Dionigi Cardinal Tettamanzi Dionigi Cardinal Tettamanzi
Function:
Archbishop of Milano, Italy
Title:
Cardinal Priest of Ss Ambrogio e Carlo
Birthdate:
Mar 14, 1934
Country:
Italy
Elevated:
Feb 21, 1998
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian Il cardinale Tettamanzi regala a Berlusconi il libro «Etica e capitale»
Dec 19, 2009
L'arcivescovo esprime solidarietà al premier: «Un atto condannabile, come tutte le forme di violenza»

MILANO - «Un atto condannabile: come tutte le forme di violenza». Queste le parole con cui il cardinale Tettamanzi ha espresso ieri la sua solidarietà a Silvio Berlusconi dopo l’aggressione subita in Piazza Duomo. E le ha accompagnate facendo pervenire al premier, nella stanza in cui è ricoverato al San Raffaele, non solo un biglietto personale ma anche il dono del suo ultimo libro — Etica e capitale — dedicato all’enciclica sociale del papa.

A consegnarglieli materialmente è stato il vicario episcopale monsignor Erminio De Scalzi, durante una breve visita in cui ha portato a Berlusconi «i saluti e gli auguri di pronta guarigione a nome dell’arcivescovo e dell’intera Diocesi». In serata, intervenendo al «Natale degli sportivi» organizzato come ogni anno al Palasharp, il cardinale è tornato sull’argomento ribadendo la «necessità si superare le tensioni del nostro tempo». E riprendendo il recente editoriale pubblicato sul sito diocesano in merito al pericolo di una «strategia della tensione» presente «anche oggi» nella società ha sottolineato: «Di fronte a quello che è successo in piazza Duomo vorrei invitare tutti ad alzare lo sguardo dalla piazza, appunto, per rivolgerlo invece in alto, cioè al Duomo e a ciò che rappresenta. Per il recupero di una dimensione più riflessiva e spirituale, concentrata sul bene di tutti».

http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/09_dicembre_15/tettamanzi-regala-libro-berlusconi-1602157616521.shtml
Italian La Padania attacca Tettamanzi "Ma è un vescovo o un imam?"
Dec 13, 2009

MILANO - "Onorevole Tettamanzi", titolava a tutta pagina la Padania di ieri. Nell'articolo, un affondo ancora più pesante: "Cardinale o imam? Se lo chiedono in molti. Tettamanzi la città la vive poco". L'attacco del quotidiano della Lega all'arcivescovo di Milano arriva a freddo, due giorni dopo il Discorso alla città, annuale omelia in occasione della festa patronale di Sant'Ambrogio. Discorso nel quale l'arcivescovo di Milano ha bacchettato la giunta di Letizia Moratti e le istituzioni sui temi della moralità e dell'accoglienza, esortando gli amministratori a far rifiorire il tradizionale "solidarismo ambrosiano".

Alla Padania non sono piaciute le critiche del cardinale alla recente raffica di sgomberi che ha messo sulla strada 250 rom di un accampamento abusivo alla periferia della città. Tema caro al Carroccio ribadito anche ieri sera il suo leader Umberto Bossi che da Milano, dove ha incontrato il sindaco Moratti per l'inaugurazione del presepe a Palazzo Marino, ha detto: "La gente oltre alla cristianità dà peso alla tradizione e si sente sicura quando la tradizione è rispettata". Tradizione "a rischio - secondo il ministro delle Riforme - se facciamo venire troppa gente che porta le proprie di tradizioni", e da salvare e proprio con simboli della cristianità come il presepe.

Ma le parole più dure arrivano dall'organo di stampa del Carroccio che arringa: "Alla faccia della legalità che dovrebbe essere la preoccupazione anche della massima autorità religiosa. Tettamanzi ci ha abituato alle sue alquanto originali aperture alla presenza di moschee in ogni quartiere". E ancora: il cardinale non si occupa di quel "che teoricamente dovrebbe interessare di più la chiesa", cioè la sentenza europea sul crocefisso, l'avanzata dell'Islam "che reclama sempre più privilegi senza fare alcuna menzione dei doveri", la crisi delle vocazioni.

L'arcivescovo - dicono in Curia - non è preoccupato per il clima di scontro politico innescato dalle sue parole. Ma il nervosismo fra i suoi collaboratori è palpabile di fronte ai nuovi attacchi della Lega e alla freddezza del sindaco che, uscendo dalla chiesa, aveva commentato gelida: "Credo che la nostra città, che accoglie il maggior numero di stranieri in tutta Italia, sia una città accogliente e che chiede di rispettare la legalità".

Tettamanzi, dopo aver letto la Padania, ha deciso di non raccogliere la provocazione. "Il cardinale è sereno - spiegano in Curia - . È impegnato a scrivere il pontificale per la festa di Sant'Ambrogio (che si terrà stamattina, ndr), a preparare la messa dell'Immacolata che celebrerà in Duomo con il segretario di Stato del Vaticano Tarcisio Bertone. Ed è molto preso anche per l'incontro col presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla biblioteca Ambrosiana".

Il clima di sconcerto in Curia è dovuto anche al fatto che si è lavorato a lungo alla stesura del Discorso. Era calibrato fin nelle virgole, proprio per evitare le polemiche, come successe l'anno scorso dopo l'invito a lasciare costruire "luoghi di culto per tutte le fedi".

Gran parte dell'intervento, quest'anno, è stato dedicato all'esaltazione delle forze positive della città, alla generosità con cui in molti hanno contribuito al fondo istituito da Tettamanzi per sostenere le famiglie colpite dalla crisi. Ma l'eurodeputato Matteo Salvini della Lega, attacca con forza: "Il cardinale è lontano dal sentire collettivo, quando si ostina a rappresentare i rom come le vittime del sistema invece che la causa di molti problemi. A Radio Padania hanno chiamato molti ascoltatori cattolici che dicono: "le guance da porgere sono finite"".

http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/cronaca/immigrati-8/lega-contro-tettamanzi/lega-contro-tettamanzi.html
Italian "Ingiusto negare la libertà di culto"
Sept 13, 2009
Le 1.100 chiese della Diocesi mobilitate per diffondere il messaggio del Cardinale per la fine del Ramadan

Negare la possibilità di pregare e di praticare la propria religione «è uno dei più gravi attentati alla vita e alla pace sul nostro pianeta». Il cardinale Dionigi Tettamanzi sceglie l’o ccasione del Ramadan, il mese del digiuno islamico, per tornare a sollecitare la libertà di fede e di preghiera sia per i cristiani sia per i musulmani. Un appello che vale per il mondo intero, e quindi prima di tutto per la sua città, Milano, dove da tempo è polemica aperta per la mancanza di una moschea.

Il cardinale scrive queste parole nel tradizinale messaggio augurale inviato alla comunità islamica milanese che tra il 20 e il 21 settembre, come in tutto il pianeta, concluderà con la festa di Id al fitr il mese sacro dell’astinenza e della purificazione. Gli auguri arrivano dal Pontificio consiglio per il dialogo e dalla Diocesi, che ha mobilitato tutti i parroci delle 1.100 chiese per trasmettere il messaggio ai musulmani sul territorio.

Da tempo l’arcivescovo sollecita le istituzioni milanesi a favorire la nascita di uno o più luoghi di culto in grado di accogliere la grande comunità di fedeli che credono in Allah: almeno 100mila persone solo a Milano, il doppio in provincia. Nel discorso di sant’� Ambrogio dello scorso anno Tettamanzi era arrivato a scrivere che sarebbe stato opportuno avere «luoghi di culto per tutte le fedi in ogni quartiere». Una frase che scatenò le ire della Lega.

Quest’anno il cardinale torna a parlare di questo tema scottante. Nella lettera — disponibile anche sul sito www. chiesadimilano. it e consegnata ufficialmente all’iman di Milano, Ali Abu Shwaima, da don Giampiero Alberti, incaricato del vescovo — non viene citata esplicitamente la moschea. Ma è ovvio che a quella pensa il cardinale quando scrive: «Bisogna vincere quella povertà culturale che è il terreno in cui nascono e si sviluppano le forme incivili e intolleranti del fanatismo fondamentalista che nega l’altrui libertà di culto». Se ne guarda bene l’arcivescovo dallo scendere in polemica con chi sostiene che i musulmani “già sono a posto” visto che il Comune concede palestre e impianti sportivi in affitto per la preghiera del venerdì.

Il cardinale spiega come la pensa con un parallelo, invitando a un impegno comune «per vincere la povertà spirituale di chi è ostacolato nella possibilità di nutrire facilmente il proprio spirito religioso, la povertà culturale degli atteggiamenti intolleranti e fondamentalisti, uguali e contrari, che purtroppo non mancano nei nostri mondi cristiano ed islamico». E chiosa: «Oggi in diverse parti del mondo non c’è pace perché non c’è libertà religiosa. Molti, anche cristiani, sono discriminati e perseguitati per motivi religiosi. Oggi cristiani e musulmani devono poter convivere nella reciproca stima e nel rispetto della legalità e dell’ordinamento civile di ogni stato laico e democratico».

Parole più che chiare, che evitano di puntare il dito verso una sola parte, ma che sollecitano le istituzioni a garantire la possibilità di praticare la propria fede alle persone di ogni religione, compresa quella coranica. Verranno lette davanti a migliaia di musulmani in preghiera anche durante la celebrazione al Palasharp, dove si riuniranno i seguaci di Maometto in assenza di una vera moschea dove farlo.

http://milano.repubblica.it/dettaglio/ingiusto-negare-la-liberta-di-culto/1716265
Italian Il cardinale ai giovani: non sciupate la libertà, l'integrazione comincia in classe
Jun 09, 2009
Incontro con 50 mila cresimandi allo stadio di San Siro, mille ragazzi impegnati in coreografie di grande effetto

MILANO - «Non sciupate la vostra li­bertà, vivetela per fare il bene e non per il male»: così il car­dinale Dionigi Tettamanzi ai 50 mila adolescenti che ieri hanno riempito lo stadio Me­azza di fronte a lui. E di nuo­vo, prima di salire sul palco e per l’ennesima volta negli ul­timi mesi, un forte monito sulla necessità dell’«acco­glienza e integrazione» degli immigrati: «L’integrazione co­mincia a scuola e in orato­rio». E in effetti, come già era successo nell’incontro con i 10 mila educatori della Dioce­si in piazza Duomo, uno degli aspetti che era difficile non notare ieri era la composizio­ne sempre più multietnica di tantissimi gruppi: «La società di domani siamo noi», si leg­geva in un cartello.

Cresimandi, tecnicamente. Ma soprattutto giovani: vale a dire gli interlocutori ai qua­li, dacché è arcivescovo di Mi­lano, Tettamanzi si è sempre rivolto con la sua maggiore intensità. «Scuotere», è la pa­rola che ha usato ieri. «Vorrei entrare dentro al tesoro e al segreto — ha detto loro — della vostra libertà: e vorrei tanto scuoterla e dirvi di vi­verla non per la mediocrità ma per gli ideali alti della vi­ta, non in modo stolto ma sa­piente. Non sciupatela». Mille dei cinquantamila erano impegnati ad animare lo stadio intero con una core­ografia preparata per mesi in­sieme col catechismo.
Uno spettacolo molto d’effetto, con le tribune piene di ragaz­zini in pettorale di colore di­verso a seconda dei settori pronti a muoversi in sincro­no, per creare quadri simboli­ci ad accompagnare le pre­ghiere. L'applauso dello stadio è stato quasi assordante quan­do il cardinale si è immedesi­mato nei suoi piccoli ascolta­tori: «Magari gli adulti ci con­siderano poco e non hanno fi­ducia in noi. Ma Dio è diver­so. Dio ha voluto e creato cia­scuno di noi per cose gran­di». Un auspicio ha poi chiuso il discorso del cardinale: «Guardandovi vedo tutta la Chiesa di Milano. Ho un gran­de desiderio: che voi possiate essere una sorgente fresca di bellezza, novità, santità e gio­ia per la nostra Chiesa». All'ingresso ogni gruppo di ragazzi ha consegnato la propria offerta per un gesto caritativo-missionario che servirà alla costruzione della chiesa e del centro parroc­chiale della Parroquia «Senor de la Resurreccion» a Barran­ca in Perù.

milano.corriere.it
Italian Esclusivo/ Il cardinale Tettamanzi ad Affari: "La crisi? Se ne esce con la sobrietà"
May 24, 2009
Sabato 16.05.2009 10:10
di Antonio Galdo

dal sito www.nonsprecare.it

La crisi economica, la possibile ripresa, il mondo che si affanna a ritrovare un equilibrio perduto. Con lo sguardo lungo del pastore, il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, misura con Affaritaliani.it tutti i rischi ma anche le opportunità del cambiamento che ci aspetta. Specie se, come spiega in questa intervista, l’uscita dal tunnel significherà l’imbocco di una nuova strada. Dove la segnaletica non è fatta solo dai numeri, dagli indicatori economici, ma innanzitutto dal rigore dell’etica. E da due parole, sobrietà e solidarietà, che avevamo smesso di declinare.

Che cosa significa oggi la parola sobrietà?
Una virtù preziosa per ricondurre il nostro comportamento quotidiano alla “giusta misura”. E una via privilegiata che conduce alla solidarietà, alla condivisione vera e concreta di tutto ciò che è necessario per vivere secondo la dignità umana, che appartiene a tutti senza alcuna discriminazione. Chi è sobrio vede anche l’altro.

Perché abbiamo trascurato questa virtù?
Forse perché è stata spesso fraintesa. La sobrietà non è un concetto economico, un vissuto all’insegna del risparmio minuzioso. Non è l’astensione dai consumi, il calcolo esasperato di tutto quanto si potrebbe evitare di avere e di comprare. La sobrietà è uno stile di vita complessivo: nelle parole, nell’esibizione di sé, nell’esercizio del potere, nei comportamenti quotidiani.

La crisi ci aiuterà a riscoprirla?
Assolutamente sì, e vedo che lentamente questa parola sta, almeno, tornando nel nostro vocabolario.

Finora, però, è stato il mercato a essere considerato la vera divinità del tempo contemporaneo. Non c’è stato anche un ritardo da parte della Chiesa nel denunciare questa deriva culturale?
Partiamo dalla crisi. Si sta diffondendo, innanzitutto grazie all’opera educativa della Chiesa, la consapevolezza che questa crisi globale sia stata originata, oltre che da eventi congiunturali e da un fenomeno di assestamento tipico dei periodi di lunga crescita, soprattutto dalla scarsa considerazione nella quale è stata tenuta la dimensione etica. Negli affari, nella produzione, nei mercati dei beni materiali e finanziari.

Tutti a caccia di soldi.
Si è agito senza pensare che, per esempio, dietro alla compravendita e alla speculazione sulle materie prime e sui titoli e i prodotti finanziari, c’erano sempre delle persone concrete, famiglie e lavoratori che da quei beni si aspettavano un vantaggio economico. E invece spesso hanno trovato imbrogli e ingenti perdite di denaro. Ma la responsabilità è anche di tante persone e famiglie che si sono lasciate attrarre dal guadagno facile, da ottenere non con il lavoro, ma con l’azzardo. Magari per sostenere e incrementare uno stile di vita al di sopra delle proprie possibilità. Uno stile di vita certamente non sobrio. Ecco perché bisogna tornare al fondamento etico dell’economia, e rimettere al centro del sistema la persona umana nella totalità dei suoi valori.

Le chiedevo dei ritardi della Chiesa…
Ci arrivo. La Chiesa agisce nella storia, e quindi anche a noi si possono imputare dei ritardi. Ma prima bisogna riconoscere il valore della profezia, di quelle parole che sono scolpite già nei Vangeli, di quella denuncia della cupidigia predicata da Gesù.

Sono profezie che oggi ritrova nel popolo di Dio?
La Chiesa ha sempre servito i poveri con creatività e con attenzione. E la solidarietà è un sentimento e un atteggiamento molto vivo tra la nostra gente. Posso dirle che in pochi mesi il Fondo Famiglia e Lavoro, istituito nella notte di Natale del 2008, ha già raccolto nella diocesi di Milano 4 milioni di euro, dei quali la metà arrivano attraverso una miriade di offerte di tante persone normali. Però come cristiani, non possiamo limitarci alla tecnica e al bisogno….

Che cosa serve?
E’ scritto nel Vangelo, e penso alla splendida parabola del buon samaritano. Gesù ci chiede di farci prossimo, compagni di strada, responsabili, fratelli dei più poveri. Di ciascun povero, di chi soffre per ogni tipo di povertà. Così la Chiesa, per tornare alla sua domanda, non sarà mai in ritardo di fronte ai bisogni dell’uomo, e non si limiterà semplicemente a fare da supplente alle istituzioni ed a chi è tenuto a intervenire. Lo ha detto Benedetto XVI proprio a proposito della crisi: «Non basta porre rattoppi nuovi su un vestito vecchio».

Anche la Chiesa pensa a un nuovo modello di sviluppo?
Non ho una risposta ad una domanda che andrebbe rivolta agli economisti. Da vescovo, sento l’esigenza di due atteggiamenti, connessi l’uno all’altro e fondamentali per ripartire: riportare l’uomo al centro dell’economia e dotarla di un fondamento etico. Le faccio un esempio molto concreto e legato al tessuto economico del territorio della diocesi di Milano: qui i meccanismi che oggi governano la finanza, rischiano di limitare la crescita della miriade di piccole imprese – capaci di generare posti di lavoro, di premiare la creatività, l’ingegno, l’intraprendenza, i giovani – e delle cooperative sociali, pronte ad offrire un’opportunità lavorativa e di integrazione anche alle persone più svantaggiate.

Lei sta denunciando il tappo del credito, che specie in tempi di crisi penalizza i più deboli.
Piccole imprese e cooperative sociali sono ritenute dal sistema del credito soggetti ad alto rischio, e quindi non meritevoli di finanziamenti perché difficilmente viene considerato il “valore sociale” di cui queste imprese sono portatrici. Come vede, torniamo all’etica ed a una domanda: si può pensare a un sistema economico che sostenga il credito per queste iniziative e magari incoraggi l’estensione del modello? Io sono convinto che la risposta è netta: sì, si può e si deve.

Intanto la globalizzazione, che doveva allargare e diffondere il benessere economico, si è tradotta finora in un miliardo di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno. E’ la fine di un sogno?
La globalizzazione non è finita. Il mondo è profondamente interdipendente e, specie in economia, decisioni locali assumono inevitabilmente ricadute globali. Questo è un punto di non ritorno. Ma la globalizzazione, da sola, non realizza un sistema economico: semplificando, posso dire che è una modalità, inevitabile, dell’agire economico. Quindi non farà più del male se al centro del sistema tornerà l’uomo stesso, e se insieme alle grandi leggi dell’economia si tornerà a contemplare anche l’etica.

Il consumismo è una parola che la spaventa?
Non mi spaventa, mi addolora. Vedere l’uomo vivere, lavorare e desiderare solo l’atto del consumo, significa assistere allo snaturamento della sua dignità. L’uomo è creato da Dio per amare, non esclusivamente per consumare.

Eppure senza consumi non c’è ripresa.
L’uomo consuma per vivere, non vive per consumare. Siamo partiti dalla sobrietà, che non si contrappone all’idea del consumo. Anzi, è un atteggiamento che aiuta l’uomo a divenire responsabile anche nell’atto del consumo. Al contrario, moltiplicare a dismisura i consumi, e di conseguenza gli sprechi, fino a un eccessivo indebitamento, che poi si traduce in insolvenza per milioni di famiglie come è avvenuto in America, non significa diffondere benessere e opportunità, ma danneggiare il sistema e mandarlo in corto circuito. La sobrietà è la via che rende le persone responsabili nel consumare per quello che si può, per quello che serve, per quello che è utile.

Lei considera questa crisi un cambio d’epoca?
Viviamo un momento doloroso e di prova. Tante crisi si sono succedute e tutte le volte, pur mutando le circostanze, sembra che la lezione del passato sia stata dimenticata. Oggi siamo a un bivio, e l’esito delle nostre scelte non è inesorabile.

Quale bivio?
Da un lato la crisi potrebbe alimentare nuovi egoismi, ed esasperare gli individualismi e i conflitti. Dall’altro lato, invece, abbiamo la possibilità di governare la crisi, senza che il sistema collassi, ispirandoci a due valori che considero essenziali e abbinati. Sobrietà e solidarietà.

E’ ottimista?
Certamente. Ci aspetta una scelta di libertà, che ci aiuti a capire che un conto è vivere, altra cosa è sopravvivere; un conto è vivere, altra cosa è stravivere. Questa linea di confine è saltata, e tocca a noi ricostruirla.

Sente indifferenza da parte dei giovani su questi problemi?
Guardando alle comunità cristiane, vedo la fatica di comprendere e intraprendere la sfida di “evangelizzare la crisi”, di portare la parola di Gesù anche dentro questi problemi, laddove il Vangelo ha tanto, tutto da dire. I giovani non sono indifferenti, ma preoccupati per il loro futuro, e sono abituati, se non addirittura rassegnati, all’idea della precarietà.

Quasi un male necessario…
E’ un atteggiamento che ha due facce. I giovani sono così più capaci di affrontare la crisi, perché si presentano meno legati degli adulti a schemi immutabili, come il posto fisso o la carriera predeterminata dal percorso di studi. Allo stesso tempo, però, corrono il rischio di rinunciare a un progetto di lunga distanza, alla possibilità di intraprendere scelte di vita stabili, definitive. Da qui la preoccupazione per il loro futuro.

www.affaritaliani.it
Italian Il Cardinale Tettamanzi riconfermato per due anni Arcivescovo di Milano
May 13, 2009

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 12 aprile 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha disposto che il Cardinale Dionigi Tettamanzi "possa continuare ancora per due anni nel governo dell'Arcidiocesi" di Milano, secondo quanto ha reso noto monsignor Giuseppe Bertello, Nunzio Apostolico in Italia, in una lettera che il vicario generale, monsignor Carlo Maria Redaelli, ha letto al termine della Messa Crismale.

La sua conferma è stata accolta con favore anche nel mondo politico.

Roberto Formigoni, governatore della Regione Lombardia, ha affermato che "la figura e l'insegnamento del Cardinale Tettamanzi sono un punto di riferimento per la Diocesi ma anche per l'intera Lombardia, grazie al legame che egli ha saputo costruire con i cittadini, credenti e non credenti, e con le stesse istituzioni".

Letizia Moratti, sindaco di Milano, ha inviato un messaggio al porporato definendolo "un punto di riferimento per Milano, non solo per le persone che sono credenti e praticano la fede cattolica, ma per tutta la comunità, a cui Lei sempre rivolge il suo alto richiamo alla solidarietà, ai valori, all'impegno religioso e civile".

Dal canto suo il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, ha osservato che "è una bellissima notizia saperlo alla guida della Arcidiocesi in un momento così delicato per la vita delle famiglie dell'area metropolitana milanese che si trovano a fare i conti con i problemi della crisi economica. Sono certo che continuerà a guidare l'Arcidiocesi con l'impegno, la generosità, l'equilibrio e la concretezza che da sempre contraddistinguono il suo operato".
Italian CHIESA/ Tettamanzi Arcivescovo di Milano per altri due anni
Apr 13, 2009

giovedì 9 aprile 2009

Il cardinale Dionigi Tettamanzi resterà arcivescovo di Milano almeno per altri due anni anche se ha già compiuto 75 anni, l'età in cui il diritto canonico prevede si rassegnino le dimissioni.

La decisione di papa Benedetto XVI è stata annunciata oggi durante la messa crismale dal vicario generale, mons. Carlo Maria Redaelli, che ha letto un messaggio inviato dal nunzio apostolico in Italia Giuseppe Bertello.

La notizia è stata accolta da un migliaio di sacerdoti presenti in Duomo con un lungo applauso che ha strappato un sorriso all'arcivescovo.

Il cardinale ha rassegnato le sue dimissioni l'11 marzo scorso e a tale riguardo Bertello ha risposto che «il Santo Padre Benedetto XVI ha accolto donec aliter provideatur (finché non si provveda altrimenti, ndr) le sue dimissioni, disponendo inoltre che vostra eminenza possa continuare ancora per due anni nel governo dell'arcidiocesi».

www.ilsussidiario.net
Italian I 75 ANNI DEL CARDINALE DIONIGI TETTAMANZI
Mar 19, 2009

(14/03/2009) - Oggi, il Cardinale Dionigi Tettamanzi, teologo, originario di Renate (MI), compie 75 anni (essendo nato il 14 marzo 1934) e, secondo il Diritto canonico vigente, dovrebbe lasciare l'incarico di Arcivescovo di Milano per raggiunti limiti d'età nelle mani di papa Benedetto XVI. Ma, com'è consuetudine in questi casi, il Papa ha concesso all'Arcivescovo di Milano una proroga di due anni, cioè fino a 77 anni. Quindi, Mons. Tettamanzi, resterà alla guida della Diocesi più popolosa d'Europa fino al 2011. Ritorniamo a mons. Tettamanzi che dal 2002 è alla guida dell'Arcidiocesi di Milano. Una Diocesi che ha 5 milioni e 200 mila abitanti, 10 Vicari Episcopali, 5 Vescovi ausiliari, 40 uffici di Curia, 1 Moderator Curiae, 1.104 parrocchie, 2.115 sacerdoti, 100 diaconi permanenti, 1.900 docenti di religione cattolica. Un Seminario semi vuoto come nel resto d'Italia, la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale a Milano città, l'Istituto di Scienze religiose, la Biblioteca Ambrosiana, l'Università della Terza età, i Collegi Arcivescovili, la Charitas ambrosiana, la rivista mensile il Segno, la pagina domenicale su Avvenire, e le missioni in Camerun, Zambia, Burundi, e Perù. Questi dati solo per fare alcuni esempi significativi. Il cardinale Tettamanzi fino a 55 anni è rimasto nella sua Diocesi dove faceva il professore in Seminario e allevava decine di preti. Poi fu chiamato a fare il vescovo di Ancona e di Genova; infine a 68 anni ritorna nuovamente a Milano come Arcivescovo di Milano. In questi 13 anni in cui sarà assente da Milano la città cambia volto. La presenza massiccia di immigrati stranieri, i nuovi poveri, le periferie abbandonate, la solitudine di anziani e malati; il consumismo, il materialismo, e l'edonismo che aumentano a dismisura. E, da ultimo, la crisi e la recessione economica. La questione morale che esplode in in tutta la sua drammaticità: la mancanza di solidarietà, di accoglienza, la voglia sicurezza fai da te, la violenza degli stupri. E ancora: la scristianizzazione, la secolarizzazione e il neopaganesimo della società milanese Tettamanzi si troverà a esercitare il suo ministero episcopale in una società complessa: multi culturale, multi religiosa e multi etnica. Senza contare la crisi delle vocazioni, l'allontanamento dai Sacramenti, la diserzione di massa verso l'ora di Religione cattolica con 100 mila studenti non avvalentisi, le Chiese vuote, e un apostolato biblico che ha sostanzialmente fallito. Troverà nel 2002 una città di un milione e 350 mila abitanti guidata da un imprenditore, Gabriele Albertini, che fa riferimento al partito guidato da un altro imprenditore Silvio Berlusconi. Poi nel 2006 il testimone va a un altro imprenditore Letizia Moratti. Milano con Berlusconi, Albertini e la Moratti è ormai diventata la "Repubblica degli imprenditori" che essendo "illuminati" e "migliori" di tutti guidano il popolo. Esattamente un modello di "aristocrazia" di cui ci aveva parlato il filosofo greco Platone tra il 390 a.C. e 360 a.C. con la differenza che egli auspicava una repubblica dei filosofi. Tettamanzi, con le sue omelie, i suoi discorsi alla città, i suoi messaggi, i suoi interventi pubblici diventerà la figura morale della città dopo il suo illustre predecessore Carlo Maria Martini che gli consegna la "Croce" in Piazza Duomo nel senso anche di portare un "peso" nell'esercitare il suo ministero episcopale. Ma Tettamanzi non è impreparato. E' attivo, dinamico, un intellettuale, un ottimo teologo, uno studioso, un Pastore, un Vescovo che è stato Segretario generale della CEI sotto la Presidenza del cardinale Camillo Ruini. E poi conosce la Diocesi di Milano in ogni suo anfratto, conosce centinaia di preti, il seminario, la Curia, e la Facoltà teologica. Sa molto bene che alla Facoltà teologica i professori guardano alla teologia protestante rimanendone affascinati, e premierà il professor mons. Franco Brambilla nominandolo Preside della Facoltà. Qualche anno prima Tettamanzi su Avvenire riprese il teologo Franco Brambilla per le sue posizioni non proprio consone al Magistero della Chiesa. Ma il tempo ha ricucito lo strappo e Tettamanzi lo fa addirittura suo Vescovo ausiliare. Un segnale forte a tutti i progressisti della Diocesi presenti soprattutto in Curia, in Seminario e dentro la Facoltà Teologica. Un altro problema che Tettamanzi deve affrontare è l'emergenza ora di religione cattolica a scuola. In città 6 studenti su 10 non fanno religione a scuola. Un dato grave e preoccupante che egli eredita. Purtroppo il responsabile del Servizio Insegnamento della religione don Giovanni Giavini, un biblista del Seminario, ha avuto per 25 anni la delega in bianco ad occuparsi di questo settore, ma con risultati drammatici. L'ora di religione a Milano città sta scomparendo nei Professionali e negli Istituti Tecnici. Al posto di don Giavini, ora pensionato, è stato designato un prete esperto d'oratorio, don Michele Di Tolve, che dopo circa 2 anni non è riuscito ad arrestare l'emorragia, non è riuscito ad arginare il fenomeno, a contenere il disastro, probabilmente perché deve rivedere e affinare la sua strategia. Sempre che esista. Mi dicono che egli quando parla in pubblico esordisce solennemente cosi: "Vi parlo in nome del cardinale Arcivescovo.... chi non dovesse fare questo... gli verrà tolta l'idoneità all'insegnamento". No, don Di Tolve, non ci siamo. No. Mons. Faccendini, Vicario episcopale per l'insegnamento della religione, cosi non va! Con i docenti bisogna dialogare, non minacciare! Lei , don Di Tolve, parlerà pure a nome del Cardinale arcivescovo, ma cerchi di dialogare con i suoi docenti, di ascoltare le loro difficoltà, i loro problemi, le loro gioie e le loro ansie. Lasci perdere le minacce, apprenda l'umiltà del Cardinale. Dia fiducia a questi insegnanti; don Di Tolve i docenti di religione sono precari a vita, spesso hanno complessi di inferiorità dentro la scuola, ma hanno una famiglia, educano i giovani alla cultura religiosa e all'educazione ai valori, e lei non gli dà credito, non gli dà fiducia, li intimidisce. Si ricordi sempre che sono persone, con titoli accademici e culturali, e non ragazzini d'oratorio turbolenti e vivaci che vanno ripresi e ammoniti. Siamo passati dal permissivismo di don Giavini all'autoritarismo di don Di Tolve. Due eccessi che se non saranno aggiustati con una stategia ad hoc e mirata, liquideranno l'ora di religione cattolica in città in cui da anni diversi sindacati della scuola boicottano nelle classi con i loro docenti e dirigenti scolastici anticlericali e laicisti l'ora di religione cattolica considerata, a torto, un privilegio della Chiesa. E' inutile parlare di laicato maturo se poi questi laici restano sempre fuori dalla porta e non vengono mai consultati. E' inutile parlare di crisi delle vocazioni quando c'è una crisi nel relazionarsi con i laici perché prevenuti o pieni di pregiudizi. Quindi no all'arroganza e alla superbia. Il cardinale Tettamanzi, in questi sette anni, si è occupato dell'evangelizzazione, annunciando Gesù Cristo crocifisso e risorto a tutti e a ciascuno. Nell'evangelizzazione ha usato per primo Youtube, Telenova, radio Marconi dimostrando di essere un Vescovo moderno, aperto al nuovo, e in sintonia con il tempo in cui viviamo. Dove internet presenta indubbiamente dei vantaggi positivi ma, se usato in modo sbagliato, può diseducare e indurre a comportamenti sbagliati. Tettamanzi ha ripreso nel suo ministero episcopale a Milano le tematiche care al cardinal Martini: la scuola della Parola e le scuole di formazione all'impegno politico per i giovani. La prima per conoscere la sacra Scrittura e diffonderla, la seconda per i giovani affinché vengano educati alla politica intesa come gestione della cosa pubblica al servizio del bene comune. Il cardinale Tettamanzi è intervenuto a difesa degli immigrati stranieri, dei rom, dei maghrebini, dei romeni, e dei popoli dell'America latina e dell'Africa perché creati a immagine e somiglianza di Dio. Si è battuto contro la militarizzazione della città, delle ronde che hanno sovente il fine di farsi giustizia da sè. Si è occupato del degrado delle periferie, abbandonate da Dio e dagli uomini, dove gli unici punti di aggregazione sono l'oratorio, i bar o i cinema a luci rosse. Non esistono teatri, cinema, biblioteche, centri culturali. Sono degli enormi quartieri dormitorio (Gallaratese, Gratosoglio, Baggio, Quarto Oggiaro, Niguarda, Rogoredo, Giambellino, ecc.) in cui i Centri commerciali diventano il ritrovo degli abitanti. Il Cardinal Tettamanzi si è interessato delle fabbriche e dei lavoratori e ha costituito per primo in
Italia un fondo per le famiglie bisognose stanziando un milione di euro che, nel frattempo, sono diventati tre milioni grazie ai benefattori e alla Fondazione Cariplo. Il Cardinale ha poi voluto conoscere da vicino il mondo della sofferenza: ha visitato le carceri della Diocesi, le case di riposo per anziani, gli ospedali e per tutti ha avuto parole di conforto e di speranza. Il cardinale Tettamanzi ci ha insegnato in questi sette anni a dialogare con le altre religioni: l'Islam, l'Ebraismo, la Chiesa ortodossa e quella protestante superando antichi pregiudizi. Lui stesso ha fatto molti viaggi religiosi con finalità ecumeniche: in Terra santa, In Romania, in Russia, ecc. Tettamanzi è stato, in questi anni, il Vescovo degli ultimi, di coloro che non hanno voce, che non sono tutelati, e che sono indifesi. Infine il Vescovo che ha difeso la libertà di educazione, la vita, la famiglia ( scrivendo anche ai divorziati e ai separati), ha diffuso la Parola di Dio, non trascurando la Dei Verbum quando afferma che essa non può sussitere senza il magistero della Chiesa e senza la Tradizione), ha ripreso a parlare di senso morale in una società decadente, e ha contrastato il razzismo e la xenofobia insegnandoci la cultura dell'accoglienza e della solidarietà. In una metropoli ricca, gaudente ed opulenta alla ricerca del benessere, del potere e del denaro. L'Arcivescovo di Milano Tettamanzi, ci ha insegnato la tolleranza, il dialogo, l'integrazione con uomini e culture diverse e ad accrescere la nostra fede in Dio Padre. Tettamanzi, in questi anni difficili, sembra aver voluto dire ai fedeli della sua Arcidiocesi: "...in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti" (Filippesi 4,6) E ancora: "Acclamate al Signore, voi tutti della terra, servite il Signore nella gioia, presentatevi a lui con esultanza". (Salmo 100, 2). In ogni caso, il cardinale Dionigi Tettamanzi, a 75 anni (portati molto bene), nel prossimo Conclave, sicuramente sarà uno dei protagonisti e uno dei candidati italiani al soglio pontificio. Ci sono già due illustri precedenti: Pio XI e Paolo VI, entrambi Arcivescovi di Milano.
German Mailand: Kardinal Tettamanzi wird 75
Mar 14, 2009

Rom, 12.3.09 (KAP) Der Mailänder Erzbischof, Kardinal Dionigi Tettamanzi, wird am Samstag 75. Er ist eine der prägenden Gestalten der Kirche in Italien. Tettamanzi war Leiter des Lombardischen Kollegs in Rom, Erzbischof von Ancona-Osimo, Generalsekretär und Vize-Vorsitzender der Bischofskonferenz. 1995 wurde er Erzbischof von Genua, 2002 von Mailand. Als Oberhirte einer der weltweit größten und bedeutendsten Diözesen machte ihn Johannes Paul II. im Jahr 1998 zum Kardinal.

Tettamanzi ist ein vielseitiger Theologe. Mit seiner gedrungenen Gestalt erinnert er manche an Johannes XXIII. Immer wieder sorgt er mit Stellungnahmen insbesondere zu moraltheologischen, aber auch politischen Fragen für Schlagzeilen; so etwa, als er im Vorfeld des G-8-Gipfels in Genua 2001 Verständnis für einige Anliegen der dort auch militant auftretenden Globalisierungsgegner äußerte. Das brachte ihm Kritik aus Politiker- und Kirchenkreisen ein.

Tettamanzi wurde am 14. März 1934 in Renate bei Mailand geboren. Er studierte am Seminar von Venegono Inferiore und wurde 1957 von Kardinal Giovanni Battista Montini, dem späteren Papst Paul VI., zum Priester geweiht. Nach der Promotion an der Gregoriana-Universität in Rom und einigen Jahren als Seelsorger in seiner Heimat war er 20 Jahre lang Dozent für Moraltheologie am Priesterseminar von Venegono Inferiore. Zugleich lehrte er in Mailand Pastoraltheologie. In dieser Zeit entstanden vielbeachtete Abhandlungen und Schriften zu einem breiten Spektrum von Themen.

Am 1. Juli 1989 wurde er zum Erzbischof der Adria-Diözese Ancona-Osimo ernannt. Im März 1991 stieg er zum Generalsekretär der Italienischen Bischofskonferenz auf . 1995 ernannte ihn Johannes Paul II. zum Erzbischof von Genua. Wenige Wochen später wurde er für fünf Jahre zum Vize-Präsidenten der Bischofskonferenz gewählt. 1998 wurde Tettamanzi in den Kardinalsstand erhoben, 2002 erfolgte die Ernennung zum Erzbischof von Mailand.
Italian Tettamanzi presenta il nuovo sito Ai giornalisti: "Non fate polemiche..."
Jan 26, 2009
Il cardinale conclude il convegno sul giornalismo ai tempi di Internet con un click al nuovo portale, curato da Claudio Mazza. E prende l'occasione per bacchettare i presenti

Milano, 24 gennaio 2009 -  Al cardinale Dionigi Tettamanzi è andato - ovviamente - l’onore di inaugurare con un click il nuovo sito della Diocesi di Milano. Nulla di piu’ appropriato per concludere il convegno “Il giornalismo ai tempi di internet. Serve ancora la professione?” organizzato dalla Diocesi di Milano al Circolo della stampa, in occasione della ricorrenza di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.

Il sito, diretto da Claudio Mazza, aggiornato due volte al giorno da una redazione di sette giornalisti, “e’ rinnovato sia sotto il profilo grafico che di contenuto - spiega il direttore - con una valorizzazione della parte informativa su quella istituzionale”. “La home page - spiega ancora Mazza - cambia e diventa una sorta di vetrina in cui si vede sia la parte istituzionale che quella informativa”.

Il nuovo sito puo’ contare anche sull’ottima resa di quello precedente che ha raggiunto un milione e 200mila contatti mensili con oltre 70 giga di materiale scaricato. A disposizione degli utenti, con il nuovo portale, ci saranno 160mila foto, 30mila immagini in archivio storico, mille e 200 video e 50mila pagine scaricabili.



Ai giornalisti il cardinale ha dichiarato: "Non cesseremo mai di avere bisogno del vostro lavoro: non penso che la tecnologia prevarrà sull’uomo, anche se la tecnologia rischia di limitare l’uomo. Questo accadrà se voi giornalisti smetterete di cercare le notizie e le storie da raccontare scorgendo anche segni di speranza là dove c’è la tragedia".

"Tanti utenti fanno fatica a dialogare con voi - ha poi aggiunto il cardinale - perchè molti di loro credono che l’informazione non racconti la realtà perchè spesso questa realtà è rappresentata da voi in chiave polemica, anche se nella realtà non è così". "Io stesso - ha concluso Tettamanzi - mi vedo gettato sempre più frequentemente in polemiche che, mi pare, non esistono nella realtà".
Italian Crisi: Il Cardinal Tettamanzi stanzia un fondo da 1 mld di euro
Dec 26, 2008

L'arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, costituisce personalmente un "Fondo famiglia-lavor" per venire incontro a chi, nella crisi finanziaria ed economica attuale, sta perdendo l'occupazione. Come avvio di questo fondo ha messo a disposizione un milione di euro attingendo - ha annunciato nel corso dell'omelia della Messa di mezzanotte in un Duomo gremito - "dall'otto per mille destinato per opere di carità, da offerte pervenute in questi giorni "per la carità dell'Arcivescovo", da scelte di sobrietà della diocesi e mie personali".
Italian Tettamanzi, nuovo attacco dalla Lega "Difenda i simboli della cristianità"
Dec 21, 2008
Sabato pomeriggio a Rho i leghisti regaleranno fette di panettone e presepi in miniatura: "Questa è la nostra risposta a Tettamanzi, che in nome dell’ecumenismo vuole le moschee in ogni quartiere, ma non dice nulla quando dalle scuole vengono rimossi i simboli della cristianità"

È la guerra del presepe. E a dichiararla è la Lega. Contro il cardinale Dionigi Tettamanzi, che «in nome dell’ecumenismo è pronto ad accettare la costruzione di moschee in ogni quartiere di Milano», come dice il consigliere regionale Fabrizio Cecchetti. Nello stesso giorno in cui sul sito della Curia l’arcivescovo diffonde una lettera aperta a tutti gli immigrati (in diverse lingue), richiamando anche «le autorità preposte» ad aiutare le famiglie dei migranti e «se necessario a cambiare le leggi», i leghisti di Rho, capitanati da Cecchetti, annunciano per sabato un’i niziativa dichiaratamente polemica nei confronti di Tettamanzi.

Nel pomeriggio, nella centralissima piazza Matteotti, allestiranno un gazebo per distribuire ai rhodensi fette di panettone, bicchieri di vin brulé e cadeau natalizi sotto forma di tanti piccoli presepi: capanne in minatura con dentro il Bambinello, Maria e Giuseppe (ne hanno ordinati 700 esemplari). «È una risposta precisa al cardinale — spiega Cecchetti — Che non solo vuole le moschee di quartiere, ma non dice mai nulla quando nelle scuole vengono cancellati i simboli delle nostre tradizioni religiose». Insomma: «Crocifissi rimossi e anche feste di Natale derubricate a improbabili feste della neve: una vergogna». La lettera di Tettamanzi agli immigrati viene ovviamente sbandierata dai leghisti come prova ulteriore di questa sua presunta defezione dai doveri di difesa della cristianità.

In realtà il cardinale agli immigrati parla proprio del presepe: «Quest’anno vorrei dirvi la mia gioia, ma insieme anche un po’ la mia pena, perché gli angioletti del presepio mi stanno portando delle notizie vostre che mi sembrano molto importanti. Venendo a Milano, Gesù Bambino troverà che i bambini e i giovani immigrati sono diventati moltissimi, vivono amicizie e competizioni tra di loro e con gli altri ragazzi, vanno a scuola tutti insieme ciascuno con il suo vestito e il suo colore, e ci suggeriscono che il segreto del successo sta proprio nell’amicizia, nella solidarietà nell’imparare a vivere insieme gli uni accanto agli altri, rispettando la particolarità di ciascuno e aiutandosi vicendevolmente».

E ancora: «Gli angeli del presepio ce lo ripetono a gran voce, anch’� io li ho sentiti...». Toni che non piacciono affatto ai leghisti: «Tettamanzi continua a ricordare le difficoltà degli immigrati – si infiamma Cecchetti – ma in difficoltà ci sono tantissime famiglie italiane; e poi ribadisco: dal momento che il prelato non diffonde appelli per portare in tutte le case i simboli della cristianità, con tutto il rispetto ci sentiamo in dovere di farlo noi». E di fronte a questa levata di scudi, scuote la testa Marco Granelli, consigliere comunale del Pd molto vicino alla curia: «I cristiani sanno vivere laicamente le proprie convinzioni, e questo è il frutto dell’indipendenza reciproca tra la Chiesa e la politica; il cardinale propone un dialogo ecumenico senza rinnegare le proprie specificità di pastore».

E la Lega? «Purtroppo sta sfruttando a fini puramente elettorali un problema religioso e culturale: è un partito, quindi si occupi di leggi e delle regole del vivere associato, non sconfini su terreni che non sono suoi, pretendendo addirittura di sostituirsi alla Chiesa».
Italian Il cardinale Tettamanzi: più dialogo e più moralità in politica
Dec 12, 2008

La Chiesa ricorda oggi San'Ambrogio e l'arcidiocesi di Milano festeggia il suo Santo patrono. Le celebrazioni sono inziate venerdì scorso con la liturgia dei Primi Vespri nella Basilica dedicata al Santo: in questa occasione l'arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, ha invitato la città a rilanciare la dimensione del dialogo. Ascoltiamo il porporato in questa intervista di Davide Dionisi:

R. - Io penso che il dialogo sia oggi una vera e propria emergenza. Questo, perché ci troviamo di fronte al fenomeno della solitudine, che chiude in se stessi ed esclude dagli altri, insieme al fenomeno di una contrapposizione molto accentuata, per cui pare di poter dire che gli uni sono contro gli altri e tutti contro tutti. Ma il dialogo, io penso, sia un tratto fondamentale, addirittura costitutivo della nostra umanità. Proprio per questo diventa urgente domandarsi se oggi sia ancora possibile dialogare. Io risponderei che tante volte è difficile, è difficilissimo, ma è possibile dialogare ad una condizione che si impari a dialogare: questo significa riconoscere l’altro nella sua dignità di persona, rispettarlo nella sua libertà, consentirgli di essere se stesso, avere fiducia negli altri.

D. – La sua è anche un’esortazione all’incontro, a superare le contrapposizioni. In che modo creare i giusti presupposti nelle grandi città per aiutare un dialogo interculturale e interreligioso?

R. – Penso che si debba iniziare con l’abbandonare i pregiudizi e le schematizzazioni. Quando questo verrà abbandonato, io penso, potrà avere inizio il parlare, il discutere con tutti, anche con i credenti delle altre religioni e aggiungo anche con i fedeli dell’islam. Tanti dubbi, certe domande, certo esistono, a proposito delle altre religioni, ma di fronte a tutto questo penso che si debba pure incominciare con un dialogo personale e cercare di capire, di vedere se tutto quello che viene detto corrisponde al vero. Certo, a volte, ci si trova di fronte a degli atteggiamenti singoli che sono gravi, sono da deprecare con grande forza, ma tutto questo non può diventare occasione per guardare con sospetto e per accusare tutti gli appartenenti ad una religione. Per incontrare l’altro, ciascuno di noi dovrebbe incontrare se stesso, la propria interiorità, e in questa interiorità incontrare Dio come Padre di tutti e quindi venire aiutato davvero ad avere un cuore grande, anche se tutto questo esige tanta pazienza, tanta onestà intellettuale, tanto rispetto della libertà dell’altro e tanta capacità di ascolto.

D. – Quale attualità ha ancora oggi il messaggio di Sant’Ambrogio e in che modo può essere applicato nella nostra quotidianità?

R. – Quando noi pensiamo a Sant’Ambrogio, pensiamo ad un grande vescovo, ad un grande pastore, e direi che occorrerebbe recuperare anche la figura di Ambrogio come politico, o meglio, come vescovo che è coraggioso, al punto che è capace nei momenti di difficoltà di fare chiarezza su uno dei problemi più delicati e più attuali, che è il problema del rapporto tra la politica e la morale. Io penso che da Sant’Ambrogio viene un insegnamento che è particolarmente utile, vorrei dire assolutamente necessario oggi, ed è questo: che davanti alla legge morale - così ha continuato ad insegnare, a testimoniare Sant’Ambrogio - chi detiene il potere politico non è mai nella posizione di chi è sciolto dalla propria responsabilità, anzi, proprio perchè detiene questo potere ha un di più di responsabilità in rapporto alla propria coscienza, in rapporto a tutti gli altri, soprattutto in rapporto a Dio.
Italian Esercizi spirituali per giovani: anche online
Nov 25, 2008
L'audio della meditazione di ieri in Sant'Ambrogio è sul sito della diocesi già da oggi, e così sarà per le altre due serate

MILANO - Le omelie del cardinale online hanno fatto da apripista: lo Spirito, sempre più, passa anche da Internet. Così la «paura di non meritare di essere amati», la «solitudine», il «mistero della morte» sono i temi che un migliaio di ragazzi affrontano da ieri con un ciclo di esercizi spirituali in Sant'Ambrogio: la novità è che gli «esercizi» potranno proseguire in un blog sul sito della diocesi. Perché bisogna intendersi: non sarà uno dei tanti forum di sfoghi presenti in rete su questo o quel problema.
Sarà un canale di ulteriore approfondimento del percorso iniziato appunto ieri sera nella basilica, con una folla di ragazzi a pregare e riflettere sulle meditazioni di monsignor Mario Delpini, quinta edizione degli esercizi spirituali che la Curia propone ogni anno ai giovani di Milano quale preparazione dell'Avvento. Due ore ogni sera: ieri l'inizio, oggi e domani si prosegue. Solo che quest'anno non finirà lì. L'audio della meditazione di ieri è infatti sul sito della diocesi già da oggi, e così sarà per le altre due serate.
Contestualmente sullo stesso sito è già aperto un blog moderato da don Federico Cretti in cui i partecipanti agli esercizi, e naturalmente tutti gli altri interessati, potranno continuare a discutere i temi per i giorni a venire. Tra i testi-guida delle meditazioni, oltre alle Scritture, ci saranno riflessioni di autori come Giovanni Papini, o come il teologo protestante Kart Barth, o come il cardinale Carlo Maria Martini. La curia poi lancia anche un'altra novità telematica. E cioè il fatto che, da sabato prossimo, saranno in diretta online sul sito diocesano (www.chiesadimilano.it) tutte le messe celebrate al sabato sera in Duomo dal cardinale Dionigi Tettamanzi. Tutte.
Italian Il cardinale Tettamanzi ai sacerdoti: il nostro stile di vita non scandalizzi i poveri
Nov 06, 2008

In occasione della festa del Compatrono di Milano, San Carlo Borromeo, è stata celebrata ieri una Messa nel Duomo di Milano: a presiederla l’arcivescovo della città ambrosiana, cardinale Dionigi Tettamanzi, che ha rivolto ai presenti l’invito a seguire San Carlo nella sobrietà e povertà evangelica. Il servizio di Fabio Brenna.

L’arcivescovo di Milano raccomanda ai 2700 preti ambrosiani uno stile di vita più sobrio, la riscoperta della povertà evangelica per essere davvero più liberi nel servizio e nel ministero. Il cardinale Tettamanzi fa questa raccomandazione sulla scorta dell’esempio di San Carlo Borromeo, compatrono della Diocesi, che di ricca famiglia rinunciò a molti privilegi per uscire dalla prospettiva mondana e recuperare così la radicalità evangelica. Molto concrete le indicazioni del cardinale Tettamanzi per la riscoperta dell’austerità come stile di vita:

“Non scandalizziamo mai i poveri con spese inutili ed eccessive. La nostra vita sia sobria ed esemplare, così che possa diventare parola forte per ricordare ai ricchi le loro responsabilità, qualora si dimenticassero dei poveri”.

Per essere credibili agli occhi dei poveri ed ancor più in tempi di crisi economica, ai suoi preti che – osserva il cardinale Tettamanzi - hanno comunque di che vivere dignitosamente, per capire chi vive nella precarietà suggerisce di adottare uno stile di vita austero e di condividere quel che si ha con gli altri, a partire, ad esempio, dall’alloggio. L’ottica evangelica sull’uso dei beni deve essere recuperata anche nella gestione delle risorse ecclesiali. Sentiamo l’arcivescovo:

“In concreto, occorre praticare esemplarmente la giustizia, nella gestione dei beni della Chiesa, trattandoli non come patrimonio personale, ma come beni, appunto, della Chiesa, dei quali dobbiamo rendere conto a Dio e ai poveri. Così come occorre garantire la trasparenza della gestione di questi beni. Come amministratore dei beni ecclesiastici, sia noi che i nostri collaboratori laici, siamo chiamati a destinarli esclusivamente ai fini che sono loro propri, indicati dal Concilio in questi tre: l’organizzazione del culto divino, il dignitoso mantenimento del clero, il sostentamento delle opere di apostolato e di carità, specialmente in favore dei poveri”.

La celebrazione di ieri si inserisce nel cammino sinodale del clero milanese iniziato nei giorni scorsi e che proseguirà fino al 20 maggio 2009.
Italian "Sulla trasfusione a Eluana decida il medico"
Oct 13, 2008
"Su questa triste vicenda così tragica occorre maggior silenzio e rispetto perché la curiosità e l'esposizione mediatica distrae dai veri problemi che dobbiamo affrontare". Il monito è giunto oggi dall'Arcivescovo di Milano, Cardinale Dionigi Tettamanzi, in visita pastorale a Valgreghentino, un piccolo paese dell'Hinterland di Lecco verso il confine con la Bergamasca.

(rainews24.it, 12 ottobre 2008) Una esortazione in risposta alle osservazioni di alcuni rappresentanti della stampa, che gli facevano anche notare come la famiglia di Eluana Englaro, la 37enne lecchese in stato vegetativo da quasi 17 anni, abbia concordato ieri con i medici di non ricorrere a trasfusioni di sangue dopo l'emorragia uterina che l'ha colpita da un paio di giorni aggravando poi il quadro clinico generale nella giornata di ieri.

L'Arcivescovo sulla questione ha detto che "quello della trasfusione è un campo in cui non posso intervenire perché attiene allo stretto rapporto tipico tra medico e paziente. A decidere se ricorrere o meno a una trasfusione, deve essere il medico, in scienza e coscienza nel rapporto tipico che lo lega al paziente e alla famiglia".

Tuttavia Tettamanzi avverte "la necessità di invocare grande e maggior rispetto per situazioni dolorose e di fatica in cui si trova una famiglia, come in questo caso". Una vicenda che, secondo il Cardinale "ci insegna a pregare ancor più Dio, padrone assoluto della nostra esistenza".
English Cardinal Tettamanzi donates a cross with relics to the Holy Trinity St. Sergius Laura
Sept 05, 2008
Head of the biggest diocese of the Roman Catholic Church Archbishop of Milan cardinal Dionigi Tettamanzi donated a cross with relics of St. Ambrose of Milan and some other saints of the first century to the Holy Trinity St. Sergius Laura.

Sergiyev Posad, August 28, Interfax - The cardinal conveyed the shrine on Wednesday at his meeting with rector of the Moscow Theological Academy Archbishop Eugeny of Verea during his pilgrimage to Russia, the academy press service reports.

Secretary of the academic council Archpriest Pavel Velikanov, who also took part in the meeting, greeted the cardinal and noted that all Christians were facing the challenges of secular world.

"The world is waiting our witness to Christ - in the way it can perceive it," the priest stressed.
Italian L'omelia del cardinale Tettamanzi per la festa dell'Assunta
Aug 17, 2008
Liberarci dalla schiavitù della “materialità” che ci appesantisce e ci vincola alle realtà che passano e aprirci alla spiritualità, degna della nostra vocazione e del nostro destino.

(Radio Vaticana, 16/08/2008) E’ uno dei passaggi dell’omelia del cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, tenuta ieri nel Duomo cittadino nella Solennità dell’Assunta. Il porporato ha ricordato le parole del servo di Dio Paolo VI quando, parlando del mistero dell’Assunzione di Maria, ricordava, il 15 agosto 1961 nella sua omelia da arcivescovo di Milano, come essa rappresenti “un preciso atto di fede nella risurrezione della carne e nella vita eterna”. Il cardinale Montini parlava ancora di una “chiamata dall’altra riva della vita” che ci obbliga a “verificare se la via, che ciascuno di noi percorre, è rivolta verso il sommo traguardo”. Pertanto l’arcivescovo di Milano Tettamanzi invita a guardare in alto a distaccarci dalla realtà in particolare da “la banalizzazione della vita umana; la ricerca spasmodica del potere, del denaro e della fama; l’affermazione di un egoismo violento che spegne ogni apertura e sensibilità verso chi è debole e povero, chi è solo e dimenticato; l’ossessione per una sessualità ludica, che non conosce norme ma è fine a se stessa”. “Distaccarci da queste e altre simili forme di ‘materialità’ - ha aggiunto ancora il porporato - se vogliamo che la nostra vita abbia un respiro di autentica ‘spiritualità’ e di eternità”. Il cardinale Tettamanzi ha ricordato anche che “in Maria assunta in cielo tutta la Chiesa e in un certo senso l’intera umanità scoprono il loro più autentico volto, la loro più vera e beatificante meta”. L’arcivescovo invita a guardare alle Sacre Scritture, “pagine che si sovrappongono e si unificano nel presentare alcune antitesi”, per comprendere come “la parola che ci viene dal passato, ma è realtà viva, […] si fa presente nella stessa celebrazione liturgica”. “Così in quanto assunta in cielo – ha continuato il cardinal Tettamanzi - la Madonna è nella storia, dopo Cristo, la prima e perfetta testimonianza del trionfo pasquale del Signore risorto, della vittoria della vita sulla morte”. “E così – ha aggiunto - ci è dato di scoprire la ragione ultima per cui il cristiano, proprio perché tale, è portatore di speranza di vita”. “Il credente si pone come sorprendente novità, come ostinato testimone della speranza che viene da Cristo risorto e vivo: una speranza per il mondo!”.
Italian Milano e il cardinale Tettamanzi ricordano Paolo VI
Aug 03, 2008
A 30 anni dalla morte, la diocesi di Milano ricorda papa Paolo VI. Un ricordo, ha spiegato l'arcivescovo cardinale Dionigi Tettamanzi al Sacro Monte di Varese, che s'intreccia col ''grande orizzonte ecclesiale nel quale si colloca il suo servizio papale: è l'orizzonte del Concilio Vaticano II, che Paolo VI con sapienza umana ed evangelica, e straordinario coraggio, ha concluso e accompagnato nel suo delicato e fecondo cammino applicativo".

(Korazym.org, 02 Agosto 2008) E ancora: ''In questo orizzonte, si situa tra l'altro una rinnovata attenzione alla parola di Dio come anima e forza della vita e della missione della Chiesa nella storia'' e ''ne è testimonianza la costituzione dogmatica sulla divina rivelazione, Dei Verbum''.

Riferimenti al magistero di papa Montini anche nell'omelia della messa che ha preceduto la commemorazione. Il tutto, nello scenario del Sacro Monte, santuario varesino dove Montini, allora arcivescovo di Milano, amava salire in preghiera. Ci è andato almeno 13 volte, anche se mai in veste di pontefice.

La parte ufficiale della cerimonia di oggi è stata ricca di dottrina e di citazioni storiche, ma per l'attuale arcivescovo di Milano Montini rappresenta anche altro. ''Miglior ricordo non potrei avere'', ha detto Tettamanzi ai giornalisti, cui ha ricordato di essere stato ordinato sacerdote dal futuro papa, il 28 giugno 1957.

''Poi - ha concluso - mi ricordo cio' che mi disse un arciprete del Sacro Monte, che aveva trovato l'arcivescovo a pregare in santuario all'ora di chiusura, vestito da semplice prete. Montini, davanti al suo stupore, gli rispose: 'anche l'arcivescovo ha un cuore e quando e' gonfio, ha bisogno di andare dalla mamma'''. Domenica 10 agosto Paolo VI sarà ricordato al Sacro Monte dal cardinale Re, prefetto della congregazione dei vescovi.
Italian Il cardinale Dionigi Tettamanzi sogna una Chiesa capace di ascoltare la gente
Aug 01, 2008
L'Arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, uno dei candidati progressisti al soglio di Pietro, prima delle vacanze, ha scritto una lettera ai giovani sacerdoti della Diocesi, ordinati negli ultimi 15 anni, in cui parla, tra l'altro, della Chiesa attuale, e che vale la pena riprendere.

(imgpress.it, 30/07/2008) - "Sogno, a partire da voi giovani preti - dice il card. Tettamanzi - una Chiesa che ascolta di più. I prodigi di Dio infatti sono sparsi a piene mani in mezzo a noi, nelle nostre comunità e per le vie del mondo! Una Chiesa che ascolta guarda con "simpatia" alla cultura contemporanea, la ama, desidera portarvi la luce e la grazia di Cristo: per questo sa percorrere le vie faticose dell'intelligenza critica, del dialogo franco e di una presenza profetica. Una Chiesa che ascolta non ha paura del futuro, non lo sfugge, non si chiude nel rimpianto di un passato e proprio per questo guarda con fiducia alle giovani generazioni e ne ascolta e accoglie nel discernimento evangelico i desideri, gli ideali, i dubbi, le fatiche, i sogni. Una Chiesa che ascolta si nutre anzitutto della parola di Dio, non sfugge le occasioni di confronto e di dialogo anche al suo interno, non teme la conversione rimettendo in discussione, nella fedeltà a Cristo, il proprio volto e il proprio agire". Il verbo che cita il card. Tettamanzi è ascoltare. Come dire: oggi, la Chiesa, ascolta poco la gente, le persone, la cultura, i non credenti, i giovani, e gli immigrati. Ma quale Chiesa intende Tettamanzi? La Chiesa società di credenti, la Chiesa Corpo Mistico di Cristo, o la chiesa intesa come gerarchia (Papa, vescovi, sacerdoti, diaconi, e Popolo di Dio)? Probabilmente quest'ultima. Ma lo fa con lo stile curiale non esplicitando chiaramente le parole. Tuttavia, non ci vuole una laurea in teologia, per capire il richiamo di Tettamanzi alla Chiesa intesa come gerarchia. Ecco, allora, che la sua critica potrebbe essere rivolta alla Chiesa di papa Ratzinger senza citarlo. Ma abbiamo usato il condizionale che, in questi casi, è d'obbligo. Ma potrebbe essere una critica anche a sacerdoti e vescovi come fece a maggio scorso il cardinale emerito di Milano Carlo Maria Martini che deplorò l'arrivismo, il potere e la fama di successo di taluni ecclesiastici. E ancora: come non ricordare tre anni fa il cardinale Ratzinger (non ancora Papa) che parlò di una Chiesa in cui erano presenti la zizzania, la sete di potere e ambizioni smisurate. Ma il richiamo di Tettamanzi è giusto e lo condividiamo. La Chiesa deve dialogare di più, deve parlare con i suoi fedeli, deve accoglierli, deve ascoltarli. Deve donarsi ad essi, deve dare solidarietà, aiuto e sostegno a tutti e a ciascuno. La chiesa (signor Cardinale Tettamanzi) non è da oggi che non ascolta i fedeli, ma da tempo. Se lei sapesse nelle classi a scuola quanta amarezza e delusione provo ad ascoltare giovani che mi raccontano di alcuni preti attenti solo al denaro, al lusso, all'arredamento della casa, alla macchina e al cellulare ultima generazione. Può darsi che qualcuno esageri o inventi il tutto. Ma poi abbiamo i giovani che parlano dei loro preti (o con grande stima o senza stima) a seconda del fatto che ascoltano i loro problemi e quelli delle loro famiglie. Ma senza andare troppo lontano, le posso dire che io nella mia vita ho incontrato pochissimi preti disponibili all'ascolto, ma, viceversa, tenere atteggiamenti improntati sulla difensiva, o dire "mi scusi ma non posso", "mi scusi ma non ho tempo", "mi scusi ma ho fretta". Oppure usare due pesi e due misure. Con le persone che contano c'è la masssima disponibilità, con le altre c'è solo la fretta e il desiderio di congedarsi subito. Che pena, che tristezza e che desolazione. No, cosi, non va bene. Il sacerdote è un ministro di Dio, è un alter Christus, è un consacrato. Ecco perché deve ascoltare il prossimo più degli altri. E se lei, signor Cardinale, sogna una Chiesa che ascolti di più non possiamo che condividere appieno il suo sogno. Con la speranza che diventi realtà. Come? Ritornando a Gesù che è garanzia per vivere con fedele generosità gli impegni sacri del sacerdozio, in particolare la povertà, l'obbedienza e il celibato per il regno dei cieli. Il celibato come forma altissima di amore, liberi
e maturi, capaci di relazioni limpide e cordiali sulla misura del cuore di Cristo. Sul cammino spirituale dei sacerdoti il card. Tettamanzi afferma: "Ritornate a Gesù: colui che vi ha chiamato non vi abbandona mai. Amate la meditazione e la preghiera silenziosa davanti a lui: questa pratica quotidiana mantiene viva la vostra interiorità, aiuta a portare le fatiche, integra qualche delusione, scioglie qualche tristezza, vi fa rimanere sempre sereni e gioiosi. E così i vostri ragazzi si accorgeranno ben presto che avete un segreto nel cuore e una marcia in più nell'azione. Qualche volta dovrete rubare il tempo alla mattina presto o alla sera tardi: fatelo con coraggio, volentieri. Allora, durante la giornata, la gente si accorgerà e percepirà di avere accanto un vero uomo di Dio". Ecco, anche cristiani fedeli laici, vogliamo dei preti che siano di esempio per la loro comunità, che siano pastori che amino il loro gregge, che siano modelli autorevoli, e che siano punti di riferimento credibili. Perciò condiviamo il richiamo del cardinale Tettamanzi.

Alberto Giannino
Ass. culturale docenti cattolici (ADC)
alberto.giannino@gmail.com
Italian Il settennato del cardinale Dionigi Tettamanzi
Jul 18, 2008
Il Cardinale Arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, 74 anni, brianzolo di Renate, una vita intera dedicata alla Chiesa (a soli 11 anni entrerà in seminario), una laurea in Sacra Teologia alla Gregoriana di Roma, professore di Teologia sacramentaria e di morale fondamentale a Venegono Inferiore per anni.

(imgpress.it, 17/07/2008) - Tettamanzi tra 8 mesi, (il 14 marzo 2009) al compimento dei 75 anni d'età, dovrà rassegnare le dimissioni da Arcivescovo di Milano (per raggiunti limiti d'età) nelle mani di Benedetto XVI. Dopo 7 anni alla guida della Arcidiocesi più popolosa d'Europa con i suoi 4.200 kmq, 5 milioni e 261 mila abitanti, 1.104 preti, 100 diaconi permanenti, 6 vescovi Ausiliari, monsignor Tettamanzi (a meno di una proroga del Papa che è consuetudine) lascerà il posto ad un altro vescovo. Si parla con insistenza del vescovo di Pavia, monsignor Giovanni Giudici, del vescovo di Novara mons. Renato Corti, 72 anni (come vescovo di transizione), del vescovo di Brescia mons. Luciano Monari, 66 anni, e del Vescovo ambizioso di Como, mons. Diego Coletti, 67 anni. La candidatura più accreditata, in Lombardia, però, è quella di monsignor Giudici, 68 anni, timido, discreto e riservato, e studioso di lingue e letterature straniere su cui c'è notevole consenso a Milano. Ma è molto probabile che il Papa scelga Monsignor Gianfranco Ravasi, 66 anni, licenziato in Sacra Scrittura, un esponente della Curia Romana, mons. Rino Fisichella o il teologo internazionale Bruno Forte attuale Arcivescovo di Chieti e Vasto. Comunque, una personalità di grande cultura, di rilievo nazionale, retto nella dottrina, fedele alla Bibbia, al Magistero, e alla Tradizione e, soprattutto, un vero Pastore come si attendono tutti i fedeli della Diocesi. Benedetto XVI potrebbe pensare a un outsider e attingere anche negli Ordini religiosi: un domenicano, un benedettino, un francescano, un salesiano, un gesuita, ecc. Che, forse, è la cosa migliore. Al momento mancano otto mesi, ma tra le segrete stanze, la successione a Tettamanzi è un problema che si pone seriamente per la difficoltà di trovare un successore all'altezza degli Arcivescovi di Milano, molti dei quali diventati Papi. Ma Papa Benedetto XVI sicuramente si consulterà con Il Segretario di Stato e con il Presidente della CEI, e poi deciderà in solitudine. Il settennato di Tettamanzi è passato velocemente e ha dovuto affrontare non pochi problemi (la crisi delle vocazioni sacerdotali, la scristianizzazione, il neopaganesimo e la secolarizzazione in atto. Ha dovuto affrontare l'emergenza immigrati, l'emergenza rom, i 100 mila studenti e studentesse che dalle materne alle Superiori non fanno religione a scuola, il caso della Facoltà teologica dell'Italia Settentrionale che è affascinata dalla teologia protestante (come se i teologi cattolici non avessero più nulla da dire!), la questione morale (o immorale) della città. E ancora: i giovani che non si accostano più ai sacramenti (lui che per anni ha insegnato teologia sacramentaria), che non festeggiano il giorno del Signore, le chiese semi vuote, l'indifferenza religiosa in questa società ricca e opulenta, che pensa agli affari e al benessere, l'invito ad accostarsi alla Bibbia e alla preghiera. Solo un uomo con una grande esperienza pastorale, colto, diplomatico e intelligente poteva far fronte a tutte queste emergenze, e l'ha fatto. Accontentando alcuni e scontentando altri. Ma Tettamanzi è stato anche il vescovo dei malati, dei detenuti, degli emarginati, degli immigrati, dei senza fissa dimora, dei giovani, e delle famiglie. Ha speso, infine, delle belle parole per le donne e per i divorziati, e per la scuola. Ha insistito per anni sul concetto di accoglienza e di solidarietà. Ha annunciato a tutti e a ciascuno il Vangelo come successore degli Apostoli. E' stato in corsa per diventare Pontefice e Presidente della CEI senza successo, nonostante la sua grande umanità, cultura ed esperienza pastorale. Gli hanno preferito sempre personaggi contrapposti cosiddetti conservati a lui che viene considerato progressista. Ma chi l'ha detto che lui è progressista e Benedetto XVI un conservatore? Solo perché uno è un buonista allora diventa ipso facto progressista, mentre se ribadisce con insistenza i quattro valori non negoziabili (vita, famiglia, libertà di educazione e promozione del bene comune) allora è un conservatore. No, sono categorie superate, specie nella Chiesa che ha il compito di proporre un umanesimo integrale come diceva Paolo VI. Invece "oggi si vive come se Dio non esistesse", basta l'umanesimo ateo, definito da De Lubac un dramma, e si tollera il dissenso dottrinale in nome di un malinteso pluralismo religioso. Tettamanzi è stato non diplomatico, ma super diplomatico, sui temi interni della Chiesa di Milano. Mentre ha bacchettato Sindaco e Giunta su Expo e, rom, sicurezza, esercito nelle strade e restando distante e distinto da Berlusconi e Forza Italia, dalla Lega Nord, da UDC e da Alleanza Nazionale. Ma per onestà intellettuale devo dire che ha richiamato severamente, sempre, tutti gli anni, gli amministratori pubblici a gestire la cosa pubblica nell'interesse esclusivo dei cittadini contrastando il degrado morale nella politica. E' stato un Pastore che ha fatto politica estera (e la politica estera nella Chiesa la fa solo il Papa!). La prenda, signor Cardinale, come critica costruttiva e non corrosiva di un cristiano fedele laico che la stima e l'apprezza e le parla chiaramente de visu. Concludiamo sulla Diocesi di Milano e sul Nord. E' falso dire che ce l'abbiamo con clandestini, rom, immigrati, gay, lesbiche. Noi siamo per la cultura della legalità e chiediamo venga rispettata. Noi siamo per la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna: non abbiamo nulla contro gay e lesbiche, ma non possono chiederci di avallare le loro unioni di fatto. Siamo contro l'aborto e l'eutanasia, perché siamo per la cultura della vita, e non della morte. Siamo per la libertà dei genitori di scegliere la scuola per i loro figli e per la libertà di apprendimento e non solo la libertà di insegnamento (e lei che è stato docente per anni sa cosa significhi questa distinzione). Infine vogliamo che in politica si promuova il bene di tutti. Vogliamo una società sana, giusta, con valori puliti, con dei sacerdoti e dei vescovi Ausiliari che siano d'esempio per la comunità ecclesiale, dei modelli, e delle guide. Ci vorranno anni perché a Milano i fedeli si avvicinino alla fede. Lei, Eminenza, ha seminato, ma il raccolto, i frutti, li vedremo dopo. Se Milano è una città agnostica, indifferente, credo, lo si debba al benessere, al materialismo, e al consumismo: tutti valori che cozzano con i valori spirituali. Se a Milano è diffuso l'edonismo e il libertinismo sessuale è perché non si parla più di peccato e di timor di Dio. Perché la morale cattolica è scomoda e alcuni preti e insegnanti si vergognano di propugnarla oppure per accattivarsi le simpatie dei giovani non ne parlano. Ma quest'ultimi fanno davvero il bene della Chiesa? Ecco allora che, come diceva bene Fedor Dostoevskij, "senza Dio tutto diventa lecito". Anche ammazzare, anche violentare, anche stuprare, anche rubare, anche dire falsa testimonianza (calunniando scientemente il prossimo per delegittimarlo). Noi vogliamo città sicure, dove i nostri giovani possano scegliere alla droga e al branco valori positivi, dove le donne alla sera possono uscire senza subire violenza, dove gli anziani nelle periferie non vengano derubati e abbandonati. In atto, c'è un'emergenza educativa che si manifesta anche con il bullismo fisico, verbale e psicologico purtroppo anche tra gli adulti e nella scuola. Vogliamo che docenti, genitori e sacerdoti ritornino a proporre modelli autorevoli e valori autentici per il progresso della società e per il bene della Chiesa e di tutti gli uomini e donne di questa civiltà post industriale, post moderna e post secolare. Non siamo contro l'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, ma siamo per l'uomo che rispetta le regole e la convivenza civile. Non siamo intolleranti contro l'Islam ma pretendiamo il rispetto del cattolicesimo senza negoziati fasulli o un ecumenismo di facciata sostanzialmente politico. Non siamo contro la Curia di Milano, ( ci mancherebbe don Zappa, la nostra è sola lilbertà di critica e di manifestrae il proprio pensiero) ma vogliamo preti super partes che non si ingeriscano indebitamente e arbitrariamente nella politica parteggiando con uno schieramento politico piuttosto che un altro. Vogliamo, insomma, ministri di Dio o alter Christus che ritornino a parlare di Dio, di Gesù, dei miracoli, della Risurrezione, della Chiesa e della morale, la grande dimenticata a causa di quel relativismo morale e religioso di cui parla da anni Benedetto XVI. Una Chiesa, santa e immacolata senza macchia e senza ruga, come diceva san Paolo. Chi non se la sente, diceva il mio e il suo maestro cardinale Giovanni Colombo, abbia il coraggio di rassegnare il mandato nelle mani del Vescovo e fare altro, senza ferire e deturpare ulteriormente la Chiesa composta, si, da peccatori, ma non peccatrice come scrivono impropriamente laicisti anticlericali ignoranti da un punto di vista religioso che arrivano a dire che credono solo a Gesù e non alla chiesa quando invece essa è statta creata da Cristo. Tettamanzi in questi ultimi 8 mesi continui a rinnovare la Chiesa di Milano e a fare la missione inaugurata dal suo predeccessore card. giovanni Battista Montini per diffondere e far conoscere il il vangelo in tutti gli ambienti. Noi dobbiamo seguire e imitare Cristo attuando i suoi insegnamenti: dalle otto beatitudini, ai Comandamenti e alle parabole. Solo cosi la Chiesa di Milano potrà uscire da una crisi oggettivamente sotto gli occhi di tutti.

Prof. Alberto Giannino
Presidente naz. Ass. culturale docenti cattolici
Italian Il cardinale Tettamanzi dialoga su You Tube
Feb 23, 2008
Il cardinale Tettamanzi dialoga con i "navigatori" su You Tube. Da qualche giorno l'Arcivescovo di Milano utilizza il più grande sito al mondo di video sharing per rispondere alle domande dei fedeli.

(ilsole24ore.com, 22 febbraio 2008) Antico e nuovo a braccetto: la modernissima (e a volte discussa) modalità comunicativa di You Tube e l'antico uso della Chiesa di proporre - nel periodo che prepara alla Pasqua - il "Quaresimale", un ciclo settimanale di catechesi su temi centrali della fede. L'idea nasce dal desiderio di Tettamanzi di instaurare un dialogo diretto sui temi al centro delle riflessioni quaresimali da lui proposte.

Dopo aver assistito alla catechesi (in onda il martedì su Telenova, Radio Marconi e scaricabili da www.chiesadimilano.it ) gli ascoltatori sono invitati ad inviare all'Arcivescovo le proprie domande sui temi trattati a catechesi@chiesadimilano.it .
Il venerdì alle 13 Tettamanzi risponde con un filmato pubblicato su You Tube. Sorprendenti i dati relativi al primo video con le risposte: scaricato 13.000 volte in una settimana.
Italian Sì per una politica nobile
Feb 07, 2008
Il cardinale Tettamanzi ai politici milanesi.

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(imgpress.it, 06/02/2008) - Il sesto discorso annuale dell'Arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, agli amministratori politici della Diocesi di Milano, tenuto a Milano, Monza, Varese e Lecco, è stato incentrato sulla fisionomia che dovrebbe avere l'amministratore. Secondo Tettamanzi egli: Sa fare silenzio e porsi in ascolto. Chi si rivolge a voi reca un problema, un bisogno, magari una sofferenza… Chiedono tutti di essere ascoltati: tutti, senza distinzione, anche – in senso evangelico, ma non solo – i cosiddetti "ultimi", gli anziani, le persone sole, i nuovi arrivati, gli immigrati… Ovviamente nel rispetto della dignità di ogni persona, che tale è e rimane anche nelle situazioni di maggior fragilità; Ricerca la sapienza. Sa, concretamente, di non conoscere a priori la soluzione di tutti i problemi e non pretende di averla capita quando non è così. Si siede, si informa, valuta. A tutto pone attenzione, senza smarrirsi in particolari inutili. Ascolta, si fa un'idea,. E' prudente ed insieme deciso. Agisce e valuta con rettitudine, non a favore soltanto di chi è più forte, più ricco, più influente. E' abituato a riflettere. Non parla mai senza aver prima ragionato tra sé e con gli altri. Non segue per interesse o a caso il primo movimento d'opinione che si fa strada e grida. Assume posizioni ponderate e per questo le sue decisioni sono ferme e non oscillanti ed insicure. Cambia opinione solo a ragion veduta e di questo sa dar conto con calma senza nascondersi. Non ha paura di una coscienza, la sua - né la fa tacere - che gli indica se sta sbagliando o se ha sbagliato. I politici, anche quando espongono opinioni fra loro diverse, fanno fatica ad ammettere di aver cambiato idea o di essersi sbagliati. Seguire la coscienza, senza sterili dogmatismi e senza assolutizzazioni illogiche, e non la convenienza personale o di parte, è proprio di un uomo sapiente e libero. Si chiede concretamente ogni giorno che cosa comporti la responsabilità della sua funzione e del suo ruolo e non si autoassolve sempre e comunque. Il ruolo istituzionale non è un ornamento, è un impegno duro, quotidiano, concreto. Alle domande si devono dare risposte: non per forza si deve dire di sì, ma risposte vanno date e nei tempi giusti. E neppure ci si deve nascondere dietro ciò che fanno altre istituzioni o dietro ciò che deve fare l'apparato burocratico. Ci si deve assumere la responsabilità: a volte la "fuga" avviene anche ricorrendo alla legge che viene piegata ad una sorta di "elusione dalle responsabilità". Ma l'uomo interiore non se lo può permettere! Sa porre limite agli impegni inutili. Per sé e per gli altri. Il che significa non produrne, non alimentarli e riportare le decisioni nelle sedi istituzionali proprie, senza crearne continuamente di alternative. Così, tra l'altro, tutti potranno essere informati e partecipare. Sa trovare il tempo o decide seriamente di trovarlo per ricondurre in unità le tante esperienze che rischiano di essere dispersive. E questo anche con gli altri. Ci sono infatti riflessioni che è necessario condividere con gli altri e che hanno bisogno di distensione e di tempo. Sarà faticoso, ma occorrerà fare ogni sforzo per trovarlo. E c'è poi un tempo personale, che non può continuamente essere rinviato. Ama ciò che fa, perché ama gli uomini e le donne che gli sono affidati, non perché è bello avere una carica ed una certa qual visibilità. E' saggio. Per questo sa quando deve osare e quando no. Quando deve presentarsi alle elezioni e quando è tempo di passare il testimone. Non si fa travolgere dalle mode del momento, ma, se necessario, sa anticipare i tempi, prevedendo i problemi che verranno. Costruisce la sua città con amore e intelligenza. E questo perché conosce e sa leggere il proprio territorio, la propria storia e le tradizioni, e insieme ne favorisce lo sviluppo pensando in particolare al bene delle nuove generazioni. Così capisce quando lo sviluppo urbanistico ed economico obbedisce a logiche estranee al bene della gente che abiterà quel quartiere; quando l'ambiente rischia di essere irrimediabilmente distrutto e quando, invece, opere ed infrastrutture sono utili e necessarie per un corretto ed armonico vivere sociale. E ne sa spiegare le ragioni e ha il coraggio di spiegarle. Non teme l'altro, non considera nemico chi ha opinioni diverse dalle sue, ma sceglie sempre la via del dialogo. La sua non è la politica dell'apparire, della contrapposizione violenta, ma la politica nobile della ricerca del bene comune, che può costruirsi solo con il contributo di tutti, anche di chi la pensa diversamente. Perciò ama il ragionamento, non si concede a un linguaggio esasperato tanto per far notizia, ma ha rispetto della parola perché rispettare la parola significa rispettare gli altri, anzitutto i propri cittadini. Ricerca sempre un dialogo leale e coraggioso, senza cedimenti o impuntature inutili; un dialogo "sapiente", che sappia dar conto delle proprie posizioni ascoltando anche quelle degli altri, senza pretendere di possedere la verità, soprattutto in questioni assolutamente opinabili. Non si stanca di cercare il bene e il vero. L'autentico bene e l'autentico vero. Non quello di una parte, per nobile che essa possa essere. Perché la logica del buon amministratore della cosa pubblica è quella del servire il bene di tutti coloro che abitano quel territorio: a qualunque parte essi appartengano. Pone mano e cuore e mente per costruire una comunità civile composta da cittadini che assomigliano molto all'uomo del cuore di cui ci ha parlato sant'Ambrogio. L'uomo interiore non è pago di sé, ma fa in modo, nell'assunzione di una responsabilità istituzionale, di rendere possibile la ricerca dell'interiorità per tutti, non attraverso prescrizioni etiche o presunte tali: l'interiorità non si prescrive, si vive; ma attraverso quell'insieme di scelte che consentono all'uomo del nostro tempo di ritrovarsi e possedersi nella sua relazione personale e sociale, insieme amicale e responsabile con gli altri. Nessun aspetto della vita considera estraneo. La casa, il lavoro, la sicurezza, la scuola… Non ha paura di essere considerato visionario o di possedere un immaginario vivace. E' intelligente e persino creativo. Ha il coraggio di occuparsi degli ultimi anche quando sono scomodi, perché è convinto che ad ognuno va sempre data un'ulteriore occasione. Ho fatto questa elencazione - dice il Cardinale Tettamanzi - non perché io creda che non ci siano tra voi persone così, ma perché è bello e importante oggi ridirci queste cose e tornarci su, nell'intimo della propria coscienza, come per un ripasso, come una ripresa di argomenti conosciuti e amati. Sono convinto che anche attraverso la ricerca di un'interiorità più profonda e della sapienza del cuore da parte degli amministratori sia possibile dare un contributo forte per le comunità civili ed aiutarle ad essere, appunto, "comunità", cioè luogo di scambio di doni e di opportunità, luogo dove esercitare liberamente e gioiosamente diritti e doveri, luogo di relazioni autentiche per gli uomini e le donne del nostro tempo. Tettamanzi ha ragione su alcuni punti. Per esempio i politici, specie quelli che rappresentano il vecchio, non sanno ascoltare i più deboli, gli ultimi, gli immigrati e coloro che sono ai margini della società. E sapete perchè? Perchè non contano nulla. Non sono uomini per esempio, come Ligresti, La Russa, Cabassi, o banchieri, industriali, politici, giornalisti prezzolati. Il Cardinale Tettamanzi dice anche che il politico deve ricercare il bene comune anche quando si occupa di PRG o progetti urbanistici. Eminenza, questa è pura utopia che l'assessore all'urbanistica quando negozia con costuttori pensi al bene comune. Comunque, il suo richiamo è giusto e autorevole. Il Cardinale Tettamanzi dichiara, da ultimo, che l'amministratore non teme l'avversario, non considera nemico chi ha idee diverse dalle sue, non deve cercare la politica dell'apparire, della contrapposizione violenta a detrimento della politica nobile, della cultura del dialogo e del bene comune. Insomma agisce valuta con rettitudine non a favore soltanto di chi è più forte, più ricco e più influente. Esattamente quello che succede nella ricca e opulenta città del benessere di Milano che fino al 7 febbraio è impegnata ad accogliere i delegati del BIE per ottenere l'ambito Expo 2015 (anche se l'assessore Sgarbi e l'onorevole Santanchè hanno dichiarato che Milano ha già perso) che creerà un business di 15 miliardi di euro per faccendieri, imprenditori, costruttori.

Alberto Giannino
albertogiannino@libero.it
Italian Il Cardinal Tettamanzi ai divorziati: “La Chiesa non vi ha dimenticati!"
Jan 26, 2008
“Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito”, lettera dell'Arcivescovo di Milano.

MILANO, martedì, 22 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Non poter accedere alla comunione eucaristica non significa essere esclusi dalla vita della Chiesa, ha ricordato l'Arcivescovo di Milano, il Cardinale Dionigi Tettamanzi.

Il porporato lo afferma ne “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito”, Lettera agli sposi in situazione di separazione, divorzio e nuova unione (Centro Ambrosiano, 24 pagg., prezzo 3 euro).

L'“impossibilità di accedere alla comunione eucaristica per gli sposi che vivono stabilmente un secondo legame sponsale”, ha osservato, non implica un giudizio “sul valore affettivo e sulla qualità della relazione che unisce i divorziati risposati”.

“Il fatto che spesso queste relazioni siano vissute con senso di responsabilità e con amore nella coppia e verso i figli è una realtà che non sfugge alla Chiesa e ai suoi pastori”, ha riconosciuto.
“È comunque errato ritenere che la norma regolante l’accesso alla comunione eucaristica significhi che i coniugi divorziati risposati siano esclusi da una vita di fede e di carità vissute all’interno della comunità ecclesiale”, perché “la vita cristiana ha il suo vertice nella partecipazione piena all’Eucaristia, ma non è riducibile soltanto al vertice”.

Per questo motivo, il Cardinal Tettamanzi ha chiesto ai divorziati risposati di “partecipare con fede alla Messa” pur non potendo comunicarsi, perché “la ricchezza della vita della comunità ecclesiale resta a disposizione e alla portata anche di chi non può accostarsi alla santa comunione”.

“Anche a voi è rivolta la chiamata alla novità di vita che ci è donata nello Spirito. Anche a vostra disposizione sono i molti mezzi della Grazia di Dio. Anche da voi la Chiesa attende una presenza attiva e una disponibilità a servire quanti hanno bisogno del vostro aiuto”, ha scritto.

“Penso anzitutto al grande compito educativo che come genitori molti di voi sono chiamati a svolgere e alla cura di relazioni positive da realizzare con le famiglie di origine. Penso poi alla testimonianza semplice, se pur sofferta, di una vita cristiana fedele alla preghiera e alla carità. E ancora penso anche a come voi stessi, a partire dalla vostra esperienza, potrete essere di aiuto ad altri che attraversano situazioni simili alle vostre”.

Partecipare con fede alla celebrazione eucaristica, osserva, sarà “uno stimolo a intensificare nei vostri cuori l’attesa del Signore che verrà e il desiderio di incontrarlo di persona con tutta la ricchezza e la povertà della nostra vita”.

Il Cardinale afferma di aver scritto la Lettera per “aprire un dialogo per condividere un poco le gioie e le fatiche del nostro comune cammino”, “per provare ad ascoltare qualcosa del vostro vissuto quotidiano; per lasciarmi interpellare da qualcuna delle vostre domande; per confidare i sentimenti e i desideri che nutro nel mio cuore nei vostri confronti”.

“La Chiesa non vi ha dimenticati! Tanto meno vi rifiuta o vi considera indegni”, scrive a quanti hanno visto il loro matrimonio entrare in crisi. “Per la Chiesa e per me Vescovo, siete sorelle e fratelli amati e desiderati”.

Nelle persone che hanno vissuto una crisi del rapporto, osserva il porporato, “ci sono domande e sofferenze che vi appaiono spesso trascurate o ignorate dalla Chiesa”.

Quest'ultima, scrive, “non vi guarda come estranei che hanno mancato a un patto, ma si sente partecipe delle domande che vi toccano intimamente” e “sa che in certi casi non solo è lecito, ma addirittura inevitabile prendere la decisione di una separazione: per difendere la dignità delle persone, evitare traumi più profondi, custodire la grandezza del matrimonio, che non può trasformarsi in un’insostenibile trafila di reciproche asprezze”.

Il Cardinal Tettamanzi riconosce che prima di prendere la decisione di porre fine a un matrimonio si sperimentano spesso “giorni di fatica a vivere insieme, nervosismi, impazienze e insofferenza, sfiducia reciproca, a volte mancanza di trasparenza, senso di tradimento, delusione per una persona che si è rivelata diversa da come la si era conosciuta all’inizio”.

La scelta di interrompere la vita matrimoniale, quindi, “non può mai essere considerata una decisione facile e indolore”, ma è spesso una conseguenza del fatto che “queste esperienze, quotidiane e ripetute, finiscono con il rendere la casa non più luogo di affetti e gioia, ma una pesante gabbia che sembra togliere la pace del cuore”.

La fine di un matrimonio, constata, “è anche per la Chiesa motivo di sofferenza e fonte di interrogativi pesanti: perché il Signore permette che abbia a spezzarsi quel vincolo che è il 'grande segno' del suo amore totale, fedele e indistruttibile?”.

“Quando questo legame si spezza, la Chiesa si trova in un certo senso impoverita, privata di un segno luminoso che doveva esserle di gioia e di consolazione”.
Italian Il cardinale Tettamanzi: riscoprire l'uomo interiore per una nuova responsabilità sociale
Dec 06, 2007
Salari, lavoro nero, consumismo, tasse, giustizia, immigrazione, droga, alcol. Nel discorso di Sant'Ambrogio, l'arcivescovo parla alla città di Milano, ma i suoi spunti di riflessione valgono per tutti. L'uomo interiore per superare l'individualismo.

(korazym.org, 07/12/2007) MILANO - Salari, lavoro nero, consumismo, tasse, giustizia, immigrazione, droga, alcol. Il cardinale Dionigi Tettamanzi parla alla città di Milano, ma i suoi spunti di riflessione valgono per tutti. L'arcivescovo ha presieduto la celebrazione vigilare della solennità di Sant'Ambrogio nell'omonima basilica, durante la quale ha pronunciato il tradizionale discorso alla città, sul tema “L’uomo del cuore” : anima e forza della città”. Al centro, i temi chiave della vita sociale e politica italiana, partendo però dalla dimensione di fede che deve aiutare l'uomo a riscoprire una “rinnovata responsabilità sociale”. La riflessione prende le mosse dalla costituzione conciliare “Gaudium et spes”, documento, spiega Tettamanzi, che “parla di sacralità degli obblighi sociali”. Dunque, il sacro “non ha un valore solo religioso, ma anche un profondo valore civile”. In questa prospettiva, “anche l'uomo moderno, così allergico all'idea di 'sacro' nel contesto di una societa' desacralizzata e, come si dice, secolarizzata o, addirittura, post-secolarizzata - continua il cardinale - non può non porsi, e con serietà, la domanda su quali scelte e su quali comportamenti orientare la propria vita, perché si possa assicurare la coesione sociale e costruire una società veramente civile”.

La responsabilità sociale diventa così la bussola per muoversi nel nostro tempo e soprattutto, per superare l'individualismo. “Abbiamo grande bisogno – dice - che in noi prevalga ‘l’uomo del cuore’, l’uomo interiore, libero e sapiente, per superare la deriva dell’individualismo e di quell’etica individualistica che purtroppo contraddistingue la moderna società”. Tettamanzi non usa troppi giri di parole e propone un elenco eloquente: “Non pagare le tasse, farsene un vanto, frodare nel commercio e nella produzione manifatturiera, guidare ubriachi o drogati, non rispettare gli elementari diritti dei lavoratori per ottenere profitti sempre maggiori, non sono solo comportamenti di singoli da censurare, sono dei veri e propri attentati alla società nel suo insieme''. Essere socialmente responsabili significa avere anche una particolare attenzione ai “bisogni e alle domande degli altri”, ai poveri, alla “dignità umana delle persone immigrate”, ai rom. “Non c’è dubbio – ha osservato il card. Tettamanzi – che per assolvere adeguatamente la responsabilità sociale è necessario saper armonizzare la difesa dei propri diritti e doveri con il riconoscimento dei diritti e dei doveri altrui”. Ciò è possibile, però, se si impara a sentire che “ogni uomo è una parte di me”.

Il discorso si estende poi ai temi del lavoro, con un accenno al precariato. “Esiste, da un lato, il problema di salari insufficienti che colpisce e crea preoccupazioni a molte famiglie, - dice l'arcivescovo - e dall'altro dobbiamo riconoscere che spesso c'è anche un'incapacità di amministrare il proprio denaro, quando ci si lascia travolgere dal richiamo di consumi inutili, che vanno ben oltre il legittimo desiderio di assicurare a sé ed ai propri cari una vita serena”.

In ogni caso, Tettamanzi chiede “politiche che rispondano alle difficoltà economiche delle famiglie”, così come “una decisa reazione culturale che contrasti il subdolo e insinuante richiamo a un consumo eccessivo, a quello che e' un vero e proprio sperpero e che, a lungo andare, si tradurrà in un depauperamento dei beni di tutti”. Spazio poi alla questione dell'immigrazione, nella convinzione che i proclami non siano sufficienti a garantire legalità né giustizia. “Le istituzioni hanno il compito di garantire la legalità, di far rispettare le leggi. E insieme hanno anche il compito di creare - ha detto Tettamanzi - le condizioni perché le leggi possano essere rispettate e perché questi uomini e queste donne non siano risucchiati dalla illegalità”. E ancora: “Il problema della sicurezza personale, così sentito di questi tempi, e giustamente, non potrebbe essere più facilmente risolto se per molti fosse possibile un percorso diverso dentro la legalità? Non bastano allora né i ripetuti proclami né alcune operazioni di forte impatto emotivo. È dove ci sono precarietà e miseria che si annidano i germi della illegalità e della violenza: bisogna operare per vincere la precarietà e la miseria”.

Infine, un auspicio: “Non ci manchi il coraggio di rovesciare la scala delle priorità: la città tutta ne trarrà un enorme vantaggio. Ripartiamo dalla città degli invisibili, ciascuno dei quali è persona: è dovere della politica saper fare delle scelte per il bene di tutti ed io sono convinto che le scelte secondo questa priorità faranno certamente il bene della città, orientandola ad un futuro non effimero”. Quanto ai giornalisti, la richiesta è quella di "un maggiore senso di responsabilità, evitando quelle forzature e quei sensazionalismi nel riportare fatti di cronaca. Forzature e senzazionalismi che generano allarme sociale, alimentano la paura, formano nella gente una sensibilità di chiusura e contrapposizione”.
Italian Il cardinale Tettamanzi, i sacerdoti e l'obbedienza
Nov 12, 2007
Di Alberto Giannino, Presidente naz. Associazione culturale docenti cattolici (Adc).

Il Cardinale Arcivescovo di Milano, Sua Eminenza  mons. Dionigi Tettamanzi, nella solennità  di san Carlo, ha tenuto  un discorso molto duro ai Sacerdoti della Diocesi più popolosa d'Europa con i suoi 5 milioni e 200 mila abitanti, 1.104 parrocchie  e 2.113 sacerdoti secolari. Quest'ultimi  li ha richiamati al precetto evangelico dell'obbedienza  nei confronti del Vescovo; precetto che spesso viene disatteso causando notevoli  problemi organizzativi e logistici nella Diocesi e soprattutto nelle parrocchie. Infatti, sovente,  prevalgono piccoli interessi di bottega:  la comodità, la bella casa, la parrocchia grande, la parrocchia in centro, la parrocchia ricca con tutti i confort,  e la vicinanza ai famigliari. Ma quando il vescovo chiama riceve un sacco di "NO". E il cardinale Tettamanzi riconoscendo che ci sono molti presbiteri obbedienti e capaci di sacrifici,  tuttavia non manca di rilevare atteggiamenti di disobbedienza vera e propria che contrastano con il precetto di povertà che il sacerdote si è impegnato ad attuare al momento della sua ordinazione sacerdotale. Dice infatti il Cardinale: "Ma  insieme avverto quanto tale promessa (quella dell'obbedienza ndr) sia esigente e non posso sottrarmi al timore che potrà incontrare, non solo possibili crisi, ma anche il fallimento dell’infedeltà, o, ancora più spesso, il venire quasi “rimangiata” portando il sacerdote a ripiegarsi su di sé. E qui mi vengono in mente altri esempi di presbiteri, peraltro bravi e dediti in modo ammirevole al ministero, ma che davanti a una proposta di trasferimento si bloccano e adducono diverse motivazioni, anche comprensibili, per concludere alla fine con un “no”. Un'altra  confidenza dice ancora  il Cardinale. "Qualche volta mi domando: faccio bene come arcivescovo, e con me i miei più stretti collaboratori, a spingere l’attenzione per le esigenze – vere o ritenute tali – dei sacerdoti e per i possibili disagi delle comunità fino al punto da non urgere l’obbedienza, anche quando tutto rischia di fermarsi? E con “tutto” intendo riferirmi alla necessità di provvedere ai bisogni spesso realmente impellenti di Comunità pastorali, di parrocchie o di altri ambiti pastorali diocesani, alle prospettive promettenti che si aprono sul futuro per una o più comunità, alle destinazioni di altri preti collegate al trasferimento dell’interessato, ecc., ma anche all’occasione di rilancio ministeriale e di rinnovamento spirituale del proprio sacerdozio che può essere offerta da una nuova destinazione, se accolta in spirito di fede e di obbedienza. Faccio bene?... La domanda mi resta nel cuore."
L' Arcivescovo Tettamanzi ricorda, inoltre, che nell'ultimo Consiglio Pastorale della Diocesi  ha visto  "delinearsi una vera passione per il regno di Dio, una grande stima e riconoscenza verso moltissimi sacerdoti generosi, interiormente liberi e obbedienti, una comprensione attenta ma anche incoraggiante verso le difficoltà legate ai trasferimenti periodicamente richiesti ai sacerdoti, una sincera preoccupazione per alcune situazioni di minore disponibilità."
In sostanza, molti preti, si rifiutano di cambiare parrocchia, di accettare trasferimenti e di rinunciare a una vita comoda e agiata pur di non andare, per esempio, in periferia o in zone considerate una diminutio.  Un atteggiamento grave quello di questi pochi sacerdoti che non intendono fare sacrifici e rinunciare a privilegi consolidati da anni.  A parte il fatto che l'ultimo Sinodo diocesano del 1995,  presieduto dal cardinale Carlo Maria Martini, ha stabilito una rotazione negli incarichi dopo 9 anni, per cui quei presbiteri che da 20 o 30 anni restano nelle loro sedi,  vengono meno clamorosamente  anche alle norme del Sinodo a cui sono tenuti ad ottemperare.
Troppo comodo vivere nell'agiatezza senza fare sacrifici. E la missione? e il gregge? e il Patore? Forse che il gregge di Quarto Oggiaro, Quarto Cagnino, Quinto Romano,  o di Rozzano è di serie B? Forse che interessi e benefici di alcuni Pastori  valgono più dell'evangelizzazione in altre zone della Diocesi?
 Il  ministero dei sacerdoti - ci ha ricordato più volte papa Giovanni Paolo II -  deve saldamente radicarsi in Gesù Cristo e conformarsi alle disposizioni fondamentali del suo animo. Ora, l'atteggiamento interiore che plasma l'intera vita ed il ministero salvifico di Cristo è l'obbedienza totale al Padre. Il Verbo eterno, facendo, per così dire, a ritroso il cammino diAdamo disobbediente, assume la forma di Servo, divenendo obbediente fino alla morte di Croce (Cfr. Fil 2, 8).  Egli non ha interessi e ambizioni terrene da coltivare; non ha neppure un proprio personale progetto di vita da realizzare; o meglio, il suo progetto è fare la volontà del Padre, compiere la sua opera, consacrarsi interamente alla causa del Regno di Dio. Questa totale disponibilità e perfetta fedeltà alla volontà del Padre non è stata, per Gesù Cristo, senza sofferenza e senza lotta interiore; gli è costata lacrime e sangue. L'autore della lettera agli Ebrei ci assicura che «pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza dalle cose che patì» (Eb. 5, 8). L'obbedienza di Gesù, considerata in profondità, è l'espressione più autentica e la prova suprema del suo amore senza limiti per il Padre e per gli uomini. L'amore è sempre dono disinteressato di se stessi per fare la volontà dell'amato. Gesù è obbediente perché ama il Padre; Gesù è Servo perché ama gli uomini. Egli stesso dichiara ai suoi discepoli: «Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i suoi comandamenti e rimango nel suo amore» (Gv. 15, 10). Si deve, inoltre, rilevare come l'obbedienza conferisca allo stile di vita di Gesù Cristo un senso straordinario di libertà interiore al servizio della sua missione.
Poiché è totalmente consacrato alla gloria del Padre, all'annuncio del Vangelo, alla testimonianza della Verità, Gesù Cristo è interiormente libero riguardo ai legami familiari e ai beni terreni, totalmente distaccato dalla ricerca di prestigio umano, alieno dai compromessi, superiore ai pregiudizi del suo tempo. Sull'esempio di Gesù, anche l'apostolo del Nuovo Testamento deve essere una persona che, nella libertà dell'obbedienza, è pienamente disponibile per il servizio alla Chiesa e al mondo. San Paolo, che è il modello diogni apostolo, è servo di Gesù Cristo, segregato per il Vangelo, totalmente disponibile allo Spirito che lo sospinge incessantemente a percorrere le strade del mondo, distaccato dalla famiglia e dai beni, sempre pronto a sacrificare tutto e in primo luogo se stesso per il bene delle anime.
I  Sacerdoti, per  il servizio che loro sono  chiamati a svolgere, esige un particolare esercizio dell'obbedienza, in profondo spirito di fede. Direi, anzi. che devono interpretare la loro  vita, e i vari appelli che gli  giungono, in chiave di obbedienza. Non è tuttavia l'obbedienza  di un soggetto passivo quella che gli  è richiesta; ma un'obbedienza personale, attiva, responsabile. La vera obbedienza, infatti, è capacità di ascolto, apertura di spirito, sensibilità d'animo per captare e interpretare gli appelli che giungono dallo Spirito, dai vostri Superiori, dalle Chiese locali, dal mondo. La varietà e complessità dei compiti, delle situazioni, dei problemi che devono  affrontare, esigerà da loro una disponibilità di spirito a tutta prova, una non comune libertà interiore, un perfetto distacco da loro  stessi e dalle loro  ambizioni, una grande agilità mentale e alacrità d'animo.
Questa obbedienza certamente non si può realizzare senza impegno, senza sacrificio e senza una progressiva maturazione spirituale. Nell’Eucaristia, che essi celebrano ogni giorno, ricevono la forma vitale dell'obbedienza suprema di Gesù, per viverla nella situazione concreta in cui la Provvidenza li porrà.
Sarà proprio questa vita di obbedienza, offerta con generosità al Padre, alla Chiesa e agli uomini, che gli permetterà di servire al piano divino della redenzione dell'uomo d'oggi. Se loro  entrereranno  in questa via dell'obbedienza , sperimenteranno anche un senso interiore di ineffabile pace. Si sente, qui, l'eco delle parole dell'Apostolo delle genti: «So a chi ho creduto, e sono convinto che egli è capace di conservare fine a quel giorno il deposito che mi è stato affidato» (2 Tim. 1, 12).
Infine, il voto di obbedienza dei sacerdoti è destinato ad esercitare un benefico influsso sul loro atteggiamento nel ministero sacerdotale, stimolandoli alla sottomissione nei riguardi dei superiori della comunità che li aiuta, alla comunione dello spirito di fede con coloro che rappresentano per essi la volontà divina, al rispetto dell’autorità dei Vescovi e del Papa nell’adempimento del sacro ministero. Vi è dunque da auspicare e da attendersi dai Sacerdoti religiosi non solo un’obbedienza formale alla gerarchia della Chiesa, ma uno spirito di leale, amichevole e generosa cooperazione con essa. Con la loro formazione all’obbedienza evangelica, essi possono superare più facilmente le tentazioni di ribellione, di critica sistematica, di sfiducia, e riconoscere nei Pastori l’espressione di un’autorità divina. Anche questo è un valido aiuto che, come si legge nel Decreto Christus Dominus del Concilio Vaticano II, i religiosi sacerdoti possono e devono recare ai sacri Pastori della Chiesa oggi come in passato e più ancora per l’avvenire, “date le aumentate necessità delle anime... e le accresciute necessità dell’apostolato” (Christus Dominus, 34).
I sacerdoti  eredi dei discepoli direttamente chiamati da Gesù a seguirlo nella sua missione messianica, - dice il Concilio - “con la professione di obbedienza offrono a Dio la piena dedizione della propria volontà come sacrificio di se stessi, e per mezzo di questo sacrificio in maniera più costante e sicura si uniscono alla volontà salvifica di Dio” (Perfectae Caritatis, 14). E nella rispondenza alla volontà divina di salvezza, che si giustifica la rinuncia alla propria libertà. Come apertura al disegno salvifico di Dio sull’immenso orizzonte, nel quale il Padre abbraccia tutte le creature, l’obbedienza evangelica va ben oltre il destino individuale del discepolo: è una partecipazione all’opera della Redenzione universale.
Questo valore salvifico è stato sottolineato da San Paolo a proposito dell’obbedienza di Cristo. Se il peccato aveva invaso il mondo per un atto di disobbedienza, la salvezza universale è stata ottenuta con l’obbedienza del Redentore: “Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Rm 5, 19). Nella patristica dei primi secoli è ripreso e sviluppato il parallelo tra Adamo e Cristo, fatto da San Paolo; come pure il riferimento a Maria, in rapporto a Eva, sotto l’aspetto dell’obbedienza. Così Sant’Ireneo scrive: “Il nodo della disobbedienza di Eva è stato sciolto dall’obbedienza di Maria” (Sant’Ireneo, Adversus haereses, 3,22,4). “Come quella era stata sedotta in modo da disobbedire a Dio, così questa si lasciò persuadere a obbedire a Dio” (Ivi). Per questo Maria è diventata cooperatrice della salvezza: “Causa salutis” (Ivi). Con la loro obbedienza anche i religiosi sono profondamente coinvolti nell’opera della salvezza.
San Tommaso vede nell’obbedienza religiosa la forma più perfetta dell’imitazione di Cristo, del quale dice San Paolo che “si è fatto obbediente fino alla morte, e alla morte di croce” (Fil 2, 8). Essa ha quindi il primo posto nell’olocausto della professione religiosa (cf. San Tommaso, Summa theologiae, II-II, q. 186, aa. 5,7,8).
Sulla scia di questa bella e forte tradizione cristiana, il Concilio sostiene che “ad imitazione di Gesù Cristo . . . i religiosi, mossi dallo Spirito Santo, si sottomettono in spirito di fede ai Superiori che fanno le veci di Dio, e tramite loro si pongono al servizio di tutti i fratelli in Cristo, come Cristo stesso per la sua sottomissione al Padre venne per servire i fratelli e diede la sua vita in riscatto di molti” (Perfectae Caritatis, 14). L’obbedienza al Padre fu da Gesù attuata senza escludere le mediazioni umane. Nella sua infanzia Gesù obbediva a Giuseppe e Maria: dice San Luca che “stava loro sottomesso” (Lc 2, 51).
Così Gesù è il modello di coloro che obbediscono a un’autorità umana discernendo in questa autorità un segno della volontà divina. E dal consiglio evangelico dell’obbedienza i religiosi sono chiamati a obbedire ai Superiori in quanto rappresentanti di Dio. Per questo San Tommaso, spiegando un testo (San Benedetto, Regola, c. 68) della Regola di San Benedetto, sostiene che il religioso deve attenersi al giudizio del Superiore (cf. San Tommaso, Summa theologiae, I-II, q. 13, a. 5 ad 3).
È facile capire che nel discernimento di questa rappresentanza divina in una creatura umana si trova spesso la difficoltà dell’obbedienza. Ma se qui si affaccia il mistero della Croce, non bisogna perderlo di vista. Sarà sempre da ricordare che l’obbedienza religiosa non è semplicemente sottomissione umana a un’autorità umana. Colui che obbedisce si sottomette a Dio, alla volontà divina espressa nella volontà dei Superiori. E una questione di fede. I sacerdoti devono credere a Dio che comunica loro il suo volere mediante i Superiori. Anche nei casi in cui appaiono i difetti dei Superiori, la loro volontà, se non contraria alla legge di Dio, esprime la volontà divina. Persino quando dal punto di vista di un giudizio umano la decisione non sembra saggia, un giudizio di fede accetta il mistero del volere divino: mysterium Crucis. Per il sacerdote che così concepisce e pratica l’obbedienza, questo diventa il segreto della vera felicità data dalla cristiana certezza di non aver seguito il proprio volere, ma quello divino, con un intenso amore verso Cristo e la Chiesa.
Italian "Cari preti, troppi no ai trasferimenti"
Nov 06, 2007
Nell´omelia in Duomo il cardinale avverte:
"Per il calo numerico e l´invecchiamento molte parrocchie rischiano di restare senza pastore".

(Espresso, (06 novembre 2007)) La strigliata di Tettamanzi: dovete andare dove la Chiesa vi chiama. Chi fa il difficile nella scelta della sede richiamato all´obbligo dell´obbedienza
"In un mondo che cambia dobbiamo raggiungere l´uomo là dove abita"

Per non smentire la sua fama di essere uno che parla schiettamente, ieri, il cardinale Dionigi Tettamanzi ha voluto tutti i preti milanesi attorno a sé, in Duomo. E approfittando della celebrazione per la solennità di San Carlo, gliele ha cantate sonoramente, come farebbe un dirigente d´azienda insoddisfatto dei suoi impiegati. La strigliata era rivolta a quei «sacerdoti, anche bravi e dediti al ministero, che davanti a una proposta di trasferimento, si bloccano e adducono diverse motivazioni, per concludere alla fine con un "no"».
Quella di ieri pomeriggio è un´omelia che resterà ben impressa nella memoria dei 2082 sacerdoti della Diocesi ambrosiana, soldati semplici di un "esercito" della fede che combatte a ranghi sempre più ridotti, e con armi a volte spuntate, contro la laicizzazione e la secolarizzazione della società. La lavata di capo del cardinale ai suoi uomini, come è stato spiegato ieri, nasce "dall´urgenza legata al calo numerico e all´invecchiamento dei preti" e dalla rivoluzione nell´organigramma della Diocesi che Tettamanzi ha avviato appena insediato a Milano, nel settembre di cinque anni fa.

Nella lunga predica - citando a man bassa gli insegnamenti che San Carlo, cinque secoli fa, con straordinaria preveggenza rivolgeva ai suoi sacerdoti - l´arcivescovo ha sottolineato le «nuove esigenze pastorali di una chiesa in un mondo che cambia a livello sociale, culturale e religioso, chiamata a raggiungere l´uomo là dove abita, nei suoi diversi ambienti di vita quotidiana, con tutto il peso della sua difficoltà». Considerazioni raccolte nel libretto "Disponibilità dei presbiteri al servizio della Chiesa", stampato in migliaia di copie e distribuito ai preti, affinché possano meditarle con calma, su esplicito invito del vescovo. Qui si legge che «il nostro sguardo e il nostro cuore devono essere aperti a tutta la diocesi nella sua ampiezza geografica».

E così, dopo aver elogiato la «generosità di tanti preti, luminoso esempio che mostrano profonda disponibilità a ripensare e riconvertire il proprio ministero», il cardinale ha parlato esplicitamente della sua delusione «per aver incontrato in altri confratelli qualche resistenza, comunque fatica e quasi paura a mettersi a disposizione per nuovi incarichi».

Proteste, malumori, difficoltà, rifiuti, che - spiega Tettamanzi - avrebbero potuto «non creare problemi in un contesto di abbondanza di preti e relativa staticità dell´organizzazione ecclesiale». Ma che stante la crisi di vocazioni dell´oggi «rischiano di lasciare molte parrocchie prive per molto tempo di un pastore o bloccare l´avvio di nuovi progetti». Il vescovo dice che è «legittimo per un presbitero chiedere una destinazione che tenga conto di particolari esigenze, come la vicinanza al proprio paese d´origine, o il desiderio di essere destinato a una situazione simile a quella che ha già sperimentato e che ritiene più congeniale alle proprie caratteristiche», ma ha anche stigmatizzato chi da «priorità alle proprie preferenze».
Tettamanzi ha ricordato ai suoi sacerdoti che un vescovo ha un sistema per risolvere ogni contenzioso: voi siete tenuti, ha sottolineato «all´obbedienza, alla fedeltà della promessa dell´ordinazione, che non contraddice ma conferma, concretizza e perfeziona la libertà del presbitero». E che non lo si consideri un atto di imperio, ma una possibilità per esprimere «l´amore non solo per il vescovo ma per la comunità cristiana. Accogliere una destinazione significa concorrere a un più efficace servizio evangelico».
Italian «E ora riconciliazione per tutti i caduti»
Nov 04, 2007
Ieri in Sant’Ambrogio la messa per le vittime dei conflitti Nell’omelia Tettamanzi le ha commemorate senza distinzione.

(Il Giornale, 2007-11-04) Il sacrario di largo Gemelli è lì, a un passo da Sant’Ambrogio. Nella basilica, come ogni anno, il cardinale Dionigi Tettamanzi celebra la messa per i caduti di tutte le guerre. In prima fila c’è Letizia Moratti, il sindaco che ha proposto un luogo della memoria comune per tutti i morti della guerra civile, partigiani e combattenti della Repubblica di Salò. Quel luogo potrebbe essere proprio il sacrario di largo Gemelli e così le parole dell’arcivescovo sull’importanza della «riconciliazione» scendono dal pulpito e camminano verso la storia del Paese e la sua sempre difficile attualità. «Siamo qui per commemorare tutti, e sottolineo tutti, i defunti - dice Tettamanzi nell’omelia -. Il nostro ricordo va ai caduti di tutte le guerre, nostre e altrui, a chi ha donato la vita per la crescita e l’ordine del nostro Paese e degli altri». Nel pomeriggio, al cimitero Maggiore, l’appello è ancora più esplicito: «Cadano dappertutto queste frammentazioni e queste contrapposizioni. Tutti i defunti hanno bisogno di essere commemorati perché tutti hanno bisogno dell’amore di Dio».
Le celebrazioni dell’arcivescovo Tettamanzi per il 2 novembre sono state tre: dopo Sant’Ambrogio e la messa al Cimitero, la cerimonia in Duomo. Il cardinale non vuole essere coinvolto nelle polemiche politiche, nel dibattito sui morti fascisti e i caduti della Resistenza e sul modo migliore per commemorarli. Ma è un fatto che le sue prediche chiedano «riconciliazione» e risuonino fortemente diverse dalle parole pronunciate il giorno precedente proprio al Cimitero Maggiore da monsignor Gianfranco Bottoni, convinto che per evitare «un relativismo della memoria» i morti non possano essere posti tutti sullo stesso piano.
Lo sguardo di Tettamanzi corre all’indietro e in alto: «La nostra storia ha un suo passato ed è saggezza ricordarlo, rilanciando l’impegno nel servire contro la deriva dell’egoismo individualistico». Al cimitero, agli oltre mille fedeli che si accalcano davanti a Santa Maria della Pietà, la cappella funeraria di Musocco, ricorda come sia importante superare divergenze e divisioni: «La Chiesa ci invita a ricordare tutti i defunti, non solo i nostri cari. I giudizi storici sono soggetti al relativismo, il vero giudizio non è quello dato da uomini su altri uomini ma quello dato da Dio». Insomma, nel giorno dei morti lo spirito critico è chiamato a tacere e non si possono fare differenze tra buoni e cattivi.
L’omelia dell’arcivescovo è anche un’analisi della società che vive come se la fine non esistesse. All’uomo d’oggi - dice Tettamanzi - rischiano di risultare incomprensibili persino le parole del Cantico delle Creature, dove San Francesco loda «mi Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente po' skappare». Tutt’altra la sensibilità diffusa adesso: «La cultura nella quale siamo immersi preferisce il silenzio sulla morte: non si interroga sul suo significato. La cultura oggi dominante vuole censurare la morte, ci chiude gli occhi, in modo da non farci porre ai noi stessi la domanda: che senso ha la morte? Quale significato ha la vita di tutti i giorni?». Domande che la religione cattolica non lascia senza risposta e l’arcivescovo ne elenca tre, tre messaggi che la morte comunica ai credenti: «Il primo messaggio è che morire non è andare verso il vuoto, è un passaggio, un transito verso la pienezza e il tutto, verso la comunione con Dio». In secondo luogo, aggiunge il cardinale, la morte «ci rivela il valore dell’esistenza quotidiana e la necessità di fare di questa vita un dono nell’amore per gli altri». Il terzo messaggio è il più difficile: «La morte è per la vita eterna. Anche il Signore Gesù è morto per noi, con un amore disinteressato e puro».
Italian «No alla sessualità banalizzata»
Nov 04, 2007
Celebrazione della festa di Ognissanti in Duomo: «Rifiutare ogni logica di prevaricazione, ogni mancanza di rispetto alla persona».

(Corriere della Sera, 01 novembre 2007) Non si deve contrapporre la violenza alla violenza, l'aggressività all'aggressività e non si deve banalizzare la sessualità: è stato un invito a seguire l'esempio di Cristo quello del cardinale Tettamanzi durante la celebrazione della festa di Ognissanti in Duomo. Gesù «non propone ideali astratti, ma ciò che ha vissuto. Perseguitato, insultato, calunniato, il Figlio di Dio non ha reagito con la forza schiacciando i suoi nemici». E quindi «in un contesto sociale e culturale in cui dominano continua aggressività e volontà di sopraffazione - ha aggiunto -, il Vangelo si pone come messaggio alternativo e chiede a noi cristiani di viverlo, cioè di essere misericordiosi, di rifiutare ogni logica di dominio e prevaricazione». Un invito che vale anche nella sfera dei sentimenti. «Alla mancanza di rispetto e di delicatezza per la dignità della persona, all'uso banalizzato e distorto della sessualità, siamo chiamati a contrapporre la purezza del cuore, che rifiuta ogni forma di ambiguità e di malizia».
TRE NUOVI VESCOVI - Alla funzione hanno partecipato tre dei nuovi vescovi ordinati dal Papa il 29 settembre: Gianfranco Ravasi, Francesco Brugnaro e Vincenzo di Mauro. A loro il cardinale ha rivolto un saluto «ricco di stima e di affetto» ricordando il compito che li aspetta, cioè aiutare gli uomini «a trovare la gioia della fede, ad accogliere il bene e rifiutare il male». «Tutte le volte che torno a Milano provo due sentimenti: la nostalgia di casa, e il ringraziamento perché mi ha dato un'identità, c'è un profilo profondo che Milano dona» ha detto Ravasi, nominato da Benedetto XVI presidente del Pontificio Consiglio di Cultura. Il 13 novembre si saprà chi lo sostituirà come prefetto della Biblioteca Ambrosiana. Monsignor di Mauro è stato nominato segretario della Prefettura per gli Affari economici della Santa Sede e monsignor Brugnaro è diventato arcivescovo di Camerino - San Severino Marche.
SANTUARIO DELLA FAMIGLIA - Altro appuntamento a Mesero, dove Tettamanzi ha inaugurato il santuario della famiglia della Diocesi, dedicato a santa Gianna Beretta Molla che lì è vissuta. «Questo santuario nel quale abbiamo solennemente deposto le reliquie di santa Gianna ci ricorderà soprattutto la sua concreta testimonianza di vita nel segno della massima normalità e insieme della straordinaria intensità d'amore. In una parola: ci ricorderà che il segreto di ogni cristiano e di ogni uomo è l'amore». Per amore la santa ha proseguito la gravidanza anche quando ha scoperto di avere un fibroma all'utero, così è nata la quarta figlia, Gianna Emanuela, e alcuni giorni dopo la madre è morta: era il 1962. «Non ci si deve stancare nella via dell'amore, non ci si deve scoraggiare - ha osservato l'arcivescovo -. Bisogna credere che esso è possibile ed eterno, quanto è eterno Dio. Lei ha creduto nell'amore e per questo noi oggi siamo qui: perché anche a noi, per sua intercessione, sia dato di credere nell'amore».
Italian I cinque anni del Cardinale Dionigi Tettamanzi trascorsi nella arcidiocesi di Milano al servizio del bene comunie
Oct 04, 2007
Da Alberto Giannino, Presidente Ass. culturale docenti cattolici (Adc)

Sua Eminenza, monsignor Dionigi Tettamanzi, teologo di fama internazionale (esperto dei temi della bioetica),  73 anni, brianzolo, gia' Segretario generale della CEI, Arcivescovo di Ancona-Osimo ed Arcivescovo di Genova,  ha compiuto, il 29 settembre scorso,  cinque anni di permanenza alla guida della Diocesi piu' grande d'Europa: quella di  Milano in cui e' nato, ha studiato da prete, e' diventato Vescovo e poi Cardinale. Tettamanzi, somiglia moltissimo a Giovanni XXIII. E' sorridente, mite, umile, pacioso, bonario, buonista, diplomatico, e  prudente, ma ha  caratteristiche  che, i non addetti ai lavori,  non conoscono: la determinazione, la forza di volonta' e una  grinta fuori dal comune.  E', inoltre, versatile, intelligente, abile, colto, e fedele a Cristo, alla sua Chiesa e al successore di Pietro. Il coraggio non gli manca. Cosi come una sana ambizione  (che non è una  qualita' necessariamente negativa se viene  messa a disposizione del bene  comune e e della collettivita' ). Pur avendo fatto una tesi alla Gregoriana sui laici egli  non ha dato, in questi cinque anni,  molto spazio ad essi,  contrariamente a molti suoi confratelli Vescovi.  E', quindi, un po' clericale. Un difetto questo cardinale ce l'avra' pure, vi pare? Ma al Convegno ecclesiale di Verona ha dichiarato due cose: a) tradurre in italiano il Concilio. 2) attuare la politica del laicato come prassi ecclesiale  emersa a Roma durante il Concilio Vaticano II.  Due dichiarazioni significative ed importanti.
Nel suo insegnamento - caratterizzato da limpidità di pensiero, semplicità incisiva dell'esposizione, fedeltà gioiosa e convinta al Magistero della Chiesa e spiccato spirito pastorale - vasta è la gamma dei temi trattati, tra i quali risaltano le questioni di morale fondamentale accanto a quelle di morale speciale, con una preferenza per l'ambito del matrimonio, della famiglia, della sessualità e della bioetica. Non mancano interventi, benché in quantità assai minore, di sacramentaria, ecclesiologia e teologia pastorale. La sua produzione, inevitabilmente rarefattasi, non si è fermata neppure con i nuovi incarichi affidatigli. Basti ricordare, tra l'altro: «Verità e libertà. Temi e prospettive di morale cristiana» (Piemme, 1993); «Bioetica. Difendere le frontiere sulla vita» (Piemme, 1996); «Lo sguardo di Cristo» (Ed. San Paolo, 1996). Dell’ottobre 2000 è poi il volume "Nuova bioetica cristiana" (Piemme), anche in edizione di libro elettronico (e-book) e consultabile in Internet.
All'intensa attività accademica ha saputo unire sia la partecipazione ad incontri, convegni, corsi di aggiornamento teologico-pastorali per sacerdoti e laici in Italia e all'estero, sia la presenza a tavole rotonde e dibattiti televisivi, sia la produzione di frequenti contributi per «L'Osservatore Romano» e per «Avvenire». Tutto ciò non l'ha però distolto dall'attività pastorale diretta, da lui sempre amata ed esercitata sia svolgendo il servizio domenicale nelle parrocchie di Masnago, San Pietro martire a Seveso, Santo Stefano Arno, Turate, sia prestandosi per la predicazione, la conduzione di ritiri e di esercizi spirituali, la direzione spirituale, a vantaggio soprattutto delle famiglie e delle persone consacrate nell'Istituto secolare delle «Oblate di Cristo Re», cui è stato vicino per diversi anni.
Né vanno dimenticate la presenza e l'azione nella Confederazione Italiana dei Consultori familiari di ispirazione cristiana, di cui è stato consulente ecclesiastico dal 1979 al 1989; nell'Oari (movimento per una pastorale di comunione e di speranza per l'uomo che soffre) come responsabile dell'attività culturale prima e quale Presidente poi; nell'Associazione dei Medici cattolici italiani della sezione di Milano, quale Assistente ecclesiastico per circa vent'anni.
Tettamanzi si richiama molto e sovente al Concilio Vaticano II che e' tuttora valido al punto che sostiene che non ci sia bisogno di farne un altro come hanno fatto altri suoi colleghi cardinali.  Per Tettamanzi occorre, invece, portare a compimento il Vaticano II . Forse, questa, e' la differenza tra lui e l'amato cardinale Carlo Maria Martini, indimenticabile e instancabile vescovo di Milano per 22 anni che, invece, "sogna" un altro Concilio Ecumenico per affrontare le questioni piu' scottanti sul tappeto (celibato sacerdotale, temi etici, collegialità episcopale, ruolo della donna nella Chiesa, ecc.).  Tettamanzi, col Consiglio Pastorale, col Consiglio Presbiterale, con i suoi  sei  Vescovi Ausiliari (Carlo Redaelli, Erminio De Scalzi, Franco Brambilla, Luigi Stucchi, Mario  Delpini e Marco Ferrari) governa in quattro grosse Provincie (Milano, Lecco, Varese e Monza), 1.104 parrocchie,  2.113 preti diocesani, 898 preti dei vari Ordini religiosi, e  82 diaconi permanenti. Su una superficie di 4.217kmq e una popolazione di oltre 5 milioni e 200 mila abitanti. Se poi consideriamo che ha insegnato teologia per 20 anni in seminario, che e' stato Pastore nelle Marche e in Liguria e ha collaborato nella CEI in anni difficili, Tettamanzi certamente e' un Vescovo di livello,  di primo piano e di qualita'  per la sua grande esperienza pastorale e culturale. E'  per una "Chiesa non spadroneggiante", così ha dichiarato,  ma per una Chiesa al servizio di tutti.
C'e' chi dice che Giovanni Paolo II l'abbia inviato a Milano per farsi le ossa e diventare Papa, c'e' chi afferma che, dopo l'elezione al soglio pontificio di Benedetto XVI, volesse guidare i 250 vescovi italiani della CEI, ma ci sarebbe stato qualche veto per le sue aperture considerate troppo progressiste. Non ci pronunciamo, sospendiamo il giudizio, e  facciamo epoche' come gli antichi filosofi scettici, e piu' recentemente, come il grande filofoso prof. Husserl.
In questi cinque anni, abbiamo studiato bene Dionigi Tettamanzi, letto ogni suo discorso, ogni sua omelia, ogni suo intervento,   le due Lettere pastorali triennali , e i suoi cinque Discorsi alla citta' tenuti  alla Vigilia del santo Patrono di Milano.
E' un Vescovo che e' vicino agli ultimi: ai carcerati, ai rom, agli immigrati e alle famiglie povere, e ai disoccupati.  E' per favorire una vera "politica" (brutta parola)  dell'ecumenismo. Famosi i suoi viaggi in Romania, in Russia e in Israele. (Cristiani ortodossi ed ebrei). Famose le sue aperture all'Islam con cui abbiamo in comune il Dio unico ma non il monoteismo trinitario. Come Gran Cancelliere della Facolta' teologica dell'Italia settentrionale  ha cambiato il Preside con un docente interno. Dal laureato in economia, monsignor Angelini, ha nominato  mons. Brambilla docente in Cristologia, neo Vescovo Ausiliare  e grande organizzatore del Convegno di Verona del 2006. Brambilla  nel 1989 era in odore di eresia per le sue simpatie protestanti,  ma poi  fu riabitato alla grande e ora e' il teologo piu' ascoltato da Tettamanzi che lo mise sotto accusa in una lettera pubblica  ad Avvenire insieme ad altri preti del Seminario e della Facolta' Teologica che contestavano il romano Pontefice. Tettamanzi sbaglia, e' duro, ma poi perdona e si ravvede. E non serba rancore, il che non e' poco! Nella Facoltà teologica il neo vescovo  Brambilla è di casa, ma occorre ritornare all' ortodossia della fede cattolica che negli ultimi anni lasciava a desiderare. Vorrei pacatamente ricordare che negli anni passati, Famiglia Cristiana e' stata commissariata per molto meno! Quindi, una riflessionie sui contenuti che vengono proposti agli studenti di tale Facoltà e sulla libertà di apprendimento andrebbe fatta con grande umiltà. Invece, si parla sempre e soltanto del pluralismo religioso e della libertà di insegnamento dei docenti.
Tettamanzi e' per la cultura del dialogo, e' per la cultura della solidarieta', dell'accoglienza e del rispetto.  Pur essendo anch'egli affascinato dal pensiero dei  teologi protestanti (che non sappiamo fino a che punto possa condividere) tuttavia e ' un vescovo di rara onesta' intellettuale, e non e' certo un vescovo che sviluppa un magistero parallelo e un dissenso dottrinale. Non deflette dal Magistero, dalla Tradizione, e, ovviamente dalla Parola di Dio (la Sacra Scrittura). Quando l' Arciprete del Duomo di Milano, mons. Luigi  Manganini espresse un mese or sono perplessita' sul Motu proprio di Benedetto XVI sulla messa in latino, ci sono state molte proteste dalla comunita' tradizionalista  della parrocchia milanese di  San Rocco al Gentilino. Ma e' davvero cosi difficile celebrare la Messa in latino nella città di Milano, caro Manganini che ricopre anche l'importante e fondamentale incarico di Vicario per l'evangelizzazione? oppure i giornalisti hanno travisato il suo pensiero? Se cosi fosse, ce lo chiarisca meglio, visto che, a Milano, la comunita' che vuole ascoltare la messa in latino e' numerosa.
Tettamanzi, nel suo magistero,  e' molto attento ai problemi della citta', della sua vivibilita', delle periferie abbandonate, degli anziali soli e degli  ammalati. In ogni sua visita pastorale c'e' sempre l'incontro con i preti, con i giovani, con i fedeli  e poi con i malati e i sofferenti.
Nel dicembre 2002 fece un bellissimo intervento sul discorso morale e, da buon teologo moralista, non abbiamo potuto non constatare le convergenze con il magistero di Benedetto XVI proprio su questo tema e il relativismo morale e religioso che domina nella nostra società. Tettamanzi nel 2002 a Milano  (dopo 13 anni assenza ) ha trovato una citta' ricca, opulenta, urbanizzata, ma fortemente scristianizzata,  secolarizzata  e neopagana.
Da qui il suo ministero episcopale in cui al centro ha messo l'evangelizzazione. Gli chiediamo di non dimenticare i lontani, gli agnostici e gli atei. Di non dimenticarsi dei 100 mila studenti e studentesse non avvalentisi alla scuola di religione (dalle materne alle Superiori),  ma di assumere come problema le loro ragioni e di farle proprie, e di rilanciare quest'ora cosi' gravente in crisi. In Italia sono 650 mila  coloro che a scuola non fanno religione (solo l'8%) ma 100 mila sono della Diocesi di Milano. Noi restiamo fermi al suo bellissimo discorso  al Collegio Leone XIII del 18 ottobre  2004 in cui mons. Tettamanzi fece delle proposte per rilanciare l'ora di religione cattolica in Diocesi che sono rimaste lettera morta a causa dell'immobilismo e della logica del tirare a campare che c'era in Curia. Speriamo che nell'anno di grazia 2007 non si dica ancora che tale diserzione di massa sia un dato ineluttabile davanti al quale asssitere impotenti senza approntare alcuna  strategia per contenere il fenomeno della diserzione di massa all'ora di Religione cattolica e arginare le dispersioni.  Se no ci troveremmo di fronte anche all'inerzia, e, allora, la cosa sarebbe grave.
Mons. Tettamanzi ha sempre una parola per tutti. Incontra personalmete, alla fine della Santa Messa tutti i parrocchiani anche impiegando due ore del suo tempo. Adesso che il Papa  gli ha dato i nuovi Vescovi Ausiliari che chiedeva,  e adesso che ha nominato il nuovo moderator curiae, mons, Gianni Zappa, speriamo che Milano ritorni  ad essere una citta'  in cui il  senso religioso sia  sviluppato, in cui la gente si accosti  ai Sacramenti, ricordi  il giorno del Signore, e preghi. E che crescano le nuove vocazioni sacerdotali davvero poche (solo 12 ordinazioni nel 2007 contro i  100 neo preti del 1953). Oppure che i giovani si dedichino al mondo composito e variegato del volontariato.
Ci sono, infine, le associazioni cattoliche, i gruppi diocesani, i movimeni ecclesiali, l' Azione cattolica, l'Agesci che da sempre sono al fianco del cardinale per lavorare per una Chiesa non "aggressiva", che non sia °arroccata sulle proprie posizioni, ma aperta al dialogo con la cultura contemporanea". In modo da colmare la distanza tra la fede cristiana e la mentalita' contemporanea. Per farlo, ammonisce Tettamanzi, "l'Italia custodisca il Dna cristiano".  Insomma, per monsignor Dionigi e'  "meglio essere cristiani senza dirlo che proclamarlo senza esserlo", Per i cristiani "la speranza è Gesù Cristo" e la sua risurrezione, perciò, all'inizio del terzo millennio, la scommessa "cruciale" consiste "nel mettere in luce la fondamentale e ineliminabile dimensione escatologica della fede cristiana". In effetti,  precisa il cardinale "la speranza cristiana entra, abita, plasma e trasforma l'esistenza quotidiana". Per il cardinale Tettamanzi, "la speranza in Cristo genera un rinnovato pensiero antropologico" perché "coinvolge l'uomo nella sua radicalità", avendo "un formidabile potere di trasformazione sulla visione, di più sull'esperienza odierna dell'uomo". Perciò, alla Chiesa italiana spetta "il compito di elaborare una rinnovata figura antropologica sotto il segno della speranza": esiste, infatti, "un'intelligenza della speranza da cui deriva un sapere della speranza che si ripercuote sulla questione antropologica". Un secondo cammino è "quello di una maturazione della coscienza e delle prassi della comunione ecclesiale", che sia "più ampia, più intensa, più responsabile" e perciò "più missionaria". Dalla comunione della Chiesa, che è "cattolica", chiamata cioè a "coinvolgere tutti", nasce la missio ad gentes e la "realizzazione della mondialità e della grande questione della giustizia e della pace".  Occorre, quindi, rinnovare il riconoscimento del diritto e insieme della responsabilità dei laici nella Chiesa di Milano.  Necessaria, anche "una più ampia e profonda opera formativa dei laici". Il  cardinale in questi cinque anni ha ricordato che la testimonianza di Gesù Risorto "è dono e compito di tutti i cristiani ed è questione di ogni giorno". In realtà, "la testimonianza è questione globale e unitaria di spiritualità, di pastorale e di cultura", ma presuppone anche "un umile e forte esame di coscienza e diviene il frutto di una vera e propria conversione: a Cristo e all'uomo". La forma specifica della testimonianza cristiana "è la coerenza con la grazia e le responsabilità che ci vengono dall'incontro vivo e personale con Gesù, dall'obbedienza alla sua parola, dalla sequela del suo stile di vita, di missione e di destino. Testimone - secondo  il cardinale - è chi vive nella logica delle beatitudini evangeliche", anche a prezzo "dei grandi e piccoli martiri della fede".
Infatti  "Quelli che fanno professione di appartenere a Cristo si riconosceranno dalle loro opere". Le parole della Lettera agli Efesini di Paolo citate dal cardinale sono un po' la sintesi del suo magistero episcopale qui a Milano come Arcivescovo in questi cinque anni. Da ultimo l' Arcivescovo Tettamanzi , crede molto  nella famiglia. Nel suo protagonismo ecclesiale e sociale. In una metropoli e in un territorio feriti da lacerazioni, sofferenze, solitudini, ingiustizie, che spesso attraversano proprio il cuore delle famiglie, la Chiesa di Milano crede «nelle potenzialità di bene che ci sono in ogni famiglia, anche nelle più fragili e problematiche». Famiglie - scandisce Dionigi Tettamanzi - che chiedono alla comunità credente di assumere nei loro confronti «lo stile dell'accoglienza, dell'ascolto, della condivisione, secondo la misura del cuore di Gesù». E che la Chiesa a sua volta chiama a essere «non oggetto ma soggetto della pastorale, protagoniste della comunicazione della fede e dell'educazione all'amore».
Proprio "Famiglia, comunica la tua fede" è il tema della seconda tappa del percorso pastorale diocesano triennale che Tettamanzi ha presentato nella festa della Natività di Maria: prima in Duomo, alla presenza di ottomila fedeli; poi nel consueto incontro con i giornalisti, occasione sempre preziosa per dialogare sulle questioni che interpellano la vita della Chiesa ambrosiana e della città.
Nel corso del solenne pontificale - nel giorno della patrona della Cattedrale -  sono stati ammessi al quadriennio teologico ventuno seminaristi; e sono stati ammessi sei uomini - quattro sposati - fra i candidati all'ordine del diaconato. Gesti che affermano l'apertura verso scelte di vita fatte «per sempre», com'è anche il matrimonio cristiano. Gesti in sintonia con uno dei passi dell'omelia di Tettamanzi  là dove traditio fidei e traditio amoris chiedono all'educazione all'amore di includere la prospettiva vocazionale.
Un tema che tornerà nel dialogo con i giornalisti: in tante famiglie, anche cristiane, la possibilità che i figli scelgano il sacerdozio o la vita religiosa non è presa in considerazione o, addirittura, osteggiata. «Ciascuno ha il diritto sacrosanto di essere immagine di Dio, secondo la sua chiamata, e non può essere costretto ad essere "immagine" dei suoi genitori», risponde con fermezza Tettamanzi.
«Sono angustiato dalle troppe cattive notizie che sentiamo, dall'enfasi data a vicende come il delitto di Garlasco. Non voglio fuggire dalla realtà ma calarmi nella realtà nella sua interezza», ha detto  accorato l'arcivescovo davanti agli operatori dei mass media. Ecco allora il «grazie» alle «tante famiglie cristiane» che senza fare notizia, lontane dalle luci dei riflettori, «continuano a trasmettere il patrimonio della fede pur nella loro fragilità, capaci di dare ai figli non solo la vita ma anche le ragioni della vita». Ogni famiglia, anche la più problematica, «deve avere fiducia nel proprio valore». E poi: «Ai nostri figli diamo meno cose e più tempo. Mi faccio portavoce delle loro richieste più autentiche: impariamo ad ascoltarli, ad accoglierli, a condividere il tempo con loro. E nelle nostre case, nelle nostre librerie, non manchi la Bibbia. Ma non resti sempre chiusa...».
Aprendo lo sguardo all'intero cammino triennale della Chiesa ambrosiana: «Una famiglia che accoglie la Parola di Dio, che sa comunicare la fede e sa educare all'amore, può essere qualcosa di nuovo e alternativo nella società d'oggi - ha affermato mons. Tettamanzi -. I credenti hanno una carta costituzionale che non muta mai: sono le Beatitudini».
In questo orizzonte si collocano le risposte dell'arcivescovo Tettamanzi ad altre questioni poste nel suo ultimo incontro con i giornalisti della Diocesi  come la sicurezza e la legalità, l'emergenza Rom, la «solitudine» delle periferie, la ricostruzione della solidarietà fra le generazioni. Sfide che interpellano - ha detto Tettamanzi  - «una mente purificata», capace di ascoltare le ragioni del cuore, di valorizzare non ciò che divide ma ciò che unisce.
Italian "Famiglia, comunica la tua fede"
Sept 10, 2007
Presentata ieri la lettera pastorale dell'arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi. Al centro, la famiglia come ''soggetto di evangelizzazione'', chiamato a riscoprire il proprio "compito missionario".

(korazym.org, 09/09/2007) "Non e' piu' tempo di dare per scontati i dati essenziali della fede cristiana'', bisogna ''prendere coscienza dei mutamenti sociali, culturali, antropologici e religiosi'' e quindi ''riconoscere le molte e nuove possibilita' di annunciare il Vangelo'', alcune delle quali sono insite ''negli stessi problemi e nelle sfide del nostro tempo''. Cosi' l'arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, affronta quest'anno, con la lettera pastorale "Famiglia, comunica la tua fedeche tradizionalmente viene presentata nella festa della nativita' di Maria, il tema della famiglia come ''soggetto di evangelizzazione''.

Lo scorso anno, la prima tappa del percorso diocesano valorizzava la famiglia come testimone di Cristo e, questa volta, il cammino prosegue affidando alla famiglia il suo ''compito missionario'', un compito impegnativo mentre tutto cambia velocemente e i consueti percorsi della trasmissione della fede sono ''diventati non poche volte impraticabili''. Ma la famiglia, nonostante tutto, anche oggi ''rimane il luogo della ricerca dell'amore'' e ''dove si cerca l'autenticita' dell'amore - sottolinea l'arcivescovo di Milano - ci si interroga anche sulla fede''. Da questa riflessione parte l'analisi di cosa la famiglia possa fare per avvicinare alla fede cristiana e accogliere, quale piccola chiesa nella grande Chiesa, persone non battezzate che provengono da altri Paesi e culture, ma anche i battezzati la cui fede e' rimasta allo stadio della prima formazione cristiana, e perfino gli stessi familiari.

Molta attenzione infatti il cardinale Tettamanzi rivolge anche al rapporto tra le diverse generazioni, tra nonni, genitori, figli. I nonni sono spesso in ansia per l'educazione dei nipoti e perfino i genitori che non hanno una vita coerente con il Vangelo e non sono sposati in Chiesa ''sentono tuttavia - dice il cardinale - la responsabilita' di assicurare ai propri figli una crescita umana e religiosa''. E gia' il fatto di vivere queste preoccupazioni ''non nell'angoscia e nel lamento ma nell'invocazione del Signore'' significa porsi ''come testimone convincente di una fede vitale e incarnata''. Ma nelle famiglie i momenti di difficolta' sono tanti, l'incomunicabilita' spesso e' profonda, la liberta' se e' immatura si trasforma in sofferenza: tuttavia, anche quando ci si sente falliti sul piano educativo, non bisogna disperare, ma avere invece ''un atteggiamento di fiducia e di disponibilita' al dialogo'', cercando - esorta il card. Tettamanzi - di ''cogliere il momento opportuno per una parola sincera e franca che lasci trasparire il vostro amore''.

Questo concetto di momento opportuno torna in molti punti della lettera che l'arcivescovo rivolge ai fedeli della Diocesi Ambrosiana: perche' la fede e' una grazia e ''riconoscere l'ora'', significa cogliere il momento in cui Gesu' ''ci visita''. Quella e' l'ora - dice l'arcivescovo - per ''dedicare desiderio e tempo alla coltivazione del rapporto personale con i tuoi figli'', e quella e' anche l'ora ''che ti spinge a scelte coraggiose e controcorrente'' in tutti gli aspetti della vita e delle relazioni.
Italian Festa e preghiera per i 50 anni di sacerdozio del cardinale Tettamanzi
Jun 03, 2007
Con una messa solenne in duomo, davanti a circa 10mila persone, il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, ha celebrato i suoi 50 anni di sacerdozio. Un pomeriggio intenso per tornare idealmente al 1957.

(korazym.org, 03/06/2007) MILANO - Con una messa solenne in duomo, davanti a circa 10mila persone, il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, ha celebrato i suoi 50 anni di sacerdozio. Un pomeriggio intenso per tornare idealmente al 1957 con l'ordinazione ricevuta dall'arcivescovo di allora, Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. E proprio al pontefice, il cardinale di Milano si è ispirato nella sua omelia durante la quale ha parlato di tutti gli aspetti di essere prete: celebrare la messa, confessare e assolvere dai peccati, educare il cuore all'amore verso tutti.

"Sono tre le esperienze sacerdotali che desidero comunicarvi, - ha detto - esperienze divenute convinzioni e forza di vita, sono comunissime e condivise da tutti i sacerdoti, ma proprio per questo le ritengo importanti e decisive per il servizio che noi preti siamo chiamati a dare alla comunità cristiana e alla società, a tutti i credenti e a ogni uomo". Prima di ogni cosa c'è la messa, ricorda il cardinale: ''Quante porte, in questi cinquant'anni, il Signore mi ha aperto per farmi conoscere e vivere l'intimo vincolo tra la dimensione eucaristica del ministero del prete e la dimensione sacerdotale della celebrazione della Messa!'.

La seconda esperienza è quella dell'assoluzione nel sacramento della Penitenza. Un ministero pieno di emozioni, ha detto Tettamanzi, ma anche di difficoltà e fatiche. L'ultima invece "è quella che si collega all'educazione ricevuta in seminario e continuata poi con la cura della vita spirituale: è l'educazione del cuore, più precisamente di un cuore che riceve il dono e il compito del celibato sacerdotale''. ''Un amore verginale, dunque, di totale consacrazione al Signore, un amore che non si allontana dagli uomini perché chiamato, proprio a partire da Dio, ad aprirsi in continuità". L'arcivescovo ha voluto ricordare anche molte delle parole che Giovanni Battisti Montini, rivolse a lui e agli altri giovani preti al momento dell'ordinazione nel 1957. Ma primi fra tutti ha voluto ringraziare quanti in questi anni gli sono stati vicini. A cominciare dall'anziana madre. ''L'ho sentita al telefono e mi ha detto che mi è spiritualmente vicina - ha raccontato - e ha aggiunto: 'guarda che il mio cuore è più bello e più grande del Duomo di Milano''.

Alla messa alla quale erano presenti anche un centinaio di preti e concelebranti oltre ad alcuni vescovi, hanno assistito il sindaco di Milano Letizia Moratti, il presidente del Tribunale dei Minori Livia Pomodoro e altre autorità istituzionali, politiche e militari. Significativo il messaggio del sindaco Moratti che ha voluto ringraziare l'arcivescovo per "la sua sensibilità e il suo rigore di studioso, la sua attenzione pastorale e la cura dei più deboli". "Mi lasci dire, eminenza, Milano Le vuole bene. Grazie per la sua dedizione alla nostra città''. Per l'occasione, il cardinale Tettamanzi ha ricevuto diversi doni e a sua volta ha voluto regalare un rosario a tutti i presenti. L'invito alla preghiera come cuore di una giornata da ricordare.
Italian «Sport e Santo Natale sono parenti stretti»
Dec 13, 2006
Migliaia di ragazzini hanno partecipato ieri al tradizionale Natale degli sportivi organizzato dalla Diocesi milanese alla presenza del Cardinale Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano.

(Il Giornale, 12-12-06) Al Palamazda si è svolta la consueta serata di festa con molti personaggi dello sport di tutte le discipline. A tutti loro, il cardinale Tettamanzi ha ricordato che «c’è una parentela stretta tra il Natale cristiano e lo sport perché il Natale è passione per l’uomo e ciò che voi praticate è passione concreta per l’uomo vero». Uno dei momenti più toccanti della serata è stato il ricordo di Giacinto Facchetti, al quale è stato dedicato un lunghissimo applauso: «Lui mi ricorda solo momenti belli - ha detto il presidente dell'Inter Massimo Moratti -. Ha fatto sacrifici fino alla fine senza dire mai che stava male». È stato ricordato anche Alberto D’Aguanno, il giornalista di Mediaset scomparso sabato scorso, e poi sono stati premiati i campioni, dai calciatori Rino Gattuso ed Esteban Cambiasso alla ginnasta Vanessa Ferrari della squadra di ginnastica artistica, argento ad Atene.
Italian 'Periferia chiede più ascolto'
Dec 10, 2006
L’appello del cardinale è a rilanciare attenzione e amore per ognuno, perché «anche un uomo "senza cuore" resta pur sempre un uomo. Non sarà un cittadino esemplare, ma non potrà cancellare il proprio essere uomo. Sembra quasi un "manifesto politico".

(Quotidiano.net) SANT'AMBROGIO Milano, 7 dicembre 2006 - UN VIAGGIO che dalla periferia giunga al cuore della metropoli, propone il cardinale arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi nell’annuale "Discorso alla città" tenuto ieri sera nella Basilica di Sant’Ambrogio.
Ma anche un viaggio dalla periferia della persona alla ricerca del proprio "cuore", perché la riscoperta dell’dentità non si giochi contro, bensì con gli altri, nella costruzione di un futuro che non sia una «ordinata ghettizzazione» ma una comunità civile aperta alla «reciproca stima e conoscenza».
Discorso impegnativo, dunque, pronunciato — come è nella tradizione — alla presenza delle autorità civili e politiche, partito dalla riaffermazione della attualità di un personaggio come Ambrogio, prefetto romano acclamato vescovo dal popolo. Fu lo stesso Giovanni Paolo II che nel 1996 (cadeva il XVI centenario della morte del patrono) disse:
«E’ proprio dei Santi restare misteriosamente "contemporanei" di ogni generazione: è la conseguenza del loro profondo radicarsi nell’eterno presente di Dio».
La periferia, dunque. Parola ambivalente, che se da una parte rimanda all’idea di perfezione, di accoglienza, quasi di abbraccio, di legami più stretti, dall’altra esprime distanza, marginalità rispetto al centro, che è il cuore, l’anima. Da qui la consapevolezza che se muore (o non si coltiva) quel centro, muore anche la città. Perché una città senz’anima non può esistere.

E QUANDO ciascuno di noi si chiude in sé, tronca le relazioni, non ha più sguardi per l’altro, allora smette di costruire il bene comune e anche inconsapevolmente favorisce il nascere della periferia nel senso di emarginazione e isolamento, in cui prevalgono solitudine, paura, violenza.
Ma non basta, perché la periferia non è solo un concetto fisico-spaziale, è anche una dimensione dello spirito: ci sono periferie etniche, di gruppi sociali, di categorie, in cui ognuno tende a rinchiudersi.
E ancora, uomini e donne rischiano di diventare periferia a se stessi, senza identità e senza radici, oppure con identità e radici utilizzate come elementi di rottura e contrapposizione. I fondamentalismi.
L’appello del cardinale è a rilanciare attenzione e amore per ognuno, perché «anche un uomo "senza cuore" resta pur sempre un uomo. Non sarà un cittadino esemplare, ma non potrà cancellare il proprio essere uomo. Sembra quasi un "manifesto politico" d’alto profilo: il ritorno a una "umanità" diversa, la misericordia che supera la pur necessaria giustizia, la valorizzazione dei segni di speranza.

PERCHÉ SE vincesse invece l’estraneità, la solitudine, il non-amore — ce lo insegna l’esperienza, oltre che la sapienza di Dio — si diventa "uomini contro". Non serve allora lamentarsi nei confronti di fenomeni come il bullismo, la violenza cieca del branco, l’aggressività verso i più deboli, i disabili, le donne, gli anziani.
Ci sono tanti che fuggono dalla periferia della grande città e cercano altrove una "normalità" di cui però non hanno le coordinate. E altri arrivano al loro posto e ripopolano luoghi e spazi che nessuno si è preoccupato di "bonificare" dalla alienazione.
E la periferia rischia di nuovo di inghiottire la persona, e la città. Si lavora, si spende, ci si diverte, ma si vive poco, «ci si muove insieme, ma isolati».
La proposta cristiana è: ritroviamo noi stessi nella interiorità, riscopriamo l’uomo che è in noi, per capire chi siamo e chi è Dio. E diventerà più chiaro anche il progetto di quale città vogliamo costruire.
English Tettamanzi and the challenge of being Catholic on the left
Nov 07, 2006
Anyone familiar with the inner workings of Roman Catholicism knows that if the Italian church sneezes, the rest of the Catholic world often catches cold.

(National Catholic Reporter, Oct 21 2006) Even today, despite the “internationalization” of the Roman curia from the era of Paul VI onwards, despite globalization and new communications technologies which have steadily relativized the importance of geography, despite the election of two non-Italian popes in a row – and despite a whole slew of other indicators of pluralism one could adduce – the psychology and culture of Catholicism at its leadership levels nevertheless remains remarkably italianizzato.

Hence the goings-on at this week’s Fourth National Church Convention in Verona, a once-a-decade gathering of everyone who’s anyone in the Italian church, were important – not merely in terms of setting a tone for Italian Catholicism for the next ten years, but also for surfacing issues and trends that will exercise a disproportionate influence in shaping the worldview of Vatican officials and senior church leaders elsewhere.

Perhaps the most talked-about such question was this: After a long and rather comfortable alliance between the Catholic hierarchy and the political center-right, has the church become too closely allied with one side of the political aisle to exercise any real influence on the other?

If so, what happens when the other side comes to power?

In one signal of the importance of the event, Pope Benedict XVI traveled to Verona on Thursday to deliver a 4,000-word programmatic address to the 2,7000 delegates, outlining his own vision for the Italian church (the pope is, after all, also Primate of Italy).

Benedict issued a strong call for the recovery of spiritual values in the West, warning that an exaggerated form of secularization “represents a radical and profound separation not only from Christianity, but more generally from the religious and moral traditions of humanity.”

In a characteristic attempt to be positive, Benedict argued that the church’s “no” to what he called “weak and deviant forms of love and the counterfeiting of freedom” is in reality a “yes” to authentic love.

Yet the aspect of the gathering that dominated Italian newspaper headlines all week was not the pope’s address, but rather seemingly endless exegesis of Cardinal Dionigi Tettamanzi of Milan’s opening speech on Monday.

Since his appointment as the successor of Cardinal Carole Maria Martini in Milan in 2002, Tettamanzi loomed in many minds as a leading contender for the papacy. When the time came, however, he was not in the running, never garnering more than a handful of votes.

Instead, Tettamanzi has emerged in Italian Catholic affairs over the last five years as a sort of “third way” between the Paul VI-era liberalism of Martini and the fierce cultural conservatism of Cardinal Camillo Ruini, president of the Italian bishops’ conference since 1991. (Inevitably, the actual positions of each of these three men are more subtle than such sloganeering suggests – we’re talking here about the level of popular perception).

Tettamanzi’s name has also been floated in recent days as a possible successor to Ruini as president of the Italian bishops’ conference, known by the acronym of CEI. Ruini has already passed his 75th birthday, so the prospect of a changing of the guard is in the air.

When Tettamanzi took center stage on Monday to argue for a stronger “corresponsibility” of the laity in church affairs, as well as political pluralism and the need for the church to embrace Catholics in different partisan alignments, it sounded to many like he was putting down a marker for a new vision – distinct from Ruini’s strong clerical hand at the rudder, and his clear political preference for the Italian center-right under former Prime Minister Silvio Berlusconi.

The key moment of Tettamanzi’s address, at least in terms of news coverage, came when he said, “It is better to be Christian without saying it, than to proclaim it without being it.”

Much comment and analysis ensued as to whether Tettamanzi was sending a shot across the bow at the so-called “Theo-cons,” a designation for a number of conservative Italian politicians who routinely invoke “Christian values” but who some church activists accuse of being inconsistent in their application of those values, especially on issues of economic and social justice, cultural tolerance, and foreign policy.

Tettamanzi distanced himself from such a reading.

“I’m rather allergic to labels and slogans, which are here today and gone tomorrow” he said at a Verona press conference two days after his speech. “I’m concerned with substance. I make reference to the Gospel and to good sense. My text was in substance a reference to the Gospel. All of us, and each one of us, has to take the Gospel in hand. We have our ‘constitutional charter’ in the form of the Beatitudes.”

In classic Italian fashion, however, many saw that affirmation as Tettamanzi’s way of having his cake and eating it too – making the point he wanted to make, then stepping back from it when things got hot.

Tettamanzi clearly affirmed that a good Catholic can be part of a variety of political alignments. What matters is not the partisan label, he said, but the “profound unity on values” which Catholics should exhibit – stating directly that it’s possible to pursue such a “convergence” on values also from the left.

The latter is a position that the Italian press has come to dub “Theo-dem,” in reference to Italian politicians in center-left parties who draw inspiration from church teachings.

It's a stance that some Catholic leaders closer to Ruini's instincts would question, arguing that the secular agenda of today's leading left-wing parties in the West, especially on "values" questions, makes adherence to those parties difficult to reconcile with church teaching.

The hubbub in Verona surrounding the tensions between the Theo-cons and Theo-dems illustrates at least two points with implications that run far beyond the borders of the Italian peninsula:

• During much of the 1990s, the Catholic hierarchy’s emphasis on “culture of life” issues, such as abortion, homosexuality, and the traditional family, as well as upon the Christian identity of Europe, drove the church into an increasingly explicit alliance with the political center-right. As new center-left governments have come to power in Spain and now in Italy, and facing the possibility of a resurgence by the Democrats in the United States, many Catholic leaders are trying revisit the question of how a Catholic sensibility can be revived within the political center-left as well;

• The real tension at the leadership levels of the Catholic Church since the election of John Paul II in 1978 has not been between liberals and conservatives in the classic post-Vatican sense, (i.e., between reformers and traditionalists), but between moderates and conservatives within the same basic option for a stronger sense of Catholic identity vis-à-vis the modern world. Prior to his election, most people assumed Benedict XVI was clearly in the latter camp, but to date his pontificate has been more difficult to nail down. Benedict’s choice of a successor to Ruini will therefore be revealing. Currently, the most commonly touted candidates are Tettamanzi and Archbishop Bruno Forte of Chieti, two figures who would broadly fall into the “moderate” camp, and Cardinal Carlo Caffarra of Bologna, a strong conservative.
Italian Il cardinal Tettamanzi, per andare oltre Ruini, torna al 1976
Nov 01, 2006
L’arcivescovo di Milano strizza l’occhio alla sinistra ecclesiale: “Bisogna tradurre il Concilio in italiano”

(Il Foglio, 16/10/2006) Tutto sta a cosa dirà il Papa, è il sussurro ricorrente del primo giorno al convegno ecclesiale nazionale a Verona. Un ammicco per intendere qualcosa a metà tra l’assoluta indipendenza di pensiero e giudizio di Benedetto XVI, ma anche una sua comprovata (più asserita che comprovata) distanza dal contesto italiano, del quale il Papa non vorrebbe troppo modificare gli equilibri. Dai pronostici, comunque, non sembra che il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi – a cui ieri era affidata la relazione introduttiva – rischi di vedere ribaltato il suo discorso, come invece era accaduto al suo predecessore al convegno di Loreto. Anche se il cardinale di Milano ieri ha pronunciato un discorso che, nelle battute iniziali, è sembrato voler tornare esattamente a prima di Loreto, a prima del lungo governo di Camillo Ruini. Tettamanzi ha iniziato citando la parola d’ordine del primo convegno ecclesiale di Roma nel 1976: “Tradurre il Concilio in italiano”. Poi ha ampiamente citato la difesa di quella assise planetaria fatta da Paolo VI contro chi la accusava “di un tollerante e soverchio relativismo al mondo esteriore”. La cosa è suonata un po’ captatio benevolentiae nei confronti della mai doma sinistra ecclesiale italiana, un’autocandidatura alla successione di Ruini.
All’appuntamento conclusivo del suo lungo governo, il Cardinal Sottile arriva un po’ indebolito dalla perdita per malattia del fidato segretario della Cei, monsignor Giuseppe Betori, e ancor più dall’improvvisa morte del 55enne arcivescovo di Monreale, Cataldo Naro, che avrebbe dovuto essere segretario generale del convegno di Verona e che ha molto colpito Ruini “per un motivo personale, l’amicizia che mi legava a lui e di cui mi onoravo, il bene che gli ho voluto e che continuo a volergli”. Due episodi che gettano una luce di umana fragilità sul suo lungo e apparentemente solido finale di partita. Ma il presidente della Cei non appare intenzionato a mollare il timone proprio ora: l’eredità che intende lasciare a Verona è una solida compattezza ecclesiale e la continuità attorno al centro tematico della “sfida antropologica”.
Del resto il “donec aliter provideatur”, con cui Benedetto XVI lo ha confermato temporaneamente a capo dei vescovi italiani, potrebbe valere fin oltre la prossima primavera.
Tutto sta a cosa dirà il Papa. Quasi vent’anni fa il cardinal Ratzinger ebbe a dire che “può capitare che qualcuno eserciti ininterrottamente attività associazionistiche ecclesiali e tuttavia non sia affatto un cristiano”. E la sua scarsa propensione per convegni, organigrammi e pastorali è rimasta inalterata. Difficile però che giovedì il Papa si discosti dal tracciato di quei “valori non negoziabili” che aveva già proposto alla chiesa italiana in vista dei referendum. Chi attende cambi di linea o addirittura possibili demolizioni della linea ruiniana in nome di una maggiore tolleranza dell’autonomia del laicato potrebbe restare deluso. Vero è che Ruini appare senza eredi diretti, ma se la scelta di Benedetto XVI per la guida della Cei cadesse sul patriarca di Venezia Angelo Scola – ipotesi avvalorata dal fatto che il Papa preferisce scegliere tra chi conosce bene e personalmente – la linea non cambierebbe di molto. Del resto anche chi nella chiesa italiana guarda più a sinistra, come Andrea Riccardi di Sant’Egidio o i “teodem” di Luigi Bobba (fra i relatori di Verona) riflette da tempo che “i neocon avevano ragione”, insomma che i temi valoriali sono gli unici in grado di dettare il programma della chiesa. Così, nei “cinque ambiti” su cui la chiesa italiana lavorerà a Verona (vita affettiva, lavoro e festa, fragilità umana, tradizione e cittadinanza) a fare la differenza sarà l’approccio antropologico. Niente ritorno alle “opzioni privilegiate” per i poveri; niente “nuova soggettività del laicato” intesa come pura autonomia, niente dialoghi a perdere. Del resto padre Flavio Roberto Carraro, vescovo di Verona, nella messa di apertura ha detto chiaro e tondo che “la proposta martellante che proviene da tante voci di sbarazzarsi della fede, di umiliare la chiesa, è solo un preludio di morte”.
Italian All’arena di Verona la relazione di apertura del cardinale
Nov 01, 2006
Secondo l’arcivescovo di Milano, oggi la Chiesa italiana deve ridurre le distanze tra la fede e la cultura contemporanea. Attuando fino in fondo il Concilio e dando più spazio ai laici cristiani impegnati.

(Famiglia Cristiana, 17-10-06) Indica lo stile e ne tratteggia la sintassi: «Non parliamo solo di speranza, ma anzitutto con speranza». Il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, davanti a 2.700 delegati di tutte le diocesi, apre all’Arena di Verona il IV Convegno ecclesiale della Chiesa italiana e subito spiega che va «ripresa e riproposta con forza» l’intuizione che era alla base del primo Convegno della Chiesa italiana, quello di Roma del 1976, intitolato "Evangelizzazione e promozione umana": «Tradurre il Concilio in italiano». Ma pure i successivi, a Loreto nel 1985 e a Palermo 10 anni dopo, ricorda, sono serviti alla Chiesa per continuare a vivere «il messaggio di rinnovamento venuto dal Concilio». E a questo deve servire anche il Convegno di Verona.

All’Arena, dopo la Messa celebrata dal vescovo della città, monsignor Flavio Roberto Carraro, il cardinale di Milano ha letto la prolusione che ha intitolato con un’esortazione: "Il Signore doni alla Chiesa italiana umili e coraggiosi testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo". E ha ripreso, chiamandola la «consegna strategica del Concilio alla Chiesa e al mondo», il passo della Gaudium et spes, l’ultimo documento del Concilio, che costituisce una sorta di congedo e insieme di testimone lasciato dai padri conciliari: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. Perciò essa si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia».

È più di un programma. È lo stile che deve avere la Chiesa nella storia, un atteggiamento «volutamente ottimista», ha detto Tettamanzi, riprendendo le parole di Paolo VI alla chiusura del Concilio, perché senza «negare o attenuare l’esistenza dei tantissimi mali, drammi, pericoli crescenti, e talvolta inediti, dell’attuale momento storico», dobbiamo riconoscere che «la speranza non è un sogno o una promessa, ma una realtà molto attuale che non abbandona mai le persone, le famiglie, l’umanità intera e soprattutto la Chiesa del Signore».

Una stagione di singolare urgenza

Il cardinale riconosce che nella Chiesa vi sono «ritardi, fatiche e lentezze», ma sono tantissime «le persone e i gruppi che continuano a scrivere il Vangelo della speranza nelle realtà e nelle vicende più disagiate e sofferte della vita», secondo stile e sintassi del Vaticano II. Ecco dunque perché è stato organizzato anche un IV convegno della Chiesa italiana. La lunga traduzione in parole e opere del Concilio non è ancora finita, per cui è bene «rivisitare alcuni cammini ecclesiali» e capire come essi possano essere «incrociati dalle sfide di oggi».

Tettamanzi osserva che la missione della Chiesa «sta vivendo una stagione di singolare urgenza». Parla di «distanza diffusa ed esplicita», che qualche volta diventa estraneità o addirittura antitesi tra «la fede cristiana e la mentalità moderna contemporanea». E ciò accade nei contesti culturali, ma anche in quelli «ecclesiali». Rimarca «un’interruzione» o almeno «un rallentamento» nei «canali classici di trasmissione della fede, come la famiglia, la scuola, la stessa comunità cristiana», e rileva che un ruolo lo ha un contesto intrecciato di «secolarismo e di indifferentismo religioso» e segnato da una cultura contraria non solo al Vangelo, ma a volte alla «stessa razionalità umana».

La questione dell’evangelizzazione e della fede, dice Tettamanzi, è oggi «il caso serio» della Chiesa. Bisogna rispondere alla domanda: «Come eliminare o attenuare questa distanza?». Tettamanzi non propone ricette sociologiche, ma riporta l’attenzione sulla ragione della fede, il "logos", il cuore della speranza cristiana che «entra, abita, plasma e trasforma l’esistenza quotidiana». È la «scommessa del Terzo Millennio», una scommessa «cruciale nel contesto di una società cosiddetta liquida e ripiegata e quasi esaurita nell’immediato».

Cita ancora la Gaudium et spes: «La speranza escatologica non diminuisce l’importanza degli impegni terreni». Rileva che «l’eclissi o la smemoratezza del tratto escatologico della fede cristiana» può costituire un «grave e inquietante pericolo» e sottolinea che è arrivato il tempo di «elaborare» – mettendo insieme «fede e ragione, teoria e prassi, spiritualità e pastoralità, identità e dialogo» – l’idea di un uomo più convinto che la vita debba svolgersi all’insegna della speranza cristiana. Spiega che la «comunione missionaria tra le diverse categorie di fedeli» deve essere «più compatta e dinamica» e ciò vale anche per le diocesi e per le aggregazioni ecclesiali: «Non si dà testimonianza cristiana al di fuori o contro la comunione ecclesiale».

La responsabilità dei laici

E qui apre il capitolo dei laici: «Il Convegno è chiamato a dire una parola molto attesa e doverosa sui laici e sul laicato». Dice che si tratta di «un’urgenza» e che «è venuta l’ora nella quale la splendida teoria sul laicato espressa dal Concilio possa diventare un’autentica prassi ecclesiale». Il cardinale parla di diritto e di «riconoscimento della responsabilità del laicato». Chiede alla Chiesa di sviluppare «una più ampia e profonda opera formativa dei laici» per fare diventare i laici «più competenti, dialoganti, coerenti, operativi e coraggiosi nel campo familiare, economico, finanziario, culturale, mediatico e politico». E ricorda a tutti i laici che nella Chiesa «è identica la missione evangelizzatrice e ancor più la vocazione alla santità».

Vale per tutti, dice, «anche per i politici cristiani», e ricorda le parole di Paolo VI nella Octogesima adveniens: «La politica è una maniera esigente, ma non la sola, di vivere l’impegno al servizio degli altri». Torna dunque a indicare stile e sintassi: «Coerenza di vita e obbedienza alla Parola» per rilanciare la «spiritualità della gioia cristiana», l’unica capace di scuotere un mondo annoiato e distratto. Ma con l’attenzione a non fare una «professione di fede a parole». Tettamanzi riprende alla fine una frase di un grande santo, vescovo martire dei primi secoli, sant’Ignazio d’Antiochia: «Quelli che fanno professione di appartenere a Cristo si riconoscono dalle loro opere. È meglio essere cristiani senza dirlo che proclamarlo senza esserlo».
Italian Stoccata ai movimenti Teocon del cardinale di Milano: «no» a un cristianesimo aggressivo
Nov 01, 2006
Un implicito attacco ai cattolici definiti «Teocon» è venuto ieri dall'arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, nella prolusione di apertura del quarto convegno ecclesiale della Chiesa italiana in programma a Verona fino a venerdì prossimo.

(Il Tempo, 17 ottobre 2006) Un implicito attacco dunque a una Chiesa che solitamente preferisce - almeno così viene giudicata esternamente - arroccarsi sulle proprie posizioni senza essere aperta al dialogo con la società contemporanea. Una Chiesa che è troppo spesso propensa a «buttare» in faccia agli altri la propria verità, senza prima accogliere gli altri, senza prima vivere nel profondo la fede in cui crede. Invece, ha detto Tettamanzi, la fede va vissuta innanzitutto nel profondo di se stessi. E anche quando si parla della «speranza» - la «speranza« cristiana è il tema del convegno veronese - è opportuno ricordare che essa deve essere prima vissuta dentro se stessi, deve essere uno stile di vita interiore e profondo. Da Tettamanzi, quindi, un «no» implicito ma deciso a un cristianesimo aggressivo e militante dentro ogni ambito della società. «Si», invece, a una Chiesa più di retroguardia, ma comunque devota e fedele al Vangelo. Per suffragare le proprie parole, il cardinale di Milano ha chiesto aiuto anche a Sant'Ignazio di Antiochia: «Quelli che fanno professione di appartenere a Cristo - ha detto Tettamanzi citando Sant'Ignazio - si riconosceranno dalle loro opere. Ora non si tratta di fare una professione di fede a parole, ma di perseverare nella pratica della fede sino alla fine. È meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo». È un appuntamento importante, quello di Verona, che cade ogni dieci anni e che serve per fare il punto sulla situazione della Chiesa e per delinearne gli scenari futuri. Un appuntamento importante anche perché è dopo Verona che dovrebbe arrivare il nome del nuovo presidente della Cei al posto di Ruini. Dalla Chiesa del futuro, Tettamanzi si aspetta un nuovo protagonismo dei laici, chiamati a «un rinnovato impegno delle nostre Chiese e realtà ecclesiali per sviluppare una più ampia e profonda opera formativa che assicuri loro quell'animazione spirituale, quella passione pastorale e quello slancio culturale che li rende pronti e decisi, e dunque competenti, dialoganti, coerenti, operativi e coraggiosi, nella loro tipica testimonianza evangelica e umana al servizio del bene comune». «Ciò - ha concluso Tettamanzi - vale per tutti, anche per i politici cristiani». Prima delle parole di Tettamanzi, in un'arena veronese con qualche spazio vuoto, si sono illuminati i pannelli con le foto dei sedici testimoni della fede scelti dalle Conferenze episcopali regionali, le icone cioè dei santi scelti dalla diocesi italiane dietro ai celebranti. Alla litania dei santi di ogni Chiesa particolare, a ogni nome citato, si è illuminata l'immagine corrispondente. Sulla gradinata più in alto, al centro delle icone dei santi, vi era anche il crocifisso su una cupola dorata. Tra le persone presenti anche disabili, anziani e bambini. Dopo la riflessione di monsignor Flavio Roberto Carraro, vescovo di Verona, e la prolusione del cardinale Dionigi Tettamanzi, un momento musicale ha chiuso la celebrazione di apertura del convegno. Settecento volontari hanno lavorato per preparare la cinque giorni veronese. «C'è grande fermento - ha detto ieri don Giorgio Benedetti, della segreteria organizzativa dell'evento - in campo ci sono 700 volontari della diocesi affiancati da altri 650 della Protezione civile». Ancora più richieste sono arrivate per la celebrazione allo stadio con Benedetto XVI che avverrà giovedì 19 ottobre: «Ben 150 mila - rivela il sacerdote - e per farvi fronte abbiamo distribuito 37 mila biglietti per lo stadio, 15 mila per il palazzetto e 10 mila per i parcheggi antistanti lo stadio. In questi due luoghi saranno attivi dei megaschermi. In piazza Bra, infine, potranno accedere almeno altre 30 mila persone, anche senza biglietto. Sono stati garantiti anche 2 mila biglietti per i disabili e i loro accompagnatori». Prima di Tettamanzi ha ieri preso la parola Flavio Roberto Carraro, vescovo di Verona. È stato lui a ricordare come il convegno sia «rivolto ai cristiani di comunità lontane da Roma, disperse e che scoprono di vivere in una dimensione fuori dal mondo perché le rende diverse e deboli agli occhi del loro mondo. In molti casi perseguitate, e lo sono oggi come ieri».
English Italian cardinal voices regrets for missionary work in Russia
Oct 06, 2006
Cardinal Dionigi Tettamanzi (bio - news) condemned "proselytism" by Western missionaries in Russia and Eastern Europe, during a meeting in Moscow with Russian Orthodox Patriarch Alexei II, according to a report by the Interfax news service.

Moscow, Oct. 04 (CWNews.com) - "There must be no room for confessional competition in the name of the Gospel," Cardinal Tettamanzi said, according to the Interfax account. The Archbishop of Milan expressed "anguish" that some Christian missionaries, including Catholics, had "failed to discern and recognize the incomparable spiritual richness of holy Russia and to appreciate and respect the religious and cultural heritage of the great Orthodox tradition."

Russian Orthodox officials have frequently complained about "proselytism" by Catholics in Eastern Europe, a region which the Moscow patriarchate claims as its "canonical territory." Vatican officials have regularly responded to those complaints by saying that Catholic missionaries are bringing the Gospel to people who are not currently attached to any religious body. The vast majority of Russians do not attend religious services of any sort, although theoretically they are classified as Orthodox.
German Patriarch trifft Erzbischof von Mailand
Oct 06, 2006
Die Zusammenarbeit der russisch-orthodoxen und der römisch-katholischen Kirche wird sich weiter entwickeln.

MOSKAU, 02. Oktober (RIA Novosti). Das sagte Alexi II., Patriarch von Moskau und ganz Russland am Montag, als er im Moskauer Danilow-Kloster Kardinal Dionigi Tettamanzi, Erzbischof von Mailand, empfing.

"Ich bin überzeugt, dass die guten Beziehungen und die gegenseitige Unterstützung die Entwicklung der weiteren Zusammenarbeit zwischen der russisch-orthodoxen und der römisch-katholischen Kirche fördern werden, zumal wir die Ansichten auf viele moderne Herausforderungen wie moralische Fragen, Familie und Bioethik teilen", sagte Alexi II.

Kardinal Tettamanzi sagte, dass die neue Gemeinde des Moskauer Patriarchats in Mailand, die Einwanderer aus Russland, der Ukraine und Moldawien seelsorgerisch betreut, einen Raum für die Gottesdienste bekommen soll.

Der Kardinal überreichte der russisch-orthodoxen Kirche eine Monstranz mit Teilen von den Gebeinen des heiligen Ambrosius von Mailand, seiner Schwester, der heiligen Jungfrau Marzellina, und seines Vorgängers im Bischofsamt, des heiligen Dionysius, sowie eine Ausgabe der gesammelten Werke des heiligen Ambrosius in 26 Bändern.

Tettamanzi gab mit Bedauern zu, dass "einige westliche Christen, auch Katholiken, weder den geistigen Reichtum des Heiligen Russlands sehen und anerkennen, noch das religiöse und kulturelle Erbe der großen orthodoxen Tradition respektieren konnten".

"Seit den 1990er Jahren wurde Osteuropa von einer Welle missionarischer und sozialen Arbeit sowie unternehmerischer Tätigkeit, oft von Privatpersonen aus dem Westen angefangen, übeflutet. Auch wenn diese Iniziativen für edle humanitäre Zwecke nützlich sind, sind sie vom ökumenischen Standpunkt her nicht immer korrekt. Im Gegenteil, sie können für Ihre Kirche, deren historische Gabe die Verkündung des Evangeliums in diesen Landen, Jesu Zeugnis in diesem Land und die pastorale Sorge um die Barmherzigkeit ist, beleidigend sein", sagte der Kardinal.

Der Patriarch bemerkte, dass es immer noch "bestimmte bedauerliche Schwierigkeiten" im Zusammenhang mit der "nicht völlig adäquaten Tätigkeit der katholischen Missionäre in den Gebieten mit traditionell orthodoxer Bevölkerung" gebe. Er drückte jedoch die Hoffnung aus, dass die positiven Kontakte der beiden Kirchen im Ausland, unter anderem in Italien, zum guten Modell für einen gegenseitig respektvollem katholisch-orthodoxen Dialog in Russland und anderen GUS-Ländern werden können.
Italian La fede è portare Cristo a chi non lo conosce
Sept 12, 2006
"Testimoniare la fede significa, anzitutto e sempre, portare Cristo Signore a chi ancora non ha questo tesoro". E' il messaggio lanciato dal cardinale Dionigi Tettamanzi durante la celebrazione conclusiva della 57ma Settimana liturgica.

(korazym.org, 26/08/2006) "Testimoniare la fede significa, anzitutto e sempre, portare Cristo Signore a chi ancora non ha questo tesoro". E' il messaggio lanciato dal cardinale Dionigi Tettamanzi durante la celebrazione conclusiva della 57ma Settimana liturgica nazionale, svoltasi ieri mattina nel duomo di Varese. Parlando ai ministri straordinari della Comunione Eucaristica, i laici che somministrano il sacramento dell'eucarestia ai più deboli, come malati e anziani, il cardinale ha invitato ad assolvere il compito ''con competenza e tenera generosita'''. ''Testimoniare la fede cristiana non significa infatti - ha detto durante l'omelia - trasmettere parole e concetti astratti, non significa insegnare una dottrina o una regola di vita, non significa proporre un codice di norme morali''. Certo, questi aspetti non possono mancare, ''ma testimoniare la fede significa, anzitutto e sempre, portare Cristo Signore a chi ancora non ha questo tesoro, significa testimoniare una 'presenza', far vedere una 'persona' viva''.

Ma è stato nel finale dell'omelia che l'Arcivescovo ha espresso un vero ''senso di sgomento e angoscia'', riferendosi alla situazione mediorientale. '' La bellezza e la gioia di questa Settimana liturgica e di questa celebrazione - ha affermato - non ci possono far dimenticare i giorni cosi' tormentati che stiamo vivendo''. Prendendo spunto da un brano del profeta Isaia, ''che contempla il monte di Sion come luogo di giustizia e pace, come luogo in cui convergono i popoli trovandovi concordia e unita''', Tettamanzi ha rivolto un pensiero proprio a quelle terre di cui parla la Bibbia, dove ''oramai da tempo vediamo letteralmente capovolte le parole del profeta''. In Medio Oriente, oggi, infatti trionfano ''non la giustizia, ma l'odio e la vendetta, non la pace, ma la violenza e la guerra che sembrano non aver fine, non la concordia, ma la diffidenza e la divisione, non la vita e la speranza ma la morte e la disperazione!''.

''Eppure non possiamo, come cristiani - ha proseguito l'arcivescovo - venir meno alla virtù della speranza, quella speranza che abbiamo celebrato nella nostra settimana liturgica. Come cristiani siamo chiamati - come continuamente ci ricorda il Santo Padre - a pregare contro ogni speranza umana, perche' le parole del profeta - ha concluso Tettamanzi - possano veramente divenire realtà''.

Al termine della celebrazione, l'annuncio del luogo della prossima settimana liturgica, che si svolgerà nel 2007 a Spoleto.
Italian Il cardinale Tettamanzi in campeggio
Jul 31, 2006
L'arcivescovo di Milano in Valle d’Aosta, per incontrare i campeggi parrocchiali, le case di soggiorno per gruppi di ragazzi degli oratori e i villeggianti milanesi nella zona. I particolari...

(Korazy.org, 19/07/2006) Il cardinale Dionigi Tettamanzi ha visitato ieri mattina in Val d'Aosta i campeggi parrocchiali, le case di soggiorno per gruppi di ragazzi degli oratori e i villeggianti milanesi. E’ un appuntamento che dice la stima e le aspettative della Chiesa nei confronti di queste esperienze educative molto efficaci seguite con passione da sacerdoti, religiose e tanti volontari. L’esperienza dell’oratorio feriale ha impegnato le parrocchie a raccogliere per più di un mese moltitudini di ragazzi per far vivere con gioia e con positività il tempo libero estivo: sono proposte pastorali che si declinano globalmente nella dimensione della quantità.

Il campeggio e le case autogestite sono invece occasione di più ristretti gruppetti che mirano a vivere un'esperienza forte di impegno educativo nella linea di una fraternità-comunione che nasce dalla condivisione totale di vita sotto le tende, nello stile essenziale della vita spartana in mezzo ai boschi e in alta montagna, nel servizio reciproco di autogestione che assieme agli educatori vede personale volontario e tecnico fatto di adulti generosi; il tutto entro una ricerca di motivazione spirituale e di preghiera che trasforma questi giorni in una autentica esperienza di Chiesa.

Decisivo è il ruolo degli educatori che sanno preparare da lontano questo breve ma intenso periodo di condivisione piena con i propri ragazzi. Anche solo 10 giorni o 15 vissuti con stile e spiritualità ad alto livello divengono più efficaci pastoralmente di tutto un anno di catechesi e formazione in parrocchia. Per questo merita si offra questa esperienza a quei ragazzi e adolescenti che più di altri si sono mostrati sensibili e pronti per un ulteriore salto di qualità. Ogni famiglia, e quindi ogni ragazzo, ha le sue ferie: queste esperienze di campeggio sono non vacanze “alternative” ma autentici campi scuola.

Lo si fa coi ragazzi e gli adolescenti, ma cresce il numero di giovani e giovani coppie che anche per una settimana ricercano questi momenti formativi nella distensione della natura intatta e nella calda esperienza di condivisione e accoglienza. Naturalmente molto dipende anche dalla passione del prete e della religiosa che in queste faticose dedizioni sanno trarre il frutto migliore per un rilancio educativo e una incisione spirituale facilitata da un rapporto di amicizia e di fraternità.

Non meno straordinario è il valore pastorale di avere attorno appassionati adulti che al campeggio dedicano cura e servizio per la parte tecnica e logistica. Un campeggio in tende richiede la cura di tutto un anno, oltre le feroci imprese del “piantare” e “smontare” l’accampamento. Uomini e donne che sentono la parrocchia come cosa propria e mettono a disposizione le loro competenze professionali e tecniche, sono ancora oggi una benedizione per le nostre comunità. Assieme a questi volontari sta poi tutto il "giro" delle famiglie interessate a queste esperienze, e quindi v’è un dilatarsi di contatti e di conoscenze che allargano le occasioni di annuncio e di evangelizzazione.

Il Gruppo Campeggi Riuniti è un'emanazione della pastorale diocesana del turismo che da quasi 25 anni gestisce il coordinamento di un centinaio di nostri campeggi parrocchiali, nello scambio dei terreni, nella formazione dei tecnici e dei volontari, e nelle pratiche amministrative, sanitarie e fiscali. Al loro sito ( www.campeggiriuniti.it) bisogna far riferimenti per nuove adesioni e per ogni informazione, compresa la disponibilità di posti per gruppi parrocchiali che eventualmente fossero rimasti sprovvisti di proprie strutture. In particolare si avvia un “gemellaggio” anche con case autogestite, così da divenire alternative alla tende qualora per vari motivi ci si trovasse impossibilitati a piantare il campo.

La visita dell’Arcivescovo vuol essere un incoraggiamento - in particolare ai sacerdoti - a credere a questo formidabile strumento educativo, anche se implica sacrifici e a volte rinuncia a proprie ferie, perché ripaga: per i ragazzi è il ricordo più bello della loro vita, e proprio da questa condivisione con i preti sono nate tante vocazioni sacerdotali.

* responsabile Pastorale del turismo
Italian Il Cardinale Tettamanzi:«Siete al centro della diocesi e del mio cuore»
Jul 12, 2006
Dionigi Tettamanzi ha inaugurato e benedetto il nuovo monastero della Santissima Trinità di Dumenza con una cerimonia intensa ma semplice. Prima ha fatto visita alle monache romite di Agra.

(varesenews.it, 11 Luglio 2006) Il Cardinale Tettamanzi è arrivato ieri mattina, 11 luglio, ha pranzato con le monache Romite di Agra e il prevosto di Luino Don Giorgio Solbiati. Nel primo pomeriggio da Agra si è spostato ancora più in alto ammirando la bellezza dei luoghi. Si è spinto fino al monastero della Santissima Trinità dove i sedici monaci benedettini di Vertemate si sono stabiliti. Ha voluto visitare l'interno e ha tenuto una cerimonia di benedizione con i soli frati. In seguito, in processione, si è diretto all'esterno dove in una tenda è stata sistemata una piccola chiesa con tanto di crocefisso e icone dipinte dagli stessi monaci. La cerimonia è stata intensa e ha visto la partecipazione di molte persone della valle ma anche di gente venuta da fuori, principalmente da Como e da Milano. Il Cardinale ha sottolineato quanto sia importante per la chiesa l'apertura di un nuovo monastero e il valore che questo porterà all'intera valle.

Poi ha ringraziato il suo predecessore Carlo Maria Martini per la sua intercessione affinchè i monaci di vertemate trovassero una nuova casa. Ha ringraziato, dunque, Dumenza e suoi cittadini e ha sottolineato con parole forti l'importanza di questa zona per la diocesi:«Voi non siete al confine della diocesi di Milano - ha detto Tettamanzi - voi siete al centro della diocesi e al centro dei nostri cuori». A conclusione della messa il Cardinale ha benedetto il monastero girando attorno all'edificio in processione e ha concluso la sua visita all'interno della cappella dove ha benedetto le icone della Madonna e del Crocefisso. Infine, non sottraendosi, ha salutato uno per uno persone intervenute all'inaugurazione.
Italian Valori e confronto culturale. L'estate secondo il cardinale Tettamanzi
Jun 24, 2006
L'estate come tempo di gratuità “per costruire legami più vivi e intensi in famiglia, tra parenti e amici” e coltivare una vera "globalizzazione culturale". È la riflessione del cardinale Dionigi Tettamanzi, in un messaggio alla diocesi.

(Korazym.org, 21/06/2006) L'estate come tempo di gratuità “per costruire legami più vivi e intensi in famiglia, tra parenti e amici”. È la riflessione dell'arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, che all'inizio della bella stagione ha voluto inviare un messaggio ai fedeli. Obiettivo: comunicare lo stile del cristiano, chiamato a non riempire l'estate “con l’evasione, il disimpegno o lo stordimento”, mettendo al centro “il rapporto con Dio, la famiglia e la comunità circostante”. “I cristiani devono essere disincantati di fronte ad alcune mode pagane, come il chiassoso svago notturno, - scrive il cardinale - per essere invece testimoni di uno stile di vita più essenziale, sobrio, modesto, interiore, responsabile, pronto a diffondere quella gioia pura e autentica che deriva dal vivere nella Grazia del Signore”. Da qui, la proposta generale dei ritiri spirituali o delle visite ai santuari, mentre i giovani “abbiamo la saggezza e il coraggio di qualche Campo Scuola formativo o dei Campi di Lavoro in Terra di Missione”.

È la logica della testimonianza cristiana che passa anche dal turismo e dall’incontro con le comunità locali. “Tramite il turismo e il pellegrinaggio – spiega l'arcivescovo di Milano - noi veniamo a conoscere taluni luoghi precisi, a cogliere i cammini della storia, a incontrare la cultura dei diversi popoli; anzi riusciamo persino a raggiungere quanto di più profondo e di più originale c’è nella cultura di un popolo, ossia la sua religiosità. E tutto questo non leggendo uno scritto, ma nel vivo, sia perché incontriamo le persone nel loro vissuto quotidiano, sia perché attraverso la testimonianza della cultura, dell’arte e della fede – che sono scolpite nei monumenti che ci è dato di visitare – vediamo come di fatto l’unico ed eterno Vangelo ha trovato nel tempo e nello spazio la sua “incarnazione” o traduzione nel segno di una quanto mai ricca varietà”.

Da non dimenticare poi una seconda prospettiva, che passa dall'evangelizzazione. “Infatti, - dice Tettamanzi - nel turismo e soprattutto nel pellegrinaggio abbiamo una serie di momenti di vera e propria evangelizzazione, come sono i momenti della preghiera, della riflessione religiosa, della celebrazione liturgica. E tutto questo da parte di un gruppo più o meno numeroso di persone, di una famiglia, di una singola persona che vengono visti da altri e che in questi suscitano interesse e curiosità e pongono domande”. Il turismo, poi, può essere letto in una dimensione mondiale, come occasione per aprire gli “orizzonti culturali” e “costruire ponti”, “imparando la tolleranza e il rispetto, integrando con senso critico valori e prospettive di genti diverse da noi, ma tutte unite nell’unica grande famiglia di Dio”. Un messaggio oltre steccati e incomprensioni, partendo dal presupposto che è “meglio condividere i nostri valori, anche viaggiando”. Eppure, la globalizzazione turistica in atto equivale anche ad una globalizzazione culturale, intesa come “reciproco arricchimento di valori”? “In clima o in sospetto di “scontro di civiltà”, - chiarisce Tettamanzi - questa globalizzazione diviene richiamo e chiarimento utile per tutti: per chi viaggia, per gli operatori e responsabili del turismo, per le comunità cristiane impegnate nell’accoglienza”.

L'arcivescovo conclude il suo messaggio con una riflessione sul ruolo delle parrocchie, chiamate a “favorire la specializzazione di laici che con il sacerdote sappiano curare un’adeguata formazione ai valori e alle esigenze da vivere nel turismo, segnalando anche le ambiguità di certe vacanze”. Si tratta di “un capitolo nuovo della pastorale, che chiede di essere sviluppato perché le parrocchie diventino sempre più missionarie in ogni ambito della vita sociale”. “Anche i “luoghi” e i “momenti” del tempo libero – conclude il cardinale - sono in attesa, più o meno consapevole, di ricevere l’annuncio della “buona e lieta notizia”, del Vangelo di Gesù Risorto, speranza del mondo e gioia di ogni cuore”.
Italian 2 giugno, l'incontro del cardinale con i cresimandi
Jun 24, 2006
A Milano, l'incontro di 50mila cresimandi con l'arcivescovo, cardinale Dionigi Tettamanzi. Allo stadio Meazza di San Siro, un appuntamento diventato ormai una tradizione.

(korazym.org, 06/06/2006) L'incontro dei cresimandi con l'Arcivescovo è uno degli appuntamenti più attesi e ai quali lo stesso cardinale tiene di più. Anche quest'anno, come è consuetudine, la festa (perché di festa si tratta) si è svolta il 2 giugno nello stadio "Mezza" di San Siro, Milano. Uno stadio che si è riempito di ragazzi, catechisti e genitori, lasciando vuoto solo lo spicchio di tribune dietro all'Arcivescovo, dove è stato disteso uno ampio telone raffigurante case e palazzi di quella città di cui Tettamanzi invita a i ragazzi a farsi "sale e luce".

Questo appuntamento è significativo anche per i tanti giovani volontari che contribuiscono all'organizzazione, in particolare per i figuranti. Il loro lavoro è iniziato in mattinata: c'è da attaccare i cartelli, controllare che tutto sia a posto, installare i microfoni e soprattutto provare le figurazioni, quelle immagini, apprezzabili solo dall'alto, realizzate sul campo da giovani che corrono con bandiere, scatoloni, teli e altri strumenti.

"Il nostro compito è aiutare i ragazzi a pregare" - ripete in continuazione Alessandro Bianchi, che pazientemente ne coordina il lavoro. I pullman dei cresimandi iniziano ad arrivare verso le 15 e velocemente lo stadio si riempie, mentre alcuni animatori cercano sin dall'inizio di scuotere i ragazzi con canti e balli. Tutte le sette zone pastorali sono rappresentate, in un tripudio di colori. Quando alle 17 arriva il Cardinale, i ragazzi sono caricatissimi. Inizia il canto "Siete luce, siete sale", inno dell'oratorio feriale appena concluso, che ci ha accompagnato per lunghi mesi. Anche il tema dell'incontro ricalca quello dell'oratorio invernale e più in generale si inserisce nella linea pastorale vigorosamente seguita da Dionigi Tettamanzi sin dal suo ingresso a Milano: la missionarietà, e in particolare l'impegno dei cristiani in una realtà complessa come la nostra.

L'obiettivo è costruire nelle nostre città la "città di Dio", come viene detto in uno dei dialoghi che svolgono il richiamo alle beatitudini, il passo evangelico scelto. Per raggiungerlo, è di importanza basilare "stringere relazioni con gli altri", come dice uno dei lettori, e come sottolinea anche l'Arcivescovo dicendo: "Lo Spirito Santo che ricevete nella Cresima è come soffio di vento che accompagna e sostiene la vostra amicizia con Gesù, con i fratelli e con tutti i poveri del mondo". Tettamanzi invita a essere "poveri in spirito, cioè ricchi di tutti i doni di Dio, che non sono appariscenti; miti, cioè buoni, che non gridano né giudicano; puri di cuore, cioè creativi nelle relazioni e originali nella carità".

E' il momento del Vangelo, introdotto da un'alleluja cantata da tutto lo stadio, e poi tocca al Cardinale rivolgersi direttamente ai ragazzi. Un compito difficile, perché essi, che frequentano la scuola media e sono ancora un po' bambini, hanno tanta voglia di sentirsi grandi. Ma l'Arcivescovo riesce subito a stabilire un contatto: "Sono sicurissimo che Gesù oggi è contento di noi perché siamo insieme. Mi piacerebbe proprio conoscere tutti i vostri nomi, salutare ognuno, sorridervi e stringere la mano a ciascuno".

Poi spiega il brano di Vangelo, il senso che le beatitudini hanno oggi: "Ci sono dunque molti modi di essere beati, per ridare il gusto della vera gioia alla città, per ridare il sapore al mondo che sembra averlo smarrito nel vuoto della noia, nel peso dell'egoismo, nel grigiore dell'indifferenza, nel buio dell'ingiustizia e della violenza". Il cardinale invita i ragazzi a non farsi distrarre dai falsi miti: "Per essere felici non aspettiamo una vincita milionaria, non sogniamo il successo dei divi, non partiamo per un altro pianeta. Noi siamo felici perché abbiamo già tutto da Dio, in Gesù Cristo".

Li esorta ad ascoltare gli educatori, a pregare, a donarsi: "Una vita così non perderà mai il suo sapore, ma lo potrà offrire a tutti". Terminato il discorso tra gli applausi, la cerimonia volge alla conclusione, con le intercessioni (lette da un sindaco, dal giornalista Bruno Pizzul, da un imprenditore, da una ragazza), il mandato missionario e le benedizioni. Ma, anche arrivati alla fine, nessuno sembra volersene andare. Non i ragazzi, che si attardano per poter salutare il cardinale; non i giovani figuranti, che gli si accalcano intorno scandendo il suo nome; non il nostro arcivescovo, che gira per il campo e sembra voler davvero abbracciare tutto lo stadio.
Italian Il Cardinale Tettamanzi in visita a Varese
May 17, 2006
Una visita a Varese per accompagnare i giovani in pellegrinaggio al Sacro Monte, ma anche per ricordare Don Luigi Monza, prete incarcerato a Varese durante il fascismo.

(varesenews.it, 13 Maggio 2006) Così è stata la giornata del Vescovo di Milano Dionigi Tettamanzi che nel pomeriggio di oggi, 13 maggio si è recato a Varese. Una visita attesa che ha fatto dapprima tappa nel carcere cittadino (nella foto), dove Tetrtamanzi si è fermato fino alle 16, per poi proseguire alla volta del Sacro Monte. Il Vescovo ha portato ai Miogni una reliquia di Don Luigi Monza, che nel 1926 con l’accusa di sabotaggio verso il regime fascista venne arrestato e imprigionato proprio nel carcere di Varese per 4 mesi.

Luigi Monza nacque a Cislago il 22 giugno 1898 da famiglia contadina, le cui uniche ricchezze erano il lavoro, il coraggio e la fede. Entrò in seminario a 18 anni dopo aver conosciuto la fatica del lavoro dei campi, le veglie nella notte per proseguire gli studi e la lotta per la sopravvivenza quotidiana della povera gente. Venne ordinato sacerdote il 19 settembre 1925.
Il suo primo impegno pastorale fu tra i giovani della parrocchia di Vedano Olona.
L’inizio della sua vita sacerdotale fu contrassegnata da prove di ogni genere, fino all'ingiustizia del carcere sotto il regime fascista.
Nel 1929 fu assegnato al santuario di Saronno, dove fu animatore di numerose iniziative giovanili. Nel 1936 fu nominato parroco a San Giovanni di Lecco, dove fu “sacerdote secondo il cuore di Dio”.
Nel 1937 fondò l’Istituto secolare delle piccole Apostole della carità e l’Associazione La Nostra Famiglia, che da allora iniziò a prendersi cura di bambini disabili. Un atto di grande valore simbolico, dunque, cui ne è seguito un altro, sempre a Varese, questa volta al Sacro Monte. Il Cardinale Tettamanzi ha presenziato al pellegrinaggio di centinaia di giovani che da ogni parte della diocesi hanno fatto tappa al Sacro Monte. L’invito era rivolto a tutti i giovani delle parrocchie che si stanno preparando alla professione di fede.
Italian Tettamanzi in Duomo per la messa
May 09, 2006
Dopo la veglia della scorsa notte, il cardinale Dionigi Tettamanzi tornerà stamane in Duomo per la celebrazione della messa di Pasqua. La cerimonia inizia 11, come ogni anno ad assistervi ci saranno migliaia di fedeli. E alle 16 l'arcivescovo sarà ancora in Duomo per presiedere la liturgia dei Vespri.

(Il Giornale, 16-04-2006) Si chiudono così le celebrazioni della Pasqua. La veglia, cominciata ieri alle 21, è stata seguita da molti fedeli in cattedrale e dai milanesi che, non potendo raggiungere il Duomo o la chiesa del loro quartiere, si sono sintonizzati sulle radio e tv che trasmettevano la cerimonia in diretta. Sempre ieri, alla stazione Centrale, i City Angels hanno riunito religiosi e fedeli di tutte le confessioni per una preghiera di Pasqua. L'iniziativa aveva quest'anno un significato particolare. I City Angels hanno voluto dedicare la preghiera a Tommy, il bambino rapito e ucciso vicino a Parma. Al termine della preghiera, duecento palloncini bianchi con la scritta «Ciao Tommy» sono stati fatti salire in cielo. All'incontro c'erano anche il presidente della Provincia Filippo Penati, il candidato sindaco dell'Unione Bruno Ferrante e Daniela Javarone, madrina dei City Angels.

La preghiera ha coinvolto i senzatetto che vivono nei dintorni della Centrale. A loro sono andate le uova di cioccolato e altri doni portati dai milanesi arrivati in Centrale per la cerimonia. «La Pasqua, così, sarà migliore per tutti» avevano detto i City Angels.
Italian Due beati sotto il Duomo: è la prima volta
May 07, 2006
Il cardinale Tettamanzi e Josè Saraiva Martins innalzano agli altari Don Luigi Monza e il monsignor Luigi Biraghi

(Corriere della Sera, 30 aprile 2006) MILANO - Don Luigi Monza e monsignor Luigi Biraghi sono stati proclamati beati. E il rito, per la prima volta nella storia, è stato celebrato non in San Pietro, a Roma, ma nella cattedrale «di riferimento» per i due sacerdoti cui è stato riservato l'onore degli altari, cioè il duomo di Milano.

Per un giorno, quindi, Piazza Duomo è sembrata Piazza San Pietro.

Con il cardinale Dionigi Tettamanzi a fare, in un certo senso, le veci del Papa, anche se la solenne formula di beatificazione è stata letta dal cardinale Josè Saraiva Martins, prefetto della Congregazione dei Santi, a nome di Benedetto XVI. È stato proprio papa Ratzinger a decidere che i beati dovessero essere proclamati nella loro diocesi, per sottolineare il loro essere figli di una chiesa locale. In Piazza Duomo oltre 15 mila persone a rendere omaggio ai due sacerdoti le cui gigantografie sono state affisse ai lati del palco sul sagrato della cattedrale della città. Un riconoscimento quello della Chiesa e di tutta la comunitá religiosa non legata solo ai miracoli.

LE «MARCELLINE» - Il cardinale Tettamanzi annunciando l'evento di oggi aveva ricordato di Biraghi «il contributo fondamentale per il ritrovamento del corpo di Sant'Ambrogio, ma soprattutto la sua attività di formazione a cui seppe associare una vasta attivitá missionaria, sostenendo la fondazione dell'istituto delle Missioni estere di Milano e socio-assistenziali». Un contributo che ha portato il sacerdote Biraghi a fondare, insieme a Marina Videmari, l'ordine dell'istituto delle «suore Marcelline».

«LA NOSTRA FAMIGLIA» - Non da meno il contributo che ha dato alla chiesa don Luigi Monza, fu lui a fondare l'istituto secolare delle Piccole Apostole delle Carità, che oggi conta circa 300 operatori e l'Associazione «La Nostra Famiglia», per la formazione e l'educazione dei bambini disabili. Un istituto presente non solo in Italia, ma anche in Brasile, Ecuador e Sudan e che oggi vede all'opera oltre 2mila volontari.
Italian «Dilaga la cultura dell’effimero. Vogliono portarci via il Signore»
Apr 21, 2006
Tettamanzi: «Molti s’illudono che senza il Vangelo si possa vivere in modo più libero»

(Il Giornale, 20-04-06) «Oggi la cultura dominante, quella che tutti respiriamo, è una cultura nella quale sono molti i segni del tentativo in atto, o già consumato, di “portare via il Signore” dalla vita delle persone e dalla storia del mondo». Parla così l’arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, nell’omelia del Pontificale in Duomo in occasione di Pasqua. Sono, prosegue, «i segni quanto mai eloquenti e preoccupanti di una civiltà nella quale va diffondendosi il processo di una vera e propria “scristianizzazione”, di una più o meno latente indifferenza religiosa o, addirittura, di un risorgente “neopaganesimo” nel quale relativismo, agnosticismo e nichilismo sembrano farla da padroni. Ma, e qui sta il dramma più sconvolgente, il nostro mondo non sembra piangere per questo “furto” di Gesù. A volte, anzi, sembra quasi che il nostro mondo “goda” di questo dato di fatto, perché crede che così, senza Gesù e senza il suo Vangelo, si possa vivere in modo più libero, più emancipato, più maturo, senza essere costantemente frenati nei propri desideri». E così, nonostante le apparenze, l’esistenza di molti uomini è votata all’insignificanza e alla disperazione. Si va spasmodicamente alla ricerca di soddisfazioni effimere e apparenti, che non saziano il cuore, ma lo lasciano perennemente sepolto nel buio della tristezza più profonda, pur se mascherata di spensieratezza e, non poche volte, di vero e proprio edonismo. E il suo animo, anche se l’uomo moderno non lo vuole riconoscere o se addirittura a ciò si ribella, è inzuppato di lacrime amare e, da queste stesse lacrime, rischia di rimanere sommerso. «Quindi Maria di Magdala crede che abbiano portato via il suo Signore, ma non è così. Gesù, in realtà, “stava lì in piedi”. Non era scomparso, non se ne era andato, era ancora con lei. Ma lei, annota l’evangelista, non sapeva che era Gesù. È questa la straordinaria verità che ancora oggi la Pasqua proclama e rende attuale. Sì, il Signore è risorto. Egli è vivo, presente e operante in mezzo a noi. Nonostante ogni tentativo di metterlo ai margini della storia e della vita o addirittura di respingerlo e di rifiutarlo».
Italian «Sentiamo Wojtyla vivo con noi»
Apr 21, 2006
Per i fedeli, per la gente è già santo. E il cardinale Dionigi Tettamanzi ha ricordato così Giovanni Paolo II durante l’omelia di ieri pomeriggio in Duomo, in occasione del primo anniversario della morte di Wojtyla che ha tanto commosso la città, il Paese e il mondo.

(Il Giornale, 20-04-06) La cattedrale era piena di fedeli accorsi a ricordare il Pontefice scomparso il 2 aprile 2005. Tutti «già lo sentono santo, cioè vero testimone di Gesù risorto, speranza nel mondo» sono state le parole dell’arcivescovo di Milano. E ancora: «Un santo noi lo sentiamo vivo, lo sentiamo ancora nostro compagno di viaggio e così, mentre attendiamo pazienti e fiduciosi il giusto corso del processo di canonizzazione, crediamo di poter indicare la presenza dell’amato Papa Giovanni Paolo II. Sì, noi lo sentiamo vivo con noi. E, come sottolineava l’allora cardinale Ratzinger nell'omelia dei suoi funerali, siamo sicuri che egli sta alla finestra della casa del Padre, da dove, come ha fatto molte volte dalla finestra del suo studio in piazza San Pietro, ci vede e ci benedice». L’arcivescovo ha sottolineato la capacità di Wojtyla di parlare anche a coloro che non hanno la fede: «Non c’è nessuno, credente o no, che non abbia avvertito la sua intensità d’amore per l’uomo, per ogni uomo, popolo e nazione».
Italian Il Cardinal Tettamanzi scrive alla comunità islamica
Apr 02, 2006
La risposta del Cardinale Arcivescovo Dionigi Tettamanzi alla lettera inviatagli due settimane fa dalla comunità islamica, è arrivata proprio sabato pomeriggio, 25 marzo, nel pieno della manifestazione in Piazza Risorgimento.

(varesenews.it, 25 Marzo 2006) Dopo averla letta ad alta voce ai membri della comunità islamica intervenuti, Hamid Khartaoui, uno dei portavoce della comunità, ne ha consegnata una copia anche al vicesindaco Paolo Caravati.



“Alla comunità Islamica di Gallarate,

Il Cardinale Arcivescovo Dionigi Tettamanzi mi ha trasmesso la lettera che gli avete inviato in data 11 marzo, desiderando che io potessi esprimervi sentimenti di cristiana solidarietà per la situazione in cui vi trovate.
Oggi non ci si può dire cristiani se non affermando - per tutti e nella reciprocità – il principio e il diritto della libertà religiosa come libertà di coscienza e di culto.

In particolare vorrei ribadire che “alle comunità religiose compete il diritto di non essere impedite…di costruire edifici religiosi, di acquistare e di godere di beni adeguati”: così infatti si espresse, in modo autorevole, il Magistero della Chiesa cattolica al Concilio Vaticano II con la Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis Humanae il 7 dicembre 1965.

Da allora il riconoscimento dell’inviolabile diritto della libertà di culto è stato ripetutamente riaffermato dall’insegnamento di Papi e di Vescovi, come pure dai pronunciamenti di leader di altre Tradizioni confessionali e religiose.
Chi negasse questo diritto o ne ostacolasse la sua applicazione sarebbe in palese contraddizione con l’insegnamento ufficiale della nostra Chiesa.

SI deve però ricordare che nella società civile sono diversi – e non sempre coerenti con la fede cristiana – i modi di pensare e di porsi anche di fronte a queste problematiche .
Non deve, quindi, stupire che in essa si incontrino atteggiamenti di indisponibilità all’accoglienza e al riconoscimento dei diritti di persone appartenenti a tradizioni culturali e religiose differenti dalla propria.
Inoltre nella vita civica locale la coesistenza di visioni diverse e di interessi, a volte, contrapposti può creare ostacoli, che si riescono a rimuovere nella misura in cui si cerca di comprendere le ragioni gli uni degli altri e di superare le difficoltà attraverso il dialogo e la concertazione.

Nell’Italia democratica la conquista dei propri diritti, anche se fosse ostacolata da insensibilità o forze avverse, deve essere considerata meta sempre possibile, in forza della Costituzione che li sancisce e in conformità all’ordinamento giuridico della Repubblica.
Anche se le vie per giungervi possono apparire in salita, la luce della speranza non deve spegnersi.
Pertanto vorrei incoraggiarvi a perseguire gli obiettivi giusti con pazienza e perseveranza, secondo le procedure previste dalla legge e dai metodi democratici e , quindi, sempre nel rispetto del bene comune.

Da parte mia e del mio ufficio diocesano vi esprimo la disponibilità a verificare le vie per un dialogo costruttivo: per un eventuale contatto potete riferivi al Decano Monsignor Franco Carnevali, con il quale c’è la massima intesa e al quale affido questo mio scritto da recapitarvi”.

Un cordiale saluto

Don Gianfranco Bottoni

Responsabile Servizio per l’Ecumenismo e il Dialogo

(Milano, 21 marzo 2006)
Italian Parità per la scuola cattolica
Apr 02, 2006
Messaggio del cardinale ai 30 mila partecipanti dell’Andemm al Domm

(Corriere della Sera, 27 marzo 2006) Erano più di trentamila, ieri mattina, in piazza Duca D'Aosta. Studenti e insegnanti, insieme per riaffermare la funzione della scuola cattolica nella società. L'«Andemm al Domm», la tradizionale marcia dell'istruzione cattolica, ha sfilato per vie del centro, concludendosi poi in piazza Duomo.

Sul sagrato del Duomo, il vicario episcopale della Diocesi di Milano, monsignor Carlo Redaelli, ha portato il saluto dell'arcivescovo Dionigi Tettamanzi, impegnato a Roma per il Concistoro. «La scuola cattolica è un luogo di impegno civile - ha scritto nel suo messaggio - perché, in quanto scuola, educa facendo cultura e fa cultura perché insegna a vivere. Ed è un luogo di accoglienza: di alunni disabili, di stranieri e di persone in situazioni di disagio personale e familiare».

Secondo l'Ufficio scolastico regionale, circa il 15% degli istituti scolastici lombardi sono scuole cattoliche. A Milano tocca l'incidenza più alta di scuole primarie private e il capoluogo guida anche la classifica delle scuole secondarie di primo grado paritarie tra le province lombarde, con il 22% degli istituti scolastici cattolici.

Un ruolo testimoniato dai numeri ma, secondo il cardinale, non ancora pienamente valorizzato.
Tettamanzi ha infatti concluso il suo messaggio sottolineando l'importanza del diritto di scelta tra scuola statale e privata: «Devo purtroppo constatare che, riconosciuto il servizio pubblico della scuola cattolica, non è invece garantita la piena parità».
Italian In migliaia per la visita di Tettamanzi
Mar 22, 2006
L’arcivescovo di Milano ha guidato giovedì sera la Via crucis tra due ali di folla

(Gazzetta della Martesana, 21.03.2006) MELZO: Giovedì sera, in occasione della processione presieduta del cardinale Dionigi Tettamanzi, Melzo è stata invasa da fedeli provenienti non solo dai Comuni limitrofi, ma anche da città quali Treviglio, Melegnano e Lacchiarella. La folla dei fedeli si è radunata davanti alla chiesa di Santa Maria delle Stelle sin dalle 20 in attesa del cardinale che, verso le 21, ha dato inizio alla Via crucis. La croce è stata portata di strada in strada attraverso tutta Melzo, che è divenuta per una sera la via del Calvario del Risorto. Stazione per stazione i fedeli sono stati accompagnati da letture, meditazioni e testimonianze di melzesi che spendono la vita ogni giorno per gli altri, sostenuti dalla propria fede. In capo alla processione c’erano i ragazzi con le fiaccole e un adulto a turno nel ruolo del Cireneo, il portatore della croce di Cristo, seguiti dal cardinale Dionigi Tettamanzi e da una ventina di suoi sacerdoti, che precedevano i numerosi fedeli.

Moltissimi non solo i fedeli, ma anche le persone che hanno aiutato lo svolgersi della processione. Dai numerosi volontari ai ragazzi che hanno portato le fiaccole, dalla Protezione civile agli agenti della Polizia locale, dai volontari della Croce bianca alle guardie ecologiche, per finire con tutte quelle persone che hanno aiutato con il proprio lavoro o che hanno esposto sui balconi delle abitazioni luminarie durante tutto il percorso della processione, contribuendo così a creare il clima meditativo proprio della Via crucis. Un forte dispiegamento di energie, la maggior parte volontarie, per un evento che ha reso Melzo, orgogliosa di poter ospitare almeno per una sera, l’arcivescovo milanese. La processione si è conclusa in piazza, da dove Tettamanzi ha voluto lanciare il proprio invito per la sequela della croce e dare le indicazioni per la Quaresima, iniziata già da due settimane. Moltissimi i fedeli che hanno voluto salutare il cardinale il quale, disponibile come sempre, si è fermato a stringere la mano di tutti coloro che lo desideravano e ha posato volentieri per le foto con diversi gruppi di volontari. Molto partecipe la comunità cristiana melzese che, con grande sforzo, ha organizzato una processione davvero all’altezza dell’importante ospite; erano presenti anche molti giovani della comunità stessa e altri provenienti dalle città limitrofe. Nonostante la chiusura del sottopasso di via Casanova per quasi un’ora a causa del passaggio della processione e il fatto che anche l’altro sottopasso sia momentaneamente chiuso per i lavori del quadruplicamento, non vi sono stati grossi disagi per la circolazione automobilistica.
Italian Tettamanzi a Inarzo: un evento per tutto il paese
Mar 18, 2006
Quando un cardinale visita una parrocchia è sempre un evento per i fedeli e per tutto il paese. Se poi succede a Inarzo, paesino di 850 persone circa, l’avvenimento è di quelli epocali.

(www3.varesenews.it, 10 Marzo 2006) Le vecchiette del paese ricordano gli incontri con il cardinal Martini avvenuto nel 2000 e la più antica visita del 9 settembre 1956, quando sua eminenza monsignor Pignedoli, vescovo ausiliario dell'Arcidiocesi di Milano, visitò l’altra anima dell’unità pastorale, Cazzago Brabbia, che dedicò la sede dell’oratorio al Cardinal Schuster giusto 50 anni fa. Domenica 12 marzo la storia si ripete: Dionigi Tettamanzi, nel suo girovagare per le sedi parrocchiali di tutta la diocesi di Milano, arriva anche nel piccolo Comune in riva al lago di Varese. Alle 10 officerà la messa, nel corso della quale si svolgerà la “dedicazione” della nuova mensa dell’altare. Un altro passo deciso dal parroco di Cazzago e Inarzo, don Antonino Martelozzo (foto), dopo la ristrutturazione delle chiese di entrambi i paesi e il rifacimento dell’oratorio, tornato dopo decenni ad essere un punto di ritrovo per tanti ragazzini.

«Il cardinal Dionigi – spiega il parroco – ha fatto una scelta precisa: ha meno tempo del suo predecessore e visita tutte le parrocchie senza soste, per dimostrare la vicinanza dei vertici della Chiesa alla popolazione dei fedeli. L’evento è comune a tutte e due le comunità: con l’aggregazione che facciamo in oratorio cerchiamo di superare un campanilismo che in queste latitudini è parte integrante della vita sociale». Don Antonino lo sa bene, avendo vissuto i primi anni di unità pastorale tra Cazzago e Inarzo, con le diffidenze, dopo 16 anni ancora non del tutto sopite, di gran parte della popolazione dei due paesini: ancora oggi i più anziani rifiutano l’idea di andare a messa nel comune vicino, anche alla celebrazione del Natale, che viene fatta un anno a Cazzago e uno a Inarzo, in una sorta di par condicio religiosa un po’ anacronistica.

Don Antonino è da sempre impegnato negli oratori, prima a Baggio, in provincia di Milano, e ora a Cazzago e Inarzo: «I giovani - spiega – sono il futuro della società e della fede, come diceva Giovanni Paolo II. Io cerco, con i miei collaboratori, di essere il più vicino possibile ai ragazzi, con una presenza educativa costante che nel tempo premia il rapporto tra le persone. Bisogna essere a disposizione sempre, senza mai fare mancare l’appoggio: è una missione delicata, soprattutto in una società svuotata di valori. I giovani vogliono cercare l’altro fuori dai paesi piccoli, ed è giusto che sia così. Con gli adolescenti è più facile, seguono le indicazioni e fanno da collante per tutta la comunità. Quando crescono si allontanano, ma se si crea una rete di rapporti nel tempo si raccolgono i frutti».

A Cazzago e Inarzo le comunità straniere sono ristrette, ma la porta dell’oratorio cazzaghese è sempre stata aperta per tutti: «Penso che l’integrazione e l’accoglienza sia l’unica strada percorribile – conclude don Antonino -. È anacronistico parlare di guerre di religione o scontri di qualsiasi tipo. Ogni popolo deve avere il diritto di compiere il proprio cammino senza interferenze. L’esempio di Giovanni Bosco e Papa Giovanni Paolo II va in questo senso, noi dobbiamo impegnarsi perché non rimangano solo parole».
Italian Il cardinale benedice l’altare e invita a riscoprire la ``bellezza`` di Dio
Mar 04, 2006
Un vero e proprio bagno di folla ha festeggiato ieri pomeriggio, domenica 12 febbraio, l’arrivo a Lomagna del cardinale Dionigi Tettamanzi, in occasione della benedizione dell’altare della parrocchia dei santi Pietro e Paolo.

(merateonline.it, 13/2/2006) La struttura è stata infatti per qualche mese oggetto di ristrutturazione, un intervento fortemente voluto dal parroco don Felice Ferrario, al fine di valorizzare gli spazi sacri dell’edificio, garantendo una miglior visibilità ai fedeli, maggiormente coinvolti nella celebrazione della liturgia. Il nuovo altare, spostato più avanti, l’ambone, di forma ovale e la nuova area dove è collocato il battistero, illuminata dalla luce di una grande vetrata, sono le novità che caratterizzano la chiesa, che ha mantenuto comunque il valore storico grazie ad alcuni elementi appartenenti alla tradizione dell’edificio, come il vecchio pulpito dorato che sovrasta l’ambone.

La visita dell’arcivescovo Tettamanzi ha rappresentato quindi un’ importante occasione per tutta la comunità, stretta tra le mura della piccola chiesa dei santi Pietro e Paolo per assistere alla benedizione dei nuovi elementi strutturali che impreziosiranno il valore liturgico della celebrazione eucaristica.

La cerimonia ha preso il via intorno alle 16, dopo l’arrivo del cardinale in paese, accompagnato in parrocchia da una schiera di chierichetti e di sacerdoti, guidati dal prevosto don Felice Ferrario, il primo a dedicare un messaggio di saluto e ringraziamento a tutti i presenti, ma in particolare all’arcivescovo.

“Sono molto contento – ha affermato il sacerdote – che lei sia qui e vorrei esternarle la gratitudine di tutta la nostra parrocchia. La sua visita deve fungere da sprone, affinché la comunità impari a vivere la bellezza della Chiesa ambrosiana, ritrovando nel quotidiano la bellezza della grazia del Signore”. Il cardinale Dionigi Tettamanzi, sin dalla sua proclamazione, si è dimostrato presenza costante nella Brianza, una terra alla quale è legato profondamente.

“La giornata di oggi – ha affermato l’arcivescovo - rappresenta un incontro importante per l’intera comunità e attraverso la mia voce spero di entrare nelle case di tutte le famiglie, soprattutto in quelle segnate dall’angoscia, dal dramma e dalla disperazione. Sono davvero felice di essere venuto a compiere un gesto di così alto valore simbolico come quello della dedicazione dell’altare, che rappresenta un segno importante per la vostra comunità parrocchiale”.

Ad omelia terminata, ha preso il via il rito della dedicazione dell’altare, unto dapprima dall’arcivescovo con il sacro crisma, a simboleggiare il sacrificio di Cristo, morto per la salvezza dell’uomo; successivamente è stato bruciato dell’incenso e l’altare è stato coperto con una tovaglia, ornato con fiori e illuminato dalla luce delle candele, simbolo della luce di Cristo trasmessa al mondo attraverso la Chiesa. Una liturgia particolarmente sentita dai numerosi fedeli presenti, impreziosita dalla presenza del cardinale e resa ancora più solenne dai canti del coro, preparati con cura appositamente per l’occasione. “Riscoprite la bellezza di essere Chiesa – ha concluso l’arcivescovo – e la grandezza di essere pietre che costituiscono il tempio del Signore. Aprite i vostri occhi e spalancate le orecchie per ascoltare la parola di Dio e le risposte che vengono date a lui dall’intera comunità”.
Italian Celebrazione in Duomo delle associazioni per Don Gnocchi
Mar 01, 2006
Gli alpini di Merate con un gruppo di Penne Nere e il portavoce Augusto Cogliati. I donatori dell`Aido col loro presidente, Fiore Milone, e molti volontari. Una bella rappresentanza del Gruppo Alpini di Paderno con bandiera e gagliardetto alzati da Antonio Bassani.

(merateonline.it, 27/2/2006) L`Aido padernese col suo presidente, Daniele Sorzi e altri iscritti all`associazione. Il sindaco di Besana comune che, nella frazione di Montesiro, aveva accolto il sacerdote durante la sua infanzia e per la sua prima messa. Allievi ed ex di Inverigo, dove don Carlo Gnocchi aveva aperto il suo primo istituto per i mutilatini, ovvero per i bambini orfani di guerra, spesso anche con grossi problemi di handicap. Volontari da Como, Lecco o altri comuni delle nostre province.



Erano davvero molti i brianzoli che, accanto ad altre migliaia di persone, ieri mattina, 25 febbraio 2006, nel Duomo di Milano, hanno voluto assistere, alla messa, celebrata dal cardinale Tettamanzi, con la quale è stato ricordato il 50° anniversario della morte di don Carlo Gnocchi.
Sabato sera, al cineteatro di Besana, si è tenuto invece un concerto del Coro Alpini Tridentina, mentre alle 20,30 di martedì 28 febbraio, ovvero nella giornata che aveva visto don Carlo spegnersi alla Colombus di Milano, nella parrocchiale di Montesiro verrà celebrata una messa commemorativa.
Ad aprire in Duomo la messa che avrebbe ricordato la figura del sacerdote, è stato don Angelo Bazzarri, direttore della Fondazione onlus che porta il nome di don Gnocchi. "Molti fra di noi ricordano gli alpini che mezzo secolo fa portavano i mutilatini sulle spalle, accompagnandoli nell`ultimo viaggio di quel prete che aveva fatto loro da padre premuroso, da grande educatore. Con gli alpini don Carlo aveva vissuto la grande tragedia russa e da loro riceverà sempre un grande aiuto. Dalla balconata di lassù dove ora ci sta guardando, come cinquant`anni fa ci sta dicendo "Amis, ve raccomandi la mia baracca". Come hai visto, don Carlo, in questo mezzo secolo abbiamo fatto quello che ci avevi chiesto. E continueremo a farlo con impegno sempre maggiore. Aiutati dai volontari e dagli alpini che tanto hai amato e oggi sono qui con noi per rivivere quel triste momento di mezzo secolo fa".



Il cardinale Tettamanzi ha prima ricordato il processo di canonizzazione già in corso. Ha detto il cardinale ai volontari e agli alpini. "Voi tutti eravate eroi, ma lui era un santo. Lo aveva già detto quel bambino che lasciando Inverigo per il funerale aveva usato queste parole. "Ciao don Carlo. Io ora non ti chiamerò più don Carlo, ma San Carlo". Noi oggi aspettiamo che si possa proclamare beato. Il sorriso era sempre sul volto di don Carlo, mentre sorreggeva un piccolo, un orfano, un mutilatino. Su letto di morte volle correggere le bozze del suo libro dal titolo significativo: "pedagogia del dolore innocente". Ma per capire ancora di più don Carlo e il suo amore ricorderò un episodio. Mentre visitava Marco, un bambino al quale, per lo scoppio di una mina, avevano dovuto amputare le gambe, don Carlo gli chiese: "Non credi che ci sarebbe qualcuno al quale potresti offrire il tuo dolore". Marco guardandolo con gli occhi attoniti rispose a Don Carlo: "Non capisco" e tornò a giocherellare col suo lenzuolo. "Fu in quel momento, - dirà don Carlo, -che compresi la tragedia di quello che stavo vivendo. Un bambino innocente aveva un bisogno enorme che la società non aveva saputo cogliere".
Il cardinale ha concluso l`omelia con le parole del testamento di don Carlo "Altri potrà servirli meglio ch`io non abbia saputo e potuto fare: nessun altro amarli più ch`io non abbia fatto".
Come aveva maturato durante la tremenda campagna di Russia, don Carlo Gnocchi costruirà, infatti, una grande rete di aiuto, la Fondazione che porta il suo nome, con strutture che dispongono ora di 3600 posti letto, decine di istituti e 5mila persone impegnate a gestirle.
Italian "E' l'amore la forza che fa camminare il mondo"
Feb 28, 2006
Ricordato in Duomo, nel corso di una solenne Celebrazione eucaristica, il cinquantesimo della morte di don Carlo Gnocchi. Per Tettamanzi l'auspicio che presto il sacerdote milanese possa essere proclamato beato

(www.vocedimilano.it, 27/2/2006) “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Mentre veniva letto questo versetto del Vangelo di Giovanni nella mente di molti di quelli che gremivano il Duomo di Milano sabato mattina, in occasione della Messa in  ricordo dei cinquant’anni dalla morte di Don Carlo Gnocchi, è subito corsa alla memoria la frase suggello dell’impegno di questo sacerdote: “Amis, ve raccomandi la mia baracca…”.

In queste poche, semplici parole in milanese è raccolto l’impegno, la dedizione, l’amore, l’opera che ha visto protagonista nel dopoguerra questo sacerdote, eroe di guerra durante la campagna di Russia. Opera e amore riversato sui più deboli e sui più puri: i tanti, piccoli mutilatini che ora sono uomini e donne che riempivano commossi le navate della Cattedrale ricordando il loro don Carlo; nelle parole di uno di loro, nella sua purezza rispondendo a una domanda che gli pose l’allora Cardinale Montini in occasione del funerale, la voce di tutti loro: “prima ti dicevo <ciao don Carlo> Adesso ti dico <Ciao, san Carlo>”.

Sempre a fianco di Don Gnocchi i suoi amati alpini; non lo hanno mai abbandonato, neanche sabato. Ecco i bocia  con i loro cappelli con la piuma, i gagliardetti, i tricolori a riempire il Duomo e ad assistere i tanti piccoli e non più piccoli ospiti che erano presenti alla funzione.

Ed è proprio a loro, ai malati,   è riservata la prima fila a fianco delle autorità convenute tra cui il Vicesindaco De Corato, l’Assessore regionale Piergianni Prosperini e il Prefetto di Milano Raffaele Lombardo.

L’opera di Don Gnocchi è ora una realtà mondiale portata avanti sulla scia del fondatore dall’attuale Presidente Monsignor Angelo Bazzarri; sono tanti i centri di eccellenza, i luoghi di ricerca e di accoglienza ove l’ammalato, il sofferente può trovare la sua dimensione e la sua dignità.

Il Cardinale Tettamanzi nel corso della sua omelia ha più volte richiamato le qualità che hanno contraddistinto la vita di Don Gnocchi, benemerito della Città di Milano. Ha ricordato l’amicizia, l’intenso rapporto che legava Don Gnocchi all’allora Cardinale di Milano Montini; non ha nascosto le lacrime di dolore dell’allora Arcivescovo ai piedi del letto di morte dell’amico.

Nella sua umiltà il fondatore della Pro Juventute disse: “E’ un vescovo che piange per un suo prete che muore”.

Tettamanzi ha ripreso le parole di quel mutilatino “Ciao san Carlo” ed ha indicato ai presenti come “quel fanciullo ed il Cardinale Montini furono profeti”. Su queste basi l’Arcivescovo ha rimarcato l’attesa perché il Santo Padre “dia il consenso a che si possa proclamare Beato proprio qui, in questo Duomo”.

Di Don Gnocchi Tettamanzi ha ricordato la particolare devozione alla Madonna alla quale dedicò per intero la sua vita; un altro tratto caratteristico di questo sacerdote fu il sorriso: non vi è fotografia ove questo segno non risalti. In ogni immagine Don Gnocchi è ritratto con in braccio uno dei suoi amati ospiti, le più innocenti vittime della guerra e del dopoguerra.

Ed è proprio da questa sofferenza straziante dei più deboli che Don Gnocchi elaborò la sua opera letteraria più celebre “Pedagogia del dolore innocente”  perché proprio dal dolore innocente di un bimbo, sono sue parole, “ che cadeva nel vuoto soprannaturalmente perduto per lui e per l’umanità perché non diretto all’unica meta nella quale il dolore di un innocente può prendere valore e trovare giustificazione: Cristo Crocifisso”

Il Cardinale ha richiamato i presenti in Duomo a non solamente commemorare Don Gnocchi, ma “a meditare, imparare, imitare” questa figura di sacerdote straordinario.

In ultimo per Tettamanzi la lezione di Don Gnocchi è riassumibile in tre regole: la serena operosità, il non temere le cose grandi e impegnative oltre che la speranza e l’ottimismo.  Per l’ex cappellano della Julia sul fronte russo “l’amore è la forza più benefica del mondo (poiché) Dio stesso è amore”. In queste parole il Cardinale ha trovato una naturale sintonia con l’Enciclica da poco pubblicata di Benedetto XVI “Deus Caritas est”. Il Sommo Pontefice ha idealmente partecipato a questa cerimonia attraverso un messaggio letto da Mons. Bazzarri firmato dal Cardinale Segretario di Stato Angelo Sodano.

In questa settimana, nel corso di due distinte cerimonie in Duomo, sono stati ricordate due figure di sacerdoti: Don Giussani e Don Gnocchi,. Ognuno di loro ha saputo donare a Milano un’anima e la forza per sapere guardare al futuro con fiducia e speranza.
Italian Non c'è politica se non c'è sogno
Feb 10, 2006
Forte invito agli amministratori locali da parte del Cardinale di Milano a ripensare il proprio ruolo nella società attuale

(La Voce di Milano, 5/2/2006) “Rimettiamo al centro la politica, anche come amministratori locali”; più chiaro ed esplicito il Cardinale Tettamanzi non poteva essere durante l’incontro con gli amministratori pubblici locali della Diocesi che si è tenuto a Milano nella serata di venerdì presso l’Auditorium “Famiglia Cristiana”  di proprietà dell’Editrice San Paolo. L’appuntamento di Milano segue altri analoghi che si sono tenuti a Monza e Lecco. Quello  previsto a Varese per il 27 gennaio è stato rimandato a causa della neve.

Sin dalle prime righe del suo discorso il Presule ha ricordato come questi incontri vogliono essere “un segno di richiamo specifico e singolare alla necessità di una politica intelligente e aperta”; Tettamanzi ha ricordato i problemi di cui è vittima oggi la politica: l’indifferenza, il distacco, addirittura il rifiuto.

Senza entrare nel merito il Cardinale ha evidenziato come l’argomento di attualità sia “la giustizia e l’onestà dell’amministratore”.

Ai presenti il Presule ha ricordato la Parabola dell’amministratore fedele; nel Vangelo di Luca si legge tra l’altro il richiamo di Gesù ai discepoli: “Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro”.

Partendo da questa immagine Tettamanzi detta una sorta di vademecum agli amministratori; vi è infatti il monito “ad essere nel segreto ciò che siete in pubblico” cui segue “l’invito ad eliminare le finzioni e i comportamenti opportunistici” .

Su questa scia ecco l’invito alla “saggezza e fedeltà dell’amministratore”, in primis al suo popolo, nella logica di essere “un servo, non il padrone”.

Ed è proprio nella fedeltà che “si iscrivono i valori e le esigenze dell’onestà e della giustizia”, solo qualche riga prima trattate en passant.

La fedeltà per il Cardinale è strettamente legata “a una responsabilità assunta”, da ricordarsi ogni giorno, una responsabilità sia civile che sociale.

E’, in ultimo, una fedeltà alla parola data, agli impegni presi con la gente.

Ritornando al disinteresse generale alla politica, il Presule ha “rincuorato” gli amministratori; egli infatti è consapevole della loro solitudine, “senza nessuno a cui importi di capire che cosa state facendo”.

Il buon amministratore non può vivere in astratto rispetto alla realtà, ma ha “vitalmente bisogno di conoscere il proprio tempo”.

Tettamanzi ha poi lanciato un invito che assume  un peso specifico particolare in vista delle prossime elezioni politiche; non ha nascosto infatti l’esigenza di una “sobrietà delle parole”. In queste giornate di sovraesposizione televisiva dei principali leader politici nazionali, ecco il richiamo a “non lasciarci abbagliare dalle luci della ribalta né coinvolgere dal clamore mediatico”.

La politica necessita di sobrietà nelle parole, di un silenzio operoso e di uno sguardo attento alla storia e ai suoi mutamenti.

Il Presule non si nasconde come il dibattito politico attuale risulti essere sterile, senza contenuto; ecco quindi che sorge la domanda: “Che cosa ne è oggi della politica?”

La politica è “mera ricerca di un potere da esibire, forse più che da utilizzare” le questioni vere “non sono più centrali”.

Non è quindi solo un problema di corruzione economica, ma politica: è il “non uso della politica da parte di chi dovrebbe esercitarla”.

Agli amministratori locali segue un invito che apparentemente può suonare singolare: “responsabilizziamoci verso la globalizzazione!”  in quanto la sfida per Tettamanzi è di “tenere insieme il bene locale e quello dell’intera umanità”.

La domanda di sicurezza proveniente dalla popolazione non è solo rivolta alla tutela contro ladri e banditi, ma vi  è altro. Vi è la “paura dell’ignoto e del diverso”.

Ecco perchè il bravo amministratore è chiamato a “allargare gli orizzonti, a costruire la pace come obiettivo comune” a pensare l’accoglienza come “regola di questa nuova e moderna comunità”

Il Cardinale più volte invita i presenti a volare alto, a ripensare la politica, ricorrendo anche ad immagini suggestive come “non c’è politica se non c’è un sogno da tradurre nella realtà”.

Ed ecco quindi l’attualità delle parole di Don Primo Mazzolari pronunciate subito dopo la seconda guerra mondiale, una vera frustata alla classe politica: “per chi ha bisogno unicamente di arrivare al potere e di tenerlo a qualsiasi costo è più redditizia l’apparizione delle comparse che quella dell’uomo”.
Italian Informazione: Tettamanzi, i Tg? Mi piacciono poco
Feb 06, 2006
In un incontro a Milano il Cardinale Dionigi Tettamanzi affronta anche il nodo della proprietà dei media

(vita.it, 30/01/2006) Cosi' come sono fatti, ''i Tg non mi piacciono tanto''. Parola di Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, che nella settimana in cui si celebra S.Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, ha voluto rispondere alle domande di alcuni rappresentanti dei media, approfondendo anche temi importanti come quello della liberta' di stampa, della verita', il ruolo degli editori, affrontando temi come quelli dell'economia e del lavoro, del ruolo educativo del giornalismo. Rispondendo appunto a una domanda rivoltagli proprio da una giornalista del Tg1 (Tiziana Ferrario), Tettamanzi ha detto: ''I Tg italiani mi piacciono ... non tanto. Avrei potuto dire 'mi piacciono poco', ma il 'non tanto' mi sembra piu' dolce''. E ha spiegato: ''Mi sembra che spesso il tg diventi la fiera delle parole, delle opinioni, piu' che la rassegna dei fatti. Mi sembra che vengano presentate le diverse opinioni, ma vengono poi a tal punto enfatizzate che infine uno inesperto come l' arcivescovo di Milano si trova di fronte a tante e diversificate opinioni. E alla fine si chiede, ma queste opinioni riguardano quale fatto in concreto?''. Secondo Tettamanzi in definitiva, ''c'e' una attenzione cosi' preponderante, addirittura esclusiva sulle opinioni, che alla fine i fatti non vengono presentati e chiariti a sufficienza''. Inoltre, il Cardinale ha ''l'impressione che spesso si dia risonanza nazionale a fatti pure gravi, che pero' sono circoscritti nell'ambito del nostro Paese. Io non so se tutto quello che succede debba essere oggetto di una televisione nazionale''. E poi, ''talvolta nell'ambito della cronaca ho l' impressione che il rispetto della dignita' personale di tutti e di ciascuno, proprio attraverso le immagini o le interviste, non sia sempre onorato. Penso che la gente semplice, ma non per questo meno sensibile ai valori, chiederebbe davvero di piu' soprattutto da un servizio che ha tra l'altro, lo si voglia o no, un peso educativo davvero unico''. E ancora: ''Bisogna che i Tg non guardino solo il nostro Paese ma guardino il mondo intero. Noi abbiamo bisogno nel contesto della globalizzazione attuale di essere aiutati ad essere cittadini, non soltanto della nostra bella Italia, ma del mondo intero''. Inoltre, Tettamanzi ha ''l'impressione che certe notizie, che nascondono di per se' problemi molto impegnativi che si prestano a un dibattito anche molto forte, troppo velocemente poi vengono archiviate, perche' l'istanza di presentare sempre qualcosa di nuovo prevalga sull'istanza che l'informazione sia anche l'aiuto ad andare in profondita'''. Quanto alle differenze fra i Tg delle tv pubblica e commerciale, Tettamanzi non ha dubbi: entrambi sono mezzi informativi e comunicativi, ma il Tg come servizio pubblico ''in una maniera piu' aperta, piu' dichiarata, vorrei dire 'per definizione', deve porsi al servizio di questo bene comune'' e ''richiede in maniera piu' perentoria che l'informazione non sia parziale ma sia universale, che l' attenzione sia non alle opinioni soltanto ma in primo luogo ai fatti'', ''ai problemi veri, concreti, sofferti da parte di tutti''. ''Poi - ha continuato il Cardinale - servizio pubblico significa non solo far passare nelle orecchie degli ascoltatori tutte queste cose, ma aiutarli a essere protagonisti, quindi a farsi interpellare da tutto cio' che viene comunicato, interpellare nel senso che proprio grazie alla comunicazione le persone, sia singole che come comunita' possano assumersi la propria responsabilita' di fronte a quanto avviene''. Tutto in omaggio al 'bene comune', che per Tettamanzi e' ''il bene di tutti''. Ma ''e' possibile raggiungere tutti quando si ha il coraggio di cominciare dagli ultimi. Perche' i primi - ha affermato - non hanno bisogno di essere sostenuti e aiutati proprio perche' sono i primi a utilizzare quanto la realta' offre, mentre sono gli ultimi quelli che vanno in qualche modo privilegiati, solo cosi' e' possibile raggiungere il bene veramente e pienamente comune''. E ha citato, Tettamanzi, una frase detta al momento del suo arrivo alla diocesi di Milano: ''I diritti dei deboli non sono diritti deboli, ma sono diritti esattamente uguali e totalmente uguali ai diritti di tutti''. La televisione commerciale invece ''per sua natura - cosi' il cardinale ha concluso la sua lunga risposta - si pone come una tv che intende presentare una informazione riduttiva. Nel senso che a partire da una determinata concezione della vita vorrebbe sottolineare in particolare il bene di alcune categorie. Oppure una prospettiva piu' mercantilistica delle esigenze umane, oppure una appartenenza piu' esplicita a una determinata forza politica. Cio' che l'onesta' chiede e' che se la tv commerciale ha un progetto riduttivo, sia detto, sia dichiarato''.
''Vogliamo un giornalismo serio, vero,umano e umanizzante. I giornalisti devono essere uomini veri che sappiano amare gli altri uomini''. E' il parere dell' arcivescovo di Milano, Cardinale Dionigi Tettamanzi che, rispondendo oggi alle domande dei giornalisti che lo hanno intervistato pubblicamente al Circolo della Stampa sugli attuali problemi dei media, ha espresso le sue valutazioni in merito a vari argomenti. Di fronte ai tanti problemi che gli sono stati posti, come il cambiamento che ha subito il giornalismo negli ultimi anni, quella 'mutazione genetica' che ha condotto oggi a dar piu' importanza alle dichiarazioni 'a margine' di un convegno (commenti e opinioni) piuttosto che ai fatti pur importanti che vi si dibattono, oppure alla situazione dell'editoria sempre piu' concentrata nelle mani di poche persone, o ancora al fatto che all'esplosione dei media non sia corrisposto un'uguale opportunita' per i giornalisti di raccontare i fatti; a questa visione pessimistica del giornalismo ridotto a una sorta di 'brusio o di sceneggiatura', dove solo pochissime notizie vanno a finire in pagina, Tettamanzi ha risposto in sostanza che fare il giornalista e' difficile, che ''prima di essere giornalisti bisogna essere uomini veri''. ''La regola prima e unica perche' onnicomprensiva di tutte le regole deontologiche e anche etiche del giornalista e' - per Tettamanzi - anche il sapere che si scrive non per l'editore, ma per tutti''. Perche' ''prima di essere razionalita' l'uomo e' relazionalita', l'uomo e' uomo perche' non crolla sulla sua solitudine ma e' donazione di se' agli altri''. Quindi ''la prima regola di un buon giornalista e' scrivere non per se' ma per gli altri''.
E in questa regola del 'bene comune', il cardinale accomuna anche gli editori, rispondendo a Riccardo Bonacina dice: ''l'aspetto piu' preciso della proprietà va affrontato in base all'esigenza del perseguimento irrinunciabile del bene comune. Quando parliamo di informazione guardiamo in maniera privilegiata ai giornalisti mentre il nostro sguardo dovrebbe puntare innanzitutto agli editori. Credo che essere proprietari di giornali, di televisioni, abbia sempre comportato ma oggi comporti in maniera particolare una piu' grande responsabilita'. E' legittima la preoccupazione da parte della proprieta' di far tornare i conti. L'aspetto economico e' importante, ma e' anche vero che l'aspetto economico in questo settore non puo' essere l'unico criterio per decretare il successo di una missione mediatica. Un editore deve avere come sua missione di promuovere l'informazione per il bene comune. Deve avere il coraggio di interrogarsi se il suo progetto intende perseguire questo fine o semplicemente fare dei guadagni. In questo senso e' necessario superare l'ansia degli indici di ascolto e l'eccessiva dipendenza dai mercati pubblicitari''. E a chi gli ha posto il tema del giornalismo economico, Tettamanzi ha risposto che ''non bisogna avere paura dei soldi, bisogna amarli i soldi, ma - anche qui - bisogna amarli da uomini, da uomini veri. Allora - ha concluso - i soldi non sono l'assoluto, ma sono uno strumento che va posto al servizio della promozione umana autentica, di tutti e di ciascuno. 'Non e' l' uomo per il sabato, ma e' il sabato per l'uomo'. Cioe': non e' l'uomo per il denaro, ma il denaro per l'uomo''.
Italian L'incontro di Tettamanzi coi giornalisti
Feb 02, 2006
'Compito dei giornalisti è quello di essere uomini veri, che sanno amare gli altri uomini, sapendo che il bene più prezioso è la libertà'. Infine: 'C'è bisogno di un'alta qualità dell'informazione'

(Il Giorno) Milano, 28 gennaio 2006 - ''Compito dei giornalisti oggi e' quello di essere uomini veri, che sanno amare gli altri uomini, sapendo che il bene piu' prezioso e' la libertà''. Lo ha detto l'arcivescovo di Milano, Cardinale Dionigi Tettamanzi, incontrando questa mattina i giornalisti al Circolo della Stampa di Milano.

Davanti ai microfoni e alle telecamere, il Cardinale ha aggiunto che ''la libertà e' la dignità di ogni persona. E' qualcosa di pesante, non e' andare in tutte le direzioni, ma perseguire il bene della persona umana''.

Rispondendo a una domanda, Tettamanzi ha affermato che i giornalisti ''hanno una altissima responsabilita': alla persona devono presentare i fatti, lasciando al giudizio del lettore il compito di trarre le proprie conclusioni''. Il cardinale Tettamanzi leggendo i giornali a volte si sente ''un po' deluso, perche' - ha spiegato - un mezzo cosi' popolare e cosi' incisivo merita di essere usato per rispettare la verita', per promuovere la verita', per sostenere la responsabilita' di tutti. Penso - ha concluso - che ci sia bisogno di un'alta qualita' della comunicazione: non ci si puo' accontentare di informare comunque, ma l'informazione dentro di se' ha una esigenza profonda, quella di essere sempre e solo al servizio della persona'.
Italian Il coraggio del silenzio secondo Tettamanzi
Feb 01, 2006
Questo l'invito posto ai giornalisti dal Cardinale di Milano durante l'incontro tenutosi presso il Circolo della Stampa di Milano in occasione della festa del Patrono della categoria, San Francesco di Sales.

(vocedimilano.it, 29-1-2006) Non una tradizionale tavola rotonda, ma una confessione, laica e allargata. Così si può definire l’incontro dal titolo: “La notizia, l’uomo, il testimone” tenutosi tra il Cardinale Dionigi Tettamanzi e i giornalisti nella giornata di sabato presso il Circolo della Stampa di Milano.

Nella sala grande del Circolo, ricca di stucchi e ori,  si sono confrontati con il Presule quattro operatori dell’informazione provenienti da diverse esperienze professionali: Gianfranco Fabi, Vicedirettore “Il Sole 24 ORE”, Tiziana Ferrario, volto noto della televisione italiana, conduttrice e inviata del Tg1 Rai, Riccardo Bonacina, Direttore editoriale di “Vita”, rivista che dà voce al mondo del no profit e volontariato, Roberta Filippini, cronista dell’Ansa, moderati da Alessandro Zaccuri, conduttore de “Il grande Talk” di Sat 2000.

Ognuno dei protagonisti ha portato innanzitutto la propria testimonianza di vita; Zaccuri ha ricordato all’inizio uno dei moniti di S. Francesco di Sales, Patrono dei giornalisti, contenuto all’interno dell’opera “Vita devota”: “Cercate le virtù migliori, non le più appariscenti”

Nel suo saluto iniziale Franco Abruzzo, Presidente dell’ Ordine dei Giornalisti della Lombardia,  ha sottolineato come rispetto a trent’anni fa mancano le basi di un confronto tra giornalismo e attività sociale; al contempo però è cresciuta la consapevolezza dell’importanza della deontologia professionale la quale deve mantenere come punto costante la dignità dell’uomo.

Si diceva di una grande confessione; questa occasione è stata infatti anche una rivisitazione del ruolo del giornalista nella società attuale.

Molte volte l’operatore dell’informazione rischia, secondo Fabi, di alzare il cinismo e l’ipocrisia a valore mentre vi è sempre più bisogno di umanità.

Il giornalista dovrebbe avere la consapevolezza, secondo il vicedirettore de “Il Sole 24 ORE” ,di mantenere una forte tensione etica, un impegno educativo, come quello rilanciato nel “Manifesto all’Educazione” del dicembre scorso.

Il Cardinale Tettamanzi ha ricordato come “solo dove l’uomo è vero vi sarà notizia buona”; riprendendo la sottolineatura sull’educazione, il Presule ha ribadito come: “ sempre si fa educazione, in negativo e in positivo; l’educazione è un fatto ineliminabile”.

L’invito dell’Arcivescovo è a mantenere presente come “il primo segno distintivo non viene dal giornalista, ma è all’interno dell’Avvenimento <la nascita del Salvatore ndr> stesso. Questa è la Notizia che si fa carne umana”

Tiziana Ferrario, partendo dalla sua esperienza di inviata di guerra ha posto il problema della responsabilità etica del giornalista in particolare alla luce del rischio di una propaganda ove gli stessi operatori dell’informazione possono essere usati e visti come testimoni scomodi.

La conduttrice del TG1 ha ricordato come l’Italia sia classificata al settantanovesimo posto a livello mondiale per la libertà d’informazione, visti anche i problemi legati alla concentrazione di proprietà dei mezzi d’informazione.

A precisa domanda della videogiornalista, il Cardinale non ha nascosto come “i Telegiornali italiani mi piacciono non tanto”, in quanto secondo il Presule sono “la fiera delle parole”, ricchi di opinioni, ma non aderenti ai fatti.

Quei fatti, quelle notizie vere di cui invece è alla ricerca Riccardo Bonacina; il direttore di Vita ha ricordato come vi sia sovrabbondanza di comunicazione, ma quanto ci viene raccontato non si riferisce alla nostra vita quotidiana, l’agenda degli avvenimenti ci viene imposta da fuori.

Ecco l’invito provocatorio di Bonacina: “raccontare la realtà deve anche portare a un coinvolgimento” e “cercare le notizie tra quelle che finiscono nel cestino delle redazioni. Quelle sono le cose reali”.

Il direttore di Vita ha indicato come nelle notizie la “persona non venga mai invocata” ed ecco la citazione di Charlie Brown, personaggio dei Peanuts che riassume a suo modo la condizione del giornalista al giorno d’oggi: “So tutto, ma non conosco niente”.

Riprendendo questa frase, Tettamanzi ha rimarcato come: “proprio su questo punto si crea il rapporto centrale tra l’io e il tu. La regola prima e ultima è sapere che si scrive non per sé, ma per qualcuno”.

Ed ecco l’invito provocatorio agli operatori della comunicazione: ad avere, in alcune occasioni, il coraggio del silenzio.

Sul finale Roberta Filippini si è posta criticamente rispetto all’opinione comune che la gente non sia interessata a leggere cose serie; ecco quindi la perdita degli ideali che animavano gli anni iniziali della professione, il servilismo imperante che viene premiato invece che disprezzato.

Il Cardinale ha evidenziato come la Chiesa possa  sì richiamare a una correzione di rotta, ma il compito principale spetta ai giornalisti, in primis quelli che si dicono cattolici, che devono sentire questa istanza di serietà per migliorare il mondo della comunicazione.
Italian Le posizioni del cardinale Tettamanzi: una speranza di dialogo
Jan 16, 2006
Il 13 gennaio a Roma Arcigay organizza un convegno nazionale su diritto alla sessualità nella società dei credenti giovedì 05 gennaio 2006. Di Aurelio Mancuso, segretario nazionale Arcigay.

(gaynews.it) Il rispetto richiesto dal cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, nei confronti dei gay, è un buon segnale di disponibilità, che fra l’altro è sottolineato con l’esortazione dell’alto prelato rivolta alla Chiesa di saper ascoltare, incontrare e condividere quando incontra la sofferenza di una donna che vuole abortire o rispetto al tema dei diritti sollevati dalle coppie gay.

Naturalmente Tettamanzi non sposa le rivendicazioni dei movimenti delle donne e degli omosessuali, ma propone un atteggiamento assolutamente diverso da quello utilizzato negli ultimi anni dalle gerarchie vaticane, affermando che: «La Chiesa non impone la verità ma la propone, con amore e per amore».

Per noi il dialogo è uno strumento che può aiutare a conoscersi meglio, a superare esclusioni e pregiudizi che fanno soffrire milioni di gay e lesbiche credenti.

Di ciò parleremo nel convegno organizzato il 13 gennaio a Roma dal titolo “Il diritto alla sessualità nella società dei credenti”, con la partecipazione di esponenti dell’islam, dell’ebraismo, del protestantesimo, di organizzazioni di gay credenti e del cristianesimo di base, ma non purtroppo del cattolicesimo ufficiale, che non ha risposto al nostro invito.

La Chiesa cattolica deve percorrere ancora molta strada rispetto al riconoscimento della dignità delle persone omosessuali, che significano diritti di cittadinanza, tutela giuridica dei progetti di vita e nell’affettività, norme contro ogni forma di discriminazione sociale e lavorativa.

Al cardinale Tettamanzi riconosciamo, non da oggi, una sensibilità e una volontà di dialogo, che vorremmo fosse pratica condivisa in tutta la chiesa cattolica.
Italian Una nuova Bretton Woods: un dovere per l’Italia promuoverla
Jan 16, 2006
“Lei mi chiede se l’Italia può e deve promuovere la proposta di riforma del sistema economico e finanziario avanzata da un economista laico: la mia risposta è che non solo l’Italia può, ma deve promuoverla, per quanto appaia difficile, e sprigionare le energie necessarie per realizzarla”.

(movisol.org) Milano, 24 novembre 2003 – Così l’Arcivescovo di Milano, Card. Dionigi Tettamanzi, ha risposto alla domanda che gli era stata posta da Liliana Gorini, vicepresidente del Movimento Solidarietà, al termine di un’importante conferenza organizzata dal dott. Giuseppe Vigorelli, presidente dell’Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa di Milano, sul tema “orientamenti morali nell’operare nel credito e nella finanza”. La domanda era stata posta al termine di un significativo intervento dell’Arcivescovo, su come porre nuovamente l’Uomo e il Bene Comune al centro dell’attività economica e finanziaria, un invito rivolto ai 300 presidenti di banche e istituzioni finanziarie della City di Milano riuniti alla Fondazione Cariplo. Il Card. Tettamanzi ha sottolineato nel suo discorso, in cui si è spesso rifatto a Papa Montini, che “occorre offrire criteri, direzioni, linee guida affinché l’attività finanziaria sia al servizio dell’Uomo” e “al servizio del Bene Comune” e che quando, come oggi, la finanza è “avulsa dall’economia produttiva e dalla morale occorre sottrarre le imprese e il lavoro dall’aleatorietà della Borsa e castigare la corsa al guadagno a brevissimo termine privilegiando operazioni a lungo termine”. Al termine del suo discorso, la vicepresidente del Movimento Solidarietà gli ha chiesto: “Eminenza, nel suo discorso lei incoraggia misure che castighino la speculazione e promuovano investimenti nell’economia reale. Una proposta in questo senso, per una nuova Bretton Woods, un nuovo sistema finanziario e creditizio, è stata fatta qui a Milano dall’economista e candidato democratico LaRouche, un laico, ad un’altra conferenza indetta dall’Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa all’Università Cattolica, ed è stata ripresa da una mozione al Senato firmata da numerosi politici cattolici, tra cui il Sen. Giulio Andreotti. Lei pensa che l’Italia possa e debba promuovere tale riforma del sistema finanziario?”. La risposta dell’Arcivescovo è stata, appunto, che non solo l’Italia “può” ma “deve” promuoverla.
Italian CAPODANNO: CARD.TETTAMANZI RICORDA GIOVANNI PAOLO II
Jan 16, 2006
L'omelia del cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi, pronunciata in occasione di fine anno durante il Te Deum di ieri, e' stata caratterizzata dal ricordo di Papa Giovanni Paolo II e dalle lodi al suo successore Benedetto XVI.

(AGI, 01 gennaio 2006) Tettamanzi, riferendosi Papa Wojtyla, ha ricordato le folle "sterminate che, nel silenzio orante e nel pianto, hanno voluto visitare la sua salma, partecipare alle esequie, scendere, per interi mesi, senza fine, a pregare nella sua tomba. Gesti che ci dicono quante grazie di conversione e di santita' il Signore ha donato alla Chiesa attraverso questo grande successore di Pietro". Tettamanzi, poi, ha innalzato la "lode a Dio per il nuovo Papa Benedetto XVI, che lo Spirito ha scelto in modo tempestivo e che ora guida e sostiene nel suo ministero limpido e coraggioso, fedele alla tradizione viva della Chiesa e impegnato nella problematica fondamentale dell'eta' moderna, quella del rapporto tra fede e ragione, amato e seguito in continuita' e in crescendo da un gran numero di partecipanti alle celebrazioni liturgiche e alle catechesi". Il cardinale di Milano, infine, ha ricordato che il 2005 e' stato l'anno del "cinquantesimo dell'ingresso nella nostra Diocesi dell'arcivescovo Giovanni Battista Montini, divenuto Papa Paolo VI dopo otto anni di presenza cosi' intensa e significativa tra noi". Nel 2005, inoltre si "e' celebrato il 25esimo anniversario di ordinazione episcopale del mio amato predecessore, il cardinale Carlo Maria Martini".
Italian Il cardinale Tettamanzi tra i giovani di Taizé, prove di dialogo e unità
Jan 07, 2006
L'arcivescovo di Milano ai 50mila ragazzi dell'incontro promosso dalla comunità ecumenica francese: ''Siate espressione luminosa della vita''. Stasera, notte di preghiera, aspettando il 2006. Le emozioni dei partecipanti.

(Korazym, 31/12/2005) MILANO - "Voi giovani siate espressione luminosa della vita che rischiara le fatiche, le tristezze e le solidutini dell'esistenza. Questo incontro a Milano sia per tutti noi una tappa significativa del cammino inarrestabile della speranza". È il messaggio affidato dal cardinale Dionigi Tettamanzi ai 50mila giovani di Taizé. Al termine della seconda giornata di riflessione e incontro del Pellegrinaggio di fiducia sulla Terra, l’arcivescovo di Milano ha voluto partecipare alla preghiera comune negli spazi della Fiera. "Ringrazio la comunità di Taizé – ha detto il porporato - per il segno di comunione che l'incontro di questi giorni e questa nostra preghiera ci mettono nel cuore. Tutti vogliamo allargare il nostro cuore a partire dai cittadini di Milano, una città ricca di tradizioni, risorse, fede e sensibilità umana". ''La lettera incompiuta di frere Roger - ha aggiunto - è interessantissima, perchè aperta e, dunque, chiede di essere scritta. Questi giovani stanno scrivendo la lettera attraverso l'accoglienza e la proposta di Taizé, che è la proposta di saper dare risposte a domande difficili e angoscianti - che riguardano Dio e il rapporto con lui - ma che riemergono con continuità. Insieme a queste domande i giovani portano anche desideri: vogliono una vita più vera, più significativa, più bella. È il loro contributo per la costruzione della società di oggi”. Secondo l'Arcivescovo di Milano ''questi desideri e queste domande i giovani li vanno a cercare nel silenzio e nella preghiera, che non sono affatto un'evasione dalle realtà quotidiana ma affrontano questa realtà in modo nuovo,con la fiducia che viene data a chi sa accompagnarli e a chi sa essere testimonianza vera, alimentata dalla presenza invisibile ma concretissima che è Dio''. Parole forti accolte dagli applausi dei ragazzi, che hanno trovato nuovi spunti di riflessione da aggiungere a a quelli raccolti in questi giorni nelle numerose occasioni di dialogo: dai 42 seminari tematici al lavoro in piccoli gruppi sulla lettera di frère Roger, passando per la preghiera nelle parrocchie.
Italian Tettamanzi con i detenuti per l'amnistia
Dec 26, 2005
Appello comune per l'atto di clemenza: «Wojtyla aveva chiesto al Parlamento gesti concreti di riconciliazione. Lo hanno deluso»

(Corriere della sera, 25 dicembre 2005) MILANO - «Giovanni Paolo II ha lottato per noi. Ha chiesto al Parlamento gesti concreti di riconciliazione. Lo hanno deluso. Hanno appeso una targa in memoria della sua visita». Le parole pronunciate da un detenuto al cardinale Dionigi Tettamanzi sono state fatte proprie dall'arcivescovo di Milano nell'omelia della consueta messa natalizia celebrata nel carcere di San Vittore. Il cardinale ha riletto parola per parola, dicendo di condividerlo appieno, il messaggio del carcerato anche là dove aveva detto: «Ci saranno segnali di clemenza per noi? Possiamo ancora dire ai nostri figli che presto torneremo a casa? La voce della Chiesa si alzerà sempre per invocare clemenza? Ritorni la grazia nella nostra giustizia. Dalle autorità, che ringraziamo per la loro presenza qui, ci attendiamo un impegno concreto perché la salvezza dell'uomo non sia una chiacchiera, ma una rinascita di vita».

RISCATTO DALLE TENEBRE - Nel resto dell'omelia Tettamanzi ha invitato i detenuti a non rinunciare alla speranza e a farsi apostoli di pace perché «il riscatto delle tenebre non venga mai meno». «Ci sono situazioni - ha detto ancora - nelle quali la disperazione è tale da indurre alcuni a togliersi la vita. Ebbene: in quel momento il compagno di pena può e deve farsi apostolo di speranza».
Al termine, dopo aver ricevuto i doni (compreso un gioco, Criminal mouse, «con il quale Sua Eminenza potrà giocare con il proprio segretario» ha scherzato il cappellano), il cardinale si è tolto i paramenti e tra gli applausi è andato a stringere le centinaia di mani protese attraverso le sbarre dei raggi. Ed è stato in quel momento che nell'esagono in cui si affacciano i corridoi dei raggi è rimbombato il coro «indulto, amnistia, libertà», ma non ci sono mai stati momenti di tensione. Il cardinale non ha smesso di stringere mani e di sorridere a tutti. C'è anche chi gli ha fatto giungere un messaggio personale attraverso il comandante delle guardie. Il presule lo ha preso con sè prima di visitare il centro clinico. Il contenuto del messaggio non è noto.

ASSENTE FIORANI - Ad assistere alla messa c'erano centinaia di reclusi. Non c'era l'ex ad di Bpi, Gianpiero Fiorani. Tra le autorità il sindaco Gabriele Albertini. Al termine, quando il cardinale è uscito, è arrivato il presidente della provincia Filippo Penati per discutere con il capo del dipartimento Luigi Pagano dell'iniziativa tesa a offrire alle mamme detenute con i loro figli la possibilità di condividere uno spazio fuori da San Vittore. Sempre in mattinata sono arrivati anche alcuni deputati, tra i quali Giuliano Pisapia, per assicurare ai detenuti l'impegno a sostenere l'iniziativa parlamentare dell'amnistia.
Italian Natale degli sportivi: lunedi' 12 in 7mila tra atleti e dirigenti
Dec 16, 2005
Oltre 7000 tra atleti e dirigenti sportivi sono attesi al Palamazda, lunedì 12 dicembre alle ore 20.30, in occasione del Natale degli Sportivi.

(calciomercato.com, 09 dicembre) Ad attenderli - si legge su acmilan -, con i suoi modi paterni e accoglienti, il Cardinale di Milano S. E. Dionigi Tettamanzi che ha dato appuntamento a tutto il mondo dello sport ambrosiano professionistico e amatoriale in occasione delle prossime feste natalizie.
Sarà una serata indimenticabile per quanto il Cardinale dirà e per l’affetto che da sempre riserva a tutti gli sportivi.
In programma le splendide esibizioni di Igor Cassina (campione olimpico alla sbarra) e di Chiara Stefanazzi (pluricampionessa mondiale di twirling).
Saranno premiati dall’Arcivescovo di Milano gli allenatori dei club sportivi milanesi di maggiore prestigio: attesa la presenza di Carlo Ancellotti (AC Milan), Roberto Mancini (FC Internazionale), Lino Lardo (Armani Jeans), Adolf Insam (Vipers Milano), oltre a una nutrita rappresentanza di allenatori di squadre amatoriali.
La serata del Natale degli Sportivi 2005 sarà dedicata, in particolare,ai giovani e giovanissimi: musica, festa, animazione e giochi saranno, infatti, tra gli ingredienti principali dell’appuntamento di lunedì prossimo.
Nell’attesa ricordiamo quanto disse il Cardinale Tettamanzi lo scorso anno: "...Mettiamoci tutto il nostro cuore per fare più bello e più pulito lo sport...".
Italian "Pari dignita' e diritti per i cittadini venuti da lontano"
Dec 16, 2005
“Uomini di pari dignità, eguali davanti alla legge e rispetto alle opportunità, qualunque sia la razza, la religione, la cultura. Uomini a cui si ‘riconosce’ pienamente – non si ‘concede’ – il diritto a partecipare alla vita pubblica in tutte le diverse forme possibili.“

(ilpassaporto.it, 07 dicembre 2005) MILANO – „Uomini che hanno cittadinanza, piena dignità, diritto ad abitare la città, a partecipare alla sua costruzione”. Nel tradizionale discorso alla città in occasione della festa patronale di Sant’Ambrogio, l’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi invoca il diritto di voto e il pieno riconoscimento del diritto di cittadinanza agli immigrati, “cittadini venuti da lontano”, come li definisce più volte davanti a tutte le autorità cittadine, dal sindaco Albertini al nuovo prefetto Gian Valerio Lombardi.

E’ un discorso forte, tutto politico, quello che l’arcivescovo pronuncia solennemente nella basilica di Sant’Ambrogio, alla vigilia della prima alla Scala. Tettamanzi, che nella basilica ha ricevuto i rappresentanti delle maggiori comunità straniere, non ha parlato di fede, ma di problemi sociali, politici e amministrativi della città. E ha puntato dritto sulla questione dell’integrazione degli immigrati, affrontando il tema da più angolazioni, prevedendo che il “futuro del mondo sarà sempre meno nazionale ed etnico, e sempre più globale e necessariamente multietnico”.

Gli ostacoli sulla via sono ancora molti, soprattutto dopo l’11 settembre. Tettamanzi non lo nasconde: “La tragedia del terrorismo ha segnato e segna la nostra vita. La disintegrazione della vita comunitaria ha recato con sé nuove, oscure ed inconfessabili paure. C’è un assassino all’angolo di ogni strada; una prostituta o uno spacciatore lungo la via principale; un commando di terroristi ad ogni stazione della metropolitana”. Ma il suo invito è a superare la paura e la diffidenza e anzi a fare uno sforzo in più, a “riconoscere anche la paura dei nuovi venuti”.

Certo, la strada non è né semplice, né breve per costruire quella città dove le “relazioni fra gli uomini siano accoglienti”, quella “comunità di cittadini” dove “la fraternità stia accanto alla libertà e all’eguaglianza”. E’ una strada in salita perché “non si vive senza gli altri. Ma ciò significa anche che non si vive senza lottare con loro. E’ una sorta di paradosso. Per vivere la fraternità, bisogna accettare il conflitto, la fatica di vivere ‘con’ gli altri”.

Per spiegare come risolvere la contraddizione, il cardinale ha ricordato quel che successe agli italiani, quando erano loro ad emigrare: “Non ci faceva piacere che gli altri pensassero alle nostre comunità come soggette alla mafia”. E il suo invito agli italiani oggi è un invito a non cadere nello stesso luogo comune: “Dunque perché ogni piccola comunità islamica deve essere per forza una cellula terroristica? Non bisogna abbassare la guardia sul terrorismo, ma bisogna saper distinguere. Respingendo gli stranieri per paura, senza distinzione alcuna, non decidiamo di rinchiuderci, di separarci? Se ci rifugiamo in un ‘felice deserto’ la nostra vita sarà irrimediabilmente condannata alla mediocrità. Essa sarà al riparo dagli altri, ma non dalla nostra meschinità. E può accadere che ne scopriamo tragicamente il fallimento”.

Guai, conclude Tettamanzi, quando “la città interpellata sulla cittadinanza non riesce a sciogliere l’enigma delle nuove culture e delle nuove religioni”. Guai se “rinuncia al fraterno colloquio” con le diversità perché rinuncerebbe a “costruire una società più umana per tutti”.
Italian 'Fra uomini un colloquio fraterno'
Dec 16, 2005
Il Discorso tenuto dall'Arcivescovo nel corso della funzione vigilare, si è appellato al principio secondo cui la qualità delle relazioni umane rende migliore la qualità della vita.

(Il Giorno) Milano, 6 dicembre 2005 - Il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, nel suo Discorso alla città alla vigilia di Sant'Ambrogio ha sottolineato che ''non ci puo' essere vera citta' se manca una vera relazione fra gli uomini':il bisogno di rapporto fra le persone che della citta' si devono tutte occupare, accettando anche i conflitti".

''Per quanto possano navigare la nostra fantasia e la nostra immaginazione - ha sottolineato -, noi siamo qui e non altrove. Allora la storia va assunta, dobbiamo occuparcene''.

Secondo il cardinale, ''a tutti giova una societa' diversa e resa migliore dalla qualita' delle relazioni e dall'assunzione di responsabilita' nella storia''. E per questo e' necessario il colloquio, anzi ''un fraterno colloquio''.

''Non si vive senza gli altri - ha spiegato l'arcivescovo - e questo significa anche che non si vive senza lottare con loro''. ''Per vivere la fraternita' - ha proseguito - bisogna accettare il conflitto, la fatica di vivere con gli altri e, di piu', per gli altri. Non bisogna venir meno alnostro diritto-dovere di vivere nella comunita' e non come estranei ad essa, lontani, quasi sperduti in un felice deserto dove l'isolamento e' la condizioneideale per vivere a capriccio tutto cio' che si vuole e come si vuole''.

Il ''felice deserto'', ha ammonito il cardinale, diventa una ''vita irrimediabilmente condannata alla mediocrita', una vita vissuta a meta'''.
Italian olla a Oggiono per il cardinale
Dec 04, 2005
Una folla enorme ha partecipato ieri pomeriggio all’inaugurazione del nuovo palazzetto dell’oratorio «San Filippo Neri e sant’Agnese», avvenuta alla presenza dell’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi.

La Provincia di Lecco, 29-11-2005) OGGIONO - Molte anche le autorità - religiose, civili e militari - intervenute a sottolineare l’importanza dell’evento.

Con un corale conto alla rovescia, la “ola” e un tifo da stadio gli «Arcivescovo boys» hanno accolto ieri - al grido «Dionigi, Dionigi» - il cardinale al suo ingresso nel nuovo palazzetto dell’oratorio.

L’Arcivescovo di Milano, abituato ai bagni di folla, ieri ha esordito dal palco: «Sono contento, anzi contentissimo di essere finalmente arrivato all’oratorio di Oggiono».

Ha quindi esortato: «Bambini, adolescenti, giovani: l’oratorio siete voi. La struttura è bella, ma voi siete chiamati a farla ancora più bella, sempre nuova perché viva, per voi e per tutti quelli che, vedendovi, impareranno ad amare lo stare insieme, il crescere nei valori e nella libertà».
Italian Il Cardinale Tettamanzi accoglie Papa Benedetto XVI all'Università Cattolica
Dec 04, 2005
"Ci rivolgiamo a Benedetto XVI per essere illuminati sul nostro servizio all' ateneo". E' quanto ha affermato il cardinale arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, nel suo discorso all' inaugurazione dell' Anno accademico dell' Università Cattolica del Sacro cuore, cui oggi partecipa Papa Benedetto XVI.

(Radio Amicizia, 25 nov 2005) Tettamanzi ha parlato in qualità di presidente dell' istituto Giuseppe Toniolo, sottolineando il "servizio oggi forse più delicato e impegnativo che deve tener conto di uno sviluppo sempre più grande dell' università e, ancor più, del mutato contesto italiano, europeo e mondiale in cui si svolge". "Proprio per questo - ha aggiunto l' arcivescovo di Milano - deve continuare ad assicurare, anzi deve ravvivare la fedeltà alle sue radici, ai suoi principi ispiratori e ai suoi fini statutari". "Certamente oggi l' Università Cattolica - ha proseguito il card. Tettamanzi - registra un grande sviluppo ed opera in una situazione sociale e culturale profondamente mutata rispetto al passato. Ma questo non annulla né diminuisce l' importante funzione dell' istituto Toniolo, al contrario la conferma e l' accresce ancora di più".
"Vorrei che in questo momento l'intera famiglia della Cattolica si sentisse unita, sotto gli occhi di Dio, all'inizio di un nuovo tratto di cammino nell'impegno scientifico e formativo". E' quanto ha detto Benedetto XVI nel suo discorso di apertura dell'anno accademico dell'università del Sacro Cuore. "Sono spiritualmente qui con noi Padre Gemelli e tanti altri uomini e donne che con la loro dedizione illuminata hanno fatto la storia dell'Ateneo. Sentiamo vicini anche i Papi, a cominciare da Benedetto XV fino a Giovanni Paolo II, che hanno avuto sempre uno speciale legame con questa Università".
English Saints testify hope in world
Nov 06, 2005
"The saints testify the hope there is in the world, a hope which the world needs a lot. Hence, it needs saints, especially where evil gains the upper hand".

(AGI) - Milan, Italy, Nov.1 – These are words of Milan archbishop, cardinal Dionigi Tettamanzi, celebrating the All Saints mass, and quoting pope Benedict XVI at the WYD in Cologne: "throughout history, the saints have been the real reformers, leading the peoples out of darkness. The real revolution, the real changes, comes from the saints, from God. It's not ideologies that can save the world".

The cardinal said he is very negatively impressed by "the evil spreading throughout the world in several forms. We are impressed by the terrible natural disasters and by human iniquity that pollutes the heart and unleashed hatred, injustice, violence, wars, terror, death and, above all, sin! The foremost concern regards the moral and religious condition of society, but even the superficiality and mediocrity of the very ecclesiastic communities".
Italian Il cardinale Tettamanzi difende la famiglia
Sept 27, 2005
È «inaccettabile» equiparare o assimilare una coppia di fatto a una coppia che ha deciso di sposarsi. Ma proprio per questo l´attuale dibattito sulle coppie di fatto è «pericoloso».

(L'Adige, 26 settembre 2005) MILANO - Perchè «sposta l´attenzione» dal problema vero, e cioè dal concetto di matrimonio in sè, rischiando di esaurirsi su casi marginali. In questi termini l´arcivescovo di Milano, Card. Dionigi Tettamanzi, è intervenuto ieri sulle recenti polemiche riguardanti i cosiddetti pacs. Tettamanzi ha ribadito che il dibattito oggi in corso in Italia dovrebbe riguardare in primo luogo la decisione delle persone di unirsi in matrimonio. La decisione, cioè, di far nascere una famiglia. È una decisione così seria e importante, e che a tal punto riguarda tutti i giovani, che andrebbe dalla politica agevolata e tutelata. Invece il dibattito in corso rischia di spostare l´attenzione da questo tema vero, cioè il tema del matrimonio, per esaurirsi su casi marginali. «Il dibattito attuale circa le ipotesi e le proposte di riconoscimento giuridico pubblico delle unioni di fatto - scrive Tettamanzi - oltre il fatto sostanziale di un´inaccettabile equiparazione o assimilazione al matrimonio, si presenta assai pericoloso anche per il fatto di spostare - con il rischio di diminuire se non di esaurire - l´attenzione e l´intervento politico-istituzionale a casi marginali». Secondo l´arcivescovo di Milano, «il desiderio di una famiglia fondata sul matrimonio è presente nel cuore dei giovani». Quel desiderio dei giovani, sottolinea Tettamanzi, «è un bene assai prezioso, che ritorna a vantaggio dei singoli e dell´intera società».

«Ingerenze neointegraliste». Così il segretario di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti definisce le parole del cardinale Camillo Ruini sui Pacs. Il leader comunista poi si rivolge anche a quei leader dell´Unione che sono in disaccordo sui Pacs per affermare che «l´assenza di diritti per le coppie di fatto, cioè una cosa che c´è, è semplicemente assenza di civiltà». A Bertinotti replica Formigoni: «Ciò che la Costituzione tutela è la famiglia e non possiamo che fare riferimento alle parole della Costituzione. Credo - ha aggiunto - che la politica debba essere innanzitutto orientata a promuovere delle politiche che aiutino la famiglia».
Italian Non c’è identità senza dialogo
Sept 25, 2005
"Il dialogo non e' contrastante con l'individuazione dell'identita', ma una condizione. Cancellare il dialogo significa cancellare l'identita'. Questa non puo' prescindere dalla relazione con gli altri".

(AGI) - Milano, 8 set. 2005 - Cosi' il cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, a margine della presentazione del piano pastorale della Diocesi, risponde a chi gli chiedeva cosa ne pensasse dell'espulsione degli Imam di varie citta' italiane. Tettamanzi non risponde direttamente alla domanda, ma sottolinea piuttosto un atteggiamento che deve essere necessariamente "alto", e individua la "traettoria umana che deve essere seguita: incontro, dialogo e integrazione".

Tattamanzi, poi, ricorda il suo discorso alla citta' per le celebrazioni della festivita' di Sant'Ambrogio, a proposito del diritto di cittadinanza, che, in taluni casi sembra essere negato o che individua i cittadini di serie A e di serie B: "Va contro tutto il senso del discorso alla citta' che ho fatto nel 2004 e cioe': tutti devono sentirsi cittadini, non solo ospiti accolti, ma ospiti con onore". E a proposito del meticciato, il cardinale sottolinea che guai se non si parlasse di identita': "e' qualcosa di sostanziale, ognuno ha un suo io, ciascuno ha il proprio io che ha dentro il dna dell'incontro, del dialogo e della relazione con gli altri. Un io aperto al tu".

A chi gli chiedeva della scuola coranica di Via Quaranta a Milano, Tettamanzi ha risposto: "Arriviamo sempre troppo tardi.

Il problema non e' di oggi, ma di ieri. Ora siamo in una situazione di emergenza e si cerca di trovare la strada piu' giusta per affrontare il problema". E a tale proposito il cardinale di Milano torna sul concetto di dialogo: "Continuare ad alimentare il dialogo, una cultura dell'incontro, perche' dialogo significa, anche stare in ascolto, per arrivare ad una giusta integrazione. Il cammino e' lungo e faticoso e questi passi non si possono fare quando c'e' emergenza. Mi chiedo se sono state sufficientemente ascoltate le famiglie di questi ragazzi.". Ma Tettamanzi conclude ribadendo "la traettoria umana che deve essere seguita" per affrontare queste problematiche.
English The Church is Resplendent with the Light of Christ”
Jul 15, 2005
«You are Peter and upon this rock I will build my Church» (Mt 16.18). This saying of Jesus is the indestructible foundation and the deepest motivation that makes sense of what we have experienced in these last weeks. By Cardinal Dionigi Tettamanzi, Archbishop of Milan.

(30Days, May 2005) It is, in fact, this affirmation of Jesus that explains the love that the Christian people nurtures for the Pope, for every Pope.

The words of Jesus come at the end of a close and ever more absorbing conversation between Jesus and his disciples. They are the response and seal of the Lord Jesus Himself on the incisive profession of faith of the apostle Peter: «You are the Christ, the Son of the living God». This is the same extract from the Gospels that was read in the silence of the Sistine Chapel in the late afternoon of Tuesday, 19 April.

Immediately after the new Pope had accepted his canonical election as Supreme Pontiff and had chosen to call himself Benedict XVI. What took place on a far off day in the decisive dialogue between Peter and Jesus, was in that precise moment renewed and realized yet once more between the same Lord Jesus and the new Peter, who had the name and face of Cardinal Ratzinger.

I am certain that the remarkable and strong personality of the new Pope will reveal itself bit by bit, in the unfolding of his pontificate.

There is a trait in the historical sequence and personality of the new Pope that I like to emphasize. It is the trait of fidelity to the Council and to its implementation.

And today it is still the Council that gives direction to the ministry just begun by the new Pope. He, in fact, in the wake of the late-lamented John Paul II, intends to continue along the path of the third millennium «carrying the Gospel in his hands, applied to the actual world through the authoritative rereading of Vatican Council II», as he said in the words pronounced in the Sistine Chapel the day after his election. Now, «where Peter is there is the Church of Milan», as one of my predecessors, Luigi Nazzari of Calabiana, used to sustain, taking up the known expression of our father Saint Ambrose («Ubi Petrus, ibi Ecclesia»). Yes, our Church also commits itself to moving in fidelity to Vatican Council II.

This Council, in fact, pointed with fresh vigor for the men of our time to Jesus Christ as «the light of mankind» and wished «ardently to illuminate all men with the light of Christ that is reflected in the face of the Church, announcing the Gospel to every creature» (Lumen Gentium, n. 1). As our Saint Ambrose said already: «The Church shines not with its own light, but with that of Christ and takes its own splendor from the Sun of Justice» (Esamerone IV.32).

Whoever fixes his look on Christ the Lord and in faith recognizes Him as the unique, universal and necessary Savior of man and of the world, is involved in the missionary dynamism of the Church: he becomes a witness to Him, the Risen One. As the Pope said on Sunday 24 April, «we exist to show God to men», to proclaim to all, with the word and our lives, that «there is nothing more beautiful than being reached, surprised by the Gospel, by Christ. There is nothing more beautiful than knowing Him and communicating to others our friendship with Him».

Whoever fixes his look on Christ the Lord, carries out his fervent wish, his precise will: ut unum sint (John 17.21), and walks on the path of ecumenism. And again: whoever fixes his look on Christ opens himself to inter-religious dialogue, opens himself – in truth and love – to man, to all men and to each one, in particular to the many people who live in the wasteland.

The request that the new Pope made and continues to make with singular insistence is striking: the request for the precious support of our prayers. «Pray for me»: this is the request, or rather the extremely personal and strong exhortation that Benedict XVI made to me also in the brief but very emotional moment of greeting and homage in the Sistine Chapel immediately after his election and again on the morning of Friday 22 April at the end of the meeting with all the cardinals. Kneeling in front of him, I told him of the closeness and affection of all of our Ambrosian church for him and referred to the prayers that accompanied him. And he addressed me, in a tone both firm and emotional at the same time, with these simple, but incisive, words: «And pray for me!».

May the Most Holy Mother of Jesus and of the Church, our Little Madonna, reach Benedict XVI, from the highest spire of the Cathedral, with her look and her smile and accompany him in his service as universal pastor.
Italian Le ragioni scientifiche contro la ricerca sulle cellule staminali embrionali
Jun 13, 2005
Il dibattito sui temi di bioetica si è nuovamente acceso dopo la recente approvazione, da parte della Camera dei rappresentanti del Congresso USA, del finanziamento pubblico alla ricerca sulle cellule staminali tratte da embrioni umani, e dopo gli annunci di clonazione umana effettuati in Corea del Sud e in Inghilterra. Le sperimentazioni di clonazione, in entrambi i casi, sono stati effettuati al fine di produrre cellule staminali per la ricerca e l’eventuale utilizzo nei trattamenti medici.

WASHINGTON, D.C., sabato, 11 giugno 2005 (ZENIT.org). - I ricercatori spesso sostengono che le cellule staminali utilizzate nella loro ricerca non siano in realtà vita umana, ma solo un insieme di cellule. Inoltre, molti sostenitori di queste sperimentazioni bollano i loro oppositori come antiscientifici e come un tentativo da parte dei moralisti di imporre alla società le proprie posizioni.

Dopo che il Presidente degli Stati Uniti George Bush ha minacciato di ricorrere al potere di veto per bloccare i nuovi finanziamenti alla ricerca sulle cellule staminali embrionali eventualmente approvati dal Congresso, un editoriale del New York Times del 26 maggio ha affermato che “le sue azioni si basano su un forte convincimento religioso di una parte dei cristiani conservatori, e presumibilmente dello stesso Presidente. Tali convinzioni meritano rispetto, ma è sbagliato imporle ad una nazione pluralistica”.

Lo stesso giorno anche l’editorialista del Washington Post, Richard Cohen, ha rivolto critiche contro chi si oppone alla ricerca sulle cellule staminali, affermando: “Ammetto che ci stiamo imbarcando in un viaggio intellettuale ed etico al contempo meraviglioso e terrificante, ma lo stiamo facendo per salvare vite umane, per renderle sopportabili, per riparare ciò che è rotto e curare ciò che è malato. Cosa c’è di sbagliato in questo?”. Egli ha anche condannato coloro che definisce come “conservatori religiosi” che “hanno imposto le loro convinzioni religiose sugli altri”.

Un bene per tutti

L’attacco alla religione sembra in realtà solo un diversivo retorico per distogliere scientemente l’attenzione sulla validità degli argomenti posti da chi si oppone alla clonazione e alla ricerca sulle cellule staminali. Ma esso solleva effettivamente la questione del fondamento su cui poggia l’opposizione a queste tecniche.

Il cardinale Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, ha fornito una risposta a tale questione in un articolo pubblicato dal quotidiano del Vaticano L’Osservatore Romano del 25 maggio scorso. L’articolo intitolato “Il bene della vita è un bene di tutti e per tutti” è stato scritto nel contesto del dibattito sul referendum relativo alla legge sulla procreazione medicalmente assistita, che si terrà i prossimi 12 e 13 giugno.

L’Arcivescovo ha svolto alcune riflessioni sulla legittimità della difesa della vita umana nei suoi primi stadi, ed ha presentato i seguenti argomenti:

1. “La vita dell’uomo è sempre un bene. Anzi, è il bene più prezioso, perché costituisce il fondamento di ogni altro bene di cui l’uomo possa godere sulla terra”. “In particolare, la vita di ciascun essere umano è un bene incondizionato, in possesso di un altissimo valore individuale e sociale, che non ha pari tra i viventi”.

Il Cardinale ha chiarito che parlava sì da “credente”, ma nello stesso tempo da “uomo”, facendo “appello alla ragione umana”, nel senso che il valore della vita umana “è un valore che ogni essere umano può cogliere anche alla luce della ragione e che perciò riguarda necessariamente tutti, credenti e non credenti”.

2. “Accogliere, tutelare e promuovere la vita umana” è “un preciso dovere morale di ognuno di noi – nessuno escluso –, da assumere in modo consapevole e da praticare con determinazione responsabile, chiara e ferma. Ed è, insieme, un preciso dovere civile, dal momento che l’accoglienza, la tutela e la promozione della vita umana costituiscono la condizione basilare e irrinunciabile per realizzare il bene comune”.

3. la Chiesa e la comunità cristiana “sta al fianco di coloro che accolgono, aiutano nella crescita e curano la vita umana dal suo concepimento sino alla morte”. “Il fatto poi che alcuni diritti e doveri fondamentali vengono proposti e difesi anche dalla Chiesa non diminuisce, né tanto meno cancella, la [loro] piena legittimità civile e la natura autenticamente ‘laica’.”

Secondo il cardinale Tettamanzi, “la difesa e la promozione della vita umana, non è prerogativa dei soli cristiani”, ma di tutti. Inoltre, “l’eventuale emarginazione culturale e politica di un’azione civile di per sé legittima”, per il solo fatto che in essa si riconoscano i cristiani, “costituirebbe una grave forma di intolleranza ideologica verso il contributo offerto dai cristiani alla edificazione della società. E a patirne sarebbe la stessa democrazia!”.

4. “La tutela e la cura della vita umana – veri e irrinunciabili doveri morali e civili – iniziano dal concepimento e dal suo primo sviluppo, quello embrionale, durante i quali la vita è più debole e bisognosa di premurose attenzioni”. “Un difetto di protezione da parte dei genitori e di attenzione da parte dei medici, come pure un difetto di tutela sociale e giuridica, possono comportare il rischio di un danno irreparabile o addirittura di una distruzione della vita del concepito”.

Riguardo il dibattito sulla relazione esistente tra legge civile e norma morale, l’Arcivescovo di Milano ha spiegato che esse sono interconnesse tra loro nel senso che “spetta, da un lato, alla morale illuminare le coscienze e, dall’altro lato, al diritto precisare e organizzare le prestazioni”. È importante ricordare, ha aggiunto il Cardinale, che “lo Stato non è fonte originaria, bensì garante doveroso dei diritti umani: come non li crea, così non può distruggerli. Suo preciso compito è riconoscerli, tutelarli e promuoverli per il bene di tutti”

Tra legge civile e norma morale sussiste tuttavia anche una distinzione. “Il compito della legge civile è diverso e di ambito più limitato rispetto a quello della legge morale”: essa deve solo “assicurare il bene comune”, dovendo spesso “tollerare ciò che, in definitiva, è un male minore, per evitarne uno più grande”.

La straziante raccolta

Se è quindi legittimo per i cristiani avere diritto di parola sulle leggi che governano la vita umana, non lo è altrettanto quando trattiamo dei primi stadi di un qualcosa di umano? Questa osservazione è stata oggetto di discussione di numerosi articoli raccolti nell’edizione autunno/inverno di New Atlantis, una rivista pubblicata dal Ethics and Public Policy Center di Washington.

Nel loro contributo, Robert George e Patrick Lee hanno replicato agli argomenti in favore della ricerca sulle cellule staminali svolti da Paul McHugh e Michael Sandel, membri del Consiglio per la bioetica del Presidente degli Stati Uniti. George è professore di giurisprudenza presso la Princeton University, mentre Lee è professore di filosofia presso l’Università francescana di Steubenville.

Essi hanno affermato che non vi sarebbero obiezioni all’utilizzo delle cellule staminali embrionali a fini di ricerca o di terapia, qualora queste potessero essere ottenute senza la distruzione o il danneggiamento degli embrioni. “Il punto in questione”, hanno osservato, “è il problema etico della consapevole distruzione degli embrioni umani, finalizzata alla raccolta delle cellule staminali”.

Sia l’embriologia umana che la biologia evolutiva oggi “non lasciano spazio a dubbi” sullo status degli embrioni nel loro stadio iniziale di vita, sostengono George e Lee. “Ciascuno di noi si è sviluppato attraverso un processo di sviluppo graduale, unitario e autodiretto, dallo stadio di embrione, a quello di neonato, a quello di bambino, a quello di adolescente, per approdare alla vita matura, con la propria determinatezza, unità e identità, pienamente integre”.

Noi valutiamo l’essere essere umano precisamente in base al tipo di essere che rappresenta, ed è per questo che “consideriamo ogni essere umano eguale in dignità e titolare degli stessi diritti umani”. Questa dignità è una qualità intrinseca che non dipende da alcuna caratteristica incidentale. Per questo motivo non uccidiamo bambini ritardati mentali per potergli sottrarre gli organi.

Sebbene nessuno pretende di dire che gli embrioni sono esseri umani maturi, allo stesso tempo è corretto affermare che gli embrioni umani sono esseri umani, “ovvero, esseri completi, ancorché immaturi, appartenenti alla specie umana”.

L’embriologia, spiegano George e Lee, dimostra quanto segue:

-- L’embrione, sin dall’inizio della sua esistenza, si differenzia da qualsiasi cellula della madre o del padre, e cresce seguendo un suo proprio cammino di sviluppo, gestito da se stesso, verso la propria sopravvivenza e la propria maturità.

-- L’embrione è umano, poiché possiede la costituzione genetica propria degli esseri umani.

-- L’embrione è compiutamente programmato ed è attivamente predisposto per svilupparsi verso la maturità di un essere umano, alla quale giungerà qualora non venga ostacolato da malattia, violenza o da un ambiente ostile. Nessuno dei mutamenti che intervengono nell’embrione dopo la fecondazione, per tutto il tempo della sua vita, rappresenta una cambiamento nella direzione di crescita.

Vi sono naturalmente molti motivi religiosi e teologici che inducono ad opporsi al sacrificio degli embrioni per la ricerca. Ma gli argomenti essenziali sono fondati su considerazioni scientifiche e su un’analisi etiche puramente razionali; essi non costituiscono quindi alcuna imposizione contro il pluralismo.
Italian Carugo 'vota' Tettamanzi
Apr 24, 2005
In paese abitano mamma e sorella. Nel centro brianzolo vivono i familiari di Tettamanzi. La sorella: «Aspettiamo in silenzio»

(Corriere di Como, 18 di aprile 2005) Oggi si apre il conclave. E i 115 cardinali elettori si riuniscono per decidere il nome del successore di Karol Wojtyla alla guida della Chiesa cattolica. Saranno ore certo non facili. Sulle spalle dei cardinali pesa una responsabilità immensa.

Ma fuori, tra i fedeli come tra gli scettici, prevale la curiosità. Si fanno pronostici. Un atteggiamento tutto sommato comprensibile. E anche sull'asse Como-Roma prende corpo un filo che unisce la Brianza lariana alla capitale della cristianità.

A Carugo, ad esempio, si respira un'atmosfera di attesa particolare. Tra i papabili spicca il nome di Dionigi Tettamanzi, attuale arcivescovo di Milano. Il porporato ha condiviso a lungo la sua vita di uomo e di sacerdote con la gente della Brianza. A Carugo vivono la madre e la sorella del cardinale. E Tettamanzi non ha mai perso l'abitudine di tornare in paese appena possibile. Nessuno lo dice espressamente: ma se fosse proprio lui il nuovo Papa, molti avrebbero un tuffo al cuore. Un sussulto di orgoglio e di gioia che li proietterebbe direttamente nella storia.

«Certo, l'elezione di Dionigi Tettamanzi sarebbe una soddisfazione immensa per tutta la nostra comunità - afferma il sindaco, Mario Tagliabue - Tra gli ultimi sette Papi, quattro erano lombardi: Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI. Se anche il nuovo pontefice fosse lombardo, sarebbe una responsabilità immensa per la nostra regione. Sono un credente praticante e la prospettiva di Tettamanzi mi fa letteralmente tremare i polsi. Conosco personalmente il cardinale, da quando insegnava in seminario».

Tettamanzi è davvero uno di casa, in questo angolo di Brianza dove tutti si conoscono e dove il centro storico dista 300 metri dall'estrema periferia.

«Anche dopo la sua creazione a cardinale - prosegue il primo cittadino - Tettamanzi è venuto spesso a Carugo per fare visita ai suoi familiari. Poche settimane fa, il giorno di Santo Stefano, era qui. E ha celebrato la messa vespertina».

Tagliabue sfoglia l'album dei ricordi. «Sono andato a Roma in treno con lui nel 2000 - dice - in occasione del Giubileo. Ma ci siamo incontrati in molte occasioni. Davvero, non riesco nemmeno a immaginare cosa accadrebbe se al nostro cardinale fosse affidata la guida della Chiesa».

Un invito alla moderazione e alla preghiera giunge dal parroco di Carugo, don Leonardo Fumagalli, che dal febbraio 2004 guida la comunità come successore di don Felice Cattaneo, recentemente scomparso.

«Nessuno può negare che, se fosse eletto Tettamanzi, saremmo tutti felici - afferma il parroco - ma non dimentichiamo che queste decisioni sono affidate allo Spirito Santo. È importante che sia eletto il Papa giusto per questo momento storico. E noi dobbiamo vivere l'attesa con spirito ecclesiastico. Non ci auguriamo nulla - conclude il parroco - se non il bene della Chiesa».

I familiari del cardinale Tettamanzi, dal canto loro, preferiscono tacere. Attendono la decisione del conclave con grande compostezza e rispetto per l'estrema importanza dell'evento. «Per ora non rilasciamo alcuna dichiarazione - dice la sorella Giovanna al telefono - Siamo uniti in questa decisione, nell'attesa dell'esito finale». Da queste parti la gente preferisce i fatti concreti più delle previsioni e delle speculazioni. Ma tutti gli occhi sono puntati verso Roma. In attesa della fatidica fumata bianca.
Spanish Dionigi Tettamanzi, un candidato de transición
Apr 19, 2005
Nació el 14 de marzo de 1934 en Renate (Italia), en la provincia y diócesis de Milán. Comenzó sus estudios en el seminario menor de Seveso y se licenció en teología en el Seminario de Venegogo Inferior.

(El Mundo, 17-4-05) El 28 de junio de 1957 se doctoró en teología en la ciudad italiana de Roma. Una vez trasladado a la capital italiana, se doctoró en teología después de finalizar sus estudios. Durante su época de sacerdote, fue miembro de la Facultad, del Seminario Manor de Masnago y del Seveso San Pedro, de 1960 a 1966. Fue juez del Tribunal regional Eclesiástico de Lombardía, asistente eclesiástico de la Asociación de Médicos católicos y capellán en la localidad italiana de Turate durante más de 15 años En 1989 fue nombrado rector del Pontificio Seminario lombardo y presidente del consejo administrativo del periódico católico 'Avvenire'.

Ese mismo año fue elegido Arzobispo de Ancona-Osimo. Posteriormente, el 23 de septiembre de 1989 fue consagrado como arzobispo de Milán por el Cardenal María Martini aunque en 1991 renunció al gobierno de la archidiócesis.

En 1995 fue trasladado a la sede metropolitana de Génova y nombrado vice-presidente de la Conferencia Episcopal italiana.El 21 de febrero de 1998 fue nombrado Cardenal Presbítero y recibió el título de SS. Ambrogio e Carlo.

Desde el verano de 2002, Dionigi Tettamanzi sustituyó a Carlo María Marttini como arzobispo de Milán, en una de las diócesis más grandes de Europa. El nombramiento de Tettamanzi, que en aquel momento era arzobispo de Génova, era un secreto a voces en el Vaticano pese a que suponía un desplazamiento de cargos,algo poco habitual en la Iglesia ya que normalmente no se cambia de una diócesis a otra a un obispo.

Tettamanzi ha sido considerado desde hace mucho tiempo como un claro sucesor de Carol Wojtyla. El arzobispo representa la línea tradicional de la curia, ha obedecido a Juan Pablo II y a su equipo de colaboradores en todo momento.
English The notorious Dionigi Tettamanzi
Apr 17, 2005
"Gentlemen: It has come to my attention that there are two Italian cardinals in the running to become our next Pope -- one excellent, the other exceedingly bad. By Dr. Robert Moynihan.

(From insidethevatican.com, April 6, 2005) – “One of the men being heavily promoted to become our next pope is the notorious Dionigi Tettamanzi, the Cardinal-archbishop of Milan. This has caused great apprehension among orthodox Catholics concerned about the future of the Church. Tettamanzi is frequently described in the media as a 'conservative,' but in reality, from what I have been told, there is nothing conservative about him. He is -- I quote trusted sources -- a 'wolf-in-sheep's clothing,' a dangerous innovator, who, if given a chance, might make John XXIII and Paul VI look like Hard-Right Traditionalists -- I kid you not -- Tettamanzi's detractors believe he would usher in ANOTHER REVOLUTION were he to become pope.

"What is the evidence for this? Well, for starters -- and even the Encyclopedia Britannica might not be able to contain all of this man's antics, were it to chronicle them -- Tettamanzi is best known as the main contributor to a book of essays on 'Christian Anthropology and Homosexuality,' in Italian: Antropologia cristiana e omossessualita -- now in its THIRD PRINTING.

The essays caused a sensation when they first appeared, and have now been immortalized in a book -- popular among liberal psychologists and 'forward-thinking progressives' -- but Tettamanzi's book has flown beneath the radar screens of most Americans, and certainly the media. It is an overt attempt to 'understand' the homosexual ethos, from a 'new' Christian perspective -- the same perspective which has led to so much permissiveness in our seminaries and beyond.

"Tettamanzi has successfully fooled certain Catholics into believing he is a 'conservative' because he uses traditional, even pious language, even mentioning the influence of Satan, in a transparent effort to inoculate himself from any suspicion. He apparently even has the support of some in Opus Dei. Also, he has an innocent, roly-poly look which leads some to believe he is a jovial, harmless prelate, not at all looking to rock the boat. But if you get beyond the 'conservative' reputation, and his disarming appearance -- if you read him carefully, and you talk to people in the know, they will tell you that Tettamanzi, were he to become Pope, would be the worst disaster to befall the Church in many a century.

In fact, one colleague admitted to me privately: 'If the new Pope walks out onto the papal balcony, and I see Dionigi Tettamanzi's smiling face, I think I'm going to collapse. I'll be curled up into a fetal position, and it will take several weeks for friends to rouse me. The Church, as we know it, will be over.'

"Over and above his sympathy toward the homosexual ethos is Tettamanzi's ambition, which is looked down upon in Rome. Indeed, if there is one thing which may prevent Tettamanzi from becoming Pope -- perhaps our best hope -- it is this unbridled ambition -- in today's Church, ambition is less forgivable than adopting a 'new' perspective on sexual immorality. Among the orthodox, a cry has gone out to the faithful Cardinals gathering for the Conclave: 'No to Tettamanzi!' and even 'Anybody but Tettamanzi!' (Well, almost anybody -- we wouldn't want anybody from the Netherlands, for example).

(….)

"Here is a very telling comment, on Cardinal Tettamanzi, from Time magazine's cover story (April 11th) on the passing of John Paul II, and who is hustling to take his place: 'The former Archbishop of Genoa who has succeeded Martini (the very liberal Jesuit and one-time Great Hope of the liberals) in Milan. His [Tettamanzi's] philosophical approach is sufficiently unclear that neither the progressive Cardinals nor the doctrinaire are likely to oppose him.'

A perfect -- and chilling -- description of Tettamanzi's elusive, deceptive, oh-so-seductive thinking: he is like the German philosopher Heidegger, or the impenetrable Immanual Kant: his philosophical novelties are like little time bombs; but they are so dense and incomprehensible that nobody understands them at first... but Tettamanzi's got that smile, and he reminds people of John XXIII, so people think he must be great. But wait: ecclesiastical in-fighting to the rescue: Time indicates that the liberal Cardinal Martini--whom the ambitious Tettamanzi replaced in a bitter transition -- is still upset with the way he was unceremoniously forced to retire, and Time indicates that Martini may enact revenge at the Conclave: 'Martini, the man who might have been Pope, could work to derail Tettamanzi's candidacy.'

"Yes, go Cardinal Martini! Martini is far too liberal to ever become Pope; but he can block Tettamanzi, so Cardinal Re can score a theological touchdown and become Pope.
English Pope Contender: Cardinal Dionigi Tettamanzi of Italy
Apr 17, 2005
Throughout his steadily rising church career, Milan Cardinal Dionigi Tettamanzi has had a knack of being in the right place at the right time.

(Associated Press, April 16th, 2005) The outcome of the secret conclave of cardinals to elect the next pope will tell whether that pattern still holds for Tettamanzi, the favorite of many of those who think the papacy will return to the Italians after the 26-year tenure of a Polish pope broke their 455-year hold on the papacy.

A 71-year-old theologian whom John Paul II often consulted, Tettamanzi is a moderate, but his staunch defense of the pope’s teaching against abortion and euthanasia and other moral positions could win over conservatives.

Tettamanzi’s first bishop’s post, in the Adriatic town of Ancona, was in a diocese near the Loreto shrine so dear to John Paul that the pontiff visited it five times.

Later Tettamanzi was cardinal in Genoa — boldly questioning the impact of globalization on the working class — when that port city came under the world spotlight during the riot-scarred G-8 summit in 2001.

And as the moment nears for cardinals to size each other up and decide who should shepherd the world’s 1.1 billion Roman Catholics, Tettamanzi leads Italy’s high-profile archdiocese of Milan.

John Paul appointed him to the post in July 2002, four years after elevating him to cardinal’s rank.

Tettamanzi worked on two of John Paul’s most important encyclicals and is considered among the ghostwriters. One of encyclicals, the 1993 “Splendor of Truth,” defended absolute morals against liberal theologians.

The other was the 1995 “Evangelium Vitae” in which the pope denounced a “culture of death” and delivered the church’s most forceful condemnation of abortion, euthanasia and experimentation on human embryos. It also restated the Vatican’s ban on birth control.

Tettamanzi’s help in projecting an unwavering Vatican defense of traditional teaching on moral issues might turn off progressive thinkers among the voting cardinals, although, with most of them appointed by conservative John Paul, his staunch defense of church teaching would likely gain him many points.
Italian Morto un papa se ne fa subito un altro: Tettamanzi
Apr 16, 2005
Nella home page del sito web ufficiale dell'arcidiocesi di Milano, domina l'addio a Giovanni Paolo II. Ma se uno apre la pagina con la messa celebrata in Duomo in suffragio del papa defunto nel pomeriggio di domenica 3 aprile, trova un strano montaggio.

(blog.espressonline.it, 16 aprile 2005) Nella pagina campeggia una foto con il cardinale Dionigi Tettamanzi, all'esterno del Duomo, che saluta raggiante la folla che lo acclama sul sagrato.

E il titolo sotto la foto dice:

"Durante la celebrazione di domenica pomeriggio venticinquemila fedeli in preghiera per il papa".

Quale papa?

L'indomani il quotidiano "la Repubblica", in un servizio in grande evidenza, a pagina 5, ha spiegato e titolato così:

"L'arcivescovo a lungo applaudito in Duomo. Milano invoca Tettamanzi: 'Viva il prossimo papa'".

Dalla morte di Giovanni Paolo II a questa acclamazione non erano passate neppure ventiquattr'ore.

Nell'omelia della messa, tra le linee maestre del pontificato di Giovanni Paolo II ha ricordato in particolare questa:

"Non posso non fare memoria dell'affettuosissima carezza che Giovanni Paolo II mi ha fatto nei primi giorni di luglio di tre anni fa, incoraggiandomi con forza ad accettare di diventare, come lui mi voleva, vostro arcivescovo".
English Ones to watch: Dionigi Tettamanzi
Apr 14, 2005
Aged 67, he was ordained in 1957 and appointed Archbishop of Genoa in 1995. He became vice president of the Italian bishops' conference the following month and was named cardinal in 1998.

(From: The Sunday Business Post, January 06, 2002) He is a close friend of Giovanni Battista Re, who will be one of the most powerful men in the next conclave. An expert in moral theology -- one of Pope John Paul's main areas of expertise -- Tettamanzi is regarded as a conservative.

If the Italian cardinals are divided between Martini and Cardinal Camillo Ruini (vicar of Rome and head of the Italian bishops' conference), they might settle on Tettamanzi. Tettamanzi is also close to Opus Dei and has compared its founder, Blessed Jose Maria Escriva, to Saints Benedict and Francis of Assisi.
English Who Will Be the Next Pope?
Apr 13, 2005
The Italian Cardinal Tettamanzi is a moderate with natural pastoral abilities and an easy style that appeals to the young. The cardinal became the leading Italian candidate for the papacy with his July 2002 nomination to become the cardinal of Milan, Italy’s richest, most powerful archdiocese. Tettamanzi’s promotion from his post as the cardinal of Genoa marks the first time in recent history the pope has moved a cardinal from one Italian diocese to another.

(The Manila Times, April 11, 2005) Tettamanzi, now the Archbishop of Milan, was born on March 14, 1934, in Renate, Italy. At the age of 11 he entered the diocesan seminary of Seveso San Pietro, where he began his studies. He attended the Seminary of Lower Venegono until 1957 when he received a licentiate in theology. On June 28, 1957, he was ordained for the Arch­dicoese of Milan. He holds a doctorate in theology from the Pontifical Gregorian University, Rome.

For more than 20 years he taught fundamental theology at the major seminary of Lower Venegono and pastoral theology at the Priestly Institute of Mary Immaculate and the Lombard Regional Institute of Pastoral Ministry, Milan. He is also the author of many written works.

He has been very active in the Italian Confederation of Family Counseling Centers of Christian inspiration from 1979 to 1989, in Oari (a pastoral movement for the communion and hope for those who suffer) and in the Association of Italian Catholic Medical Doctors, Milan section for nearly 20 years.

Having been made Prelate of Honor of His Holiness in 1985 he was called to serve as rector of the Pontifical Lombard Seminary on September 11, 1987. During this period he continued to offer his service to the CEI, the Holy See and to diverse theology institutes. On April 28, 1989, the CEI called him to be president of the board of directors of the newspaper Avvenire.

On July 1, 1989, he was elected metropolitan archbishop of Ancona-Osma. He received Episcopal ordination on September 23, 1989. During this period he was president of the Episcopal Conference of the Marche region and in June 1990 he was elected president of the Bishops’ Commission of the CEI for the Family.

On March 14, 1991, he was named secretary-general of the CEI and in April of the same year he resigned from the See of Ancona-Osma. After four years of serving the Italian Church, he was named Metropolitan Archbishop of Genoa on April 20, 1995. He also served as president of the regional Episcopal conference.

From May 1995 to May 2000 he was vice president of the CEI. In January 1998 the Permanent Council of the CEI named him chaplain to the Italian Catholic Medical Doctors Association.

He participated as an expert at the Synod of Bishops on the Family (1980) and on the Laity (1987) and as a synodal father at the two Special Assemblies of the Synod of Bishops for Europe (1991 and 1999) and the Synod on Consecrated Life (1994).

He was named archbishop of Milan on July 11, 2002.
Italian "Caro don Dionigi". Quello che i preti di Milano vogliono dal nuovo arcivescovo
Apr 07, 2005
Lettera aperta di un parroco di città al cardinale Tettamanzi. Le attese sono tante. Perché tante sono anche le cose che non vanno. Che il cardinale Martini ha mancato di aggiustare. E che il successore...

La lettera è un test importante delle attese del clero ambrosiano, o almeno di una sua parte molto rappresentativa. L´autore, don Luigi Pozzoli, è stato negli anni Sessanta compagno d´insegnamento di Tettamanzi nei seminari milanesi. Mentre il futuro arcivescovo si occupava di teologia morale, lui insegnava letteratura. Della quale è studioso Lettera aperta di un parroco di città al cardinale Tettamanzi. Le attese sono tante. Perché tante sono anche le cose che non vanno. Che il cardinale Martini ha mancato di aggiustare. E che il successore...

fine e apprezzato. L´ultimo suo saggio in materia ha per titolo "Profili: Cioran, Canetti, Camus, Céline" ed è uscito nel 1997.

Al nuovo arcivescovo, il parroco chiede:

- linguaggio schietto e depurato da ostentazioni di "indegnità" e di "sofferenza" (tipo quelle comparse in alcune dichiarazioni dello stesso Tettamanzi, nell´atto d´esser promosso da Genova a Milano);

- scelta attenta dei collaboratori, con esclusione di adulatori, carrieristi e burocrati (dati per presenti e intraprendenti sia nell´entourage dell´arcivescovo di ieri, Carlo Maria Martini, che di quello di oggi);

- snellezza ed essenzialità delle iniziative pastorali (critica implicita all´elefantiasi organizzativa prosperata anche negli anni di Martini);

- primato della mistica sulla morale (critica implicita al magistero accentuatamente normativo di Giovanni Paolo II, con il quale Tettamanzi è consonante);

- parsimonia nello scrivere (critica implicita all´alluvione di discorsi, messaggi e documenti prodotti dal papa, da Martini e dallo stesso Tettamanzi).

In breve, la lettera del parroco Luigi Pozzoli è una descrizione realistica di ciò che non va anche in un´arcidiocesi solida e attiva come quella di Milano. E anche dopo il governo di un arcivescovo di prima grandezza come il cardinale Martini.

E allo stesso tempo è una rappresentazione fedele delle inquietudini che una parte importante dei preti ambrosiani associa alla venuta del nuovo arcivescovo, Tettamanzi. Da essi conosciuto sin "troppo bene".

Ecco la lettera:

"Al mio nuovo vescovo...". Lettera aperta di un parroco di città

di don Luigi Pozzoli

(da "La Comunità", n. 129, settembre 2002, Parrocchia di Santa Maria al Paradiso e San Calimero, Milano, Corso di Porta Vigentina)

Anzitutto, un affettuoso benvenuto. E scusami se non mi sento di darti del lei. Ci siamo conosciuti troppo bene in tempi ormai lontani, quando ci è capitato di insegnare insieme nei seminari milanesi e abbiamo familiarizzato allora con tutta la spontaneità e la freschezza dei nostri anni giovanili.

Poi le vie del Signore, come si diceva una volta, ci hanno separati e ci hanno avviati su percorsi diversi, il tuo prestigioso ma non so quanto più invidiabile del mio. Il ricordo di quegli anni non si è comunque cancellato e mi permette di parlarti ora con una confidenza che altrimenti non mi sarebbe possibile.

E tu, sempre per il ricordo di quegli anni, vedi di prestare un po´ di attenzione a questa mia lettera che nella forma e nei contenuti potrà sembrare stravagante ma certo non irrispettosa.

Che cosa vorrei dirti? Alcune cose molto semplici che di solito un vescovo non si sente mai ricordare, perché la cospirazione dell´ufficialità impedisce spesso la franchezza. Te le dirò confidandoti cosa farei io da vescovo se mi trovassi al posto tuo.

Cercherei anzitutto di evitare il linguaggio ecclesiastico e devozionale che porta il nuovo vescovo a dire: "Vengo in mezzo a voi con tutto il senso della mia indegnità per questa nomina che mi trova impreparato e sgomento. Sapeste quanta sofferenza mi è costata il dire di sì...".

Se anche fosse vero, non lo direi. Perché questo linguaggio si sa che è stato usato anche da chi (non è certo il caso tuo) a quel posto aveva prestato un certo interesse, naturalmente con la santa ambizione di servire meglio la Chiesa.

Mi leggerei invece, più volte, quel passo del Vangelo che dice: "Ma voi non vi fate chiamare ´rabbi´, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno ´padre´ sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare ´maestro´, perché uno solo è il vostro maestro, il Cristo" (Mt 23, 8-10).

È importante riflettere su questo testo, soprattutto quando attorno a un vescovo di sprecano i titoli elogiativi della retorica più servile. Cercherei di stare in guardia, disincantato e sospettoso.

Mi viene in mente quello che si racconta di padre Giulio Bevilacqua, grande maestro di papa Montini. Quando il papa, dopo averlo fatto cardinale, gli telefonò dicendogli confidenzialmente: "Le faremo una grande accoglienza a Roma. Le manderemo la banda alla stazione", padre Bevilacqua ripose prontamente: "Allora non si dimentichi i tromboni, visto che lì ne avete tanti".

Di tromboni ce ne sono dappertutto, anche a Milano. Se fossi io vescovo, me ne ricorderei.

Per quanto riguarda la scelta dei collaboratori, mi preoccuperei di conoscere i nomi degli aspiranti a certe cariche di prestigio. Ce ne sono, e si fanno notare. Riterrei importante conoscerne i nomi per cancellarli immediatamente dalla rosa dei candidati.

Cercherei invece la collaborazione di persone umili, che siano ricche però di libertà di pensiero (a che serve avere accanto dei semplici esecutori?) e soprattutto di grande umanità. I burocrati di Dio sono i peggiori burocrati di questo mondo. È triste quando, dietro a una scrivania di curia, non c´è più il prete o l´uomo, ma solo il burocrate. [...]

Una parola ora sul programma pastorale. Cercherei di non proporre troppe iniziative, con il rischio di creare una congestione tale da affaticare eccessivamente coloro che sono chiamati a realizzarle e da risultare alla fine inconcludente perché una iniziativa può elidere l´altra.

È successo. Se è vero che c´è un tempo per aggiungere, è anche vero che c´è un tempo per sottrarre. Forse è venuto il momento di alleggerire. Si sente il bisogno di una pastorale più snella, più leggera, che sia libera da certe pesantezze curiali e dia respiro alle persone senza nulla togliere alla generosità dell´impegno.

Anzi, a proposito di impegno, ridurrei al minimo indispensabile il tempo da dedicare a sedute varie (parlo qui sopratutto di riunioni tra preti) che per lo più si risolvono in esercitazioni accademiche dove a mettersi in vista sono i soliti, prevedibili, insopprimibili divoratori di microfoni.

Un volta mi sono distratto dietro un calcolo sommario. Eravamo una cinquantina di preti in quella sala, da quattro ore, ad ascoltare relazioni dove l´ovvietà era la cifra più comune. Mi sono detto: "Quattro per cinquanta fa duecento: duecento ore sottratte alla pastorale normale nelle parrocchie, a contatto con persone che forse avrebbero bisogno di un prete in grado di ascoltarle". Non c´è forse il rischio che alla domanda: "Dov´è la Chiesa?" si debba rispondere: "La Chiesa è in riunione"?

A me piace questa storiella che vale come una piccola parabola. Festa del Corpus Domini. Prevista in paese la tradizionale solenne processione. Ogni anno è un avvenimento che richiede una lunga preparazione. La processione si avvia. Tutto procede con ordine, alla fine si muove anche il baldacchino sotto il quale il parroco regge l´ostensorio. A un certo punto però, accanto al parroco, una voce fa osservare: "Nell´ostensorio manca l´ostia!". Al che il parroco, leggermente infastidito più che contrariato, risponde: "Ma che cosa si pretende? Non si può mica pensare a tutto".

Proporrei di leggere questa storiella all´inizio di certe sedute pastorali, là dove continuamente ci si affanna a elaborare piani organizzativi perdendo di vista ciò che è essenziale: che il vero problema oggi è di educare le persone a ritrovare il senso, il gusto, il fascino della loro fede.

Immaginandomi sempre come vescovo (concedimi questa fantasticheria, ingenua fin che vuoi, ma senza alcuna presunzione), mi preoccuperei di trasmettere una parola che restituisca fiducia a tante anime stanche e deluse, perché non trovano nelle nostre chiese la possibilità di coltivare una fede libera, gioiosa, umanizzante, capace di dischiudere orizzonti di grande, invincibile speranza. [...]

Importante oggi è presentare l´immagine di una Chiesa che sia finalmente sciolta da tanti fardelli del passato (ritualismi, giuridismi, paure, diplomazie eccessive, preoccupazioni di tipo mondano...) e diventi invece lo spazio dove si possa entrare in una comunione amorosa con l´universo, con l´esistenza, con il mistero di Dio. Come epìskopos (nella Chiesa primitiva, colui che veglia sulla comunità) non mi preoccuperei di cercare una risposta a tutti i problemi di ordine morale (il cristianesimo non è anzitutto una morale), ma di essere testimone di una fede che abbia una connotazione mistica, che si nutra cioè dell´indicibile stupore nel sentirsi amati da Dio, per pura grazia, con una tenerezza che precede ogni possibile merito.

È un Dio, quello di Gesù, che si mette sempre dalla parte dell´uomo, soprattutto dell´uomo debole che anela a un possibile riscatto.

Parlerei perciò spesso della meravigliosa libertà che si respira nel Vangelo, del valore della persona che viene prima di ogni principio e di ogni norma morale ("il sabato è per l´uomo, non l´uomo per il sabato"), della coscienza matura come criterio ultimo di giudizio nell´agire. Parlerei soprattutto dell´amore fraterno come risposta generosa e gioiosa all´amore di Dio, amore che dovrebbe privilegiare i piccoli del Vangelo (i grandi, quelli che contano, i privilegi se li procurano da soli). [...]

Voleva essere una semplice lettera di saluto e di augurio. Mi accorgo che mi sono lasciato prendere la mano, un po´ come succede a certi vescovi che hanno la debolezza di rivolgersi ai loro fedeli con messaggi interminabili, quando sarebbe molto più efficace un breve scritto, semplice e trasparente. [...]

Ma forse in questa mia confidenziale chiacchierata non manca qualche spunto (confido molto nel valore delle storielle) che potrebbe servire per il tuo impegno pastorale.

Me lo auguro. E affettuosamente ti dico: buon lavoro!

Don Luigi

__________

(s.m.) Circa il "linguaggio ecclesiastico" da cui la lettera mette in guardia, ecco come il cardinale Dionigi Tettamanzi si è espresso in tre diverse occasioni, dopo la sua nomina ad arcivescovo di Milano.

Nell´omelia del 14 luglio ai fedeli dell´arcidiocesi di Genova:

«Voglio dire pubblicamente che ho accettato di andare [a Milano] per obbedienza. [...] Questa non è una promozione. È un sì detto a malincuore, un prendere la croce più gravosa con animo di accettazione».

Nell´intervista esclusiva al quotidiano "Avvenire" del 22 settembre 2002, la domenica precedente il suo ingresso in Milano:

«Io non ho chiesto di andare a Milano. Potrei dire che, neanche tra i miei pensieri più svagati, si è mai affacciato questo desiderio».

Nell´omelia pronunciata nel Duomo di Milano il 29 settembre, giorno dell´ingresso nella nuova arcidiocesi:

«Non sono mai stato io a coltivare dentro di me il desiderio di diventare arcivescovo di Milano».
Italian Anima e impegno nella costruzione della nuova Europa
Apr 07, 2005
Intervista con il cardinale Dionigi Tettamanzi. Radio Vaticana, anno XLVII n. 185. Testo della Trasmissione di venerdì 4 luglio 2003.

Un’Europa “una” e “intera”, all’interno della quale “umanesimo europeo e radici cristiane” possano coesistere e fornire al continente le necessarie fondamenta per affrontare le conseguenze dovute all’allargamento verso est dei suoi confini. Sono alcuni dei concetti che il cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, ha sviluppato nel suo intervento alla conferenza di Strasburgo, mercoledì scorso, dedicato al magistero europeista di Giovanni Paolo II.

Soffermandosi sulla questione, molto attuale, del riconoscimento della presenza cristiana nel dna continentale, l’arcivescovo della diocesi ambrosiana ha ripreso le affermazioni del Papa contenute nell’esortazione post-sinodale Ecclesia in Europa. L’eredità della fede cristiana, ha citato tra l’altro, “non appartiene soltanto al passato; essa è un progetto per l’avvenire da trasmettere alla generazioni future, poiché è la matrice della vita delle persone e dei popoli che hanno forgiato il continente europeo” e il “prenderne atto torna a vantaggio di tutti”.

Proprio sul valore del documento papale, promulgato in un momento di grandi fermenti per il continente europeo, ecco un commento del cardinale Tettamanzi, raccolto a Strasburgo da Alessandro De Carolis:

Cardinal Tettamanzi: L’Europa ha delle radici cristiane che chiedono di essere continuamente riscoperte, rivitalizzante, nella convinzione che tali radici hanno la possibilità - e direi addirittura una fecondità straordinaria - per rinnovare il volto del nostro continente in chiave soprattutto morale e spirituale. Inoltre, va detto che il cristiano ha un dovere preciso nei riguardi della società: è responsabile di venire incontro alla costruzione di una realtà nuova come l’Europa, di portare il proprio contributo. Come il Papa ultimamente dice, il Vangelo non è mai contro l’uomo ma è sempre e solo a favore dell’uomo. Chi possiede il Vangelo per un dono - perché gli è stato regalato dalla grazia del Signore - non può trattenerlo per sempre, ma lo deve investire, nel senso di offrirlo anche agli altri.

D. - Giovanni Paolo II un padre dell’Europa, dunque…

Cardinal Tettamanzi:Sì, è un padre dell’Europa e un fondatore. Mi piace mettere insieme questi due appellativi, perché si può essere fondatori con un senso di paternità che conduce anche ad avere coraggio: soprattutto quello di dire la verità di fronte a dei disordini, a delle storture. D’altra parte, l’essere padre significa sollecitare anche tutti a fare in modo che questa casa sia sentita come la casa di tutti. E per esserlo davvero di tutti, è doveroso che porti il suo contributo ad un livello molto più ampio, a livello mondiale. L’Europa deve ritrovare se stessa, ma deve trovare se stessa perché deve donarsi al mondo intero.
English Ordained by Pope Paul VI, the Archbishop of Genoa Cardinal Dionigi Tettamanzi is one of the newest Italian cardinals
Apr 07, 2005
Our one-hundred-thirty-eight red-hat we feature, in alphabetical order is the 65 year-old Italian Archbishop of Genoa Cardinal Dionigi Tettamanzi, who taught Theology to seminarians for thirty years before being pegged as Archbishop of Ancona in 1989 and then in 1995 to Genoa. Ordained in 1957 by Pope Paul VI, then archbishop of Milan, he was elevated to the cardinalate during Pope John Paul II's most recent Consistory of February 21, 1997.

(DailyCatholic.org, Dec. 1999) One of the newer cardinals of the Church Cardinal Dionigi Tettamanzi was born in Renate Italy on March 14, 1934 and ordained a Diocesan priest on June 28, 1957 in the Diocese of Milan where he was ordained by Archbishop Giovanni Montini who would go on to become Pope Paul VI.

Father Tettamanzi was sent back to school where he received his Doctorate in Theology and then Archbishop Montini assigned him to teach fundamental Theology at the major seminary in Lower Venegono. From there he was transferred to teach Pastoral Theology at the Priestly Institute of Mary Immaculate as well as the Lombard Regional Institute of Pastoral Ministry.

From there he was appointed Rector of the Pontifical Lombard Seminary in Rome where he remained until the summer of 1989 when Pope John Paul II made him the new Archbishop of Ancona-Osimo and he was ordained and installed on July 1, 1989. He resigned this post in 1991 to become General Secretary of the Italian Episcopal Conference.

He held that position until being elected Vice President of the Italian Episcopal Conference in 1995. At the same time the Holy Father named Archbishop Tettamanzi the new Archbishop of Genoa on April 20, 1995. He remains in that post today. One further honor was due him and that came in the Holy Father's most recent Consistory of February 21, 1998 when he named Archbishop Tettamanzi to the cardinalate, bestowing on him the titular church of Sts. Ambrose and Charles. He was also assigned curial membership in the Congregation for the Doctrine of the Faith and the Congregation for Catholic Education as well as the Pontifical Council for Social Communications. At 65 he remains strongly involved in the Church and popular with his flock in the northern see of Genoa where he resides at Piazza Matteotti 4, 16123 in Genoa, Italy. Because of his lack of curial and international experience, he is not considered a serious candidate for the next papal election.
English Funeral Mass for Fr Giussani
Apr 06, 2005
United in the grateful and prayerful remembrance of Monsignor Luigi Giussani, founder of “Communion and Liberation”, Milan Cathedral, February 24, 2005.

1. Dear people, in this moment of farewell, I feel the need to express a particular gratitude.

It is gratitude to the Father who once more today, in this Eucharist, has given us his Son Jesus as Saviour and Redeemer and has had us taste the living and grace-bearing presence of his Son, believed in and loved as the most precious good of our life; indeed, the one and highest good.

It is gratitude to Christ the Lord himself , who is the centre and the heart of our whole experience of faith who, with his Body and Blood, continues to be the fount of salvation for the whole of mankind and who dwells in and lets himself be encountered in his Church.

It is gratitude to the Holy Spirit, giver of every good, who incessantly fills the Church and animates mankind with the superabundance of his gifts.

Today we want to thank the Lord, in a most particular way, for the gift of monsignor Luigi Giussani, priest of this Milanese Church, who founded Communion and Liberation and has always been, incessantly, its soul and its valued and sought-after guide.
It is first of all this Ambrosian Church that is happy to thank the Lord, because Fr Giussani was born in this Church as a man and a Christian, and was ordained priest; because here, before anywhere else, he poured out his extraordinary and untiring passion as an educator, above all of the youth, firstly in the Seminary, then at the Berchet High School and in the school environment where he took up the form of apostolate Catholic Action offered him with the name, which he made his own, of “Gioventù Studentesca,” as well as in the Catholic University; because it is here in our Church that, with his limpid and strong faith and with his indomitable apostolic passion, he brought to birth the Movement of Communion and Liberation, which later grew and developed not only in Milan, but also in many other parts of the world.

And with the Ambrosian Church, many other people and realities here present or represented express thei
Italian Omelia d’ingresso in Diocesi
Apr 06, 2005
Duomo di Milano - Concelebrazione eucaristica, 29 Settembre 2002

Carissimi,

saluto tutti e ciascuno dal profondo del cuore e con l’amore stesso di Cristo Gesù.

A voi e a questa Chiesa, rivolgo l’augurio dell’apostolo Paolo: «Il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come anche noi lo siamo verso di voi, per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio Padre nostro» (cfr. 1 Tessalonicesi 3,12-13a).

Un saluto per tutti

Il mio saluto vuole giungere in ogni casa delle nostre città e della nostra Diocesi ed è per coloro che il Signore mi affida. Vuole raggiungere ogni famiglia, in particolare quelle che vivono qualsiasi tipo di difficoltà; si esprime con un semplice “ciao” rivolto ad ogni bambino e ad ogni ragazzo; si fa disponibilità all’ascolto e all’accompagnamento per ogni adolescente e giovane; diventa incoraggiamento e condivisione di responsabilità per gli adulti; vuole farsi venerazione affettuosa per l’anziano; si apre alla vicinanza ad ogni malato; dice amore preferenziale per ogni persona debole, povera, umiliata e offesa; risuona come invito rispettoso, discreto e dialogante per chi fosse indifferente o addirittura, con o senza ragione, fosse ostile.  

Nessuno è estraneo a questo saluto. Nessuno si senta escluso dall’amore e dall’affetto che questo saluto esprime e comunica. Vorrei che ciascuno sapesse che, nel Signore, amo e cercherò di amare sino alla fine questa Chiesa, tutti coloro che la compongono e ogni persona che vive sul nostro territorio; vorrei che lo sapeste, lo sperimentaste e ne poteste gioire, riconoscendo in questo affetto e in questo amore un pallido, ma pur sempre vero, riflesso dell’amore immenso e incommensurabile di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.  

Con gioia e commozione, desidero riservare un saluto del tutto speciale al cardinale Carlo Maria Martini, che siamo contenti di vedere presente in mezzo a noi e che, all’inizio di questa celebrazione, mi ha passato il testimone, consegnandomi il pastorale che fu di san Carlo Borromeo. A lui, che mi è padre e fratello nell’episcopato, esprimo tutta la mia personale e convinta gratitudine perché, tredici anni fa su questo stesso altare, attraverso la preghiera e l’imposizione delle sue mani, prima del pastorale, mi ha trasmesso la grazia dell’Ordinazione episcopale. Mentre le pronuncio, avverto che queste parole possono e debbono compendiare i sentimenti di affetto e di riconoscenza che sono nel cuore di tutti noi. Grazie, Eminenza, per il servizio intelligente, appassionato e generoso che ha vissuto tra noi per oltre ventidue anni; per averci aiutato a crescere come Chiesa degli Apostoli, come comunità cristiana tutta centrata sull’Eucaristia, chiamata a “ritornare a Dio” e a una profonda dimensione contemplativa, totalmente dipendente dalla Parola del Signore, sollecitata dall’urgenza della missione, aperta alle esigenti e universali dimensioni della carità, in dialogo con il mondo e con tutti gli uomini di buona volontà. Le siamo davvero grati di quanto ci lascia come preziosa eredità che, mossi dallo Spirito, cercheremo di custodire con fedeltà e di trasmettere con creatività. La ringraziamo, in particolare, per averci promesso e assicurato di rimanere legato a tutti noi, a questa Chiesa che rimane pur sempre “sua” e a tutte le persone che vivono sul nostro territorio con il ministero dell’intercessione. Su questa sua preghiera di intercessione, che vorrà continuare e intensificare ogni giorno durante la sua desiderata permanenza nella città santa di Gerusalemme, faccio affidamento io per primo e contiamo tutti noi che, ne sia certo, continueremo a “portarla nel cuore”.

        Con il cardinale Carlo Maria Martini desidero salutare ciascuno dei presenti: i Confratelli nell’Episcopato provenienti da altre Diocesi, che ringrazio per la loro partecipazione a questo momento; il Vicario Generale, con i Vescovi Ausiliari, il Pro Vicario Generale e i Vicari Episcopali; il Capitolo del Duomo, la Curia arcivescovile, i Decani, i presbiteri, i diaconi e tutte le persone consacrate. Saluto cordialmente tutte le Autorità politiche, civiche, militari, giudiziarie e amministrative, che con tanta cortesia hanno risposto all’invito loro rivolto e che qui rappresentano l’intera cittadinanza di Milano e del più vasto territorio della nostra Diocesi. Saluto i responsabili e i rappresentanti di tutte le innumerevoli istituzioni accademiche, scientifiche e culturali, come di quelle del lavoro e del commercio qui intervenuti. Saluto inoltre la Veneranda Fabbrica del Duomo e i rappresentanti delle molteplici realtà ecclesiali presenti nella nostra Diocesi, dall’Azione Cattolica alle diverse Aggregazioni laicali, dalle Associazioni di Volontariato e del Terzo Settore a quelle familiari, scolastiche, culturali, professionali.

        In particolare desidero salutare e ringraziare quanti sono venuti, con Sua Eccellenza monsignor Franco Festorazzi, dall’Arcidiocesi di Ancona-Osimo, dove ho mosso i primi passi del mio servizio episcopale. Saluto ancora le tante persone e le tante realtà incontrate lungo il mio ministero presbiterale prima ed episcopale poi, con un esplicito ricordo per il Pontificio Seminario Lombardo in Roma e per tutti coloro che hanno operato e operano nella sede della Conferenza Episcopale Italiana. Né posso dimenticare, con i miei familiari, la parrocchia e l’intera comunità di Renate, dove sono “le mie radici”, che mi hanno sempre circondato di affetto, amicizia e tanta cordialità.

        A tutti vorrei esprimere il mio sincero ringraziamento per la gradita presenza, vedendo in tale presenza sia il segno di un legame profondo con quanti fin qui ho incontrato e conosciuto, sia il preludio di una intensa comunione e di una leale e generosa collaborazione reciproca con quanti ora il Signore mi affida e mette sul mio cammino.

Il ritorno nella Chiesa di Milano

        Nato e cresciuto in questa Chiesa ambrosiana che il Signore ha amato e arricchito con i suoi doni di grazia, dopo il servizio che sono stato chiamato a rendere in altre porzioni elette dell’unica Chiesa di Cristo, in questa stessa Chiesa di Dio che è in Milano e che sento “mia” in modo nuovo e con una responsabilità più piena sono ora tornato per amarla, dandole la mia vita totalmente e “sino alle fine” (cfr. Giovanni 13,1).

Il desiderio di vedere il vostro volto (cfr. 1 Tessalonicesi 3,10), suscitato in me dallo Spirito di Dio fin dal giorno della mia nomina, ormai si compie. Tuttavia, anche in questo momento solenne, desidero rassicurare tutti e ciascuno che non sono mai stato io a coltivare dentro di me il desiderio di diventare Arcivescovo di Milano. Il mio essere “tra voi” e “per voi” non è “da me”, ma è frutto di un disegno divino: è Dio, nel suo disegno misterioso e imperscrutabile, che ha diretto il mio cammino verso di voi (cfr. 1 Tessalonicesi 3,11)! Lo so e lo confesso con grande confusione: se sono qui come vostro Vescovo, lo sono perché “mandato da nostro Signore Gesù Cristo”! È, infatti, la volontà del Signore che mi ha raggiunto e mi ha inviato a voi attraverso le labbra e il cuore del Santo Padre. Al papa Giovanni Paolo II – qui rappresentato dal Nunzio Apostolico Sua Eccellenza monsignor Paolo Romeo, che ringrazio per la sua presenza – rinnovo, con fede e in piena disponibilità, la mia obbedienza; a lui, anche da questo Duomo che l’ha visto pellegrino per ben due volte, di fronte a tutti voi, dico la mia gioiosa adesione; con lui desidero rinsaldare quella comunione che rende autentico il nostro cammino di Chiesa; per lui, il suo ministero e la sua salute, innalzo la mia intensa preghiera, che so essere anche quella di tutti voi. Al Papa esprimo anche la mia sincera gratitudine: la sua voce sicura, il suo sguardo fisso, il suo sorriso e la sua carezza mentre mi comunicava la sua decisione di nominarmi Arcivescovo di Milano rimarranno indelebili nel mio cuore come consolazione, sostegno e stimolo a servire questa Chiesa e la sua comunione con la Sede di Pietro secondo un’ininterrotta tradizione espressa dall’antica formula “ubi Petrus ibi Ecclesia Mediolanensis”.

Dio solo, carissimi fratelli e figli, sa i sentimenti che hanno attraversato e il mio cuore e tuttora lo attraversano. Si possono riassumere, da una parte, nell’umile e sincera consapevolezza della mia debolezza e indegnità e, dall’altra, nella serenità che nasce dal sapermi attratto dall’amore di Dio, che dona “gioia e pace”, e dal riconoscere il disegno salvifico del Padre che mi coinvolge e mi trasforma.

Il distacco dalla Chiesa di Genova

È questo stesso provvidente e amoroso disegno che mi ha chiesto il distacco dalla Chiesa di Dio che è in Genova, una Chiesa a me carissima, che il Signore sette anni fa ha posto nel mio cuore di prete e di vescovo e alla quale avrei tanto desiderato poter dare tutto me stesso, amandola e servendola per sempre, sino alla morte. Ma l’amore del Padre, più grande di ogni nostro progetto, ha disposto e dispone diversamente.

Perciò, da questo Duomo che conserva le spoglie di San Giovanni Bono, nato a Recco e nominato Vescovo di Milano, desidero salutare con commozione e affetto la Chiesa di Genova che, per grazia e dono del Signore, è stata “mia” e che qui vedo rappresentata da qualche centinaio di fedeli, da diversi suoi preti e dal carissimo monsignor Alberto Tanasini, che è stato mio Vescovo Ausiliare e Vicario Generale. Carissimi, la vostra numerosa e graditissima presenza, di cui vi ringrazio cordialmente, mi ricorda il cammino fatto insieme in questi anni, le tante e intense celebrazioni vissute nella splendida cattedrale di San Lorenzo, nell’amatissimo Santuario della Madonna della Guardia e nelle altre chiese dell’Arcidiocesi e i molti incontri avuti con le più diverse categorie di persone nei luoghi della cultura, del lavoro, della gioia e del dolore.

Ai genovesi ho dato con semplicità e schiettezza me stesso: ossia la mia fede in Cristo e nella sua Chiesa, il mio amore fraterno e aperto a tutti, la mia preghiera. Dai genovesi ho imparato moltissimo; da loro ho ricevuto più di quanto abbia potuto o saputo donare. Lasciando Genova non posso certo dire con l’apostolo Paolo: «Fateci posto nel vostro cuore» (cfr. 2 Corinzi 7,2), perché questo posto, per vostra squisita bontà, voi me lo avete sempre riservato. E non dubitate: tutti voi fin qui avete avuto un posto nel mio cuore e – ve lo confido, certo che i milanesi non ne avranno a male! – continuerete ad averlo anche in futuro: “ora e sempre”, come vi ho detto domenica scorsa.

Anche per questo, il mio distacco dalla meravigliosa e cara città e dalla santa e amata Chiesa di Genova è stato vissuto non senza qualche vena di tristezza, di dolore e di fatica. Il sacrificio e la sofferenza di questo distacco, tuttavia, si fanno meno pesanti al pensiero che l’esperienza spirituale, pastorale, sociale e umana vissuta a Genova non solo continuerà a mantenere vivo in me un legame d’amore che non può spezzarsi, ma potrà anche offrirmi il suo prezioso contributo nel compimento della nuova missione che il Signore mi affida.

Il sostegno e la necessità della preghiera

E ora, giungendo a Milano, in questa santa Chiesa ambrosiana, mi sento trasportato da tantissime preghiere che, come un’onda potente e benefica, mi conducono al largo, invitandomi ad intraprendere con fiducia, insieme con voi, la navigazione che siamo chiamati a continuare nel mare della storia al soffio suadente e potente della parola e dello Spirito del Signore.

La trepidazione, quando non addirittura la paura, di fronte alle responsabilità e alle fatiche di questo mio nuovo ministero possono sfociare in un sentimento di serenità interiore e di abbandono filiale in Dio proprio grazie a queste preghiere. Sono le preghiere di tante persone che mi hanno scritto nelle scorse settimane, di tanti anziani e ammalati, di molti gruppi, parrocchie e comunità, dei diversi monasteri di clausura della nostra Diocesi.

In particolare, mentre sono certo dell’intercessione di mio papà dal cielo, il Signore mi fa la grazia di poter fare affidamento sulla preghiera di mia mamma, che abbraccio con affetto. A lei devo non solo la vita, ma anche l’educazione a un’umile e grande fede che riassume tutta la sua vitalità e la sua gioia nel “fiat”, nel “sì” alla volontà di Dio, sempre!

        Io stesso ho pregato e continuo a pregare. In modo particolare ho invocato san Dionigi, vescovo di Milano, sant’Ambrogio, san Carlo, e altri santi e beati di questa Chiesa milanese. Guardando a questo nugolo di testimoni (cfr. Ebrei 12,1) che ci avvolgono con la loro santità e la loro intercessione, sento di dover ricordare: il beato cardinale Schuster dal quale ho ricevuto la Santa Cresima e l’amore alla liturgia e all’umiltà e austerità di vita; il servo di Dio Paolo VI che mi ha ordinato prete e ha segnato i miei primi passi sacerdotali con un appassionato amore a Cristo Signore, alla Chiesa sua sposa, a questo nostro mondo tremendo e affascinante, non da condannare ma da capire e da amare; il cardinale Giovanni Colombo, il Rettore del mio cammino verso il sacerdozio, l’anima e la guida del mio ministero di insegnamento, con il suo esempio di un amore singolarissimo al Papa e di un coraggio libero e grande per la verità

La santità di questi e di altri pastori della Chiesa ambrosiana se, da un lato, mi intimorisce, dall’altro mi affascina e mi rassicura: non è senza un particolare collegamento con chi è chiamato a guidare la stessa Chiesa da essi amata e santificata.

Se ricordo qui l’onda della preghiera e della santità è per affermare subito un aspetto e un’esigenza fondamentali della vita del Vescovo e della Chiesa. Nessun’altra azione del Vescovo è più importante e più necessaria di questa: la preghiera! Per il Vescovo nessun altro dovere è più stringente e irrinunciabile della preghiera; tutti hanno diritto di ricevere da lui l’esempio e il dono della preghiera. Nessun altro desiderio può essere più intenso per un Vescovo che quello di portare tutti i credenti a divenire uomini e donne di preghiera, di fare della Chiesa una “scuola di preghiera”, «dove l’incontro con Cristo non si esprima soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti, fino a un vero “invaghimento” del cuore» (Novo millennio ineunte, n. 33). Sì, questo è il mio desiderio, che vi chiedo di condividere: fare di ogni comunità cristiana una scuola di preghiera perché sia veramente il tempio spirituale di Dio per le nostre città e per le nostre case!

Appello alla santità
La preghiera è segno e frutto della santità. Nessuno si spaventi di questo termine: l’ha iscritto nella storia Dio stesso: «Santificatevi e siate santi perché io sono santo» (cfr. Levitico 11,44-45)! La santità è una condizione di vita resa possibile da Gesù, che superando la durezza del cuore dell’uomo, ci fa capaci di quel radicalismo evangelico che ci porta ad essere perfetti come il Padre nostro che è nei cieli (cfr. Matteo 5,48). È il modo di vivere proprio di ogni cristiano, ossia di chi, continuamente plasmato e trasformato dallo Spirito di Dio, viene “cristificato”, reso immagine vera e ripresentazione reale del Signore Gesù. I santi, poi, – quelli già riconosciuti dalla Chiesa come quelli che vivono in mezzo a noi – ci dicono che l’essere santi è possibile e bello ed è fonte di felicità! Sì, carissimi fratelli e sorelle, il cristianesimo – come diceva Paolo VI – è difficile, ma è felice! È felice perché ha come suo programma ed emblema le beatitudini, che Gesù ha proclamato e vissuto per primo (cfr. Matteo 5,1-12).

Questa nostra santità, che è la vera novità evangelica, alimenta la santità della Chiesa intera e dà la forza di operare il cambiamento della stessa società. Ed è nella prospettiva della santità che deve realizzarsi tutto il nostro cammino pastorale (cfr. Novo millennio ineunte, n. 30). Questa, infatti, per ciascuno di noi e per tutti noi, è la volontà di Dio: la nostra santificazione (cfr. 1 Tessalonicesi 4,3). Resi santi nel Battesimo non possiamo accontentarci di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalistica e di una religiosità superficiale, ma dobbiamo vivere da santi, secondo questa “misura alta” della vita cristiana ordinaria (cfr. Novo millennio ineunte, n. 31).

La vitalità della Chiesa di Milano

        Iniziando solennemente il mio ministero episcopale in terra ambrosiana, contemplo e ammiro la nostra Chiesa, che il Signore per primo ama e considera come un bene prezioso, perché – come scrive Sant’Ambrogio commentando il Salmo 118 – a lei così si rivolge: «Tu sei il mio sigillo, creata a mia immagine e somiglianza, Risplende in te l’immagine della giustizia, l’immagine della sapienza e delle virtù» (Commento al Salmo 118/2, XXII, 34). La contemplo e la ammiro nella sua bellezza spirituale e nella ricchezza dei doni ricevuti da Dio e per questa amata e veneranda Chiesa ambrosiana sento di poter ripetere le parole che sant’Ignazio di Antiochia riservava alla Chiesa di Smirne in Asia Minore: «Questa Chiesa ha ottenuto per divina misericordia ogni grazia, è piena di fede e di carità e nessun dono le manca. È degna di Dio e feconda di santità. Ringrazio Gesù Cristo Dio che vi ha resi così saggi. Ho visto infatti che siete fondati su una fede incrollabile, come se foste inchiodati, carne e spirito, alla Croce del Signore Gesù Cristo, e che siete ripieni di carità nel Sangue di Cristo…» (Lettera ai cristiani di Smirne, cap. 1).

        Questa ammirazione nasce dalla attenta considerazione del passato glorioso della nostra Chiesa, di cui questo stesso Duomo è, in qualche modo, testimonianza e simbolo. Sì, come diceva nell’omelia del suo ingresso l’arcivescovo Giovanni Battista Montini, «Noi siamo eredi di un immenso patrimonio spirituale. È il patrimonio della civiltà cristiana che oggi noi contempliamo nei suoi segni simbolici; è il patrimonio che conserva i titoli della nostra nobiltà, derivata da secoli d’incancellabile storia; è il patrimonio che ci fornisce i principi basilari della fraterna convivenza, dei diritti sacri della dignità umana, dell’inviolabilità delle leggi, del carattere sacro dell’autorità, dell’incoercibile libertà della coscienza personale, della funzione elevatrice della fatica e del dolore, della speranza nel destino dell’oltretomba».

        La stessa ammirazione è anche per il presente della nostra Chiesa. Quella di Milano, che il Signore mi manda a servire, è una Chiesa viva, ricca di fede e ricolma di una straordinaria ricchezza di grazia, che andrò man mano conoscendo. Lo testimoniano le sue risorse morali e spirituali; le sue espressioni di carità e di impegno educativo, a iniziare da quello profuso nei nostri oratori; la generosità pastorale e lo slancio missionario dei sacerdoti, dei diaconi, delle persone consacrate e dei fedeli laici, uomini e donne; il cammino ecumenico, il dialogo tra le religioni, l’attenzione ai non credenti, l’accoglienza di chi viene da lontano, l’apertura all’Europa e al mondo.

Una vitalità da custodire e rinnovare

        Oggi, tuttavia, anche qui da noi, questa ricca vitalità della fede è “minacciata”. Si tratta di un fenomeno che non riguarda solo la nostra Chiesa e il nostro territorio, ma che certamente proprio tra noi va assumendo un rilievo tutto speciale e, sotto certi aspetti, unico perché proprio a Milano – come già sottolineava quarantasette anni fa l’arcivescovo Montini – si incontrano, talvolta fino a contrapporsi e a scontarsi, «la ricchezza stupenda e secolare d’una tradizione religiosa … di fede, di santità, di arte, di storia, di letteratura, di carità, con una ricchezza meravigliosa e modernissima di vita…, di lavoro, d’industria, di commercio, di arte, di sport, di politica».

        Il nostro contesto odierno è profondamente mutato. Dobbiamo riconoscerlo, senza pregiudizi e senza nostalgie, con uno sguardo realistico e disincantato: oggi è profondamente cambiata la situazione sociale, culturale e religiosa del nostro mondo e delle nostre stesse comunità cristiane. Il processo di “secolarizzazione” continua a erodere la tradizione cristiana anche delle nostre città e dei nostri paesi. Oggi assistiamo a una vera e propria “scristianizzazione”; molti, anche tra i cristiani, pensano e vivono “come se Dio non esistesse”; per tanti e in tanti contesti va sempre più diventando insignificante ogni riferimento all’assoluto e alla trascendenza; si va diffondendo l’indifferenza religiosa e ci troviamo di fronte a una sorta di “neopaganesimo”, nel quale – come sottolineava qualche anno fa il cardinale Martini – gli uomini e le donne, «privi dell’orizzonte totale e rassicurante dell’ideologia ed insieme privi di un “ultimo Dio” capace di salvare il mondo, vorrebbero ricondurre tutto al frammento, all’attimo, alla dignità dell’essere umani, soltanto umani e basta, con tutta la caducità che questo comporta» (Ripartiamo da Dio. Lettera pastorale per l’anno 1995-1996, n. 13). Viene così da chiederci se tra noi, al di là di alcune usanze e pratiche della religione cristiana, i criteri di giudizio e di scelta nella nostra vita sono ancora secondo Gesù Cristo e il suo Vangelo.

        In questo stato di cose, anche la vitalità della nostra Chiesa può seriamente diminuire, se non addirittura andare perduta. Sì, carissimi, perché la vitalità della fede di una comunità cristiana non si conserva da se stessa; senza un permanente e deciso rinnovamento, rischia di attenuarsi e persino di estinguersi. Del resto, è la storia stessa di tante comunità cristiane che ce lo ricorda e ce lo insegna. Senza dire che non possiamo mai dimenticare una parola del Vangelo: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Luca 18,8). È un interrogativo che faremo bene a lasciar risuonare continuamente dentro di noi e nelle nostre comunità e che si presenta come appello vibrante per il nostro cammino di fede e il nostro impegno missionario.

        Ricordiamolo tutti: la vitalità e la ricchezza di fede della nostra Chiesa sono certamente un “dono”, di cui non saremo mai adeguatamente riconoscenti; ma sono anche un “compito”, ossia un patrimonio e una eredità posti nelle nostre mani per essere da noi gelosamente custoditi, tenacemente difesi e continuamente rinnovati.

        Per questo, un primo compito spirituale e pastorale che ci deve vedere tutti impegnati consiste nel rinnovare e portare a perfezione la vitalità di fede della nostra Chiesa. Oggi più che mai abbiamo bisogno di un cristianesimo vero, adeguato ai tempi che stiamo vivendo, frutto di scelte personali e mature: il sempre fecondo tesoro religioso e morale che abbiamo ricevuto chiede di essere approfondito e rinnovato in noi stessi, nelle nostre opere, nella nostra vita, nella nostra cultura. Non possiamo più accontentarci di credere solo per consuetudine; il nostro non è il tempo della semplice conservazione dell’esistente! Occorre che abbiamo a crescere in una “fede adulta”, personale, convinta, entusiasta, testimoniante; una fede che renda ciascuno di noi e le nostre comunità capaci di vivere il Vangelo con semplicità, fierezza e gioia anche in una società tecnicizzata e urbanizzata come la nostra; una fede illuminata e sostenuta mediante forti itinerari formativi, celebrata nella liturgia, espressa e testimoniata nella carità; una fede in grado di mostrare la sua ragionevolezza agli uomini del nostro tempo.  

Un appassionato amore alla Parola di Dio, ascoltata e accolta anche con la pratica della “lectio divina”, l’intimità e la comunione con il Signore Gesù realizzate nei sacramenti e quotidianamente alimentate nel dialogo della preghiera, la sequela di Cristo nel generoso servizio della carità saranno il segno più vero di una fede profondamente rinnovata, portata alla sua matura e piena vitalità. E sarà questa stessa fede, con la novità dei suoi criteri di giudizio e di scelta, a ispirare, sostenere e incoraggiare la vita di ciascuno di noi. Sarà questa stessa fede a valorizzare, discernere e purificare ogni cultura e a creare una “cultura secondo il Vangelo” e, proprio per questo, secondo le attese più vere e radicali del cuore di ogni uomo e donna.  

La necessità di un nuovo slancio missionario

        Un secondo compito spirituale e pastorale che ci attende e ci sollecita consiste nel dare spazio a un nuovo slancio missionario. È un compito che si fonda sull’esigente imperativo del Signore: le parole di Gesù risorto, che abbiamo ascoltato nel Vangelo, «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura» (Marco 16,15) sono, infatti, incise e scolpite con il fuoco dello Spirito come grazia e comandamento nel cuore di ogni credente. È un compito iscritto nell’identità di ogni credente, così come essa viene “creata” dal Battesimo, dalla Cresima e dagli altri Sacramenti e viene delineata dal Vangelo che ci chiede di essere “luce”, “sale”, “lievito”, “fuoco”, “città posta sul monte”. È un compito che si fonda nel dinamismo di fede e di carità che lo Spirito Santo va continuamente suscitando, corroborando e conducendo a perfezione nel cuore nuovo del credente.

        Questo stesso slancio missionario, come dinamismo per l’annuncio e la testimonianza del Vangelo di Cristo dappertutto e a tutti, promana irresistibilmente da una fede matura e, nello stesso tempo, è fattore che concorre a far maturare la fede. Infatti, come ha scritto Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptor hominis, «la fede si rafforza donandola» e «la missione è un problema di fede, è l’indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi» (nn. 2 e 11) ed «è impensabile – come aveva sottolineato Paolo VI – che un uomo abbia accolto la Parola e si sia dato al Regno, senza diventare uno che a sua volta testimonia e annunzia» (Evangelii nuntiandi, n. 24). Ciò significa che quanto più viva è la fede, tanto più forte si fa lo slancio missionario, così come l’impegno per la missione contribuisce in un modo particolarmente significativo ed efficace alla vitalità della fede. C’è, a tale proposito, un testo del Concilio che invita ogni nostra comunità cristiana a una riflessione quanto mai seria: «La grazia del rinnovamento non può crescere nelle comunità, se ciascuna di esse non allarga gli spazi della carità sino ai confini della terra, dimostrando per quelli che sono lontani la stessa sollecitudine che per coloro che sono propri membri» (Ad gentes, n. 37). Mi chiedo: non è forse qui indicata la ragione di un certo immobilismo, se non persino di non poca sterilità, da cui alcune comunità parrocchiali e realtà di Chiesa possono essere colpite?

        È poi la concreta situazione storica che stiamo vivendo a mostrare la necessità e l’urgenza di questo nuovo slancio missionario. Gli uomini e le donne del nostro tempo, anche se inconsapevolmente, ci chiedono di “parlare” loro di Cristo, anzi di farlo loro “vedere”. Essi hanno diritto alla nostra gioiosa e coraggiosa testimonianza di fede, come ne ha diritto la società intera: anche se si è fatta indifferente, pagana e ostile a Dio e a Gesù Cristo, la nostra società, infatti, non può sradicare e cancellare quell’anelito religioso che Dio Creatore e Padre ha impresso nel cuore di ogni uomo. Verso questa società noi credenti abbiamo, quindi, un debito: quello di offrire, con la vita e non solo con le parole, una limpida e convinta professione di fede in Gesù unico, necessario e universale Salvatore dell’uomo, della storia e del mondo. La presenza tra noi di molti “lontani e indifferenti”, mentre sollecita la nostra attenzione e la nostra conversione, esige che la nostra fede e la nostra testimonianza siano più vere e più credibili. Le numerose persone non battezzate presenti sul nostro territorio reclamano un impegno rinnovato per far conoscere loro la “bella notizia” di Gesù. Le grandi sfide culturali poste dalla scienza e dalla tecnica ci chiedono risposte e atteggiamenti che sappiano sempre rispettare e promuovere la verità, la giustizia e la dignità di ogni persona.

        Non ci è dunque lecito sottrarci all’impegno missionario! Non lo può questa nostra Chiesa ambrosiana se vuole essere degna della sua vocazione, della sua storia e della magnifica testimonianza di dedizione al Vangelo e di servizio all’uomo offerta, talvolta fino al martirio, da tanti suoi figli, preti, religiosi e laici, che hanno operato e operano nel cosiddetto mondo delle missioni.

        Per questo, tutti i nostri sforzi e impegni spirituali e pastorali non possono esaurirsi nel curare la fede dei credenti e di quanti partecipano alla vita, alle attività e alle iniziative delle nostre comunità e delle nostre aggregazioni, ma devono aprirsi e coinvolgersi più energicamente verso quanti ancora sono chiamati a conoscere, amare e seguire il Signore Gesù, modello perfetto di uomo e luce del mondo. In questa linea, la prassi pastorale ordinaria e quotidiana delle nostre comunità cristiane deve essere animata da un più convinto, energico e coraggioso spirito missionario, facendo di ogni gesto, di ogni incontro, di ogni iniziativa un’occasione propizia per dire una parola e offrire una testimonianza che sappiano interrogare, illuminare, proporre, scuotere, sostenere, accompagnare. Nel vivere questo nuovo slancio missionario siamo chiamati a riservare una particolare attenzione alle giovani generazioni, mediante un’opera educativa costante, intelligente e coinvolgente, che miri a fare dei giovani delle persone felici perché libere, vere e appassionatamente innamorate di Cristo e del suo Vangelo. Con e per i “non credenti”, la nostra azione missionaria, partendo dalla testimonianza personale, deve saper suscitare le domande di fondo della vita e, attraverso un dialogo nella carità e nella verità, deve giungere all’annuncio esplicito del Vangelo perché ciascuno, nella sua piena libertà, possa decidersi e orientarsi. Lo stesso slancio missionario deve raggiungere, in particolare, tutti gli ambienti della vita sociale: è proprio qui, infatti, che la missionarietà si fa più urgente e necessaria, perché in questi stessi ambienti più pesante ed evidente è il fenomeno della scristianizzazione. Gli ambienti di vita costituiscono, quindi, il contesto primo e concreto nel quale vivere e comunicare la fede; è nell’ambiente – ossia nel tessuto delle relazioni personali che lo animano e nelle attività umane che lo vivificano – che Dio ci chiama a crescere nella fede, anche mediante la testimonianza e l’opera di evangelizzazione. E tra gli ambienti di vita, la famiglia occupa un posto particolare e privilegiato, in quanto essa è il luogo dell’esperienza umana fondamentale e come il “crocevia” di tutti o quasi gli ambienti della vita sociale.

        Lasciamoci, quindi, provocare dalle esigenze della missione! Ciascuno di noi senta quotidianamente rivolta a sé la parola esaltante e inquietante di Cristo: “Tu sei il sale della terra…; tu sei la luce del mondo…!” (cfr. Matteo 5,13-16); e ripeta con Paolo e come lui: “Non è per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo!» (1 Corinzi 9,16).

Il servizio all’uomo e alla società

        C’è, dunque, bisogno di questo muovo slancio missionario. Ma nessuno si inganni. Il mandato di Gesù risuonato anche oggi in questo Duomo – «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Marco 16,15) – non ci estranea dal mondo né ci rende indifferenti ai problemi dell’umanità. È piuttosto il Vangelo stesso a ributtarci nel mondo; è la piena fedeltà alla novità e originalità cristiana a renderci profondamente inseriti nella storia e attivamente partecipi, in comunione con tutti, delle vicende dell’umanità. Come scrive il Concilio, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Gaudium et spes, n. 1).

        Di conseguenza, il cristiano che contempla il volto di Cristo non può non ritrovare questo stesso volto in ogni uomo che incontra: l’uomo, infatti, è stato plasmato da Dio a immagine e somiglianza di Cristo! Di più, il cristiano è chiamato a rivivere l’amore stesso che Gesù Cristo nutre per l’uomo: un amore che venera la dignità personale di tutti, senza alcuna discriminazione, e che si fa predilezione compassionevole e servizievole verso tutti coloro che soffrono le più svariate forme di sofferenza umana, da quelle fisiche, a quelle morali, spirituali e religiose.

        Serviamo, dunque, l’uomo e la società. È questa un’esigenza intrinseca e insopprimibile della missione. Ed è proprio annunciando e testimoniando il Vangelo, che la Chiesa offre il suo servizio – nuovo, originale e necessario – all’uomo e alla società. Sì, il Vangelo mentre rivela il mistero di Dio rivela il mistero dell’uomo, svela la sua altissima dignità di persona e di figlio di Dio: il suo è un messaggio inscindibilmente teologico e antropologico. Il Vangelo è “a favore” dell’uomo. Lo ricordino e lo testimonino i cristiani; lo comprendano e lo vedano tutti, qualunque sia la loro religione e la loro cultura: il Vangelo non è mai “contro” l’uomo, ma è “per” l’uomo, perché la dignità personale di tutti e di ciascuno sia riconosciuta e onorata, difesa ed esaltata.

        Non perdiamoci dunque d’animo, ma perseveriamo nel proclamare il Vangelo: è questo il dono più prezioso che possiamo offrire all’umanità di oggi e di sempre. La fedeltà a questa missione, che ci qualifica come Chiesa, ci chiede di vivere il primato del Vangelo, di conoscere e diffondere la dottrina sociale della Chiesa, di richiamare e riaffermare, di fronte a tutti e in ogni contesto, le irrinunciabili esigenze dell’etica, ossia della vera umanità che è iscritta in ciascuno di noi. La stessa fedeltà alla missione ci chiede un amore appassionato e maturo alla libertà: senza libertà non c’è etica, non c’è responsabilità nell’intimo della propria coscienza, di fronte agli altri, a iniziare dai più poveri, e al cospetto di Dio, giudice giusto e misericordioso di tutti, dai piccoli ai grandi della terra. Servire l’uomo e la società significa, perciò, adoperarsi per rendere ogni persona veramente e pienamente libera, cioè responsabile e pronta a lavorare per il bene di tutti, per il bene comune.

Mentre predico questa libertà, quale Vescovo di questa Chiesa di Dio che è in Milano, con fermezza e convinzione, intendo rivendicare questa stessa libertà di fronte a tutti. Mi aiuti sant’Ambrogio a ricordare, comportandomi di conseguenza, che «non si addice a un imperatore soffocare la libertà di parola né ad un vescovo tacere il proprio pensiero» e che «in un vescovo non c’è nulla di così rischioso  davanti a Dio e di così vergognoso davanti agli uomini quanto il non proclamare apertamente il proprio pensiero» (Lettera 74,2).

        A tutti noi cristiani, partecipi dell’unica missione della Chiesa che è nel mondo a servizio del Regno di Dio, è chiesto di servire l’uomo e la società svolgendo nel mondo la funzione che – secondo l’antica A Diogneto (n. 6) – è propria dell’anima nel corpo. Si tratta di essere “anima del mondo”, ossia di essere germe di speranza e forza di vera libertà e di nuova solidarietà nella società umana. Ciò esige, tra l’altro, un di più di partecipazione, comunitaria e costruttiva, ai problemi concreti della città e della società in un contesto europeo e mondiale sempre più globalizzato. Non dimentichiamolo: tale partecipazione non è soltanto un diritto democratico, ma anche e innanzitutto un preciso dovere morale! La gravità dei problemi sociali che oggi pesano sulle nostre città – la disoccupazione, il benessere egoistico, la disgregazione familiare, il disagio giovanile, l’immigrazione, l’emarginazione degli anziani – rende ancora più urgente l’educazione a una coscienza civica e politica quale aspetto necessario della coscienza morale umana e cristiana. Anche in questo ambito si può cadere nel peccato di omissione: e spesso non è il meno grave!

        Servire l’uomo e la società come “anima del mondo” richiede anche la valorizzazione di tutto ciò che è buono, vero, giusto, bello (cfr. Filippesi 4,8), anzi l’impegno a “intraprendere” per noi, per i fratelli e per la valorizzazione dell’ambiente in cui viviamo. Come ci ammonisce il Vangelo, i talenti non si devono sotterrare ma trafficare (cfr. Matteo 25,14ss). Quante “risorse” possiede la nostra Città e la nostra terra: nel campo dell’economia, della finanza, della cultura e dell’arte, della ricerca scientifica e dell’applicazione tecnologica, della moda, del lavoro! Tutte queste risorse vanno valorizzate e sviluppate. Il Vangelo non frena, ma stimola questo “spirito di intrapresa”; pone una sola condizione, che è però liberante: che non si sacrifichi mai il vero bene dell’uomo! Milano può e deve “fare” di più, può e deve “dare” di più: al suo interno e fuori, in Europa e nel mondo! Anche in questo ambito, Milano ha una vocazione da onorare.

        Nel vivere questo spirito di intrapresa a servizio dell’uomo e della società, una attenzione del tutto particolare va riservata al vasto e vario mondo dei poveri. Come ho già avuto occasione di dire e di scrivere, anche da questo pulpito del nostro Duomo ripeto a tutti con convinta decisione che “i diritti dei deboli non sono affatto diritti deboli, ma sono del tutto eguali ai diritti dei forti”. Ne segue che, tutti insieme e ciascuno per la propria parte, dobbiamo operare ancora di più per la giustizia e per la solidarietà, quella concreta, che ci rende fattivamente attenti ad ogni forma, antica e nuova, di povertà e solleciti di fronte a ogni emergenza sociale, tra cui va annoverato il sempre più diffuso e complesso fenomeno immigratorio. Sì, il nostro impegno per la giustizia e la solidarietà sia veramente costante e deciso: contribuiremo così a porre le premesse per quella pace che oggi viene continuamente minacciata e di cui, invece, il mondo ha sempre più bisogno.

Tutti corresponsabili nella missione

        Per dare attuazione a questo nuovo slancio missionario e al servizio all’uomo e alla società che vi è intrinsecamente connesso, occorre che tutti – individui, comunità e aggregazioni – si sentano responsabilizzati. Tutti, cioè, dobbiamo essere coscienti della grande grazia che il Signore ci dona affidandoci la missione di prendere parte alla grande e meravigliosa avventura cristiana ed ecclesiale.

        Sì, fratelli e sorelle, la missione è un dono e una responsabilità che tutti ci interpella e ci coinvolge. Interpella ciascuno di noi personalmente: in questo ambito della testimonianza della fede, come in ogni altro ambito della vita – ce lo ricorda il profeta Ezechiele – la responsabilità davanti a Dio non può essere ereditaria, ma è sempre personale (cfr. Ezechiele 18,25-28). Ne segue che, come hanno fatto i nostri padri, anche ciascuno di noi oggi, con rinnovato slancio, è chiamato a vivere questa responsabilità. Lo esige la nostra identità di cristiani. Come leggiamo, infatti, nel Sinodo 47° della nostra Diocesi, «l’annuncio della buona notizia del regno di Dio è, per ogni cristiano, un impegno al quale viene abilitato dal battesimo, che lo rende creatura nuova, e dai doni dello Spirito santo. L’incontro con il Signore genera in ciascuno la necessità di annunciare con la parola e di testimoniare con la vita agli altri uomini il senso vero dell’esistenza che gli è stato donato» (cost. 372, § 2).

        Il compito missionario interpella tutti noi insieme, come membra di un unico corpo, pietre vive di un unico edificio spirituale, tralci fecondi di una medesima vite. La missione non è un “affare privato”, né un compito solitario. Riguarda la Chiesa, quale mistero di comunione, a cui tutti apparteniamo e dal quale tutti siamo radicalmente caratterizzati: ciascuno di noi, in quanto parte viva dell’unico popolo di Dio, è chiamato a collaborare, secondo la propria vocazione, alla vita e alla missione della Chiesa in comunione con tutti gli altri fedeli.

        L’identico mandato missionario, infine, è da viversi secondo la varietà e complementarietà delle vocazioni e condizioni di vita, dei ministeri, dei doni e carismi, delle responsabilità. Come ci ricorda, infatti, san Paolo, «a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune» (1 Corinzi 12,7).

In particolare vorrei che si sentissero pienamente corresponsabili nell’unica missione della Chiesa i laici, singoli e aggregati. Partecipi, per la loro parte, dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale del Signore Gesù, essi, in modo peculiare, hanno nel mondo il luogo proprio e privilegiato di esercizio della loro missione: sono chiamati, infatti, da Dio «a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esercizio della loro funzione propria e sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a rendere visibile Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro vita e con il fulgore della fede, della speranza e della carità» (Lumen gentium, n. 31). Non meno importante e determinante è, nello stesso tempo, il loro ruolo nella Chiesa. Come motivo di fierezza e di incitamento a vivere con coraggio e fiducia tale ruolo, ad ogni laico della nostra Chiesa ricordo quanto diceva già Pio XII nel 1946: «I fedeli, e più precisamente i laici, si trovano nella linea più avanzata della vita della Chiesa; per loro la Chiesa è il principio vitale della società umana. Perciò essi, specialmente essi, debbono avere una sempre più chiara consapevolezza, non soltanto di appartenere alla Chiesa, ma di essere la Chiesa, vale a dire la comunità dei fedeli sulla terra sotto la guida del Capo comune, il Papa, e dei Vescovi in comunione con lui. Essi sono la Chiesa».

Sempre nell’orizzonte della corresponsabilità di tutti nella missione della Chiesa, una parola specifica sento di dover riservare ai preti, che il Signore chiama e vuole come anima e guida delle comunità cristiane, in comunione con tutti i fedeli. Da loro, dunque, in modo particolare dipende il futuro della nostra Chiesa. A voi, carissimi confratelli nell’unico sacerdozio del Signore Gesù, dico il mio affetto, la mia ammirazione e il mio grazie per la passione e la fatica apostolica con cui esercitate il vostro ministero; a voi desidero rivolgere una parola di incitamento e di speranza perché non abbiate mai a perdervi d’animo né a lasciarvi sopraffare dalle inevitabili stanchezze e difficoltà.

Tra queste difficoltà dobbiamo annoverare oggi l’invecchiamento del clero e la scarsità delle vocazioni. In questa situazione, le parole di Gesù «La messe è molta» – prima ancora di queste altre: «ma gli operai sono pochi» (cfr. Matteo 19,37) – devono rimanere scolpite nel nostro cuore, perché proprio l’abbondanza della messe può accendervi una speranza nuova e insieme un più forte senso di responsabilità. Una responsabilità che si esprime anzitutto con la preghiera, attuando così l’impegno preciso, e in un certo senso unico, che il Signore ci ha indicato: «pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe» (Matteo 9,38). Sì, prima di interrogarci su che cosa fare, prima di studiare possibili e doverose iniziative, prima di programmare incontri ed esperienze, incominciamo a pregare. In realtà, solo a partire dalla preghiera e solo in riferimento ad essa si può efficacemente passare ad altro. Diamo, quindi, vita a “una grande preghiera per le vocazioni”: sia una preghiera fiduciosa, costante, personale e comunitaria che, come onda benefica, attraversi e coinvolga attivamente i seminari, le comunità parrocchiali, i gruppi, le famiglie, gli anziani, gli ammalati, ogni singola persona.

L’esigenza della comunione

        La missione della Chiesa – ce lo dice Gesù – esige la comunione: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Giovanni 17,21). Sì, la comunione è condizione per la credibilità e l’efficacia della missione, ma è anche il contenuto stesso e il senso ultimo della missione, che consiste appunto nel rivelare al mondo l’amore di Dio.

Proprio per questo, tra le preoccupazioni più vive del mio cuore di Vescovo, che il Signore ha posto come “fondamento visibile dell’unità della Chiesa” (cfr. Lumen gentium, n. 25), vi è quella di favorire, incoraggiare, sollecitare con forza la comunione dei cristiani nell’unico corpo di Cristo che è la Chiesa. Coerentemente, oggi, e vorrei che così fosse per ogni giorno del mio ministero, il mio animo è in totale sintonia con quello dell’apostolo Paolo, quale ci è stato svelato dalle sue stesse parole ascoltate nella seconda lettura della Messa di oggi: «Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Filippesi 2,1-5).  E di Gesù l’Apostolo canta l’umiltà abissale. Sì, condizione indispensabile e forza propulsiva dell’autentica comunione ecclesiale è l’umiltà: solo l’umiltà conduce a gareggiare nello stimarsi a vicenda (cfr. Romani 12,10); solo l’umiltà porta a riconoscere, rispettare, amare e valorizzare in armonia i doni diversi e complementari che lo Spirito affida a ciascuno per l’utilità comune.

   Impegniamoci, perciò, a fare della nostra Chiesa “la casa e la scuola della comunione”, promovendo anzitutto una autentica “spiritualità della comunione”, secondo i tratti e le dimensioni che il Papa ci ha indicato al termine del Grande Giubileo dei Duemila (cfr. Novo millennio ineunte, n. 43). Incoraggiamoci vicendevolmente a crescere sempre più nella comunione tra sacerdoti, persone consacrate, operatori pastorali e fedeli laici, nel segno di una collaborazione e corresponsabilità vissute nella cordialità e con gioia, capaci di contagiare i rapporti, non solo dei singoli tra di loro, ma anche tra le diverse comunità. Continuiamo a far maturare in ciascuno di noi e nelle nostre comunità quella “pastorale d’insieme” che il nostro Sinodo qualifica come esigenza connaturata con la Chiesa e come caratteristica particolarmente necessaria e urgente tra parrocchie vicine e nel medesimo decanato (cfr. cost. 155, § 1). In questa linea vorrei ripetere anche qui quanto andavo dicendo nelle mie visite alle parrocchie della Diocesi di Genova: “Ama la parrocchia altrui come la tua!”. Educhiamoci costantemente a vivere in spirito di autentica comunione anche i rapporti tra le diverse aggregazioni ecclesiali e tra queste e le comunità parrocchiali: sia costantemente coltivata la coscienza di appartenere tutti all’unica Chiesa, cresca una reale apertura e disponibilità alla collaborazione nel rispetto cordiale delle legittime diversità, nella valorizzazione sincera del carisma di ognuno, nella convinta e reale condivisione del cammino pastorale della Diocesi.  

Riconoscere e vivere l’esigenza della comunione vuol dire anche «rivolgersi con più accorata supplica allo Spirito Santo implorando da lui la grazia dell’unità dei cristiani». Come dice il Papa, «è questo un problema essenziale per la testimonianza evangelica nel mondo» (cfr. Tertio millennio adveniente, n. 34). La presenza a questa solenne celebrazione dei Rappresentanti delle diverse Chiese cristiane operanti in Diocesi – che ringrazio vivamente per la loro gradita partecipazione – ci richiama l’urgenza di questa problematica e ci invita a dare sempre più coscientemente un profondo respiro ecumenico alle nostre attività pastorali. In questa prospettiva, faccio mie le espressioni del cardinale Martini nella sua omelia per la solennità di Maria Nascente lo scorso 8 settembre, allorché affidava ai cristiani di tutte le confessioni «la speranza dell’unità della Chiesa e di una ritrovata comunione nella molteplicità dei doni di Dio, che permetta un dialogo fruttuoso tra le religioni e una rinnovata amicizia col popolo delle promesse». Sempre nella prospettiva della comunione, dobbiamo accogliere le forti provocazioni del Papa e di tanti Pastori della Chiesa ad affrontare le nuove frontiere del dialogo interreligioso dando un posto preminente al popolo ebraico e un’attenzione appropriata ai fedeli dell’Islam, senza per altro dimenticare i membri delle grandi religioni orientali.

Confessione di fede e di amore

Questa Chiesa, di cui siamo membra e della cui missione siamo tutti corresponsabili, non ha in se stessa né origine, né consistenza, né destino, ma è tutta e solo relativa a Cristo Signore: è da Lui, in Lui e per Lui. L’anima profonda della Chiesa si esprime, quindi, in un totale abbandono a Cristo, che si fa convinta confessione di fede, lode gioiosa e preghiera incessante.

In questo momento sento vivissimo il bisogno di proclamare con tutte le mie forze la fede in Cristo. A nome mio e a nome vostro ripeto, perciò, ancora una volta, le parole di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Matteo 16,16).

Sì, o Signore: Tu sei l’Unigenito del Padre; sei nostro fratello, il primogenito dell’umanità; Tu, “via, verità e vita” (Giovanni 14,6) sei l’unico e universale Salvatore del mondo; Tu solo, il Santo di Dio, hai parole di vita eterna (cfr. Giovanni 6,68); Tu ci sei assolutamente necessario; sei Tu il modello perfetto de
Italian Tettamanzi di vetta in vetta. Dalla Lanterna alla Madonnina
Apr 06, 2005
La scalata a Milano del cardinale di Genova viola un tabù. Che il Vaticano difende, ma solo a parole

(L´Espresso, 4 luglio 2002) Tra le notizie della rubrica "Riservato", "L´Espresso" n. 27 in data 4 luglio 2002 ha pubblicato la seguente noticina, relativa alla promozione - imminente - del cardinale Dionigi Tettamanzi da arcivescovo di Genova ad arcivescovo di Milano:

«Pur di conquistare l´ambitissima cattedra di Milano e più in là il papato, il cardinale Dionigi Tettamanzi ha lanciato una campagna autopromozionale spropositata, come da tempo non si vedeva ai vertici della Chiesa. Il massimo delle pressioni le ha esercitate sul segretario ombra di Giovanni Paolo II, l´arcivescovo polacco Stanislaw Dziwisz, ritenuto l´uomo chiave per strappare al papa l´agognata nomina. Nelle scorse settimane, da Dziwisz è stato tutto un bussare. Anche Leonardo Mondadori, editore prediletto dal papa e uomo dell´Opus Dei, è salito a perorare la causa. E come lui i capi di Sant´Egidio e dei Focolarini. Ma soprattutto tanti cardinali e vescovi. Il cardinale Ersilio Tonini ha fatto da press agent tra i vaticanisti, accreditando con largo anticipo che Tettamanzi sarebbe stato il sicuro successore del cardinale Carlo Maria Martini a Milano, trampolino per l´ancor più ambita successione alla sede di Pietro. È circolata persino la voce che i porporati sudamericani avessero rinunciato a un loro papabile, passando a sostenere proprio Tettamanzi. Al quale interessava soprattutto far dimenticare, tra tanto baccano, un brutto "vizio" che l´ultimo sinodo mondiale dei vescovi aveva denunciato: quello di "cambiare più sedi arcivescovili per fare carriera". Nel suo caso passando da Genova alla più prestigiosa Milano».

Di questa noticina meritano attenzione le ultime righe.

Esse fanno riferimento a una «raccomandazione» del Sinodo dei vescovi dell´ottobre 2001, dedicato proprio all´esame del ruolo del vescovo.

Al paragrafo 126 dei "Lineamenta", ossia del documento base della discussione, la raccomandazione caldeggiava testualmente

«la stabilità del vescovo nella diocesi per la quale è stato eletto, perché si confermi in lui una mentalità di donazione alla Chiesa che gli è stata affidata con un vincolo di fedeltà e amore sponsale».

E proseguiva dicendo:

«Si vorrebbero così evitare, in quanto possibile, certi problemi come la mentalità di un impegno passeggero in favore della diocesi, il desiderio di cambiamento o di trasferimento ad altre chiese particolari più prestigiose o meno problematiche, la discontinuità dei programmi e delle iniziative pastorali».

La promozione di Tettamanzi da Genova a Milano contraddice in pieno questa raccomandazione sinodale. Ed è anche una rarità nella prassi recente della Chiesa. Nei quasi 24 anni di pontificato di Giovanni Paolo II il precedente che più vi si avvicina è quello del cardinale tedesco Joachim Meisner, promosso da Berlino a Colonia nel 1988. Ma Berlino non era, all´epoca, una sede arcivescovile metropolitana. Come invece è Genova.

In precedenza, lo stesso Tettamanzi era stato arcivescovo di Ancona e Osimo. Ma solo per un anno e mezzo, tra il 1989 e il 1991. Questo suo «impegno passeggero» nella diocesi marchigiana preparò la successiva nomina a segretario generale della Conferenza episcopale italiana e poi ad arcivescovo di Genova e a cardinale.

E fin lì tutto normale, stando alla prassi. Fino a quando si raggiunge una vetta - Genova è una di queste - è frequentissimo che un ecclesiastico in carriera passi da una sede a un´altra di grado maggiore. Il Vaticano asseconda in tutto questi percorsi. Anche se, ultimamente, con coscienza sempre più inquieta.

La raccomandazione dell´ultimo Sinodo è una prova di questo disagio.

Un´altra è l´alt che il Vaticano intima quasi sempre una volta che un´ecclesiastico è giunto in vetta. Da una vetta all´altra, quando le vette corrispondono a diocesi importanti, di regola non si passa.

Una terza conferma di coscienza inquieta sono i mea culpa degli ex della congregazione per i vescovi, il dicastero che in Vaticano sovrintende alle nomine. Nel 1999 due cardinali che avevano ricoperto cariche altissime in questa congregazione svuotarono il sacco criticando duramente proprio le scalate di carriera che essi per anni avevano benedetto.

Il primo di questi cardinali fu Vincenzo Fagiolo. In un articolo pubblicato sull´"Osservatore Romano" del 27 marzo 1999 scrisse che «promozioni e trasferimenti andrebbero, se non eliminati, resi rari. Il vescovo non è un funzionario, un burocrate di passaggio, che si prepara per altri più prestigiosi incarichi».

E il secondo fu il cardinale Bernardin Gantin, per quattordici anni prefetto della congregazione per i vescovi, in un´intervista a "30 Giorni" del 1 aprile 1999:

«Quando viene nominato, il vescovo deve essere per il popolo di Dio un padre e un pastore. E padre lo si è per sempre. E così un vescovo, una volta nominato in una determinata sede, in linea di massima e di principio deve rimanere lì per sempre. Sia chiaro. Quello tra vescovo e diocesi viene raffigurato anche come un matrimonio e un matrimonio, secondo lo spirito evangelico, è indissolubile».

Gantin, nella stessa intervista, auspicò di «tornare alla prassi antica che proibiva tassativamente ogni trasferimento di sede episcopale» e di «introdurre questa norma nel Codice di diritto canonico».

Due mesi dopo, sul numero del 1 giugno 1999 di "30 Giorni" anche il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, sostenne con forza questo orientamento. Dicendo tra l'altro:

«Sono totalmente d'accordo con il cardinale Gantin. Soprattutto nella Chiesa non dovrebbe esistere alcun senso di carrierismo. Essere vescovo non deve essere considerato una carriera con diversi gradini, da una sede all'altra, ma un servizio molto umile [...]. Certo, ci possono essere casi eccezionali: una grandissima sede in cui è necessario avere esperienza del ministero episcopale, in questo caso può darsi... Ma non dovrebbe essere una prassi normale; solo in casi eccezionalissimi. Rimane valida questa visione del rapporto vescovo-diocesi come un matrimonio che implica una fedeltà. Anche il popolo cristiano pensa così: se un vescovo viene nominato in una diocesi, giustamente si vede questo come una promessa di fedeltà».

E cose simili disse, in una conferenza della primavera di quello stesso anno, il cardinale Jorge Arturo Medina Estevez, prefetto della congregazione per il culto e i sacramenti.

Poi venne, nel 2001, il sinodo dei vescovi a rilanciare l´idea.

Ma senza alcun risultato pratico. Anzi. La promozione di Tettamanzi da Genova a Milano arriva oggi a violare anche l´ultimo tabù: quello del salto da una vetta all´altra.

Perché le autorità vaticane vi diano corso «ci devono essere motivi gravi, gravissimi», argomentava ancora il cardinale Gantin. «E tra questi non vi è certo l´eventuale desiderio di un vescovo di cambiare sede».
Italian Limiti, risorse e opportunità nelle professioni sanitarie
Apr 05, 2005
Quasi mille persone tra medici, infermieri tecnici e infermieri hanno seguito i lavori del convegno. Ospite d’eccezione il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi. «Emerge come decisivo criterio interpretativo e insieme risolutivo quello della centralità dell’uomo come persona»

(Tracce, luglio/agosto 2003) «Il punto di partenza è una sanità che non sia malata, ma che abbia essa stessa la sua buona salute». È la prima invocazione del cardinale Dionigi Tettamanzi, intervenuto al secondo convegno nazionale di Medicina e Persona dal titolo “Medico cura te stesso: limiti, risorse, nuove opportunità nelle professioni sanitarie”, tenutosi presso l’Aula Magna dell’Università Statale di Milano dal 12 al 14 giugno scorsi. «Il punto di arrivo - ha continuato il Cardinale - è la salute della persona. Emerge così, come decisivo criterio interpretativo e insieme risolutivo quello della centralità dell’uomo come persona».

Ricercatori della verità sull’uomo

La centralità della persona è decisiva anche per la mission culturale dell’Associazione Medicina e Persona, 2.000 associati in Italia, Spagna, Canada e Paraguay in quattro anni di vita. Medici e infermieri, tecnici e amministratori, quasi mille nelle tre giornate di lavoro, sono incollati alla poltrona per ascoltare il cardinale Tettamanzi, già guida illuminata sulle tematiche della bioetica di cui è un profondo conoscitore.

Si discute di limite nella medicina e di risposte di fronte al limite. Parlano ricercatori di fama mondiale e capo sala, professori universitari del livello di Luciano Gattinoni, primario di Rianimazione al Policlinico di Milano, e cardiochirurghi come Ettore Vitali, direttore del De Gasperis di Niguarda, che descrive il rischio di dimenticare il limite con una barzelletta: «Qual è la differenza tra Dio e un cardiochirurgo? Che Dio non si crede un cardiochirurgo!».

La lezione del Cardinale invita i presenti a essere degli autentici filosofi, amanti e ricercatori della verità sull’uomo: «Una linea culturale oggi assai diffusa fa coincidere il “diritto”, ossia ciò che è vero e giusto, con il proprio desiderio e con la propria volontà. Di qui l’inevitabile diffondersi di “bisogni” non affatto “reali”, ma generati dal capriccio o da quell’interpretazione così dilatata di “salute” che porta non pochi a rivendicare, ad esempio, un inesistente diritto a divenire geneticamente genitori non potendolo o a rifiutare di divenirlo quando già il dono della vita è in via di compiersi». Non manca un riferimento allo “scientismo tecnologico”: «Partendo dal presupposto che l’uomo è “manipolatore di tutto” giunge a concludere che ciò che è tecnicamente fattibile è per ciò stesso moralmente ammissibile».

Il medico che è posto così frequentemente di fronte alla sofferenza deve essere il primo a farsi provocare dalla domanda di senso. «Com’è possibile al medico non solo “guarire”, ma anche “curare” il malato, il sofferente, il morente, se non si fa realmente “compagno” nel cammino della vita? In definitiva è proprio questa compagnia a decidere della maturità e della perfezione umana, morale, spirituale e religiosa della professione del medico e della sua fatica quotidiana».

Prima risorsa: la professionalità

I relatori si chiedono se la sanità sia un costo o una risorsa per la società e rispondono che la professione deve essere considerata la prima risorsa con la trascinante testimonianza di Costantino Mangioni, ordinario di Ginecologia presso l’Università di Milano Bicocca. «Il valore della professione può essere trasmesso. Il gesto è sempre carico di un valore pedagogico: chi è con noi impara. Come sosteneva Ignazio di Loyola, “insegni con quello che dici, con quello che sei, ma soprattutto con quello che fai”».

Il Cardinale propone un’analisi realistica del problema economico, arricchita da citazioni del magistero di Giovanni Paolo II. «Fondare le politiche sanitarie sui soli dati demografici e amministrativi porta a conseguenze negative e inaccettabili. Il bisogno di salute non è monetizzabile. “Non è ammissibile che la limitatezza delle risorse economiche - sono parole del Papa - conduca a escludere dalle cure sanitarie (…) la vita nascente, la vecchiaia, la grave disabilità, le malattie terminali”. Questo difficile problema potrà trovare una soluzione più giusta solo se ci sarà collaborazione tra mondo medico, mondo economico e mondo politico. Si tratta di camminare insieme verso una solidarietà entro la quale sia veramente operante il principio di sussidiarietà, per cui le risorse sono distribuite in modo proporzionale ai bisogni e all’impossibilità di soddisfarli con le proprie forze». L’invito conclusivo del cardinale Tettamanzi sembra rivolto direttamente a Medicina e Persona. «Qualcuno deve pur iniziare, rimettersi in gioco, inventare o re-inventare nuove strutture o regolamenti».

« La grande anomalia e la grande ricchezza di un convegno come questo - ha concluso Felice Achilli, presidente di Medicina e Persona - sta nell’aver consentito l’incontro fra uomini che lavorano in ambulatorio e in ospedale come se fossero a casa propria, medici e infermieri che nel proprio reparto danno l’acqua ai fiori ed eseguono gli interventi più complicati di terapia intensiva e chirurgia con la stessa passione».
Italian Ciò che rende solida la Città
Apr 05, 2005
Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento svolto dal Cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, nella tradizionale occasione del messaggio alla città in occasione della festa del Patrono, da l'Unità - 8 dicembre 2004.

Mi pare importante recuperare il senso civile della solidarietà, troppo spesso pensata esclusivamente come un dovere di soccorrere chi ha meno oppure, secondo accezioni correnti, come il surrogato laico della carità, intesa restrittivamente nella sua accezione tradizionale di elemosina e non come atteggiamento del cuore.

Intendiamo la solidarietà come quel vincolo che unisce tutti i cittadini tra loro, che li sorregge nell'impegno civile, che li toglie dal desiderio di essere anonimi in mezzo alla folla. Dico “desiderio”, perché è certo che la tentazione dell'anonimato, e quindi della fuga dalle responsabilità, è una tentazione oggi ben presente nella vita dell'uomo, con un suo “tranquillizzante” alone.

Potremmo dire che non può esserci un cittadino, né tanto meno una Città, se viene rifiutata la solidarietà, se essa è sbrigativamente liquidata come un insieme di buoni pensieri, tipico di chi si lascia impietosire.

Non è, la solidarietà, qualcosa che ha a che vedere con una pietà di basso profilo. È qualcosa di ben più ampio. È, appunto, ciò che rende “solida” la Città, ciò che unisce i cittadini, ciò che non è scritto, né può essere comandato ed è tuttavia necessario, così necessario che senza di essa vengono minate le fondamenta stesse della società.

Sarebbe utile, in proposito, tornare ad una riflessione sulle virtù civili necessarie per l'oggi e ad una conseguente pedagogia: giustizia, solidarietà, amore della verità, onestà, fedeltà, saggezza, vigilanza sulla parola. E su ciò che, essendone l'esatto contrario, non serve e va bandito: il protagonismo, il parlare a vanvera, l'infedeltà, la disonestà, la parzialità, la menzogna, la schizofrenia costante tra parole e comportamenti... Senza vani moralismi, ma nella consapevolezza che si deve ripartire da qui nell'educazione dei cittadini e, in particolare, nei comportamenti della classe politica.

(...) La solidarietà appartiene, ad onta di tutto, nonostante guerre, massacri, eccidi, alla storia dell'uomo, alla sua cultura. Ne è, anzi, l'aspetto migliore. L'aspetto che ha consentito il progresso dell'umanità. Che ha impedito all'uomo di autosterminarsi, sterminando gli altri. Che ha reso possibile la messa in comune di ricerche e di studi, di tecnologie e di medicine. Che ha sospinto le coscienze e le azioni di tanti “santi” laici e cristiani, credenti delle più diverse religioni e atei. Che ha animato l'insegnamento di grandi anime perché il bene si diffondesse ovunque. Pensiamo al cammino della solidarietà come alla messa in comune del bene e dei beni, materiali e immateriali, fisici e spirituali.

Dire che la solidarietà è un valore civile non significa circoscriverla alla sfera delle istituzioni in senso stretto. Essa rappresenta una questione sociale di tale ampiezza e importanza, che le istituzioni non possono che assumerla e rifletterla. Non è un caso che la nostra Costituzione sia fondamentalmente solidaristica, indipendentemente dai termini e dalle espressioni che nel tempo sono stati usati. I Padri costituenti non avrebbero mai potuto pensare a qualcosa di diverso. La solidarietà è così anche un modo per rispettare la nostra Costituzione, il suo spirito profondo, la sua forza, la sua ispirazione, quasi il suo “desiderio” di essere per tutti patto amato e condiviso.

Nessuna nazione e nessun popolo potrebbero dirsi “nazione” e “popolo” senza un legame, senza un “patto”, senza cardini su cui poggiarsi, senza la condivisione di valori e principi comuni, senza il riconoscimento del vincolo che unisce la società degli uomini, senza l'accettazione di leggi che tutelino la società nel suo insieme: non uccidere, non rubare, aiuta il tuo simile, non tradire l'amico, rispetta chi ti ha dato la vita, proteggi i piccoli e gli indifesi, vivi in pace con tutti. Non sono queste le norme elementari e basilari che dicono, nel concreto, che esiste un reciproco vincolo di solidarietà? Esse sono ancora scritte nel cuore dell'uomo? La nostra cultura le conserva o le ha cancellate?

Una particolare responsabilità per assicurare il vincolo solidaristico in seno alla società è propria di chi governa la Città. Chi ha una responsabilità istituzionale deve rendere possibile l'estrinsecarsi di questo vincolo nella vita cittadina, a tutti i livelli, in tutti i campi, nelle situazioni più diverse.

La solidarietà è una virtù civile non tanto nel senso che essa fa sì che il più forte aiuti il più debole, quanto nel senso che rende possibile a tutti la convivenza civile. Non esiste convivenza civile se non è solidale! Se ciò non avviene, significa che ci troviamo di fronte a una patologia sociale e che la società rischia addirittura di essere defraudata della coscienza civile e della forma propria di civiltà. Ecco perché c'è una responsabilità molto forte in capo a chi governa per rendere possibile la solidarietà come pratica abituale e come stile di un'intera Città.

Si devono anche fare scelte concrete che esprimano questo valore e la sua centralità sociale e civile. Anzi, la solidarietà deve diventare la fisionomia della Città, il suo volto più caratteristico.

La solidarietà, poi, è il presupposto e l'anima della democrazia, che è partecipazione, capacità per tutti di fare scelte e di prendere parte, in forme diverse, alla vita sociale. Se non ci fosse quel “rendere giustizia”, quel “restituire eguaglianza” attraverso la solidarietà, che fine farebbe la democrazia? E, viceversa, se non vi fosse democrazia, quale solidarietà promossa dalle istituzioni potrebbe dirsi tale? Non torneremmo forse al beneficio un tempo “graziosamente” elargito dal sovrano, dove esiste chi è padrone e chi è suddito, chi sta in alto e chi sta in basso, l'uomo superiore e l'uomo inferiore?

(...)

Anche chi amministra la Città, che magari lotta per avere più risorse economiche per risolvere le questioni sociali più scottanti, deve sapere che non è solo “pagando” il costo di ciò che serve per risolvere un problema che la persona sarà al centro e che la sua dignità sarà rispettata. Non basta monetizzare un bisogno per risolverlo. Chiediamoci, ad esempio: quali difficoltà di accesso troverà il cittadino? Sarà in grado di superarle se nessuno lo aiuta? E chi o che cosa potrà aiutarlo in queste difficoltà?

Pensiamo agli anziani, ai “grandi anziani”, così aumentati di numero nella nostra città rispetto al passato. Com'è l'accesso dei “grandi anziani” a ciò che la politica teoricamente ha pensato per loro? È facile, rapido, comprensibile? Sarà una banalità, ma ci sono moduli dove non è neppure chiaro su quale riga scrivere! E poi, un “grande anziano” ha, a propria volta, di solito, un figlio o una figlia che giovani non sono più. Come sono, allora, l'equilibrio e la qualità della vita di questi altri cittadini?

Per non parlare dell'equilibrio e della serenità di quelle famiglie che hanno in casa, non dico malati psichiatrici, ma anche solo persone care colpite da pesanti forme di depressione. Quali servizi offre la nostra città? Sono sufficienti? Si prendono davvero a cuore le sorti di una persona quando la curano?

(...)

Spesso abbiamo in mente che fare progetti significa fare nuove costruzioni, imponenti e significative. Certo, anche la riqualificazione del tessuto urbano ha la sua importanza, come, nell'immaginario collettivo della città, è di grande significato il restauro della Scala, che proprio in questi giorni torna ad essere vista nel suo antico splendore e forse di più, così come la costruzione del nuovo polo fieristico e il recupero a funzioni di pregio, quali quelle della formazione universitaria, per la vita cittadina di grandi aree dismesse e abbandonate.

Ma bastano i muri a rendere sostenibile la vita delle migliaia e migliaia di cittadini milanesi di nuova e antica adozione?
Dove sta la sostenibilità della vita? (...)

Credo sia giunto il tempo che le forze culturali, sociali, economiche, politiche, finanziarie di questa nostra città si incontrino per una riflessione seria e per un grande progetto che riguardi la “sostenibilità del vivere” per tutti. Una sostenibilità fatta non solo di muri, ma anche di idee, di cultura, di possibilità soprattutto per i giovani, di sicurezza, di serenità per l'avvenire dei singoli e delle famiglie.

(...)

La Città rischia di sembrare ogni tanto un po' “distratta” e la sua attenzione talvolta è richiamata su problemi e situazioni importanti solo da fatti spesso occasionali e che si impongono all'attenzione perché di particolare gravità. La “distrazione” mette in crisi la solidarietà, quando addirittura non la nega e impedisce del tutto.

Eravamo “distratti”, guardavamo altrove, se non ci siamo accorti per lungo tempo che migliaia di bambini dei nostri nuovi concittadini non frequentavano la scuola? Eppure è la scuola il luogo dove si imparano le fondamentali regole della convivenza civile, dove si impara a rispettare l'altro, a crescere insieme, a giocare insieme, dove si fanno progetti e lavori comuni. La scuola dovrebbe essere al centro, dentro il cuore pulsante, della Città e delle sue istituzioni.

Se non ci fosse stata però una rilevante discussione su un'altra questione riguardante la scuola - fare cioè una classe omogenea per cultura e religione in una delle scuole pubbliche cittadine -, non si sarebbe probabilmente parlato sulla stampa del problema scolastico in relazione agli immigrati. Purtroppo sappiamo bene come ciò che non passa dalla grande informazione è come se non esistesse: è reale ed esiste solo ciò che la comunicazione mediatica ci presenta.

Resta, comunque, la domanda di fondo. Perché non lo “sapevamo”? Perché non ce ne “siamo accorti”? Vivevamo forse altrove? O abbiamo distolto lo sguardo? Volevamo essere tolleranti? Ma è vera tolleranza quella che rende indifferenti e non esprime attenzione e stima per l'altro?

Un problema tra i molti che agitano la Città mi ha particolarmente colpito. Si tratta della questione della casa. Oggi trovare casa è un'impresa, una difficoltà senza pari: i costi sono saliti alle stelle. La nostra città, lentamente e inesorabilmente, continua a perdere gli abitanti “storici”, perché l'hinterland presenta condizioni dell'abitare relativamente più favorevoli per qualità e per costi. La forte precarizzazione del lavoro, soprattutto fra i più giovani, rende impossibile l'accesso ai mutui per l'acquisto dell'abitazione. La progressiva perdita di potere d'acquisto dei salari rende ancora più gravosa la spesa dell'affitto: due redditi da operai o da piccoli impiegati bastano a fatica a mantenere la famiglia quando la casa non è in proprietà, perché la rata dell'affitto si porta via una cospicua fetta dell'onesto guadagno. Lo stesso vale per i pensionati, che talvolta vivono in case disagevoli e non possono provvedere altrimenti. Gli studenti fuori sede si trovano di fronte a costi non certo modesti. Gli immigrati sono costretti a pagare a caro prezzo ciò che di peggio il mercato offre.

La casa è un miraggio o un costo insostenibile. In ogni caso, non riesce più ad essere nemmeno un sogno. Per molti è, piuttosto, un incubo. Così accade che, anche per tutta un'altra serie di ragioni che si aggiungono alla “questione della casa”, quella che era definita “classe media” si trovi oggi pericolosamente vicina alla soglia di povertà.

È difficile immaginare un progetto che dia risposte consistenti sul problema della casa? Non nego che lo sia. Ma sono certo - so, con questo, di dare voce a molti e al sentire comune della gente e di ogni persona responsabile - che è urgente e necessario. Non si può ritardare oltre!

E, più in generale, sulla questione dei redditi e della grave perdita di potere d'acquisto degli stessi, è difficile immaginare un tavolo che - riunendo le forze economiche, commerciali e politiche di Milano - si interroghi seriamente su come rendere possibile la vita in una città che è finita nella graduatoria delle città più care del mondo?

Quest'ultimo fatto potrà anche avere i suoi risvolti positivi, ma porta con sé, e in modo spesso drammatico, esiti comunque pesanti per molte persone e famiglie. Per gli anziani della città. Per i giovani che non dispongono di grandi redditi. Per quanti, non ancora cinquantenni, hanno perduto il lavoro e faticano a ritrovarlo e vorrebbero vivere dignitosamente con la propria famiglia. Per le donne, che oggi sempre più spesso vivono sole con bimbi piccoli a carico e che pagano un prezzo ancora troppo alto per le difficoltà sociali ed economiche che incontrano!

Dare vita a questi “tavoli” per studiare e cominciare a mettere in atto un “progetto” di vasti orizzonti sarebbe un modo per Milano di riappropriarsi della sua tipicità e della sua tradizione. Sarebbe un rinnovare quell'affermazione secondo cui “Milano ha il cuore in mano!”.
Italian "La strada per Milano è piena di nebbia"
Apr 05, 2005
Ma nebbiose sono anche le grida di dolore del neoeletto arcivescovo di Milano. Storia di una nomina che egli rifiutò

(chiesa.espressonline.it, 16.7.2002) Domenica 14 luglio 2002, fresco di nomina ad arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi ha detto messa nel santuario della Madonna di Valbrevenna, poco fuori Genova.

E nell´omelia ha dato la sua versione dei fatti:

«Oggi per la prima volta voglio dire pubblicamente che ho accettato di andare per obbedienza. Ma soffro nel lasciare Genova. Ho voluto dare ai sacerdoti l´esempio del dovere di rispondere alle richieste dei superiori».

E ancora:

«La strada per Milano è piena di nebbia. Questa non è una promozione. È un sì detto a malincuore, un prendere la croce più gravosa con animo di accettazione. Spiace a voi, spiace a me. Ma il Signore ci chiede un sì di obbedienza e bisogna saperlo pronunciare».

Sono parole che fanno pendant a quelle diffuse dall´Ansa l´11 luglio, il giorno della promozione a Milano. Anche allora «fatica e dolore» per il distacco: «perché ho sempre pensato, desiderato e voluto servire per sempre, sino alla morte, la Chiesa di Genova che nel 1995 il Signore Gesù ha posto nel mio cuore di prete e di vescovo».

Misteri del linguaggio ecclesiastico. Prese alla lettera, simili attestazioni dipingerebbero una vita di tormenti. Con ciascuna nomina segnata da obbedienza e sofferenza:

- rettore del Pontificio seminario lombardo (1987);

- presidente del Consiglio di amministrazione di "Avvenire" (1989);

- arcivescovo di Ancona e Osimo (1989);

- presidente della Commissione della Cei per la famiglia (1990);

- segretario generale della Cei (1991);

- membro del Pontificio consiglio della pastorale per gli operatori sanitari (1991);

- arcivescovo metropolita di Genova (1995);

- presidente della Conferenza episcopale ligure (1995);

- vicepresidente della Cei (1995);

- assistente ecclesiastico nazionale dell´Associazione medici cattolici italiani (1998);

- cardinale (1998);

- arcivescovo di Milano (2002);

E ancora:

- membro della Congregazione per la dottrina della fede;

- membro della Congregazione per le Chiese orientali;

- membro della Congregazione per il clero;

- membro della Congregazione per l´educazione cattolica;

- membro del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali;

- membro della Prefettura degli affari economici della Santa Sede;

- membro del Consiglio ordinario della segreteria generale del sinodo dei vescovi;

- membro del Consiglio speciale per l´Europa della segreteria generale del sinodo dei vescovi;

- membro del Consiglio di cardinali per lo studio dei problemi organizzativi ed economici della Santa Sede.

Di certo si sa di un´offerta di nomina presa con vero dolore da Tettamanzi. Ma non è tra quelle sopra elencate, perché egli la rifiutò.

Era la metà degli anni Ottanta. Tettamanzi insegnava al seminario di Venegono Inferiore ma già andava e veniva da Roma, dove era aiutante scrittore di Giovanni Paolo II e consultore del Pontificio consiglio per la famiglia.

Il suo arcivescovo, Carlo Maria Martini, gli offrì di fare il prevosto a Vimercate.

L´offerta, di per sé, non era malvagia. Anche i cardinali ambrosiani Giacomo Biffi e Giovanni Saldarini, a loro volta ex professori di seminario, avevano tirato il carro come prevosti, l´uno a Legnano e l´altro a San Babila, prima d´esser fatti arcivescovi a Bologna e a Torino.

Ma Tettamanzi la prese male. Lui che a Roma un piede l´aveva già, ci piantò anche l´altro. Nel 1987 lasciò Milano e si trasferì nella capitale, come rettore del Pontificio seminario lombardo.

Fu l´inizio d´una carriera che forse non è ancora terminata. Il 16 luglio 2002 il quotidiano "Le Monde" - che è di rito definire "autorevole" - ha elevato il cardinale Tettamanzi al «rango di primo papabile».
English A Passion for Being Non-Committal
Apr 04, 2005
Dionigi Tettamanzi, born in Milan (1934). Small in appearance, more like Sicilian or south Italian than light-skinned north Italian. Said to be an excellent moral theologian, one of Pope John Paul II's major areas of expertise.

(Society of Saint Pius X Africa) Moral theology is an intensely topical and controversial field now. All conventional moral teaching is being called into question and many points never before challenged are explicitly called into question. Systematic treatments of ethical questions are of great importance in order to help priests make judgments in the confessional.

Ordained in 1957, after teaching moral theology most of his life and writing books, he was made Archbishop of Ancona in 1991. Highly popular with other Italian bishops, he was elected President of the Italian Bishops' Conference quite a few years ago, and predictions that he would some day be elected pope began to be heard. When a lot of bishops really like and trust you, when they feel you are the kind of man they want to represent them to the world and act as a fair judge in their quarrels with other bishops, you seem to have the main qualities a pope will need.

As he was in the seminary with Giovanni Battista Re, and they seem to have stayed friends, it is thought that Re, as one of the two or three most powerful men in the next conclave, will back his old friend. Tettamanzi is criticized occasionally for weakness, caution, cowardice, a passion for being non-committal. When made a cardinal (1998), it appeared he was not confident, not very familiar with worldly people and their ways - certainly not at ease with the mob of well-wishers who suddenly found him important because he was a cardinal, nor the newspapers that said he might become pope.
Italian Intervista al Cardinal Dionigi Tettamanzi
Apr 04, 2005
«La debolezza della fede cristiana è una debolezza che non ha paura di nessuno, ma che raccoglie e concentra in sè la forza per incontrare tutti, per dialogare con tutti, per camminare insieme. Con tutti - insisto -, perchè tutti siamo creati da Dio e amati dal Padre»

(Il Tempo, 23 aprile 2004) Ad appena undici anni è già in seminario; è ordinato prete dal cardinale Giovanni Battista Montini (poi Paolo VI); ordinato vescovo di Ancona dal cardinale Carlo Maria Martini.

Professore e studioso di teologia morale e spec
English Sunday homily in the cathedral of Milan, September 2004
Apr 04, 2005
Nowadays we live in a world where, unfortunately, new and by all means no gentler forms of slavery have developed: slavery due to misery and war, social injustice and the abuses of the powerful, slavery due to the myths of success and the manipulation of consent. By Dionigi Tettamanzi, Cardinal-Archbishop of di Milan.

Wisdom 9,13-18
Philemon 1,9-10.12-17
Luke 14, 25-33

Beloved brothers and sisters,

the Spirit of God, has gathered us to celebrate the Holy Liturgy of the Day of the Lord, it has enabled us to listen to the Word, and it makes us part of God’s Easter. We live this event of grace at the beginning of days in which, we believe, the Spirit shall be present, as the protagonist of our meeting – of men and women of different religions and cultures – with the common purpose to invoke and seek ways of peace for the whole humankind.

This same Spirit rouses and directs our hearts to pray for the children and all those people who were killed by the useless, vile and merciless slaughter of Beslan. This very Spirit constantly generates in us the hope that even the most hardened heart may open up to conversion and the barbarousness of terror will stop shedding blood on earth.

  1. We now become disciples of the word of God, which is a lamp to our steps (cf. Psalm 119, 105), alive and effective, and reveals our hearts, because it is sharper than any two-edged sword (cf. Hebrews 4, 12-13).

The word of today’s Gospel (cf. Luke 14, 25-33) strongly and unequivocally questions our authenticity in following Jesus Christ, our Lord and Master. It is not possible to be his disciples if we love someone or something - even the people dearest to us, even life itself - more than him. Here, then, is the most serious problem for our faith: to know what is the place the Lord really occupies in our hearts and in our lives. He is not the Lord of our lives if we prefer others to him!

This very word warns us against two risks: firstly, the risk of forgetting that Jesus Christ is the one and universal mediator of salvation for the whole human family. Secondly, the risk of preferring our little visions to the far-reaching thought of God. The ways and the thoughts of God, indeed surpass our own thoughts and ways, the way the heavens surpass the earth (see Isaiah 55,9). And the Spirit of God works powerfully, unforeseeable and hidden, in ways and places we would never imagine.

The Spirit, therefore, can transfigure every sincere search for truth and make it a chance for an experience of faith that should be heeded and considered with respect. As a result, the disciples of the Lord must listen to single persons and different religious traditions with evangelical discernment. Then, besides the limits bred by our human frailty, it shall find the fruits coming from the action of the Spirit.

  2. Moreover, t
English Genoa Isn´t Waiting Idly for Protesters
Apr 04, 2005
The Archdiocese of Genoa is preparing prayer and fasting activities to
ensure that the voice of the poor will be heard at the upcoming G-8
summit.

GENOA, Italy, JUNE 4, 2001 (Zenit.org).- Some anti-globalization groups
have threatened to lead stormy protests when representatives of the
seven major industrialized nations and Russia meet here from July
18-21.



The archdiocese isn't waiting for the worst to happen. Cardinal Dionigi
Tettamanzi hopes to turn the occasion into an opportunity to relaunch
the proposals of Christian social doctrine.



To do so, the archdiocese is organizing a number of religious
activities, with the help of diocesan forces, Vatican leaders and
ecclesial movements.



For over a month, Genoa also has organized high-level conferences to
reflect on Christian humanism and the economy in the context of
globalization. Attendees have included Bishop Giampaolo Crepaldi, the
new secretary of the Pontifical Council for Justice and Peace.



Cardinal Tettamanzi also has invited a range of groups to participate,
from Italian Workers' Catholic Action to Christian Rebirth.



On Sunday a congress entitled "Toward a United World Through
Globalization in Solidarity" presented the "Genoa Document" with
proposals inspired by an "economy of communion" [see related story in
today's Dispatch].



Prominent Italian economists such as Antonio Fazio, governor of the
Central Bank, attended the event, which was promoted by the Pontifical
Council for the Laity.



To further help the summit, the archdiocese is also promoting
"solidarity fasts," prayer meetings and eucharistic adoration, to be
held at selected parishes, a monastery, and the Shrine of Our Lady of
Protection, patroness of Genoa.



The Association of Catholic Jurists of Genoa is preparing a document on
international law and globalization, which will be presented at the
summit.
Italian Intervento del cardinale Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano
Apr 04, 2005
Uniti nel ricordo grato e orante di monsignor Luigi Giussani. Funerale nel Duomo di Milano, 24 Febbraio 2005

1. Carissimi, in questo momento di congedo, sento il bisogno di esprimere una particolare gratitudine.
È la gratitudine al Padre che anche oggi, in questa Eucaristia, ci ha donato il Figlio suo Gesù come salvatore e redentore e che ci ha fatto gustare la presenza viva e apportatrice di grazia dello stesso suo Figlio, creduto e amato come il bene più prezioso della nostra esistenza, anzi come l’unico e sommo bene.
È la gratitudine allo stesso Cristo Signore, che è il centro e il cuore di tutta la nostra esperienza di fede, che con il suo Corpo e il suo Sangue continua ad essere fonte di salvezza per l’intera umanità e che abita e si lascia incontrare nella sua Chiesa.
È la gratitudine allo Spirito Santo, datore di ogni bene, che incessantemente riempie la Chiesa e anima l’umanità con la sovrabbondanza dei suoi doni.
Oggi noi vogliamo ringraziare il Signore, in modo del tutto particolare, per il dono di monsignor Luigi Giussani, sacerdote di questa Chiesa milanese, che ha fondato Comunione e Liberazione e ne è stato sempre, senza sosta, l’anima e la guida apprezzata e ricercata.

È anzitutto questa Chiesa ambrosiana che è lieta di ringraziare il Signore, perché don Giussani in questa Chiesa è nato come uomo e come cristiano ed è stato ordinato presbitero; perché qui, prima che altrove, egli ha effuso la sua straordinaria e instancabile passione di educatore, soprattutto dei giovani, prima in Seminario, poi al liceo Berchet e nell’ambito della scuola dove assunse la forma di apostolato che l’Azione Cattolica gli offriva con la denominazione, fatta propria, di “Gioventù studentesca”, come pure in Università Cattolica; perché è proprio in questa nostra Chiesa che egli, con la sua fede limpida e forte e con la sua indomabile passione apostolica, ha fatto nascere il movimento di Comunione e Liberazione, che poi è cresciuto e si è sviluppato non solo a Milano, ma anche in molte altre parti del mondo.
E con la Chiesa ambrosiana esprimono la loro gratitudine molte altre persone e realtà, qui presenti o rappresentate, alle quali va il mio più cordiale saluto. In particolare il nostro pensiero riconoscente per la sua affettuosa vicinanza in questo momento di lutto e di cordoglio cristiano va al Santo Padre, che ha voluto farsi presente inviando il cardinale Ratzinger come suo rappresentante e facendoci il dono di un suo personale messaggio. A lui, al Santo Padre, giungano, in questo nuovo momento di prova, il nostro affetto, l’augurio per la salute e la nostra preghiera.

2. Ed ora la nostra gratitudine si apre alla preghiera. È la preghiera di suffragio per questo carissimo «sacerdote che – come leggiamo nel telegramma di cordoglio della Conferenza Episcopale Italiana – ha saputo proporre un’esperienza di fede capace di interpellare l’uomo contemporaneo per un incontro vitale con Cristo e la Chiesa e di entrare in dialogo con le culture più diverse».
È una preghiera che innalziamo tutti insieme e di cui si è fatto interprete anche il mio predecessore, il cardinale Carlo Maria Martini, che così mi ha scritto: «Mi unisco al cordoglio e alla preghiera di tutta l’Arcidiocesi e di tutti i suoi amici, affidando alla misericordia divina il servo fedele che ha proclamato per tutta la vita con instancabile amore ed entusiasmo il mistero del Verbo fatto carne. Lo accolga ora il Signore, per intercessione di Maria, nella sua eternità di luce dalla quale egli preghi anche per noi che attraverso le ombre e le immagini camminiamo verso la Gerusalemme celeste, dove non vi sarà più né lutto né pianto ma solo riconoscimento reciproco e gioioso di coloro che hanno amato Gesù e atteso con gioia la sua manifestazione. Dovendo fra poco partire per Israele prometto un ricordo speciale del caro defunto presso il sepolcro di Colui che è risorto per la nostra giustificazione».
È la stessa preghiera che abbiamo già innalzato al Signore durante questa liturgia funebre e che ora desidero esprimere, ancora una volta, anche a nome vostro.
O Cristo, luce della vita e meta del nostro cammino, a don Luigi, che ha scritto: «La salvezza è dono – non è una nostra ricerca, un nostro sforzo – e ha un nome: Cristo» (Egli solo è. Via Crucis, Ed. San Paolo, p. 11), dona di incontrare te, e sii tu stesso per lui il premio di tutta la sua esistenza.
Con la forza della tua grazia liberatrice e con la potenza del tuo amore che vince e sconfigge ogni peccato, concedi, o Signore, a don Luigi di sperimentare e di gustare in pienezza la verità di quanto egli ha profondamente creduto, scrivendo che «la [tua] presenza è la nostra gioia, la [tua] gioia è la nostra forza. È la gioia di un amore che alla fine vincerà» (ivi, p. p. 46).
E tu, o Maria, «Vergine madre, figlia del tuo figlio - umile e alta più che creatura - termine fisso d’eterno consiglio», tu che sei «di speranza fontana vivace», accogli don Luigi con la tua materna carezza e a lui, che ti ha teneramente amato e che ti ha mille volte invocato con questi versi di Dante, ottieni dal tuo Figlio, che siede glorioso alla destra del Padre, di poter vedere e contemplare in eterno il suo volto di Signore crocifisso e risorto, da lui appassionatamente cercato.

3. Con la preghiera, il nostro cuore si apre anche alla solidarietà fraterna e sincera verso tutti coloro che piangono per la morte di monsignor Giussani. È una solidarietà che invoca, per loro e per ciascuno di noi, la consolazione del Signore e che, guardando alla vita e alla testimonianza di don Luigi, si apre alla condivisione di pensieri, di sentimenti e di propositi di una vita più giusta e più santa, più autenticamente e gioiosamente coerente con la parola viva del Vangelo e con la fede cristiana che professiamo.
Facciamo nostra la sua grande passione per la missione e lasciamoci scuotere e animare dal desiderio insopprimibile di fare partecipi tutti coloro che incontriamo della fortuna di conoscere e di amare Cristo e di entrare e rimanere in comunione con lui, lasciandoci attrarre e trasformare dalla sua insuperabile bellezza e dalla sua grazia. Così che anche per noi, come per don Luigi, risulti in qualche modo insopportabile il fatto che ci siano persone che non conoscono la gioia di questo Vangelo vivente e personale che è il Signore Gesù.

4. Ed ora, per monsignor Luigi, è il momento dell’ultima partenza verso il luogo della sua sepoltura.
Ma questo è il momento della partenza anche per noi. Lasciando questo Duomo, ciascuno tornerà alla propria casa, ai propri ambienti di vita, alle proprie responsabilità.
Ma non finisce qui il ricordo per una persona amata, per questo nostro fratello nella fede, che per molti è stato anche un carissimo padre, forte e dolce, e che per tutti è stato annunciatore e testimone di Cristo e del suo mistero.
« La nostra preghiera – ci dice la liturgia ambrosiana - continui ad affidarlo alla misericordia di Dio, perché possa godere in eterno la pienezza della sua pace».

+ Dionigi card. Tettamanzi
Arcivescovo di Milano
Italian Un tempo malato di solitudine e di anonimato
Apr 04, 2005
Riportiamo alcuni stralci del "Discorso alla Città" pronunciato dal card. Dionigi Tettamanzi il 6 dicembre 2004 in occasione della Celebrazione vigiliare della solennità di Sant'Ambrogio.

I - Un tempo malato di solitudine e di anonimato

L'uomo di oggi sperimenta una nuova solitudine

Come ha scritto Paolo VI: «l'uomo sperimenta una nuova solitudine, non di fronte a una natura ostile, per dominare la quale ci sono voluti dei secoli, ma nella folla anonima che lo circonda e in mezzo alla quale egli si sente come straniero» [1].

Come sono le nostre città? Com'è la nostra città?

Una Città dalla folla anonima, dove si è perfettamente anonimi? Dove, in qualche modo, il prezzo della nostra sicurezza e della nostra piccola forza sta proprio nel nostro anonimato, discreto nascondiglio di ciò che siamo?

Che ne è dell'accoglienza, della capacità di accoglienza delle grandi città del passato? Il cosmopolitismo di un tempo significava l'essere cittadini di una grande Città, il mondo, e le grandi città non avevano più né confini né mura.

E ancora: la solitudine, meglio: l'isolamento; l'assenza di relazioni, di legami; addirittura il disinteresse voluto e cercato rispetto a relazioni e legami.

Chi sarà mai il nostro vicino? Chi siamo noi per il nostro vicino? Chi sarà mai il compagno di viaggio? Chi saremo noi per gli accidentali compagni di viaggio? Sempre che un viaggio ci sia e non si stia sempre fermi in un punto, tra la folla ostile. Ci sarà un prossimo? E chi è il mio prossimo? Per chi sarò prossimo?

In fondo, pensiamo che è bene per noi che la folla sia anonima. Già così è di tanto difficile sopportazione! Mi urta e mi spinge in metropolitana. Se ci sono dei bambini, sono sicuramente fastidiosi con le loro grida. I mendicanti, che sono tornati numerosi, mi infastidiscono anche solo con la loro presenza. Perché mai dovrebbe esserci qualcuno con cui stringere un rapporto forte, una relazione vera? Non voglio essere obbligato ad uscire da me stesso. In fondo chiedo poco: che il mio mondo sia io. Io e basta. Del resto, non commetto atti di vandalismo e quindi sono dotato di coscienza civile. Che altro volete da me?

Se ci fosse, in certi giorni neri, una radiocronaca dei nostri pensieri, sarebbe più o meno così. Sarebbe il riflesso di una paura spasmodica di essere soli e, insieme, il desiderio che non ci sia nessuno attorno e che tutte le cose vadano per il loro verso e siano solo per noi.

Per fortuna che le vicende della vita non obbediscono alla nostra personale irritazione!

Non è, infatti, come l'istinto ferito ci suggerisce talvolta. La vita della Città è fondamentalmente "relazione". È fondamentalmente legame sociale. È comunità civile. È vivere insieme. È essere disponibili a condividere regole comuni. È "sapere" che ci sono gli altri.

Sono un cittadino se accetto tutto questo e se riconosco l'altro, cittadino a sua volta. È un reciproco riconoscersi e su questo riconoscimento si radica l'impegno a mantenere saldo il vincolo che ci unisce. È la relazione, il legame sociale, ciò che tiene insieme la società. La saldezza di tale legame, la sua solidità appunto, è la fonte della solidarietà.

Non è un caso che parole come solidità, solidarietà, solido e solidale abbiano la medesima radice e la medesima origine: la solidarietà dice la solidità della società. Ne è un elemento costitutivo. Anzi, la solidarietà è un rapporto che si instaura fra tutti i cittadini, non solo ed esclusivamente con quelli che sono più deboli o bisognosi.

Uscire dall'anonimato che annichilisce l'uomo

Ciascuno di noi è fatto per stare con l'altro, per aiutarlo e per riceverne aiuto. È fatto per avere attenzione e per darla; per amare e per essere amato; per dar vita a progetti nuovi con gli altri. È fatto per il dialogo e per il colloquio, per la comunicazione; per «non essere solo» [2] e per non lasciare solo chi è come lui, cioè tutti gli altri.

Allora non bisogna temere la relazione. Non bisogna temere di essere "riconosciuti" tra la folla. Riconosciuti non perché siamo famosi - non è questione di fama e di gloria -, bensì perché ciascuno ha un'identità. Si deve operare in modo che ciascuno abbia un'identità, ossia perché nessuno debba sentirsi "straniero ed estraneo" fra i propri simili, mai, in nessun luogo, perché nessuno sia senza vincolo di appartenenza sociale, senza "solidarietà", senza "simpatia umana".

È vero che esiste una solitudine profonda, singolare, ineliminabile in ciascuno. L'intimo dell'uomo è conosciuto solo da Dio. Neppure l'amico più caro, la moglie più amata, la sorella a noi più legata, la madre più dolce, il padre più attento vedono nel profondo del cuore, nell'intimo più nascosto di noi stessi, totalmente sottratto agli sguardi dell'altro.

Del resto - come ci suggerisce una bella riflessione di Thomas Merton - «Il bisogno di vera solitudine è cosa complessa e pericolosa, ma è un bisogno reale» La vera solitudine è la dimora della persona, la falsa solitudine il rifugio dell'individualista. La persona è costituita da una irrepetibile e sussistente capacità di amare, una capacità intrinseca di amare tutti gli esseri creati da Dio e da Lui amati. Questa capacità viene annullata dalla perdita di prospettiva. Senza un poco di solitudine non vi può essere compassione; perché quando l'uomo è smarrito entro gli ingranaggi della macchina sociale, egli non è più consapevole delle indigenze umane come di cosa di cui egli sia personalmente responsabile. Si può sfuggire agli uomini perdendosi nella folla. Non andate nel deserto per sfuggire gli uomini, ma per trovarli in Dio» [3].

Non c'è ricerca vera di solitudine in mezzo alla folla, ma solo la certezza dell'affermazione del proprio individualismo con tutte le ambiguità dell'anonimato, che diviene sofferenza e insieme alibi. C'è una solitudine che propizia la riflessione, il silenzio, l'ascolto, l'amore. Essa tuttavia non ha i connotati dell'isolamento e della propria intangibile comodità.

Così certe esperienze scontano una naturale e radicale solitudine. Questo tipo di solitudine, però, non ha a che vedere con l'anonimato, con l'abbandono dell'altro ad una personale deriva. Forse ha ragione il Poeta: «Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera» [4], ma sta alla nostra capacità di "vedere" l'altro per rendere dolce la sera. Alla capacità di ciascuno di noi.

[1] Paolo vi, Octogesima adveniens, n. 10.
[2] Cfr. Genesi 2, 18.
[3] Thomas Merton, Semi di contemplazione, Garzanti, Milano, 1991, pp. 48-49.
[4] Salvatore Quasimodo, Acque e terre. 1920-1929, Mondadori, Milano, 199610, p. 9.
Italian Tettamanzi a Milano
Apr 04, 2005
Il 29 settembre il cardinale Tettamanzi ha fatto il suo ingresso nella diocesi di Milano. «Gli uomini e le donne del nostro tempo, anche se inconsapevolmente, ci chiedono di “parlare” loro di Cristo, anzi di farlo loro “vedere”». L’impeto di testimonianza, in tutti gli ambienti.

(Tracce, ottobre 2002) La Chiesa di Milano riparte dalla missione. Dall’annuncio evangelico. «Gli uomini e le donne del nostro tempo, anche se inconsapevolmente, ci chiedono di “parlare” loro di Cristo, anzi di farlo loro “vedere”. Essi hanno diritto alla nostra gioiosa e coraggiosa testimonianza di fede, come ne ha diritto la società intera: anche se si è fatta indifferente, pagana e ostile a Dio e a Gesù Cristo. La nostra società, infatti, non può sradicare e cancellare quell’anelito religioso che Dio Creatore e Padre ha impresso nel cuore di ogni uomo».

È stata un’omelia tutta incentrata sul «nuovo slancio missionario», quella che l’arcivescovo Dionigi Tettamanzi ha pronunciato nel pomeriggio di domenica 29 settembre in Duomo, nel giorno dell’ingresso solenne come 143° Arcivescovo della diocesi ambrosiana. Arrivato in città dopo una settimana trascorsa a Renate, in Brianza, nel suo paese natale, il Cardinale ha presieduto una breve liturgia della parola nella basilica di Sant’Eustorgio, quindi è andato in piazza della Scala, dove ha incontrato le autorità politiche e infine ha percorso a piedi il tragitto che lo separava dal Duomo, lungo il quale è stato salutato dalla folla e da un consistente gruppo di ciellini che lo attendevano con chitarre e striscioni.

In Duomo, Tettamanzi ha ricevuto dalle mani del predecessore Carlo Maria Martini, davanti all’altare maggiore, il pesante pastorale d’argento che fu di san Carlo Borromeo.

Fede “minacciata”

Nell’articolato discorso programmatico del suo episcopato, il Cardinale ha parlato della ricchezza e della vitalità della fede milanese, ma ha aggiunto: «Oggi questa ricca vitalità della fede è “minacciata”. Si tratta di un fenomeno che non riguarda solo la nostra Chiesa e il nostro territorio, ma che certamente proprio tra noi va assumendo un rilievo tutto speciale e, sotto certi aspetti, unico». Il nostro «contesto odierno è profondamente mutato», ha detto l’Arcivescovo. «Dobbiamo riconoscerlo, senza pregiudizi e senza nostalgie, con uno sguardo realistico e disincantato: oggi è profondamente cambiata la situazione sociale, culturale e religiosa del nostro mondo e delle nostre stesse comunità cristiane. Il processo di secolarizzazione continua a erodere la tradizione cristiana anche nelle nostre città e nei nostri paesi. Oggi assistiamo a una vera e propria scristianizzazione…».

«In questo stato di cose - ha aggiunto - anche la vitalità della nostra Chiesa può seriamente diminuire, se non addirittura andare perduta. Sì, carissimi, perché la vitalità della fede di una comunità cristiana non si conserva da se stessa; senza un permanente e decisivo rinnovamento, rischia di attenuarsi e persino di estinguersi... non possiamo mai dimenticare una parola del Vangelo: “Ma il Figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8)».

Da qui l’appello rivolto a tutti e a ciascuno: «Il nostro non è il tempo della semplice conservazione dell’esistente! Occorre che abbiamo a crescere in una fede adulta, personale, convinta, entusiasta, testimoniante; una fede che renda ciascuno di noi e le nostre comunità capaci di vivere il Vangelo con semplicità, fierezza e gioia; una fede in grado di mostrare la sua ragionevolezza agli uomini del nostro tempo».

Senza confini

L’annuncio missionario, ha spiegato il nuovo Arcivescovo ambrosiano, «è un compito iscritto nell’identità di ogni credente». E questo slancio non deve conoscere confini. Per esemplificarlo Tettamanzi ha citato «un testo del Concilio che invita ogni nostra comunità cristiana a una riflessione quanto mai seria: “La grazia del rinnovamento non può crescere nelle comunità, se ciascuna di esse non allarga gli spazi della carità sino ai confini della terra, dimostrando per quelli che sono lontani la stessa sollecitudine che per coloro che sono propri membri”. Mi chiedo: non è forse qui indicata la ragione di un certo immobilismo, se non persino di non poca sterilità, da cui alcune comunità parrocchiali e realtà di Chiesa possono essere colpite?».

«È poi la concreta situazione storica che stiamo vivendo - ha continuato il Cardinale - a mostrare la necessità e l’urgenza di questo nuovo slancio missionario… Verso questa società noi credenti abbiamo un debito: quello di offrire, con la vita e non solo con le parole, una limpida e convinta professione di fede in Gesù unico, necessario e universale Salvatore dell’uomo, della storia e del mondo. La presenza tra noi di molti lontani e indifferenti, mentre sollecita la nostra attenzione e la nostra conversione, esige che la nostra fede e la nostra testimonianza siano più vere e più credibili. Le numerose persone non battezzate presenti sul nostro territorio reclamano un impegno rinnovato per far conoscere loro la “bella notizia” di Gesù». «Con e per i non credenti, la nostra azione missionaria, partendo dalla testimonianza personale, deve saper suscitare - ha spiegato Tettamanzi - domande di fondo della vita, e attraverso un dialogo nella carità e nella verità, deve giungere all’annuncio esplicito del Vangelo».

Nell’ambiente

Nell’omelia, il nuovo Arcivescovo di Milano ha sottolineato che lo slancio missionario «deve raggiungere, in particolare, tutti gli ambienti della vita sociale: è proprio qui, infatti, che la missionarietà si fa più urgente e necessaria, perché in questi stessi ambienti più pesante ed evidente è il fenomeno della scristianizzazione. Gli ambienti di vita costituiscono quindi il contesto primo e concreto nel quale vivere e comunicare la fede». Parole che sembrano riecheggiare quelle pronunciate quasi mezzo secolo fa da un altro arcivescovo della diocesi ambrosiana, Giovanni Battista Montini, nel lanciare la grande missione di Milano, per «arrivare a quei settori della popolazione, milanese anch’essa, dove la coscienza religiosa non si può più supporre, anche se composti da persone che hanno ricevuto il Battesimo».

Dionigi Tettamanzi ha quindi suggellato questa nuova chiamata missionaria con un grande appello alla partecipazione di tutti e alla comunione nella Chiesa: «Occorre che tutti - individui, comunità e aggregazioni - si sentano responsabilizzati… In particolare vorrei che si sentissero corresponsabili dell’unica missione della Chiesa i laici, singoli e aggregati». Il Cardinale è sembrato voler superare vecchie diatribe e contrapposizioni tra parrocchie e movimenti, quando ha affermato: «Educhiamoci costantemente a vivere in spirito di autentica comunione anche i rapporti tra le diverse organizzazione ecclesiali e tra queste e le comunità parrocchiali».

Libertà di giudizio

Per sé, l’Arcivescovo dal volto bonario che si muove come un parroco - dopo aver rimarcato di non aver mai desiderato il posto di successore di sant’Ambrogio e di essersi pienamente affidato alla volontà di Dio che si è concretizzata nella decisione di Giovanni Paolo II - ha rivendicato la piena libertà di giudizio. E ha detto che «nessun’altra azione del Vescovo è più importante e più necessaria di questa: la preghiera!». Una preghiera incessante e particolare, Tettamanzi l’ha chiesta per il seminario e per le nuove vocazioni sacerdotali, che scarseggiano anche a Milano: «Prima di interrogarci su cosa fare, prima di studiare possibili e doverose iniziative, prima di programmare incontri ed esperienze, incominciamo a pregare».

Riagganciandosi al magistero del cardinale Giovanni Colombo, il predecessore al quale si sente più legato, il nuovo Arcivescovo ha citato queste sue parole: «I nostri problemi più assillanti non troveranno soluzione senza Cristo, luce del mondo; le nostre strade condurranno a desolati e disperati smarrimenti senza Cristo, approdo d’ogni vita umana; le nostre sofferenze resteranno cupe e sconsolate senza Cristo, pace dei cuori…».
Italian La presentazione dell'Arcivescovo di Genova
Apr 04, 2005
Mons. Dionigi Tettamanzi presenta la pubblicazione del libro “Il pane quotidiano.”

“Il pane quotidiano” cos’è:

come è fatto

* una breve sintesi del testo evangelico della Messa feriale del giorno, in cui si sottolinea il versetto o la prospettiva che verrà sviluppata nella preghiera successiva
* un ritornello, che interiorizza il tema cuore di quella preghiera
* una "preghiera evangelica" ritmata a singole frasi di pari estensione, in cui la vita vissuta si confronta con il Vangelo di quel giorno.

come è nato

   Il testo che veniamo presentando non è nato a tavolino.
   E’ un fiore selvatico spuntato nella periferia di questa città di Genova, in quartiere popoloso e popolare, oggi cimitero di fabbriche, con un passato militante di lotte operaie quando gli operai c’erano ancora.
   Ne è rimasto un ambiente anticlericale ma vivacemente attento a tutto quello che il Vangelo può dire di vero e di bello attorno all’Uomo.
   Così ormai da sette anni in quella Parrocchia viene offerto un foglietto quindicinale formato protocollo, scritto fittissimo che lo legge proprio soltanto chi vuole.
   Ripresenta il frutto degli incontri di svariati gruppi di famiglie che tentano di leggere il Vangelo della Messa del giorno nelle proprie case, ritrovandosi ogni quindici giorni per condividere appunto il "Pane quotidiano" della Parola ascoltata in famiglia.
   Ho trovato questo foglietto "il Pane quotidiano" quando sono arrivato in Diocesi a Genova, ho scoperto che gira assai in svariate parrocchie, serve di traccia per gruppi parrocchiali e familiari che si ritrovano appunto attorno al Vangelo.
   Io stesso allora ho suggerito all’estensore di queste paginette di pensare a una pubblicazione che ne permettesse un più ampio uso per più tante anime in ricerca.

a chi si indirizza

   * Non si rivolge ai cristiani in pace!
   Si rivolge soprattutto ai Lontani, ma forse è meglio dire che vorrebbe parlare al cuore del "lontano" che è in noi.
   Dentro ogni credente infatti, insieme al dono della fede, abita quella perplessità che si gusta un po’ come il sale nel pane buono di casa.
   Quella perplessità che rende seria ed esaltante la fede.
   Quella perplessità che ci coglie quando, lungi dal cercare nell’esperienza religiosa un tranquillante per le nostre coscienze, ci domandiamo in tutta onestà: "Ma cosa potrebbe dire questo Vangelo alla gente che abita nel mio palazzo, al mio collega d’ufficio?".

Oppure: "Il mondo dice così e così" Invece il Vangelo... allora sarà il caso di vivere il Vangelo come "stile alternativo" di vita, come contestazione perenne, di me stesse anzitutto e poi di questa società "sazia e disperata"!

   * Parla agli sfidati
   Allora il Vangelo, e questa lettura del Vangelo si indirizza alla estrema concretezza di chi sente il Vangelo sfidato dalle provocazioni della società circostante, accoglie con serietà e sportività queste sfide e ne trae la conclusione di un Cristianesimo radicale evangelico davvero, gioioso ma severo e "controcorrente".

   * e soprattutto agli stupiti!
   Proprio chi permette alla sua fede, uscita "al largo" e "allo scoperto", fuori delle tiepide sacrestie, di lasciarsi lascia interpellare dai venti e dalle sfide del mondo, ecco che, se sopravvive credente, un grande stupore lo coglie per il dono raro, prezioso e affascinante, della fede!
   Ecco perché queste pagine vorrebbero rivolgersi a chi sente spuntare nella terra buona della propria fede il fiore profumato dello stupore, sbocciato oltre le aguzze spine del dubbio.

   Cosa non voglion essere queste pagine

non un’esegesi del testo biblico

   Per questo esistono ben altri strumenti. Queste pagine sono nate in mezzo alla gente, mettendo la loro vita e i loro problemi concretissimi di ogni giorno a confronto con il Vangelo. E il Popolo di Dio non è un esegeta. Talora coglie nella pagina evangelica proprio il nocciolo di fede, talora invece "sfrutta" il testo biblico soltanto come occasione per declinare il proprio vissuto nell’orizzonte della vita cristiana. Ma, ci si perdoni, spesso anche i Padri della Chiesa hanno seguito questa pista, salva la reverenza per il testo biblico.

   non è un commento completo al Vangelo
   anche se, seguendo la ripartizione della liturgia eucaristica, sfoglia praticamente tutto il Vangelo. La gente ha colto quello che il Signore raccontava quella sera alla propria vita, soltanto quella sera...

non è un sussidio strettamente liturgico

   La Liturgia domanda anche un certo "decoro". Qui il "decoro" manca abbastanza: alcune preghiere trasudano ancora il linguaggio forse eccessivamente "parlato" della vita.
   Il testo non può essere usato "tale e quale" nella liturgia pubblica, ma si presta egregiamente come punto di partenza per comporre una preghiera dei fedeli che non viva "per aria" ma sappia invece scarnificare le nostre pigrizie: la preghiera è un alibi senza conversione!

   Da notare in particolare che "il Pane quotidiano" ricama soltanto sui Vangeli feriali, proprio a sottolineare la "ferialità" e la "familiarità" di questa esperienza, lasciando invece i temi "festivi" e "solenni" alla celebrazione domenicale parrocchiale. In settimana in famiglia, alla domenica con la Famiglia di Dio!

   lo stile particolare
   In effetti lo stile è marcatamente particolare. Come?

   * Anzitutto il paradosso
   Chi cercasse nella preghiera un modo per "uscirne" più "tranquillo" dopo la preghiera, lasci perdere queste pagine. La fede è davvero paradossale... basterebbe pensare un attimo all’Incarnazione! Anche se, purtroppo, noi ci siamo abituati a confrontarci con l’ "amore folle" di agostiniana memoria con la tranquillità di chi degusta un caffè al bar della stazione aspettando un treno in ritardo! E il paradosso, diceva il buon Chesterton, non è forse il sigillo dell’ortodossia?

   * la moviola sentimentale
   Questa preghiera non vuol mai domandare a un "dio-befana" che mi porta le cose, i regali, chissà da dove. Non è neppure una preghiera che comporti di impegnarsi in questo o quel "buon proposito" operativo. Vorrebbe andare alla radice dei gesti attingendo i sentimenti del cuore: "...è dal cuore che nascono i desideri malvagi, adulteri, omicidi... e l’uomo guarda in volto, Dio guarda il cuore!".
   Ogni singola preghiera tenta di "scorticare" le nostre banalità passando in moviola le diverse colorazioni dei sentimenti che abitano nel nostro cuore in quell’atteggiamento pregato.
   E’ in questo senso che la preghiera vorrebbe essere stimolo, anzi, provocazione alla conversione.

   * l’andamento orante
   Nel testo non troviamo quasi mai un "fa’ che... noi impegnano a..." ma quasi sempre il dialogo si sviluppa direttamente con la persona del Signore Gesù: "cuore a cuore ti parlerò".

   cosa farne
   Potrà essere utilizzato per il singolo cristiano attento che vuole intravedere i passi del Signore nella vita quotidiana e feriale della sua vita.
   Potrà costituire una sorta di "precotto" per la preghiera dei gruppi che troveranno un Vangelo già sminuzzato, ripentendo ogni due invocazioni il ritornello, un po’ come per il salmo responsoriale della Messa.
   Potrà costituire uno spunto stimolante e provocatorio per la preghiera dei fedeli nelle Messe feriali che voglio essere vissute un po’ più seriamente!

   E’ un testo per CRISTIANI di FRONTIERA:
   uno zaino per gli esploratori di questa "nuova evangelizzazione" cui il Papa ci invita in vista del terzo millennio.
   Auguriamo a queste paginette, già diffuse nella nostra Diocesi di Genova, una più ampia "navigazione" per utilità di tutti coloro che si trovano a veleggiare in zone "di frontiera".

   + Dionigi Tettamanzi, Arciv.
Italian "L'integrazione cominci dai banchi"
Apr 04, 2005
"La scuola di uno stato laico, deve riconoscere tutte le identità"
Tettamanzi: "Islam in classe occasione da non sprecare"

(La Repubblica, 21 luglio 2004) MILANO - Il cardinale Dionigi Tettamanzi festeggerà i suoi primi due anni da arcivescovo di Milano dal 5 al 7 settembre con un grande incontro internazionale delle religioni organizzato dalla comunità di Sant'Egidio insieme con la diocesi ambrosiana. Ci saranno cristiani, islamici, induisti, buddisti, ebrei. Si parlerà di pace e dell'uomo, due parole che appaiono oggi inconciliabili per ciò che accade sul teatro del mondo. Si parlerà di Dio, del Dio delle differenti religioni, di un Dio offuscato dalla sua ombra, di un Dio che sembra rendere attuale la definizione di "Hitler cosmico" attribuitagli da Singer.

Q:Cardinale Tettamanzi, lei è appena tornato da un viaggio ecumenico di pace a Gerusalemme, dove ha incontrato il cardinale Martini. Che giudizio dà alla crisi mediorientale?

R:"Sul conflitto palestinese-israeliano uso le parole del Vangelo: non giudicare. La situazione è talmente complessa che dare un giudizio è difficilissimo, se non impossibile. Nei giorni trascorsi a Gerusalemme ho colto però un grosso divario tra la gente e chi la governa. Mi riferisco sia agli ebrei sia ai palestinesi. Nelle popolazioni la volontà della pacifica convivenza esiste, nei politici ci sono sordità e conflitto continui. In quella terra l'ostinazione è inconcludente, serve un passo indietro. Ho incontrato là alcuni esponenti dell'associazione che riunisce i parenti delle vittime di entrambe le parti. Ho domandato a uno di loro, un ebreo: "È riuscito a perdonare?". Mi ha risposto: "A perdonare no, ma a comprendere e a dialogare sì"".

Q:In Iraq soldati di un grande paese democratico hanno torturato prigionieri con modi che ci ricordano gli orrori del nazismo, nel nome di Dio abbiamo visto uomini sgozzare altri uomini come si fa con le bestie. Se è possibile tutto questo, dov'è finito Dio?

R:"È la domanda più difficile che possa essere rivolta a un credente, eppure ogni credente deve lasciarsi sfidare da questa domanda come fa lo stesso Gesù sulla croce quando grida "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Si dice che se c'è Dio non ci dovrebbe essere il male. Se c'è il male non ci dovrebbe essere Dio. Ma io pongo un'altra domanda: se c'è il male dov'è l'uomo?".

Q:Sant'Agostino dice che il male non è una realtà, ma il congedarsi della volontà umana da Dio. È questo che vuole dire?

R:"Dio ha voluto creare l'uomo libero. Il male si manifesta nel momento in cui l'uomo abusa della sua libertà. Dio non può eliminare il male dal mondo perché ha voluto l'uomo libero e, nonostante tutto, ha fiducia nell'uomo libero".

Q:La storia non ci ha mai insegnato nulla?

R:"Purtroppo la storia sembra essere l'unica maestra che non ha scolari. Nel contesto della violenza è possibile ogni perversione. Allora ci si deve domandare: l'uomo è ancora uomo?" .

Q:Ma se ci sono uomini che uccidono in nome di Dio si può obiettare che Dio è buono ma non onnipotente, altrimenti fermerebbe la loro mano.

R:"Non si uccide in nome di Dio. I fondamentalismi sono una distorsione del senso stesso della religione che, al contrario, ha nel suo Dna la spinta verso la pace. Vorrei ricordare il comandamento "Non nominare il nome di Dio invano". I fondamentalismi sono in evidente contraddizione con questo comandamento. È del tutto ingiustificato usare Dio come arma, a nessuno è lecito tirare in ballo Dio come colui che autorizza le guerre. I fondamentalismi di ogni genere vanno decisamente superati. Cominciamo a isolarli".

Q:Quali sono i confini della pace?

"La pace ha un prezzo. Si paga con un uso responsabile della libertà. La pace è il risultato dell'impegno per la giustizia, la verità, la libertà e la solidarietà. Sono quelli che Giovanni XXIII chiamava nella Pacem in terris i pilastri della pace. In particolare la libertà dovrebbe essere una co-libertà, un bene da dividere con il prossimo. Invece oggi si reclama il diritto a una libertà individualistica, spesso addirittura egoistica. Una libertà irresponsabile".

Q:Qual è la differenza tra la pace e il pacifismo?

R:"Gli "ismi" sono sempre pericolosi. Credo nella pace, ma non nel pacifismo perché esso dà un'idea di pace astratta, chiusa in se stessa e senza precise condizioni. Anche la pace, invece, deve avere i suoi confini" .

Q:Il tema dell'incontro di settembre è "Il coraggio di un nuovo umanesimo". Perché è stato scelto questo titolo?

R:"Perché bisogna davvero tornare a domandarsi che cos'è l'uomo. Intorno a questo interrogativo così nevralgico le religioni si incontrano e sottolineano l'intrinseca apertura dell'uomo come tale al trascendente. È vero, viviamo in un momento storico in cui è molto forte il secolarismo, ma la religiosità è connessa all'uomo, non può essere esiliata nella propria coscienza o in qualche rituale privato. Deve tornare a costituire un importante valore sociale" .

Q:Le chiese sono sempre più vuote, nonostante si stia riaffermando il desiderio di maggiore spiritualità.

R:"Non si può negare che esista l'indifferenza religiosa. Eppure, mi creda, c'è anche una vivacità religiosa oggi più convinta rispetto al passato. Certo, in ognuno c'è un po' di fede e un po' di incredulità, un miscuglio di sì e di no. Per questo sento fortissimo il bisogno di chiedere ai cristiani di ritrovare la freschezza e la bellezza della propria fede. Il rilancio missionario non è inteso come una riconquista territoriale, piuttosto come l'esigenza di riscoprire i valori più belli della fede, portatori di genuina felicità" .

Q:Una fede e una Chiesa con tanti no, questo non può negarlo: su famiglia, amore, procreazione, medicina, scienza. Una Chiesa che dà l'impressione di non sapere accogliere la modernità che la circonda.
R:"Guardi, la parola centrale della fede è "Vangelo" che significa "buona notizia". A volte la Chiesa deve dire dei no, ma li dice in funzione di un sì più grande. La Chiesa segue la storia dell'uomo e vi partecipa pienamente, in questo senso è moderna. Anche rispetto alla scienza la Chiesa dice un grosso sì ricordando, a partire dalle prime pagine della Bibbia, la consegna di Dio agli uomini: dominate la terra. Ma la Chiesa deve dire un sì ancora più grosso all'uomo. Non spetta alla scienza dominare l'uomo né stabilire quale sia il significato ultimo della sua vita".

Q:Parlando di modernità torniamo all'incrociarsi di culture, di popoli, di religioni. La Curia di Milano non ha detto una parola sulle polemiche per la "classe del chador" bocciata dal ministro Moratti dopo le proteste del centrodestra. Può parlare lei adesso?

R:"Il dibattito intorno al progetto della classe islamica in una scuola pubblica è stata una forte opportunità per fare emergere una necessità inderogabile. Siamo di fronte a un'occasione da non perdere per riflettere seriamente sul problema dell'integrazione. Sono contrario agli interventi puramente emotivi e ritengo indebita la confessionalizzazione del caso. La sfida da affrontare è quella dell'integrazione e il laboratorio migliore è costituito proprio dalla scuola, luogo culturale e di formazione per eccellenza. La scuola di uno Stato laico moderno deve saper riconoscere e far entrare in dialogo le identità religiose e culturali di tutti".

Q:Due anni a Milano. Che città ha incontrato?

"Milano è una grande città moderna che vive le tipiche contraddizioni della modernità. Vi sono vette di ricchezza e abissi di povertà. Di fronte a diseguaglianze economiche e sociali sempre più evidenti, servono uno sguardo e un impegno attenti all'intera realtà, affinché si proceda verso una sempre maggiore armonia e solidarietà. Le istituzioni devono trovare la loro dignità nel servire le persone, nel promuovere il bene comune con una privilegiata attenzione ai bisognosi, agli emarginati, ai più soli" .

Q:Cardinale Tettamanzi, lei è favorevole alla ricostituzione di un autentico partito cristiano nella politica italiana?
R:"Guardi, non mi preoccupa affatto l'assenza di un partito cattolico, mi preoccupa invece, e molto, l'eventuale assenza dei valori cristiani nei cattolici che fanno politica. Si deve essere più attenti alla sostanza che alla forma, come già aveva chiaramente sottolineato il convegno ecclesiale di Palermo del 1995" .

Q:Da dove arriverà il successore di Papa Wojtyla?

R:"A questa domanda può rispondere solo lo Spirito Santo".
English Could This Be the Next Pope?
Apr 04, 2005
An Italian makes the early running in a race that dare not speak its name. Progressive groups such as the Community of Sant'Egidio like him — yet so does the Opus Dei.

(Time, Oct. 19, 2003) Not only is it considered impolitic to campaign for the papacy, it is also against Vatican law. The church bars elector Cardinals (those under 80) even from talking publicly about the matter. Still, as a frail John Paul celebrated the 25th anniversary of his papacy last week, a quiet campaign for the post is well under way, and an early — and active — front-runner is the Archbishop of Milan, Dionigi Tettamanzi. His transfer a year ago from the helm of the Genoa Archdiocese to the world's largest one, in Milan, was akin to winning a party nomination.

"He's a natural candidate," says longtime Vatican watcher Luigi Accattoli of Italy's leading daily Corriere della Sera. Tettamanzi, 69, stands out in the pack because he is favored by the Italian Cardinals, who are eager to take back the papacy.

Short, pudgy and quick to smile, the Milan leader has few enemies — a miraculous accomplishment in Vatican circles — and seems to win friends across the ideological spectrum. A moral theologian believed to have helped pen the Pope's seminal 1995 document on bioethics, Tettamanzi has strong conservative credentials. But he has also spoken out against the mistreatment of immigrants and in support of antiglobalization demonstrations. Progressive groups such as the Community of Sant'Egidio like him — yet so does the archtraditionalist Opus Dei. He can reach out to the laity as well: in September, the Archbishop showed up at the Monza racetrack for a spin in a Formula One car before the Grand Prix.

But Tettamanzi could see his prospects fade. Some feel the Cardinals will again look outside Italy, perhaps to Africa or Latin America, where an unabashed Catholicism is booming. And early buzz could wind up backfiring. "You can't seem to want it too bad," says a veteran Vatican official. Or, in the words of an old Vatican dictum, "He who enters the conclave as Pope exits as Cardinal."
Italian Il cardinale Tettamanzi da Genova a Milano
Apr 04, 2005
L’11 luglio, festa di san Benedetto, patrono d’Europa, il cardinale Dionigi Tettamanzi è stato trasferito da Genova alla guida dell’arcidiocesi di Milano in sostituzione del dimissionario cardinale Carlo Maria Martini. Dionigi Tettamanzi, 68 anni, governava la diocesi del capoluogo ligure dal ’95 ed aveva ricevuto la porpora nel ’98. In precedenza era stato arcivescovo di Ancona (’89-91) e segretario generale della Cei (’91-95).

(30Giorni, Luglio/ Agosto 2002) Il quotidiano della Cei Avvenire (12 luglio) ha dedicato alla notizia ben tre pagine e un editoriale in prima pagina del direttore Dino Boffo titolato La sorpresa delle non sorprese.

«Le anticipazioni» ha scritto Boffo «rimbalzavano da un medium all’altro da settimane, da mesi. Così, quando ieri a mezzogiorno sono stati tolti i sigilli alla lettera papale che annunciava il nuovo arcivescovo di Milano, nessuno poteva gridare alla sorpresa. Non per questo però, non perché nell’estenuante partita di pronostici il nome di Dionigi Tettamanzi ricorreva sempre più di frequente, le sorprese mancheranno. Pre-incapsulare non è mai scelta intelligente.

Diciamolo con franchezza: succedere sulla cattedra di Ambrogio e del Borromeo a un personaggio straordinario come Carlo Maria Martini non si annuncia, a prescindere dal prescelto, un’impresa facile. Potrebbe anzi apparire una sorta di mission impossible. A meno che il designato non decida di calare l’unica carta a disposizione di ciascuno: essere se stesso, in semplicità, e con parresia».

Domenica 14, durante una messa celebrata nel santuario della Madonna in Valbrevenna, nell’hinterland genovese, il porporato ha detto: «Oggi per la prima volta voglio dire pubblicamente che ho accettato di andare [a Milano, ndr] per obbedienza, ma soffro nel lasciare Genova. Ho voluto dare ai sacerdoti l’esempio del dovere di rispondere alle richieste dei superiori. La strada per Milano è piena di nebbia, questa non è una promozione. È un sì detto a malincuore, un prendere la croce più gravosa con anima di accettazione. Spiace a voi, spiace a me. Ma il Signore ci chiede un sì di obbedienza e bisogna saperlo pronunciare».

Il cardinale Tettamanzi farà il suo ingresso nella diocesi ambrosiana nel pomeriggio di domenica 29 settembre.
Dutch Kandidaat voor de opvolging. Dionigi Tettamanzi (Italië, 1934)
Apr 04, 2005
Aartsbisschop van Milaan. Hij trad op elfjarige leeftijd het seminarie binnen, werkte als priester en theologieprofessor. Hij werd in 1989 aartsbisschop van Genua en volgde in 2002 de populaire Carlo Maria Martini op in Milaan, een van de meest prestigieuze bisschopszetels in Italië. Door insiders werd die verschuiving dan ook gezien als een teken van de groeiende invloed van Tettamanzi binnen de kerk.

(De Standaard, 02/04/2005) Als secretaris van de Italiaanse bisschoppenconferentie wist Tettamanzi zowat iedereen te vriend te houden. Als moraaltheoloog zou hij meegewerkt hebben aan de encycliek Evangelium Vitae (1995) over de waarde en de onkreukbaarheid van het menselijk leven.

Tettamanzi staat bekend als een diepzinnig denker over zaken als moraal, bio-ethiek en de toekomst van de leken in de kerk. Hij kan die dingen ook helder uitleggen. Daardoor is hij een veelgevraagde gast op de Italiaanse televisie. Zijn studie Nuovo bioetica cristiana verscheen in 2000 gelijktijdig als boek, als e-book en op het internet. Hij wordt dan ook gesponsord door Microsoft. Hij is ook niet vies van mediatieke optredens. Zo ging hij in 2003 de Formule 1-piloten bezoeken tijdens de Grand prix in Monza.

Als theoloog staat Tettamanzi bekend als conservatief. Hij is een van de architecten van het aangescherpte pauselijke beleid inzake homoseksualiteit en anticonceptie. Algemeen wordt aangenomen dat hij sympathiseert met Opus Dei.

Als bisschop onderscheidde hij zich door grote sociale betrokkenheid. Hij werkte in de achterstandswijken en demonstreerde mee met de andersglobalisten tijdens de geruchtmakende G8-top in Genua in 2001, waar een van de betogers werd doodgeschoten.

Tettamanzi staat in alle lijsten met stip op nummer 1 om Johannes Paulus II op te volgen. Toch zou hij misschien te veel de lijn van Wojtyla willen voortzetten.
Italian Benvenuto di Comunione e Liberazione
Apr 04, 2005
Il benvenuto di Comunione e Liberazione al cardinale Dionigi Tettamanzi in occasione della giornata di inzio dell’anno sociale.

Milano, 27 settembre 2002

Questo è il testo del messaggio che don Giussani e 15.000 aderenti alla Fraternità di Comunione e Liberazione della diocesi di Milano hanno inviato al cardinale Dionigi Tettamanzi in occasione della giornata di inizio dell’anno sociale, che si è svolta al Filaforum di Assago sabato 21 settembre.

È con questi sentimenti che gli aderenti a Cl, giovani e adulti, parteciperanno alla cerimonia di ingresso del nuovo Arcivescovo di Milano domenica 29 settembre:

Eminenza Reverendissima,

15.000 Vostri fedeli diocesani, aderenti alla Fraternità di Comunione e Liberazione, riuniti al Filaforum di Assago per evento inizio nuovo anno sociale, Vi rivolgono filialmente affettuoso saluto: «Benedetto Colui che viene nel nome del Signore».

Mentre inizia il servizio di Vostra Eminenza alla sede Arcivescovile di Milano che l’amore di Dio Vi affida, esprimiamo il desiderio di una profonda comunione nell’urgente impeto missionario per portare Cristo all’uomo del nostro tempo.

A tal fine consegniamo al Vostro cuore di padre le nostre persone, nell’unico desiderio di servire in Voi l’avvenimento di Cristo presente, Redemptor Hominis. Ci sostiene l’umile certezza di una fede vissuta come risposta ragionevole al grido di felicità nostro e di tutti i fratelli uomini.

Pregando la Madonna di Caravaggio «di speranza fontana vivace», invochiamo lo Spirito Santo sulla Chiesa perché effonda i suoi doni antichi e sempre nuovi affinché rendano viva e penetrante nelle nostre famiglie, e quindi in tutti gli ambienti, l’autentica tradizione ambrosiana.

Con filiale devozione

Sac. Luigi Giussani, Sac. Gerolamo Castiglioni, Avv. Giuseppe Zola
Italian Dichiarazione del Presidete del Consiglio dei Ministri
Apr 04, 2005
Dichiarazione del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per la nomina del Cardinale Dionigi Tettamanzi ad Arcivescovo di Milano

“La nomina del Cardinale Dionigi Tettamanzi, figlio della Chiesa ambrosiana, ad Arcivescovo di Milano dimostra ancora una volta il grande affetto che Sua Santità Giovanni Paolo II nutre per la più grande diocesi italiana.

Nel suo nuovo servizio pastorale, il Cardinale Tettamanzi potrà contare sulla sua diretta conoscenza della realtà diocesana milanese.

A Lui va il mio più affettuoso augurio di fecondo ministero episcopale in prosecuzione della missione dei grandi arcivescovi dell'ultimo secolo: dal Beato Carlo Andrea Ferrari ai Cardinali Tosi, Ratti, Schuster, Montini, Colombo e Martini”.
Italian Il G8 a Genova – parla il Cardinal Tettamanzi
Apr 04, 2005
"I cristiani … hanno un'occasione unica per prendere posizione da protagonisti sulla globalizzazione, sui grandi temi dello sviluppo mondiale. E' un'opportunità storica". Intervista di Gerolamo Fazzini al cardinale Dionigi Tettamanzi

("Avvenire" del 1° Giugno 2001) GENOVA - Anche sul tetto dell'arcivescovado, nella centralissima Piazza Matteotti, durante il G8 metteranno i tiratori scelti: proprio davanti si innalza quel Palazzo Ducale che per tre giorni ospiterà l'attesissimo "summit" dei Grandi della terra. Con quella serenità contagiosa che lo contraddistingue, il cardinale Dionigi Tettamanzi lascia cadere la notizia mentre ci avviamo all'uscita del suo studio, come si trattasse di un dettaglio trascurabile.

Fuori, il traffico è impazzito, i clacson assordanti. L'arcivescovo - fresco reduce da un incontro storico, la prima Messa di un cardinale con i lavoratori del porto, quei "camalli" bollati da una pubblicistica superficiale come bestemmiatori e irrimediabili "senza Dio" - sa bene che la sua Genova è una città sull'orlo di una crisi di nervi: il centro sconvolto dai cantieri, automobilisti e tassisti sul piede di guerra, trentamila residenti costretti (nei tre giorni caldi, dal 18 al 21 luglio) a muoversi con un pass. "La preoccupazione per la sicurezza è sacrosanta, ma non può essere l'unica. Molti si chiedono perché proprio Genova, con la sua conformazione urbanistica così particolare, sia stata scelta per un meeting del genere. Da più parti si sottolineano i disagi e pericoli di un'esplosione di violenza che ci auguriamo non avvenga. Sentimenti legittimi, ma guai se ci fermassimo qui".

Il cardinale un timore più grande di tutti ce l'ha: che il G8 passi senza che la politica impari a misurarsi quotidianamente con le sfide epocali all'orizzonte, dalla fame alla miseria, e che i cattolici perdano un'irripetibile occasione per far conoscere la loro "via" per una globalizzazione a misura d'uomo. Il cardinale ha provato a tracciarla nell'intervista che qui ospitiamo.

Q:Poche parole oggi sono demonizzate o esaltate come "globalizzazione". La Chiesa sostiene che essa non è di per sé né buona né cattiva, ma lo diventa in relazione alle ricadute su singoli e popoli. Una tesi controcorrente, tanto per i "turbocapitalisti" quanto per una parte del "popolo di Seattle" pregiudizialmente "contro".

R:"La globalizzazione è un fatto storico, del quale prendere atto. E' illusorio pensare di bloccarla, giusto invece cercare di governarla. In genere purtroppo si affronta la questione emotivamente, con estrema superficialità e non di rado ignoranza. Al contrario siamo in presenza di un fenomeno ambivalente e complesso quanto pochi altri. Da un lato, infatti, avvicina persone e popoli, dall'altro però esclude molti, creando una sorta di nuovo apartheid. Proprio per questo occorre una profonda riflessione, senza pregiudizi, sulle cause del fenomeno e sui possibili correttivi. La globalizzazione è un autentico 'segni dei tempi': un fenomeno carico di promesse e minacce, che chiede di essere oggetto di discernimento".

Q:In una recente omelia al santuario della Guardia lei parlava di insidie alla dignità delle persone provocate dalla mercificazione del lavoro. A cosa allude?

R:"Il lavoro è l'anello debole della catena economico-finanziaria perché viene intaccato in maniera fortissima dal processo di globalizzazione. Assistiamo a una contrapposizione netta e scandalosa fra capitale e lavoro, laddove quest'ultimo viene ridotto a merce che si compra e si vende al più basso costo. Nel bazar del villaggio globale a farne le spese sono non gli imprenditori, ma le donne e gli uomini che lavorano".

Q:Non è un caso che spesso le grande imprese annunciano tagli occupazionali e i loro titoli in Borsa salgono...

R:"Il pericolo all'orizzonte è proprio questo: una progressiva disumanizzazione del lavoro stesso".

Q:Oggi si tende a esaltare la "new economy" e il suo presupposto, la flessibilità. Non c'è però il rischio di svincolare il lavoro da un tessuto di regole e relazioni sociali?

R:"La ventata della 'new economy' ha portato a guardare alla 'old' con un po' di sospetto. Ma vecchia e nuova economia devono integrarsi. Non c'è dubbio che la grande industria - a Genova come altrove - ha i suoi costi, specie in una città che ha spazi ridotti, ma è un'industria rivelatasi capace di misurarsi con le sfide del futuro. Il problema di fondo rimane quello di recuperare il senso umano del lavoro. Genova ha un tesoro: il mare. E possiede bellezze storico-artistiche molto interessanti. Ecco allora l'esigenza di costruire sinergie fra vecchio e nuovo, ad esempio nell'ottica di quel rilancio turistico della città sempre promesso, ma che fatica a realizzarsi".

Q:Per molti popoli globalizzazione significa prevalenza di interessi stranieri nella propria terra, riduzione delle spese sociali, aumento del debito. C'è modo di umanizzare il fenomeno o è il mercato il solo arbitro dello sviluppo?

R:"La globalizzazione non può essere lasciata al dominio del mercato, ma va regolamentata attraverso un rilancio della politica e, contemporaneamente, di una coscienza etica per la quale quale il profitto non è il valore assoluto dell'uomo. Bisogna trovare strade nuove per globalizzare la politica: gli strumenti attuali infatti chiedono di essere riformulati".

Q:Del resto, i fatturati di molte multinazionali sono superiori ai Pil di molti Paesi del Sud del mondo. Non solo: da più parti si sottolinea il deficit di democrazia di alcune istituzioni internazionali che governano l'economia (es. il Wto). Col rischio che pochi decidono per molti...

R:"Il deficit politico deriva da una carenza etica in chi detiene il potere. Ma è una responsabilità che tocca tutti, a tutti i livelli. Occorre in questo senso una rivoluzione etica, per dirla con parole cristiane una 'conversione alla solidarietà' ".

Q:Alla luce di fenomeni nuovi quali globalizzazione, Internet e così via, secondo un esperto di morale come lei vanno rielaborate anche le categorie della dottrina sociale della Chiesa?

R:"Rielaborare significa rendere credibile ed efficace il nucleo più originale di determinati valori e ritradurlo nell'attuale situazione. Solo se si ha l'intelligenza, la saggezza e il coraggio di realizzare un'operazione di questo tipo può essere conservato il nucleo essenziale e perenne della dottrina sociale. Ma non ci si deve attendere dal magistero la risposta a tanti interrogativi nuovi, devono essere i laici in frontiera a impegnarsi in questa operazione delicata ma necessaria".

Q:Assistiamo a un processo di omologazione culturale non meno pericoloso di quello economico, a fronte di identità da tutelare e diversità da valorizzare...

R:"Due criteri devono orientare il processo della globalizzazione. per evitare quello che il Papa ha definito rischio di un nuovo colonialismo. Da un lato occorre - dicevo - spingere a fondo sul versante della solidarietà, richiamando il dovere della destinazione universale dei beni e l'ipoteca sociale della proprietà privata. Dall'altro c'è da promuovere l'identità culturale dei popoli. Per dirla con uno slogan: no alla selezione che esclude, no alla omologazione che mortifica le differenze".

Q:Veniamo al cosiddetto "popolo di Seattle". Al suo interno convivono varie anime, dagli estremisti dei centri sociali che minacciano violenza ai gruppi cattolici che vogliono far sentire la loro voce in modo pacifico. L'opinione pubblica ha colto o no questa varietà di posizioni?

R:"Confermo la sua impressione: in genere il 'popolo di Seattle' è considerato compatto e organico e invece è molto variegato al suo interno. Spesso purtroppo sono le voci estremiste a raccogliere l'attenzione dei media. Sto, però, notando lo sforzo di molte associazioni e realtà che ne fanno parte per marcare la loro identità e autonomia, specie sui modi e i metodi con i quali far emergere la propria voce. Ma c'è qualcosa che sin qui è rimasto in sordina, c'è un altro popolo che merita attenzione: quello dei distratti, degli indifferenti e degli insofferenti".

Q:Tra i distratti ci sono anche i cattolici?

R:"I cristiani devono saltar fuori con chiarezza: hanno un'occasione unica per prendere posizione da protagonisti sulla globalizzazione, sui grandi temi dello sviluppo mondiale. E' un'opportunità storica".

Q:L'associazionismo cattolico locale e nazionale proporranno un'iniziativa ad hoc nelle prossime settimane. Come giudica la mobilitazione cattolica nel suo complesso sul G8?

R:"Vorrei si ricordasse che l'impegno cattolico su questi temi non nasce oggi: durante il Giubileo la Cei ha promosso una campagna molto importante sulla riduzione del debito. E le molte iniziative messe in campo in questi mesi mostrano una vitalità insospettata del mondo cattolico".

Q:In un'occasione come il G8 i cattolici si troveranno a lavorare insieme a gente di diverso orientamento culturale. Con quali rischi e quali opportunità?

R:"Due consigli. Il primo: essere consapevoli della propria identità e originalità, ma al contempo aperti a ogni elemento umano che è presente anche in chi non condivide la fede. Secondo: per il credente il fine non giustifica i mezzi. C'è uno stile pacifico, di rispetto, che ci deve contraddistinguere. Il problema è un altro: se sino ad oggi molte istanze cristiane non sono state capite, è probabilmente anche per una certa latitanza dei cristiani e a motivo di una fede ridotta a dato rituale o mera consuetudine. Il paradosso è che in molti casi la dottrina sociale della Chiesa è avanti, forse troppo avanti, la testimonianza dei singoli credenti non altrettanto".

Q:Gli incontri internazionali sono spesso caratterizzati da affermazioni altisonanti, obiettivi ambiziosi ma anche cocenti delusioni. Forse gli indifferenti di cui parlava trovano conferme da fatti quali la recente Conferenza dei popoli meno sviluppati promossa dall'Onu a Bruxelles. Non è il caso di rivedere questo tipo di eventi?

R:"Le grandi questioni internazionali devono entrare nell'agenda politica quotidiana. La politica deve stare al passo con i tempi, anzi dovrebbe precederli. Non può, quindi, non mondializzarsi. Incontri come il G8 sono uno stimolo prezioso: ma perché non si rivelino sterili bisogna che i Paesi si lascino coinvolgere dai problemi a dimensione planetaria. In modo permanente: un G8 ogni tanto non basta".
Italian Dionigi Tettamanzi succede a Martini
Apr 04, 2005
Dionigi TettamanziOggi Dionigi Tettamanzi va ad occupare la cattedra cardinalizia della diocesi di Milano che è più grande e più importante del mondo con oltre cinque milioni di abitanti (quanti siano poi i "fedeli" questo è tutta un'altra questione).

(Brianza Popolare, 29 settembre 2002) Dionigi Tettamanzi nasce a Renate, in Brianza, nel 1934. Viene ordinato prete nel 1957, diventa vescovo nel 1989 e cardinale nel 1998. Arcivescovo di Genova dal 1998. Abile a districarsi in diversi campi ha saputo evidenziare qualità pastorali come Arcivescovo di Genova, è specialista di teologia morale, un campo riservato ai conservatori sotto il papato di Giovanni Paolo II, nello stesso tempo è favorevole a riforme decentralizzatrici, la famosa collegialità, in ciò vedendo il solo mezzo di "convertire i battezzati".

Compagno di classe del cardinale Giovanni Battista Re, nuovo prefetto della Congregazione per i vescovi, un posto influente.

Durante il summit dei G8 a Genova, nel luglio del 2002, ha appoggiato i manifestanti antimondializzazione vedendo in loro i successori delle "Giornate mondiali della gioventù del 2000 a Roma.

Il suo comportamento in questa circostanza è stato bollato dal senatore Francesco Cossiga in questi termini: " «le toghe porpora» che hanno appoggiato il movimento antimondializzazione".

Comunque la successione del cardinale Martini non sarà facile specie se Tettamanzi vorrà mantenerne il percorso "sociale" mai succube dei potentati politici ed economici e con una visione religiosa non integralista e per questo inviso ai settori legati a Comunione e Liberazione.
Italian La via della pace significa saper fare tutti un passo indietro
Apr 04, 2005
Un reportage - quasi un diario di viaggio - racconta i momenti culminanti del Cammino di pace a Gerusalemme, riportando stralci dei discorsi, descrizioni dei luoghi e degli incontri, suggestioni e testimonianze dalla viva voce dei protagonisti (21/10/2004).

Il libro: Andrea Tornielli, Gerusalemme. Martini e Tettamanzi insieme per la pace (Piemme, 2004, pagg. 192, Euro 12,90).

I protagonisti

Il cardinale Carlo Maria Martini: "Anche se qui tutto sembra affidato alle armi, alla contrapposizione violenta, all’odio cieca degli attentati, alle rappresaglie, alla costruzione del muro, quella della pace resta l’unica via possibile. Ma per percorrerla è necessario saper perdere, saper rinunciare a qualcosa, saper fare tutti un passo indietro".

Il cardinale Dionigi Tettamanzi: "Tutti qui vogliono la pace, il problema è come realizzarla. Noi siamo tra quelli che credono che la via giusta sia quella del dialogo e della riconciliazione. Come credenti ci rivolgiamo a quella forza debole che è rappresentata dalla preghiera. Continueremo a pregare per la pace, pace per Gerusalemme, per chi abita in questa terra, per tutti gli uomini che Dio ama".

La storia

Dal 17 al 24 giugno 2004 un gruppo di centoventicinque fedeli di diverse confessioni cristiane ha camminato per le strade della Terra Santa compiendo un pellegrinaggio ecumenico di pace in compagnia di due cardinali illuminati: Carlo Maria Martini e Dionigi Tettamanzi. Questo Cammino di pace a Gerusalemme, promosso dal Consiglio ecumenico delle Chiese di Milano, ha condotto i rappresentanti di undici diverse confessioni cristiane a visitare Israele e i Territori palestinesi, a sostare in preghiera nei luoghi santi, a incontrare i cristiani che in quella terra martoriata vivono tra mille difficoltà. Ma i partecipanti al Cammino hanno anche incontrato, dall’una e dall’altra parte, esperienze positive già in atto, piccoli semi di speranza che dimostrano che la pace è possibile, e che per farla basterebbe volerla davvero.

L’intervista con l’autore

Di questo libro, che lui stesso chiama "il taccuino di un viaggio singolare", Korazym.org ha parlato con l’autore.

Come nasce questo libro?

"Dal 17 al 24 giugno ho avuto la fortuna di partecipare al Cammino di pace a Gerusalemme promosso dal Consiglio ecumenico delle Chiese di Milano: insieme ad un centinaio di fedeli delle diverse confessioni cristiane per una settimana abbiamo incontrato varie realtà di Israele e del mondo palestinese. Tra coloro che guidavano il pellegrinaggio c'era il cardinale Dionigi Tettamanzi, mentre a Gerusalemme ci ha accolti il suo predecessore, il cardinale Martini. Appena tornato in Italia mi sono detto che l'esperienza fatta non doveva andare perduta e valeva la pena scrivere una sorta di taccuino di viaggio, riportando incontri, interventi ed emozioni che il pellegrinaggio ci aveva regalato".

La pace in Terra Santa è possibile?

"È un destino inevitabile, anche se oggi sembra lontanissima. Tutti vogliono la pace, sia gli israeliani che i palestinesi. Il problema è come realizzarla: certamente gli orribili attentati suicidi dei kamikaze palestinesi che provocano vittime tra la popolazione inerme allontanano la pace e innescano soltanto una reazione di odio. Certamente la costruzione di un muro di separazione che con lo scopo dichiarato di mantenere la sicurezza di Israele approfitta dell'occasione per annettere una notevole quantità del poco territorio rimasto ai palestinesi non è un'opera di pace. Certamente le rappresaglie dell'esercito israeliano che con l'intento dichiarato di stanare i terroristi radono al suolo interi quartieri lasciando da un momento all'altro le famiglie senza una casa non contribuiscono alla pace ...".

E allora, che fare?

"Mi ha molto colpito una frase della stupenda meditazione che ci ha tenuto il cardinale Martini. 'Anche se qui tutto sembra affidato alle armi, alla contrapposizione violenta, all'odio cieco degli attentati, alle rappresaglie, alla costruzione del muro, quella della pace resta l'unica via possibile. Ma per percorrerla è necessario saper perdere, saper rinunciare a qualcosa, saper fare tutti un passo indietro'. Ecco, se i due contendenti continueranno a voler pretendere il massimo, senza nulla concedere all'avversario, la pace non ci sarà".

Quali sono i motivi di speranza?

"Come cristiani abbiamo incontrato tante realtà positive delle quali nessuno parla, perché oggi fa notizia soltanto il male, la triste cronaca degli attentati e delle rappresaglie. Ma ci sono associazioni e gruppi che mettono in contatto i bambini israeliani e quelli palestinesi, che cercano di educare le giovani generazioni non all'odio per il nemico, ma alla convivenza. C'è l'associazione dei parenti delle vittime israeliane e palestinesi che raccoglie chi ha subito terribili lutti e ciononostante ha deciso di non coltivare sentimenti di vendetta ma di riappacificazione. I credenti non possono non credere che la via giusta, l'unica praticabile, sia quella del dialogo e della riconciliazione. Ce lo insegna il papa: non c'è pace senza giustizia ma non c'è giustizia senza perdono. I credenti si affidano a quella forza debole che è rappresentata dalla preghiera.
Coscienti che in quella martoriata terra dove Gesù ha vissuto, i primi a dare una testimonianza scandalosa di divisione e di contrasto sono proprio i cristiani".

Il libro

Due tra i più autorevoli cardinali italiani, Dionigi Tettamanzi e Carlo Maria Martini, ambedue legati dall'impegno pastorale nella diocesi di Milano che, rispettivamente, guidano e hanno guidato, insieme con la comune aspirazione che la Terra Santa sia un luogo di collaborazione tra israeliani e palestinesi. I due porporati si raccontano in un diario di riflessioni su Gerusalemme e sul difficile equilibrio tra pace e guerra in quella tormentata zona del mondo in questo nuovo instant book di Andrea Tornielli. "Sono venuto qui - commenta il 18 giugno il cardinale Tettamanzi, indicando la chiave di lettura dell'iniziativa - con l'attenzione che mi auguro sia di tutti voi di percepire la drammatica complessità di un conflitto tra due cause giuste, quella israeliana e quella palestinese". "Le quali - prosegue - se vengono però perseguite nella logica dell'inimicizia anziché del dialogo, finiscono inevitabilmente nel produrre ingiustizie e violenze". "Noi attraverseremo - ancora Tettamanzi - questa realtà complessa con l'intensità di chi si trova oggi di fronte a un 'mistero' che è più grande di noi e rispetto al quale sentiamo con sofferenza la nostra impossibilità di dire parole pertinenti o di trovare soluzioni". Lo stesso giorno questo Cammino di pace incontra il cardinale Carlo Maria Martini che riflette la sua sensibilità di biblista e dell'essersi ritirato in studio e in preghiera proprio a Gerusalemme: "Vorrei far notare che la frequentissima menzione di Gerusalemme nella Bibbia pone a chi legge e prega qui con questo libro in mano, un problema lacerante nella tensione tra la Gerusalemme celeste che è il popolo dei salvati e la Gerusalemme storica con le sue sofferenze e con le sue disperazioni". "Bisogna partire anzitutto - aggiunge Martini - dal desiderio di amare Israele e soffrire con Israele e perciò conoscerlo nella sua storia, nella sua letteratura, nella sua arte, nella sua musica, nelle sue espressioni culturali e sociali, nei suoi problemi e nelle sue dolorosissime vicende storiche". "Questo amore - ancora Martini - non significa distanza da altri popoli in particolare quello a cui appartengo per nascita e quello in mezzo a cui pure vivo e di cui le sofferenze mi entrano nella carne, cioè il popolo palestinese". "Non vediamo attorno a noi attualmente - egli conclude - vie di uscita politiche convincenti dalla dolorosa situazione presente. Eppure chi abita in questi luoghi sa' che vi sono a livello di piccole realizzazioni tanti sforzi e tentativi di dialogo di incontro di comprensione mutua, di riconciliazione, di dono autentico di sé, di perdono".

Il taccuino di viaggio parte dallo Yad Vashem, alle porte di Gerusalemme, il museo-memoriale che Israele ha dedicato alla Shoah. Il 19 giugno è l'incontro a Gerusalemme col card. Martini. Poi il cammino prosegue: la basilica della Natività a Betlemme, dentro i confini dell'autorità nazionale palestinese, la visita a Nevé Shalom la scuola nella quali ebrei e arabi studiano insieme nel solco della fede del suo iniziatore il domenicano padre Bruno Husar, sulla cui tomba Tettamanzi prega. Poi nel parlamento palestinese e nella Knesset quello israeliano passando per il Santo Sepolcro. La salita al Monte delle Beatitudini a Korazim e la visita al campo profughi di Deheisheh, che tocca in profondità Tettamanzi, suggellano il viaggio-cammino-pellegrinaggio. Il taccuino di viaggio chiude con la dichiarazione di solidarietà del 15 gennaio 2004 della Chiesa cattolica d'Europa e degli Stati Uniti d'America con "la Chiesa della Terra Santa", al centro di un lungo e molto impegnativo itinerario.

L’autore

Andrea Tornielli è nato a Chioggia (Venezia) nel 1964. Laureato in Lettere Classiche all’università di Padova. Giornalista professionista dal 1994, è dal 1997 vaticanista e inviato del quotidiano Il Giornale, per il quale segue l’informazione religiosa e l’attività della Santa Sede. Collabora con numerose testate italiane e internazionali, tra cui anche Korazym.org. Numerose anche le sue pubblicazioni, molte delle quali tradotte in varie lingue, tra cui ricordiamo (linkati quelle presentate su Korazym.org):
- Quando la madonna piange (Mondadori, 1995)
- Papa Luciani. Il parroco del mondo (Segno, 1998)
- Fatima. Il segreto svelato (Gribaudi, 2000)
- Pio XII. Il Papa degli Ebrei (Piemme, 2001)
- Il segreto di Milingo (Piemme, 2001)
- La scelta di Martini (Piemme, 2002)
- Ratzinger, custode della fede (Piemme, 2002)
- Escrivà, fondatore dell’Opus Dei (Piemme, 2002)
- Papa Luciani. Il sorriso del santo (Piemme, 2003)
- Paolo VI, il timoniere del Concilio (Piemme, 2003)
- Papa Giovanni XXIII (Piemme, 2003)
- Il Papa che salvò gli ebrei. Dagli archivi segreti del Vaticano tutta la verità su Pio XII (Piemme, 2004)
- Pio IX. L’ultimo Papa re (Il Giornale, 2004)
- La Passione. Dai Vangeli al film di Mel Gibson (Piemme, 2004)
English University of the Holy Cross grants first three honorary doctorates
Apr 04, 2005
The Pontifical University of the Holy Cross has given honorary doctorates to Cardinal Dionigi Tettamanzi (Theology) and to Professors Javier Hervada (Canon Law) and John M. Rist (Philosophy).

(03 December 2002) The academic ceremony took place in Rome on November 26, 2002, in the university's Cardinal Höffner Hall. The participants included rectors of other universities in Rome, members of the diplomatic corps, and colleagues of the three doctors. These are the first three doctorates "honoris causa" that the University of the Holy Cross has granted.

In his opening greeting, Bishop Javier Echevarría, prelate of Opus Dei and Chancellor of the University of the Holy Cross, stated that the university's mission was to give a thorough preparation to "a new generation of men and women dedicated to serving the common good through the development of knowledge." Commenting on the meaning of the event, he referred to the example and teachings of St. Josemaría Escrivá, who had inspired the University of the Holy Cross, and said that for St. Josemaría endeavor and the spiritual life were always deeply united.

Cardinal Dionigi Tettamanzi, archbishop of Milan.
"A person who feels a calling to make the university his place of work", said Bishop Echevarría, "is conscious of undertaking a weighty yet exciting responsibility, before both God and men. In order to fulfill it effectively, spiritual effort is no less important than intellectual: if we want to form minds oriented toward truth, we must shape souls thirsty for God."

The first one receiving an honorary degree was Cardinal Dionigi Tettamanzi, archbishop of Milan, who dedicated his "lectio" to the topic, "The Encyclical Veritatis Splendor Today: the relation between truth and freedom." "Our times are especially menaced by the temptation to rob human freedom of its essential and constitutive relation to truth," said the cardinal. He noted also that morality is "participation in the freedom of Jesus Christ, tied to his truth."

"Christian morality is not a simple adhesion to abstract ideals or pure obedience to impersonal principles," he said, "but rather an interpersonal relation of singular depth, a vital communion with Christ."

The Chancellor, Bishop Javier Echevarría, and John M. Rist.
The second person to be honored was Javier Hervada, Professor of Canon Law and Natural Law at the University of Navarre. In his presentation, which he decided to entitle, "Confessions of a Canon Lawyer," he covered his own academic itinerary, originating from two fundamental concepts: that of "legal relation" as the foundation of the canonical system and that of the canonical code understood as a system of legal relations governed by the principle of justice.

John M. Rist, professor emeritus of Classics and Philosophy at the University of Toronto, was the third person receiving an honorary doctorate. Professor Rist is a member of the Royal Society of Canada and of the Clare Hall of Cambridge. In his "lectio magistralis" he gave a philological and historical analysis of fundamentalism. "A recurrent, if not the most universal, characteristic of fundamentalism is a condition of a kind of voluntary ignorance," he noted. And he clarified that he defines it as voluntary "in the sense that it calls for a choice of life, a praxis, often of a severe and rigid type."

Between the presentations of the doctorates, a chamber chorus directed by Monsignor Pablo Colino performed various musical pieces accompanying the quartet "Gli amici dell'Armonia."
Msgr. Pablo Colino's chamber chorus.

Commenting on the event, Professor Mariano Fazio, the rector of the Pontifical University of the Holy Cross, said that "these first three honorary doctors embody, each in his own environment and with his own personality, a model of excellent research, not only by their indisputable academic merits but also by their generous disposition to serve the academic community. They also present us with a sure point of reference for the intellectual model that we want to form in our university classrooms."

The three new doctors "honoris causa," besides having contributed in distinct ways to the development of the University of the Holy Cross, have lent in the course of their careers, with an authentic "university" spirit, a loyal service to truth. "And this is the spirit that animates the Pontifical University of the Holy Cross: humbly to seek the truth and make it available to others," concluded Professor Fazio.
English Condemning Gambling and Lotteries
Sept 18, 2004
Cardinal Dionigi Tettamanzi of Genoa has taken a strong position against gambling, lotteries, and games of chance.

(5 March 2002) Speaking at a gambling convention organised by his own archdiocese, the Genoa prelate said the opposition to games of chance was an obvious matter of common sense, and therefore should be recognised as a universal moral law. He argued that government and society at large should undertake a drive to stop gambling.

"Man is not made for games games are made for man," Cardinal Tettamanzi said. He acknowledged that games can offer a source of relaxation and enjoyment which are "necessary and sometimes essential." But he argued that "when the game is motivated by profit," the results can "dominate" individuals, "depriving them of their freedom to act and chaining them in servitude."

He also observed that gambling discourages honest work.

The cardinal said that society takes "a contradictory and schizophrenic position" when public expenses are subsidised by lotteries. He said the same contradictory attitude is on display when some forms of gambling are prohibited, but others receive official sanction and even encouragement.
English 10 Rules to Resist Temptation
Sept 18, 2004
Cardinal Dionigi Tettamanzi, 66, [then] the archbishop of Genoa has published 10 rules on how to resist Satan's temptations. Cardinal Tettamanzi dedicated his lenten letter to combating the fascination of a devil who is charming, shrewd and very real.

(5 March 2001) Those who follow his 10-step programme are promised the ability to rebuff offers of forbidden fruit, unlike Adam and Eve.

First rule: "Do not forget that the devil exists."

Rule two: "Do not forget that the devil is a tempter."

Rule three: "Do not forget that the devil is very intelligent and astute."

Cardinal Tettamanzi urges permanent watchfulness. "Be vigilant in the eyes and the heart. Be strong in spirit and virtue."

Another five rules recommend tireless prayer, adoring God, listening to His words, remembering Christ's victory over temptation and man's sharing in that victory.

Obeying the tenth rule, though, should seal the devil's defeat: "Be humble and love mortification."
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