Dionigi Cardinal Tettamanzi Dionigi Cardinal Tettamanzi
Function:
Archbishop of Milano, Italy
Title:
Cardinal Priest of Ss Ambrogio e Carlo
Birthdate:
Mar 14, 1934
Country:
Italy
Elevated:
Feb 21, 1998
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian Il cardinal Tettamanzi, per andare oltre Ruini, torna al 1976
Nov 01, 2006
L’arcivescovo di Milano strizza l’occhio alla sinistra ecclesiale: “Bisogna tradurre il Concilio in italiano”

(Il Foglio, 16/10/2006) Tutto sta a cosa dirà il Papa, è il sussurro ricorrente del primo giorno al convegno ecclesiale nazionale a Verona. Un ammicco per intendere qualcosa a metà tra l’assoluta indipendenza di pensiero e giudizio di Benedetto XVI, ma anche una sua comprovata (più asserita che comprovata) distanza dal contesto italiano, del quale il Papa non vorrebbe troppo modificare gli equilibri. Dai pronostici, comunque, non sembra che il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi – a cui ieri era affidata la relazione introduttiva – rischi di vedere ribaltato il suo discorso, come invece era accaduto al suo predecessore al convegno di Loreto. Anche se il cardinale di Milano ieri ha pronunciato un discorso che, nelle battute iniziali, è sembrato voler tornare esattamente a prima di Loreto, a prima del lungo governo di Camillo Ruini. Tettamanzi ha iniziato citando la parola d’ordine del primo convegno ecclesiale di Roma nel 1976: “Tradurre il Concilio in italiano”. Poi ha ampiamente citato la difesa di quella assise planetaria fatta da Paolo VI contro chi la accusava “di un tollerante e soverchio relativismo al mondo esteriore”. La cosa è suonata un po’ captatio benevolentiae nei confronti della mai doma sinistra ecclesiale italiana, un’autocandidatura alla successione di Ruini.
All’appuntamento conclusivo del suo lungo governo, il Cardinal Sottile arriva un po’ indebolito dalla perdita per malattia del fidato segretario della Cei, monsignor Giuseppe Betori, e ancor più dall’improvvisa morte del 55enne arcivescovo di Monreale, Cataldo Naro, che avrebbe dovuto essere segretario generale del convegno di Verona e che ha molto colpito Ruini “per un motivo personale, l’amicizia che mi legava a lui e di cui mi onoravo, il bene che gli ho voluto e che continuo a volergli”. Due episodi che gettano una luce di umana fragilità sul suo lungo e apparentemente solido finale di partita. Ma il presidente della Cei non appare intenzionato a mollare il timone proprio ora: l’eredità che intende lasciare a Verona è una solida compattezza ecclesiale e la continuità attorno al centro tematico della “sfida antropologica”.
Del resto il “donec aliter provideatur”, con cui Benedetto XVI lo ha confermato temporaneamente a capo dei vescovi italiani, potrebbe valere fin oltre la prossima primavera.
Tutto sta a cosa dirà il Papa. Quasi vent’anni fa il cardinal Ratzinger ebbe a dire che “può capitare che qualcuno eserciti ininterrottamente attività associazionistiche ecclesiali e tuttavia non sia affatto un cristiano”. E la sua scarsa propensione per convegni, organigrammi e pastorali è rimasta inalterata. Difficile però che giovedì il Papa si discosti dal tracciato di quei “valori non negoziabili” che aveva già proposto alla chiesa italiana in vista dei referendum. Chi attende cambi di linea o addirittura possibili demolizioni della linea ruiniana in nome di una maggiore tolleranza dell’autonomia del laicato potrebbe restare deluso. Vero è che Ruini appare senza eredi diretti, ma se la scelta di Benedetto XVI per la guida della Cei cadesse sul patriarca di Venezia Angelo Scola – ipotesi avvalorata dal fatto che il Papa preferisce scegliere tra chi conosce bene e personalmente – la linea non cambierebbe di molto. Del resto anche chi nella chiesa italiana guarda più a sinistra, come Andrea Riccardi di Sant’Egidio o i “teodem” di Luigi Bobba (fra i relatori di Verona) riflette da tempo che “i neocon avevano ragione”, insomma che i temi valoriali sono gli unici in grado di dettare il programma della chiesa. Così, nei “cinque ambiti” su cui la chiesa italiana lavorerà a Verona (vita affettiva, lavoro e festa, fragilità umana, tradizione e cittadinanza) a fare la differenza sarà l’approccio antropologico. Niente ritorno alle “opzioni privilegiate” per i poveri; niente “nuova soggettività del laicato” intesa come pura autonomia, niente dialoghi a perdere. Del resto padre Flavio Roberto Carraro, vescovo di Verona, nella messa di apertura ha detto chiaro e tondo che “la proposta martellante che proviene da tante voci di sbarazzarsi della fede, di umiliare la chiesa, è solo un preludio di morte”.
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