"Pari dignita' e diritti per i cittadini venuti da lontano"
Dec 16, 2005
“Uomini di pari dignità, eguali davanti alla legge e rispetto alle opportunità, qualunque sia la razza, la religione, la cultura. Uomini a cui si ‘riconosce’ pienamente – non si ‘concede’ – il diritto a partecipare alla vita pubblica in tutte le diverse forme possibili.“
(ilpassaporto.it, 07 dicembre 2005) MILANO – „Uomini che hanno cittadinanza, piena dignità, diritto ad abitare la città, a partecipare alla sua costruzione”. Nel tradizionale discorso alla città in occasione della festa patronale di Sant’Ambrogio, l’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi invoca il diritto di voto e il pieno riconoscimento del diritto di cittadinanza agli immigrati, “cittadini venuti da lontano”, come li definisce più volte davanti a tutte le autorità cittadine, dal sindaco Albertini al nuovo prefetto Gian Valerio Lombardi.
E’ un discorso forte, tutto politico, quello che l’arcivescovo pronuncia solennemente nella basilica di Sant’Ambrogio, alla vigilia della prima alla Scala. Tettamanzi, che nella basilica ha ricevuto i rappresentanti delle maggiori comunità straniere, non ha parlato di fede, ma di problemi sociali, politici e amministrativi della città. E ha puntato dritto sulla questione dell’integrazione degli immigrati, affrontando il tema da più angolazioni, prevedendo che il “futuro del mondo sarà sempre meno nazionale ed etnico, e sempre più globale e necessariamente multietnico”.
Gli ostacoli sulla via sono ancora molti, soprattutto dopo l’11 settembre. Tettamanzi non lo nasconde: “La tragedia del terrorismo ha segnato e segna la nostra vita. La disintegrazione della vita comunitaria ha recato con sé nuove, oscure ed inconfessabili paure. C’è un assassino all’angolo di ogni strada; una prostituta o uno spacciatore lungo la via principale; un commando di terroristi ad ogni stazione della metropolitana”. Ma il suo invito è a superare la paura e la diffidenza e anzi a fare uno sforzo in più, a “riconoscere anche la paura dei nuovi venuti”.
Certo, la strada non è né semplice, né breve per costruire quella città dove le “relazioni fra gli uomini siano accoglienti”, quella “comunità di cittadini” dove “la fraternità stia accanto alla libertà e all’eguaglianza”. E’ una strada in salita perché “non si vive senza gli altri. Ma ciò significa anche che non si vive senza lottare con loro. E’ una sorta di paradosso. Per vivere la fraternità, bisogna accettare il conflitto, la fatica di vivere ‘con’ gli altri”.
Per spiegare come risolvere la contraddizione, il cardinale ha ricordato quel che successe agli italiani, quando erano loro ad emigrare: “Non ci faceva piacere che gli altri pensassero alle nostre comunità come soggette alla mafia”. E il suo invito agli italiani oggi è un invito a non cadere nello stesso luogo comune: “Dunque perché ogni piccola comunità islamica deve essere per forza una cellula terroristica? Non bisogna abbassare la guardia sul terrorismo, ma bisogna saper distinguere. Respingendo gli stranieri per paura, senza distinzione alcuna, non decidiamo di rinchiuderci, di separarci? Se ci rifugiamo in un ‘felice deserto’ la nostra vita sarà irrimediabilmente condannata alla mediocrità. Essa sarà al riparo dagli altri, ma non dalla nostra meschinità. E può accadere che ne scopriamo tragicamente il fallimento”.
Guai, conclude Tettamanzi, quando “la città interpellata sulla cittadinanza non riesce a sciogliere l’enigma delle nuove culture e delle nuove religioni”. Guai se “rinuncia al fraterno colloquio” con le diversità perché rinuncerebbe a “costruire una società più umana per tutti”.