coraggiosi nel campo familiare, economico, finanziario, culturale, mediatico e politico». E ricorda a tutti i laici che nella Chiesa «è identica la missione evangelizzatrice e ancor più la vocazione alla santità».
Vale per tutti, dice, «anche per i politici cristiani», e ricorda le parole di Paolo VI nella Octogesima adveniens: «La politica è una maniera esigente, ma non la sola, di vivere l’impegno al servizio degli altri». Torna dunque a indicare stile e sintassi: «Coerenza di vita e obbedienza alla Parola» per rilanciare la «spiritualità della gioia cristiana», l’unica capace di scuotere un mondo annoiato e distratto. Ma con l’attenzione a non fare una «professione di fede a parole». Tettamanzi riprende alla fine una frase di un grande santo, vescovo martire dei primi secoli, sant’Ignazio d’Antiochia: «Quelli che fanno professione di appartenere a Cristo si riconoscono dalle loro opere. È meglio essere cristiani senza dirlo che proclamarlo senza esserlo».