Angelo Cardinal Scola Angelo Cardinal Scola
Function:
Patriarch of Venezia, Italy
Title:
Cardinal Priest of Seven Most Holy Apostles
Birthdate:
Nov 07, 1941
Country:
Italy
Elevated:
Oct 21, 2003
More information:
www.catholic-hierarchy.org
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Italian Chiesa. Card. Scola: "Sull'amore serve una riforma"
Jul 22, 2010

"Fondamentale per la riforma della Chiesa è ritrovare testimoni credibili del bell'amore, che Cristo, con una schiera innumerevole di santi nella stragrande maggioranza anonimi, ha introdotto nella storia. Penso a tante generazioni vissute nella logica del bell'amore". Lo ha detto in un'intervista al Corriere della Sera il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia.

La riforma dovrebbe consistere, ha proseguito il patriarca di Venezia, nel "riscoprire il nesso tra il bell'amore e la sessualità. Mostrare che la soddisfazione piena del desiderio è ritrovare il vero volto dell'altro, soprattutto nel rapporto uomo-donna. E imparare di nuovo come la sfera della sessualità esiga di essere integrata nell'io attraverso una grande virtù purtroppo in disuso: la castità. Per riscoprirla occorre il coraggio di parlare del modo in cui noi viviamo oggi la sfera sessuale".

"L'altro non è fuori dal mio io, l'altro mi attraversa tutti i giorni - ha aggiunto il cardinal Scola - lo stesso mio concepimento è legato a questo attraversarmi. Perciò umanizzare la sessualità attraverso la castità è la risorsa capitale per vincere la scommessa del postmoderno, per l'uomo del terso millennio che voglia salvare la via del bell'amore, la quale ci fa godere davvero la vita".

http://www.loccidentale.it/articolo/chiesa.+card.+scola%3A+%22sull%27amore+serve+una+riforma%22.0093593
Italian Il cardinale Scola: sull’amore serve una riforma della Chiesa
Jul 22, 2010
Per combattere la pedofilia c’è bisogno di umanizzare la sessualità»

VENEZIA - «Io sono la madre del bell’amore …». Il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, sta rivedendo gli appunti del discorso del Redentore. Partendo dal passo delle Scritture sul «bell’amore », toccherà temi delicati come sessualità, pedofilia, verginità e celibato.

Perché questa scelta?
«Per la fatica di noi cristiani a comunicare che lo stile di vita affettiva e sessuale indicato dalla Chiesa è buono e conveniente per l’uomo di oggi. Invece pare quasi che questa proposta non solo sia iperdatata, impotente a favorire il desiderio umano di gioia piena, ma che sia addirittura contraria alla libertà e priva di realismo, incapace di tener conto di ciò che l’uomo ha imparato circa se stesso e circa il mondo delle emozioni, degli affetti, dei rapporti con l’altro, grazie a una lunga storia e alle recenti scoperte scientifiche. Ho sentito tutto questo come una provocazione a dire che gli uomini e le donne di oggi, magari senza volerlo, rischiano di smarrire qualcosa di profondo, perdono una grande chance di realizzazione, se mettono da parte la proposta cristiana circa la vita affettiva e sessuale».
Ma su cosa si fonda questa proposta?
«Mi pare che l’idea biblica del "bell’amore", che la tradizione cristiana ha approfondito, sia particolarmente adeguata proprio per la sua capacità di coniugare l’amore alla bellezza, di vederlo scaturire da essa e percepirlo come "diffusivo" di bellezza, capace di farla splendere sul volto degli altri. I Padri della Chiesa riferiscono il tema biblico del "bell’amore" non solo alla Madonna ma anche a Gesù. Tommaso parla della bellezza come dello "splendore della verità"; per Bonaventura colui che contempla Dio, cioè che lo ama, è reso tutto bello. Ma questa capacità spesso manca nell’esperienza sessuale degli uomini e delle donne di oggi. Viverne la bellezza significa strappare la sessualità al dualismo tra spirito e corpo; come se trattenessimo la sessualità nell’animalesco e poi a tratti avessimo spiritualissimi slanci d’intenzione di bell’amore. Pascal diceva che l’uomo è a metà strada tra l’animale e l’angelo, ma deve stare bene attento a non guardare solo all’uno o all’altro; ognuno di noi, inscindibilmente uno di anima e di corpo, ha da fare i conti con la dimensione sessuale del proprio io per tutta la vita, dalla nascita fino alla morte».

Patriarca, lei conosce l’obiezione mossa agli uomini di Chiesa: parlano di cose che non vivono, se non talora in modo deviato, e non li riguardano.
«Ho appena detto che "ogni uomo e ogni donna" devono fare i conti con la dimensione sessuale per tutta la vita! Certo, chi è chiamato alla verginità o al celibato li fa in un modo singolare ma, sia ben chiaro, senza mutilazioni psichiche e spirituali. Il fatto poi che il messaggio cristiano sia portato in vasi di argilla, e quindi che uomini di Chiesa possano cadere in contraddizioni tragiche e gravissime a livello affettivo e sessuale, non inficia di per sé la proposta come tale. Ovviamente non lo dico per coprire scandali».

Come uscire dallo scandalo della pedofilia?
«Il Santo Padre, a partire dalla "Lettera ai cattolici di Irlanda", ha saputo affrontare la situazione in modo chiaro e deciso: una condanna senza mezzi termini della gravità estrema di questo peccato e di questo reato. Le parole chiave — misericordia, giustizia in leale collaborazione con le autorità civili, ed espiazione—consentono di affrontare ogni singolo caso. Il Papa non sottovaluta la corresponsabilità che ne viene ad ogni membro dell’unico corpo ecclesiale e, in particolare, del collegio episcopale. È uno scandalo che tocca l’intera Chiesa, chiamata ad una profonda penitenza e ad una riforma che non potrà non riguardare tutti i livelli della sua missione. Una cosa però mi ha colpito in questa vicenda: quelli che dovrebbero parlare, per aiutarci a capire la radice di questo male e tentare di espungerlo, stanno zitti ».

A chi pensa?
«Agli psicologi, agli educatori, ai pedagogisti, agli uomini chiamati ad approfondire questi lati oscuri dell’io. La stampa ha denunciato il fenomeno con enfasi comprensibile, entro certi termini anche giustificabile, ma indiscutibilmente eccessiva».

Lei parla della necessità di riforma della Chiesa.
«Come il Santo Padre ci ha indicato, i casi terribili di pedofilia e le provate responsabilità di ingenua copertura o negligenza da parte delle autorità richiamano con forza alla Chiesa la sua condizione di realtà sempre in riforma. Benedetto XVI esige penitenza, andare alle radici della misericordia, cioè all’incontro personale con il Tu di Cristo, e ricorda che i nemici più pericolosi della Chiesa vengono dall’interno e non dall’esterno».

Ma in cosa dovrebbe consistere la riforma?
«Nello specifico, riscoprire il nesso tra il bell’amore e la sessualità. Mostrare che la soddisfazione piena del desiderio è ritrovare il vero volto dell’altro, soprattutto nel rapporto uomo-donna. E imparare di nuovo come la sfera della sessualità esiga di essere integrata nell’io attraverso una grande virtù purtroppo in disuso: la castità. Per riscoprirla occorre il coraggio di parlare del modo in cui noi viviamo oggi la sfera sessuale».

A quale modo si riferisce?
«Cito l’esempio più sofisticato. I più recenti studi della neuroscienza, come quelli di Helen Fisher, riconducono tutte le dimensioni dell’amore, compreso "l’amore romantico", a pure modificazioni neuronali del nostro cervello. Fine della libertà e della creatività anche in questo ambito? È vero che noi abbiamo bisogno di mangiare e bere, come gli animali; ma non mangiamo e beviamo come animali, anzi la cucina è diventata un’arte, un aspetto della civiltà; e questo vale a maggior ragione per la dimensione sessuale. Una pretesa riduzionistica come quella della Fisher è una variante della tentazione di concepire l’uomo come puro esperimento di se stesso. Così si crea una mentalità, un clima in cui il desiderio, l’energia della libertà che incontra la realtà, diventa privo di senso, e la dimensione sessuale assume una fisionomia quasi animalesca. Ma questo un uomo e una donna, quando sono in sé, non possono accettarlo».

Castità e sessualità sono sentite come antitesi.
«La castità tiene in ordine l’io. Eliminarla significa ridurre l’amore a mera abilità sessuale, veicolata da una sottocultura delle relazioni umane che si fonda su un grave equivoco e cioè sull’idea che nell’uomo esista un "istinto sessuale" come avviene negli animali. Non è vero, lo dimostra certa psicanalisi: anche nel nostro inconscio più profondo niente si gioca senza un coinvolgimento dell’io. Il sacrificio ed il distacco richiesti dalla castità mantengono l’io personale unito, aprendo la strada ad un possesso più autentico. Il sacrificio non annulla il possesso, è la condizione che lo potenzia. I dottori della Chiesa parlavano in proposito di "gaudium" (godimento). Il puro piacere, che per sua natura finisce subito, chiede di essere inserito nel godimento, perché se resta chiuso in se stesso annulla lentamente il possesso, lo intristisce, lo deprime. Mi colpisce il fatto che quando dico queste cose ai giovani incontro più sorpresa che obiezione».

Godimento e sessualità sembrano concetti incompatibili con la dottrina cattolica.
«Non è così. Il messaggio biblico è stato il primo storicamente parlando a far vedere la differenza sessuale in un’ottica assolutamente positiva e creativa, come dono di Dio. Ma, come in tutte le cose umane, il positivo, il bene, il vero non sono mai a buon mercato. Però senza il bello, il buono, il vero, la vita si affloscia, non ha in se energia per condurre alla pienezza del reale. Nei Libro dei Proverbi, tra le cose troppo ardue a comprendersi, l’autore considera "la via dell’uomo in una giovane donna". La donna è la figura di colei che sta all’inizio: io esco da lei quando nasco. Allora quando l’uomo e la donna si incontrano fanno al tempo stesso l’esperienza di ricominciare quel che in qualche modo già conoscevano e di dar vita a una novità. Qui c’è l’inestirpabile radice della fecondità. L’amore oggettivo non è mai un rapporto a due. Lo impariamo dalla Trinità ».

Ma cosa c’entra questo con la riforma della Chiesa?
«C’entra e come! Fondamentale per la riforma della Chiesa è ritrovare testimoni credibili del bell’amore, che Cristo, con una schiera innumerevole di santi nella stragrande maggioranza anonimi, ha introdotto nella storia. Penso a tante generazioni vissute nella logica del bell’amore. Penso ai miei genitori, agli occhi con cui mio papà a novant’anni guardava mia mamma pure novantenne, moribonda, stremata da un cancro violento al rene. Penso alle coppie di anziani che quasi ogni domenica, alla fine della messa, vengono a dirmi: "Questa settimana sono cinquanta", oppure "questa settimana sono sessant’anni di matrimonio". Quale amore avrebbe custodito l’io meglio di questo legame indissolubile? Oggettivamente non c’è paragone tra la densità di un’esperienza così definitiva e il susseguirsi indefinito di una sequenza di relazioni precarie. Alla fine, sia la necessità di amare definitivamente, sia la fragilità sessuale sono segnate dal terrore della morte. Per amare veramente devo essere amato definitivamente, cioè oltre la morte; ed è quello che Gesù è venuto a fare. Se c’è un delitto che noi cristiani commettiamo è non far vedere il dono stupendo di Gesù: dare la vita per farci capire la bellezza dell’amore oggettivo ed effettivo. Esso ha sempre un carattere nuziale, inscindibile intreccio di differenza, dono di sé e fecondità. L’altro non è fuori dal mio io, l’altro mi attraversa tutti i giorni; lo stesso mio concepimento è legato a questo attraversarmi. Perciò umanizzare la sessualità attraverso la castità è una risorsa capitale per vincere la scommessa del postmoderno, per l’uomo del terzo millennio che voglia salvare la via del bell’amore, la quale ci fa godere davvero la vita».

http://www.corriere.it/cronache/10_luglio_18/cazzullo_intervista_scola_55737a98-9247-11df-a4a6-00144f02aabe.shtml
Italian ISLAM: PATRIARCA VENEZIA, SI' A MOSCHEA SE BISOGNO E' EFFETTIVO
Oct 23, 2009

ASCA) - Venezia, 14 ott - ''Non sarei favorevole ad una moschea che fosse calata dall'alto, magari con finanziamenti dell'Arabia Saudita e che non rispondesse alle effettive e verificate esigenze di culto e di incontro del popolo musulmano''. Lo ha detto il cardinale Angelo Scola, aggiungendo che ''una moschea nella Venezia lagunare sarebbe del tutto sproporziontata, mentre in terraferma potrebbe trovare accoglienza''. Il patriarca di Venezia lo ha detto incontrando, su loro richiesta, un gruppo di immigrati di seconda generazione, provenienti da ogni parte del mondo e, guarda caso, di religione soprattutto musulmana. Quello della moschea - ha spiegato Scola - ''e' un problema che si supera facendo anzitutto riferimento ad un pilastro fondamentale, che e' il diritto alla liberta' religiosa''.

Diritto, pero', che ''non va assunto in maniera automatica, meccanica'', ma che ''va declinato nella storia''. In concreto, secondo il patriarca, ''bisogna che attraverso un confronto sociale, guidato dalle autorita' istituzionali, si veda qual e' l'effettiva consistenza della comunita' islamica tra di noi e qual e' il tipo di soluzione, per la preghiera e le loro attivita', che sia adeguato al nostro territorio''. Per il cardinale Scola, insomma, ''non si puo' solo fare riferimento al principio astratto, ma bisogna declinarlo nel concreto''. Si tratta, quindi, di ''cercare, pazientemente, nel dialogo che e' l'essenza della democrazia, il compromesso nobile adeguato, che rispetti il diritto di culto di tutti, ma nello stesso tempo anche la storia, la tradizione''. E questo si trova, secondo il patriarca, ''in una proporzione tra la consistenza ed il bisogno reale del soggetto e la decisione di procedere o no''. ''Se la domanda e' reale, oggettiva - insiste nella spiegazione il porporato - e la consistenza di chi la pone e' verificata, insomma se c'e' un effettivo bisogno di un luogo di culto e di incontro anche culturale, non avrei nessuna difficolta' a dire di si' ad una moschea''. Ma come evitare la paura dell'Islam presente in larga parte della popolazione veneta e italiana'? ''La paura la conosciamo tutti, in un modo o nell'altro - risponde Scola -. La paura e' la prima reazione di fronte a qualcosa che pensiamo di non poter conoscere o di poter dominare. Se vivessimo solo di paure, che uomini saremmo'? La paura va razionalizzata dentro un cammino, con un lavoro su di se' e un lavoro con gli altri''.
Spanish Cardenal Angelo Scola: "El magisterio pontificio hace una propuesta de innovación radical en el ámbito económico"
Jul 14, 2009
En una entrevista en www.paginasdigital.es, el cardenal Scola sostiene, refiriéndose a la encíclica, que “por primera vez en términos explícitos y directos, casi técnicos, el magisterio pontificio hace una propuesta de innovación radical en el ámbito económico.

Según el patriarca de Venecia, la originalidad de la Caritas in veritate respecto al magisterio social precedente es que “el Papa se pronuncia partiendo de la ‘razón económica’. Muestra de qué manera su propuesta se injerta en las preguntas que surgen dentro de la economía. La Caritas in veritate no es una suerte de barniz que se superpone un sistema económico que ya está completo y cerrado, sino que recoge las preguntas que están sin respuesta en la economía”. Benedicto XVI –añade monseñor Scola- “da sugerencias  para una nueva "civilización de la economía”. Hay muchos ejemplos y descripciones propuestas por el Santo Padre, diría que en clave técnica, de cómo el principio de gratuidad es intrínseco a la economía. Todo esto es una radical novedad”.

El Patriarca de Venecia añade que la Caritas in veritate “implica seguramente por parte de todos nosotros, los cristianos, una precisa autocrítica sobre el modo de estar en la realidad contemporánea”. Monseñor Scola afirma que Benedicto XVI, al señalar que "el anuncio de Cristo es el primer factor de desarrollo", está afirmando que “el núcleo del desarrollo no pueden ser las estructuras, las condiciones para el desarrollo, sino el hombre. Como ha enseñado la Gaudium et Spes, en Cristo el hombre puede descubrir su verdadero rostro. Cristo vive hoy a través de los cristianos, Dios tiene necesidad de los hombres. Por lo tanto, proclamar a Cristo a través de la propia vida, en todos los ámbitos de la existencia, es la primera condición para el desarrollo”.

www.cope.es
French La tradition, un patrimoine à interpréter
Jun 29, 2009
Le cardinal Scola à la Fondation « Oasis »

ROME, Mardi 23 juin 2009 (ZENIT.org) - Dans une société plurale comme la nôtre, interpréter correctement le thème de la tradition est devenu nécessaire, a estimé hier, lundi, le cardinal Angelo Scola, patriarche de Venise, en ouvrant les travaux du congrès réunissant, ces 22 et 23 juin, les membres du Comité scientifique international de la Fondation « Oasis » (www.oasiscenter.eu).

Cette année, la rencontre, qui en est à sa sixième édition, a pour thème la tradition, sa signification pour la foi catholique et islamique, son poids au sein des sociétés pluralistes, qui affrontent en permanence les questions qui naissent de la rencontre inédite des cultures et religions différentes, souligne la Fondation dans son article de présentation.  

L'intervention du cardinal Scola  portait sur « les traditions religieuses au temps du métissage », un métissage de « civilisations » et de « cultures », a-t-il précisé, qui vise à décrire le processus de rencontre entre les hommes et les civilisations, rappelant la nécessité pour les cultures de s'ouvrir à l'altérité comme source d'enrichissement commun, en prenant soin cependant de ne pas arriver à une confusion des identités.  

« Cela dit, a mis en garde le patriarche de Venise, ce ‘métissage' ne saurait constituer un ‘programme politique' à poursuivre à l'intérieur de la société moderne, où la dimension multiculturelle est de plus en plus présente ».

Dans le document préparatoire, il est dit qu'« on se réfère à la tradition lorsque l'on aborde la nécessité de favoriser l'« intégration des minorités dans un contexte différent de leur matrice culturelle » et « quand on affirme la nécessité de faire des lois qui ordonnent la vie de la société civile non pas abstraitement mais à la lumière de l'histoire et de la culture d'un peuple ».

« La tradition, poursuit le document, se présente par ailleurs comme une expression typiquement communautaire et sociale d'accès à la vérité qui est d'un côté une norme de la tradition, mais de l'autre ne s'offre à nous historiquement qu'à travers elle ».

En particulier, a souligné le cardinal Scola, « tant d'individus et tant de communautés qui interagissent dans le processus de métissage des civilisations présentent une singulière auto-conscience : celle d'être l'expression d'une tradition qui les précède et les dépasse ».

« Donc pas des points isolés, mais les maillons d'une chaîne qui remonte très loin dans le temps, jusqu'à l' événement fondateur auquel, dans le cas des croyances religieuses universalistes, il est attribué une signification valable pour chaque époque et chaque lieu », a-t-il expliqué.  

Et si, d'une part, « il existe assez de place pour une alternative entre une existence sans racines et une répétition sclérotique de l'identique », de l'autre « il est toujours nécessaire que la tradition soit correctement comprise ».

« Dans tous les discours que j'ai pu entendre ces dernières années, par exemple à l'université d' al-Azhar en 2006 ou au Royal Institute for Interfaith Studies en 2008, a poursuivi le cardinal Scola, il me parait évident que la critique illuministe faite à la tradition, vue comme une transmission mécanique d'un lot de vérités intangibles, a également atteint l'autre rive de la Méditerranée » .

« Durant ces années, nous avons souvent entendu nos interlocuteurs musulmans répéter qu'il fallait revenir au coran et à sa rationalité, a-t-il ajouté, laissant tomber les vieilles interprétations qui lui ont jadis été données, les estimant trop marquées par l'histoire, par exemple en ce qui concerne la condition de la femme ou les statuts des minorités » .

«  De cette façon là se confirme la valeur de purification positive que la modernité a exercée sur chaque tradition religieuse », a-t-il relevé.

« Les sujets du métissage sembleraient donc condamnés à une radicale impasse, a souligné le cardinal Scola ; dans la mesure où ils aspirent au maintien d'une référence religieuse concrète qui ne se perdrait pas en craintes abstraites et de portée universelle, ces sujets peuvent se sentir prisonniers de traditions privées de sens, qui pourraient même constituer une entrave par rapport à la pureté des origines ».

Toutefois, a poursuivi le patriarche de Venise, en reprenant les paroles du cardinal Ratzinger, « il n'existe pas de foi toute nue ou de religion à l'état pur. En termes concrets, quand la foi dit à l'homme qui il est et comment il doit commencer à être homme, la foi crée la culture. La foi est  elle-même culture ».

De là on comprend, a souligné le cardinal Scola, « cette circularité inévitable entre la foi et la culture, quand la culture est perçue dans sa signification prégnante, comme une expérience humaine consciente ».  

« La foi, en offrant à l'homme une hypothèse interprétative du réel, est source de culture, et la culture (ou les cultures), en s'exerçant, se fait la propre interprète des croyances. Dans le temps historique, une telle dynamique est insurmontable. La tradition, correctement et culturellement interprétée, l'assure ».

« Ainsi il n'existe pas de moment initial d'une clarté absolue (dans notre cas une « foi pure ») suivi d'un temps de nébulosité croissante, mais plutôt un échange continu entre ces deux pôles », a-t-il ajouté.

« La culture est toujours à purifier à la lumière de la foi, mais la foi, sans assombrir l'assentiment dû à la vérité, est toujours à interpréter selon les instances suscitées par la religion (culture) ».
A la lumière de cela, a conclu le cardinal Scola, « on comprend mieux la nécessité d'une interprétation culturelle de l'islam, liée au fait que l'islam, comme toute religion, est source de culture et qu'il propose donc une interprétation du réel ».
Italian Card. Angelo Scola: la tradizione, un patrimonio da interpretare
Jun 29, 2009
Il Patriarca di Venezia apre la due giorni di incontri di "Oasis"

ROMA, lunedì, 22 giugno 2009 (ZENIT.org).- In una società plurale come la nostra diventa necessario interpretare correttamente il tema della tradizione. E' quanto ha detto questo lunedì il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, nell'inaugurare il convegno che riunsice fino a domani nella città lagunare il Comitato scientifico internazionale della Fondazione “Oasis” (www.oasiscenter.eu).

Il tema di questo appuntamento, giunto alla sua sesta edizione, è incentrato su come interpretare le tradizioni al tempo del “meticciato di civiltà e culture”.

Il “meticciato di civiltà” è una categoria utilizzata per spiegare e descrivere l'inedito processo in atto di incontro di uomini e civiltà, che richiama la necessità per le culture di aprirsi all'alterità per arricchirsi in una sintesi nuova, senza però arrivare a una confusione delle identità.

Tuttavia, ha avvertito il porporato, il “meticciato di civiltà” non costituisce un “programma politico” da perseguire all'interno delle società moderne condraddistinte da una sempre più marcata multiculturalità.

Nel documento preparatorio all'incontro si legge che “alla tradizione ci si riferisce quando si parla della necessità di favorire un processo di 'integrazione' delle minoranze in un contesto storico diverso dalla loro matrice culturale” e “si afferma la necessità di legiferare e ordinare la vita della società civile non in astratto ma alla luce della storia e della cultura di un popolo”.

“La tradizione – continua il documento – si presenta inoltre come un’espressione tipicamente comunitaria e sociale di accesso alla verità, la quale da una parte è norma della tradizione, dall’altra ci si offre storicamente solo attraverso di essa”.

In particolare, ha affermato il Cardinale Scola, “molti singoli e molte comunità che interagiscono nel processo di meticciato di civiltà esibiscono una singolare autocoscienza: quella di essere espressione di una tradizione che li precede e li supera”.

“Non punti isolati, dunque, ma anelli di una catena che risale molto indietro nel tempo, fino a un evento fondativo che, nel caso delle fedi religiose universalistiche, è ritenuto possedere un significato valido per ogni tempo e ogni luogo”, ha poi spiegato.

E se da una parte “esiste spazio sufficiente per articolare un’alternativa tra un’esistenza senza radici e una sclerotica ripetizione dell’identico”, dall'altra “la tradizione rettamente intesa resta necessaria”.

“Dai discorsi che ho potuto ascoltare in questi anni, ad esempio all’Università di al-Azhar nel 2006 o al Royal Institute for Interfaith Studies nel 2008 – ha raccontato il porporato – , mi pare evidente che la critica illuministica alla tradizione, intesa come trasmissione meccanica di un pacchetto di verità intangibili, ha raggiunto anche l’altra sponda del Mediterraneo”.

“In questi anni abbiamo sentito spesso ripetere dai nostri interlocutori musulmani che occorre ritornare al Corano e alla sua razionalità – ha aggiunto –, lasciando cadere le interpretazioni che ne sono state date in passato, perché troppo segnate storicamente, ad esempio per quanto riguarda la condizione della donna o gli statuti delle minoranze”.

“In tal modo si documenta ancora una volta il valore di positiva purificazione che la modernità ha esercitato verso ogni tradizione religiosa”, ha quindi evidenziato.

“I soggetti del meticciato dunque sembrerebbero condannati a una radicale impasse – ha osservato il porporato –: nella misura in cui ambiscono mantenere un riferimento religioso concreto, non dissolto in principi astratti di portata universale, essi risulterebbero prigionieri di tradizioni prive di senso, che potrebbero addirittura essere di intralcio rispetto a una purezza originaria”.

Tuttavia, ha continuato il Patriarca di Venezia richiamando le parole del Cardinale Joseph Ratzinger, “non esiste la nuda fede o la pura religione. In termini concreti, quando la fede dice all’uomo chi egli è e come deve incominciare ad essere uomo, la fede crea cultura. La fede è essa stessa cultura”.

Da qui si capisce, ha sottolineato il Cardinale Scola, “l’inevitabile circolarità tra fede e cultura, quando la cultura è intesa nel suo senso pregnante di esperienza umana consapevole”.

“La fede, offrendo all’uomo un’ipotesi interpretativa del reale, produce cultura, e la/e cultura/e, esercitandosi, interpreta(no) le fedi stesse – ha detto –. Nel tempo storico, una tale dinamica è insuperabile. La tradizione adeguatamente e culturalmente interpretata la assicura”.

“Pertanto non esiste un momento iniziale di assoluta chiarezza (nel nostro caso “la pura fede”) seguito da un tempo di crescente nebulosità (“la cultura”, “la religione” in senso barthiano), ma piuttosto un continuo scambio tra questi due poli”, ha aggiunto.

“La cultura è sempre da purificare alla luce della fede, ma la fede, senza oscurare l’assenso dovuto alla verità, è sempre da interpretare secondo le istanze suscitate dalla religione (cultura)”.

Alla luce di questo, ha quindi concluso, “si comprende meglio la necessità del compito di un’interpretazione culturale degli Islam connesso al dato che l’Islam, come ogni fede, produce cultura in quanto propone un’interpretazione del reale”.
Italian BIENNALE VENEZIA/ Cardinal Scola: non dimenticare gli operai di Marghera
Jun 22, 2009

Venezia mentre celebra «lo splendore dell'arte contemporanea», ospitando la Biennale, non può dimenticare le questioni sociali della città e in particolare degli operai di Marghera, ha detto il Patriarca della città lagunare, cardinale Angelo Scola, alla cerimonia in onore di Galileo Galilei, in piazza San Marco, alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e del sindaco Massimo Cacciari.

Come il cannocchiale inventato 400 anni fa da Galileo permise di allargare gli orizzonti all'esplorazione astronomica «oggi bisogna allargare gli orizzonti in modo che siano capaci di integrare la pluralità dei problemi che stiamo attraversando e la straordinaria fragilità della bellezza veneziana. Così mentre vediamo splendere l'arte contemporanea, non possiamo dimenticare le sofferenze di Marghera e dei nostri operai del petrolchimico. Non possiamo neanche trascurare la fatica che fanno molte realtà della terraferma a sentire i problemi di Venezia come propri. Ci attende un grande lavoro di allargamento di orizzonti. Le nostre istituzioni - ha concluso - sanno collaborare in questa opera. Abbiamo tutti i nostri limiti, è umano, tuttavia ci accomuna il desiderio di fare di Venezia sempre più una città dell'umanità».

www.ilsussidiario.net
Italian L'omelia pasquale del Patriarca: "La sovranità di Dio sulla morte. Dove passa il Risorto, la vita vince"
Apr 17, 2009

> “Nella risurrezione di Gesù la terra si spalanca verso il Cielo”: è l’immagine usata dal Patriarca all’inizio della sua riflessione durante le celebrazioni della Pasqua - definita “la festa della feste” - che si sono svolte nella basilica cattedrale di San Marco. Cristo infatti, ha spiegato il card. Scola, “ha condiviso il cammino di tutti sulla terra degli uomini, come tutti ha concluso il suo cammino nella tomba, ma ha vinto la morte. Egli era l’unico che poteva non morire ma per un atto di amore perfetto ha spezzato, con la sua morte singolare, la catena della nostra morte comune”.
>
> Ripercorrendo il racconto evangelico della resurrezione il Patriarca si è quindi soffermato sulla presenza delle donne, primi testimoni del grande evento: “Resistendo sotto la croce, avevano rappresentato la Chiesa amante, continuano a vivere questa missione e non si lasciano scoraggiare dai terribili eventi che paralizzavano ancora, nello smarrimento, gli apostoli. Una devozione amorosa che ha il coraggio dei semplici. Dio la premia. Queste donne non possiedono nulla di eroico se non la forza dell’amore. Lo mostra, tra l’altro, il loro spavento. L’amore cerca l’Amato”. Sono proprio loro a ricevere la straordinaria notizia dell’angelo che, nella cronaca dell’evangelista Marco appare “come se fosse ovvia.  Come se dicesse ad un visitatore: la persona che cerchi è uscita, ti dico dove la puoi trovare. L’annuncio dell’evento più inconcepibile ha il tono di una tranquilla normalità perché in esso c’è qualcosa di divino: nella risurrezione di Gesù Dio mostra tutta la Sua sovranità sulla morte. Il potere di Dio sulla vita e sulla morte è efficace. In Cristo Dio libera gli uomini dalla schiavitù del timore della morte. Cristo entra in ogni pena, in ogni dolore - come non pensare alle strazianti immagini delle esequie dell’Aquila? - per trasfigurarlo con il Suo passaggio, la Sua Pasqua. Perché dove Lui passa, passa il Risorto, e la vita, alla fine, vince”.
>
> Ma l’annuncio della resurrezione, ha proseguito il card. Scola, “non è solo per le donne e per i Suoi, né per la casa d’Israele, ma per tutti”. E’ un messaggio che va portato e testimoniato pubblicamente tenendo presente che “la testimonianza non è anzitutto qualcosa che viene da noi ma qualcosa di cui siamo i primi stupiti beneficiari e che deborda da noi, un dono inarrestabile che chiede a sua volta di essere donato”. Si apre così un tempo di vera speranza: “Dalla Pasqua odierna muta il nostro quotidiano. Il Risorto ci rende accessibile l’amore effettivo. E questo cambia il nostro sguardo su tutta la realtà. Ci apre al principio-speranza. E alla speranza solidale che si adopera per costruire, senza arrendersi, pace e giustizia su questa terra”.
>
> Anche di fronte alla “morsa del male, dentro e fuori di noi. Dov’è allora il Risorto? Quale novità allora dopo la Redenzione di Cristo? Il mondo ci appare in pieno travaglio e la morte con i suoi dolorosi anticipi sembrano avere la meglio: pensiamo alla tragedia del recente terremoto, a quella dei bambini e degli innocenti, alla violenza inaudita della guerra e dei mille altri conflitti che si scatenano anche nelle nostre società cosiddette avanzate, per non parlare della miseria africana, della perdita del lavoro per italiani ed immigrati, degli ultimi di ogni parte del mondo”. Come per San Tommaso, così per ognuno di noi l’incredulità viene superata “grazie al contatto con le piaghe di Cristo, con le ferite che il Risorto non ha nascosto, ma ha mostrato e continua a indicarci nel dolore, nelle pene e nelle sofferenze di ogni essere umano. La Santa Madre Chiesa, viva dopo duemila anni nonostante la fragilità degli uomini di Chiesa, è la garanzia oggettiva che la fede se tu la accogli vince oggi ogni pena, ogni dolore, la morte stessa e, soprattutto, se ci pentiamo, il nostro peccato”.

www.patriarcatovenezia.it
Italian L'intervista del Patriarca di Venezia, card. Angelo Scola, al settimanale Gente Veneta in occasione della Pasqua 2009
Apr 14, 2009

> Per vivere con intensità la prossima Pasqua, siamo invitati ad un esercizio di immedesimazione: È immedesimandoci in profondità con i fatti che la Scrittura e la liturgia ci propongono - dice il Patriarca - che noi possiamo intravedere, con gli occhi della fede, qualcosa di questo grande mistero che, nonostante tutto, ci spalanca nella pace verso il futuro.
>
> L’esercizio di immedesimazione aiuta la comprensione e l’esperienza - con gli occhi della fede - di quel fatto eccezionale e per tanti versi così misterioso che è la risurrezione di Gesù.Un fatto eccezionale e inusitato, così come fa capire lo stesso Vangelo. È nel testo di Giovanni (14,28) che Gesù dice “Vado e tornerò da voi”, annunciando la sua morte e risurrezione. Ma per quale motivo, e con quale vantaggio, noi uomini del Duemila dovremmo credere allo straordinario passare di Cristo per la morte e al suo non andarsene per sempre?
>
> Già, “Vado e tornerò da voi” è il morire crocifisso per tornare a noi in un nuovo legame di vita eterna. Ma come comprendere tutto ciò?
> Per comprendere in profondità l’affermazione di Giovanni - spiega il Patriarca - bisogna stare davanti fino in fondo al racconto che i quattro evangelisti ci fanno dell’ultima cena, dell’arresto, della passione, della croce e della risurrezione di Gesù.
> Quel che noi vediamo, continua il card. Scola, è un avvenimento assolutamente eccezionale. Si tratta dell’amore personificato. E cioè: Dio, che è in se stesso amore, manda Suo Figlio in mezzo a noi per salvarci. Ed Egli liberamente obbedisce al Padre. Lo hanno detto molto bene anche i giovani della nostra diocesi, nella Via Crucis di sabato scorso, utilizzando il linguaggio informatico “salva con nome”.
> Prosegue il Patriarca: Gesù, Figlio di Dio fatto uomo, è l’amore che afferra ciascuno di noi, soprattutto nella contraddizione, nel dolore, nel peccato e nella morte. Così che, se noi ci affidiamo a Lui, per quanto sia grande il nostro dolore, devastante la prova che ci tocca (pensiamo al terribile terremoto che ha colpito i nostri fratelli in Abruzzo) o la nostra contraddizione, Gesù ci trascina a sé: “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 32).
> La fede ci apre la strada di questo ritorno, che è il ritorno alla casa del Padre: La Trinità, come diceva il grande von Balthasar, è una casa con le porte aperte: è il luogo dell’amore che attende ogni uomo che nella sua vita abbia scelto il bene. E, se ha incontrato Cristo, che l’abbia seguito.
> In questo senso vivere la Pasqua è scoprire che Gesù è realmente il principio-speranza. E a partire dalla Sua esperienza - Lui non ha definito il dolore per spiegarlo, ma l’ha condiviso; non ha definito la morte la morte per spiegarla: l’ha condivisa - la fede diventa il ragionevole abbandonarsi a questo abbraccio di Gesù che sempre ci aspetta.
> Eppure la grande fatica che sembra attardare tante persone sulla soglia della fede ha proprio a che fare con la comprensione del fatto centrale della risurrezione. Anche una recente indagine dell’Osret (Osservatorio socio-religioso del Triveneto) lo attesta. Cosa augurare, per Pasqua, a chi indugia nel dubbio? Cosa proporre a chi è perplesso?
> La partecipazione feconda alla liturgia pasquale, risponde il Patriarca: Da duemila anni la Santa Messa è il grande anticipo, il primo germe della risurrezione. Il genio del cattolicesimo si vede proprio qui. Gesù ha anticipato gli eventi della Pasqua, nell’offerta di sé, cambiando il pane nel Corpo e il vino nel Sangue, perché noi potessimo viverli dopo la Sua morte e risurrezione. Come i Suoi discepoli li hanno intravisti nell’ultima Cena, così noi li possiamo intravedere nell’eucaristia. Abbiamo soprattutto bisogno - lo ripeto - di imparare ad immedesimarci.
> Poi - continua il nostro vescovo - si tratta di ascoltare i segni della risurrezione: Tra questi, secondo me, il più imponente è il fatto che quegli uomini, i Suoi discepoli, che si erano rinchiusi, atterriti e pieni di angoscia, nella stanza del cenacolo, improvvisamente trovano il coraggio (lo raccontano gli Atti degli Apostoli) di andare in piazza ad annunciare a tutti il Regno fino a dare la propria vita. Dev’essere successo qualcosa di grande per spiegare tutto ciò. E cosa? Che Lo hanno rivisto, che hanno nuovamente incontrato Gesù.
> Altra questione è quella relativa al vero corpo di Gesù: Gesù è risorto, come ci fa dire la liturgia nella notte di Pasqua, nel Suo vero corpo. Ma per poter capire cos’è il vero corpo, noi dobbiamo passare attraverso la nostra morte.
> Anche in questo caso la via per cercare di comprendere è il Vangelo: Mentre noi siamo costretti a stare nel tempo e nello spazio, Gesù - dice la Scrittura - può entrare, col suo vero corpo, nel tempo e nello spazio, ma non è obbligato a restarci. Le grandi apparizioni di Gesù ci documentano che Egli può mangiare, ma non è obbligato a mangiare. In ciò si può intravedere qualcosa del Suo vero corpo, ma non si tratta certo di una evidenza sperimental-scientifica. Per avere l’evidenza incontrovertibile del dato della risurrezione dobbiamo accettare che la nostra libertà passi per la cruna dell’ago della morte, così come Lui, il Venerdì Santo, ci è passato. Ma noi, in questo passaggio, siamo anticipati dal Risorto che ci attende con Sua Madre. Non andiamo incontro all’ignoto. La Pasqua ci dà la speranza certa della risurrezione se noi guardiamo il Crocifisso, e guardiamo la modalità con cui Lui, che era l’unico che poteva non morire, ha deciso di morire per nostro amore.
> E in questa riflessione è anche l’augurio di Pasqua del Patriarca Angelo: L’augurio è quello di guardare il crocifisso, di prenderlo in mano in questi giorni, se lo abbiamo in casa; nonché di andare con umiltà a confessarci, perché la confessione è il luogo in cui la nostra libertà tocca il vertice, riconoscendo il proprio limite e chiedendo all’amore di Cristo di sanarci. E poi auguro a tutti di partecipare alla Veglia pasquale e alla santa messa di Pasqua, perché è la liturgia che ci accompagna con naturalezza dentro il ritmo della bellissima affermazione giovannea “Vado e ritornerò da voi”.
>
> La persona al primo posto. E la comunità con essa, nel segno della solidarietà. È ritarando la gerarchia dei valori che l’economia e la finanza sapranno uscire dalla crisi che da alcuni mesi attanaglia il globo.
> Eminenza, in che senso la Pasqua ha qualcosa da dire all’umanità morsa dalla crisi?
> Nel senso che l’evento della Pasqua è un dato storico, preciso, che noi viviamo nella liturgia non come una sacra rappresentazione, ma come un’azione della nostra libertà sempre situata nella storia. E perciò si lega anche alla condizione storica della grave crisi attuale.
>
> E che messaggio ne viene?
> La speranza a cui Gesù ci spalanca nella Pasqua è una speranza solidale. È l’espressione della solidarietà del Figlio di Dio con l’uomo: il Figlio di Dio, nel Suo incarnarsi, si fa carico di tutte le dimensioni della vita dell’uomo, e l’economia è una di queste. Perciò per noi cristiani, ma anche per chi riflette con ragionevolezza sulla presente situazione, questa prospettiva di Cristo come principio-speranza solidale può aiutare ad uscire da questa crisi che è anzitutto crisi di mentalità e di cultura.
>
> Come uscirne, appunto?
> Credo sia necessario riequilibrare l’economia di mercato nella direzione di subordinare l’uso dei beni al valore e alla dignità del soggetto personale e comunitario. In questo senso, nella crisi è contenuto un invito profondo a mutare i nostri stili di vita.
>
> Si tratta di ridurre i consumi, di “decrescere”, come afferma qualcuno?
> Si tratta piuttosto di interrogarci su come consumare per poi decidersi magari a consumare di meno. Dobbiamo in primo luogo chiederci a quali condizioni il consumo rende dignitosa e dilata la vita del soggetto e della comunità. In questo senso vedo un’analogia con il tema degli affetti: in che modo, infatti, gli affetti esaltano e compiono la persona e la comunità? Solo se sono vissuti nella ragionevolezza di un amore ordinato.
>
> E i consumi?
> Occupano un posto decisivo nella nostra vita. Se se ne fa un ragionevole uso, favoriscono la dignità dell’uomo. Altrimenti producono squilibrio.
>
> Lei, eminenza, sta cioè invitando a riconoscere meglio i fini e i mezzi nell’economia?
> Esattamente. Se si riporta il soggetto al cuore dell’economia di mercato, allora inesorabilmente si saprà equilibrare il rapporto fra il soggetto stesso e l’uso dei beni. In ciò basta ricordare il grande e antico insegnamento della Chiesa - lo diceva già San Tommaso - secondo cui tutto ci è dato in uso. Il senso cristiano della proprietà privata è proprio questo: tutto ci è dato in uso, ma la destinazione dei beni è universale. E qui si innesta un altro basilare elemento: si esce dalla crisi ritrovando speranza non solo a partire dal primato del soggetto, ma anche dal fatto che la speranza che qui abbiamo cercato di delineare è per sua natura solidale.
>
> Il che, tradotto nel concreto delle scelte economiche, cosa significa?
> Che noi non usciremo dalla crisi se non sapremo andare incontro alle situazioni estreme di povertà - cominciando dalle persone che qui da noi, in Italia, perdono il lavoro, immigrati compresi - per andare - come ha detto il Papa nella sua recente, bellissima lettera al primo ministro inglese Gordon Brown - ai bisogni dell’Africa. Bisogna cioè guardare alla povertà e alla miseria africane non solo come a problemi da affrontare per un dovere di giustizia e in un impeto di carità, ma come a opportunità per riequilibrare il mercato.
>
> All’incirca com’è accaduto in questi ultimi anni con la Cina?
> Certamente. Nel rispetto, però, di tutti i diritti dell’uomo e della società. Noi occidentali, così come siamo troppo ignavi verso l’Africa, siamo colpevoli circa la modalità con cui la Cina non sta affrontando il problema dei diritti dell’uomo.
>
> Aldilà del dettaglio delle soluzioni tecniche, cosa intende fare la diocesi di Venezia per aiutare chi la crisi ha messo in difficoltà?
> Noi abbiamo voluto riflettere con un po’ di calma e di pazienza per non prendere iniziative generose ma alla fine inefficaci. Ci muoveremo in più direzioni. La prima, e per noi la principale, è quella educativa: vogliamo educare alla speranza solidale che è Cristo risorto. Il che significa educare a stili di vita integrali, che vanno dalla dimensione personale ed affettiva fino alla dimensione sociale e di uso virtuoso dei beni.
>
> In secondo luogo?
> Anzitutto la nostra Caritas ha già promosso una raccolta di fondi destinata alle popolazioni terremotate dell’Abruzzo. Seguendo l’invito della C.E.I. indiremo per loro una colletta straordinaria la Domenica dopo Pasqua (19 aprile). Poi parteciperemo con molta generosità - e i sacerdoti già lo hanno fatto con il gesto di solidarietà durante la Messa Crismale del Giovedì Santo - alla grande colletta che la C.E.I. ha lanciato per il 31 maggio, per costituire il fondo di garanzia a favore delle famiglie in difficoltà. Potenzieremo il microcredito, un’esperienza già in atto nella nostra diocesi, infine incrementeremo il fondo per il pronto intervento sui bisogni urgenti e immediati. Ma soprattutto seguiremo con intensità e maggiore energia quanto già stiamo facendo da anni, attraverso le varie opere della carità capillarmente presenti nel Patriarcato ed in molte parrocchie. Aiuteremo cioè le persone a venire incontro ai bisogni primari di tutti: il mangiare, il vestirsi, il pagare la bolletta che non si riesce più a pagare… La carità infatti rende “creativa” la giustizia.
>
> Lo straordinario dell’ordinario?
> Sì, vorremmo stare il più possibile dentro la normalità, operando con il potenziamento dell’azione caritativa ordinaria che la nostra Chiesa vive da tempo. Faremo, certo, i passi straordinari che ho ricordato, ma vorremmo che il tutto si potesse iscrivere il più possibile nella norma, perché lo stile di vita cui puntiamo ha bisogno di stabilità e di fedeltà nel quotidiano. E neppure nei provvedimenti straordinari trascureremo la dimensione solidale della speranza, in particolare l’attenzione al Sud del pianeta.

Source: angeloscola.it
Italian Omelia del Patriarca S.E.R. Angelo Card. Scola
Apr 14, 2009
Domenica delle Palme

Venezia, 5 aprile 2009

> 1. La Settimana Santa, che si apre con la processione delle palme e degli olivi, è la settimana vera: i fatti dell’arresto, della condanna, della passione, della morte e della risurrezione di Gesù che la Chiesa nostra Madre ci fa vivere a partire da oggi, illuminano l’esistenza di ciascuno di noi e di tutti gli uomini di ogni tempo: sono la verità che, attraverso il sacramento, dà senso pieno alla storia.
>
> La passione di Nostro Signore non è un mito. Sta sul solido terreno della storia. Si consuma “sotto Ponzio Pilato”. Anzi, essa è il farsi visibile del dato che dolorosamente accompagna tutta la storia dell’umanità dall’inizio fino alla fine: Dio viene battuto e coperto di disprezzo mentre si abbassa fino al livello estremo per noi e per prendere su di sé i nostri peccati (la kenosi di cui ci ha parlato l’inno della Seconda Lettura è lo svuotamento totale di sé).
>
> La verità non è pura dottrina e morale, ma è anzitutto quest’Uomo, l’Uomo dei dolori che per amore conosce il patire (Prima Lettura: Terzo Canto del Servo). Cosa può muovere la nostra fragile libertà di fronte alla Verità vivente, personale e gloriosamente crocifissa? Possiamo con umiltà seguire Gesù fin sotto la Croce, come Maria, Giovanni e le donne. Lasciamoci dunque com-muovere e coinvolgere da quest’Uomo.
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>
> 2. Il formidabile racconto della Passione propostoci dall’Evangelista Marco è un asciutto verbale degli avvenimenti. L’evangelista ci offre dei dati, una narrazione oggettiva, altamente pietosa, senza analisi dei sentimenti. Attraverso azioni convulse e dialoghi incalzanti è descritta la lotta tra il bene e il male che si scatena intorno a Gesù, senza esclusione di colpi. Si capisce che l’Inno di Filippesi portando all’estremo il Canto del Servo insista: quest’Uomo «pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio; ma svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini… umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,6-8).
>
>
>
> 3. Marco non teme di scandalizzarci con la durezza delle sue espressioni: nel Getsemani Gesù è spaventato («cominciò a sentire paura e angoscia» Mc 14, 33), barcolla sfinito («cadde a terra» v 35). Nel racconto dell’arresto, nel precipitare degli eventi, si avverte la furia violenta che si sta abbattendo su di Lui: «E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni mandata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani» (v 43). Nella narrazione di Marco, a differenza di quella degli altri sinottici, Gesù non dice nulla al traditore né al discepolo che ha colpito il servo del sommo sacerdote.
>
> Colpisce il Suo silenzio davanti al clamore assordante del male («Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui» v 57; «Tutti sentenziarono che era reo di morte. Allora alcuni cominciarono a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: "Fa’ il profeta!". E i servi lo schiaffeggiavano», vv 64-65). Pietro, dopo averlo seguito da lontano, si ostina terrorizzato nel suo tradimento («cominciò a imprecare e a giurare: "Non conosco quest`uomo di cui parlate"» v 71). Alla fine della scena Gesù è abbandonato da tutti.
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>
>
> 4. Dopo la supplica del Figlio di Dio crocifisso «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15, 34), «Gesù, dando un forte grido, spirò» (v 37): la vita del Salvatore del mondo finisce con un grido straziante che dà voce all’inconcepibile, indicibile ingiustizia. Il Figlio di Dio fattosi uomo per morire per noi, l’innocente assoluto illividisce sul palo dell’ignominia fino a versare l’ultima goccia di sangue. Vi è forse un’ingiustizia più grande di questa? Essa però non riesce a strapparLo dalla relazione che lo lega al Padre. Il dolore assunto fino all’estrema sofferenza, anche la più atroce, che spesso per noi uomini diventa principio di sospetto fino all’inimicizia e alla separazione, con Gesù acquista un senso nuovo. Gesù spiega il dolore non con una teoria, ma condividendolo. Egli è «esperto nel patire».
>
> Carissimi, ogni nostra prova, sofferenza, dolore, se noi ci abbandoniamo, incontra sempre la solidarietà di Gesù che la precede e ci aiuta a portarla. Come non vedere allora in questo Crocifisso solidale con ciascuno e con tutti, reso «bello, bianco e vermiglio» dal dolore della Passione – come canta la Vergine in una profonda Lauda – il principio-speranza con cui affrontare il travaglio di questa epoca di transizione piena di avventura e di confusione? A chi guardare per affrontare i dolori che ci affliggono a livello personale e sociale. Su scala familiare e su scala mondiale. Guardiamo il Crocifisso speranza solidale!
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>
> 5. La sovrabbondanza è la misura dell’amore. Tutta la Passione sta sotto il segno di questo perfetta sovrabbondanza dell’amore di Dio per l’uomo.
>
> La donna che unge il capo di Gesù  non è chiamata per nome. Non pronuncia una sola parola. Parla solo il suo gesto. E parla così forte che Gesù proclama: «In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà pure anche quello che ha fatto» (v 9). L’espressione «in ricordo di lei» richiama il «Fate questo in memoria di me» della Cena eucaristica e suggella il per sempre costitutivo dell’amore. Quale realismo. L’amore, infatti, in forza della sua gratuità muove alla giustizia.
>
> Come sottrarci a questa com-mozione amorosa per deciderci finalmente a condividere ogni povertà, da quella dei lavoratori immigrati fino alla tragedia della miseria africana di cui restiamo in gran parte spettatori ignavi e colpevoli – come ha scritto Benedetto XVI al Primo Ministro John Brown. Come affrontare costruttivamente l’inedita prova economica, che tocca duramente molti uomini e molte famiglie anche qui da noi, senza rinnovare i nostri stili di vita nell’ottica di questo amore solidale?
>
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>
> 6. «Il centurione che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”» (Mc 15, 39). Nel momento del buio più fitto si svela appieno il mistero di Gesù. Il testimone è colui che ha occhi limpidi per vederlo e un cuore semplice per riconoscerlo ed annunciarlo a tutti.
> Chiediamo alla Vergine Santissima di saper accompagnare da vicino Gesù, nostro amato Salvatore, in questa Santa settimana. Amen.

Source: www.patriarcatovenezia.it
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Italian Il patriarca di Venezia ha fatto un sogno: il meticciato di civiltà
Apr 13, 2009
E un suo amico filosofo ha scritto come arrivarci. Ma tra le religioni la strada è accidentata, specie tra cristianesimo e islam. L'arcivescovo Teissier racconta ciò che accade nella sua Algeria, divisa tra repressione e rispetto della libertà religiosa

di Sandro Magister

> ROMA, 1 aprile 2009 – Sulla copertina del libro ci sono una domanda e una foto. La foto mostra la confluenza tra il Rio delle Amazzoni e il Rio Negro: acque di colore diverso che scorrono vicine e poi si mescolano. La domanda è nel titolo: "Meticciato: convivenza o confusione?".
>
> In effetti, nel linguaggio corrente, la parola "meticciato" non gode di buona reputazione. Nata con la mescolanza tra spagnoli e indios dopo la scoperta delle Americhe, fa pensare a conquista e soggiogamento. Oppure, associata al moderno multiculturalismo, evoca confusione, guazzabuglio tra persone e civiltà, giustapposte senza capirsi.
>
> Eppure, proprio sul "meticciato di civiltà" ha scommesso uno degli uomini di Chiesa più impegnati nell'interpretare e orientare i rapporti tra popoli, religioni e culture: il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia.
>
> Il libro è una tappa importante di questo programma. È stampato dalla Marcianum Press, l'editrice del patriarcato di Venezia. L'autore è Paolo Gomarasca, professore di filosofia e antropologia all'Università Cattolica di Milano.
>
> ***
>
> Il cardinale Scola lanciò per la prima volta l'idea del meticciato nel 2004, quando a Venezia fece nascere una fondazione internazionale finalizzata alla reciproca conoscenza e all'incontro tra l'Occidente e l'islam. Una fondazione chiamata "Oasis", con una rivista dello stesso nome in quattro versioni distinte: in italiano, in francese e arabo, in inglese e arabo, in inglese e urdu.
>
> Per il patriarca di Venezia, il meticciato tra le civiltà è un processo che è sotto gli occhi di tutti, esteso a tutto il mondo e in continua accelerazione, come mai in passato. È un processo che "non chiede il permesso di accadere", semplicemente c'è. Non bisogna illudersi di fermarlo. È doveroso invece giudicarlo criticamente e "orientarlo verso stili di vita buona, personale e sociale". A maggior ragione "da parte di noi uomini delle religioni, convinti che tutti i popoli sono parte di un'unica famiglia umana e che Dio guida la storia".
>
> Da qui è nata l'idea di mettere ordine in questo processo, anzitutto concettualmente. Il libro del professor Gomarasca ricostruisce la storia del meticciato di civiltà, dalla scoperta delle Americhe a oggi, una storia che è anche storia delle sue interpretazioni più o meno fallimentari, da quella coloniale a quella del multiculturalismo.
>
> Ma Gomarasca non solo osserva e descrive. Indica una direzione di cammino. La categoria chiave che mette in campo è quella di filiazione:
>
> "Il meticcio è una novità che nasce dalla relazione dell'uno con l'altro, ma che non può essere ridotto né all'uno né all'altro, è un effetto che eccede entrambi. Prendiamo ad esempio quello che accadde nel Nuovo Mondo: chi sono i 'mestizos' se non figli, la cui identità mista interroga la coscienza dei loro padri bianchi, che si rendono conto improvvisamente di non poter essere gli unici? La filiazione, come riconoscimento di un'origine comune, è condizione necessaria della vita buona".
>
> La famiglia e la libera società civile sono i naturali "luoghi di riconoscimento" e di messa in opera di questa comunanza tra le persone, i popoli, le culture. E così le religioni:
>
> "Posto che le religioni sono capaci di dare ragioni pubbliche della propria fede, è essenziale valorizzare il contributo di verità che esse possono fornire al pensiero della relazionalità costitutiva dell'umano".

Source: chiesa.espresso.repubblica.it
French Le patriarche de Venise a fait un rêve: le métissage de civilisations
Apr 13, 2009
L'un de ses amis, philosophe, indique dans un livre comment y arriver. Mais la route est accidentée entre les religions, surtout entre le christianisme et l'islam. L'archevêque Teissier raconte ce qui se passe dans son Algérie, partagée entre répression et respect de la liberté religieuse

par Sandro Magiste

> ROME, le 1er avril 2009 – Sur la couverture du livre, une question et une photo. La photo est celle du confluent de l’Amazone et du Rio Negro: des eaux de couleurs différentes coulent l’une à côté de l’autre puis elles se mêlent. La question est dans le titre: "Métissage: coexistence ou confusion?".
>
> En effet, dans le langage courant, le mot "métissage" n’a pas bonne réputation. Né avec le brassage des Espagnols et des Indiens après la découverte des Amériques, il fait penser à la conquête et à l’assujettissement. Ou bien, associé au multiculturalisme moderne, il évoque une confusion, un fouillis de personnes et de civilisations juxtaposées qui ne se comprennent pas.
>
> Mais c’est justement sur le "métissage de civilisations" qu’a parié l’un des hommes d’Eglise les plus actifs dans l'interprétation et l’orientation des rapports entre peuples, religions et cultures: le cardinal Angelo Scola, patriarche de Venise.
>
> Le livre est une étape importante de ce programme. Il est publié par Marcianum Press, éditeur du patriarcat de Venise. L'auteur, Paolo Gomarasca, est professeur de philosophie et d’anthropologie à l'Université Catholique de Milan.
>
> ***
>
> Le cardinal Scola a lancé pour la première fois l'idée du métissage en 2004, quand il a créé à Venise une fondation internationale ayant pour objet la connaissance mutuelle et la rencontre de l'Occident et de l'islam. Cette fondation, appelée "Oasis", publie une revue portant le même nom, en 4 versions distinctes: italien, français-arabe, anglais-arabe, anglais-ourdou.
>
> Selon le patriarche de Venise, le métissage des civilisations est un processus qui est sous les yeux de tous. Il touche le monde entier et s’accélère sans cesse, comme jamais dans le passé. "Il ne demande pas la permission de se produire", il existe, tout simplement. Croire qu’on peut l’arrêter est une illusion: il faut plutôt le juger de façon critique et "l’orienter vers des façons de vivre droites, au niveau personnel et social". A plus forte raison "pour nous, hommes des religions, convaincus que tous les peuples font partie d’une seule famille humaine et que Dieu conduit l’histoire".
>
> De là l'idée de mettre de l’ordre dans ce processus, surtout conceptuellement. Le livre du professeur Gomarasca reconstruit l’histoire du métissage de civilisations, depuis la découverte des Amériques jusqu’à aujourd’hui, une histoire qui est aussi celle de ses interprétations plus ou moins insatisfaisantes, du point de vue colonial au multiculturalisme.
>
> Mais Gomarasca ne fait pas qu’observer et décrire. Il indique une direction de réflexion. La catégorie clé qu’il met en œuvre est celle de la filiation:
>
> "Le métissage est une nouveauté née de la relation de l'un avec l'autre, mais il ne peut être réduit ni à l’un ni à l’autre: c’est un effet qui les dépasse tous les deux. Voyons par exemple ce qui arrive dans le Nouveau Monde: que sont les 'mestizos' sinon des enfants - dont l’identité mixte interroge la conscience de leurs parents blancs - qui comprennent tout à coup qu’ils ne peuvent pas être les seuls? Comme reconnaissance d’une origine commune, la filiation est une condition nécessaire de la vie droite".
>
> La famille et la société civile libre sont de manière naturelle les "lieux de reconnaissance" et de mise en œuvre de cette communauté entre les hommes, les peuples, les cultures. Et aussi les religions:
>
> "Si l’on admet que les religions sont capables de donner des raisons publiques de leur foi, il est essentiel de valoriser l’apport de vérité qu’elles peuvent fournir à l’idée de la relationnalité constitutive de l'être humain".

Source: chiesa.espresso.repubblica.it
English The Patriarch of Venice Has a Dream: A "Mestizaje" of Civilizations
Apr 13, 2009
And his philosopher friend has written about how to get there. But the road between the religions is strewn with obstacles, especially between Christianity and Islam. Archbishop Teissier tells about what happened in his Algeria, divided between repression and respect for religious freedom

by Sandro Magiste

> ROME, April 1, 2009 – On the cover of the book are a question and a photo. The photo shows the confluence of the Amazon River and the Rio Negro: waters of different colors run next to each other, and then mix together. The question is in the title: "Mestizaje: coexistence, or confusion?".
>
> In effect, the word "mestizaje" does not enjoy a good reputation in contemporary language. Born from the interbreeding between Spanish and Indians after the discovery of the Americas, it brings to mind conquest and subjection. Or, if it is associated with modern multiculturalism, it evokes confusion, a mishmash of persons and civilizations, juxtaposed without any comprehension.
>
> And yet, a wager has been made on a "mestizaje of civilizations" by one of the churchmen most closely engaged in interpreting and directing relationships among peoples, religions, and cultures: Cardinal Angelo Scola, the patriarch of Venice.
>
> The book is an important phase in this program. It is published by Marcianum Press, the publishing house of the patriarchate of Venice. The author is Paolo Gomarasca, a professor of philosophy and anthropology at the Catholic University of Milan.
>
> ***
>
> Cardinal Scola was the first to launch the idea of the "mestizaje" in 2004, when he created an international foundation in Venice aimed at mutual understanding and encounter between the West and Islam. The foundation is called "Oasis," and publishes a magazine by the same name in four distinct versions: in Italian, in French and Arabic, in English and Arabic, and in English and Urdu.
>
> For the patriarch of Venice, the "mestizaje of civilizations" is a process taking place before the eyes of all, extended all over the world and in constant acceleration, as never before. It is a process that "does not ask for permission to happen," it simply is. There is no point in imagining that one can stop it. What is needed, instead, is to judge it critically and "orient it toward ways of life that are good, personal, and social." This is especially important "for us, men of religion, convinced that all peoples are part of a single human family, and that God guides history."
>
> From this emerged the idea of organizing this process, and conceptually first of all. The book by Professor Gomarasca reconstructs the history of the "mestizaje" of civilizations, from the discovery of the Americas until today, a history that is also the history of its more or less faulty interpretations, from that of colonialism to that of multiculturalism.
>
> But Gomarasca does not merely observe and describe. He points out a path to follow. The key category that he brings into play is that of filiation:
>
> "The 'mestizaje' is something new that emerges from the relationship of one with another, but cannot be reduced either to the one or to the other, it is an effect that transcends both. Let us take for example what happens in the New World: who are the 'mestizos' if not children whose mixed identity calls upon the consciences of their white fathers, who suddenly realize that they cannot be the only ones? Filiation, as an acknowledgment of a common origin, is a necessary condition for the good life."
>
> The family and free civil society are the natural "places of acknowledgment" and of the implementation of this mingling of persons, peoples, cultures. And so are the religions:
>
> "Granted that the religions are capable of giving public reasons for their faith, it is essential to evaluate the contribution of truth that they can provide to the thought about the essential relationality of that which is human."

Source: chiesa.espresso.repubblica.it
Italian Il patriarca Angelo Scola alla scuola dei salesiani: “L’università deve essere educativa e non solo addestramento alla conoscenza”
Apr 13, 2009

> «Un’università neutralista potrà anche istruire, ma non educa». A marcare la non scontata differenza tra una trasmissione dei saperi e la formazione della persona è stato, ieri, il Patriarca Angelo Scola nel dies academicus della Scuola superiore internazionale di Scienze della Formazione dei salesiani all’istituto San Marco alla Gazzera. Tenendo una lectio magistralis sul tema “Paideia e università”, il cardinale ha spiegato che educare significa introdurre tutta la persona alla realtà totale partendo però da un punto di vista unitario. “Una dichiarata ed equivoca scelta di neutralità con il pretesto di non ledere il diritto di nessuno ambisce a formare i giovani senza proporre esplicitamente un’ipotesi sintetica d’interpretazione della realtà e finendo per togliere ogni validità al concetto di valore”, ha detto. Nel suo argomentare, Scola, al solito, è ricorso a numerose citazioni: Montale, Wojtyla, Bonhoffer, von Balthasar, Blondel, don Bosco e Newman del quale, in particolare, ha rammentato il “non c’è vero allargamento dello spirito se non quando vi è la possibilità di considerare una molteplicità di oggetti da un punto di vista e come un tutto”. Così ha tracciato quello che è l’obiettivo dell’educazione nel senso autentico: “Se è il reale ad offrirsi al soggetto come un evento, il compito dell’educatore è d’introdurre l’educando ad un’esperienza integrale della realtà che lo guidi a decifrarne il significato esponendosi in un rapporto eminentemente dialogico”. Nel passaggio successivo Scola ha spiegato come l’università debba fare ciò. “Perché sia pedagogicamente appropriata e non venga meno alla sua propria vocazione, essa dev’essere luogo di ricerca e verifica di un’ipotesi veritativa ultima e perciò di reale educazione, altrimenti rischia di possedere soltanto un’utilità strumentale conducendo piuttosto a un addestramento” ha spiegato. Si ritorna, così, a quel punto di vista unitario di Newman che naturalmente per i credenti è Gesù Cristo. “Certo, tale principio d’interpretazione del reale deve vivere nella persona e esprimersi nella comunicazione tra docente e discente, ma esso raggiunge la massima fecondità se viene espresso nell’incessante e reciproca testimonianza che deve circolare tra il corpo docente e gli studenti”.

Source: www.gazzettino.it
Italian «L’Europa ponte di dialogo per tutto il Mediterraneo»
Apr 13, 2009
A Venezia il convegno organizzato dal Mcl. Il cardinale Scola: «Camminare insieme con la propria identità» Il Patriarca latino Twal: correggere 60 anni di errori in Medio Oriente

> Ci auguriamo che il nostro pluralismo mediterraneo, come pure la nostra unità, continueranno ad esistere nonostante l’invasione di altre culture, nonostante una globalizzazione selvaggia ». Lo ha detto il patriarca latino di Gerusalemme, monsignor Fouad Twal, portando la sua testimonianza al convegno su «Il mare al centro delle terre per un nuovo slancio del dialogo sociale europeo nel Mediterraneo » organizzato dal Movimento cristiano lavoratori, da Efa e da Eza. Da qui la necessità di un dialogo tra l’Europa e i popoli del Mediterraneo, come ha sottolineato il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, introducendo i lavori. Ma quale dialogo? «Un dialogo – ha specificato Scola – che suppone dei soggetti in campo; che non deve essere un falso monologo, un parlarsi privo di ascolto». Un dialogo che utilizza l’interlocutore come puro specchio per riaffermare propria identità, e che pertanto «riduce questo dialogo a un monologo disperato ». Insomma, «bisogna imparare a camminare insieme, ma certi del proprio volto e della propria identità, e tesi ad afferrare i fenomeni storici in corso per orientarli e farli convergere nella direzione della pace». Facendo leva sull’esperienza di cinque anni di efficaci rapporti, attraverso il Centro Oasis, tra Venezia, anzi l’Europa e i Paesi del Sud Mediterraneo, compresi quelli musulmani, Scola ha aggiunto: «Tutti dobbiamo accettare il dato che oggi è in atto una transizione rapida, e non priva di violenza, verso una civiltà di meticciato culturale». Una trasformazione, a suo parere, «che non chiede il nostro permesso per accadere, ma ci induce a orientarla affinché possa concorrere a creare una vita buona», che «non può prescindere da un buon governo». E questo dovrebbe valere anche per il Medio Oriente, dove invece – annota monsignor Twal – ci sono stati 60 anni di violenza e conflitto, « decisamente troppi». E se dopo 60 anni nel Medio Oriente non c’è ancora la pace «vuol dire che i mezzi usati sono stati fin qui sbagliati», ha detto Twal rispondendo alle domande dei partecipanti arrivati da ogni parte del Mediterraneo. « Forse, dunque, è il momento di cambiare sistema – ha aggiunto –, siamo in Quaresima e prossimi alla Settimana di Passione, e anche i nostri politici hanno bisogno di conversione: del cuore, della testa e degli stessi discorsi. Bisogna avere più fiducia reciproca». Twal, spiegando poi di essere «ottimista » sul futuro della Terra Santa, ha ancora sottolineato che la pace «non dipende solo dal governo », ma anche dalla società civile, dall’Europa e dagli Usa. E in questa prospettiva, ha precisato, il viaggio del neo-premier israeliano Benjamin Netanyahu in Giordania e in Egitto «è senz’altro positivo ed è un motivo per cui non si deve perdere la speranza». Un contributo decisivo lo porterà, in ogni caso, la visita del Papa. «L’Europa deve impegnarsi di più per la ricerca di un assetto istituzionale condiviso – ha affermato dal canto suo Carlo Costalli, presidente del Mcl – sul quale convergano gli sforzi dei Paesi del nord e del sud, che rappresenta il modo migliore, e forse l’unico, per ridurre, ove possibile, i contrasti esistenti. Un “generico partenariato”, come sembra essere stato quello degli ultimi tempi, non è più sufficiente». «Per raggiungere questi obiettivi – ha concluso – sempre più importante sarà il ruolo della società civile, che dovrà lanciare iniziative culturali, convegni, ma anche costruire opere con­crete che possano favorire la cooperazione ed il dialogo, soprattutto nei punti più caldi delle due sponde».

Source: www.avvenire.it
Italian Il senatùr a Venezia in visita al Patriarca
Apr 13, 2009

> Venezia. «Siamo andati a far benedire Tremonti, anzi siamo andati tutti a farci benedire». Così ha scherzato dal motoscafo il ministro Umberto Bossi, rivolgendosi ai giornalisti che gli chiedevano il senso della sua visita privata a Venezia al Patriarca Angelo Scola e per di più accompagnato dai ministri Giulio Tremonti, Roberto Calderoli e dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Aldo Brancher. Al di là dei convenevoli e degli auguri di Pasqua scambiati con il cardinale, è logico e ragionevole pensare che la calata in laguna di personaggi di questo calibro abbia avuto anche altre finalità che, dato il silenzio in cui è stato avvolto l’episodio, è solo possibile ipotizzare. Anche perché il rapporto tra il leader del Carroccio e la Chiesa cattolica in passato non è stato idilliaco. Basti pensare ai continui e ripetuti attacchi al Vaticano, da lui accusato di combattere il progetto di federalismo portato avanti dalla Lega. Cinque anni fa arrivò addirittura a chiedere la cancellazione dell’8 per mille dell’Irpef, subito stoppato da Berlusconi. Questa "folgorazione sulla via di Damasco" non è stata improvvisa, perché pare che l’incontro veneziano fosse stato programmato da parecchi mesi, favorito dal ministro dell’Economia, che già nel luglio di due anni fa aveva ospitato il senatùr a Lorenzago per incontrare papa Benedetto XVI. La maggioranza di Governo sta di nuovo strizzando l’occhiolino al mondo dell’attivismo cattolico e il Patriarca è stato un membro influente di Comunione e Liberazione? Troppo pochi dati per affermarlo. Congetture a parte, l’incontro nello studio del Patriarca è durato un’ora e mezza durante il quale c’è stata l’occasione di parlare ufficialmente di molte cose: dalla situazione in Abruzzo dopo il terremoto (i tre politici erano da poco stati in visita a L’Aquila) a tutta una serie di temi relativi all’agenda politico-economica del Paese fino ai temi legati a famiglia, giovani e scuola. «Abbiamo parlato di tutto - ha aggiunto Bossi - soprattutto del federalismo». In una nota del Carroccio successiva alla visita, il cardinale Scola sarebbe stato molto interessato a conoscere le ultime novità sulle riforme in cantiere, con particolare attenzione al federalismo fiscale, che alla fine di questo mese sarà in aula al Senato, e con un approfondimento dedicato al cosiddetto federalismo demaniale. Anche a questo era legata la presenza nella delegazione del professor Luca Antonini, docente a Padova di Diritto costituzionale e consulente di Calderoli sul progetto di federalismo. Tremonti, proprio per evitare le domande sulla situazione economica, all’uscita dal palazzo patriarcale si è gettato nella cabina del motoscafo quasi nascosto da Brancher. Tra tutti questi esponenti governativi si è inserito il capogruppo leghista in Comune, Alberto Mazzonetto, che nonostante le rigide misure di sicurezza imposte, è riuscito ad entrare nel palazzo, ad incontrare il Senatùr e a farsi fotografare con l’intero gruppo. Sulla tenuta della coalizione di governo, dopo lo stop subito mercoledì alla Camera con la cancellazione delle ronde dal provvedimento sicurezza, Bossi e Calderoli si sono dimostrati ottimisti. Subito dopo il voto il ministro dell’Interno Maroni era furente per il voltafaccia di due decine di deputati del Pdl, ieri però l’intervento del premier avrebbe chiarito tutto. «Con Berlusconi - hanno risposto quasi con monosillabi Bossi e Calderoli - la soluzione si trova. Vedrete, faremo tutto».

Source: www.gazzettino.it
Italian Venezia, il Patriarca incontra tre ministri e parla di federalismo
Apr 13, 2009
Un’ora di misterioso colloquio. Bossi scherza: “Ho portato Tremonti a farsi benedire”

Venezia - Lo dice con la mano appoggiata accanto alla bocca, per farsi sentire meglio: «Con il premier Silvio Berlusconi faremo tutto». Umberto Bossi è appena salito sul motoscafo dopo aver incontrato a Venezia il patriarca Angelo Scola. Assieme a lui il sottosegretario Aldo Brancher e altri due ministri: Giulio Tremonti e Roberto Calderoli. Che sulla questione sicurezza aggiunge: «Con il Pdl troveremo una soluzione». Facce distese, sorrisi e pure qualche battuta all’uscita della misteriosa (e privatissima) visita al cardinale veneziano ieri pomeriggio. Con Bossi a fare da mattatore: «Ho portato Tremonti per farlo benedire». Cronisti confinati sul ponte, fotografi sull’altra riva e lo stato maggiore leghista - con un’autorevole rappresentanza del Pdl - che entra ed esce dopo un’ora di colloqui ai quali ha partecipato anche il docente universitario padovano Luca Antonini in qualità di consulente del ministro Calderoli in tema di federalismo. E proprio quest’ultimo argomento sembra sia stato al centro della discussione: «Il patriarca è molto curioso - ha detto Bossi dal motoscafo - con lui abbiamo parlato di tutto, ha voluto sapere bene la questione federalista ma non solo». In realtà il «tutto » del senatùr si riferiva anche ad ambiti più ampi e precisi come il federalismo fiscale e demaniale, il modo di coniugare solidarietà e responsabilità, la situazione delle riforme e ovviamente i temi più cari a Scola, ossia famiglia e scuola. Senza tralasciare la questione fondamentale in questo momento in Italia: il terremoto dell’Abruzzo. Su cui il cardinale si è soffermato a lungo chiedendo ai tre ministri l’impegno italiano in favore delle popolazioni locali. Porte chiuse e consiglieri locali muti come pesci (e entrati solo con rigorosa raccomandazione «padana»), per provare a ricostruire la genesi dell’incontro veneziano di ieri pomeriggio bisogna fare un salto indietro di due mesi nel calendario. E andare a quell’8 febbraio in cui a Bonisiolo venne inaugurato il Passante. Nell’occasione e nell’euforia della cerimonia, era stato il premier Silvio Berlusconi a lanciare al Patriarca la proposta: «Se vengo a Venezia lei mi riceve? - aveva detto il premier - avrei tanta voglia di parlare con lei». Poi non se n’era fatto più nulla. Il premier aveva avuto il suo da fare, il patriarca pure. Ieri (con Berlusconi impegnato in Abruzzo) la visita di una delegazione «mista», ma puntata sulla Lega, visto che sia Brancher che Tremonti sono l’ala dialogante col Carroccio del Pdl. «Hanno fatto bene, siamo sotto elezioni, giusto andare a trovare il Patriarca - ha detto il segretario Giampaolo Gobbo - Bossi mi aveva detto che dovevano andare, ma non sapevo fosse oggi». In realtà Gobbo è apparso visibilmente sorpreso e l'episodio non è il primo della serie che vede protagonista la Lega Nord e lascia perplessi i colleghi veneti. Non ultima la visita del ministro Maroni a Venezia, dove l'unico interlocutore era Giancarlo Galan.

Source: www.corriere.it
Italian CRISI: PATRIARCA SCOLA, SE NE ESCE CON USO PIU' RAGIONEVOLE DEI CONSUMI
Apr 13, 2009

Venezia, 10 apr - La crisi impone un uso piu' ragionevole dei consumi, piuttosto che la decrescita. Lo afferma il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, osservando che bisogna interrogarsi ''su come consumare per poi decidersi magari a consumare di meno''.

''Dobbiamo in primo luogo chiederci a quali condizioni il consumo rende dignitosa e dilata la vita del soggetto e della comunita' - spiega il patriarca in una conversazione col settimanale diocesano 'Gente Veneta' -.

In questo senso vedo un'analogia con il tema degli affetti: in che modo, infatti, gli affetti esaltano e compiono la persona e la comunita'? Solo se sono vissuti nella ragionevolezza di un amore ordinato''. E i consumi? ''Occupano un posto decisivo nella nostra vita. Se se ne fa un ragionevole uso, favoriscono la dignita' dell'uomo.

Altrimenti producono squilibrio''. Un invito, quello del patriarca, a riconoscere meglio i fini e i mezzi nell'economia.

''Se si riporta il soggetto al cuore dell'economia di mercato, allora inesorabilmente si sapra' equilibrare il rapporto fra il soggetto stesso e l'uso dei beni - spiega Scola -. In cio' basta ricordare il grande e antico insegnamento della Chiesa - lo diceva gia' San Tommaso - secondo cui tutto ci e' dato in uso. Il senso cristiano della proprieta' privata e' proprio questo: tutto ci e' dato in uso, ma la destinazione dei beni e' universale. E qui si innesta un altro basilare elemento: si esce dalla crisi ritrovando speranza non solo a partire dal primato del soggetto, ma anche dal fatto che la speranza che qui abbiamo cercato di delineare e' per sua natura solidale''.

Secondo il patriarca, ''non usciremo dalla crisi se non sapremo andare incontro alle situazioni estreme di poverta' - cominciando dalle persone che qui da noi, in Italia, perdono il lavoro, immigrati compresi - per andare - come ha detto il Papa nella sua recente, bellissima lettera al primo ministro inglese Gordon Brown - ai bisogni dell'Africa. Bisogna cioe' guardare alla poverta' e alla miseria africane non solo come a problemi da affrontare per un dovere di giustizia e in un impeto di carita', ma come a opportunita' per riequilibrare il mercato''.

Source: www.asca.it
Italian PAPA: CARDINALE SCOLA, SUA UMILTA' INSEGNAMENTO ANCHE PER POLITICI
Mar 19, 2009

Riva del Garda (Tn), 13 mar. - (Adnkronos) - (Dall'inviato Marco Dragone) - La lettera di Papa Benedetto XVI e' ''una testimonianza di umilta' che puo' essere di grande insegnamento anche per chi opera in politica''. A dirlo e' il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, che oggi partecipa alla giornata inaugurale dei tre giorni di dibattito, organizzati da 'Rete Italia', il gruppo promosso dal presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni.

''Oggi il presidente dei Vescovi italiani a nome di tutti ha fatto una dichiarazione di intenso affetto collegiale. Penso che la profondita' della lettera del Papa -ha aggiunto il cardinale Scola- sia dovuta alla intelligente umilta' di Benedetto XVI che non si para dietro ad un ruolo ma comunica se stesso. Vorrei che la lettera sia assunta e meditata da tutti i cristiani e da tutti gli uomini di buona volonta', tenendo conto di cosa significa che un Papa - ha concluso il Patriarca di Venezia - si autoesponga in questi termini''.
Italian Cardinale Scola: ogni uomo è “via della Chiesa”
Mar 14, 2009
Al Convegno per i 30 anni della “Redemptor hominis”

> ROMA, mercoledì, 11 marzo 2009 (ZENIT.org)- “Ciascuno di noi oggi è 'via della Chiesa'”, ha affermato il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, in occasione del convegno “A 30 anni dalla 'Redemptor hominis'. Memoria e profezia”, in svolgimento questo martedì e mercoledì presso la Pontificia Università Lateranense e organizzato dall'ateneo e dal Pontificio Istituto Pastorale Redemptor Hominis.
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> “Il vincolo che lega la Chiesa all'uomo e l'uomo alla Chiesa è indissolubile in quanto radicato nel mistero dell'incarnazione e redenzione del Figlio, indagato da Redemptor hominis nell'orizzonte di un 'cristocentrismo obiettivo'”, ha osservato il Cardinale, come riporta “L'Osservatore Romano”.
>
> “La Chiesa, quindi, per sua natura, non dovrebbe mai abbandonare l'uomo. Ma, a trent'anni dall'Enciclica, tanta immediata fiducia in tale semplice convinzione è realistica o non suona, piuttosto, come un'acritica pretesa?”, ha chiesto.
>
> Il cammino compiuto dall'uomo occidentale nel percorso che va dalla modernità alla post-modernità, infatti, sembra documentare “il suo progressivo allontanamento da ogni sorta di legame e appartenenza ecclesiale”.
>
> Secondo il porporato, il pensiero post-moderno, “nel giusto tentativo di superare le aporie della ragione illuminista, ha però anche finito col demolire l'uomo come 'universale concreto'”, tema a cui la Redemptor hominis, fortemente ancorata nella Gaudium et spes, “fa continuo riferimento”.
>
> In questa prospettiva, constata, “non si potrebbe più parlare né della singola persona intesa come soggetto integrale, frantumato nei singoli atti della sua volontà, né della sua 'sorte', totalmente affidata alle possibilità offerte dal connubio tra scienza e tecnologia, di volta in volta valutate unicamente in termini di scelte soggettive e utilità strumentale”.
>
> “Se davvero parlare di uomo come persona-soggetto di diritti e doveri è il risultato di un arbitrio”, “allora la Chiesa, quand'anche riuscisse a proporsi all'altezza del 'nobile Redentore', non avrebbe più, propriamente parlando, il suo interlocutore – l'uomo concreto”, e la sua missione “risulterebbe priva di significato o tutt'al più, come da più parti le si rimprovera, soltanto un decisivo nodo di potere”.
>
> In realtà, sostiene il Cardinale Scola, “ciascuno di noi oggi è 'via della Chiesa'”, “e non in modo astratto, ma facendosi carico di tutte le sue determinazioni storiche che, anche nelle forme più radicali, caratterizzano la sua situazione”.
>
> Quella che Giovanni Paolo II chiamava “antropologia adeguata” conserva quindi “tutto il suo valore” perché “tiene conto del fatto che quando l'uomo giunge a riflettere su di sé non può formulare il discorso prima di cominciare a essere uomo, ma è 'obbligato' a farlo sorprendendosi in azione”.
>
> “Si trova già dentro un 'esserci' e, dall'interno di questo esserci, riflette su chi egli sia. Non v'è spazio per un'ipotetica riflessione aprioristica di carattere teorico sulla natura dell'uomo da cui dedurre una conoscenza da applicare successivamente alla vita”.
>
> Il linguaggio della persona rivela quindi che l'uomo “è sempre storicamente situato”, perché “è nella storia che si gioca il dramma della sua libertà finita in cerca della libertà infinita di Dio”.
>
> L'uomo di oggi, commenta il porporato, “non è pertanto meno desideroso di infinito di quello di ogni tempo. Il Redemptor hominis irrompe all'interno di questa sua costitutiva esperienza”.
>
> La redenzione, constata, “non va intesa solo in chiave escatologica, come se l'azione di Cristo fosse esclusivamente finalizzata alla speranza di un riscatto in un astratto aldilà”, ma “è all'opera nella stessa possibilità donata all'uomo di dedicarsi incessantemente all'affascinante compito di svelamento dell'enigma del suo 'esserci'”.
>
> “L'uomo è prima e fondamentale via della Chiesa – ha concluso –. E lo è proprio in virtù della via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell'Incarnazione e della Redenzione”.
>
> Tra gli oratori del convegno figurano il prof. Dario E. Viganò, Preside del Pontificio Istituto Pastorale Redemptor Hominis, monsignor Rino Fisichella, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense, e monsignor Luigi Negri, Vescovo di San Marino- Montefeltro.
Italian Il patriarca del Padre nostro
Mar 14, 2009
Angelo Scola illumina il significato di una preghiera che è l’affresco dell’intervento di Dio nella storia

Harold Bloom non può credere in un Dio che ha permesso la Shoah e la schizofrenia di suo figlio. Elie Wiesel non può credere perché è diventato ateo l’istante stesso in cui ha visto un soldato tedesco strappare un bimbo dalle braccia di sua madre. Sembra che il cardinale Angelo Scola voglia parlare a tutti coloro che, a motivo di quel che hanno visto, pensano di non potere credere a quel Padre Nostro di cui conversa il patriarca di Venezia nel volumetto edito da Cantagalli, autrice la giornalista e collaboratrice di Tempi Cristina Uguccioni.
Alla prima domanda Scola esordisce proprio con il paradosso della croce: «È come se Gesù, inchiodato sul palo della croce, si fosse totalmente svuotato per penetrare l’abisso del male e poi, risorgendo, avesse impresso un dinamismo di rigenerazione completa e vitale dell’io». E, aggiunge il cardinale, «io non posso impedirmi di leggere in questa chiave la grande invocazione del Padre nostro “venga il tuo regno”: il regno è già in atto ed è, appunto, questo dinamismo rigenerante che il Risorto ha impresso agli uomini, alla storia, al cosmo». Il Nobel per l’astrofisica Arno Penzias ha osservato che persino la materia bruta è strutturata secondo una dinamica scientificamente definibile come «un desiderio infinito». E per il suo amico George Coyne «l’universo ha una certa vitalità propria, come un bambino». Dice Scola: ma «il segno più potente è quella pienezza dell’umano che la sequela a Gesù comporta». Di qui la definizione di Chiesa come «primizia della Resurrezione», «il miracolo» che «ha inizio quando i suoi amici, atterriti e divisi dopo i tragici avvenimenti del calvario, rivedendoLo riannodano il rapporto d’amore con lui e fra loro». Chiesa come «communio».
Ma che significa “Che sei nei cieli”? Per il cardinale la spiegazione più acuta è nel Paradiso di Dante. «Noi avremo lo sguardo rivolto all’Amore edificatore della Trinità e, con la nostra specifica identità, vivremo rapporti rinnovati: questo è il cielo». Mentre «l’anticipo di cielo» sulla terra comincia da quegli ultimi istanti di vita terrena di Gesù, «quando, appeso sulla croce, sfigurato e prostrato dal dolore, trova la forza di dire alla madre “Donna, ecco tuo figlio!” e al discepolo “Ecco tua madre!”. La communio cristiana va oltre la parentela naturale e ne dilata l’esperienza: fa trattare chiunque ci è dato in Cristo ben più che come un fratello, una sorella, una madre». Qui sta la responsabilità dei cristiani, «la terribile responsabilità di non documentare abbastanza la bellezza di questo “cielo” nel nostro quotidiano». Oltre a Giussani, qui Scola riecheggia la sfida di Nietzsche («Io crederei all’esistenza del Salvatore se voi aveste una faccia da salvati») al rinsecchito cristianesimo protestante della Mitteleuropa del caporale Adolf Hitler.
Che vuol dire “Sia fatta la tua volontà”? Non una legge esterna a cui aderire, ma accettazione della «circostanza» (che Scola traduce come «la mano amante con cui Dio regge il mio mento») e della «compagnia stupenda e premurosa di un Padre che si trova all’origine della mia vita». Il disegno del Dio cattolico non possiede il carattere della “necessità” greca o della “predestinazione” calvinista. «Se fosse così potrei solo temere e mai amare». Il disegno è Cristo e «in Cristo è pienamente visibile chi è l’uomo». Ma «il disegno divino non si dipana nella storia senza di me: ogni atto umano è atto di libertà e non c’è atto che non mi faccia entrare in gioco come coagonista della storia». Dunque «la storia è il luogo di incontro tra la libertà di Dio e quella di ogni uomo». Con una terza libertà che sta in campo, «quella del maligno, tanto che noi pronunciamo l’invocazione “liberaci dal male”». Già, perché Dio permette il male? Perché «Dio è un tu. Pertanto, nella fede, possiamo abbandonarci anche alla circostanza più sfavorevole, sapendo che il Padre ci ama e non è mai contro di noi. Nello stesso tempo la fede ci ricorda che Dio è Dio».
Scola non lo dice, ma in questo l’invocazione cristiana è come il kaddish ebraico, l’orazione sui defunti, il rendere grazie a Dio espresso nel momento apparentemente più sfavorevole al riconoscimento di un bene. Alla morte improvvisa del suo Ivan, primogenito nato con una paralisi cerebrale – “un vegetale”, avrebbe sentenziato la neolingua di chi ha voluto l’eutanasia di Eluana – il leader dei conservatori inglesi David Cameron ha avuto il coraggio di affermare che «quando ci fu detto quanto fosse grave la sua disabilità, pensai che avremmo sofferto dovendoci prendere cura di lui ma almeno lui avrebbe tratto beneficio dalle nostre cure. Ora vedo che è stato tutto il contrario. Siamo stati noi a ricevere più di quanto io abbia mai creduto fosse possibile ricevere dall’amore». La vicenda della famiglia Cameron è l’esemplificazione del perché il cosiddetto principio di autodeterminazione non c’entra niente con la libertà, ma c’entra con le pulsioni totalitarie. «C’è un’esperienza comune a ogni uomo di ogni razza, lingua, nazione e religione. Mi riferisco al naturale atteggiamento di solidale com-passione verso tutti gli altri uomini. La nostra libertà – dice Scola spiegando l’aggettivo “nostro” nella preghiera insegnata da Gesù – non è soltanto una libertà in sé e per sé, ma diventa tale quando scopre che il suo vero destino è essere per l’altro».
Italian La via fondamentale dell’uomo che si rivela all’uomo di Angelo Scola
Mar 14, 2009

A trent’anni dalla “Redemptor hominis”
«A 30 anni dalla “Redemptor hominis”. Memoria e profezia» è il convegno che si svolge
il 10 e l'11 marzo presso la Pontificia Università Lateranense. Il convegno è organizzato
dallo stesso ateneo e dal Pontificio Istituto Pastorale Redemptor Hominis. Il cardinale
patriarca di Venezia ha sintetizzato per «L'Osservatore Romano» il suo intervento. Sotto
pubblichiamo uno stralcio di un'altra delle relazioni.

Per riflettere sulla Redemptor hominis, trovo opportuno richiamare la celebre
provocazione di Thomas S. Eliot: «È la Chiesa che ha abbandonato l'umanità o l'umanità
che ha abbandonato la Chiesa?». Lo scavo della questione antropologica condotto da
Giovanni Paolo II - sappiamo bene che Karol Wojtyla aveva già ampiamente affrontato il
tema prima del suo pontificato (cfr. Persona e atto) - non lascerebbe dubbi circa la
risposta: «La Chiesa non può abbandonare l'uomo, la cui “sorte”, cioè la salvezza o la
perdizione, sono in modo così stretto e indissolubile unite al Cristo» (Redemptor
hominis, 14). Il vincolo che lega la Chiesa all'uomo e l'uomo alla Chiesa è indissolubile in
quanto radicato nel mistero dell'incarnazione e redenzione del Figlio, indagato da
Redemptor hominis nell'orizzonte di un «cristocentrismo obiettivo». La Chiesa, quindi,
per sua natura, non dovrebbe mai abbandonare l'uomo. Ma, a trent'anni dall'enciclica,
tanta immediata fiducia in tale semplice convinzione è realistica o non suona, piuttosto,
come un'acritica pretesa? Il cammino compiuto dall'uomo occidentale nell'articolato
percorso che va dalla modernità alla post-modernità sembra infatti documentare il suo
progressivo allontanamento da ogni sorta di legame e appartenenza ecclesiale. L'esito di
questo processo è suggestivamente evocato dal grido con cui Friedrich W. Nietzsche,
confutando alla radice le pretese dell'universalismo kantiano, rivendica l'ingresso
dell'uomo in una nuova dimensione svincolata da qualsiasi riferimento veritativo: «Noi
(...) vogliamo diventare quello che siamo: i nuovi, gli irripetibili, gli inconfrontabili, i
legislatori di se-stessi, quelli che si danno da sé la legge, che si creano da sé». A questo
proposito è importante sottolineare che il pensiero post-moderno - di cui Nietzsche può
a pieno titolo essere considerato il profeta - nel giusto tentativo di superare le aporie
della ragione illuminista, ha però anche finito col demolire l'uomo come «universale
concreto». Tema cui la Redemptor hominis, fortemente ancorata in Gaudium et spes, fa
continuo riferimento. In questa prospettiva non si potrebbe più parlare né della singola
persona intesa come soggetto integrale, frantumato nei singoli atti della sua volontà, né
della sua «sorte» - per usare la bella espressione di Redemptoris hominis 14 -
totalmente affidata alle possibilità offerte dal connubio tra scienza e tecnologia, di volta
in volta valutate unicamente in termini di scelte soggettive e utilità strumentale. Il
soggetto non sarebbe più l'uomo «nella sua irripetibile realtà dell'essere e dell'agire,
dell'intelletto e della coscienza e del cuore» (RH, 14), ma soltanto un'entità tecnocratica
e collettiva di cui il singolo uomo rappresenterebbe una mera funzione. Ma se davvero
parlare di uomo come persona-soggetto di diritti e doveri è il risultato di un arbitrio - di
«un'interpretazione», direbbe il pensiero post-moderno - allora la Chiesa, quand'anche
riuscisse a proporsi all'altezza del «nobile Redentore», non avrebbe più, propriamente
parlando, il suo interlocutore - l'uomo concreto. Di conseguenza la sua missione
risulterebbe priva di significato o tutt'al più, come da più parti le si rimprovera, soltanto
«un decisivo nodo di potere». «Eppure - scriveva l'allora arcivescovo di Cracovia Karol
Wojtyla - esiste qualcosa che può essere chiamato esperienza dell'uomo» (Persona e
atto, 35). Nell'inesauribile convinzione che l'esperienza elementare dell'uomo, nella sua
«sostanziale semplicità» supera qualunque «incommensurabilità» e qualunque
«complessità», questa avversativa iniziale continua ad avere una presa assai realistica.
Lascia intendere che la travagliata situazione dell'uomo contemporaneo non può essere
aggirata neppure dalla tecnoscienza. Va percorsa fino in fondo, perché lo esige la
domanda suprema di significato - «Chi alla fine mi assicura?» - inestirpabile
dall'esperienza costitutiva (integrale/trascendentale e categoriale/elementare). In
quanto costitutiva questa esperienza è, in un certo senso, autoevidente poiché se «l'atto
costituisce il particolare momento in cui la persona si rivela» (Persona e atto, 53), allora
nella misura in cui cresce il bisogno di comprendere chi sia la «persona» che sempre
vive in azione «la categoria di esperienza acquista il suo pieno significato» (Persona e
atto, 50). Pertanto anche quest'uomo - cioè ciascuno di noi oggi - è «via della Chiesa»
come dice l'enciclica. E non in modo astratto, ma facendosi carico di tutte le sue
determinazioni storiche che, anche nelle forme più radicali, «caratterizzano la sua
situazione» (RH, 19). Quella che Giovanni Paolo II - ma anche von Balthasar - chiamava
un'«antropologia adeguata» conserva tutto il suo valore. Perché? Perché tiene conto del
fatto che quando l'uomo giunge a riflettere su di sé, non può formulare il discorso prima
di cominciare a essere uomo, ma è «obbligato» a farlo sorprendendosi in azione. Si
trova già dentro un «esserci» e, dall'interno di questo esserci, riflette su chi egli sia. Non
v'è spazio per un'ipotetica riflessione aprioristica di carattere teorico sulla natura
dell'uomo da cui dedurre una conoscenza da applicare successivamente alla vita.
Pertanto il linguaggio della persona rivela che l'uomo è sempre storicamente situato. È
nella storia che si gioca il dramma della sua libertà finita in cerca della libertà infinita di
Dio. Di conseguenza le molteplici oggettivazioni e determinazioni cui il soggetto
tecnocratico oggi lo sottopone debbono legittimamente fare il loro ingresso e far sentire
tutto il loro peso all'interno di una antropologia drammatica (l'unica adeguata), ma
senza che per questo possano far tacere il suo agostiniano inquietum cor. L'uomo di oggi
non è pertanto meno desideroso di infinito di quello di ogni tempo. Il Redemptor
hominis irrompe all'interno di questa sua costitutiva esperienza. Anche quest'uomo «è
stato redento da Cristo, perché con l'uomo - ciascun uomo senza eccezione alcuna -
Cristo è in qualche modo unito, anche quando quell'uomo non è di ciò consapevole»
(RH, 14). Il profondo e delicato passaggio di Gaudium et spes 22, diventa la chiave per
affrontare l'«enigma uomo», al riparo da ogni sterile dualismo tra eterno e tempo,
necessario e contingente, dogma e storia. Infatti la redenzione non va intesa solo in
chiave escatologica, come se l'azione di Cristo fosse esclusivamente finalizzata alla
speranza di un riscatto in un astratto aldilà. La redenzione è all'opera nella stessa
possibilità donata all'uomo di dedicarsi incessantemente all'affascinante compito di
svelamento dell'enigma del suo «esserci». L'uomo «è prima e fondamentale via della
Chiesa». E lo è proprio in virtù della «via tracciata da Cristo stesso, via che
immutabilmente passa attraverso il mistero dell'Incarnazione e della Redenzione» (RH,
14). Ovviamente il riferimento a Cristo, in quanto immagine perfetta del Padre, è
determinante per comprendere tutta la portata dell'affermazione di Giovanni Paolo ii. E
questo spiega il desiderio dell'enciclica che, come asserisce con forza in apertura il
Vaticano ii, «ardentemente desidera con la luce [di Cristo] splendente sul volto della
Chiesa, illuminare tutti gli uomini» (LG, 1). «Ci occuperemo della Chiesa solo nella
misura in cui esso può e vuole essere una mediazione della forma (Gestalt) della
Rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Dicendo questo abbiamo probabilmente posto la
questione decisiva. E forse, nei riguardi della Chiesa non c'è più alcuna domanda da
porre oltre a questa» scrive Hans Urs von Balthasar. Ogni uomo può essere incorporato
a Gesù Cristo mediante la Chiesa, da Lui amata di un amore sponsale (cfr. Lettera agli
Efesini, 5). Egli partecipa in questo modo della figliolanza divina del Redentore che è
l'inverarsi, in pienezza di umanità, della totale comunione intratrinitaria. Il percorso fatto
mostra tutta la pregnanza dell'affermazione di Redemptor hominis 14, che «l'uomo è la
prima e fondamentale via della Chiesa».
English Catholics must bear witness to faith in public life, says Cardinal Scola
Mar 11, 2009

> Rome, Italy - The Patriarch of Venice, Cardinal Angelo Scola, explained this week that Catholics need to bear witness to their faith in public life, showing society the richness of the Gospel, where the answers man is seeking can be found. He also noted that today many are working to silence the necessary contribution of the faithful to the world.
>
> In an editorial entitled, "Catholics, the Laity and Civil Society," published on February 20 by the Italian daily Avvenire, and presented in English by Vatican analyst Sandro Magister, the cardinal explained that there are two cultural interpretations of Christianity that are at odds with each other and appear to be reductive.
>
> The first treats Christianity as a civil religion, "as mere ethical cement, capable of acting as a social adhesive for our democracy and for the European democracies in grave distress. If such a position is plausible to those who do not believe, its structural insufficiency should be evident to those who do believe. The other, more subtle interpretation is the one that tends to reduce Christianity to the proclamation of the pure, unadorned Cross, for the salvation of ‘everyone else’."
>
> "There is another cultural interpretation that to me seems more respectful of the nature of man and his being in relationship," the cardinal continued. "This runs along the ridge that separates civil religion from diaspora and concealment. It presents the coming of Jesus Christ in its entirety – incapable of being reduced to any human federation – and displays the heart of this, which lives in the Church's faith on behalf of all people. In what way? Through the Church's proclamation of all the mysteries of faith in their entirety, as skillfully compiled in the catechism," he said.
>
> The Patriarch of Venice later noted that, "respecting the specific responsibility of the lay faithful in the political domain, it is nonetheless evident that if every member of the faithful, from the Pope to the last of the baptized, were not to share openly what he believes are the valid answers to the questions that trouble the human heart every day, and bear witness to the practical implications of his own faith, he would take something away from others. He would withhold a positive contribution, he would not participate in the common effort to build up the good life."
>
> After stressing that "this exchange must extend 360 degrees, to everyone, no one excluded," Cardinal Schola emphasized that by engaging in this "dialogue humbly but firmly with everyone, it can be seen that the action of the Church is not aimed at hegemony, or in using the ideal of faith for the sake of power."
>
> "Its real aim, in imitation of its Founder, is that of offering everyone the consolation of hope in eternal life. This hope can already be enjoyed in the "hundredfold here below," and helps us to face the crucial problems that make everyone's daily life fascinating and dramatic," the cardinal said.
French Société : l’Eglise a son mot à dire
Mar 11, 2009

Les affaires Pelosi et Eluana, deux affaires qui touchent au respect de la vie, ont ravivé la controverse sur la "laïcité" et sur l'action des chrétiens dans la sphère publique. Le cardinal Angelo Scola, patriarche de Venise, a justifié les prises de position de l'Eglise :

  S "L'Occident doit se décider à comprendre quel est le poids de la foi dans la vie publique de ses citoyens, il ne peut pas supprimer le problème [...] Je crois que l’on perd souvent de vue le cœur de la question: toute foi fait l’objet d’une interprétation culturelle publique. C’est un fait inévitable. D’abord parce que, pour citer Jean-Paul II, "une foi qui ne deviendrait pas culture ne serait pas pleinement accueillie, entièrement pensée, fidèlement vécue". Ensuite la foi – juive et chrétienne – venant d’un Dieu qui s’est compromis avec l’histoire, a forcément un lien avec le côté concret de la vie et de la mort, de l'amour et de la souffrance, du travail et du repos, de l'action civique. [...]

  Un seul exemple: si je crois que l’homme est créé à l’image et à la ressemblance de Dieu, j’aurai une certaine conception de la naissance et de la mort, du rapport entre l’homme et la femme, du mariage et de la famille. [...] Même si l’on respecte le rôle spécifique des fidèles laïcs dans le domaine politique, il est néanmoins évident que, si chaque fidèle, du pape jusqu’au dernier des baptisés, ne mettait pas en commun les réponses qu’il considère comme bonnes aux questions qui agitent chaque jour le cœur de l'homme, c’est-à-dire s’il n’expliquait pas les implications pratiques de sa foi, il enlèverait quelque chose aux autres. [...]

  Dans une telle confrontation, qui amène les chrétiens, pape et évêques compris, à dialoguer humblement mais tenacement avec tous, on voit que l’action de l’Eglise n’a pas l'hégémonie comme but, qu’elle ne cherche pas à utiliser l'idéal de la foi pour obtenir un pouvoir. Son vrai but est, suivant l’exemple de son Fondateur, d’offrir à tous la consolante espérance de la vie éternelle."
Italian Mercoledì delle Ceneri: la riflessione del Patriarca   versione testuale
Feb 27, 2009

Il punto di partenza per il cammino quaresimale è “stare di fronte all’amore e alla stima che il Padre, in Cristo Signore, ha per ognuno di noi”: si è espresso così il Patriarca card. Angelo Scola nel corso dell’omelia della messa celebrata la sera del mercoledì delle Ceneri nella basilica cattedrale di S. Marco a Venezia. Per affrontare il “combattimento contro lo spirito del male”, infatti, “occorre la certezza del Suo amore misericordioso. A quale condizione si può stare davanti al Suo amore misericordioso? La conversione è un volgersi a Lui. Come per il figliol prodigo è il cammino del ritorno a casa: ma anche questo, prima che un’iniziativa nostra, è un’iniziativa Sua. Gesù mi sorprende, questa sorpresa mi dilata il cuore e io ho voglia di andarGli dietro. Lui mi dice “vieni e vedi” e io cambio”.  

Commentando quindi la lettura paolina ha affermato: “Lasciatevi riconciliare, cioè cedete al mio amore. La libertà si compie nell’adesione a Lui. Esistenzialmente, dentro la concretezza del quotidiano”. Il Patriarca ha quindi richiamato - con le parole di Benedetto XVI nel Messaggio per la Quaresima di quest’anno - l’invito al digiuno “ad imitazione di Cristo Signore. È il cuore della penitenza quaresimale, è la sorgente di ogni gesto penitenziale. Il digiuno è obbedienza. Apertura sincera all’ascolto del magistero del Papa e dei Vescovi”.  

E riferendosi poi al Vangelo del giorno – con il nesso inscindibile tra preghiera, digiuno e elemosina, “le tre armi che la Chiesa, nostra madre e maestra, ci ha sempre raccomandato per poter affrontare vittoriosamente il combattimento contro lo spirito del male - il card. Scola ha osservato: "La raccomandazione evangelica dell’invisibilità verso l’esterno della penitenza cristiana nulla toglie alla necessità del fare, ma piuttosto vuole toglierle ogni formalismo e moralismo e ricondurla, ad imitazione del Figlio, nel solo ambito che le è proprio: il rapporto amoroso col Padre”.  

Infine ha ricordato, traendola dal messaggio del Papa, la seguente citazione di san Pietro Crisologo: “Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica”.
Italian Missione della Chiesa nell’Europa Centro-Orientale
Feb 27, 2009
a vent’anni dal crollo del sistema comunista (1989-2009)

Incontro dei Presidenti e Cardinali delle

Conferenze Episcopali dell’Europa Centro-Orientale

Zagabria, 9-10 febbraio 2009

+ Angelo Card. Scola

Patriarca di Venezia

>  1. Una storia comune
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> I legami che storicamente uniscono le nostre terre - e che giustificano il vostro graditissimo invito e la mia presenza qui - furono per cinquant’anni drammaticamente interrotti dalla ferita inferta dalle dittature comuniste. La storia tuttavia ha ora ripreso le fila di una lunga tradizione.
>
> Per quanto riguarda i rapporti del Patriarcato di Venezia (e quelli di Aquileia e di Grado) con le vostre Chiese e Regioni basti ricordare che non mancano studi approfonditi per mostrare quanto antichi siano i legami favoriti proprio dal cristianesimo. Sarà sufficiente fare qualche esempio. Il Patriarca Paolino di Aquileia (786-802), già grammatico alla corte carolingia, si impegnò a fondo per portare l’annuncio cristiano alle genti della Carinzia, agli Sloveni e ai popoli delle terre viciniori, innestandoli nel cosiddetto rito patriarchino della metropoli e facendo loro gustare i suoi inni. Erano canti di provata dottrina teologica, imperniati sulla devozione alla cathedra Petri nell’orizzonte della romanità e sull’Eucaristia come sacramento di vincolo sociale. Si ricordi il suggestivo canto: Ubi caritas et amor, ibi Deus est.
>
> Merita un cenno l’appoggio dato in epoca successiva, nella prima metà dell’XI secolo, dalla Repubblica e dal Patriarcato di Venezia alla missione evangelizzatrice di san Gerardo Sagredo. Uscito dal monastero cluniacense di San Giorgio Maggiore e collaboratore di santo Stefano, primo re di Ungheria, egli contribuì a diffondere un cristianesimo dai caratteri per così dire “veneti” tra il suo popolo. E lo fece nella fase di passaggio dalle scorrerie che devastarono l’Europa centrale alla condizione stanziale, che diventerà definitiva e da allora quel popolo manterrà sempre, sul piano politico-culturale, un rapporto privilegiato con la Repubblica di San Marco.
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>
> 2. La caduta dei “muri”
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>
> Quando, profeticamente, Giovanni Paolo II affermò che l’Europa doveva estendersi dall’Atlantico agli Urali[1] - quasi contemporaneamente al celebre viaggio in Polonia del 1979[2] e della nascita di Solidarnosc[3] - il Papa polacco sollevò sorrisi scettici soprattutto nell’intellighentsia e nei politici dei Paesi europei occidentali. Il marxismo dopo la degenerazione del movimento studentesco del 1968 avvenuta ben presto, soprattutto in Italia, a partire dalle celebri tesi sul “potere studentesco” provenienti dalla Normale di Pisa, era diventato massicciamente egemonico, sia pur in versioni edulcorate, negli stessi ambienti cattolici che, salvo sporadiche eccezioni (tra le quali mi piace citare CSEO (Centro Studi Europa Orientale) di Don Francesco Ricci e Russia Cristiana di Padre Romano Scalfi), ignoravano del tutto le Chiese dell’Europa Centro-Orientale. Anche l’attenzione al Samizdat russo era animata quasi sempre da un atteggiamento curioso ma passivo proprio del cittadino dell’Europa Occidentale che con Eliot poteva e può ancora essere definito «uomo impagliato»[4].
>
> Venne invece il crollo dei muri e del comunismo e faticosamente le Chiese dell’Europa Occidentale furono poste di fronte all’esperienza della Vostre chiese, in particolare al loro martirio.
>
> La testimonianza dei Cardinali e Arcivescovi Mindszenty, Stepinac, Wyszynsky e Beran come quella di tanti altri vescovi, sacerdoti e semplici fedeli che nelle vostre terre hanno dato la vita e patito gravi sofferenze non è stata vana perché, come ebbe a dire Giovanni Paolo II in occasione della Santa Messa di Beatificazione del Cardinale Stepinac, «Con il loro sacrificio unito alle sofferenze di Cristo, essi hanno offerto una straordinaria testimonianza, che col passare del tempo nulla perde della sua eloquenza, ma continua ad irradiare luce e ad infondere speranza»[5]. Il martirio, anche quando non giunge al versamento del sangue, è un linguaggio universale d’amore capace di parlare a tutta la Chiesa e a tutti gli uomini. Il martire infatti, come ci ricorda Fides et ratio, «è il più genuino testimone della verità sull'esistenza. Egli sa di avere trovato nell'incontro con Gesù Cristo la verità sulla sua vita e niente e nessuno potrà mai strappargli questa certezza […] Ecco perché fino ad oggi la testimonianza dei martiri affascina, genera consenso, trova ascolto e viene seguita. Questa è la ragione per cui ci si fida della loro parola: si scopre in essi l'evidenza di un amore che non ha bisogno di lunghe argomentazioni per essere convincente, dal momento che parla ad ognuno di ciò che egli nel profondo già percepisce come vero e ricercato da tanto tempo»[6].
>
> La caduta dei muri che separavano l’Europa e il mondo, restituendo l’unità a questo nostro continente, ha anche significato il superamento della dialettica tra marxismo e liberalismo che per tanti decenni ha condizionato la vita culturale, sociale e politica delle nostre società. Dopo il 1989 si è guardato alla vittoria del liberalismo con tale ottimismo da parlare di “fine della storia” e considerare definitiva l’affermazione della libertà e dei regimi democratici di stampo occidentale. L’enfasi mitologica di questo troppo facile entusiasmo si mostra oggi in tutta la sua evidenza.
>
> Quale libertà ci propugna il liberismo? Il clima culturale della nostra epoca, che viene definita post-secolare, è ben significato dalla traiettoria che il pensiero filosofico moderno ha compiuto dal cogito pascaliano al volo nietzschiano[7]. La volontà autonoma e slegata da ogni riferimento veritativo è la tentazione del nostro tempo. Di questo pericolo è stato ben consapevole Giovanni Paolo II il quale, dopo aver strenuamente lottato per la libertà dei popoli dell’Europa dell’Est, non ha mai cessato di ricordare al mondo che «libertà non significa diritto all’arbitrio. La libertà non è un “lasciapassare”! Chi trasforma la libertà in un lasciapassare le ha già inferto un colpo mortale. L’uomo libero è tenuto alla verità, altrimenti la sua libertà non è più concreta di un bel sogno, che si dissolve al risveglio»[8]. È questa un’importante affermazione contenuta nel Discorso pronunciato nel 1996 a Berlino presso la Porta di Brandeburgo.
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> 3. Nuovi scenari
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> Tuttavia, come uomini di Chiesa, siamo consapevoli che la storia ci è data dalla Provvidenza affinché si compia il disegno salvifico del Padre. Mi pare questa una ragione sufficiente per guardare con simpatia e speranza al momento attuale e riconoscere, nel doloroso travaglio che pur lo caratterizza, la possibilità del dischiudersi di una nuova e più umana civiltà.
>
> Lungi dal segnare la fine della storia, il crollo dei muri ha aperto scenari dagli orizzonti fino a poco tempo fa impensabili. Tre sono a mio avviso quelli che con più evidenza interpellano la nostra libertà e la nostra responsabilità di cristiani di Europa: quello che ho definito il “processo di meticciato di civiltà e culture”, la bioetica (e le neuroscienze), il nuovo ordine mondiale.
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>
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> a) Il meticciato di civiltà e culture
>
> L’odierno processo di globalizzazione ed i continui flussi migratori che attraversano il pianeta mettono in contatto masse di persone portatrici di culture, tradizioni e religioni differenti. Siamo sempre più coinvolti in quello che ho chiamato “meticciato di civiltà e culture”. Con questa espressione non mi riferisco ad un ideale positivo da perseguire mediante equivoci sincretismi, ma ad una categoria descrittiva dell’inedito processo di mescolamento di popoli e culture che caratterizza la nostra epoca. Anche questo fatto, pur nel suo tumultuoso attuarsi, va guardato con la ferma consapevolezza che l’umanità è una famiglia carica di contraddizioni, ma provvidenzialmente guidata verso un unico destino. Trattenuto in questa prospettiva, il concetto di meticciato di civiltà ci permetterà di ripensare ai modelli di convivenza sui quali hanno finora poggiato le nostre società e a meglio comprendere le categorie di reciprocità, tolleranza e integrazione che hanno guidato, in modo a volte insoddisfacente, la nostra azione nell’ambito della società plurale.
>
> Certo, il processo di meticciato di culture cambierà il volto della civiltà europea secondo modalità di cui è impossibile stabilire l’esito a priori. Si tratta di innestare il nuovo sull’antico come è già avvenuto, sia pur in proporzioni diverse, in altre epoche della storia. Come non pensare, nella circostanze attuali, al ruolo svolto prima da san Benedetto nell’Europa occidentale e poi dai fratelli Santi Cirillo e Metodio nell’Europa Centro-Orientale?
>
>
>
> b) La bioetica e le neuroscienze
>
> Il determinante peso che la bioetica e le neuroscienze hanno e avranno per le nostre vite si manifesta ormai quasi quotidianamente nella forma di interrogativi - sull’uso delle cellule staminali, l’eutanasia e l’accanimento terapeutico, la fecondazione in vitro, la struttura bio-chimica del cervello, il suo rapporto con la mente e con l’anima - cui il mondo dei media, la cultura, la scienza, la politica e anche le nostre Chiese sono incessantemente chiamati a rispondere. Essi ci mostrano in maniera inequivocabile che la modernità ha lasciato lo spazio ad una nuova epoca, alla quale ci si riferisce non a caso con il temine di post-modernità.
>
> Fa ormai parte della mentalità corrente il fatto che i brucianti quesiti posti dalle scoperte della tecnoscienza (soprattutto nel campo della biologia e delle neuroscienze) richiedano risposte di tipo etico e politico come le stesse parole “bioetica” e “biopolitica” ci suggeriscono. Questo è sicuramente vero, ma a mio avviso è importante evitare che l’urgenza di questi interrogativi etici ci costringa a limitare la nostra riflessione e i nostri pronunciamenti alla liceità o illiceità, con le necessarie conseguenze giuridiche, delle scelte rese possibili dalle scoperte scientifiche presenti e future. La posta in gioco è molto più alta, perché la questione rimanda all’antropologia e alla teo-logia. Le domande che da sempre assillano il cuore dell’uomo: Che cos’è la vita? Alla fine qualcuno mi ama? Qualcuno mi assicura per sempre? Si può vivere “etsi Deus non daretur”?[9], che un tempo la scienza aveva preteso di abolire perché ritenute prive di senso (si pensi al celebre divieto di Auguste Comte), sono affrontate oggi in recto dalla tecnoscienza che si considera legittimata a rispondervi senza esitare a parlare di verità. Lo fa occupando, con i suoi risultati spesso strabilianti e con i suoi metodi, tutto il campo della ragione.
>
> Riaffiora qui obiettivamente il rischio, che ogni autentica impresa scientifica deve invece scongiurare, di una nuova forma di riduzionismo (non di corretta “riduzione”) che finisce per produrre inedite, potenti varianti di scientismo. Questo, in ogni sua forma, da quelle più rozze a quelle più raffinate, è fondato su una triplice ingiustificata identificazione: “ciò che è” è “ciò che è conoscibile”; “ciò che è conoscibile” è “ciò che è conoscibile scientificamente”; “ciò che è conoscibile scientificamente” è “ciò che è conoscibile mediante la scienza empirica”. Così che, in definitiva, solo le scienze, e in specie quelle empirico-sperimentali, ci darebbero la conoscenza di ciò che è.
>
> Da qui l’urgenza più volte richiamata da Benedetto XVI[10] di allargare la ragione. Esistono forme di razionalità differenti dalla razionalità scientifica e ad essa noi dobbiamo educare. Il logos umano, infatti, pur essendo uno, si esercita ed è produttivo (come già affermava Aristotele) secondo plurime modalità teoriche, pratiche ed espressive che oggi possiamo identificare in almeno cinque forme differenziate ed irriducibili di razionalità[11]: teorica-scientifica (scienza), teorica-speculativa (filosofia/teologia), pratica tecnica (tecnologia), pratica-morale (etica) e teorico-pratica espressiva (poetica).
>
>
>
> c) Il nuovo ordine mondiale
>
> Non meno travagliata ma non senza possibili fattori positivi è la realtà del nuovo ordine mondiale. Sono molte le situazioni che chiamano in causa la nostra libertà e il nostro impegno di cristiani, dalle drammatiche guerre che devastano tante zone del pianeta, al terrorismo, agli impressionanti squilibri economici che dividono il mondo. A questi fatti si aggiunge oggi una grave crisi economico-finanziaria che rischia di minare ulteriormente la stabilità delle nostre società.
>
> Come operare in un tale contesto per l’edificazione di un nuovo ordine mondiale entro il quale dobbiamo collocare il presente ed il futuro dell’unità europea?
>
> Mi limito a segnalare il cuore della questione, cioè il tema della pace mondiale. Mi sembra che l’orizzonte tracciato dal n. 20 dell’enciclica Pacem in terris conservi tutta la sua attualità. In esso si dice che la pace «è un ordine che si fonda sulla verità; che va attuato secondo giustizia; domanda di essere vivificato e integrato dall’amore; esige di essere ricomposto nella libertà in equilibri sempre nuovi e più umani». L’impegno dei cristiani per la pace, sociale e politica, è adeguato solo se questi quattro fattori individuati da Pacem in terris – verità-giustizia-carità-libertà - sono mantenuti nella gerarchia da essa indicata. In questa luce l’ordine della pace viene a coincidere con l’edificazione della vita buona e si evita così un duplice rischio. Da un lato quello della presunzione di poter sempre individuare e distinguere il campo dei “buoni” da quello dei “cattivi” cadendo così facilmente in un pacifismo utopico; come se la dura battaglia per la pace non attraversasse il cuore di ogni uomo e di ogni popolo. Dall’altro quello di sacrificare il bene della pace per una visione che si pretende “realistica”, di Realpolitik. In questo caso si postula che la guerra ed il terrorismo sono mali inevitabili fino ad accusare quanti alzano la loro voce in difesa della pace di essere vittime di un elemento di forte unilateralità. L’ideale della pace invece è qualcosa che mi sta sempre davanti come un incessante compito da attuare a partire dalla realtà.
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> 4. Nuova laicità nei Paesi dell’Europa
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> Le gravose problematiche sinteticamente richiamate documentano che, contrariamente alle profezie degli anni settanta sull’avvento di un “mondo mondano”, religioni e mondovisioni hanno una inevitabile rilevanza pubblica. Il meticciato perché rende evidente che per molti popoli la riduzione privatistica della religione non ha senso. La bioetica e le neuroscienze perché suscitano interrogativi che riguardano la natura dell’uomo in sé e nel suo vivere sociale oggi. La pace perché si intreccia al problema dei terrorismi e dei fondamentalismi. Tutti questi fenomeni rivelano i limiti di una concezione anacronistica della laicità dello spazio pubblico che poggia su un’idea equivoca di neutralità. In molti paesi Europei neutralità non ha significato e non significa tanto la necessaria non-preferenza dello Stato per una particolare visione religiosa o di etica sostantiva del mondo, quanto piuttosto la loro neutralizzazione in ambito pubblico.
>
> Oggi abbiamo invece bisogno di una nuova concezione di laicità che valorizzi tutti i soggetti personali e comunitari che agiscono nella società plurale garantendo l’espressione pubblica delle loro convinzioni più profonde. Infatti le società plurali sono per loro natura notevolmente conflittuali. Per questo una democrazia fondata su procedure pattuite deve valorizzare al massimo il bene comune pratico dell’ “essere insieme”. Come? Favorendo il riconoscimento reciproco di tutti i soggetti in campo stimolandoli ad un’incessante narrazione del loro modo di vivere e concepire i beni spirituali e materiali comuni a tutti i membri della società civile.
>
> Per il cristiano questo impegno civile altro non è che il prolungamento, fatte le debite distinzioni, della logica della testimonianza intesa come atteggiamento ad un tempo speculativo e pratico. La verità chiede di essere testimoniata. Se io testimonio in ogni ambito dell’umana esistenza la verità, tutta la verità, non ledo il diritto di nessuno. Al contrario lo promuovo e metto in moto la virtuosa ricerca del “compromesso nobile”, con il realismo di chi sa che non si dà convivenza civile senza sacrifici e che non si può procedere formulando una teoria corretta per poi applicarla alla realtà. Sarebbe come inseguire l’“inesistente luogo” dell’utopia. Invece ogni tentazione utopica è sconfitta dall’impegno “critico” degli uomini che rischiano le proprie convinzioni profonde con i processi storici propri della loro epoca. I cristiani non cercano l’egemonia né si acquietano nell’ignavia ma, in cordiale collaborazione con tutti, sono chiamati a perseguire, di volta in volta, il giusto ordine della società.
>
> Il ruolo di soggetto pubblico dei cristiani deve essere poi pensato dall’interno dell’insegnamento di Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est. Dice il Papa: «La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile»[12]. Per questo affrontare l’azione politica come tale non è compito dei pastori della Chiesa. «Il compito immediato di operare per un giusto ordine nella società è invece proprio dei fedeli laici»[13]. Come pensare allora il compito dei cattolici in politica?
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> 5. La missione della Chiesa
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> Le osservazioni fatte erano tese a tracciare uno schizzo sommario dei problemi che toccano le nostre società europee. Possiamo ora chiederci cosa ne deriva per la missione delle nostre Chiese in questa epoca di transizione.
>
> In questa prospettiva mi sembra significativo ricordare che la Chiesa può essere definita come un’ellissi e quindi compresa sempre e solo a partire dalla considerazione dei suoi due insopprimibili fuochi: essa vive simultaneamente in relazione a Cristo e alla Sua missione e in relazione al mondo, nel quale è immersa e a cui è continuamente inviata.
>
> Questa osservazione è di primaria importanza perché scongiura il rischio - che, storicamente, ha comportato gravi malintesi - di pensare la Chiesa come una realtà a sé stante, definibile a priori quasi fosse costituita in sé prima di ogni rapporto ad “altro”. «Gesù voleva la Chiesa come essenzialmente missionaria, dunque come una società con un movimento centrifugo, non come un popolo chiuso in se stesso. Ci sono dei passi nei Padri della Chiesa in cui emerge chiaramente la soddisfazione che non ci sia più nessun’altra terra santa che il mondo intero, poiché Gesù, il risorto, è dovunque»[14]. Il soggetto ecclesiale è quindi strutturalmente intrecciato alle indeducibili vicende della storia, dal momento «che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino»[15].
>
> Inserire la missione delle nostre Chiese europee nell’orizzonte attualmente offertoci dalla Provvidenza appare, allora, come una strada privilegiata per approfondire l’autocoscienza di fede dei cristiani. I contenuti comuni ed essenziali della missione dei cristiani saranno poi inevitabilmente determinati dal contesto geografico (sociale, culturale e politico) in cui si trovano a vivere le diverse comunità.
>
> Per meglio descrivere la missione della Chiesa nel quadro europeo grossolanamente tracciato mi sembra utile mettere in evidenza due visioni riduttive del rapporto Chiesa-mondo che oggi purtroppo caratterizzano spesso la pratica delle nostre comunità. La prima, che possiamo identificare con l’espressione emblematica di “cripto-diaspora”, affonda le proprie radici nell’opposizione barthiana fede-religione. Tende a considerare il cristianesimo come puro annuncio della croce di Cristo, privandola di ogni dimensione pubblica. Genera di fatto una dispersione (diaspora) che finisce per nascondere (cripto) l’appartenenza cristiana. Tale tentazione si ripropone più facilmente in quegli ambiti in cui vivere pubblicamente la fede incontra maggiori difficoltà. È una tentazione tipicamente occidentale e il rapporto con le Vostre Chiese potrà fungere di benefico correttivo in proposito.
>
> Di segno opposto è la visione che riduce la fede cristiana a religione civile o a mero cemento etico. In questo caso l’affermazione dell’inevitabile interpretazione culturale della fede - occorre proprio parlare di inevitabile perché, come ricorda Giovanni Paolo II, «una fede che non diventi cultura sarebbe non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta»[16] - viene confusa con la costruzione di un collante ideologico della società civile, ignorando la proposta di salvezza eterna che la Chiesa di Cristo deve vitalmente rivolgere all’umanità in ogni epoca.
>
> Né l’una né l’altra visione sono rispettose della missione della Chiesa. Entrambe pretendono l’impossibile riduzione dell’ellisse Chiesa ad un cerchio con un unico centro. La prima perché rinuncia ad esporsi e ad assumere fino in fondo il rapporto col mondo come uno dei fuochi dell’ellisse della Chiesa. La seconda perché fa del rapporto col mondo il centro dell’identità della Chiesa perdendo irrimediabilmente di vista l’originario fuoco cristologico.
>
> È necessario allora perseguire con forza nelle nostre Chiese d’Europa una autentica interpretazione culturale della fede. Essa implica la scelta coraggiosa di stare sul crinale della montagna, evitando di cadere sia nella riduzione a religione civile, sia in quella della cripto-diaspora. Si tratta di proporre nella sua integralità l’universale concreto di Gesù Cristo - il Verbum-caro-factum. Per farlo occorre annunciare tutti i misteri del cristianesimo (Scheeben) che vivono nella fede della Chiesa a beneficio di tutto il popolo, giungendo fino ad individuarne tutte le implicazioni, antropologiche, sociali, cosmologiche.
>
> È in quest’orizzonte che La Chiesa vive la sua missione col coraggio semplice di essere Popolo di Dio che attraversa la storia, tutta la storia, testimoniando la bellezza e la cum-venientia dell’evento di Gesù Cristo che, nella forma della comunione, ci apre alla salvezza eterna donandoci come caparra il centuplo quaggiù.
Italian Intervista al cardinale Angelo Scola: don Luigi Giussani e il genio cristiano dell’esperienza umana
Feb 26, 2009

«Don Luigi Giussani è stato un genio dell’educazione, capace di un pensiero originale - io lo definisco “sorgivo” - che lo portava non solo a mettere a frutto una notevole messe di letture, ma soprattutto a interpretare in maniera autentica l’esperienza elementare dell’uomo. Ciò gli ha consentito di affascinare centinaia di migliaia di persone di ogni generazione, e in maniera particolare i giovani».
Così il patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, ricorda col Riformista la grande figura di uomo di Chiesa che fu don Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e liberazione, scomparso il 22 febbraio di quattro anni fa. L’occasione per ricordare Giussani la offre l’intenso volume che Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo e per anni portavoce di Cl in Vaticano, ha dedicato al prete brianzolo: Don Giussani. La sua esperienza di Dio e dell’uomo (San Paolo, 165 pag. - 14 euro).

Eminenza, Camisasca narra dei luoghi dove si è formata la vocazione di Giussani. Anche lei viene dalla diocesi di Milano. Quale tratto di Giussani testimonia maggiormente la sua milanesità?
«Lo straordinario senso della concretezza e la forza della solidarietà, il gusto naturale del senso cristiano della vita, l’apertura a 360 gradi per un confronto instancabile con chiunque».

Giussani ha cominciato il suo movimento nella scuola. E da subito ha dato un respiro missionario al movimento mandando i suoi giovani in tutto il mondo. Quale contributo principale ha da dare il Comunione e liberazione alla Chiesa oggi?
«Secondo me il movimento di Comunione e liberazione deve continuare, come mi pare stia facendo, a documentare in modo persuasivo, attraverso la testimonianza personale e comunitaria, la “convenienza” umana di aderire al fatto di Cristo. E farlo in tutti gli ambienti dell’umana esistenza, dove gli uomini sono chiamati a vivere: la scuola, l’università, la fabbrica, i quartieri, il mondo dell’economia, della cultura e della politica, ecc.
Si tratta di un compito affascinante da svolgere in tutti i paesi del mondo, soprattutto quando lo domandano le Chiese e i loro vescovi».

Nella Chiesa si sente spesso parlare del problema delle crisi delle vocazioni. In Cl, come in tanti movimenti ecclesiali del post-Concilio, queste non mancano. Qual è il segreto del fiorire delle vocazioni? Come la Chiesa può affrontare con praticità questo problema?
«È uno solo: concepire la vita stessa come vocazione ed educare appassionatamente a questo.
Prima di parlare del cosiddetto “stato di vita”, cioè il matrimonio o la consacrazione, bisogna educare i giovani a percepire l’esistenza di tutti i giorni come una chiamata di Dio alla mia libertà per la mia felicità, il mio compimento. Solo così i giovani possono trovare l’energia per dedicarsi a Dio o per un autentico matrimonio. Se intendo la vita prima di tutto come vocazione, sarà poi facile - leggendo i segni oggettivi che sempre lo Spirito manda - capire la forma vocazionale specifica per me. La Chiesa in Italia come altrove deve superare una “pastorale vocazionale” separata, prevalentemente legata a tecniche psicopedagogiche o a sterili biblicismi. Deve edificare comunità giovanili veramente aperte, abbattendo tutti i bastioni, riconoscendo che, dopo Gesù, la terra santa è tutto il mondo. Ci saranno allora giovani che, godendo della bellezza della vita in Cristo, potranno dire ai compagni “Vieni e vedi”, come fece Gesù con i primi discepoli».

Che posizione ricopriva per Giussani la liturgia nella vita del movimento?
«Era centrale, ma assolutamente sobria. In un certo senso ha riproposto a tutto il movimento l’esperienza straordinaria che visse nel seminario milanese di Venegono, abitato allora da più di mille persone, dove la liturgia ambrosiana, di una bellezza straordinaria nei suoi inni e testi, era curata con assidua essenzialità.
A questo don Giussani aggiunse anche una passione speciale per il canto gregoriano e polifonico, ma seppe anche valorizzare canti che taluni giovani, particolarmente dotati, incontrando il movimento, furono capaci di creare. Penso a Claudio Chieffo, per esempio.
Mi impressionava sempre l’attenzione che don Luigi Giussani dedicava a preparare la santa messa: discuteva con il capo del coro, equilibrava il canto del popolo con quello meditativo, mirava ad una liturgia essenziale, ma profondamente radicata nella tradizione, a tal punto che non aveva bisogno di richiamarci alla partecipazione alla santa messa quotidiana, perché era un avvenimento di bellezza che si imponeva da sé».

Giussani definì la politica «passione per l’uomo». Camisasca scrive che non aveva una visione negativa del potere. Ma, insieme, ricorda che dal cosiddetto Movimento Popolare (un Movimento di esplicito impegno politico) Cl è passato alla Compagnia delle Opere (un impegno più sociale). Che significato ha a suo avviso questa evoluzione?
«Don Luigi Giussani era un grande realista, aveva il senso del concreto ed aveva percepito con chiarezza che il potere è inevitabile perché la sua radice è antropologica. Tutti hanno potere, anche il neonato sulla mamma e viceversa, come si comprende dallo scambio di un sorriso tra i due.
Anche la valenza pubblica e politica del potere era tesa per Giussani alla relazione di riconoscimento positivo che è alla base della vita personale e sociale.
Un giudizio sul passaggio dal Movimento Popolare alla Compagnia delle Opere richiederebbe un’analisi approfondita, troppo lunga e complessa da sviluppare in questa intervista. Per come l’ho capita io, che non ho potuto seguire la nascita e la crescita della Compagnia delle Opere, essendo diventato Vescovo, ebbe origine dall’intuizione che bisognava abbandonare una concezione ideologica della politica a favore di una pratica del bene comune. Si trattava di una importante intuizione. Penso a Jacques Maritain che, quando contribuì alla scrittura della Carta dei Diritti dell’Uomo, rilevò che il problema primario in una società plurale non è mettersi d’accordo sulle mondo-visioni, ma far leva sul bene pratico dell’essere insieme, sulla base del quale confrontarsi, e non viceversa.
Da questo punto di vista il Movimento Popolare poteva rischiare l’ideologia e, là dove c’è l’ideologia, il condizionamento dell’egemonia, favorita dal potere politico, è più facile.
Però ci furono certamente intuizioni di valore nell’esperienza del Movimento Popolare che meriterebbero di essere ripensate e forse recuperate oggi».

Camisasca ricorda che gli ultimi anni di vita Giussani li visse convivendo col Parkison. Si può parlare anche nei suoi confronti di «purificazione»?
«Certamente. Ricordo la cura con cui passava ore sul breviario del giorno o la passione con cui voleva dialogare su temi come la Trinità e la Santissima Vergine, per ricordare solo alcuni dei miei ultimi dialoghi con lui.
Sicuramente egli è stato chiamato negli anni finali a un distacco da sé e dalla sua grande opera che ha tutti i tratti della santità.
Paradossalmente (ma è il paradosso dell’inscindibile legame tra croce e resurrezione) fu questa la strada dell’approfondirsi misterioso e doloroso della sua paternità nei confronti del popolo che aveva suscitato. “Nessuno genera se non è generato” ripeteva spesso don Giussani. Mi piace leggere nel suo abbandono progressivo al volto buono del Mistero - per usare una sua intensa espressione - segnato dalla mortificazione delle sue eccezionali capacità espressive, un intensificarsi della sua energia generativa, della sua paternità».

Quando ha conosciuto Giussani? Cosa ricorda della prima volta che lo ha visto?
«La prima volte che lo vidi fu nel 1958, quando a Lecco durante la Settimana Santa la Gioventù Studentesca, ancora legata all’Azione Cattolica di Roma, invitò i giovani liceali ad alcuni incontri di preparazione alla Pasqua. Mi ricordo che ci andai su grande insistenza di un mio compagno di scuola che vinse le mie resistenze. Non amavo molto la Gioventù Studentesca, perché mi sembrava un luogo adatto ai miei compagni quasi tutti di estrazione “borghese”, piuttosto che a me.
Don Luigi Giussani tenne una splendida lezione sulla “gioventù come tensione” e per la prima volta percepii un accento diverso nel considerare il rapporto tra Cristo e la mia vita. Io, infatti, avevo perso questo nesso: la mia fede era stanca, la mia pratica passiva. I miei interessi si erano spostati - sulla scia dell’impegno socialista massimalista di mio padre - sulla politica e sulla letteratura russa e americana.
Ma quel giorno, quando sentii don Giussani parlare così, ebbi un fremito, e cominciai a guardare a Cristo in maniera diversa».
Spanish El Patriarca de Venecia, Cardenal Angelo Scola, explicó que los católicos tienen que dar testimonio de su fe en la vida pública
Feb 24, 2009

El Patriarca de Venecia, Cardenal Angelo Scola, explicó que los católicos tienen que dar testimonio de su fe en la vida pública, mostrando a la sociedad la riqueza del Evangelio en donde se hayan las respuestas que buscan los hombres, y explicó que actualmente existen visiones reduccionistas que intentan acallar este necesario aporte de los fieles para el mundo.

En un editorial publicado en  italiano el pasado 20 de febrero en el diario Avvenire titulado "Católicos, laicos y sociedad civil" y en castellano en la web del vaticanista Sandro Magister, el Purpurado explicó que actualmente en Italia existen dos concepciones del cristianismo que terminan inevitablemente en un reduccionismo.

"La primera es la que trata al cristianismo como una religión civil, como mero cemento ético, capaz de hacer las veces de adhesivo social para nuestra democracia y para las democracias europeas gravemente convulsionadas. Si una posición similar es aceptable en quien no cree, en quien cree debe ser evidente su insuficiencia estructural. La otra, más sutil, es la que tiende a reducir al Cristianismo a mero anunciante de la pura y descarnada Cruz para la salvación de 'cada uno de los otros'".

Por eso, continuó el Cardenal, con alguna de estas concepciones "ocuparse de bioética o de biopolítica distraería del auténtico mensaje de misericordia de Cristo. Como si este mensaje fuese en sí ahistórico y no poseyera alcances antropológicos, sociales y cosmológicos. Una actitud de este tipo produce una dispersión, una diáspora de los cristianos en la sociedad y termina por ocultar la relevancia humana de la fe en cuanto tal, al punto que frente a los dramas también públicos de la vida se llega a demandar un silencio que, a los ojos de los demás, corre el riesgo de vaciar el sentido de pertenencia a Cristo y a la Iglesia".

En opinión del Cardenal estas visiones no entienden qué es realmente el cristianismo: "la primera, porque lo reduce a su dimensión secular, separándolo de la fuerza exaltadora del sujeto cristiano, don del encuentro con el acontecimiento personal de Jesucristo en la Iglesia; la segunda, porque priva a la fe de su espesura carnal".

"Me parece –continúa– que hay otra interpretación cultural, más respetuosa de la naturaleza del hombre y de su ser-en-relación. Ella recorre el hilo capilar que separa a la religión civil de la diáspora y del ocultamiento. Propone el acontecimiento de Jesucristo en toda su dimensión integral –irreductible a toda conceptualización humana–, muestra el corazón que vive en la fe de la Iglesia para beneficio de todo el pueblo. ¿De qué modo? A través del anuncio, como obra del sujeto eclesial, de todos los misterios de la fe en su armonía integral, sabiamente compendiados en el catecismo de la Iglesia".

El Patriarca de Venecia precisa luego que, "respetando la tarea específica de los fieles laicos en el campo político", es evidente que "si todo fiel, desde el Papa hasta el último de los bautizados, no pusiese en común las respuestas que considera válidas para las preguntas que agitan cotidianamente el corazón del hombre, es decir, si no diese testimonio de las implicancias prácticas de su propia fe, le quitaría algo a los demás, pues sustraería algo positivo, no contribuiría al bien civil de edificar la vida buena".

Tras alentar a que este anuncio debe hacerse "a 360 grados y con todos, sin excluir a nadie", el Cardenal Scola resalta que al "dialogar humilde pero tenazmente con todos, se ve que la acción eclesial no tiene como finalidad la hegemonía, no apunta a usar el ideal de la fe en vista de un poder".

"Su verdadera finalidad, a imitación de su Fundador, es ofrecer a todos la consoladora esperanza en la vida eterna. Es una esperanza que, ya agradable 'cien veces aquí abajo', ayuda a afrontar los problemas cruciales que tornan fascinante y dramático lo cotidiano que experimentan todos", concluye.
English Secularism in Danger. Two Cardinals Are Running to its Defense
Feb 24, 2009
They are Angelo Scola and Camillo Ruini, both in close agreement with Pope Benedict XVI. Here is how they see the Church's role in the public sphere: if it were silent, for example, about life and death, "it would not contribute to the good of all"

ROMA, February 23, 2009 – Two recent events have rekindled the debate over "secularism," or the activity of Christians in the public sphere.

The two events are linked by a single question, concerning human life "from conception to natural death."

The first of these events is apparently minor. On Wednesday, February 18, at the end of the general audience, Benedict XVI met briefly with Nancy Pelosi (in the photo, a previous meeting in Washington), the Speaker of the United States House of Representatives. Pelosi is Catholic, as she took care to point out: she showed the pope a photo of her visiting the Vatican with her parents during the 1950's, and praised the Church's work in combatting hunger and poverty.

But the statement released after the meeting by the Vatican press office was of an entirely different tone:

"The pope took the opportunity to explain that the natural moral law and the constant teaching of the Church on the dignity of human life from conception to natural death require all Catholics, especially legislators, judges, and those responsible for the common good of society, to work together with all men and women of good will in order to promote a just legal system, aimed at protecting human life in each of its stages."

Nancy Pelosi, in fact, like other Catholics in the new American administration, is an active supporter of pro-abortion policies. And the pope did not hesitate to issue this public reminder to her, without worrying that it might provide fodder for the recurring accusations of "interference" in the political sphere that many defenders of "secularism" make against the Church.

* * *

The second event is of broader significance. It is the fate imposed in Italy on Eluana Englaro, a young woman in a persistent vegetative state who was deprived of nutrition and hydration by judicial decree, leading to her death last February 9.

As happened four years ago with Terri Schiavo in the United States, for Eluana as well there were intensifying efforts to save her life, on the part of both Catholics and nonbelievers, on the religious terrain and on civil and political grounds as well.

The battle naturally led to an escalation of the controversy over "secularism." From various sides, the Church was accused of encroaching on the freedom of individual choices.

But not only that. The controversy also divided the Catholic camp. For some, speaking and acting in defense of Eluana's life was "unworthy of the Christian approach," an approach that should instead be characterized by silence, restraint, tenderness, noninterference in the most intimate, personal domain of the individual.

The most emblematic expression of this tendency came from the founder and prior of the monastery of Bose, Enzo Bianchi, in an article in the newspaper "La Stampa" on Sunday, February 15:

> Vivere e morire secondo il Vangelo

Bianchi has a large following in Italy and other countries. He is the author of widely read books, preaches retreats to priests and bishops, and writes for secular newspapers but also for "Avvenire," the newspaper of the Italian bishops' conference, CEI, which took the leading role in the campaign to defend Eluana's life, and is therefore also the main target of the accusation of "unworthiness."

Without mentioning Enzo Bianchi by name, Venice patriarch Cardinal Angelo Scola implicitly replied to him in an editorial published in "Avvenire" on February 20.

Another reply was given around the same time, in the more extensive and articulated form of a conference, by one of the most prominent cardinals of the Italian Church, Camillo Ruini. Ruini is a former president of the CEI, and the pope's vicar for the diocese of Rome from 1991 to 2007.

Here below, in their entirety, are both contributions: Cardinal Scola's editorial in "Avvenire" on February 20, and the conference given by Cardinal Ruini in Genoa on February 18.

With the recent new developments in the issue of "secularism," these two texts are the most authoritative and representative that can be found today on the part of two high-ranking Church figures, both culturally very close to pope Joseph Ratzinger.

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1. Catholics, secularists, and civil society

by Angelo Scola

"The West must decide to understand what influence faith has in the public life of its citizens, it cannot dismiss the problem."

These scorching words, spoken by a Middle Eastern bishop in Amman during the international scholarly conference of the magazine "Oasis," are coming back to my mind in these days, during which a lively debate has been ignited in the media about the activity of Christians in civil society, the dialogue between secularists and Catholics – which, according to some, has reached the end of the line – the presumed defeat of Christianity, and the interference by churchmen in public affairs. In a word, about the manner in which Catholics should or should not address delicate issues of public life, like those of bioethics.

It seems to me that people often lose sight of the heart of the matter: every faith must always be subjected to a public cultural interpretation. It is an inevitable fact. On the one hand, this is because, as John Paul II wrote, "a faith that did not become cultural would not be fully welcomed, not entirely thought out, not faithfully lived." On the other, since the faith – Jewish and Christian – is the result of God's compromise with history, it inevitably has to do with the concreteness of life and death, of love and pain, of work and rest, and of civic action. For this reason, it is inevitably the object of different cultural interpretations, which can be in conflict with each other.

In this phase of "post-secularism," there are two cultural interpretations of Christianity in particular that are at odds with each other. Both seem reductive to me.

The first is the one that treats Christianity as a civil religion, as mere ethical cement, capable of acting as a social adhesive for our democracy and for the European democracies in grave distress. If such a position is plausible in those who do not believe, its structural insufficiency should be evident to those who do believe.

The other, more subtle interpretation is the one that tends to reduce Christianity to the proclamation of the pure, unadorned Cross, for the salvation of "everyone else."

For example, getting involved with bioethics or biopolitics is seen as detracting from Christ's authentic message of mercy, as if this message were in itself ahistorical, without any anthropological, social, and cosmological implications. Such an attitude produces a dispersion, a diaspora of Christians in society, and ends up concealing the human relevance of the faith as such. To such an extent that in the face of life's crises, including public ones, a silence is demanded that risks making adherence to Christ and to the Church meaningless in the eyes of others.

In my view, neither of these two cultural interpretations succeeds in expressing adequately the true nature of Christianity and its activity in social society: the first because it reduces this to its secular dimension, separating it from its specifically Christian dynamism, the gift of an encounter with the personal coming of Christ in the Church; the second because it deprives the faith of its concrete embodiment.

There is another cultural interpretation that to me seems more respectful of the nature of man and his being in relationship. This runs along the ridge that separates civil religion from diaspora and concealment. It presents the coming of Jesus Christ in its entirety – incapable of being reduced to any human federation – and displays the heart of this, which lives in the Church's faith on behalf of all people.

In what way? Through the Church's proclamation of all the mysteries of faith in their entirety, as skillfully compiled in the catechism.

But this leads to the need to explain all of the aspects and implications that always arise from these mysteries. These are interwoven with human affairs in every age, demonstrating the beauty and fecundity of the faith for everyday life.

Just one example: if I believe that man is created in the image and likeness of God, I will have a certain understanding of birth and death, of the relationship between man and woman, of marriage and the family. This understanding inevitably encounters and seeks an exchange with the experience of all men, including nonbelievers. Regardless of their manner of understanding these basic elements of existence.

While respecting the specific responsibility of the lay faithful in the political domain, it is nonetheless evident that if every member of the faithful, from the pope to the last of the baptized, were not to share openly what he believes are the valid answers to the questions that trouble the human heart every day, and bear witness to the practical implications of his own faith, he would take something away from others. He would withhold a positive contribution, he would not participate in the common effort to build up the good life.

And today, in a society that is pluralistic and therefore has a tendency to be highly conflictual, this exchange must extend 360 degrees, to everyone, no one excluded.

In such an encounter, in which Christians, including the pope and bishops, dialogue humbly but firmly with everyone, it can be seen that the action of the Church is not aimed at hegemony, in using the ideal of faith for the sake of power. Its real aim, in imitation of its Founder, is that of offering everyone the consolation of hope in eternal life. This hope can already be enjoyed in the "hundredfold here below,"and helps us to face the crucial problems that make everyone's daily life fascinating and dramatic.

It is only through this untiring testimony, aimed at mutual recognition and respectful of the procedures ratified under the rule of law, that the great practical value unleashed by the fact of living together can be made to bear fruit.
Italian Laicità in pericolo. Due cardinali accorrono in sua difesa
Feb 24, 2009
Sono Angelo Scola e Camillo Ruini, entrambi molto in sintonia con papa Benedetto XVI. Ecco come vedono il ruolo della Chiesa nella sfera pubblica: se essa tacesse, ad esempio, sulla vita e la morte, "non contribuirebbe al bene di tutti". In appendice, una disputa tra i professori Galli della Loggia e Pietro De Marco

ROMA, 23 febbraio 2009 – Due fatti recenti hanno riacceso la controversia sulla "laicità", ossia sull'azione dei cristiani nella società civile.

Due fatti accomunati da un'identica questione, riguardante la vita umana "dal concepimento alla morte naturale".

Il primo di questi fatti è apparentemente minore. Mercoledì 18 febbraio, al termine dell'udienza generale, Benedetto XVI ha incontrato brevemente Nancy Pelosi (nella foto, in un precedente incontro a Washington), speaker della camera dei rappresentanti degli Stati Uniti. Pelosi è cattolica, e ha tenuto a rimarcarlo: ha mostrato al papa le foto di una sua visita con i genitori in Vaticano negli anni Cinquanta e si è complimentata per l'azione della Chiesa nel combattere la fame e la povertà.

Ma al termine dell'incontro, il comunicato diffuso dalla sala stampa vaticana è stato di tutt'altro tenore:

"Il papa ha colto l'occasione per illustrare che la legge morale naturale e il costante insegnamento della Chiesa sulla dignità della vita umana dal concepimento alla morte naturale impongono a tutti i cattolici, e specialmente ai legislatori, ai giuristi e ai responsabili del bene comune della società, di cooperare con tutti gli uomini e le donne di buona volontà per promuovere un ordinamento giuridico giusto, inteso a proteggere la vita umana in ogni suo momento".

Nancy Pelosi, infatti, come altri cattolici della nuova amministrazione americana, è attiva sostenitrice di politiche pro aborto. E il papa non ha esitato a rivolgerle questo richiamo pubblico, incurante di dare esca con ciò alle ricorrenti accuse di "invadenza" del campo politico che tanti difensori della "laicità" lanciano contro la Chiesa.

* * *

Il secondo fatto è di dimensioni più ampie. Ed è la sorte inflitta in Italia a Eluana Englaro, una giovane donna in stato vegetativo persistente, privata di cibo e di acqua per sentenza di tribunale e così fatta morire, lo scorso 9 febbraio.

Come quattro anni fa per Terri Schiavo negli Stati Uniti, anche per Eluana c'è stato in Italia un crescendo di azioni tese a salvarne la vita, sia da parte di cattolici che di non credenti, sia sul terreno religioso che su quello civile e politico.

La battaglia ha naturalmente portato a una fase acuta la polemica sulla "laicità". Da più parti si è accusata la Chiesa di prevaricare sulla libertà delle scelte individuali.

Ma non solo. La polemica ha diviso anche il campo cattolico. Per alcuni, il parlare e l'agire in difesa della vita di Eluana erano "indegni dello stile cristiano", uno stile che dovrebbe essere fatto di silenzio, di riserbo, di misericordia, di non invasione dello spazio più intimo e personale di ciascuno.

La voce più emblematica di questa tendenza è stata quella del fondatore e priore del monastero di Bose, Enzo Bianchi, in un articolo sul quotidiano "La Stampa" di domenica 15 febbraio:

> Vivere e morire secondo il Vangelo

Bianchi è personaggio con largo seguito, in Italia e in altri paesi. È autore di libri di grande diffusione, predica ritiri a sacerdoti e vescovi, scrive su giornali laici ma anche su "Avvenire", il giornale della conferenza episcopale italiana, il più impegnato nella campagna in difesa della vita di Eluana, e quindi anche il maggiore imputato di "indegnità".

Alle tesi di Enzo Bianchi ha replicato implicitamente – senza farne il nome – il patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, in un editoriale su "Avvenire" del 20 febbraio.

Ma in questo stesso editoriale il cardinale Scola ha analizzato la questione della "laicità" a più largo raggio, in quanto rapporto generale tra la Chiesa e la sfera pubblica.

E lo stesso ha fatto nei medesimi giorni – nella forma più estesa e più argomentata di una conferenza – un altro cardinale di spicco della Chiesa italiana, Camillo Ruini, già presidente della CEI e vicario del papa per la diocesi di Roma dal 1991 al 2007.

Qui di seguito sono riprodotti, integrali, entrambi gli interventi: l'editoriale del cardinale Scola su "Avvenire" del 20 febbraio e la conferenza tenuta dal cardinale Ruini a Genova il 18 febbraio.

Sulla questione della "laicità" – con le variazioni intervenute negli ultimi tempi – i due testi sono quanto di più autorevole e rappresentativo si possa leggere oggi da parte di due alti uomini di Chiesa, entrambi culturalmente molto vicini a papa Joseph Ratzinger.

In più, il lettore italiano troverà di seguito altri due testi su una questione strettamente connessa: la configurazione concreta che ha preso in Italia il dialogo tra laici e cattolici.

A giudizio del professor Ernesto Galli della Loggia questo dialogo ha avuto un momento felice agli inizi degli anni Novanta, ma poi è praticamente fallito. Mentre a giudizio del professor Pietro De Marco le cose non stanno affatto così.

Ha aperto la disputa Galli della Loggia con un editoriale sul "Corriere della Sera" del 15 febbraio. E De Marco gli ha replicato qui e sul giornale on line "l'Occidentale".

__________

1. Cattolici, laici e società civile

di Angelo Scola

"L'Occidente deve decidersi a capire quale peso ha la fede nella vita pubblica dei suoi cittadini, non può rimuovere il problema".

Queste parole fulminanti, espresse da un vescovo mediorientale ad Amman durante il comitato scientifico internazionale della rivista "Oasis", mi sono tornate alla mente in questi giorni, nei quali si è acceso sui media un vivo dibattito circa l'azione dei cristiani nella società civile, il dialogo tra laici e cattolici – che secondo qualcuno sarebbe addirittura giunto al capolinea –, la presunta sconfitta del cristianesimo e l'ingerenza degli uomini di Chiesa nelle vicende pubbliche. In una parola, circa lo stile con cui i cattolici dovrebbero intervenire o meno sui delicati temi della vita comune, quali quelli della bioetica.

Mi sembra che spesso si perda di vista il cuore della questione: ogni fede va sempre soggetta a un'interpretazione culturale pubblica. È un dato inevitabile. Da una parte perché, come scrisse Giovanni Paolo II, "una fede che non diventi cultura sarebbe non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta". Dall'altra, essendo la fede – quella giudaica e quella cristiana – frutto di un Dio che si è compromesso con la storia, ha inevitabilmente a che fare con la concretezza della vita e della morte, dell'amore e del dolore, del lavoro e del riposo e dell'azione civica. Perciò è essa stessa inevitabilmente investita da diverse letture culturali, che possono entrare in conflitto tra di loro.

In questa fase di "post-secolarismo", nella società italiana si confrontano, in particolare, due interpretazioni culturali del cristianesimo. A me sembrano entrambe riduttive.

La prima è quella che tratta il cristianesimo come una religione civile, come mero cemento etico, capace di fungere da collante sociale per la nostra democrazia e per le democrazie europee in grave affanno. Se una simile posizione è plausibile in chi non crede, a chi crede deve essere evidente la sua strutturale insufficienza.

L'altra, più sottile, è quella che tende a ridurre il cristianesimo all'annuncio della pura e nuda Croce per la salvezza di "ogni altro".

Occuparsi, per esempio, di bioetica o biopolitica distoglierebbe dall'autentico messaggio di misericordia di Cristo. Come se questo messaggio fosse in sé astorico e non possedesse implicazioni antropologiche, sociali e cosmologiche. Un simile atteggiamento produce una dispersione, una diaspora dei cristiani nella società e finisce per nascondere la rilevanza umana della fede in quanto tale. Al punto che di fronte ai drammi anche pubblici della vita si giunge a domandare un silenzio che rischia di svuotare il senso dell'appartenenza a Cristo e alla Chiesa agli occhi degli altri.

Nessuna di queste due interpretazioni culturali, secondo me, riesce ad esprimere in maniera adeguata la vera natura del cristianesimo e della sua azione nella società civile: la prima perché lo riduce alla sua dimensione secolare, separandolo dalla forza sorgiva del soggetto cristiano, dono dell'incontro con l'avvenimento personale di Gesù Cristo nella Chiesa; la seconda perché priva la fede del suo spessore carnale.

A me sembra più rispettosa della natura dell'uomo e del suo essere in relazione un'altra interpretazione culturale. Essa corre lungo il crinale che separa la religione civile dalla diaspora e dal nascondimento. Propone l'avvenimento di Gesù Cristo in tutta la sua interezza – irriducibile ad ogni umano schieramento –, ne mostra il cuore che vive nella fede della Chiesa a beneficio di tutto il popolo.

In che modo? Attraverso l'annuncio, ad opera del soggetto ecclesiale, di tutti i misteri della fede nella loro integralità, sapientemente compendiati nel catechismo della Chiesa.

Giungendo però ad esplicitare tutti gli aspetti e le implicazioni che da tali misteri sempre sgorgano. Essi si intrecciano con le vicende umane di ogni tempo, mostrando la bellezza e la fecondità della fede per la vita di tutti i giorni.

Solo un esempio: se credo che l'uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, avrò una certa concezione della nascita e della morte, del rapporto tra uomo e donna, del matrimonio e della famiglia. Concezione che inevitabilmente incontra e chiede di confrontarsi con l'esperienza di tutti gli uomini, anche dei non credenti. Qualunque sia il loro modo di concepire questi dati elementari dell'esistenza.

Rispettando lo specifico compito dei fedeli laici in campo politico, è tuttavia evidente che se ogni fedele, dal papa all'ultimo dei battezzati, non mettesse in comune le risposte che ritiene valide alle domande che quotidianamente agitano il cuore dell'uomo, cioè se non testimoniasse le implicazioni pratiche della propria fede, toglierebbe qualcosa agli altri. Sottrarrebbe un positivo, non contribuirebbe al bene civile di edificare la vita buona.

Oggi poi, in una società plurale e perciò tendenzialmente molto conflittuale, questo paragone deve essere a 360 gradi e con tutti, nessuno escluso.

In un simile confronto, che porta i cristiani, papa e vescovi compresi, a dialogare umilmente ma tenacemente con tutti, si vede che l'azione ecclesiale non ha come scopo l'egemonia, non punta a usare l'ideale della fede in vista di un potere. Il suo vero scopo, a imitazione del suo Fondatore, è offrire a tutti la consolante speranza nella vita eterna. Una speranza che, già godibile nel "centuplo quaggiù", aiuta ad affrontare i problemi cruciali che rendono affascinante e drammatico il quotidiano di tutti.

Solo attraverso questo instancabile racconto, teso al riconoscimento reciproco, rispettoso delle procedure pattuite in uno stato di diritto, si può mettere a frutto quel grande valore pratico che scaturisce dal fatto di vivere insieme.
Italian Nelle quattro finalità il futuro dei Gruppi d'ascolto
Feb 23, 2009

Un’esperienza così intensa e dilatata nel tempo, come quella dei Gruppi di Ascolto, può far correre il rischio, per la convinzione che tutto vada sempre bene, di oscurare a volte lo spirito critico, indispensabile per continuare a crescere»: in questa introduzione della commissione per i Gruppi d'ascolto viene riassunto lo spirito dell’incontro diocesano degli animatori, delle famiglie ospitanti, dei coordinatori di caseggiato e degli amici dei Gruppi di Ascolto con il Patriarca Angelo Scola, svoltosi sabato 14 febbraio all’istituto “S. Marco” della Gazzera, a Mestre.

Nell’ampia palestra dei Salesiani oltre 700 persone, alternando i salmi ai canti e alla preghiera, a riflessioni e interventi, si sono confrontate con il Patriarca, che era affiancato dal vescovo ausiliare mons. Beniamino Pizziol a dal vicario per l'Evangelizzazione e la Catechesi mons. Valter Perini; e tutti insieme si sono confrontati con la Parola del Vangelo, in particolare con il brano dei discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35), la cui espressione “Non ci ardeva forse il cuore nel petto?” era stata scelta a tema dell’incontro.

Seimila persone coinvolte. Da dieci anni, nel Patriarcato di Venezia, cinquecento animatori e altrettanti gruppi di ascolto, per un totale di circa 6000 persone, hanno avuto, «grazie al Patriarca Marco Cè, la possibilità di spalancare il quotidiano alla sua potenza rivelatrice”, come ricorda il Patriarca Angelo con gratitudine. Perché questa grande grazia, che sono i Gruppi di ascolto, continui a dare i suoi frutti, occorre evitare il rischio dell’autoreferenzialità, che secondo mons. Perini «impedisce di rimettersi in discussione e di accettare qualsiasi prospettiva di cambiamento».

“Noi speravamo” o “noi speriamo”? Un gruppo di lavoro della commissione diocesana, partendo dalle Proposizioni del Sinodo dei Vescovi di ottobre sulla Parola di Dio, si è interrogato su come far crescere i Gruppi di ascolto «affinché l’incontro con Gesù trasformi veramente la vita di ogni partecipante».

«Il compito che avete davanti non deve ricacciarvi nel passato, nell’imperfetto… in quel terribile imperfetto: “noi speravamo”, dei discepoli di Emmaus». Così il Patriarca incoraggia a trasformare il “noi speravamo” della delusione scettica in speranza reale al presente. Come nel cammino verso Emmaus «Gesù in persona si accostò e camminava con loro», così, richiamandosi il Patriarca alla testimonianza di Liana, del vicariato di Marghera, Gesù con i Gruppi di ascolto è entrato più di persona nella nostra vita, poiché «più delle cose belle e realiste che avete detto contano i fatti, il fatto che più di 700 persone, in questo sabato di carnevale, si ritrovano in uno spirito di famiglia». E su questo aspetto il card. Scola insiste per «dare più energia all’avvenimento di incontro familiare con Cristo, di cui voi siete occasione».

Uno spiraglio di libertà. C’è un “ma” alla caduta di ogni speranza di quel “noi speravamo…”. E’ il “ma essi insistettero: resta con noi…”, perché avevano intuito. L’incontro con “Gesù in persona” aveva scaldato il loro cuore e aperto «lo spiraglio di libertà, come quella lama di luce che d’estate, per la porta socchiusa, attraversa tutta la stanza». E' così che Pina, della parrocchia di S. Maria di Lourdes di Mestre, testimonia che nel Gruppo di ascolto ha scoperto «la vitalità della Parola di Dio» e l’importanza della «presenza stessa delle persone».

Il problema della conoscenza. Indiscussa l’originale ricchezza del contesto familiare per la lettura della Sacra Scrittura, emerge la necessità di prendere atto, con rispettoso realismo, di difficoltà e problemi esistenti, se si vuole far crescere l’esperienza dei Gruppi di ascolto e rispondere in modo autentico al «bisogno di sentire mia la Parola». Per questi motivi non può essere sottovalutato l’intervento di chi chiedeva al Patriarca conferma, che «Adamo ed Eva erano veramente esistiti e non sono dei simboli», ponendo la questione come essenziale per la nostra fede. Infatti questo è uno dei problemi che si riscontrano, quando i laici si avvicinano alla Bibbia e, magari senza colpevole ignoranza, non sanno nulla di generi letterari o di tradizioni orali o cosa si intenda quando si parla di veridicità della Sacra Scrittura.

La rassicurazione del Patriarca, che sulle cose sostanziali non si sbaglia mai, si è integrata con l’invito a considerare che per noi l’incontro non è solo con un libro, ma soprattutto con una Persona, e che c'è un’unità inscindibile tra scrittura, tradizione e magistero.

Formazione diocesana e comunione. E se, come conferma lo stesso mons. Perini, «la formazione degli animatori risulta essere seria», non si può dimenticare la preoccupazione, segnalata dalla prima testimonianza, che «tanti animatori, non frequentando la formazione diocesana, si formano altrimenti o non si formano. In questo modo viene tralasciato l'aspetto comunionale e la formazione personale è lasciata all'iniziativa del singolo: la nostra è un'esperienza di comunione ecclesiale, che parte dalla piccola comunità del Gruppo d'ascolto, si allarga alla comunità parrocchiale e alla diocesi, fino ad arrivare al vescovo... non ancora tutti gli animatori sono corresponsabili di questo... questo concetto non è ancora passato per tutti».

Le quattro finalità. Allora ritorna fondamentale la domanda posta da don Perini: «Come deve cambiare il Gruppo di ascolto oggi? Quali sono le circostanze che chiamano il Gruppo di ascolto a dei cambiamenti?».

«Sono certo della bontà di questo cammino - conferma il Patriarca - e della chiara direzione indicata da don Valter», che individua «nelle quattro finalità della Visita pastorale il futuro, la Magna Charta, gli assi portanti, per rinnovare i Gruppi d'ascolto».

Innanzitutto il Gruppo d'ascolto è chiamato a diventare sempre più una piccola comunità dalla forte appartenenza a Cristo e fra i partecipanti: l'identità comunitaria è sostanziale come lo è la forma comunitaria della testimonianza. Il Gruppo d'ascolto è chiamato a immedesimarsi sempre nella Parola del Signore, per avere lo stesso pensiero di Cristo, il che risponde anche al rischio, segnalato all'inizio, «di oscurare la Parola, mentre appare necessaria una forma di comunicazione che lasci più trasparire la Parola di Dio» e dia all'animatore «un ruolo più defilato».

Educazione al gratuito. Il Gruppo d'ascolto si educa al gratuito, come risposta d'amore per ciò che ha ricevuto da Dio, ed è chiamato a vivere l'unione fraterna per la presenza concreta di persone. Si realizza così quel «nesso tra Parola e opere», riferito da Andrea della parrocchia di S. Lorenzo Giustiniani, che ha chiesto al Patriarca «cosa possiamo fare noi e lei per far risuonare la Parola nelle opere». Qui sta «la natura sacramentale della Parola - osserva il card. Scola, rimasto colpito da questa domanda - non si può separare la Parola dalle opere... e la Parola di questo Padre è Gesù Cristo».

Invitate tutti. Infine il Gda si educa alla missionarietà, prendendo seriamente le circostanze e le relazioni, poiché «deve essere una comunità che affronta tutta la realtà». Il Gda diventa missionario nel modo più semplice, conclude il Patriarca, con «l'invito volto a volto: invitate, invitate, invitate tutti!». E, se ci fossero dubbi, «è la vita il programma da svolgere».
Italian Pag 1 Altro che egemonia mondana. Offerta di una speranza da “investire” quaggiù di Angelo Scola
Feb 21, 2009
Cattolici, laici e società civile: riflessione del Patriarca di Venezia

«L’Occidente deve decidersi a capire quale peso ha la fede nella vita pubblica dei suoi cittadini, non può rimuovere il problema». Queste parole fulminanti, espresse da un vescovo mediorientale durante il Comitato scientifico internazionale di Oasis ad Amman, mi sono tornate alla mente in questi giorni, nei quali si è acceso sui media un vivo dibattito circa l’azione dei cristiani nella società civile, il dialogo tra laici e cattolici - che secondo qualcuno sarebbe addirittura giunto al capolinea -, la presunta sconfitta del Cristianesimo e l’ingerenza degli uomini di Chiesa nelle vicende pubbliche. In una parola circa lo stile con cui i cattolici dovrebbero intervenire o meno sui delicati temi della vita comune, quali quelli della bioetica. Mi sembra che spesso si perda di vista il cuore della questione: ogni fede va sempre soggetta ad un’interpretazione culturale pubblica. È un dato inevitabile. Da una parte perché, come scrisse Giovanni Paolo II, «una fede che non diventi cultura sarebbe non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta». Dall’altra, essendo la fede - quella giudaica e quella cristiana - frutto di un Dio che si è compromesso con la storia, ha inevitabilmente a che fare con la concretezza della vita e della morte, dell’amore e del dolore, del lavoro e del riposo e dell’azione civica. Perciò è essa stessa inevitabilmente investita da diverse letture culturali, che possono entrare in conflitto tra di loro. In questa fase di 'post-secolarismo', nella società italiana si confrontano, in particolare, due interpretazioni culturali del Cristianesimo. A me sembrano entrambe riduttive. La prima è quella che tratta il Cristianesimo come una religione civile, come mero cemento etico, capace di fungere da collante sociale per la nostra democrazia e per le democrazie europee in grave affanno. Se una simile posizione è plausibile in chi non crede, a chi crede deve essere evidente la sua strutturale insufficienza. L’altra, più sottile, è quella che tende a ridurre il Cristianesimo all’annuncio della pura e nuda Croce per la salvezza di 'ogni altro'. Occuparsi, per esempio, di bioetica o biopolitica distoglierebbe dall’autentico messaggio di misericordia di Cristo. Come se questo messaggio fosse in sé astorico e non possedesse implicazioni antropologiche, sociali e cosmologiche. Un simile atteggiamento produce una dispersione (diaspora) dei cristiani nella società e finisce per nascondere (cripto) la rilevanza umana della fede in quanto tale. Al punto che di fronte ai drammi anche pubblici della vita si giunge a domandare un silenzio che rischia di svuotare il senso dell’appartenenza a Cristo e alla Chiesa agli occhi degli altri. Nessuna di queste due interpretazioni culturali, secondo me, riesce ad esprimere in maniera adeguata la vera natura del Cristianesimo e della sua azione nella società civile: la prima perché lo riduce alla sua dimensione secolare, separandolo dalla forza sorgiva del soggetto cristiano, dono dell’incontro con l’avvenimento personale di Gesù Cristo nella Chiesa; la seconda perché priva la fede del suo spessore carnale. A me sembra più rispettosa della natura dell’uomo e del suo essere in relazione un’altra interpretazione culturale. Essa corre lungo il crinale che separa la religione civile dalla cripto-diaspora. Propone l’avvenimento di Gesù Cristo in tutta la sua interezza ­irriducibile ad ogni umano schieramento ­, ne mostra il cuore che vive nella fede della Chiesa a beneficio di tutto il popolo. In che modo? Attraverso l’annuncio, ad opera del soggetto ecclesiale, di tutti i misteri della fede nella loro integralità, sapientemente compendiati nel catechismo della Chiesa. Giungendo però ad esplicitare tutti gli aspetti e le implicazioni che da tali misteri sempre sgorgano. Essi si intrecciano con le vicende umane di ogni tempo, mostrando la bellezza e la fecondità della fede per la vita di tutti i giorni. Solo un esempio: se credo che l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, avrò una certa concezione della nascita e della morte, del rapporto tra uomo e donna, del matrimonio e della famiglia. Concezione che inevitabilmente incontra e chiede di confrontarsi con l’esperienza di tutti gli uomini, anche dei non credenti. Qualunque sia il loro modo di concepire questi dati elementari dell’esistenza. Rispettando lo specifico compito dei fedeli laici in campo politico, è tuttavia evidente che se ogni fedele, dal Papa all’ultimo dei battezzati, non mettesse in comune le risposte che ritiene valide alle domande che quotidianamente agitano il cuore dell’uomo, cioè se non testimoniasse le implicazioni pratiche della propria fede, toglierebbe qualcosa agli altri. Sottrarrebbe un positivo, non contribuirebbe al bene civile di edificare la vita buona. Oggi poi, in una società plurale e perciò tendenzialmente molto conflittuale, questo paragone deve essere a 360° e con tutti, nessuno escluso. In un simile confronto, che porta i cristiani, Papa e vescovi compresi, a dialogare umilmente ma tenacemente con tutti, si vede che l’azione ecclesiale non ha come scopo l’egemonia, non punta a usare l’ideale della fede in vista di un potere. Il suo vero scopo, a imitazione del suo Fondatore, è offrire a tutti la consolante speranza nella vita eterna. Una speranza che, già godibile nel 'centuplo quaggiù', aiuta ad affrontare i problemi cruciali che rendono affascinante e drammatico il quotidiano di tutti. Solo attraverso questo instancabile racconto, teso al riconoscimento reciproco, rispettoso delle procedure pattuite in uno stato di diritto, si può mettere a frutto quel grande valore pratico che scaturisce dal fatto di vivere insieme.
Italian Incontro tra Cesare Mirabelli e il card. Angelo Scola nella cattedrale di Genova, colma di gente
Feb 20, 2009

È vero che lo Stato, più è laico, più tiene la religione fuori dalla porta? La domanda posta dal moderatore, il giornalista Maurizio Belpietro, ha introdotto nella cattedrale di Genova il secondo di una serie di incontri sulla laicità: «Laicità e libertà religiosa». Una serata che ancora una volta ha mosso una città, con tale presenza (sedie, scalini, ardesie e balaustre completamente occupati nella pur grande san Lorenzo) da far entusiasmare anche uno dei protagonisti dell'incontro, il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia. Un grande bisogno, fame, forse, di capire fino a che punto, come ha detto il moderatore, la Chiesa può spingersi, e se è davvero ingerenza quando il Papa fa sentire la propria voce su temi etici. Il Papa e noi, che siamo Chiesa. Una premessa, da parte del cardinale di Venezia: politica e Stato sono di fatto investiti del potere di decidere su temi che toccano i fondamenti della quotidiana esistenza, e il processo storico della globalizzazione ci investe della responsabilità di orientarlo verso il bene nella tolleranza, integrazione e reciprocità. “Il che non significa”, ha detto, «un'unica pericolosa identità sincretistica, ma una continua reciproca comunicazione che realizzi il pratico star bene insieme». A questo equilibrio nuocciono i limiti di una concezione ormai vecchia di laicità «che si poggia», ha detto Scola, «sull'idea equivoca di neutralità. E in Italia neutralità non significa che lo Stato non deve preferire nessuna norma etica o concezione religiosa, ma significa neutralizzare ogni presenza religiosa in ambito politico. Neutro vuol dire questo, soprattutto nel nostro Paese». Un'idea distorta, che deve fare i conti con un paradosso: «Da una parte questa idea di laicità si fa aralda dei diritti umani, capace di abbracciare tutte le diversità culturali, ma il fatto è che non si può non riconoscere un'inevitabile connessione dell'etica pubblica con tutte le dichiarazioni dei diritti. E questo porta inevitabilmente a riconsiderare il ruolo delle tradizioni religiose». L'idea della laicità è rivisitata in questo senso da molti pensatori, da Habermas, a Bockenforde, a Rawls, «eppure», afferma il cardinale, «la pubblicistica italiana continua a presentare la laicità come opposizione al fatto religioso e in particolare cristiano». Quel Cristianesimo in cui è insita la separatezza tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, una distinzione che si fonda sulla concezione che lo Stato, non avendo in suo potere il senso ultimo dell'esistenza umana, non ne è mai il padrone. Concetto molto chiaro nei Paesi di origine anglosassone, dove è normale (e l'abbiamo ancora visto con il giuramento e i discorsi di Obama) richiamarsi continuamente a Dio. «La libertà religiosa», ha continuato il patriarca, «è il luogo nel quale si manifesta in modo evidente il nesso tra verità e libertà: il desiderio di infinito che abita nel cuore di ognuno esprime l'insopprimibile domanda di significato, cioè di verità». Ma nell'indomabile ricerca della verità, l'uomo corre sempre un rischio: la convinzione che si possa arrivare alla verità solo sulla base di ragionamenti, con un sistema di concetti da acquisire e applicare alla realtà. «La verità», ha spiegato il cardinale, «non è un insieme di nozioni da tradurre in regole, ma Un'esperienza di incontro personale. Ogni uomo è gettato in una trama costitutiva di rapporti, che è l'esperienza dell'incontro con la realtà: ed ecco che la verità fiorisce su un incontro di tutto l'"io" con la realtà». Ecco, allora il compito per «uno Stato che sia veramente rispettoso di una libertà religiosa così intesa: consentire l'edificazione di uno spazio pubblico qualificato nel quale le religioni possano raccontarsi, in vista di un reciproco riconoscimento». «La via maestra per il cristiano", ha detto Scola, «è la testimonianza, nel senso pieno, che propone la verità rischiando di persona e mai imponendola. Il testimone non lede il diritto di nessuno, ma semina bene». Se Dio lo vivo, poi lo "dico", e trovo spazio: «Coopero alla buona laicità non se non dico, ma se dico, senza rinunciare a proporre attraverso un appassionato reciproco racconto, ovviamente nell'ottica di uno stato di diritto». Ma è uno "spazio" contestato, come ha affermato anche Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale, parlando degli aspetti giuridici della libertà religiosa. Mirabelli ha spiegato come, nella ricerca di una definizione univoca e rigorosa della laicità, ci si imbatta in quello che definisce «confessionismo laico, che si manifesta quando la laicità "espelle" gli altri, ed è espressione culturale non neutra, che diviene valore dominante a garanzia delle fedi religiose, ma solo se circoscritte all'ambito delle coscienze, non permettendo a esse un'incidenza sociale». Eppure è possibile «uno Stato che non compia scelte di tipo religioso, ma rispetti e dia sostanza a valori comuni, ammettendo il valore formativo della religione e l'acquisizione dei valori del cattolicesimo, nel rispetto delle manifestazioni fondamentali delle altre religioni».
Spanish Patriarca de Venecia: Redescubrir el "capital humano" para salir de la crisis Reflexión del cardenal Angelo Scola en la revista "Humanitas" sobre el buen gobierno
Feb 11, 2009

SANTIAGO DE CHILE, domingo, 1 de febrero de 2009 (ZENIT.org).- La crisis económica debe llevar a redescubrir el auténtico valor del "capital humano", afirma el patriarca de Venecia.

"La crisis económico-financiera puede convertirse en una ocasión para un sobresalto virtuoso de cada uno de nosotros, acompañado de una mayor pasión por la edificación común y realista de la buena vida y el buen gobierno", sostiene el cardenal Angelo Scola en el artículo editorial de la reciente edición de enero de Revista Humanitas (www.humanitas.cl) de la Pontificia Universidad Católica de Chile.

El patriarca de Venecia reflexiona sobre la realidad que se ha hecho manifiesta a partir de la actual situación financiera, señalando que "la crisis financiera muestra ostensiblemente la existencia de cierta involución antropológica y ética, al menos en las sociedades avanzadas".

Según el modelo hasta ahora reinante, "el horizonte de la convivencia humana se centra en el presente en menoscabo del futuro y se prefiere lo efímero a lo duradero, lo anónimo a lo personalizado, lo individual a lo comunitario".

"Son éstos los ámbitos que debieran ser objeto de reflexión de quienes están comprometidos personalmente en ese mundo de la empresa que hunde sus propias raíces en una sólida tradición familiar y laboral, donde es evidente el peso de la experiencia comunitaria cristiana", aclara el purpurado italiano.

El cardenal destaca la importancia de aprovechar el escenario presente para incrementar el valor de la perspectiva humana en las relaciones económicas: "En la crisis actual siguen 'Estado' y 'mercado' efectivamente siendo expresión de constitución de la sociedad y su tradición y del carácter actual de las relaciones sociales".

"En cuanto a las empresas --añade--, la crisis debe impulsarlas hacia un mayor reconocimiento del peso del capital humano".

En su análisis, el cardenal Scola se pregunta por el sentido de la intervención estatal en esta situación histórica y sobre si habría que renunciar, en favor del Estado, al peso de la sociedad civil.

A lo cual responde que "con la crisis ciertamente necesitamos 'más Estado', pero lo necesitamos para salvaguardar el peso de la sociedad civil y para tener más mercado. Se plantea indudablemente un problema de eficiencia, pero con un imprescindible aspecto ético de equidad".

Paralelamente remarca que "la Doctrina Social de la Iglesia señala incansablemente la preponderancia de la sociedad civil también en el ámbito económico", junto con la necesidad de que exista una justa subordinación valórica del Estado a la sociedad civil de  manera que la convivencia no quede reducida puramente en la dicotomía "Estado-mercado".

Por lo mismo, señala que "en la actual coyuntura histórica la intervención del Estado tiene un carácter sobre todo de emergencia, necesario para interrumpir la cadena de la crisis. No parece existir una alternativa de salvamento a la intervención pública, aunque esto se deba puramente al hecho de que el Estado tiene el monopolio de la recaudación fiscal coercitiva".

En estas circunstancias, según su visión, se requiere una mediación estatal destinada a dar protección a los sectores más desamparados. "Una 'buena' intervención del Estado permitirá que los costos de la crisis se cubran en el tiempo y entre los distintos grupos de ciudadanos en forma menos inicua de lo que habría ocurrido por efecto directo de la crisis. Es preciso evitar por lo tanto que suceda lo que normalmente ocurre, es decir, que la crisis se descargue sobre los sectores más débiles", puntualiza.  

Para finalizar, el cardenal Scola expresa que "la historia nos señala que algunos bancos y grandes patrimonios surgieron 'de la parte inferior' de la empresa social".

"Para indicar esta preciosa dotación de nuestra historia, tiene entonces sentido emplear las fórmulas 'más capital humano', 'más capital civil'; pero en este sentido 'más sociedad' sirve también para tener ya sea un 'mercado' (también financiero) más abierto y participativo, ya sea un 'Estado' digno de su función de servicio al bien de la común convivencia".

El patriarca de Venecia es miembro del Consejo de Consultores y Colaboradores de Revista Humanitas de la Pontificia Universidad Católica de Chile desde su fundación, en 1995, tiempo en que él ocupaba la rectoría de la Pontificia Universidad Lateranense.
German Moscheebauten: "Jeden einzelnen Fall analysieren"
Feb 11, 2009
Patriarch von Venedig, Kardinal Angelo Scola, für individuelle Kriterien im Hinblick auf den Bau islamischer Gotteshäuser in Westeuropa

Rom, 23.1.09 (KAP) Im Hinblick auf die Diskussionen um Moscheebauten in Westeuropa sei es notwendig, "die Demut und den Mut" zu haben, jeden Fall einzeln zu bewerten und sich nicht an "abstrakte Generalregeln" zu halten: Dies betonte der Patriarch von Venedig, Kardinal Angelo Scola, in Genua am Rande eines Symposions über "Laizität und Religionsfreiheit". An dem Symposion, das in der Kathedrale stattfand, nahm auch der Erzbischof von Genua (und Vorsitzende der Italienischen Bischofskonferenz/CEI), Kardinal Angelo Bagnasco, teil.

Im Gespräch mit Journalisten sagte Kardinal Scola zu den Diskussionen über den Bau einer Moschee in Genua, dass diese Frage "mit Ruhe" angegangen werden müsse. Zweifellos sehe die italienische Verfassung vor, dass die Religionsfreiheit auch die Kultfreiheit und damit die Freiheit zur Errichtung von Gotteshäusern umfasst. Trotzdem müsse man immer jeden einzelnen Fall sehen. Es sei notwendig, auch die Proportion zwischen der religiösen Gemeinde und den Dimensionen des geplanten Gotteshauses zu beachten. Wenn eine entsprechende Gemeinde vorhanden sei und das Bauprojekt Geschichte und Tradition entspreche, könne es keine Bedenken geben.

Kardinal Scola bemüht sich auf dem Hintergrund der venezianischen Geschichte besonders um den Dialog zwischen Christentum und Islam. Im September 2004 begründete er das internationale Studien- und Forschungszentrum "Oasis" (C.I.S.R.O.), das u.a. auf italienisch und in verschiedenen nahöstlichen Sprachen eine gleichnamige wissenschaftliche Zeitschrift herausgibt.
Italian Il Patriarca invita tutti alla preghiera per Eluana
Feb 09, 2009
Sabato 7 febbraio, al termine dei lavori della Scuola di Metodo, che periodicamente riunisce oltre 300 persone, sacerdoti e laici, rappresentanti di tutte le parrocchie e delle realtà aggregative del Patriarcato di Venezia, il card. Angelo Scola ha dichiarato:

“Come Patriarca di Venezia e presidente della Conferenza Episcopale Triveneta, vorrei invitare voi tutti e, attraverso di voi, tutti i fedeli, le parrocchie, le aggregazioni laicali che rappresentate, ad una preghiera straordinaria per la vita di Eluana Englaro.

Può essere la preghiera dell’intenzione della Messa, quella dei vespri, il rosario; può essere personale, in famiglia, in comunità; può assumere una forma pubblica ed ordinata. A questo momento di preghiera per la vita di Eluana Englaro dobbiamo invitare tutti.

Sul motivo di questo invito vorrei dire una parola, perché in questo caso, in una società plurale come la nostra, la preghiera deve essere pubblicamente motivata nella sua intenzione e nella sua ragione.

Il Presidente dei Vescovi italiani, il card. Angelo Bagnasco, ha più volte sostenuto – e faccio mia completamente questa affermazione - che in una società tesa alla vita buona - tanto più in una società plurale che anche su tematiche brucianti come l’inizio e la fine della vita conosce un’accesa dialettica e un confronto serrato - è doveroso sostenere sempre il favor vitae.

Essere sempre “a favore della vita” è sommamente ragionevole per qualunque soggetto.

La vicenda di Eluana Englaro non riguarda più solo lei, la sua mamma ed il suo papà - del cui dolore noi abbiamo pieno rispetto e nella cui coscienza ovviamente ci guardiamo bene dall’entrare - perché ha assunto una dimensione pubblica circa uno dei beni fondamentali della vita comune. Questo bene fondamentale è che cosa sia la vita, cosa sia il diritto alla vita e quando si giunga alla fine della vita.

Ribadisco che è ragionevole in una società plurale essere sempre a favore della vita, indipendentemente, oserei dire, dalle motivazioni ultime per cui uno sceglie questo favor vitae. Finché esiste anche solo una minima frazione di dubbio che una persona sia viva, bisogna essere a favore della vita. L’alimentazione e l’idratazione non sono una terapia. Nessuno oggi può, in maniera scientifica e radicale, negare questo dato. Quindi per noi è doveroso che non si interrompano l’alimentazione e l’idratazione di Eluana.

È un modo per affermare la dignità della persona.

Proporre questo bene e tutelarlo pubblicamente con energia è un modo costruttivo di partecipare all’edificazione della vita buona di una società civile plurale quale è l’Italia di oggi. Non lede il diritto di nessuno. Contribuisce al bene di tutti i cittadini e a far riflettere tutti.

La preghiera, e la preghiera a Maria in modo particolare, tocchi il cuore degli italiani ormai tutti coinvolti in questa dolorosa vicenda, affinché la vita di Eluana sia garantita. La potenza di Dio è sempre efficace nel mutare i cuori e le menti di noi uomini.

È un impegno che vi affido perché lo portiate nelle vostre comunità.
Italian Il cardinale Scola: si deve riscoprire il "capitale umano" per uscire dalla crisi
Feb 08, 2009

“La crisi economica deve portare a riscoprire l'autentico valore del capitale umano”. “La crisi economico-finanziaria può trasformarsi in un'occasione per uno scatto virtuoso di ciascuno di noi, accompagnato da una maggiore passione per la costruzione comune e realista della buona vita e del buon governo”. E’ quanto scrive il Patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, nell'editoriale dell'edizione di gennaio della Rivista Humanitas (www.humanitas.cl) della Pontificia Università Cattolica del Cile. Il porporato – rende noto l’agenzia Zenit - sottolinea che “la crisi finanziaria mostra chiaramente l'esistenza di una certa involuzione antropologica ed etica, almeno nelle società avanzate”. Secondo il modello che ha prevalso fino a questo momento, “l'orizzonte della convivenza umana si centra sul presente a scapito del futuro e si preferisce l'effimero al duraturo, l'anonimo al personalizzato, l'individuale al comunitario”. “Sono questi – aggiunge - gli ambiti che dovrebbero essere oggetto di riflessione da parte di chi è impegnato personalmente nel mondo imprenditoriale, che affonda le proprie radici nella solida tradizione familiare e lavorativa, in cui è evidente il peso dell'esperienza comunitaria cristiana”. Il cardinale ribadisce anche l'importanza di incrementare il valore della prospettiva umana nelle relazioni economiche: “Nella crisi attuale, 'Stato e mercato' continuano a essere espressione di costituzione della società e della sua tradizione e del carattere attuale delle relazioni sociali”. “Quanto alle imprese – spiega – la crisi deve spingerle a un maggiore riconoscimento del peso del capitale umano”. Il cardinale Scola si chiede anche il senso dell'intervento statale in questa situazione storica. “Con la crisi – osserva il porporato - abbiamo sicuramente bisogno di 'più Stato', ma ne abbiamo bisogno per salvaguardare la società civile. Si pone indubbiamente un problema di efficienza, ma con un imprescindibile aspetto etico di equità”. Parallelamente, constata che “la Dottrina Sociale della Chiesa segnala instancabilmente la preponderanza della società civile anche in ambito economico”. Per questo, sottolinea che “nella congiuntura storica attuale, l'intervento dello Stato ha un carattere soprattutto d'emergenza, necessario per spezzare la catena della crisi”.
Italian L'intervento del cardinale Scola alla plenaria del Pontificio Consiglio per i laici
Nov 25, 2008

La Chiesa vive la sua caratteristica dimensione secolare col coraggio semplice di essere Popolo di Dio che attraversa la storia. Lo ha detto il cardinale patriarca di Venezia, Angelo Scola, nel corso del suo intervento dal titolo: “La teologia del laicato alla luce dell'ecclesiologia di comunione: l'identità del fedele laico”, in occasione della XXIII Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per i laici, che si è conclusa domenica a Roma. Ci riferisce Benedetta Capelli:


“L'identità del fedele laico rispecchia la natura ellittica della Chiesa”. Parte da questo assunto la riflessione del cardinale Scola che precisa quali sono i due fuochi che la definiscono: “In relazione a Cristo e alla sua missione e in relazione al mondo, nel quale è immersa e a cui è continuamente inviata”. “Una polarità – aggiunge – che non altera l’unità e l’identità del mistero della Chiesa” che vive “la sua caratteristica dimensione secolare senza venir meno alla sua identità formale”. Riprendendo il discorso alla Curia Romana di Benedetto XVI, il 22 dicembre 2005, il patriarca di Venezia ricorda la definizione di Chiesa da parte del Papa:“Un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino”.


Pertanto “appare una strada privilegiata per riconoscere l’arricchimento della fede nella sua dimensione soggettiva – evidenzia il porporato - indicare i contenuti precisi della dimensione secolare della Chiesa e della specifica indole secolare dei fedeli laici”. Il cardinale Scola mette poi in guardia da “due visioni distorte del rapporto Chiesa-mondo”; la prima è definita di “cripto-diaspora” e riduce la fede ad una dimensione di persona, rinunciando ad “assumere fino in fondo il rapporto col mondo come uno dei fuochi dell'ellisse della Chiesa”. L’altra è la visione che riduce la fede cristiana a religione civile o a “mero cemento etico” e che fa del rapporto con il mondo “il centro dell’identità della Chiesa perdendo irrimediabilmente di vista l'originario fuoco cristologico”.


“Per evitare questi due rischi – precisa il porporato - occorre pensare in modo conveniente la dimensione secolare della Chiesa e l'indole secolare propria dei fedeli laici”. Così, il cardinale Scola ricorda che “la Chiesa vive la sua caratteristica dimensione secolare col coraggio semplice di essere Popolo di Dio che attraversa la storia, tutta la storia, testimoniando la bellezza dell'evento integrale di Gesù Cristo che, nella forma della comunione, ci apre alla salvezza eterna donandoci come caparra il centuplo quaggiù”.


In questa direzione il patriarca di Venezia evidenzia “la necessità di vivere e annunciare i misteri cristiani in tutte le loro implicazioni”. Misteri cristiani che rappresentano “il fondamento vivificante di tutto il reale – in ultima analisi la Santissima Trinità – che si comunica alla nostra libertà finita”. “In termini concreti – semplifica il porporato citando ancora l’allora cardinale Ratzinger - quando la fede dice all'uomo chi egli è e come deve incominciare a essere uomo, la fede crea cultura. La fede è essa stessa cultura”. E’ dunque “la comunità cristiana come tale ad annunciare integralmente i misteri della fede – conclude - giungendo fino alle loro implicazioni antropologiche, sociali e cosmologiche”.
Italian Il cardinale Scola: dal Sinodo è emersa la necessità di approfondire il rapporto tra Dio che parla, la Persona di Cristo, la Parola di Dio, la Tradizione e la Scrittura.
Oct 26, 2008

Il Sinodo dei Vescovi sulla Parola nella vita e nella missione della Chiesa si è dunque concluso. Ieri - lo ricordiamo - sono state votate le proposizioni finali ed il Papa ha autorizzato la pubblicazione di una loro bozza in lingua italiana. Si tratta di 55 Proposizioni, due in più rispetto alle 53 presentate nella bozza iniziale. I suggerimenti aggiunti riguardano la lettura patristica della Scrittura e il rapporto tra la Parola di Dio e i presbiteri. Su queste indicazioni si sofferma al microfono di Isabella Piro, il cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia:

R. – Penso che si sia vista la grande importanza di immergersi nella grande epoca patristica nella quale realmente l’evento di Gesù Cristo, testimoniato dalla Tradizione della Scrittura, è l’orizzonte pieno entro il quale veniva vissuta tutta la Liturgia, tutta la vita cristiana. E quindi, da questo punto di vista, il riferimento ai Padri è un paradigma fondamentale. Per quanto riguarda i sacerdoti, la grande centralità della celebrazione eucaristica, in modo particolare della proclamazione della Parola e di Dio e dell’omelia, ha fatto emergere questo invito pressante ad un paragone quotidiano vissuto nella Chiesa, personalmente e comunitariamente, con l’avvenimento di Gesù Cristo che si testimonia nella Parola di Dio, autenticamente documentata nella Tradizione delle Scritture e interpretata dal Magistero.

D. – Il testo contiene anche un appello agli agenti di vita pubblica e sociale perché guardino alla Dottrina sociale della Chiesa …

R. – C’è stato un grande sforzo in questo Sinodo di mantenere in unità questo tema decisivo e delicato per la vita della Chiesa, con tutti gli aspetti della vita cristiana. Ciò che è difficile, soprattutto in questa epoca, è evitare la frammentarietà. Noi tutti siamo esposti ad un grande rischio di frammentazione e allora spesse volte, anche nel nostro modo di vivere la vita cristiana, sia personale sia comunitaria, tendiamo ad accentuare un aspetto, magari esagerandolo a scapito di altri. Quindi ci sono molte proposizioni che cercano di equilibrare la dimensione della Parola di Dio con la Liturgia, con la catechesi, con la dottrina sociale, con l’impegno di carità, con la missione, con la cultura perché tutti gli aspetti della vita cristiana che consentono al soggetto di esprimersi in maniera armonica, siano presi in considerazione in gerarchia e in modo equilibrato.

D. – E’ stato ribadito più volte il legame tra Parola di Dio ed Eucaristia, quindi il legame tra l’attuale Sinodo e quello del 2005 …

R. – Questo è un aspetto decisivo, perché la Liturgia – e in modo particolare l’Eucaristia e la Liturgia delle Ore – è il modo più immediato, forte e diretto, in cui si incontra la Parola di Dio, come l’episodio paradigmatico dell’incontro di Gesù con i due discepoli di Emmaus documenta e testimonia.

D. – Un Sinodo sulla Parola di Dio è un Sinodo molto vicino ai fedeli. Come aiutarli a vivere veramente nella vita quotidiana il Verbo divino?

R. – Questa è stata una delle grandi preoccupazioni di questo Sinodo, che è emersa soprattutto nella prima parte delle proposizioni, quando si è cercato di mettere a fuoco il rapporto molto stretto che esiste tra la Persona di Cristo, la Tradizione, la Sacra Scrittura; Persona che va incontrata dentro la realtà della Chiesa, vissuta liturgicamente, portata nella vita attraverso una meditazione orante della stessa Sacra Scrittura. Questa preoccupazione deve essere – a mio modo di vedere – l’inizio anche di una seconda, nuova fase dopo la grande Costituzione conciliare “Dei Verbum”, nel vivere questa dimensione così capitale nelle nostre comunità, nelle nostre chiese. E’ auspicabile che incominci un lavoro di revisione perché si dia un’intensificazione nel modo di rapportarsi alla Parola di Dio, che ha bisogno della consistenza del soggetto comunitario. Infatti, bisogna leggere con la mente e con il cuore i Sacri Testi, e per questo bisogna che la comunione sia sperimentata e vissuta, che questa lettura sia una lettura orante, che la Liturgia nell’unità con l’Eucaristia la documenti e la manifesti. Quindi, io credo che ci sarà un grande ed affascinante lavoro da compiere nelle nostre comunità.

D. – Se lei dovesse tracciare un primo bilancio di questo Sinodo, cosa direbbe?

R. – Direi che sono contento. Era un Sinodo molto difficile; io ho vissuto come relatore generale il Sinodo sull’Eucaristia che presentò a prima vista problemi concreti. Questo Sinodo sembrava – come dire – più ovvio, più scontato, perché realmente in questi 40 anni l’approccio alla Parola di Dio nella Chiesa si è molto diffuso. Ma si è visto, come le prime proposizioni dimostrano, che c’è una grande necessità di approfondire meglio il rapporto tra Dio che parla, la Persona di Cristo, la Parola di Dio, la Tradizione, la Scrittura, e di spiegare bene ai fedeli le diverse articolazioni. E poi, c’è un lavoro di orientamento pastorale pratico, nel quale emergono le grandi ricchezze di esperienza delle diverse Chiese. Quindi, io sono contento del risultato che si sta ottenendo, proprio perché era un Sinodo molto impegnativo. In fondo, se questo tema è un tema che è vivo nella Chiesa dall’inizio, da 2000 anni, è fuori dubbio che è solo dopo il Concilio che noi ci siamo coinvolti e quindi, tutto sommato, si può dire – per un certo verso – che è un tema giovane.

D. – E qual è quindi l’auspicio che venga fuori da tutto ciò?

R. – Io credo che l’auspicio sia che la Chiesa, in forza di questa ri-immersione nella sua profonda identità, sia sempre più testimone della bellezza e della convenienza della sequela di Cristo, a tutti i nostri fratelli-Uomini.

Per un commento sull’Assemblea sinodale, ascoltiamo mons. Ermenegildo Manicardi, rettore dell’Almo Collegio Capranica ed esperto al Sinodo dei Vescovi, intervistato da Fabio Colagrande:

R. – L’atmosfera è stata di grandissima fiducia. Pare che l’episcopato nel mondo intero sia molto impegnato a portare il popolo di Dio ad un ascolto sempre più profondo della Parola del Signore attraverso le Scritture. E a 40 anni dalla ‘Dei Verbum’, che ha messo in luce l’importanza del dono della Bibbia fatto dal Signore alla Chiesa, c’è da rimanere contenti dei primi frutti. Sono tutti convinti che si possa fare molto di più, però lo sguardo è molto positivo per quello che si è già fatto e per le possibilità che ancora sono da esplorare. Io ho ripensato tante volte alla ‘Dei Verbum’, mentre ascoltavo i Padri, dove si sottolineava come nel passato dalla rinnovata devozione all’Eucaristia siano venuti grandi frutti; così dopo il Vaticano II sono da attendersi grandi frutti dalla accresciuta venerazione della Parola di Dio, che rimane in eterno e che ci è comunicata attraverso le Scritture.

D. – Riavvicinarsi alla Parola di Dio vuol dire favorire il dialogo ecumenico, favorire il dialogo interreligioso. E’ emerso questo dal Sinodo?

R. – Per quel che riguarda il dialogo ecumenico, è evidente che la Scrittura è una radice comune talmente forte, per cui le Chiese, le comunità cristiane più approfondiscono la Parola di Dio attraverso le scritture, più si troveranno vicine. Certamente, si tratta di approfondire le scritture non in un punto ‘zero’, ma dentro le tradizioni diverse che le Chiese hanno. Forse molto intensa è anche la percezione che sia possibile un dialogo maggiore con il popolo ebraico, con gli ebrei credenti di oggi. Esiste il documento della Pontificia commissione biblica “Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture” che è stato ripresentato con un intervento magistrale dal cardinale Vanhoye; qui c’è qualche grossa novità. Oggi c’è una consapevolezza della Chiesa cattolica molto più grande della possibilità di un’interpretazione ebraica della Scrittura, che ha una sua legittimità e che è molto interessante anche per i credenti. Oggi noi ci percepiamo con più chiarezza in continuità con il popolo ebraico. Il dato della continuità è di estrema importanza. Al Sinodo è stato ripetuto più volte che Gesù è ebreo e che la terra d’Israele è la terra nativa del cristianesimo. Quindi, rendere più forte questo rapporto permette a noi di essere anche in comunione più forte con i nostri fratelli maggiori.
Italian Il cardinale Scola: siamo condannati al dialogo con i musulmani
Oct 23, 2008
CITTÀ DEL VATICANO (22 ottobre) - «Siamo “condannati” al dialogo con l'Islam, si tratta di un processo storico che non chiede il permesso, che può essere orientato ma non evitato», un dialogo che andrà fatto «con gli Islam di popolo» più rappresentativi dei «moderati», che parlano solo a nome di se stessi.

È quanto ha detto questa mattina il Patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, conversando con alcuni giornalisti all'uscita dai lavori del sinodo in corso in Vaticano. «Io lo chiamo un processo di meticciato di civiltà, questo - la si può mettere come si vuole - ci “condanna” al dialogo, non è un fatto che si può superare». «Secondo me il dialogo - ha poi aggiunto il cardinale Scola - deve avere due basi: primo la conoscenza “degli Islam”, così come da parte loro si deve avere la conoscenza del cristianesimo della nostra storia e tradizione. E questa conoscenza si effettua privilegiando, nel dialogo, l'Islam di popolo». Quindi il porporato ha delineato una strategia per questo dialogo: «Per me una strada per noi cristiani, molto efficace, è quella di passare attraverso i cristiani che vivono nei Paesi a maggioranza musulmana».

Scola ha fatto riferimento al lavoro che sta svolgendo con la rivista Oasis da lui promossa. «Questo processo si sta rivelando molto fecondo - ha detto - perché i nostri cristiani conoscono l'arabo, spesso erano sul posto prima dei musulmani, vivono in una situazione nella quale pagano duramente di persona e ci offrono degli spazi di realismo importante. Realismo di cui noi europei abbiamo molto bisogno perché il futuro del nostro rapporto con l'Islam passerà sempre di più attraverso l'Europa». In merito a quali interlocutori privilegiare nel mondo musulmano, il cardinale ha precisato: «Io lo reputo il dialogo più vicino con gli Islam di popolo: non mi piace la distinzione fra moderati e fondamentalisti, è evidente che i fondamentalisti sbagliano, ma i moderati rappresentano solo se stessi. Sentire parlare per esempio i nostri cristiani indonesiani, in un Paese che è il più grande paese islamico del mondo, è molto diverso rispetto a quanto accade nei Paesi arabi. O in Kosovo piuttosto che nello stesso Bangladesh. Bisogna avere l'umiltà di sapere che dobbiamo conoscere».
Italian Il cardinale Scola ricorda Papa Luciani a 30 anni dalla sua morte
Sept 30, 2008
“Anni complessi”, della contestazione anche ecclesiale, e “anni difficili perché segnati da circostanze nuove” e “di problematica decifrazione”.

(Radio Vaticana, 27/09/2008) Così il patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, ha definito il periodo del ministero patriarcale che Albino Luciani ha svolto nella diocesi dalla fine del 1969 all’agosto 1978. Intervenuto questo pomeriggio nel capoluogo lagunare al convegno internazionale “Albino Luciani dal Veneto al mondo”, promosso in occasione del 30.mo anniversario della morte del futuro Giovanni Paolo I, che ricorre domani, il cardinale Scola si è soffermato su una difficile vicenda di cui l’allora patriarca fu protagonista. “Nella sua qualità di pastore della Chiesa veneziana e di figura eminente della Chiesa italiana – ha spiegato il porporato - Luciani dovette sovente esporsi. Fu soprattutto nell’aprile del 1974, in occasione del referendum sul divorzio, che prese posizione non nominando un successore all’assistente della FUCI che si era dimesso, e sciogliendo la Comunità studentesca di San Trovaso che si era pronunciata a favore del mantenimento della legge”. Egli “non tollerò che si esprimessero pubblicamente contro la dichiarazione ufficiale dei vescovi italiani sul referendum”, e “si produsse in tal modo una «significativa frattura» che certamente segnò gli anni successivi della vita diocesana”. Per il cardinale Scola, le scelte dell’allora patriarca “furono dettate dall’amorevole cura del pastore”. A caratterizzarlo era, per il porporato, “un affettivo ed effettivo senso di appartenenza alla Chiesa vissuto con profonda gratitudine” e “un’acuta consapevolezza della natura missionaria del popolo di Dio”. Per il patriarca Albino era l’evangelizzazione “il compito prioritario della Chiesa”, e ciò richiedeva che essa fosse “particolarmente attenta alla realtà storicamente determinata dell’uomo” e affrontasse “con grande equilibrio” il “rapporto con il potere politico”. “La Chiesa deve insegnare, anche con i fatti, che l’autorità civile va rispettata – affermava -, ma nello stesso tempo deve denunciarne gli eventuali abusi”: queste riflessioni dell’allora patriarca, secondo il cardinale “sembrano in qualche modo anticipare i contenuti della III Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi del 1974” e “la conseguente, insuperata Esortazione apostolica di Paolo VI Evangelii Nuntiandi”. “Appartenenza ecclesiale e coscienza missionaria – ha concluso il patriarca di Venezia - vissute come l’esito, non privo di dramma, di due virtù che il Servo di Dio esercitò in modo eccellente: l’umiltà e l’obbedienza”.
German „Es liegt an uns, sein Zeugnis als Vermächtnis weiterzutragen“
Sept 05, 2008
Predigt des Patriarchen von Venedig beim Beerdigungsgottesdienst für Bischof Egger.

ROM, 22. August 2008 (ZENIT.org).- Wir veröffentlichen die Predigt, die Kardinal Angelo Scola gestern, Donnerstag, beim Beerdingungsgottesdienst für den am Samstag verstorbenen Bischof von Brixen, Wilhelm Egger, im Dom zu Brixen gehalten hat.

Der Kardinal betonte, dass die Erschütterung über den plötzlichen Tod von Bischof Egger nicht das letzte Wort sei. „Der Tod hat unseren geliebten Bischof überrascht, aber er hat ihn uns nicht entrissen, um ihn gleichsam ins Nichts aufzulösen. Das lehrt uns sein Glaubenszeugnis, das jene unbedingte Verbindlichkeit kannte – bis zum Tod. Es liegt an uns, sein Zeugnis als Vermächtnis weiterzutragen, ihm, der bereits im Jenseits ist, in Gemeinschaft verbunden durch unseren eigenen tatkräftigen Glauben.“

***

„Jetzt ist meine Seele erschüttert“ (Joh 12, 27). Wie uns dieser schmerzlichen Erfahrung entziehen, die Jesus selbst im Garten Getsemani durchlebt hat, wie uns ihr entziehen, angesichts des Todes, der unseren geliebten Bruder, Bischof Wilhelm, aus seinem irdischen Leben gerissen hat.?

Er war voll Leben: er hat den Aufenthalt Papst Benedikts als Geschenk empfunden und es war für alle offensichtlich, dass er sich darüber ganz unbändig, wie ein Kind gefreut hat. Beim Angelus Gebet am Sonntag, 10. August, haben wir uns umarmt. In seinem strahlenden Blick spiegelten sich die Empfindungen von euch allen wider, der Bevölkerung dieses herrlichen Landes. Es waren in diesem Blick Würde und Hochherzigkeit eingeschrieben, Früchte aus der prägenden Erfahrung einer reichen, wenn auch nicht selten leidvollen  Geschichte, die sich fähig erweist, Einheit zu stiften zwischen verschiedenen Völkern, Traditionen und Kulturen.

Trotzdem, Erschütterung ist nicht das letzte Wort, das wir angesichts der Beklemmung, die in dieser Stunde unser Herz gefangen hält, sagen können. Es steckt noch Tieferes im  Schmerz, der uns alle zeichnet, in besonderer Weise den Bruder und Mitbruder des Verstorbenen, die Angehörigen und Verwandten, das Presbyterium und das ganze Gottesvolk dieser Kirche von Bozen-Brixen.

Davon spricht aber eindringlich der Apostel Paulus in seinem Brief an die Römer, wenn er sagt: „Sind wir nun mit Christus gestorben, so glauben wir, dass wir auch mit ihm leben werden“ (2.Lesung, Röm. 6,8). Wir werden mit ihm leben: Er, der von den Toten auferweckt, nicht mehr stirbt, gibt uns diese Gewissheit. Und an diesem Leben des Auferstandenen hat unser so geliebter Bischof Wilhelm gewissermaßen schon Anteil.

Denn die Herrlichkeit, um die Jesus den Vater bittet (vgl. Joh 12, 28) und die der Vater ihm bezeugt, besteht ja darin, für immer mit IHM Gemeinschaft zu haben, im lebendigen Herzen der heiligsten Dreifaltigkeit, wo der Auferstandene mit seiner Mutter Maria schon mit ihrem wahren Leib leben. Dort wo ER ist, Christus der Auferstandene, dort wird auch sein Diener sein (vgl. Evangelium Joh 23, 26).

„Er beseitigt den Tod für immer. Gott, der Herr, wischt die Tränen ab von jedem Gesicht“ (1. Lesung, Jes 25, 8). Liebe Gläubige, die Verheißung des Propheten ist nicht billige Vertröstung, um die Angst vor dem Tod zu vertreiben. Wenn wir immer wieder zueinander sagen, dass wir unseren geliebten Bischof wiedersehen werden, dass wir immer mit ihm sein werden, zusammen mit dem auferstandenen Herrn, dann sprechen wir gleichzeitig von der sicheren Hoffnung, die in dieser Stunde alle Glieder der Kirche von Bozen Brixen erfüllt. Eine Hoffnung, die aus dem lebendigen Glauben kommt, den uns unser geliebter Bischof verkündet hat, vor allem durch sein Beispiel, das er bewusst und entschieden sein ganzes Leben lang gegeben hat.

Er hat jene Verpflichtung, die er bei seiner Bischofsweihe eingegangen war, voll in die Tat umgesetzt. Wie es der Weiheritus vorsieht, hatte ihn sein Vorgänger Joseph Gargitter gefragt: „Lieber Mitbruder, bist du bereit, mit der Gnade des Heiligen Geistes bis zum Tod in dem Amt zu dienen, das von den Aposteln auf uns gekommen ist und das wir dir heute durch Handauflegung übertragen?“ Der noch junge Bischof Wilhelm hatte geantwortet: „Ich bin bereit.“ Und er war sich bei dieser Antwort sehr wohl bewusst, welch tiefer Ernst in dem Ausdruck „bis zum Tod“ steckte.

Es wird sicher noch andere Gelegenheiten geben, das gesamte Wirken des Verstorbenen in seinem Dienst als Bischof zu würdigen. Es war geprägt von einer tiefen und lebendigen Verwurzelung im Wort Gottes und von der liebevollen Hirtensorge für das ihm anvertraute Gottesvolk.

Der Tod hat unseren geliebten Bischof überrascht, aber er hat ihn uns nicht entrissen, um ihn gleichsam ins Nichts aufzulösen. Das lehrt uns sein Glaubenszeugnis, das jene unbedingte Verbindlichkeit kannte – bis zum Tod. Es liegt an uns, sein Zeugnis als Vermächtnis weiterzutragen, ihm, der bereits im Jenseits ist, in Gemeinschaft verbunden durch unseren eigenen tatkräftigen Glauben.    

Dazu fordert uns nochmals und in unzweideutiger Weise der Apostel in seinem Brief an die Römer auf - er lässt uns keine Ausflucht: „Wir wurden mit ihm begraben durch die Taufe auf den Tod; und wie Christus durch die Herrlichkeit des Vaters von den Toten auferweckt wurde, so sollen auch wir als neue Menschen leben“ (2. Lesung, Röm 6,4).

Möge aus der Wunde, die dieser plötzliche und frühe Tod und geschlagen hat, jenes Wissen des Glaubens hervorbrechen, an das Paulus die Römer erinnert. Wir sind berufen, uns in allen alltäglichen Äußerungen unseres Lebens zu verwandeln. Der Auferstandene fordert uns heraus, als neue Menschen zu leben. Wenn wir uns der Macht des Auferstandenen ganz anheim geben, sind wir nicht mehr Sklaven der Sünde, müssen wir nicht mehr sündigen.

Herr, wir möchten ein lebendiges Opfer sein, das dir wohlgefällt. Unser geliebter Bischof hat uns dazu den Weg gewiesen. Sein unerwarteter Tod hat unser Herzen tief verwundet. Wir suchen heute Zuflucht bei jenem großen Paradox aus dem Johannesevangelium: „Wer an seinem Leben hängt, verliert es, wer aber sein Leben in dieser Welt gering achtet, wird es bewahren bis ins ewige Leben“ (Evangelium, Joh 12, 25).

Wird uns, o Herr, dieser Auftrag gelingen, wir, die wir jeden Tag alles tun, um dieses Leben nicht zu verlieren? Wird es uns gelingen, uns in Liebe unseren Verpflichtungen hinzugeben in Ehe und Familie, bei der Erziehung unserer Kinder, in der Arbeitswelt, immer im Blick auf das ewige Leben, in das unser geliebter Bischof schon eingegangen ist? Werden wir in der Lage sein, uns allen unseren Mitmenschen in den verschiedenen Situationen des Lebens immer uns als Frauen und Männer zu zeigen, die im Glauben überzeugt sind, dass der Tod keine Macht mehr über sie hat?

Die innige Gemeinschaft mit unserem verstorbenen Bischof Wilhelm, die wir erfahren, wenn wir für ihn beten und ihn um seine Fürsprache bitten, ist Gabe und Aufgabe zugleich. Die Menschheit, heute oft verwirrt und doch voll Sehnsucht, wartet auf unser Zeugnis.

So kann sich unsere Trauer schon jetzt, und wir spüren es bereits, in Freude verwandeln, gemäß jenem geradezu schwindelerregenden Wort des Apostels Paulus: „uns wird Leid zugefügt, und doch sind wir jederzeit fröhlich“ (2Kor 6, 10).

[Von der Diözese Bozen-Brixen übermitteltes deutsches Original; Kardinal Scola hielt die Predigt in deutscher, italienischer und ladinischer Sprache]
Italian Il cardinale Scola: la famiglia, risorsa decisiva per l’intera società
Jul 21, 2008
"La famiglia è in se stessa la prima forma di società”. Così ieri il cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, nel corso dell’omelia in occasione della Festa del Santissimo Redentore.

(Radio Vaticana, 20/07/2008) Il Patriarca, rivolgendosi ai fedeli, ha tenuto una lunga riflessione sulle difficoltà della famiglia italiana di oggi definita però una “risorsa decisiva per il progresso dell’intera società”. Il porporato ha evidenziato come in Italia è esiguo il numero delle coppie che scelgono di formare una famiglia al di fuori del vincolo del matrimonio, e come il tasso di divorzio è tra i più bassi d’Europa. Sottolineando poi il valore della famiglia come “luogo educativo” e “la via privilegiata per cogliere e sviluppare la propria identità personale, il cardinale Scola ha evidenziato come “fino ad oggi la forza della famiglia ha compensato la spinta destabilizzante di scelte compiute a livello politico sociale in un’ottica prettamente individualistica”. Proprio su questo punto, il porporato ha ribadito la necessità di favorire il nucleo famigliare nel suo “ruolo sociale”. “Essa – ha detto il Patriarca di Venezia - è il luogo normale della soddisfazione dei bisogni elementari dei suoi membri, anche attraverso il godimento dei beni e dei servizi che vi vengono autoprodotti”. Il cardinale ha evidenziato l’importanza del lavoro femminile e della famiglia come “luogo di cura dei piccoli, degli anziani”, pertanto “il suo ruolo economico” deve essere compreso e valorizzato. “E’ urgente – ha detto il porporato - che lo Stato e le istituzioni pubbliche comprendano quali sono le strategie più opportune per tutelare e promuovere la famiglia”. “Un’autentica politica familiare – ha continuato - non va confusa con una generica politica di lotta alla povertà. Deve essere un insieme interconnesso d’interventi, in cui la coerenza è garantita dal fatto che l’obiettivo finale è il potenziamento delle relazioni familiari tra i sessi e le generazioni”. Sono due i campi di intervento indicati dal porporato: l’equità fiscale e la conciliazione tra famiglia e lavoro. Sottolineando l’importanza di un “fisco a misura di famiglia”, il cardinale ha affermato che una buona politica famigliare costituisce “una misura estremamente efficace nella prevenzione della povertà, facendo contribuire ciascuno secondo le reali disponibilità economiche, ma lasciando alle persone e alle famiglie risorse sufficienti per rispondere in modo libero e responsabile ai propri bisogni”. Urgente poi “un ampio ripensamento culturale a partire dal riconoscimento delle reciproche implicazioni delle due sfere di vita: famiglia e lavoro”. L’ultima parte della riflessione del Patriarca di Venezia è stata poi dedicata ad un importante interrogativo: a quale famiglia si fa riferimento? “L’aggettivo ‘famigliare’- ha aggiunto il cardinal Scola - deve essere sempre riferito ad un nucleo di coniugi, anche separati, con i propri figli. Solo così - ha continuato - appare chiaro il duplice intreccio tra sessi e generazioni che costituisce l’autentica famiglia. Quindi una valorizzazione dell’istituto matrimoniale è imprescindibile se si vuol perseguire il bene della famiglia quale cellula costitutiva della società”. Certo è che la stessa famiglia “non può pretendere di essere la risposta esauriente e definitiva alla domanda di salvezza che abita il cuore degli uomini”. Promuovendo la famiglia fondata sul matrimonio indissolubile tra l’uomo e la donna e aperta alla vita, ha aggiunto il cardinale Scola, umilmente la Chiesa continua a perseguire il mandato del Suo fondatore. “Il Vangelo della famiglia e della vita - ha concluso - è infatti il cuore del Vangelo del Dio incarnato”.(B.C.)
Italian Politiche per la famiglia. Il governo deve fare molto di più
Jul 20, 2008
Il Patriarca di Venezia: cambiare la legge sull'aborto, non si può stare fermi.

(corriere.it, 20 luglio 2008) Angelo Scola, patriarca di Venezia, uomo tra i più vicini a Wojtyla e Ratzinger, è al lavoro nella sua stanza in Patriarcato, tra le targhe che ricordano i predecessori Roncalli e Luciani. Oggi, nel discorso del Redentore, affronterà il tema della famiglia, anche sotto l'aspetto economico e politico. «Una società che si va facendo sempre più liquida ha bisogno di qualcosa di solido. La famiglia in Italia è un fattore decisivo di solidità. Se poi viene riconosciuta come un capitale sociale, rappresenta un elemento importante su cui far leva per la vita buona; in senso morale ma anche economico. Per questo la politica e il governo devono fare di più, molto di più».

Patriarca, la famiglia sembra essere anche in Italia vittima della secolarizzazione.
«La secolarizzazione non è la stessa in tutti i paesi. In Italia non è come in Germania, in Francia o in Spagna. Uno dei fattori che fa la differenza è proprio la famiglia. Lo dimostrano i dati Istat e Censis: l'indice di divorzio in Italia è tra i più bassi d'Europa; le convivenze quasi sempre sfociano nel matrimonio; quando indica le aspettative primarie della vita, la donna, che oggi lavora di più, mette al centro il matrimonio e la maternità. Più della metà delle famiglie ospita in casa un genitore anziano, nel 90% di esse ci si trova a mangiare insieme almeno una volta la settimana. La cura che i nonni hanno dei nipoti integra un welfare che è ancora assai discutibile. Certe cose — penso alla sofferenza e alla morte — si imparano più dai nonni che dai genitori. E l'indice del dono, della gratuità, è in crescita non solo nel passaggio dai genitori ai figli, ma anche dai figli ai genitori».

I dati che lei cita sono spesso letti come segno di arretratezza, a cominciare dai giovani che restano fino all'età adulta a casa di papà.
«Credo che dobbiamo superare un concetto equivoco di progresso, per cui tutto l'inedito — e in questo clima di fluidità spesso inedito equivale a capriccioso, a non verificato — è progresso, e tutto ciò che rinnova la tradizione è conservazione. L'Italia per fortuna ha un popolo ancora sano, che si ribella a questo dualismo di stampo manicheo. Il vero progresso sa innestare il nuovo sull'antico. La famiglia è un fattore di progresso, ed è anche un attore economico molto importante, pur se spesso dimenticato. In famiglia si decide dei consumi, del reddito e del risparmio; soprattutto, la famiglia ha un grande valore economico nella formazione del capitale umano e sociale. Lo riconosce persino la Banca Mondiale, che pure è ossessionata dal family planning, dai programmi contraccettivi. In futuro questo suo ruolo sarà ancora più importante, perché un paese come il nostro non può reggere senza un'innovazione fondata su educazione, conoscenza, cultura. Questi sono dati oggettivi che, a mio parere, rendono politicamente intelligente intraprendere azioni a sostegno della famiglia. Penso soprattutto a due elementi: l'equità fiscale, e una effettiva conciliazione tra famiglia e lavoro».

La sua impressione è che in Italia la politica, al di là delle enunciazioni di principio, trascuri la famiglia?
«Sì, in Italia la politica non ha ancora fatto questo passo, di fatto rimanendo arretrata rispetto ad altri paesi. Il che è paradossale, perché la forza della famiglia è molto più rilevante da noi che altrove. Un progetto globale di sviluppo dovrebbe mettere subito in primo piano un sistema di politiche familiari avveduto. Non ridotto alla mera dimensione para-assistenziale, ma capace di valorizzare la soggettività affettiva, economica, politica ed etica della famiglia».

Che cosa dovrebbe fare il governo? Lei parla di equità fiscale. In campagna elettorale si è proposto il quoziente familiare. Ma non è stato introdotto né annunciato.
«Se si vede l'importanza educativa, sociale ed economica della famiglia, allora si capisce perché è conveniente fare una politica fiscale che la valorizzi come risorsa. Questo comporta anche un diverso modo di concepire l'economia; il fatto che negli ultimi anni si parli di più di sussidiarietà e solidarietà, e di capitale umano e sociale, è un segno positivo. Da una parte, il mondo cattolico ha trascurato troppo a lungo l'importanza del mercato. Dall'altra, non si può ridurre tutto alla sfera del mercato ma, al contrario, il mercato va inserito in una visione umana e culturale più intera e potente. Vengo dal Kenya e ho visto la tragedia della miseria e della fame nel Sud del Sahara».

Tremonti parla di crisi del mercatismo.
«Al di là del neologismo, certo il mercato è un fatto culturale, non è un fatto naturale che procede per leggi rigide ed immodificabili. È qualcosa su cui possiamo incidere. L'economia ha le sue leggi, ma la scoperta che l'economia sta facendo della famiglia mi sembra significativa. La critica al mercatismo è benvenuta. Purché ne derivi una politica conseguente».

C'è un ritardo di cultura e anche di norme?
«Certamente. Si tratta di coniugare un progetto a lungo termine con un progetto a medio termine e con uno di intervento immediato. Questo non è più procrastinabile, come molte forze sociali hanno chiesto. A me sembra che, per quanto riguarda l'equità fiscale, si debba lavorare con questa tempistica ma cominciando subito. Non mi avventuro nella traduzione tecnica di questa indicazione, mi limito a costatare un dato di fatto: da noi la famiglia più è famiglia più è penalizzata. Prevale una concezione della convivenza sociale in cui i due unici attori sono il singolo individuo, considerato come separato e come portatore di diritti e non di altrettanti doveri, e l'istituzione statuale. Come se non esistessero i corpi intermedi. Come se in mezzo non ci fosse la vita della società».

C'è qualcosa da cambiare anche in tema di divorzio?
«Innanzitutto, dovremmo avere maggior attenzione per i più deboli. I bambini avvertono moltissimo la perdita del riferimento alla coppia d'origine. Hanno un bisogno assoluto dell'unità dei differenti, del papà e della mamma. Per questo quando si fanno interventi politici o in campo economico, far prevalere la famiglia comporta il tener ferma la famiglia d'origine, anche in caso di divorzio o separazione. Questo per me, uomo di Chiesa, implica dire con chiarezza che il divorzio è e resta una ferita grave per la nostra società».

Sta dicendo che valeva la pena a suo tempo combattere la battaglia per l'abolizione del divorzio, e che questa è una battaglia che non finisce?
«Sulla questione del matrimonio, della famiglia e della vita non si può stare fermi».

Va cambiata la legge sull'aborto?
«Anzitutto la legge deve essere applicata in tutta la sua ampiezza. E su certi punti deve essere ripensata; ovviamente in maniera rispettosa della natura procedurale della nostra democrazia. Per questo una società plurale veramente laica esige che ogni soggetto non solo abbia il diritto ma senta anche il dovere di esprimere sino in fondo la propria visione delle cose».

Campagne culturali come quelle di Giuliano Ferrara sono utili o controproducenti?
«Io reputo che su questioni come l'aborto, come la vita — penso al caso Englaro —, mettersi in gioco pagando di persona sia di decisiva importanza. Al di là delle scelte tecnico-politiche, Ferrara fa opera di cultura e di civiltà. Nessuno può permettersi il lusso di non lavorare con serietà su questi temi. È bene che siano sollevati con forza».

La Chiesa è considerata in particolare sintonia con il centrodestra, guidato da leader divorziati. Sono difensori credibili della famiglia?
«In questo campo il nemico numero uno si chiama moralismo, cioè la pretesa di giudicare la verità di una proposta a partire dalla debolezza e dalla fragilità di chi la formula impancandosi a giudici. Noi preti questo lo sappiamo fin troppo bene, perché siamo uomini fragili come tutti gli altri e siamo sempre sotto tiro. Ma avere misericordia verso la fragilità non significa creare una separazione radicale tra vizi privati e pubbliche virtù. Io non credo nella doppia morale. Non penso che la moralità personale sia incidente sull'azione sociopolitica di un leader. Da questo punto di vista, rimpiango figure di politici e statisti — che tuttavia non mancano del tutto neanche oggi nel nostro paese — che hanno sempre cercato di coniugare dimensione personale e dimensione sociale della morale. Comunque alla fine chi ha una responsabilità legislativa e di governo produce atti che hanno sempre un valore pedagogico oggettivo. Non è indifferente legiferare in un modo piuttosto che nell'altro, difendere la famiglia o non farlo».

Qual è la reale dimensione della questione pedofilia tra i sacerdoti?
«Ci sono esagerazioni e manipolazioni ideologiche, anche per una certa responsabilità dei media. Detto questo, credo che quanto il Santo Padre, con coraggio estremo, ha fatto negli Stati Uniti ed ha ribadito a Sydney, sia una risposta inequivocabile. La ferita inferta ai minori in questo campo è gravissima e tradisce la testimonianza cristiana. La scelta della tolleranza zero da parte della Chiesa è una scelta drastica ma giusta».

Non le manca mai il fatto di non essersi formato una famiglia?
«Ma la verginità, nel mio caso il celibato, è un altro modo di realizzare sino in fondo la propria affettività, compresa la propria sessualità. Nella misura in cui uno è veramente chiamato e fa l'esperienza di questa forma progressiva di compimento del suo io, non vive con senso di privazione il fatto di non avere una sposa o dei figli. Io non la sento come una mancanza; eppure mi sembra di essere un uomo affettivamente equilibrato».
Spanish La libertad religiosa: un bien para toda sociedad
Jul 16, 2008
En la ciudad de Aman, capital de Jordania, se está desarrollando estos días un encuentro entre cristianos y musulmanes en torno a la Libertad Religiosa como bien social.

(Línea COPE - 25/06/08) Esta iniciativa, promovida por el Centro Internacional Oasis, fundado hace cinco años por el Cardenal Angelo Scola, es posible gracias al clima de confianza que nace cuando los hombres de credos religiosos distintos se dejan interpelar por la verdad y el bien. Y para esto nada mejor que favorecer la apertura mutua entre las comunidades cristianas que viven su fe entre musulmanes, y las comunidades musulmanas en cuyo seno viven cristianos.

Sólo de este modo, a través de la confianza recíproca, es posible comprender que la libertad religiosa, expresión suprema de la libertad personal, no es una amenaza, como tampoco una fuente de conflictos. Antes al contrario, es la máxima garantía de que la ordenación de la vida comunitaria es fruto de la búsqueda consciente de la verdad, y no se edifica a partir de ideologías impuestas, ni se construye a partir de la coacción ejercida por el poder político o religioso.

Ni el hombre puede ser obligado a actuar contra su conciencia, ni se le puede impedir que actúe conforme a ella. Éste es el anverso y el reverso de una moneda cuyo valor real no sólo desconocen los integrismos religiosos, sino también los integrismos ideológicos que, como sucede en algunas latitudes de la vieja Europa, desprecian la dimensión comunitaria de las convicciones religiosas, al tiempo que niegan la contribución positiva de la Libertad Religiosa al bien común de los pueblos.
Italian Scola accolto in Kenya: “Dalla carità nasce la giustizia”
Jul 16, 2008
La visita del Patriarca al villaggio di Ol Moran.

(IL GAZZETTINO, 15 luglio 2008) Il viaggio del patriarca Angelo Scola, in Kenya, è a tutti gli effetti un prolungamento della visita pastorale in corso di svolgimento in città. Va inquadrata in quest'ottica la trasferta del cardinale che in queste ore è nella missione di Ol Moran con il vescovo ausiliare, monsignor Beniamino Pizziol, e il nuovo direttore dell'Ufficio missionario, don Paolo Ferrazzo. Ieri, nella realtà sostenuta dalla nostra Diocesi e dove operano i nostri due sacerdoti don Giovanni Volpato e don Giacomo Basso, Scola ha celebrato messa per un migliaio di fedeli, molti dei quali provenienti dalle cappelle più lontane. «Una funzione lunga tre ore, molto intensa e tipicamente africana, con tanti canti ed altrettante danze» - sottolinea lo stesso cardinale, nell'intervista in onda stamattina, dalle 9:15 alle 10, sull'emittente Blu Radio Veneto (frequenze 88.7, 94.6, 100.05 fm). Un grande momento di festa comunitaria seguito da un veloce spuntino e dal dialogo con un centinaio di giovani sullo stile della vita cristiana. La delegazione veneziana è giunta a Nairobi cinque giorni fa e viene ospitata nel centro di spiritualità Tabor Hill della locale Diocesi di Nyahururu guidata dal vescovo d'origini padovane, monsignor Luigi Pajaro. Scola ha incontrato il clero del posto e i sette sacerdoti veneti lì presenti e, venerdì, prima di arrivare ad Ol Moran, considerata la nostra 129 esima parrocchia, s'è recato al St.Martin, struttura che ospita persone in difficoltà: disabili e emarginati. Quindi il trasferimento da don Giovanni, don Giacomo e la giovane Elisa Pozzobon. «Sono rimasto impressionato dalla crescita che la comunità ha raggiunto in qualità» spiega il cardinale, che con 300 studenti delle scuole superiori ha parlato dell'amore, prima di dialogare anche con alcuni docenti cattolici e di analizzare, sabato, la storia e l'attuale situazione pastorale del territorio con una settantina di leaders responsabili. Nel nord della Diocesi di Nyahururu c'è tensione tra le tribù dedite alla pastorizia e gli stanziali impegnati nell'agricoltura, e molte difficoltà legate all'assenza di piogge. Per Scola la faccenda capitale della fame e dell'estrema povertà che sta attanagliando l'area a sud del Sahara, ci interpella nel vivo. «Senza una condivisione dei bisogni di una chiesa come questa - evidenzia - è difficile capire che occorre essere missionari negli ambienti della nostra esistenza. Mi aspetto che questo rapporto con Nyahururu ci faccia crescere e ci aiuti a superare il modo ideologico d'affrontare questi problemi e a deciderci a dare il nostro piccolo contributo di effettiva condivisione». Secondo il patriarca non si tratta di limitarsi all'invio di qualche soldo o al soccorso provvisorio, ma è necessario tornare all'autentica concezione cristiana della vita con quest'ordine: «Dalla carità fiorisce la giustizia e dalla congiunzione tra la carità e la giustizia nasce la pace». Il viaggio prosegue in questi giorni con altri incontri e altre visite in agenda. Il rientro della delegazione è previsto venerdì, giusto in tempo per permettere a Scola di partecipare alle celebrazioni del Redentore. Sabato il cardinale inaugurerà il ponte votivo con il sindaco Massimo Cacciari, alle ore 19, mentre domenica, alla stessa ora, presiederà la messa solenne della ricorrenza. Come sempre c'è attesa per l'omelia che sarà incentrata sulla famiglia, tema che la Diocesi farà oggetto di una sorta di stati generali con tutti i soggetti interessati durante un convegno in programma in autunno.
Italian Intervista del Patriarca dal Kenya
Jul 16, 2008
Qui impariamo a vivere le dimensioni del mondo

Il racconto degli incontri più significativi e dell’intensa e partecipata messa domenicale a Ol Moran ma anche un primo bilancio del viaggio in Kenya, tuttora in corso, della delegazione della Chiesa veneziana: sono stati questi i contenuti principali dell’intervista che il Patriarca card. Angelo Scola ha rilasciato - in collegamento dall’Africa - a BluRadioVeneto (l’emittente delle diocesi di Venezia, Padova e Treviso). Ecco il testo, quasi integrale, dell’intervista.



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L’Eucaristia e la domenica a Ol Moran



E’ stata una domenica molto intensa, abbiamo concelebrato la messa per più di un migliaio di fedeli, molti dei quali provenienti dalle cappelle più lontane che sono parte della parrocchia, dopo 20/25 chilometri fatti magari a piedi già dal pomeriggio prima… Una messa molto intensa, tipicamente africana, con molti canti, molte danze ma anche con tanti intensi momenti di silenzio soprattutto durante la consacrazione. La messa è durata circa tre ore, a cui ha fatto seguito un momento d’incontro in cui vari gruppi ci hanno presentato danze e poemi da loro fatti ed è stato tutto molto intenso. Abbiamo avuto poi un incontro con un centinaio di giovani della parrocchia che sono realmente un’espressione vitale molto affascinante, i quali con i metodi loro propri, molto legati anche al canto al ritmo e alla danza, hanno detto la vita che fanno insieme e il  loro desiderio di crescere in Cristo e di testimoniarlo in tutti gli ambienti della loro esistenza.


Uno sguardo alla realtà di Ol Moran



Sono rimasto veramente impressionato dalla grande crescita che la comunità ha avuto in qualità. Realmente dobbiamo conoscere che quando si dice comunità in un contesto come questo, ed anche evidentemente per le loro grandi tradizioni, si dice una realtà che si fa visibile. Abbiamo avuto modo di incontrare due scuole superiori in un momento articolato di riflessione preparato da loro sul tema dell’amore. Partendo dal famoso sonetto di Shakespeare secondo cui “l’amore non è più tale se viene meno quando l’altro si allontana”, hanno riflettuto su un pezzo de “Il mercante di Venezia” - sempre di Shakespeare - e poi sul discorso del Santo Padre ai giovani per le GMG. C’erano più di 300 studenti presenti con domande molto profonde. Per esempio uno ha detto: perché ci chiedete un amore eterno e  per sempre se noi siamo solo creature finite? Questo è stato un incontro molto significativo a cui è seguito un incontro con i professori cattolici di queste scuole e infine ieri mattina (sabato) un incontro estremamente interessante sulla vita della parrocchia e di tutte le cappelle dipendenti con una settantina di leaders responsabili che ci hanno esposto articolatamente la storia e il presente della parrocchia. Ci hanno parlato della situazione attuale del Kenya - a livello ecclesiale, sociale e politico - e hanno illustrato le sfide principali con cui la parrocchia deve misurarsi e che, fondamentalmente, sono legate oltreché all’estrema povertà del luogo al fatto che tutta questa zona a nord della diocesi di Nyahururu - dove si trova Ol Moran - è caratterizzata in questo momento da un’insicurezza fisica molto forte soprattutto per una certa tensione tra quelli che qui vengono chiamati “pastoralisti”, cioè le tribù dedite alla pastorizia, e quelle stanziali che fanno piuttosto agricoltura. Poi devono anche fare i conti con l’aridità, con la mancanza di piogge e il raccolto che va male: sono problemi molto pratici ma che loro affrontano realmente dentro una prospettiva di fede. Ho trovato una comunità estremamente cosciente, con tanti laici responsabili  e desiderosi di andare fino in fondo alla loro vita e di prendere in mano il loro destino. Certo, la situazione di povertà estrema fa un po’ vergognare noi del Nord del pianeta e ci costringe ad affrontare diversamente da come stiamo facendo, in maniera meno ideologica, la grande questione della povertà, della fame, della giustizia e della pace nell’area a sud del Sahara.




Prime impressioni sul viaggio e cosa dice a noi questa realtà



Ci sono due risvolti, quello legato alla crescita della Chiesa cattolica in Kenya - su cui abbiamo bisogna ancora di riflettere - e poi c’è il risvolto che riguarda noi di Venezia e ci è balzato chiaro discorrendone nei momenti informali con tutti gli altri che sono qui. Per noi questo rapporto di comunione tra le chiese di Nyahururu, Padova e Venezia è decisivo per educarci a quella che abbiamo chiamato la quarta finalità della Visita pastorale e cioè la capacità di vivere le dimensioni del mondo. Io penso che senza la missione ad gentes, senza la condivisione dei bisogni di una Chiesa come questa, è molto difficile capire che dobbiamo essere missionari negli ambienti della nostra esistenza. Questo un primo aspetto... Il secondo aspetto che mi ha colpito soprattutto visitando la grande opera di Nyahururu, il St. Martin, è che qui possiamo rieducarci ad affrontare in maniera più completa e più efficace il grande problema della fame, della miseria, della pace e della giustizia in questo posto. Io mi aspetto che il nostro rapporto con Nyahururu ci faccia crescere e ci aiuti, in questo senso, a superare un modo un po’ ideologico di affrontare questi problemi e a deciderci a dare il nostro piccolo contributo di effettiva condivisione che non può essere ridotto soltanto all’invio di qualche soldo o al soccorso di qualche bisogno, non può essere una teoria generale sulla giustizia ma deve essere una condivisione di vita a partire dalla concezione cristiana dell’esistenza che va, come ha detto qui uno dei responsabili, dalla carità fino alla giustizia e alla pace ma rispettando questo ordine: dalla carità fiorisce la giustizia, dalla coniugazione tra la carità e la giustizia nasce la pace.



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Il viaggio del gruppo veneziano – che comprende anche il vescovo ausiliare mons. Beniamino Pizziol, il responsabile dell'Ufficio diocesano per la Cooperazione missionaria tra le Chiese don Paolo Ferrazzo e alcuni laici - è iniziato il 9 luglio e il rientro in Italia è previsto per venerdì prossimo. Il momento culminante - quasi una continuazione in terra d’Africa della Visita pastorale attualmente in corso nella diocesi lagunare - è stata, proprio in questo fine settimana, la tappa nella parrocchia “veneziana” di S. Marco a Ol Moran dove sono presenti due sacerdoti diocesani, don Giovanni Volpato e don Giacomo Basso, e la giovane volontaria mestrina Elisa Pozzobon. Tale viaggio era inizialmente previsto nel gennaio scorso ma allora la partenza fu sconsigliata a causa dei gravi disordini scoppiati in Kenya subito le elezioni presidenziali.



Nei giorni precedenti la delegazione veneziana ha avuto, inoltre, numerosi incontri con varie realtà locali e soprattutto con il vescovo mons. Luigi Paiaro (di origini padovane) e i sacerdoti della diocesi di Nyahururu - all'interno della quale si trova Ol Moran -  rafforzando così la profonda comunione ecclesiale esistente. In particolare, il Patriarca ha tenuto giovedì scorso al clero locale (una cinquantina di sacerdoti kenyoti più una decina di “fidei donum” provenienti dalle diocesi di Padova e Venezia) una relazione in inglese sull’esortazione apostolica ”Sacramentum caritatis”, seguita dal dibattito e da alcune domande dei sacerdoti presenti. Nel pomeriggio dello stesso giorno c’è stato quindi l’incontro specifico con i preti veneti “fidei donum”. “Un appuntamento importante per tutti noi - prosegue mons. Pizziol - perché si è cercato di capire bene la storia della presenza dei “fidei donum” in questa zona del Kenya, una presenza che va dal 1973 ad oggi. Abbiamo poi dialogato su come questa presenza è cambiata nel tempo, sulla situazione attuale e su quali possano essere le prospettive. Soprattutto è stato sottolineato lo stile di questa presenza, uno stile profondamente comunitario e che noi abbiamo accolto con grande soddisfazione perché è proprio lo stile che cerchiamo di proporre anche alle nostre comunità”.
Italian “Andate a lavorare un paio d’anni nella missione africana
Jun 30, 2008
L'’appello del Patriarca Scola ai laici della diocesiю

(Il Gazzettino di Venezia, 29 giugno 2008) «Chiedo a qualche laico, ai giovani che studiano oppure a qualche famiglia, la disponibilità ad andare a lavorare un paio di anni nella missione di Ol Moran: c'è bisogno di una mano». Il patriarca Angelo Scola ha lanciato questo appello, ieri sera, al termine della messa che ha concluso la Visita pastorale a S. Giovanni Evangelista, in via Rielta. Il cardinale tra dieci giorni volerà in Kenya per visitare la realtà in cui operano due nostri sacerdoti e una giovane volontaria che tra qualche mese rientrerà, per cui è necessario il ricambio. Di qui l'invito rivolto nella parrocchia ai bordi del parco Bissuola, dov'è tornato quattro mesi dopo la data ufficiale saltata per malattia. Ad accoglierlo una chiesa gremita (e un caldo più afoso) di fedeli guidati dal parroco don Gianni Dainese , che la settimana scorsa ha festeggiato i 50 anni di ordinazione; nelle prime file, molto folta la presenza dei bambini del Grest con la t-shirt rossa. «Elezione e vocazione sono alla base della nostra vita: Dio chiede una vita donata a Lui e, attraverso Lui, a tutti» ha detto Scola nell'omelia riprendendo Paolo ai Galati. In una comunità dov'è capillare il cammino neocatecumenale non poteva mancare un riferimento ai nuovi statuti appena approvati in Vaticano e che il patriarca ha definito "un grande dono e una grande responsabilità". Da poco tornato dal viaggio ad Amman, Scola si concede da oggi, festa dei Santi Pietro e Paolo, una breve vacanza in montagna. Con 15 sacerdoti soggiornerà fino mercoledì ad Auronzo di Cadore nella casa alpina "Domenico Savio" dei padri Salesiani ripetendo la felice esperienza dell'anno scorso.
French Rencontre en Jordanie : La Liberté religieuse, un bien social
Jun 29, 2008
Réunion à Amman du Comité scientifique du centre « Oasis »

ROME, Vendredi 27 juin 2008 (ZENIT.org) - Le comité scientifique du Centre international d'études et de recherches « Oasis » s'est réuni pendant deux jours à Amman en Jordanie. Cette rencontre, qui a lieu chaque année en juin, depuis 2004, était centrée sur le thème « la liberté religieuse : un bien pour toute société ».

Le centre Oasis, fondé il y a cinq ans par le cardinal Angelo Scola, patriarche de Venise,  a son siège dans la cité lagunaire et est « un réseau de relations voué à promouvoir la rencontre et la connaissance mutuelle entre chrétiens et musulmans » dans le monde entier, selon la propre définition du centre.

Les travaux ont été ouverts par Mgr Gabriel Richi Alberti, directeur du centre. Parmi les autres interventions, à noter, entre autres, celle du cardinal Angelo Scola, celles du prof. Nikolaus Lobkowicz, directeur de l'institut Zimos pour les études sur l'Europe centrale et orientale à l'université catholique d'Eichstätt ; de Khaled al-Jaber, professeur à l'université de Petra et auteur de plusieurs monographies sur la littérature arabe moderne et d'éditions critiques de textes classiques ; de Madame Hanna Michael Salameh Numan, membre du Forum pour la transparence en Jordanie, de la Fondation pour les archives arabes et du Centre Amman pour la paix et la croissance.

La première journée a été marquée par la présentation, dans la soirée, du Centre Our Lady of Peace, dirigé par Majdi Dayyat et dont le siège se trouve à Amman. Il s'agit de l'une des plus importantes œuvres sociales du patriarcat latin en Jordanie, qui offre des cours de différentes natures et un soutien médical gratuit aux personnes invalides, collaborant par ailleurs avec différentes institutions musulmanes.

Le deuxième jour, Mgr Selim Sayegh, depuis 1981 Vicaire patriarcal des latins pour la Jordanie, a fait un exposé sur « L'Eglise latine en Jordanie », alors que l'ancien ambassadeur du royaume hachémite en Jordanie, en Belgique, en Italie et aux Nations unies, Hasan Abu Ni'mah, a présenté le Royal Institute for Inter-faith Studies d'Amman, dont il est le directeur.

Interrogé sur le thème des travaux de leur réunion, Mgr Gabriel Richi Alberti a dit : « Nous voulons, à travers l'échange réciproque de nos expériences, approfondir le bien de la liberté religieuse pour l'édification d'une ‘bonne vie' personnelle et communautaire ».

La méthode choisie pour y arriver est « une méthode qu'Oasis pratique depuis le début, a-t-il ajouté : connaître l'expérience concrète des communautés chrétiennes dans les pays à majorité musulmane pour apprendre à dégager avec elles de nouvelles voies ».

Concernant la manière de concilier la liberté religieuse et le respect pour la tradition religieuse d'un peuple, le directeur du centre Oasis estime qu'il est important de « réfléchir sur ce délicat problème à partir des conditions concrètes de chaque peuple ».

« En occident nous assistons à une sorte de paradoxe. D'une part nous affirmons avec force la liberté de conscience et la liberté religieuse, relève-t-il, de l'autre, l'expérience religieuse risque d'être considérée comme quelque chose qui appartient à la sphère privée, personnelle, sans aucun intérêt public ».

« Le devoir de rechercher la vérité, qui caractérise la conscience, risque ainsi de n'avoir aucune influence sur l'édification de la vie publique », a-t-il expliqué.

« Alors que dans d'autres sociétés, la dimension publique de l'expérience religieuse est au contraire largement reconnue, a poursuivi Mgr Gabriel Richi Alberti... Mais l'on risque d'oublier que la vérité se propose, elle ne s'impose pas : la liberté est appelée à adhérer librement à l'annonce, elle ne peut absolument pas être contrainte ».

« Existe-t-il des alternatives ? Une route possible me paraît mettre en lumière le bien pratique de la cohabitation et donc, le bien-fondé du témoignage réciproque, a-t-il ajouté. La société civile est l'endroit où s'exprime ce témoignage réciproque , et cette pratique, qui est ‘une pratique de liberté', il faut avant tout la mettre en œuvre ».

C'est en ce sens, a continué Mgr Richi Alberti, que « depuis que le centre Oasis est né, au Studium Generale Marcianum de Venise, nous voulons favoriser la création d'un réseau de relations avec des ecclésiastiques et des académiciens du monde ».

« Une chaîne de relations, a-t-il conclu, dont le contenu est l'élaboration culturelle autour de la question du métissage de cultures et de civilisations, de l'expérience réciproque, d'une bonne vie ».

Le centre Oasis forme un réseau qui réunit l'Orient et l'Occident dans un même travail commun de témoignage, réalisé notamment à travers une revue en quatre éditions (anglais-arabe, anglais-urdu, français-arabe, italien-arabe), distribuée en Europe et dans la plupart des pays d'Afrique et d'Asie (www.cisro.org) ; une page web (www.oasiscenter.eu) ; la newsletter du mois en trois langues que l'on peut recevoir gratuitement; et enfin la collection « Les livres d' Oasis ».
Italian Approfondire rapporto con Islam
Jun 29, 2008
"Con quanta astrattezza si parla di Islam, con discorsi molto spesso campati per aria.

(Ansa, June 29) VENEZIA - La scelta di Oasis è stata invece quella di guardare 'agli' Islam, e di entrare in rapporto con le espressioni concrete di vita dei popoli, con il tramite dei cristiani che vivono nei paesi a maggioranza musulmana". Il patriarca di Venezia Angelo Scola parla così della conferenza del comitato scientifico internazionale di Oasis, il Centro studi e ricerche da lui promosso nella città lagunare, che si conclude mertedi' ad Amman. Un incontro sul tema della libertà religiosa come "bene per ogni societa", cui hanno partecipato un'ottantina di esperti provenienti da venti paesi, dall'Indonesia al Pakistan, dal Medio Oriente agli Usa, e di religione cristiana e musulmana. Dal contributo dei partecipanti "abbiamo potuto trarre con realismo una visione molto varia delle situazioni in quei paesi - prosegue Scola -. Paesi che, rispetto al tema della libertà religiosa, presentano una molteplicità di condizioni, da quelle dove vigono le maggiori restrizioni a quelle in cui sono invece più ampi i margini per la libertà di culto e di espressione". "E'stato dunque un lavoro proficuo - aggiunge - che ci ha convinto della necessità di una ridefinizione dei valori e dei concetti di testimonianza, conversione e proselitismo".

Da Amman si è naturalmente guardato anche al dialogo tra il Vaticano e gli ormai circa 200 saggi dell'Islam firmatari della lettera aperta ai capi delle chiese cristiane: iniziativa partita nell'ottobre scorso proprio dalla capitale giordana sotto gli auspici del principe Ghazi Ibn Muhammad, incaricato delle questioni religiose del Regno. "Insieme al Principe - racconta il Patriarca di Venezia - ho trascorso tre ore sui luoghi del Battesimo di Gesu". Tre ore sotto il sole in una zona desertica a 43 gradi, ricorda, e durante le quali entrambi hanno sostato in preghiera silenziosa uno accanto all'altro. "Da parte del principe questo è stato un segno di grande rispetto per la grande tradizione cristiana - ricorda - e in lui ho trovato una grande disponibilità e una grande attesa per l'incontro di novembre", quello cioé tra i rappresentanti dei saggi musulmani e il Vaticano in programma a Roma. Nessuno stop dunque nel percorso avviato, dopo il battesimo di Magdi Allam da parte di papa Ratzinger che tanto era spiaciuto al portavoce dei musulmani, Aref Nayed. "Non mi pare che, almeno nel Principe - risponde - quel caso abbia creato particolari problemi". In quell'incontro Oasis non svolgerà un ruolo diretto - "tocca alla Santa Sede e al Pontificio consiglio per il dialogo seguire quel lavoro, e Oasis nasce con altri scopi", precisa - ma intanto il lavoro del Centro prosegue, in vista della sesta conferenza annuale fissata a Venezia per il 23-24 giugno 2009. "Andremo avanti - conferma - con i sei strumenti di Oasis: il lavoro degli amici del Comitato scientifico, la rivista Oasis nelle sue edizioni in cinque lingue, la newsletter che è sempre più diffusa, le pubblicazioni delle ricerche e gli eventi".
English Muslims should be free to convert, says cardinal, after death threats
Jun 26, 2008
A leading cardinal has called on the Islamic world to allow individual Muslims "the freedom to convert" to Christianity, arguing that this does not threaten Islamic identity.

(Times Online, June 25, 2008) The baptism in Rome at Easter of Magdi Allam, an Egyptian-born Italian Muslim journalist, by Pope Benedict XVI, caused outrage in parts of the Muslim world. This week death threats to Mr Allam and Silvio Berlusconi, the Italian Prime Minister, were posted on a website said to be close to al-Qaeda.

At an inter-faith meeting in religious freedom organised in Amman, the capital of Jordan, by the Venice-based Oasis Centre, Cardinal Angelo Scola, the Patriarch of Venice said that no-one, "not even Muslims", had the right to impose "the identity of community" to the point where it "violates the human freedom of the individual, included the freedom to convert".

Oasis was founded by Cardinal Scola five years ago to create an international network promoting inter-faith dialogue. Speaking at the conference, attended by over 80 delegates from 20 countries, he said that "in our globalised society, tension between religious freedom and the traditional identity of a people is becoming more and more troubling." This was not in itself new, as "the rich history of Venice and its millennial relationships with the Muslim Levant" showed.

But "the impressive trade and cultural exchanges that La Serenissima engaged in with the East involved only a limited elite. The overwhelming majority of people were deeply rooted in their traditional identity.Today it's not like that any more."

The" disturbing question", Cardinal Scola said, was "what happens to the identity of a community if a sizeable number of people begin to call it into question, either because they come from another religion or because they convert to another religion."

In some countries with Muslim majorities those born into another religion were tolerated, but "the identity of the people concerned would appear to be threatened if a Muslim asks to convert." The attitude of Muslim rulers was "if you want to leave Islam, you have to leave the country."

Modern Western societies by contrast saw religious freedom as "the prerogative of the individual, an inalienable right, to be sure, but something with no public relevance, as if religion was only an individual matter and not a fact of a community and a people."

Consequently Westerners felt threatened when Muslim immigrants formed a religiously cohesive bloc in the heart of Western societies. The answer was for both the Western and Eastern worlds to find a third way and achieve the "right balance" between religious freedom and the identity of a community, Cardinal Scola said. "Christians don't want to pose a risk to the basis of social relationships in countries with a Muslim majority, but, and let us be clear about this, they ask in return the same kind of respect for our own traditions from those arriving here."

As for the right to convert, "In the end, what good can truth receive from keeping within a religion people who do not believe in it anymore?" Cardinal Scola asked. Deserting one religion for another was more honest than continuing to take part in a faith "for the sake of appearances".

Cardinal Scola quoted an Egyptian Dominican scholar as saying "I do not study Muslim culture in order to destroy it. Why should I destroy it? It is something that is beautiful in itself. It should be appreciated."

Vatican officials said that Cardinal Scola had met Prince Ghazi bin Muhammad of Jordan during the conference to pave the way for the first Catholic-Muslim Forum, convened by Pope Benedict and to be held in October in Rome.

Hasan Abû Ni'mah, head of the Jordanian Royal Institute for Inter-Faith Studies, said that dialogue between the world's great faiths based on common moral and human values was the only alternative to a "clash of civilisations" involving "war, death, violence and terrorism".

Monsignor Gabriel Richi Alberti, director of the Oasis Centre, told the Catholic website ZENIT that "In the West we are witnessing a sort of paradox. On one hand, we energetically affirm freedom of conscience and religious liberty. On the other hand, religious experience runs the risk of being considered something that belongs only to the private and personal sphere, without any public relevance. " Conversely in other societies "the public dimension of the religious experience is amply recognized but runs the risk of forgetting that truth is proposed and not imposed."
Italian Noi e l'’Islam, libertà di convertire di Angelo Scola
Jun 23, 2008
Nella nostra società globalizzata la tensione tra libertà religiosa e identità tradizionale di un popolo si va facendo sempre più allarmante.

(La Stampa, 22 giugno 2008) Non che in passato la questione non si ponesse. Si poneva certamente, ma su scala più ridotta. Lo documenta la preziosa storia di Venezia e dei suoi millenari rapporti con il Levante musulmano. Gli imponenti scambi commerciali e culturali che la Serenissima intratteneva con l'Est coinvolgevano un'élite" ristretta. La stragrande maggioranza della popolazione restava saldamente ancorata all'interno della propria identità tradizionale. Oggi non è più così. In un certo senso chiunque può incontrare chiunque,senza reti di protezione. Potenzialmente questo è un bene perché mette in contatto realtà vissute fino ad oggi quasi del tutto ignare le une delle altre. Un dato nuovo, che sprigiona forze impensate. È questo inedito incontro di popoli, culture e religioni che tento di descrivere con l'espressione «meticciato di civiltà e di culture», un processo storico in atto il cui esito non è per nulla scontato. Ci sono intrecci che riescono, ma ci sono anche intrecci che non riescono. Che cosa succede - questa è la domanda inquietante - ad una identità di popolo se un numero consistente di persone inizia a metterla in discussione o perché proviene da un'altra religione o, addirittura, vi si converte? In alcuni paesi a maggioranza musulmana,mentre si può tollerare un certo grado di diversità per chi già nasce in un'altra religione, l'identità di popolo sembrerebbe minacciata se a chiedere di convertirsi è un musulmano. È illuminante, a questo proposito, la via d'uscita implicitamente imposta a queste persone: se vuoi lasciare l'islam, devi abbandonare il paese. In sostanza: a noi la dimensione personale interesserebbe fino a un certo punto, ma vogliamo evitare lo «scandalo» di un gesto pubblico. D'altro canto anche le moderne società occidentali sembrano impreparate a rispondere alla domanda posta perché concepiscono la libertà religiosa come mera prerogativa del singolo individuo. Un diritto certo inalienabile, ma il cui esercizio non deve avere rilevanza pubblica: come se la religione non fosse un fatto comunitario e popolare. Una posizione questa che alla fine lascia sconcertati. Lo vediamo bene anche in Italia nella diffusa reazione al fenomeno dell'immigrazione. «Ma come? – argomentano in molti -. Ci avevate detto che era questione di convinzioni religiose dei singoli immigrati (e certamente ognuno è libero di pensare e di credere secondo coscienza), ma improvvisamente questi singoli sono diventati un corpo massiccio ed estraneo. Che ne è allora della nostra tradizionale identità?». Se vogliamo uscire da questa impasse, la soluzione va ricercata nel riconoscimento di un bene su cui poggiano le odierne società plurali, il bene pratico dell' «essere in relazione» che trattiene in unità le diversità. Occorre saper cogliere la comune umanità: per questo è prezioso l'invito di Benedetto XVI ad allargare ragione e libertà. In Occidente la modernità ha avuto l'innegabile merito di sollecitare i cristiani ad una riflessione più approfondita sul nesso tra la verità e la libertà. L'affermazione che la libertà si compie nella verità è certamente la stella polare del pensiero cristiano, ma questo implica, come ha sancito il Concilio Vaticano II, la «verità della libertà» come espressione della libertà di coscienza intesa in modo oggettivo ed adeguato. L'errore in sé non ha diritti, ma la persona umana ha diritti anche quando sceglie, in coscienza, il falso. Diritti non certo davanti a Dio, ma rispetto agli altri, agli altri popoli e comunità, allo Stato (“posto che le giuste esigenze dell'ordine pubblico non siano violate», Concilio Vaticano II). Il passo che ora ci è chiesto, in Occidente come in Oriente, è quello di mettere meglio a fuoco come il rapporto tra libertà religiosa e identità di popolo incida sulla vita sociale. In quest'ottica i cristiani non intendono mettere a rischio le basi della convivenza sociale dei paesi a maggioranza musulmana ma, per essere chiari, chiedono lo stesso rispetto per la propria tradizione a chi arriva qui da noi. Il grande islamologo egiziano Anawati, un religioso cattolico, in un bel dialogo che il Centro Oasis pubblicherà tra qualche mese, diceva: «lo non studio la cultura musulmana per distruggerla. Perché distruggerla? È una cosa bella in sé. Occorre valorizzarla». Ma il rispetto verso l'identità comunitaria non può spingere nessuno, nemmeno i musulmani, a violare la libertà umana del singolo, compresa la libertà di conversione. E in fondo, quale bene può venire alla Verità dal trattenere in una religione persone convinte di non credervi più? Davvero è più deleterio l'abbandono esplicito che una professione di facciata? Su questo noi lavoreremo ad Amman, durante l'annuale incontro del comitato scientifico del Centro internazionale di studi e ricerche Oasis, e speriamo di discuterne francamente anche con i nostri interlocutori musulmani.
Italian Eucaristia, dono di Dio per la vita del mondo
Jun 19, 2008
L'’assise del Congresso eucaristico internazionale preparata dal simposio teologico. Scola: nella comunione l’'accesso alla verità

(Avvenire, 15 giugno 2008) Per celebrare «L’'Eucaristia, dono di Dio per la vita del mondo». Da oggi, e per sette giorni, lungo questo itinerario si muoverà il 49° Congresso eucaristico internazionale, in programma fino a domenica prossima a Québec, in Canada, per l’'apertura del quale Benedetto XVI ha registrato ieri mattina un videomessaggio che sarà proiettato durante i primi lavori.

Un «gesto di vicinanza», questo del Papa, che assieme all’'invio di un suo legato personale, il cardinale Jozef Tomko, presidente emerito del Pontificio Comitato per i Congressi eucaristici internazionali, e al fatto che lo stesso Pontefice terrà, il 22, l’omelia della Messa conclusiva in collegamento video via satellite, mostra quanto Benedetto XVI sia vicino a questo straordinario evento di Chiesa.

Ad aprirlo sarà la Messa celebrata dallo stesso Tomko, che aveva curato tutto il lavoro di preparazione del Congresso in collaborazione col cardinale Marc Ouellet, arcivescovo di Québec e primate del Canada. Come sempre in queste occasioni, nell’'organizzazione dell’'appuntamento si è cercato di coinvolgere il più possibile la «base» della comunità cristiana, e in questo senso non solo la diocesi di Québec, ma tutta la Chiesa canadese, ha effettivamente cercato di cogliere in questo iter l'’occasione di un profondo rinnovamento spirituale. A scandire così questo percorso sono stati incontri di studio, catechesi, conferenze, dibattiti, liturgie e adorazione eucaristica; particolarmente significativa, in questa fase di preghiera e di ricerca interiore, è stata l'’adesione dei giovani, ai quali si deve l'’idea dell’'Arca della Nuova Alleanza, un simbolo religioso che è stato accompagnato in pellegrinaggio in tutte le diocesi canadesi, per annunciare il Congresso e sensibilizzare le comunità locali ai contenuti e finalità dell’'evento eucaristico.

Realizzata da Alain Rioux, artigiano del Québec, che l’'ha costruita con legno proveniente da diversi Paesi del mondo (a rappresentare l’'universalità della Chiesa), l’'Arca è caratterizzata da una grande varietà di simboli che richiamano i tre grandi obiettivi del Congresso Eucaristico: catechetico, liturgico e di impegno personale in nome della fede.

Il simbolo del Congresso è stato benedetto dal Papa in Vaticano, l’'11 maggio 2006, durante la visita ad limina dei vescovi del Québec, e alla fine dello stesso mese ha iniziato il suo lungo pellegrinaggio attraverso il Canada, conclusosi a Québec il 25 maggio di quest’anno, solennità del Corpus Domini. «Bussola» del Congresso sarà il documento teologico di base elaborato da un gruppo di teologi, esegeti e catecheti che ha lavorato sotto la presidenza di monsignor Pierre-André Fournier, vescovo ausiliare di Québec, assistito da monsignor Jean Picher, segretario generale del Congresso. Com'’è poi consuetudine nei raduni eucaristici internazionali, il Congresso è stato preceduto da un Simposio teologico internazionale svoltosi dall'’11 al 13 giugno presso l'’Università Laval, durante il quale, nel contesto della tematica generale e con una particolare angolatura ecumenica, sono stati evidenziati tre specifici ambiti di riflessione:

«L'’Eucaristia, dono escatologico nella storia», «L’'Eucaristia, dono costitutivo della Chiesa nel mondo», «L’'Eucaristia dono per la missione».

Al simposio, tra gli altri, hanno preso parte i cardinali Angelo Scola, Walter Kasper, Sean O'Malley, Peter Turkson, e André Vingt-Trois, gli arcivescovi di Medellín, Alberto Giraldo Jaramillo, l'’emerito di Algeri, Henri Teissier, e il gesuita Cesare Giraudo, del Pontificio Istituto Orientale.

Nella celebrazione eucaristica «si mostra con tutta evidenza come l'’accesso alla verità di Dio si dà solo nella comunione». Un dato che «intercetta una problematica antropologica decisiva – la relazione tra persona e comunità e la pone obiettivamente in rapporto con la vita dell’Unitrino ».

L’'Eucaristia, infatti, «mostra che la nostra libertà è chiamata ad esprimersi nell'’essere-con e nell'’essere-per l'’altro». Lo ha detto il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, intervenendo lo scorso 11 giugno al Simposio internazionale di teologia che, nel Pavillon Palais-Prince della Città universitaria a Québec, ha preceduto di qualche giorno, secondo tradizione, la celebrazione del Congresso eucaristico internazionale.

Parlando di «Dono trinitario: incarnazione, mistero pasquale ed Eucaristia», nella sua lunga relazione il cardinale ha posto in evidenza come la celebrazione eucaristica sia «paradigmatica della dimensione comunionale della vita cristiana». In essa infatti «ognuno è chiamato personalmente a partecipare al divino banchetto, trovandosi nel contempo parte di una assemblea che è 'una sola cosa' in Cristo».

È infatti «nella comunione eucaristica che si esprime sacramentalmente l’'essere della Chiesa come 'popolo adunato dall’'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo'». Da questa premessa, dunque, si scopre «come il dono eucaristico abiliti la libertà credente a vivere in pienezza anche la responsabilità sociale».

Per questo, ha aggiunto Scola, «quando il cristiano si impegna con i diversi aspetti della vita associata che quotidianamente condivide con i suoi fratelli uomini, non avrà bisogno di mettere tra parentesi la propria fede e nemmeno di ridurla a 'pretesto', da lasciarsi alle spalle nel concreto dell'’azione sociale». Come la dimensione antropologica, «anche la dimensione sociale è implicata nel sacramento grazie alla sua capacità di conformare l’'esistenza del credente alla comunione ecclesiale dentro le circostanze del vivere comune».
Italian Dono trinitario: Incarnazione, Mistero Pasquale ed Eucaristia
Jun 19, 2008
Symposium Internazionale di Teologia sull’Eucaristia

Prima Giornata

L’Eucharistie, un don eschatologique dans l’histoire, Quebec, 11 giugno 2008, ore 10

Théâtre de la Cité universitaire, Pavillon Palasis-Prince

INTRODUZIONE

Rinnovamento eucaristico

1. Un’opportuna attenzione

La crescente attenzione riservata al mistero eucaristico nella vita della Chiesa e nella riflessione teologica degli ultimi decenni è ben documentata, tra l’altro, dai numerosi interventi del magistero ecclesiale sull’Eucaristia[1], dalla celebrazione, nell’ottobre 2005, della XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi culminata con la pubblicazione dell’Esortazione Apostolica Postsinodale Sacramentum Caritatis[2] e dall’abbondante letteratura, non solo strettamente teologica, riguardante il significato dell’Eucaristia e della celebrazione eucaristica[3].

La natura salvifica del memoriale eucaristico è sorgente di dialogo con le istanze dell’uomo e della società contemporanea e si rivela particolarmente importante per mostrare la capacità dell’evento di Gesù Cristo di sciogliere l’enigma umano. Nel sacramento dell’Eucaristia, infatti, avviene, nel presente della storia, l’incontro tra la libertà di Dio e quella dell’uomo. E a ben vedere l’autenticità dell’esperienza cristiana trova la sua verifica principale nella comprensione dell’Eucaristia[4].

La rilevanza eucaristica per la vita del mondo richiede però che non si concepisca il rito eucaristico in modo estrinseco rispetto alla quotidiana esistenza, come una sorta di elemento sacro in contrapposizione al profano. Abbiamo invece assistito a stagioni ecclesiali, anche recenti, in cui, pur non mancando l’assidua frequentazione sacramentale, si è stati largamente incapaci di mostrarne la piena portata esistenziale. Pertanto l’odierna urgenza di riscoprire il mistero eucaristico rappresenta una forte spinta a coglierne il nesso decisivo con la libertà dell’uomo sempre storicamente determinata nel suo rapporto con tutto il reale: «Il culto cristiano non è una parentesi all’interno di un’esistenza vissuta in un orizzonte profano. Non è neppure un puro atto sacrificale e riparatorio delle offese o delle prese di distanza dallo sguardo di Dio. Il nuovo culto cristiano diventa espressione di tutta l’esistenza rinnovata: “sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1Cor 10, 31). Ogni atto di libertà del cristiano è chiamato così ad essere atto di culto. Da qui prende forma la natura intrinsecamente eucaristica della spiritualità cristiana»[5].



2. Evento prima che dottrina, grazia prima che impegno

La decisione di Gesù Cristo, il «mandato dal Padre a fare la sua volontà»[6], di istituire, prima di concludere la Sua missione, l’Eucaristia come gesto anticipatore e partecipativo[7] del mistero pasquale, esprime il carattere di evento e di azione di tutta la rivelazione cristiana. L’Eucaristia, infatti, è propriamente azione eucaristica perché è comunicazione della verità ad modum actionis. Azione in cui sono coinvolte le libertà dei soggetti che vi prendono parte[8]. Riflettere sul mistero eucaristico, scoprendovi il dono del Deus Trinitas all’uomo di ogni tempo, vuol dire ritrovare la verità cristiana sia nel suo carattere di evento, prima che di dottrina, sia in quello di dono gratuito, prima che di impegno ascetico ed etico[9]. Se il rischio del cristianesimo, soprattutto a partire dall’epoca moderna, è stato ed è quello del concettualismo astratto, dello spiritualismo disincarnato e del riduzionismo etico, la riscoperta integrale del mistero eucaristico ci restituisce la rivelazione come evento e come dono di grazia che precede, senza escluderli, la nostra comprensione concettuale ed il nostro impegno[10].

Non si tratta di opporre tra loro evento e dottrina, e nemmeno grazia ed impegno, ma di rispettare l’ordine fondante l’esperienza cristiana che il sacramento dell’Eucaristia, sempre e di nuovo, assicura alla Chiesa stessa[11]. L’Eucaristia è pertanto il sacramento dell’evento Gesù Cristo, la Verità-in-Persona, come diceva De Lubac[12]. Infatti, la peculiare natura rituale dell’Eucaristia corregge alla radice ogni deriva intellettualistica e moralistica nella recezione della verità-dono di Dio. Nella liturgia noi cogliamo la parola nel gesto; l’esperienza cristiana investe tutto l’uomo, con la conseguenza che deve essere mediata da tutti i linguaggi, verbali e non verbali. Il mistero eucaristico, fin nella sua istituzione, si presenta a noi come il dono che Gesù fa di Se stesso nel Suo Corpo e nel Suo Sangue: non si tratta dunque della consegna di una idea, ma dell’offerta totale di Sé nella concretezza dei segni sacramentali del pane e del vino.



3. Evento-originario ed evento-mediazione

La forma (Gestalt) che caratterizza l’esistenza di Cristo ha il suo centro nel mistero pasquale, mistero di morte e di risurrezione. Essa trapassa, per così dire, nella forma eucaristica del pane spezzato e del sangue versato. In essa Gesù dà realmente il Suo Corpo e il Suo Sangue per noi. In tal modo l’evento originario della verità-dono di Cristo accade per noi nella forma dell’evento-mediazione costituito dal sacramento. Già Balthasar, nella sua riflessione sull’estetica teologica, aveva mostrato come l’Eucaristia faccia essenzialmente parte della forma della rivelazione cristologica. Costituisce una automediazione di questa forma stessa[13].

È possibile approfondire questo dato riprendendo quanto affermato da Benedetto XVI nella Sacramentum Caritatis circa la distinzione tra istituzione e rito eucaristico. Tale distinzione, carica di implicazioni teologiche, ecclesiologiche ed antropologiche, fornisce la ragione ultima del rapporto tra evento-originario (Pasqua) ed evento-mediazione (Eucaristia). Ciò che la Chiesa celebra nel rito non è la “copia” della istituzione[14] compiuta da Cristo, ma è la «novità radicale del culto cristiano» (SacrC. 11). «Dall’“unica volta” può venire il “per sempre”»[15] perché nell’istituzione eucaristica Cristo stesso implica originariamente la realtà della Chiesa, quale Sua sposa che accoglie incondizionatamente il dono che Egli fa di Se stesso. L’Eucaristia attira nell’atto oblativo di Gesù i suoi discepoli. Essa è quindi originariamente offerta alla libertà credente.

Nella liturgia eucaristica, le cui forme la Chiesa ha sviluppato nel tempo sotto la guida dello Spirito Santo, l’evento mediazione diventa la modalità costante con cui la comunità ecclesiale stessa può attingere l’evento originario. E questo senza mai poter arrivare a “disporre” dell’evento originario che, proprio in forza del rito, mantiene tutto il suo carattere trascendente e indeducibile. Lo si può comprendere a partire dall’incommensurabile differenza tra il dono trinitario che oggettivamente Cristo realizza con l’offerta di Se stesso e la fede nelle sacre specie posta in atto dalla libertà credente. Adoro Te devote latens Deitas.

Rivelazione e fede, evento originario ed evento mediazione, essendo iscritti nella storia, mostrano contemporaneamente quanto la libertà concreta dell’uomo sia implicata dall’evento fondante e quanto il fondamento rimanga sempre trascendente rispetto ad ogni mediazione[16].



4. La più decisiva di tutte le azioni umane

Con ciò possiamo affermare il carattere paradigmatico che l’azione eucaristica possiede anche dal punto di vista antropologico.

Infatti, che Cristo abbia implicato il soggetto ecclesiale ed in esso ogni libertà credente proprio nella istituzione dell’Eucaristia, illumina in profondità la dinamica stessa di ogni umana azione. A questo proposito, nella Relatio Ante Disceptationem all’inizio della XI Assemblea del Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia, ho avuto modo di affermare che: «Inserita temporalmente e spazialmente nella trama dell’esistenza quotidiana, ma nello stesso tempo proveniente “dall’alto” in quanto sacramento, cioè segno e strumento efficace della grazia divina, l’azione rituale eucaristica diventa paradigma dell’intera esistenza dell’uomo». E aggiungevo che: «Per la sua natura di sorgente della logikē latreía l’azione rituale eucaristica viene ad essere oggettivamente anche la più essenziale e decisiva di tutte le azioni umane»[17].



Le considerazioni svolte fin qui ci consentono di delineare i due elementi decisivi che occorre ora indagare per approfondire un poco il nesso del dono eucaristico con l’incarnazione e col Mistero pasquale ai fini di mostrarne la valenza escatologica all’opera nella storia.

Mi riferisco anzitutto al rapporto Eucaristia/Trinità. Infatti il carattere singolare dell’evento che il rito eucaristico ripresenta sacramentalmente rinvia al Deus Trinitas.

Il secondo tema da approfondire è quello della forma eucaristica dell’esistenza cristiana. L’accoglienza del dono e l’affidamento che la libertà credente è chiamata a realizzare a partire dal rito eucaristico, conferisce all’esistenza cristiana una forma eucaristica. In essa è lo stesso mistero trinitario a rispecchiarsi fino alla trasparenza testimoniale propria della santità.

Nel mistero eucaristico siamo chiamati a contemplare il dono trinitario che, nella transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo, pone il principio di una trasfigurazione dell’uomo e di tutto il reale. Veramente l’Eucaristia si rivela dono di Dio per la vita del mondo.



PRIMA PARTE

Azione trinitaria ed azione eucaristica





Non è superfluo notare come, in teologia, la comprensione della verità come evento sia andata storicamente di pari passo con un maggior approfondimento del mistero trinitario[18]. Infatti la riduzione tendenzialmente concettualistica della riflessione teologica sulla rivelazione ha rischiato in passato di riservare al Trattato sul mistero della Trinità uno spazio minimo ed estrinseco rispetto all’insieme della riflessione sui misteri cristiani. Al contrario, la concezione della verità come evento comporta una considerazione del mistero trinitario che lo rende orizzonte esplicito ed imprescindibile per la riflessione su tutti gli altri misteri del cristianesimo.

In questa prospettiva, per cogliere in profondità il mistero eucaristico, siamo condotti a mostrarne innanzitutto l’originaria dimensione trinitaria. Ultimamente non sarebbe possibile la relazione tra l’evento originario della morte-resurrezione di Cristo e l’evento-mediazione che si realizza nel rito sacramentale se si escludesse la considerazione della “singolarità” di Gesù Cristo, il protagonista che pone in atto questo dono. Ora, proprio una necessaria ed equilibrata fenomenologia dell’evento cristologico ci permette di cogliere la singolare umanità di Colui che era Figlio di Dio. Nello stesso evento di Gesù Cristo si offre così il fondamento trinitario. Nella Pasqua in particolare è all’opera la libertà di Cristo, totalmente affidata, per opera dello Spirito Santo, al Padre e alla Sua volontà salvifica.



1. Eucaristia come azione trinitaria

Il mistero eucaristico si rende intelligibile alla fede cristiana unicamente nella sua forma trinitaria: l’azione eucaristica è azione che vede come protagonista la Trinità. «In Essa il Deus Trinitas, che in Se stesso è amore (cfr. 1Gv 4,7-8), si abbassa nel Corpo donato e nel Sangue versato da Gesù Cristo, fino a farsi cibo e bevanda che alimentano la vita dell’uomo (cfr. Lc 22, 14-20; 1Cor 11, 23-26)»[19].

La stessa forma liturgica possiede in sé una struttura trinitaria. L’analisi del rito eucaristico mostra come al centro vi sia sempre il mistero di Cristo che si dona alla Sua Chiesa. Tuttavia, a nessuno sfugge il fatto che la liturgia eucaristica, in tutte le sue varianti, sia essenzialmente rivolta al mistero del Padre, Fons totius divinitatis e perciò di ogni dono perfetto.

A questo proposito basti una semplice osservazione basata sulla struttura dell’anno liturgico. Il ritmo è dettato dai misteri costitutivi dell’evento di Cristo: dal tempo dell’Avvento fino al Natale, dal Mercoledì delle Ceneri a Pentecoste, con al centro il Triduo Pasquale e con la sua sintesi esplicativa nel Tempo per annum, ricapitolato nella solennità di Cristo Re dell’universo. Intorno a questo nucleo si dispongono le festività espressive della comunione dei santi. Non sono un fatto periferico, ma radicato originariamente nell’evento di Cristo stesso. Al cuore di queste emergono le feste mariane, che mostrano la Madre di Dio come nucleo incandescente della Chiesa immacolata[20].

Il fatto poi che il canone romano incastoni nella struttura trinitaria del suo procedere le figure dei santi e dei martiri rivela che nel mistero eucaristico è ben presente, fin dai primi secoli, la coscienza ecclesiale dell’originaria reciprocità (ovviamente asimmetrica) tra Cristo e la Chiesa.

Tuttavia l’elemento determinante la forma liturgica è certamente il fatto di essere sempre rivolta verso la persona del Padre. Di ciò è particolare ed intensa espressione la dossologia che chiude il canone: «Per Cristo, con Cristo ed in Cristo a te Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli».

È sempre la liturgia eucaristica a mostrarci l’essenziale azione dello Spirito Santo (l’epiclesi). In essa sola è possibile la celebrazione del memoriale di Cristo e la transustanziazione del pane e del vino[21].

Di conseguenza, è la stessa fenomenologia del rito eucaristico a manifestare inequivocabilmente la dimensione trinitaria del dono. La Chiesa celebra questo “mistero della fede”, riconoscendo in esso il dono della Trinità e rivolgendosi alla Trinità[22].

Ci è data in tal modo una verifica assai preziosa della relazione tra evento-originario ed evento-mediazione: nella celebrazione eucaristica è l’azione stessa della Santissima Trinità a mediare sacramentalmente il carattere originariamente trinitario dello stesso evento cristologico.



2. Orizzonte trinitario della “forma” di Gesù Cristo

«Se si elimina la dimensione trinitaria dalla forma oggettiva della rivelazione, tutto diviene […] incomprensibile»[23]. Con questa espressione Balthasar vuol dire che la singolare forma di Cristo è intelligibile alla fede unicamente in senso trinitario. Con la parola “forma” si intende fare riferimento alla configurazione concretissima con la quale l’esistenza di Cristo si presenta nella storia. Essa non è semplicemente la somma delle parole pronunciate da Gesù e degli episodi che caratterizzano la Sua vita ma è la “figura” (forma, Gestalt) unificata e complessiva della Sua persona e della Sua storia, culminante nel dono eucaristico. È nella forma cristologica che la Parola di Dio “si abbrevia” per potersi esprimere nella condizione umana[24]. L’Eucaristia appare come la modalità sacramentale con cui il Verbo di Dio si “dice” in modo abbreviato: «Nell’esperienza cristiana – come ci insegna il tempo liturgico col suo valore simbolico, cioè di kairos inaugurato nell’Eucaristia – il frammento non lacera il tutto, ma lo veicola. “Il Figlio di Dio entrato nella forma brevissima del corpo umano” manifesta tuttavia in esso “l’immensa ed invisibile grandezza del Padre”. Il tutto nel frammento, cioè il frammento come sacramento del tutto»[25].

È possibile lumeggiare un poco di più questa struttura trinitaria del darsi del Verbo di Dio dentro il tempo, a cui la forma liturgica inevitabilmente rinvia? Per rispondere conviene considerare un’altra volta la peculiare caratteristica della forma di Gesù Cristo. La persona singolare di Gesù Cristo è tenuta armonicamente in unità dalla sua missione che rivela il rapporto con il Padre del Verbo incarnato. Una equilibrata cristologia della missione[26] è in grado di documentare come la coscienza che Gesù mostra di sé sia totalmente determinata dall’essere inviato dal Padre (l’apostolos, cfr. Eb 3, 1). In tal modo Egli si presenta come mandato dal Padre in dono al mondo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 16-17). Così Cristo rivela il volto del Padre.

Nondimeno, fin dall’incarnazione, Gesù appare determinato dalla relazione con lo Spirito Santo[27]. Il dono di Cristo è pertanto intimamente segnato dall’azione dello Spirito Santo. Nato da Maria di Nazareth per opera dello Spirito Santo, Cristo vive in statu exinanitionis, docile alla volontà del Padre e condotto dallo Spirito Santo, che scende su di Lui e su di Lui rimane[28].

In questo contesto possiamo vedere come la forma trinitaria del dono di Dio trapassi nella istituzione dell’Eucaristia. Ciò accade allo scoccare dell’ora di Gesù. Qui il carattere di “mandato dal Padre”, che caratterizza l’esistenza di Cristo, si manifesta nella Sua radicale e libera obbedienza fino alla morte di Croce. Nel sacrificio eucaristico vissuto come estrema obbedienza al Padre, Cristo fa dono di Se stesso a noi “fino alla fine”. In questo atto di spogliazione assoluta avviene la realizzazione della perfetta corrispondenza tra Gesù e il Mistero trinitario e dunque la perfetta logiké latreia, il culto perfetto a Dio e la consegna di questo dono alla Chiesa stessa. In estrema sintesi si deve dire che «l’Eucaristia, sacramento della Pasqua del Verbo incarnato, è il dono del Padre in quanto è il Padre che, in comunione perfetta con il Verbo e lo Spirito, consegna il Figlio incarnato al sacrificio della croce: “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” (2Cor 5,21). Da questo punto di vista il mistero pasquale di Gesù Cristo è opera della benevolenza misericordiosa e gratuita della Trinità. Tale benevolenza del Padre, tuttavia, non si attua da sola, ma incontra la cooperazione del mistero dell’obbedienza del Figlio incarnato»[29].

Pertanto, la prima modalità con cui la Chiesa potrà corrispondere al dono di Cristo e partecipare alla Sua stessa obbedienza salvifica sarà l’accoglienza del Suo comando: «Fate questo in memoria di me». L’azione eucaristica nella comunità cristiana diviene così espressione sacramentale dell’obbedienza della Chiesa, ed in essa di ogni libertà credente, a Cristo stesso. Nel sacrificio di Cristo la Chiesa, grazie all’azione dello Spirito, potrà ripresentare sacramentalmente lo stesso dono trinitario.



3. Il mistero pasquale come mistero salvifico

Fino ad ora abbiamo percorso un cammino circolare tra la forma trinitaria dell’Eucaristia e la forma trinitaria dell’evento di Cristo. Ciò ci ha consentito di cogliere anzitutto il rapporto intrinseco tra incarnazione ed Eucaristia. All’interno di questo orizzonte si impone ora la necessità di approfondire il dono fatto dal Deus Trinitas alla Chiesa attraverso il rapporto Eucaristia e salvezza (mistero pasquale). Sono le stesse espressioni neotestamentarie che identificano la forma trinitaria del dono eucaristico ad implicare questa dimensione soteriologica. Il riferimento è in particolare al pro nobis che sta al cuore di ogni riflessione teologica sull’azione di Cristo. Al pro vobis et pro multis con il quale Gesù esprime nell’Ultima Cena il significato dell’azione eucaristica, corrisponde la coscienza ecclesiale del pro nobis che giunge fino al personale pro me con cui san Paolo nella Lettera ai Galati descrive l’evento della salvezza: «mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20).

Dal pro vobis / nobis scaturisce una duplice dimensione del mistero pasquale. Da una parte nel mistero pasquale, anticipato nell’istituzione dell’Eucaristia, si compie il disegno del Padre su tutta la creazione. Esso consiste nella predestinazione obiettiva di Gesù Cristo morto e risorto e nella nostra co-predestinazione ad essere figli e figli in Lui[30]. È questo l’ “ordine” cristico del tutto voluto dal disegno del Padre. Dall’altra parte tale mistero si compie col dono di Sé ad opera di Cristo per il riscatto dell’uomo dal male e dalla morte[31]. La predestinazione (ordine, disegno trinitario) implica, nella historia salutis, la redenzione.

Il fatto stesso che l’Ultima Cena, pur presentandosi come un novum, sia inserita nel pasto rituale ebraico, memoriale della liberazione dalla schiavitù di Egitto e legato al sacrificio degli agnelli, ci pone obiettivamente in relazione al dato che il disegno di Dio si attua mediante il sacrificio di Cristo: egli è il vero agnello, immolato fin dalla fondazione del mondo (1Pt 1, 19-20)[32]. Del resto, la dimensione salvifica era già stata riconosciuta da Giovanni il Battista all’inizio della missione pubblica di Cristo sulle rive del fiume Giordano: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo (Gv 1, 29).

Tuttavia, questo rilievo non può in alcun modo condurre a pensare che la historia salutis sia determinata dal peccato dell’uomo. La singolarità di Gesù Cristo impedisce di porre al centro dell’azione di Dio il peso del peccato dell’uomo. La storia della salvezza non è “necessaria” per il Dio Trinità. Occorre salvaguardare la assoluta libertà di Dio nei confronti della creazione e della redenzione del mondo. Il mistero trinitario è adeguatamente compreso solo se si mantiene contemporaneamente il Suo impegno nel mondo - dalla creazione libera fino alla incarnazione e al mistero pasquale escatologicamente inteso - e la sua trascendenza nei confronti di esso.

Contemplando il dono di Dio Trinità che si comunica a noi in particolare nel legame tra Incarnazione, Mistero Pasquale ed Eucaristia, si dovrà pertanto evitare ogni identificazione fra Trinità immanente e Trinità economica, che facesse del mondo una necessità per Dio stesso. Il rischio sarebbe quello di rendere immanente, attraverso una teologia del processo, il Fondamento stesso[33]. Il dono del Figlio nel mondo non è una necessità per Dio. Eppure non è indifferente per la Vita trinitaria, come se il Deus Trinitas potesse essere un mero spettatore rispetto a quello che accade sulla scena del “gran teatro del mondo”.

Il fondamento trinitario del dono di Cristo costringe piuttosto a pensare, con rinnovato stupore, come Dio stesso, offrendo all’uomo di partecipare liberamente alla Vita divina in Cristo, abbia da sempre incluso la possibilità di assumere la libertà umana nella sua concreta eventualità di rifiuto[34]. Solo in questa prospettiva, infatti, si può scorgere perché il dono divino, che libera l’umanità dalla condizione di peccato e di schiavitù, comunichi l’infinita vitalità della Vita trinitaria e ne sia la più intima rivelazione, mantenendo intatta la trascendenza e la libertà della Trinità stessa.

Infatti, da una parte la missione storica del Figlio di Dio si compie nel mistero pasquale, ossia in quella dedizione sacrificale in cui il male è definitivamente sconfitto, dall’altra tale missione non può che essere trinitariamente radicata nella eterna generazione del Figlio. Allora l’atto soteriologico supremo della missione redentrice del Figlio rivela l’intimo mistero della Vita divina come amore assoluto che liberamente si offre alla libertà dell’uomo. Balthasar nella sua Teodrammatica vede la dimensione trinitaria dell’Eucaristia proprio radicata nell’eterna generazione del Figlio. Questi, ricevendosi dall’eternità e per l’eternità dal Padre nel comune Spirito, risponde eucaristicamente a tale amore in un atto di totale disponibilità. In esso si fonda la possibilità della creazione di libertà finite e l’impegno di Dio in questa creazione fino al compimento del disegno del Padre nel mistero pasquale[35].

Appare rivelatore della dimensione trinitaria del dono di Cristo il rendimento di grazie che il Figlio compie nell’Ultima Cena. E non solo per l’antica liberazione ma soprattutto per ciò che Egli stesso è per il mondo: salvezza definitiva ed insuperabile: «Il Figlio ringrazia il Padre (eucharistêin, euloghêin) di aver permesso di disporre del Figlio in modo tale che ne risulta, nello stesso tempo, la rivelazione più alta dell'amore divino (la sua glorificazione) e la salvezza degli uomini»[36].

L’Eucaristia rivela in tal modo la precedenza assoluta dell’amore trinitario. Esso si può liberamente manifestare lungo la storia nella forma del sacrificio del Figlio (solidarietà) e, più ancora radicalmente, in quel supremo dono di Sé che Egli, innocente, compie prendendo il posto del peccatore con la morte di croce. In tal modo lo “scambio di posto” (sostituzione vicaria) manifesta tutta la densità soteriologia della divina liberalità: la «differenza che si manifesta nel mistero della croce tra il Padre ed il Figlio, che prende il nostro posto, nell’unità del loro Spirito Santo, manifesta la vitalità del mistero trinitario come fondamento del dono eucaristico»[37].

L’Eucaristia del Figlio si rivela pienamente nel Suo prendere su di Sé l’“antieucaristica” posizione dell’uomo peccatore. Costui, chiudendosi alla chiamata divina, ferisce mortalmente la propria umanità. Il dono radicale dell’evento pasquale restituisce all’uomo la possibilità di vivere la propria esistenza come dono. Il Figlio di Dio incarnato, realizzando nel modo più radicale il Suo essere dal Padre e verso il Padre, in forza del loro comune Spirito di Verità e di Amore, può smascherare l’essere da sé e verso di sé dell’uomo peccatore, riaprendo il percorso verso una umanità redenta, capace di risanare le ferite più profonde nell’uomo e tra gli uomini.

L’Eucaristia ci appare qui come supremo dono salvifico della Trinità che riapre all’uomo la via della guarigione dal peccato, della riscoperta della propria dignità filiale e della possibilità di una relazione autenticamente comunionale con le altre persone, anch’esse chiamate alla pienezza della figliolanza divina.



SECONDA PARTE

Dono trinitario e forma eucaristica dell’esistenza cristiana





Ciò che Cristo ha compiuto una volta per sempre nel mistero pasquale si offre in ogni celebrazione eucaristica alla nostra libertà, perché nel tempo e secondo la sapiente pedagogia di Dio, la nostra umanità afferrata obiettivamente dalla grazia di Dio possa risanare le proprie ferite ed essere condotta a gustare in pienezza la libertà dei figli di Dio. Si apre qui la dimensione escatologica dell’eucaristico dono trinitario. È l’ultimo passaggio della nostra riflessione.



1. La forma eucaristica dell’esistenza cristiana nel tempo

Il mistero dell’Eucaristia ci fa comprendere l’economia sacramentale della nostra salvezza. La nostra libertà è continuamente educata dal sacramento al riconoscimento del dono trinitario fattoci una volta per sempre in Cristo ed al quale siamo chiamati a conformarci, giorno per giorno, fino al raggiungimento del banchetto celeste. Questa logica sacramentale ha come scopo il dono della forma filiale della libertà del cristiano. Mediante il Battesimo, che ci rende parte del Suo corpo ecclesiale, la nostra esistenza appare obiettivamente afferrata e inserita nel mistero della morte e risurrezione di Cristo; il sacramento della Confermazione, con il dono dello Spirito, consente l’assunzione della forma adulta della fede. È però l’Eucaristia il gesto sacramentale che realizza in noi, progressivamente, l’assimilazione alla libertà filiale, perfettamente compiuta, di Cristo[38].

In questa graduale conformazione alla libertà obbediente di Cristo il sacramento eucaristico manifesta anche il Suo carattere medicinale e salvifico. Accompagna nel tempo la nostra libertà imperfetta e ferita col dono del Corpo e Sangue di Cristo. Così, nell’Eucaristia, il dono trinitario diviene contemporaneo alla nostra esistenza. Non è mai mero passato, né solo promessa futura. La potente efficacia del mistero eucaristico è garantita dal suo essere memoriale e dunque evento-mediazione dell’evento-originario e anticipazione (segno prolettico) dell’escatologico cristiano.

In tale prospettiva si comprende anche la rilevanza antropologica del nesso tra sacramento eucaristico e riconciliazione sacramentale[39]. La nostra libertà, in quanto libertà in cammino, resta segnata dalla propria fragilità colpevole. Tuttavia il dono trinitario dell’Eucaristia si offre all’incompiutezza della nostra libertà ferita. L’Eucaristia ci permette, pur segnati ancora dal peccato, di essere qui ed ora obiettivamente in rapporto con ciò che è definitivo (dimensione escatologica): il dono di Cristo morto e risorto, datore dello Spirito, Signore della storia. In tal senso se è vero che «chi commette peccato è schiavo del peccato», è ancor più vero che «se il figlio vi farà liberi sarete liberi davvero» (Gv 8, 34-36). Pertanto, posti obiettivamente in rapporto con Gesù Cristo, incarnato, morto e risorto, pur nella tensione insuperabile del già e non ancora, si può con verità affermare insieme a Paolo: «Non sei più schiavo ma figlio» (Gal 4, 7), figlio nel Figlio.

Tale esperienza si rinnova ogni giorno nel sacramento eucaristico, nel quale la nostra libertà in cammino è chiamata ad immedesimarsi con quella compiuta di Cristo: «Nell’azione eucaristica, pertanto, la libertà di Dio incontra effettivamente la libertà dell’uomo. A partire da questo incontro di libertà il cristiano, segnato dal riconoscimento del dono di Dio e della comunione con Lui e con i fratelli, è sospinto a dare a tutta la sua vita una forma eucaristica. E questo perché nell’Eucaristia si esprime in modo eminente quella che Fides et ratio chiama la “ratio sacramentalis della rivelazione” (FR 13). Essa consente al fedele di scoprire che, attraverso tutte le circostanze e tutti i rapporti di cui è obiettivamente costituita l’esistenza umana, l’evento di Gesù Cristo chiama la sua libertà ad un progressivo coinvolgimento con la vita della Trinità»ۚ[40].



2. Forma eucaristica come forma comunionale

Non potrà certo sfuggire alla riflessione teologica e alla preoccupazione pastorale della Chiesa che il sacramento dell’Eucaristia si presenta come sacramento della comunione. In esso l’esistenza cristiana è collocata in adeguata relazione con Dio e con quanti sono stati afferrati e resi partecipi del medesimo mistero di grazia. L’Eucaristia esplicita in tal modo la capacità del dono del Deus Trinitas di fondare un nuovo genere di relazione tra le persone. Nella celebrazione eucaristica si mostra con tutta evidenza come l’accesso alla verità di Dio si dà solo nella comunione. Questo dato intercetta una problematica antropologica decisiva – quella della relazione tra persona e comunità – e la pone obiettivamente in rapporto con la vita dell’Unitrino[41]. L’Eucaristia, infatti, mostra che la nostra libertà è chiamata ad esprimersi nell’essere-con e nell’essere-per l’altro[42].

La polarità “persona / comunità” costituisce da sempre una polarità drammatica con la quale la libertà dell’uomo deve confrontarsi. Chiunque viva attento alla propria condizione umana sa quanto la drammaticità di tale polarità sia esposta alla alternativa tra l’autochiusura narcisistica e l’estraneazione alienante. La libertà incompiuta e ferita dell’uomo porta a vivere, a volte in modo tragico, tale alternativa. Del resto, la storia del Novecento, con i suoi totalitarismi collettivistici ed i suoi individualismi libertari, è lì a ricordarcelo.

In definitiva possiamo dire che nel rapporto con il tu indeducibile dell’altro, la relazione tra la libertà creaturale ed il reale deve fare i conti con una delle sue espressioni più drammatiche. L’evento di Cristo, nella forma della kenosi gloriosa (cfr. Fil 2, 5-11), non ha evitato questa drammaticità propria dell’esistenza di ogni uomo; al contrario Egli l’ha assunta fino in fondo all’interno della forma trinitaria della Sua vita. La tensione tra persona e comunità, ultimamente, non può trovare risposta se non nel mistero della comunione. Ebbene questa ha il suo archetipo nel principio trinitario della differenza nell’unità, per cui ogni divina Persona è perfettamente e compiutamente Se stessa nell’essere per l’Altra. Certamente all’umano non è data la possibilità radicale dell’estasi propria delle Persone divine. Tuttavia, l’uomo può partecipare a tale mistero mediante quella comunione che ha proprio nell’Eucaristia la sua radice profonda[43]. Nel segno eucaristico, infatti, si offre alla libertà umana la verità di Dio nella forma della comunione. Da ciò consegue l’impossibilità di accedere alla verità se non nella forma della appartenenza ecclesiale[44].

La celebrazione eucaristica diviene così paradigmatica della dimensione comunionale della vita cristiana: qui infatti ognuno è chiamato personalmente a partecipare al divino banchetto, trovandosi nel contempo parte di una assemblea che è “una sola cosa” in Cristo (cfr. 1Cor 11). È nella comunione eucaristica che si esprime sacramentalmente l’essere della Chiesa come «popolo adunato dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo»[45].

Pertanto, nell’Eucaristia il dono trinitario consente alla nostra libertà di aprirsi al rapporto con l’altro, senza perdersi e senza ridurre l’altro alla propria misura. La relazione con l’altro diventa in tal modo quasi sacramento del mistero trinitario che, nell’insuperabile dato della differenza, si offre a ciascuno di noi.



3. Dono trinitario e responsabilità sociale e cosmologica

È così posta la premessa per scoprire come il dono eucaristico abiliti la libertà credente a vivere in pienezza anche la responsabilità sociale, senza l’ombra di artificiosi dualismi e di estrinsecismi. Quando il cristiano si impegna con i diversi aspetti della vita associata che quotidianamente condivide con i suoi fratelli uomini, non avrà bisogno di mettere tra parentesi la propria fede e nemmeno di ridurla a “pretesto”, da lasciarsi alle spalle nel concreto dell’azione sociale. Come la dimensione antropologica, anche la dimensione sociale è implicata nel sacramento eucaristico grazie alla sua capacità di conformare l’esistenza del credente alla comunione ecclesiale dentro le circostanze del vivere comune. La libertà che ospita il dono di Cristo, fatto dalla Santissima Trinità e celebrato nella liturgia eucaristica, saprà riconoscere che in ogni circostanza anche di tipo sociale, anche la più complessa, contraddittoria o avversa, si offre il fondamento (Trinità) che chiama alla testimonianza di una vita redenta ed eucaristicamente formata[46]. La parola testimonianza lascia ovviamente aperto tutto il rischio della libertà. Le circostanze infatti sono sempre storicamente determinate e perciò ultimamente indeducibili.

In sintesi, nelle implicazioni sociali del sacramento dell’Eucaristia possiamo trovare un’ultima verifica dell’orizzonte sacramentale dell’economia della salvezza e della intera rivelazione cristiana: senza l’impegno della propria libertà con il gesto sacramentale non si può cogliere il valore sacramentale (in senso analogico) delle circostanze esistenziali date. D’altra parte, senza l’impegno reale della libertà esigito dalle circostanze, sarà impossibile cogliere la densità esistenziale del mistero eucaristico stesso.

Analoghe riflessioni possono essere fatte in merito alle implicazioni cosmologiche del mistero eucaristico. Afferma in proposito Benedetto XVI: «Le giuste preoccupazioni per le condizioni ecologiche in cui versa il creato in tante parti del mondo trovano conforto nella prospettiva della speranza cristiana, che ci impegna ad operare responsabilmente per la salvaguardia del creato. Nel rapporto tra l’Eucaristia e il cosmo, infatti, scopriamo l’unità del disegno di Dio e siamo portati a cogliere la profonda relazione tra la creazione e la “nuova creazione”, inaugurata nella risurrezione di Cristo, nuovo Adamo»[47].





CONCLUSIONE

Dono eucaristico e vita come vocazione





Possiamo ora concludere la nostra riflessione. Come abbiamo più volte ricordato, nel sacramento eucaristico è il Deus Trinitas che si offre a noi nella forma della mediazione simbolica affinché ad esso la nostra libertà si possa affidare nella fede. Ciò che si dona sacramentalmente in questo mistero è pertanto il fondamento ultimo di tutto il reale. Qui la nostra libertà trova mediato simbolicamente l’evento originario in cui la verità di Dio si dà in quella differenza che permette, da una parte, il gioco della libertà dell’uomo e, dall’altra, la permanente trascendenza del fondamento stesso. L’uomo è così posto di fronte al mistero che rende la sua stessa vita, istante dopo istante, culto spirituale, santo e gradito a Dio, come afferma San Paolo nella Lettera ai Romani (Rm 12, 1-2)[48].

Nessun istante della vita è estraneo al dono che la Trinità fa di Se stessa nel Corpo e Sangue di Cristo. La forma trinitaria della divina Eucaristia, che a sua volta media la forma trinitaria del mistero pasquale e dell’intera esistenza di Cristo, Verbo di Dio incarnato, rivela così che la stessa realtà creata, la storia ed il cosmo non sono ultimamente compresi nella loro verità fino a quanto non si coglie in essi l’effigie trinitaria. La creazione stessa, contemplata a partire da uno sguardo eucaristicamente determinato, si rivela essere creazione in Cristo (cfr. Col 1, 14) e dunque comunicazione ad extra della Santissima Trinità[49].

Da questo quadro sintetico emerge con chiarezza un dato imponente sul quale sia la pastorale che la teologia potrebbero riflettere con profitto. La vita è in se stessa vocazione: «Ogni circostanza (e ogni rapporto), infatti, provoca la libertà del fedele a rispondere alla libertà della Trinità che viene al suo incontro. In tal modo il tema della vocazione coincidendo con la vita e non potendo essere ridotto alla questione della scelta dello stato di vita, recupera il suo peso oggettivo»[50]. Parlare di vita come vocazione non significa sovraccaricare artificiosamente la realtà nella sua fatticità, ma assumere nel quotidiano quanto ci è donato nella rivelazione trinitaria, compiuta da Cristo e celebrata quotidianamente nel Sacramento dell’altare.

Solo a partire da questa riscoperta della vita come vocazione è possibile cogliere il pieno significato dei singoli stati di vita che diventano modalità stabili con cui la libertà risponde alla chiamata di Dio[51]. Matrimonio e verginità, come anche il ministero sacerdotale, ricevono nell’Eucaristia fondamento ed alimento permanente.

I coniugi troveranno nell’Eucaristia il sacramento nuziale dell’amore tra Cristo e la Chiesa, in cui custodire il senso della propria vicendevole fedele dedizione, nella insuperabile differenza sessuale e nella fecondità.

Il sacerdote ordinato incontra nell’Eucaristia la sua peculiare forma di vita. Egli offre completamente se stesso ad imitazione di Cristo, sacerdote, vittima ed altare, affinché al popolo santo di Dio non manchi mai il sacramento memoriale della propria redenzione.

Infine, dal dono eucaristico emerge il volto nuziale della chiamata alla verginità. In essa è dato quel «possesso nel distacco»[52] che rende partecipi fin d’ora della modalità con cui Cristo stesso si manifesta quale Signore di tutte le cose e centro del cosmo e della storia. Facendo eco alla nota espressione di Gregorio di Nazianzo, per la quale «Prima Virgo, Sancta Trinitas»[53], l’Eucaristia trova nella dedizione verginale la forma più acuta, dopo il martirio, di testimonianza cristiana. Manifesta la vittoria sul male e sulla morte, realizzata da Cristo nel Suo sacrificio d’amore.

Il dono trinitario comunicatoci in Cristo, Verbo di Dio incarnato, vero agnello immolato fin dalla fondazione del mondo, quotidianamente contemporaneo a noi in forza del sacrificio eucaristico, ci rende nuove creature.

Siamo uomini nuovi, animati dallo Spirito Santo, chiamati in Cristo Gesù a riconoscere, in ogni circostanza e in ogni rapporto, Dio come Padre e ad abitare la terra con libertà di figli per il bene del mondo.

[1] Basti qui ricordare i documenti più importanti: Pio XII, Mediator Dei (20 novembre 1947); Paolo VI, Mysterium fidei (3 settembre 1965); Giovanni Paolo II, Dominicae Cenae (24 febbraio 1980); Id., Ecclesia de Eucharistia (17 aprile 2003); Id., Mane Nobiscum Domine (7 ottobre 2004); Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Eucharisticum mysterium (25 maggio 1967); Id., Immensae caritatis (29 gennaio 1973); Id., Eucharistiae sacramentum (21 giugno 1973); Id., Inaestimabile donum (3 aprile 1980); Id., Liturgiam authenticam (28 marzo 2001); Id., Redemptionis sacramentum (25 marzo 2004).

[2] Benedetto XVI fa riferimento nel n. 5 dell’Esortazione Apostolica Postsinodale Sacramentum Caritatis (22 febbraio 2007) alla «multiforme ricchezza di riflessioni e proposte emerse nella recente Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dai Lineamenta fino alle Propositiones, passando attraverso l'Instrumentum laboris, le Relationes ante et post disceptationem, gli interventi dei Padri sinodali, degli auditores e dei delegati fraterni». Sull’esortazione apostolica cfr.: J.-L. Bruguès, L’eucharistie et l’urgence du mystère, in Nouvelle Revue Théologique 130 (2008) 3-25; E. Malnati, Sacramentum caritatis: actuosa participatio, in Rivista Teologica di Lugano 12 (2007) 531-539; R. Tremblay, Attualità dell’esortazione apostolica Sacramentum caritatis di Benedetto XVI, in Rivista di Teologia Morale 39 (2007) 547-554; M. Scheuer, Eucharistie und Nächstenliebe: zur Bischofssynode über die Eucharistie (2005) und das nachsynodale Schreiben von Benedikt XVI, in Heiliger Dienst 61 (2007) 70-84; A. Puig i Tàrrech – J. Fontbona i Missé - R. M. Serra – G. Mora, La exhortación apostólica Sacramentum caritatis de Benedicto XVI. Sesión de estudio de la Facultad de Teología de Catalunya, Barcelona 18 abril 2007, in Phase 47 (2007) 93-118; R. González, Sacramentum caritatis desde la perspectiva litúrgica, in ibid., 119-126; P. Turner, Benedict XVI ant the sequence of the sacraments of initiation, in Worship 82 (2008) 132-140; F. G. Brambilla, Sacramentum caritatis, in Teologia 32 (2007) 115-122; G. Marchesi, L’Eucaristia «sacramento della carità», in La Civiltà Cattolica 158 (2007) n. 3764, 169-178; N. Blázquez, El sacramento del amor, in Studium 47 (2007) 171-202;

[3] Per una introduzione generale alle problematiche relative all’Eucaristia si veda P. Visentin, Eucaristia, in D. Sartore – A.M. Triacca (edd.), Nuovo Dizionario di Liturgia, San Paolo, Cinisello Balsamo 19883, 482-508; E. Ruffini, Eucarestia, in S. De Fiores – T. Goffi (edd.), Nuovo dizionario di spiritualità, San Paolo, Cinisello Balsamo 19946, 601-622; M. Gesteira Garza, Eucaristia, in A. A. Rodriguez – J. M. Canals Casas, (edd.), Dizionario teologico della vita consacrata, edizione italiana a cura di T. Goffi – A. Palazzini, Ancora, Milano 1994, 69 5-721; N. Reali (ed.), Il mondo del sacramento. Teologia e filosofia a confronto, Paoline, Milano 2001; A. Catella, Eucaristia, in G. Barbaglio - G. Bof - S. Dianich (edd.), Teologia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2002, 621-643; M. Brouard (dir.), Eucharistia: encyclopédie de l'Eucharistie, Cerf, Paris 2002; R. A. Nicholas, The Eucharist as the center of theology: a comparative study, Lang, New York 2005; D. Borobio, Eucaristía, BAC, Madrid 2005; R. Sokolowski, Christian faith & human understanding : studies on the Eucharist, Trinity, and the human person, Catholic University of America Press, Washington 2006; M. Schneider, Das Sakrament der Eucharistie, Koinonia-Oriens, Köln 2007.

[4] Marion J. L., Dieu sans l’être, PUF, Paris 1991, 226-227; una conferma e contrario è data dall’affermazione dell’allora cardinal Ratzinger sullo smarrimento che a volte serpeggia nelle comunità cristiane, a causa di una perdita del senso eucaristico: «Nella crisi di fede che stiamo vivendo, il punto nodale risulta sempre più essere proprio la retta celebrazione e la retta comprensione dell’Eucaristia»: J. Ratzinger, Il Dio vicino. L’Eucaristia cuore della vita cristiana, Cinisello Balsamo 2003, 21.

[5] A. Scola, L’Eucaristia, fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, in Id., Stupore eucaristico. Conversazioni dal Sinodo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2006, 63-118, qui 75.

[6] «Le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me. Ma voi non avete mai udito la sua voce, né avete visto il suo volto, e non avete la sua parola che dimora in voi, perché non credete a colui che egli ha mandato» Gv 5, 36-38; «Io sono venuto nel nome del Padre mio» Gv 5, 43; «Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno»(Gv 6, 38-40); «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato. … Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l'ha mandato è veritiero, e in lui non c'è ingiustizia» Gv 7, 16-18.

[7] Significativamente così la preghiera di colletta della Messa In Coena Domini del Giovedì Santo ci invita a pregare: «O Dio che ci hai riuniti per la santa cena, nella quale il tuo unico figlio, prima di consegnarsi alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore, fa che la partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita».

[8] Cfr. G. Bonaccorso, La liturgia e la fede. La teologia e l’antropologia del rito, Edizioni Messaggero, Padova, 2005.

[9] Si scorge qui un ambito di fruttuoso dialogo ecumenico. Infatti Jüngel, ad esempio, ricorda che «il culto è pertanto l’evento di una passività salvifica, di una passività in verità estremamente creativa, ma precisamente di una passività umana. Non si può però mettere in discussione che l’uomo nel culto si presenti come agente. Non a caso parliamo di azione cultuale. Fino a che punto possiamo però agire e tuttavia portare ad espressione il fatto che propriamente non noi, ma Dio è colui che agisce? Fino a che punto l’agire umano e la passività umana possono essere originariamente in unità?» E. Jüngel, Segni della Parola. Sulla teologia del sacramento, Cittadella Editrice, Assisi 2002, 206.

[10] In questo senso Benedetto XVI ha recentemente affermato che «il cristianesimo, in rapporto con il moralismo, è di più e una cosa diversa. All’inizio non sta il nostro fare, la nostra capacità morale. Cristianesimo è innanzitutto dono: Dio si dona a noi - non dà qualcosa, ma se stesso. E questo avviene non solo all’inizio, nel momento della nostra conversione. Egli resta continuamente colui che dona. Sempre di nuovo ci offre i suoi doni. Sempre ci precede. Per questo l’atto centrale dell’essere cristiani è l’eucaristia: la gratitudine per essere stati gratificati, la gioia per la vita nuova che egli ci dà» Omelia alla Messa in Coena Domini, 20 marzo 2008.

[11] In questa prospettiva possiamo vedere confermata l’affermazione perentoria di Benedetto XVI, di chiara impronta guardiniana, all’inizio della sua prima enciclica, Deus caritas est 1: «All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva».

[12] Cfr. H. de Lubac, La rivelazione divina e il senso dell’uomo. Opera omnia 14, Jaca Book, Milano 1985, 49.

[13] Cfr. H. U. von Balthasar, Gloria 1. La percezione della forma, Jaca Book, Milano 1994, 535-538.

[14] «La tecnica produce delle copie e, quindi, ri-produce l’originale; il rito, invece, non produce delle copie, non ri-produce l’originale, ma lo ripete, ossia lo conserva nella sua unicità redendolo ripetutamente presente nell’atto cultuale» Bonaccorso, op. cit., 199.

[15] J. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, 160.

[16] La differenza che in tale spazio teologico è data consente di affermare, senza ombra di relativismo, la verità di Dio in Cristo e, nello stesso tempo, di valorizzare ogni esperienza che ricerca e cerca di esprimere il vero culto nel confronti del mistero di Dio. Il carattere di rito dell’Eucaristia custodisce così la verità cristiana, oggettivamente data, e il dialogo testimoniale nei confronti di esperienza religiose e religioni diverse. Il fatto che l’identità cristiana venga custodita e restituita continuamente alla Chiesa nel rito dell’Eucaristia, impedisce di opporre radicalmente rivelazione/fede a religione.

[17] Scola, L’Eucaristia, fonte, op. cit., 77.

[18] Cfr. G. Colombo, Per una storia del trattato teologico di Dio, in La Scuola Cattolica 96 (1968) 203-227.

[19] Scola, L’Eucaristia, fonte, op. cit., 66.

[20] Cfr. Id., Chi è la Chiesa? Una chiave antropologica e sacramentale per l’ecclesiologica, Biblioteca di Teologica Contemporanea 130, Queriniana, Brescia 2005, 53-70.

[21] Cfr. Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 12-13.

[22] Siamo qui dinanzi ad uno dei principali frutti della riflessione della teologia sacramentaria dopo il Concilio Vaticano II. Chauvet afferma che «se ne possono segnalare almeno quattro: ritorno all’azione liturgica stessa (la celebrazione) come primo “luogo teologico” della riflessione sacramentaria; ri-centratura dell’inseme della liturgia sul mistero pasquale di Cristo (morte, risurrezione e parusia), di cui i sacramenti sono il memoriale (cf. in modo particolare l’anamnesi eucaristica); riequilibrio del principio cristologico, predominante nella liturgia e nella sacramentaria latinaa, con un principio pneumatologico che ha sempre avuto un ruolo di impulso in Oriente, e del resto nella tradizione calvinista (le invocazioni dello Spirito – epiclesi – per la santificazione dell’acqua battesimale, del pane e del vino eucaristico o per le ordinazioni dei vescovi, preti o diaconi sono significative a questo proposito); intelligenza dei sacramenti all’interno della sacramentalità globale della Chiesa» L. Chauvet, Sacramento, in J.-Y. Lacoste (dir.), Dizionario Critico di Teologia, edizione italiana a cura di P. Coda, Borla-Città Nuova, Roma 2005, 1171-1177, qui 1177. Sul rapporto tra la Chiesa ed i sacramenti è d’obbligo citare i contributi di Karl Rahner. Fra tutti: K. Rahner, Chiesa e sacramenti, Morcelliana, Brescia 1969.

[23] Balthasar, op. cit., 437.

[24] Cfr. Id., La parola si condensa, in Communio 35 (1977) 31-35.

[25] A. Scola, Eucaristia. Incontro di libertà, Cantaglli, Siena 2005, 41.

[26] In proposito resta paradigmatica la proposta di Hans Urs von Balthasar: H. U. von Balthasar, Teodramamtica 3, Jaca Book, Milano 1983.

[27] Cfr. M. Bordoni, La cristologia nell’orizzonte dello Spirito, Biblioteca di Teologica Contemporanea 82, Queriniana, Brescia 1995.

[28] È interessante notare come Sacramentum Caritatis 12, mettendo in relazione Cristo e l’Eucaristia, insista così fortemente sul legame tra Cristo e lo Spirito: «Il Paraclito, primo dono ai credenti, operante già nella creazione (cfr Gn 1,2), è pienamente presente in tutta l'esistenza del Verbo incarnato: Gesù Cristo, infatti, è concepito dalla Vergine Maria per opera dello Spirito Santo (cfr Mt 1,18; Lc 1,35); all'inizio della sua missione pubblica, sulle rive del Giordano, lo vede scendere su di sé in forma di colomba (cfr Mt 3,16 e par); in questo stesso Spirito agisce, parla ed esulta (cfr Lc 10,21); ed è in Lui che egli può offrire se stesso (cfr Eb 9,14). Nei cosiddetti “discorsi di addio”, riportati da Giovanni, Gesù mette in chiara relazione il dono della sua vita nel mistero pasquale con il dono dello Spirito ai suoi (cfr Gv 16,7). Una volta risorto, portando nella sua carne i segni della passione, Egli può effondere lo Spirito (cfr Gv 20,22), rendendo i suoi partecipi della sua stessa missione (cfr Gv 20,21)».

[29] Scola, Eucaristia, op. cit., 16.

[30] Cfr. A. Scola – G. Marengo – J. Prades, La persona umana. Antropologia Teologica, Jaca Book, Milano 2000, 261-277.

[31] Cfr. ibid., 291-308.

[32] Cfr. Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 9-11.

[33] Cfr. J. Prades Lopez, "De la Trinidad econòmica a la Trinidad inmanente". A propósito de un principio de renovación de la teología trinitaria, in Revista Española de Teología 58 (1998) 285-344.

[34] Cfr. G. Colombo, Tesi sul peccato originale, in Teologia 15 (1990) 264-276.

[35] Per Balthasar l'acquisizione della forma eucaristica è radicata intratrinitariamente nell'eucaristico mettersi a disposizione del Padre: «Il Figlio, nell'accoglimento e nella risposta dell'autodonazione paterna, si mantiene sempre pronto ad accogliere ogni pensabile forma di prodigalità quanto a se stesso, e una di queste forme estreme, nella premessa che debbano sorgere delle creature libere, sarà quella dell'eucarestia, la quale, a quel modo che noi la conosciamo, è nel modo più intimo connessa con il pro nobis della passione» H. U. von Balthasar, Teodrammatica 4, Jaca Book, Milano 1986, 307.

[36] Id., Teologia dei tre giorni: mysteriuim paschale, Biblioteca di Teologia Contemporanea 61, Queriniana, Brescia 1990, 92. Medesimo concetto ripreso in Id., Teodramamtica 4, op. cit., 372: «Il suo grazie va alla divina concessione a donarsi sostitutivamente per i peccatori e a poter così manifestare l'amore estremo del Padre».

[37] Id., Teodramamtica 5, Jaca Book, Milano 1986, 281.

[38] Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 17: «Non bisogna mai dimenticare, infatti, che veniamo battezzati e cresimati in ordine all'Eucaristia. … Il sacramento del Battesimo, con il quale siamo resi conformi a Cristo, incorporati nella Chiesa e resi figli di Dio, costituisce la porta di accesso a tutti i Sacramenti. Con esso veniamo inseriti nell'unico Corpo di Cristo (cfr 1 Cor 12,13), popolo sacerdotale. Tuttavia è la partecipazione al Sacrificio eucaristico a perfezionare in noi quanto ci è donato nel Battesimo. Anche i doni dello Spirito sono dati per l'edificazione del Corpo di Cristo (1 Cor 12) e per la maggiore testimonianza evangelica nel mondo. Pertanto la santissima Eucaristia porta a pienezza l'iniziazione cristiana e si pone come centro e fine di tutta la vita sacramentale».

[39] Cfr. Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 20-21.

[40] Scola, L’Eucaristia, fonte, op. cit., 71-72.

[41] Cfr. Id., Chi è la Chiesa?, op. cit., 103-107.

[42] Cfr. H. U. von Balthasar, Teodrammatica 2, Jaca Book, Milano 1982, 360-370; Scola – Marengo - Prades, op. cit., 65-66, 179-182.

[43] Sul fatto che la ecclesiologia di comunione sia essenzialmente una ecclesiologia eucaristica cf. J. Ratzinger, La comunione nella Chiesa, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004.

[44] Cfr. Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 76.

[45] Cipriano, De Orat.. Dom. 23, citato in Lumen gentium 4.

[46] «L'unione con Cristo che si realizza nel Sacramento ci abilita anche ad una novità di rapporti sociali: “la ‘mistica’ del Sacramento ha un carattere sociale”. Infatti, “l'unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona. Io non posso avere Cristo solo per me; posso appartenergli soltanto in unione con tutti quelli che sono diventati o diventeranno suoi”», Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 89.

[47] Benedetto XVI, Sacramentum caritatis 92.

[48] A questo proposito ha affermato Benedetto XVI nella Sacramentum caritatis 71: «Il nuovo culto cristiano abbraccia ogni aspetto dell'esistenza, trasfigurandola: “Sia dunque che mangiate sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1 Cor 10,31). In ogni atto della vita il cristiano è chiamato ad esprimere il vero culto a Dio. Da qui prende forma la natura intrinsecamente eucaristica della vita cristiana. In quanto coinvolge la realtà umana del credente nella sua concretezza quotidiana, l'Eucaristia rende possibile, giorno dopo giorno, la progressiva trasfigurazione dell'uomo chiamato per grazia ad essere ad immagine del Figlio di Dio (cfr Rm 8,29s). Non c'è nulla di autenticamente umano – pensieri ed affetti, parole ed opere – che non trovi nel sacramento dell'Eucaristia la forma adeguata per essere vissuto in pienezza. Qui emerge tutto il valore antropologico della novità radicale portata da Cristo con l'Eucaristia: il culto a Dio nell'esistenza umana non è relegabile ad un momento particolare e privato, ma per natura sua tende a pervadere ogni aspetto della realtà dell'individuo. Il culto gradito a Dio diviene così un nuovo modo di vivere tutte le circostanze dell'esistenza in cui ogni particolare viene esaltato, in quanto vissuto dentro il rapporto con Cristo e come offerta a Dio».

[49] Cfr. Scola – Marengo - Prades, op. cit., 78-86.

[50] Scola, Eucaristia, op. cit., 33.

[51] Si vedano in proposito gli insegnamenti di Benedetto XVI nella Sacramentum caritatis su matrimonio e famiglia (27-29; 79), sacerdozio ministeriale (23-26; 80) e vita religiosa (81).

[52] Cfr. L. Giussani, Affezione e dimora, Rizzoli, Milano 2001, 250.

[53] Carmi, II, 2.
Italian Il patriarca Angelo Scola il mese prossimo andrà in Kenya
Jun 13, 2008
Tra un mese il Patriarca sarà nella missione diocesana in Kenya recuperando la visita che al guerra civile aveva impedito a gennaio.

(Il Gazzettino di Venezia, 9 al 18 luglio) Il patriarca Angelo Scola il mese prossimo andrà in Kenya. Dal 9 al 18 luglio sarà ad Ol Moran, nella parrocchia sostenuta a distanza dal Patriarcato, accompagnato dal vescovo ausiliare monsignor Beniamino Pizziol e dal direttore dell'Ufficio diocesano missionario don Paolo Ferrazzo. Dunque il cardinale recupera il viaggio rinviato lo scorso gennaio a causa dei violenti scontri tribali esplosi tra opposte fazioni dopo le elezioni politiche che avevano portato alla riconferma del presidente uscente Kibaki. L'instabilità del Paese africano, giunto sull'orlo della guerra civile, e le indicazioni della Farnesina, allora, avevano suggerito un repentino cambiamento di programma e la posticipazione del viaggio. Scola ritorna nella missione a quattro anni di distanza dalla prima visita, effettuata nell'estate del 2004, due anni dopo il suo approdo in laguna. Si fermerà otto giorni prendendo contatto con tutte le articolazioni della realtà in cui operano i sacerdoti don Giovanni Volpato e don Giacomo Basso e la volontaria laica Elisa Pozzobon. In programma ci sono numerosi incontri: con il vescovo del posto, monsignor Luigi Pajaro, il presbiterio di Nyahururu, i vari missionari "fidei donum" di Padova e Venezia, gli studenti, i catechisti e i giovani. E, ancora, con i villaggi e le parrocchie circostanti la missione che si trova nella Rift Valley, su un'area di 120 chilometri quadrati in un altopiano a duemila metri sul livello del mare con circa 17 mila abitanti che parlano lo swhaili. E' prevista una tappa anche nell'ospedale di North Kinangop e infine nella capitale Nairobi dove Scola saluterà le suore Ancelle della Visitazione e compirà un giro in una delle baraccopoli. Il viaggio, preventivato da qualche tempo, rappresenta un segno di concreta vicinanza e di sostegno a quella che è considerata la 129° parrocchia veneziana, con cui la Diocesi collabora oramai da più di un decennio.
Italian Dialogo tra le religioni, per un linguaggio comune tra i popoli
Jun 10, 2008
Sostiene il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia.

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 9 giugno 2008 (ZENIT.org).- Il dialogo tra le religioni è la base per poter costruire un linguaggio comune in grado di mettere in comunicazione individui e popoli, ha affermato il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia.

In un'intervista rilasciata a “L'Osservatore Romano”, il porporato spiega che per costruire questo linguaggio è fondamentale “quell'allargamento della ragione cui il Papa, da Ratisbona in poi, non si stanca di richiamarci”, “insieme alla certezza che la storia non è abbandonata alla deriva del caso, ma è saldamente sorretta dalle mani di Dio”.

“Quando l'uomo esclude Dio dalla sua vita personale e sociale, vive male”, osserva.

In questa direzione, “le religioni – come espressione concreta, vitale, popolare di un rapporto con Dio – sono una particolare e straordinaria risorsa, purché accettino di lasciarsi purificare dalla fede”.

“Proprio a questo serve il dialogo tra le religioni. Gesù Cristo, unico e universale redentore, accompagna l'umanità che cammina con le due ali della ragione e della fede”.

Da questo punto di vista, per il Cardinale le vie del dialogo sono due: “la prima, e principale, è che tutti dobbiamo riconoscerci figli di un unico Dio”.

“Anche chi dice di non credere, dovrebbe cercare di non rinunciare all'ipotesi che Dio sia all'opera, perché questa di fatto è l'ipotesi più ampia e più rispettosa di tutti”, ha constatato.

In secondo luogo, bisogna sottolineare “il valore pratico dell'essere insieme”. Anche se ci si pensa raramente, “il primo grande valore che abbiamo in comune è che siamo, per così dire, 'costretti' a vivere insieme”.

Per questo motivo, ha aggiunto, “il confronto incessante nel rispetto del comandamento della 'regola d'oro' – non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te – è una condizione fondamentale perché si possa vivere per quanto possibile in pace”.

Il 7 giugno il Cardinale Scola ha ricevuto il premio “Lignano-Europa”, riconoscimento speciale nell'ambito della ventiquattresima edizione del premio letterario e giornalistico “Ernest Hemingway Lignano Sabbiadoro”.

Il porporato, si legge nelle motivazioni della giuria, è stato premiato non solo per lo spessore culturale del personaggio, “uno dei più lucidi e illuminati esponenti del pensiero filosofico cattolico contemporaneo”, ma anche per la sua intensa attività a favore dell'incontro e del dialogo fra i popoli e le culture.

Oggetto delle osservazioni del Cardinale è anche il vecchio continente. “In Europa c'è bisogno di un soprassalto di senso civico e di democrazia – propone –. E la grande questione che le nazioni europee devono porsi è: da dove può venire un cittadino europeo, dinamico, aperto al futuro e non bloccato dalle paure?”.

A suo avviso, il malinteso per il quale secondo alcuni se si parla di radici cristiane dell'Europa si sta ledendo il continente o urtando la sensibilità di qualcuno nasce “dall'incapacità di guardare al futuro, che caratterizza molti aspetti delle società europee”.

“Se si guardasse davvero al futuro, si capirebbe che il cristianesimo è invece una grande risorsa”, ha affermato. “Quando noi parliamo delle radici cristiane dell'Europa, infatti, non intendiamo conservare un fossile, ma sottolineare come il cristianesimo – facendo spazio a Dio e facendo spazio all'uomo nella sua dignità e a tutti i popoli, soprattutto a quelli emergenti – può continuare a essere una risorsa particolarmente stimolante per identificare il nuovo stile di vita dell'uomo europeo”.

Il dibattito che si sta svolgendo da anni in Europa sulla laicità e l'idea spesso ripresa da Benedetto XVI di una sana laicità devono far capire che “una società civile oggi vive della narrazione, del racconto di tutti i soggetti personali e sociali che la abitano”, ha proseguito.

Da questo punto di vista, riconosce il Cardinale Scola, “il discorso dell'educazione è fondamentale”, ma l'aspetto più importante è che l'Europa, e in particolare l'Italia, guardi all'educazione “in maniera molto più puntuale, profondendo risorse di uomini e di mezzi per dare alle scuole, alle università e a chi svolge un compito educativo un peso decisamente più marcato e rilevante”.

Per poter “realmente gestire un sistema che risulta ormai infiacchito”, il porporato sostiene che si debba passare “da un pluralismo nella scuola a un pluralismo delle scuole”.

Le libertà civili e sociali, osserva, non si potranno realizzare senza un'adeguata libertà di educazione.

“Occorre imboccare con coraggio la strada di una libertà di espressione che incentivi creatività e confronti nella scelta degli educatori, ma anche dei programmi. In taluni Paesi europei già accade. L'Italia, invece, da questo punto di vista è un po' arretrata”.

Le responsabilità del nostro Paese come sorta di ponte sul Mediterraneo, prosegue il Cardinale, sono molte e da numerosi punti di vista, tra i quali quello che definisce il “meticciato di civiltà”.

“L'Italia, per la sua collocazione geografica, si trova nella condizione di poter dettare il passo futuro a tutta l'Europa. E lo può fare cercando di equilibrare intelligentemente l'accoglienza – che sia rispettosa della dignità e della domanda di partecipazione a un benessere equo da parte di moltissime persone provenienti da Paesi poveri – con l'esercizio di una democrazia nella quale sia garantita al cittadino la sicurezza e il rispetto della propria tradizione”.
Italian Le Agende veneziane del Patriarca Roncalli
Jun 08, 2008
VENEZIA, sabato, 7 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato dal Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, nel presentare il 29 aprile scorso, nella città lagunare, presso l'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti le Agende del Patriarca Angelo Roncalli.

1. Uno stimolante cimento

Affrontare la lettura delle Agende veneziane del Patriarca Roncalli costituisce, per chi è stato chiamato a succedergli sulla cattedra marciana, uno stimolante cimento. Un misto, occorre riconoscerlo, di intensa curiosità e di non poco timore. Un giusto timore, però, soprattutto perché, beatificando Giovanni XXIII, la Chiesa ne ha ufficialmente e pubblicamente proclamato la santità. E così la lettura delle agende è inevitabilmente guidata dallo sguardo sul presente alla ricerca di suggerimenti, di conferme, di correzioni, di ogni possibile utile indicazione per meglio abbandonarsi alla missione ricevuta.

Risulta così chiaro che non è mio compito, in questa sede, mettere in evidenza il valore dei documenti pubblicati, né chinarmi su di essi con l’occhio dello storico della Chiesa.

Non sono mancati esimi studiosi dell’episcopato veneziano del Cardinale Angelo Giuseppe Roncalli[1]. Mi limito a ricordare qualche membro del clero del nostro Patriarcato a cui è giusto rendere l’omaggio dovuto. Mi riferisco a mons. Silvio Tramontin e a mons. Antonio Niero, a don Bruno Bertoli e a mons. Gianni Bernardi[2]. I primi sono stati particolarmente stimati e incoraggiati nei loro studi dallo stesso Patriarca Roncalli.

Da quanto ho potuto apprendere in alcune conversazioni con cultori della materia le agende veneziane confermano quanto già evidenziato dalle agende precedenti fino ad ora pubblicate e da quella del pontificato: sono, innanzitutto, una fonte privilegiata per conoscere questo periodo della vita di Roncalli; ma va detto subito che non si tratta di annotazioni diaristiche legate alla crucialità del momento storico. In esse, infatti, accanto a considerazioni su persone e avvenimenti, sono presenti anche riflessioni personali, come la cronaca dettagliata della vita anche domestica e la confessione dei propri stati d’animo. Non mancano, tuttavia, riferimenti all’attualità della vita della Chiesa e della società civile.

In secondo luogo, le agende mostrano una ben precisa coerenza con le altre fonti, già citate: si tratta di una coerenza sia lessicale che contenutistica: in esse traspare, in maniera evidente, il Patriarca già conosciuto attraverso gli Scritti e discorsi o Il giornale dell’anima. Niente di nuovo, dunque? Eppure, proprio le descrizioni delle giornate con le persone incontrate, le riflessioni spirituali, i punti delle omelie e degli interventi, le citazioni dal breviario o da qualche lettura, i riferimenti alle gioie e alle preoccupazioni ci mostrano la verità di un cammino di vita in obbedienza, continuamente presente nel richiamo all’obbedienza alla volontà di Dio.

2. Lo “stile pastorale” del Patriarca Roncalli

Leggendo le agende veneziane ho trovato conferma di quello che è stato identificato come uno dei tratti caratteristici della personalità cristiana e sacerdotale del Beato Roncalli. Mi riferisco allo stile pastorale che permea tutto il suo operato e la stessa concezione della dottrina cattolica.

È noto che la dimensione pastorale della dottrina marcò fin dall’inizio l’orientamento impresso da Papa Giovanni XXIII al Concilio Vaticano II[3]. Dalla costituzione apostolica Humanae salutis (1961) - il cui titolo è già significativo - al Radiomessaggio a tutti i fedeli ad un mese dal Concilio (1962), non c’è intervento del Papa che non sottolinei la necessità per la Chiesa di rispondere con sempre maggiore fedeltà a questa sua vocazione pastorale. Soprattutto il discorso d’apertura del Concilio – la celebre allocuzione Gaudet Mater Ecclesia (1962) - segna ad un tempo un punto di arrivo ed un originale punto di partenza per una rinnovata autocoscienza pastorale della Chiesa.

Senza cedere a letture eccessivamente enfatiche non è possibile dubitare dell’importanza oggettiva che l’allocuzione Gaudet Mater Ecclesia ebbe per tutti i lavori conciliari. Aprì la strada travagliata e feconda del superamento di ogni falsa opposizione e di ogni dualismo tra dottrina e pastorale. In essa si legge: «è necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Altra cosa è infatti il deposito stesso della fede, vale a dire le verità contenute nella nostra dottrina, e altra cosa è la forma con cui quelle vengono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stressa portata (…) e si dovrà ricorrere ad un modo di presentare le cose che più corrisponda al magistero, il cui carattere è preminentemente pastorale»[4].

Sottolineare la natura pastorale della dottrina cristiana vuol dire affermare l’intrinseco legame della Verità con la libertà dell’uomo. Infatti, la verità è salvifica. E proprio in forza di questa sua natura salvifica impone di discernere l’errore con misericordia verso l’errante.

Come emerge questo tratto della fisionomia di Roncalli dalla lettura delle agende veneziane? A mio avviso la stile pastorale emerge soprattutto nella coscienza di sé che il Patriarca Roncalli lascia intravedere attraverso la lettura delle sue notazioni.

3. Pater et Pastor

Roncalli interpreta e vive il suo ministero episcopale richiamandosi all’immagine evangelica del buon pastore (cfr. Gv 10), come mette in evidenza scrivendo il 17 maggio 1953, poco dopo l’ingresso solenne in diocesi, durante gli esercizi spirituali: «Ciò che mi prende è la gravità delle mie responsabilità di pastore: non sono più di me, ma delle anime dei miei fedeli». In una comunicazione in occasione del secondo anno del suo episcopato veneziano, il 23 febbraio del 1954, pensando alla diocesi e parlando del suo compito, scrive: «Qui si vive come in famiglia, con rispetto, con sincerità, con evangelica carità. Riprenderò dunque il mio passo. “Bonus Pastor animam suam dat pro ovibus suis: il buon Pastore dà l'anima sua per le sue pecorelle”. Questo è tutto per me: il mio proposito, la mia vita»[5]. D’altra parte, proprio questo chiede a Gesù, buon pastore, nel corso degli esercizi spirituali con l’episcopato triveneto nel maggio 1955: «Per  altro il pastor deve essere soprattutto bonus, bonus. Diversamente senza essere lupus come il mercenarius, rischia, se dormitat, di divenire inutile e inefficace. O Gesù, bone pastor, che il tuo spirito mi investa tutto: cosicché la mia vita sia, in questi anni ultimi, sacrificio ed olocausto per le anime dei miei diletti veneziani»[6]. Queste ultime parole aiutano a comprendere come il suo ripetuto meditare il capitolo decimo di Giovanni corrisponda alla riscoperta continua delle sorgenti più autentiche della sua vita di vescovo, che proprio nella dimensione pastorale trova il suo autentico modo d’essere.

È questo, dunque, lo stile ispirato dalla figura di Gesù, da cui è consapevolmente caratterizzato il servizio veneziano.

In seguito, nella prima e terza allocuzione al clero durante il sinodo del 1957, Roncalli svilupperà ulteriormente la riflessione sul pastore, interpretando il pastor come pater: la “pastoralità” diventa paternità e questa dice il farsi tutto a tutti per salvare ad ogni costo qualcuno[7]. Roncalli è un vescovo che «individua nei contatti e nei rapporti l’essenza stessa della sua missione; ovvero quella di chi sa che è la cura del “gregge” a dare anzitutto significato alla qualifica di vescovo»[8]: e le agende sono una testimonianza ricca di questi continui incontri con persone e situazioni le più diverse, che esprimono in maniera quotidiana la sua paternità; molto spesso, per di più, richiama l’importanza della mitezza, della pazienza e della carità sia per il vescovo che per il suo clero.

Dalla lettura delle agende questa fisionomia di Roncalli emerge non tanto nella forma di una riflessione articolata, bensì attraverso il racconto delle continue visite, incontri, attività che popolano la sua giornata. Con semplicità il Patriarca constata il 9 novembre 1957: «A Venezia. Sempre lieto lo spirito nella constatazione del dovere compiuto giorno per giorno».

4. «La venerazione del Libro e l’adorazione del Calice»

La stile pastorale di Roncalli brilla ancora dalla profonda unità con cui il Beato Patriarca vive in prima persona «La venerazione del Libro e [l’]adorazione del Calice». Si sa che la consuetudine quotidiana di meditare i testi presentati dai libri liturgici ha spinto sempre più Roncalli ad una lettura diretta e sistematica dei Padri e soprattutto della Sacra Scrittura. È impressionante rilevare quante notti ruba al sonno per preparare le sue omelie ed i suoi discorsi. Una Parola che va custodita con l’intera tradizione e che va dunque letta «sulle ginocchia della Chiesa»: riferimento agostiniano, questo, che indica il legame costante di Roncalli con la tradizione, fatta di santità, di liturgia, dei Padri, di catechesi, in altre parole la vita stessa della Chiesa. E la famosa pastorale per la quaresima del 1956 La Sacra Scrittura e San Lorenzo Giustiniani riprenderà e svilupperà tutti questi temi, sottolineando il carattere della Scrittura come libro divino che deve diventare lettura familiare al popolo cristiano. La Scrittura, dunque, testimonia Cristo, la Parola eterna del Padre incarnatasi per la salvezza di tutti. Cristo eucaristico radice della forma eucaristica dell’esistenza. Questo deve essere l’orizzonte in cui si esercita la responsabilità del vescovo. Roncalli lo coglie in tutta la sua urgenza per il suo ministero a Venezia.

5. «Hic et nunc»: un’azione ecclesiale storicamente situata

Il Patriarca Roncalli fu ben consapevole che la sua missione di pastore era a favore di una ben precisa Chiesa. Era il Patriarca di Venezia. Per lui, in modo acuto, l’indicazione del territorio include sicuramente la dimensione storico-geografica del Patriarcato, ma soprattutto quella umana ed ecclesiale della comunità cristiana e civile.

Lo si vede dal suo fortissimo amore per la città e per la sua Chiesa: un amore che si esprime nei confronti della sua storia, della sua arte, della sua tradizione liturgica, dei suoi santi; tutto questo, però, non tanto in una prospettiva erudita, quanto con uno sguardo attento alle incombenti necessità della popolazione e della comunità cristiana.

Ama la Basilica di San Marco, la cui bellezza diventa per lui fonte di meditazione e contenuto di insegnamento e di catechesi. Ma la ama, soprattutto, come cattedrale e per questo fa di tutto per renderla una realtà viva e nella quale il popolo possa realmente partecipare alla santa liturgia. Non è raro nelle agende il rammarico per la scarsa presenza dei fedeli in Basilica. E questo spiega perché, una volta rilevato l’inconveniente dei plutei (la barriera marmorea che divideva il presbiterio dalla navata della Basilica) e della non buona sistemazione del presbiterio, si impegna con energia per una soluzione che permetta una vera partecipazione del popolo e che garantisca la centralità della tomba dell’evangelista. Dal 18 aprile 1954 in avanti l’agenda del Patriarca ha continui riferimenti alla questione e all’incomprensione di tante persone, che sono chiamate a giudicare senza saper nulla della liturgia o che raramente si recano in chiesa e, quando vi si recano, lo fanno «con lo spirito dei visitatori del Museo storico ed artistico, e non affatto del luogo di culto e di preghiera». I plutei, infatti, nascondono le cerimonie (6 giugno 1954). Quello dei plutei è un “affare” che lo «esercita alla pazienza» (30 giugno 1955).

Gli appunti riguardanti il giorno 25 aprile di ogni anno – solennità di San Marco Evangelista – ci permettono di cogliere il respiro che il Patriarca Roncalli volle dare a questa festività tipicamente veneziana invitando sia vescovi del Triveneto, sia personalità come il Cardinale Feltin, Arcivescovo di Parigi, o il Cardinale armeno Agagianian.

6. La santità veneziana

Anche la santità veneziana è da lui conosciuta: ama riferirsi a San Girolamo Emiliani (i cui figli riesce a riportare in Diocesi, ove non erano più presenti dalla soppressione napoleonica: affida loro la nuova parrocchia della Madonna Pellegrina, in uno dei quartieri più popolari di Mestre: 18 e 19 settembre 1955) e al Beato Gregorio Barbarigo; coglie presto l’importanza di San Lorenzo Giustiniani, decidendo di fare il possibile perché la sua memoria e il suo culto possano essere ripresi con forza dal clero e dal popolo. Trova la sua figura un po’ abbandonata, e questo non gli piace. L’8 gennaio 1954 annota: «a Venezia si festeggia San Lorenzo Giustiniani, il protopatriarca. Ma nessuno o quasi nessun segno di festa, oltre il Breviario». Roncalli fa così trasparire uno degli aspetti più significativi della sua azione di vescovo: l’attenzione, segnata da profondo rispetto, per la tradizione e per la storia della santità della chiesa locale. Vorrebbe, addirittura, riacquistare l’antico patriarchio di San Pietro di Castello: «potrebbe servire a tante cose: innanzitutto ad un ripristino di una gloria religiosa di Venezia» (14 settembre 1955; inoltre cfr. 11 ottobre 1955) e progetta di ridar vita all’isola di San Giorgio in Alga, culla della formazione del protopatriarca (22 novembre 1955 e 17 dicembre), che aveva già visitato il 13 maggio. La sua opera, in questa prospettiva, troverà il suo culmine nelle numerose celebrazioni ed iniziative dell’anno centenario del Giustiniani, il 1956. Ancora, non va dimenticato quanto da lui fatto per il Patriarca Sarto, Pio X, soprattutto nella circostanza della sua canonizzazione il 29 maggio 1954, tornando dalla quale, il 1° giugno seguente, annota: «Il mio tributo di onore al mio santo predecessore ebbe dunque buon successo. Possa anch’io tenermi nel solco della santità».

7. Arte e cultura

Roncalli dimostra grande interesse per le istituzioni culturali attive in città: il 14 febbraio 1954 visita le Gallerie dell’Accademia e commenta: «Tesori preziosissimi di arte pittorica veneta, assai bene presentata e custodita. Eh! ci vorrebbe più tempo. Se però il riflesso di tanta bellezza dei visi di Gesù, della Madonna, dei santi basta a rapirci gli occhi, che sarà la visione della realtà in Paradiso!»; il 1° marzo successivo è la volta della Biblioteca Marciana mentre, nella stessa data del 1955, è presente all’inaugurazione dell’Anno Accademico all’Università di Ca’ Foscari: presenza «invocata da tutti i professori».

Ma è soprattutto nei confronti della Fondazione Cini che Roncalli dimostra un forte interesse, anche per i buoni rapporti intessuti con il Conte Cini e per l’apprezzamento dell’opera di restauro e di rivitalizzazione dell’isola da lui intrapresa e finanziata.

Segue con attenzione, anche se talora con qualche apprensione, anche le attività della Mostra del Cinema, celebrando la messa e rivolgendosi in francese ai partecipanti: «Seguì a San Marco la Messa per i Cineasti, mie parole in francese: successo solennissimo, musica eccellente» (1 settembre 1957).

Consapevole della ricchezza culturale della città, Roncalli apprezza e incoraggia l’impegno della Chiesa nello stesso ambito: il 25 marzo 1953 inaugura lo “Studium Cattolico” in Piazzetta dei Leoncini, un ente, diretto da alcune personalità rappresentative del mondo ecclesiale veneziano, la cui specifica attività sarà la promozione culturale delle tematiche religiose in ambito teologico, storico e artistico. Perno di tale attività è una libreria, che si trova, purtroppo, ad avere come concorrente un negozio delle Suore di San Paolo: una potenza di fronte alla ancora piccola realtà veneziana, tanto che il Patriarca stesso dubita che lo Studium potrà sostenersi e annota: «Pazienza. Anche l’emulazione del bene quando il bene diventa un affare a lungo andare pregiudica il meglio»: 25 gennaio 1955.

8. Il mondo operaio

Ma la Diocesi non è solo la Venezia delle bellezze artistiche; è anche la Venezia di Mestre e Marghera, i due centri in fortissimo e disordinato sviluppo a causa della presenza del polo industriale, che attira lavoratori non solo dalle zone circostanti, ma da tutta Italia. Fin dal 18 marzo 1953, a pochi giorni dal suo ingresso, il Patriarca riceve una deputazione di operai di Porto Marghera: «… ebbi e prolungai una conversazione famigliare, che mi mise a contatto con molte necessità di ordine religioso e morale».

E questo contatto continua: il 25 successivo è proprio a Marghera, dove celebra la messa nella cappella dei morti per incidenti, incontra la direzione di alcune industrie e visita i dintorni: si tratta, per Roncalli, di una «prima introduzione fra il mondo operaio», dalla quale ricava impressioni profonde. Consapevole dell’importanza cruciale di questa zona e dei suoi abitanti, segue con attenzione l’impegno della Chiesa e il primo maggio 1954 è presente nella zona operaia di Ca’ Emiliani, dove consacrerà la prima chiesa dedicata in Italia a Gesù Lavoratore. Ma ormai tutto il mondo del lavoro è in fermento: nella crisi del dopoguerra, niente è più come prima. Il Patriarca si preoccupa anche della vertenza del Mulino Stucki, un tempo centro fiorentissimo del commercio veneziano, ma ora in crisi (21 e 26 giugno, 7 luglio 1954), e si fa vicino agli emigranti: il 26 aprile 1955 si reca alle Zattere a salutarne un gruppo di 850, per lo più veneti, in partenza per l’Australia, e li incoraggia.

Si tratta di una sensibilità profonda presente in Roncalli fin dalla sua giovinezza: ne è lui stesso testimone, parlando all’Associazione “Anziani del Lavoro”: «Ricorderò sempre un’impressione della mia giovinezza. Mi trovavo alle porte di Milano, presso uno stabilimento. Gli operai uscivano in massa dalla fabbrica per tornare, dopo la giornata, alle proprie famiglie. Parlavano poco. Mi ritrassi a guardarli. Mi colpì l’elasticità del loro camminare, la gioia scintillante degli occhi in cui leggevo la tenerezza del cuore, ansioso di ritrovare la sposa, i bimbi e la pace intima, dopo la giornata onesta del lavoro accettato e compiuto in vista anche dei benefici materiali che ne vengono alle persone care. Io sentivo e gustavo la mia vocazione a farmi sacerdote per una vita che sarebbe stata lavoro e, ove occorresse, sacrificio per loro, e per tutti insieme avviamento alla prosperità del vivere umano, alla sicurezza dei beni eterni»[9].

9. La vita civile e politica

Roncalli rivolge la sua attenzione anche alla vita civile e politica della città e della nazione. Il Patriarca fa sempre proprie le indicazioni che provengono dalla Santa Sede e questa sua obbedienza cordiale si rivela feconda. Lo rende capace di incontrare tutti. Infatti egli da una parte non nasconde la disapprovazione anche dura nei confronti di taluni cattolici veneziani che, contro le indicazioni della Santa Sede, favorivano l’apertura verso il socialismo nenniano («Anche alla FUCI si presentano casi di deviazione che arresterei subito sciogliendo il gruppo, se non fossimo nella imminenza delle elezioni. Intanto si prevede che per un gesto di correttezza qualcuno si ritirerà da sé: e ciò sarà il meno male per l’istituzione», 9 maggio 1958; cfr. anche 17 aprile 1956). Dall’altra però, incurante di critiche, invia un saluto ai convenuti per il XXXII congresso del Partito Socialista (1957) perché si svolge a Venezia. E lui che è il pastore di Venezia sente il dovere di rivolgersi a tutti. Ancora, a proposito di un celebre articolo di Ottaviani che solleva le proteste di Fanfani presso la Santa Sede egli non esita a valorizzare nella sostanza la posizione del Cardinale (22 gennaio 1958). Ma già tre anni prima, dopo aver rielaborato il Messaggio natalizio (1955) a nome dei Vescovi del Triveneto, identificandosi con le posizioni dell’Episcopato italiano in merito alle successive scadenze elettorali, annota: «Vedo bene che il mio temperamento spirituale non si accorda con quello di alcun altro dei miei confratelli, p. e. Vicenza, Padova, Chioggia su questo punto nel modo di dire le cose più gravi e difficili, così da non irritare, e da far riflettere. Pazienza» (14 dicembre 1955).

Un altro significativo esempio si trova nel commento al suo discorso per la ricorrenza del XXV anniversario della Conciliazione in cui fa riferimento a Mussolini: «…ora detestatissimo per la rovina in cui travolse l’Italia». E annota: «…mi pare sia ben riuscito, non offensivo per alcuno e caritatevole per lui…» (11.2.1954).

Non di rado questo atteggiamento del Beato Roncalli è stato letto in prospettiva riduttiva. O per presentarlo come un furbo bonario con scarsa visione teologico-culturale (egli invece scrive di sé: «mite e buono ma non ingenuo», 29 maggio 1953). Oppure, dal lato opposto, per proporlo quasi come un rivoluzionario in rottura rispetto a Pio XII e più avanzato rispetto ai suoi successori.

La lettura delle Agende veneziane conferma come più rispettoso della figura e dell’azione di Roncalli riconoscere che la sua straordinaria capacità di partire sempre dal positivo senza mai transigere sui principi gli veniva proprio dal suo stile pastorale. Sintesi armonica, sempre rinnovata secondo le circostanze, della sua leale adesione alla Traditio ecclesiale e della tensione appassionata per il compimento (salvezza) di ogni fratello uomo e per il bene del popolo. La stessa intuizione profetica del Concilio, pare a me la conseguenza di questo suo “normale” sentire cum Ecclesia. Papa Roncalli non fu né conservatore né progressista, fu un uomo compiuto, un cristiano riuscito, un santo. Qui e solo qui sta la sua forza.

Concludo con le parole che il Patriarca scrisse il giorno del suo 75° genetliaco e che confermano quanto ho voluto dire: «Ripresa della visita pastorale. Forma felice di festeggiare il mio 75 compleanno. Per singulos annos benedicere Deum» (25 novembre 1956).

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[1] L’episcopato veneziano del cardinale Angelo Giuseppe Roncalli è, nelle linee di fondo, ben conosciuto: fonte imprescindibile sono certamente i quattro volumi di Scritti e discorsi, pubblicati nel 1959 (i primi tre) e nel 1962, a cura di mons. Loris Francesco Capovilla, custode fedelissimo delle opere e degli insegnamenti, e poi della memoria, del patriarca di Venezia. Anche l’edizione del 1958 degli atti del XXXI Sinodo Diocesano, tenuto nei giorni 25-26 e 27 novembre 1957, offre una importante documentazione per comprendere le prospettive del governo pastorale, a Venezia, di Roncalli. Ugualmente significativi, per cogliere l’anima del patriarca (le sue gioie, ma anche le ansie e le preoccupazioni) sono senza dubbio Il Giornale dell’Anima (di cui ricordo l’importante edizione critica con annotazioni a cura di Alberto Melloni, stampata nel 2003) e le Lettere ai familiari 1901-1962, pubblicate, sempre a cura di mons. Capovilla, nel 1968. Non va dimenticato neppure lo splendido album fotografico Papa Giovanni patriarca a Venezia, pubblicato nel 1964, che «racconta con fedeltà ed arte e buon gusto la giornata veneziana del nostro amatissimo Patriarca», come si espresse nell’introduzione il suo successore sulla cattedra marciana, il cardinal Giovanni Urbani. Il periodo veneziano di Roncalli ha ben presto suscitato l’interesse di storici e biografi: dal volume di Leone Algisi, Giovanni XXIII, pubblicato nel 1959, al fortunato L’utopia di papa Giovanni di Giancarlo Zizola del 1973 al ben documentato Giovanni XXIII. Angelo Giuseppe Roncalli. Una vita nella storia di Marco Roncalli, pubblicato nel 2006, non mancano pagine di grande interesse volte al chiarimento dell’azione pastorale del cardinal Roncalli a Venezia. Un posto di particolare rilievo è occupato, in questo contesto, dal volume di Marco Roncalli Giovanni XXIII. La mia Venezia, pubblicato nel 2000, quasi alla vigilia della beatificazione del venerato pastore.

[2] Di mons. Tramontin vanno certamente ricordati alcuni saggi puntuali ed esemplari: Venezianità del card. Roncalli, pubblicato nel 1983 e Il cardinale Roncalli e Venezia, del 1984; di mons. Niero possiamo citare alcuni contributi che riguardano i rapporti del Patriarca Roncalli con il “mondo dell’arte” (Il card. Roncalli e l’arte sacra del 1983, La questione dei plutei della Basilica di San Marco del 1984) o che tentano una prima sintesi interpretativa del periodo veneziano, come Il patriarcato di Venezia e i patriarchi A. G. Roncalli e G. Urbani del 1988; di B. Bertoli e G. Bernardi citiamo Il Patriarca Roncalli e le sue fonti. Bibbia Padri della Chiesa Storia, Studium Cattolico Veneziano, Venezia 2002.

[3] Cfr J. Ratzinger, Problemi e risultati del concilio Vaticano II, Brescia 1967, 109-113; G. Colombo, La teologia della Gaudium et spes e l’esercizio del magistero ecclesiastico, in Id., La ragione teologica, Milano 1995, 281-284; G. Alberigo, Giovanni XXIII e il Vaticano II, in Id. (a cura), Papa Giovanni, Bari 1987, 215-216.

[4] Giovanni XXIII, Gaudet Mater Ecclesia, in Enchiridion Vaticanum I, Bologna 1993(14)  , 26*-69*, qui 55*.

[5] Scritti e discorsi I, 175.

[6] Giornale di un’Anima 292.

[7] Scritti e discorsi III, 318-320 e 349.

[8] E. Galavotti, Introduzione, in A. G. Roncalli – Giovanni XXIII, Pace e Vangelo. Agende del patriarca. 1: 1953-1955, Istituto per le Scienze Religiose, Bologna 2008, XV.

[9] Scritti e discorsi IV, 138-139.
Italian L'Europa deve investire sull'educazione
Jun 08, 2008
Intervista al cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia. Dal "cor inquietum" di Hemingway all'uomo impagliato di oggi.

(L'OSSERVATORE ROMANO, June 8) "In Europa c'è bisogno di un soprassalto di senso civico e di democrazia. E la grande questione che le nazioni europee devono porsi è:  da dove può venire un cittadino europeo, dinamico, aperto al futuro e non bloccato dalle paure?". L'Europa, le paure che l'attanagliano e che la frenano, il coraggio da trovare, la speranza da alimentare, il dialogo da coltivare. Comincia da qui il nostro incontro con il patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, che abbiamo avvicinato alla vigilia della consegna del premio "Lignano-Europa" - riconoscimento speciale nell'ambito della ventiquattresima edizione del premio letterario e giornalistico "Ernest Hemingway Lignano Sabbiadoro" - che gli sarà consegnato il 7 giugno nella celebre località adriatica che fu tra le mete preferite dello scrittore e giornalista statunitense.
  Il cardinale è stato premiato - si legge nelle motivazioni della giuria - non solo per lo spessore culturale del personaggio, "uno dei più lucidi e illuminati esponenti del pensiero filosofico cattolico contemporaneo", ma anche per la sua intensa attività in favore dell'incontro e del dialogo fra i popoli e le culture. Perciò parliamo con lui dell'Italia, dell'Europa, dei confini che si allargano, dei popoli e delle culture che si incontrano e, a volte, si scontrano.
  E riferendoci all'Europa e alle contraddizioni sociali e culturali che ancora accompagnano il suo odierno cammino comunitario non possiamo non fare riferimento al fatto che ancora oggi sembra che a essa manchi sempre qualcosa per definire la sua vera identità. "Io penso che l'Europa - ci dice il patriarca - debba ritrovare la sua origine che sta nella sensibilità romana ripresa dal cristianesimo. Come dice il filosofo parigino Rémi Brague, questa sensibilità romano- cristiana è data dalla capacità di "secondarietà". La cultura romana - e, sulla sua scia, quella cristiana - non mise se stessa davanti a tutti, ma riuscì a fare spazio ad Alessandria, a Gerusalemme e ad Atene. La forza dell'Europa risiede proprio in questa capacità di secondarietà, cioè di fare spazio - all'interno della sua sensibilità culturale - a tutto ciò che si sta muovendo di nuovo sul pianeta. Ma proprio questo è secondo me ciò che manca oggi".

  Da dove proviene il malinteso secondo il quale per alcuni se si parla di radici cristiane dell'Europa sembra che si leda l'Europa stessa o che si urti la sensibilità di qualcuno?

  Tutto nasce dall'incapacità di guardare al futuro, che caratterizza molti aspetti delle società europee. Se si guardasse davvero al futuro, si capirebbe che il cristianesimo è invece una grande risorsa. Quando noi parliamo delle radici cristiane dell'Europa, infatti, non intendiamo conservare un fossile, ma sottolineare come il cristianesimo - facendo spazio a Dio e facendo spazio all'uomo nella sua dignità e a tutti i popoli, soprattutto a quelli emergenti - può continuare a essere una risorsa particolarmente stimolante per identificare il nuovo stile di vita dell'uomo europeo.

  Forse c'è anche un deficit di conoscenza. Hemingway è stato grande giornalista e grande scrittore. Forse l'Europa ha bisogno di chi sa raccontare, di chi sa mediare cultura? E, dal punto di vista giornalistico, di chi sa essere testimone affidabile della verità?

  Esattamente. Queste due osservazioni sono di capitale importanza. Proprio il grande dibattito che si sta svolgendo da anni in Europa sulla laicità, e soprattutto l'idea, che Papa Benedetto riprende spesso, di una sana laicità - anche invitandoci a guardare, con le debite differenze, all'America - ci deve far capire che una società civile oggi vive della narrazione, del racconto di tutti i soggetti personali e sociali che la abitano. Senza questo riconoscimento reciproco - in tempi di mutazioni così radicali come quelli che stiamo vivendo - è impossibile trovare una via comune realmente spalancata al futuro. Perciò, all'interno di questa società - che è una società plurale, in cui i vari soggetti si raccontano per riconoscersi - le varie figure espressive (tutte le forme letterarie, artistiche e filosofiche) e un giornalismo realmente capace di raccontare i fatti, devono essere interpreti reali della vita civile e dei popoli che la abitano.

  C'è in questo senso una carenza nella formazione di certe professionalità?

  Il discorso dell'educazione è fondamentale, ma quella indicata non mi sembra la carenza più preoccupante. Ciò che a me sembra realmente capitale è che l'Europa, e nel particolare l'Italia, deve guardare all'educazione in maniera molto più puntuale, profondendo risorse di uomini e di mezzi per dare alle scuole, alle università e a chi svolge un compito educativo, un peso decisamente più marcato e rilevante.
  Io, per esempio, credo che - per poter realmente gestire un sistema che risulta ormai infiacchito - si debba passare da un pluralismo nella scuola a un pluralismo delle scuole. I soggetti che animano la società civile formulino delle proposte educative da far verificare e accreditare, com'è giusto, dallo Stato che deve governare la scuola. Le libertà civili e sociali non si potranno realizzare senza un'adeguata libertà di educazione. Occorre imboccare con coraggio la strada di una libertà di espressione che incentivi creatività e confronti nella scelta degli educatori, ma anche dei programmi. In taluni Paesi europei già accade. L'Italia, invece, da questo punto di vista è un po' arretrata.

  Siamo arrivati a parlare di Italia. Paese che è una sorta di ponte lanciato nel Mediterraneo. Quali responsabilità comporta questo dato di fatto?

  Le responsabilità sono enormi, specie in questo tempo che io, per indicare il processo in atto di mescolamento tra popoli, sono solito chiamare provocatoriamente meticciato di civiltà (e sottolineo "di civiltà"). L'Italia, per la sua collocazione geografica, si trova nella condizione di poter dettare il passo futuro a tutta l'Europa. E lo può fare cercando di equilibrare intelligentemente l'accoglienza - che sia rispettosa della dignità e della domanda di partecipazione a un benessere equo da parte di moltissime persone provenienti da Paesi poveri - con l'esercizio di una democrazia nella quale sia garantita al cittadino la sicurezza e il rispetto della propria tradizione.

  Da queste considerazioni emerge anche l'importanza del confronto e del dialogo. A questo proposito da Venezia è nata l'idea di "Oasis". Che cos'è?

  "Oasis" è un centro che ha per obbiettivo quello di tessere una rete di rapporti volta alla promozione della reciproca conoscenza e all'incontro tra cristiani e musulmani.
  Vi sono persone che vengono dal Pakistan, dall'Indonesia, dalla Siria, dal Libano, dagli Stati Uniti e che cercano insieme di conoscere meglio il mondo islamico, ascoltando soprattutto la testimonianza dei cristiani che vivono in Paesi a grande maggioranza islamica. E il lavoro che abbiamo fatto in questi quattro anni, e quello che faremo fra quindici giorni nell'incontro ad Amman - circa ottanta persone provenienti da più di venti Paesi del mondo - va appunto in questa direzione. Per esempio quest'anno rifletteremo sulla libertà religiosa, sulla libertà di coscienza, sulla libertà di conversione alle religioni, partendo dalla sensibilità orientale messa a confronto con quella occidentale circa il grande tema - che è poi un importante termine di confronto con l'islam - che è quello del rapporto tra verità e libertà.

  Nelle motivazioni del premio "Hemingway Europa" si legge del suo intenso lavoro, in qualità di patriarca di Venezia, per sostenere il dialogo fra culture diverse. C'è un linguaggio comune al quale fare riferimento?

  Fondamentale, per la costruzione di un linguaggio comune, è quell'allargamento della ragione cui il Papa, da Ratisbona in poi, non si stanca di richiamarci. Insieme alla certezza che la storia non è abbandonata alla deriva del caso, ma è saldamente sorretta dalle mani di Dio. Quando l'uomo esclude Dio dalla sua vita personale e sociale, vive male. In questa direzione le religioni - come espressione concreta, vitale, popolare di un rapporto con Dio - sono una particolare e straordinaria risorsa, purché accettino di lasciarsi purificare dalla fede. E proprio a questo serve il dialogo tra le religioni. Gesù Cristo, unico e universale redentore, accompagna l'umanità che cammina con le due ali della ragione e della fede.

  Un altro dialogo che sembra oggi difficile è quello tra scienza e fede.

  Su questo versante credo che le vie del dialogo siano due. La prima, e principale, è che tutti dobbiamo riconoscerci figli di un unico Dio. Anche chi dice di non credere, dovrebbe cercare di non rinunciare all'ipotesi che Dio sia all'opera, perché questa di fatto è l'ipotesi più ampia e più rispettosa di tutti. In secondo luogo dobbiamo mettere in grande evidenza il valore pratico dell'essere insieme. Troppo raramente si sottolinea questo dato:  il primo grande valore che abbiamo in comune è che siamo, per così dire, "costretti" a vivere insieme. Perciò il confronto incessante nel rispetto del comandamento della "regola d'oro" - non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te - è una condizione fondamentale perché si possa vivere per quanto possibile in pace.

  Torniamo a Hemingway. Venne in Italia durante la prima guerra mondiale e poi ci ritornò alla fine degli anni Venti, quando completava il suo Addio alle armi. Sono passati circa ottant'anni, e il mondo è già molto diverso da quello che lui raccontava.

  Certo. Anche se l'inquietudine che animò Hemingway - e che purtroppo lo condusse a una soluzione tragica della sua vita - letta positivamente, dovrebbe suonare da sveglia per l'uomo europeo che oggi invece risulta piuttosto impagliato. Certamente il mondo è cambiato. Le grandi trasformazioni in atto a livello dell'amore, a livello della vita, della globalizzazione, della civiltà delle reti, del meticciato di civiltà costringono anche noi a un cambiamento che cominci dal profondo. Ma la radice di questo cambiamento è legata a quell'inquietum cor che Hemingway possedeva e di cui Agostino ha fornito la giusta interpretazione. L'uomo che non sente più l'inquietudine suscitata dal desiderio di vedere il volto di Dio, non ha energia per costruire civiltà. In questo senso Hemingway resta attuale.
Italian Pellegrinaggio del Clero diocesano di Bergamo
Jun 08, 2008
Omelia di S.E.R. Card. Angelo Scola, Patriarca di Venezia. Venezia, 4 giugno 2008

Eccellenze Reverendissime,

Cari Sacerdoti,

1. Siete venuti pellegrini da Bergamo in questa Basilica patriarcale, nel 50° anniversario dell’elezione del Patriarca Roncalli alla sede di Pietro e nel 45° del suo transito, volendo ripercorrere tutte le strade che la Provvidenza ha fatto compiere ad Angelo Giuseppe per condurlo un giorno fino a Roma sul soglio di Pietro. Nell’articolato itinerario annuale della vostra memoria non poteva mancare Venezia, la sede in cui il Beato Giovanni XXIII ha esercitato il suo fecondo ministero episcopale.

Per Voi sacerdoti della Chiesa di Bergamo ove il Beato Roncalli è nato e cresciuto, venire a Venezia manifesta il desiderio di paragonarsi con i tratti significativi della personalità cristiana e sacerdotale di Giovanni XXIII. L’amore del Beato Roncalli per San Marco, patrono di Venezia e delle genti venete, e per questa Basilica dà ragione della scelta di celebrare la Messa Votiva dell’Evangelista. È il modo migliore per ringraziare il Signore del grande dono del Beato Giovanni XXIII alla Sua Chiesa.

2. «O Dio, che hai glorificato il tuo evangelista Marco con il dono della predicazione apostolica». Queste parole della preghiera di Colletta riecheggiano il contenuto delle Letture che abbiamo ascoltato. «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16, 15): così l’evangelista Marco sintetizza il mandato che il Risorto affida ai suoi discepoli. Ed essi, come ci ha ricordato il Libro degli Atti, non mancano di obbedire al comando del Signore: «e noi vi annunziamo la buona novella» (At 13, 32).

Il dono della predicazione. Se ascoltata con attenzione, questa formula può risultare un po’ strana. La predicazione viene definita come un dono. Ma non è soprattutto un compito per noi sacerdoti? Eppure la liturgia parla con chiarezza di dono: predicationis gratia, non parla nemmeno di munus, che può essere tradotto contemporaneamente come dono e compito.

Così, senza passaggi intermedi né tentennamenti, siamo condotti al cuore del mistero di ogni vita sacerdotale e, in particolare, siamo aiutati a cogliere la coscienza che Roncalli aveva del proprio ministero. Secondo il Beato Patriarca il ministero esige un’unità profonda tra due poli indisgiungibili.

Da una parte la coscienza di essere «presi a servizio». La vocazione infatti prima e più che la decisione di servire sorge dall’essere presi a servizio da parte di un Altro. Siamo stati chiamati, è il Signore che ci ha scelti. Ecco perché la predicazione – come emblema di tutto il ministero sacerdotale – è parte costitutiva della chiamata, è un dono.

Cosa significa vivere il sacerdozio come mandato? Nessuno si manda da sé, neppure il Figlio e lo Spirito. Così noi, ogni mattina, dobbiamo iniziare la giornata recuperando la coscienza che il Signore ci ha scelto. E ogni mattina dobbiamo personalmente rispondere di nuovo al Signore di Sì, siamo chiamati a lasciarci di nuovo prendere a servizio. La memoria viva del Risorto che ci sceglie e ci invia dovrebbe esprimersi in ogni gesto ed in ogni istante della nostra vita sacerdotale. Qui sta l’unica radice imperitura della testimonianza.

Ma nello stesso tempo e in modo inscindibile l’unità del cuore del pastore fa riferimento ad un altro polo. Lo esprime bene il Patriarca Roncalli nel suo diario, il 17 maggio 1953, poco dopo l’ingresso solenne in Diocesi, durante gli esercizi spirituali: «Ciò che mi prende è la gravità delle mie responsabilità di pastore: non sono più di me, ma delle anime dei miei fedeli». La vocazione del sacerdote, più di ogni altra vocazione, si compie nella missione. La missione non è qualcosa di aggiunto alla fisionomia del cristiano: è il volto concreto della chiamata che il Padre ha voluto per lui. «Sono delle anime dei miei fedeli», afferma Papa Giovanni. Qui vocazione e missione - come in Cristo Gesù, l’apostolo, il mandato per eccellenza (cfr Eb 3, 1) - tendono a coincidere. Non è proprio possibile considerare il nostro ministero alla stregua di un mestiere.

Presi a servizio per la missione: ecco il cuore della vita sacerdotale che batteva nel petto del Beato Roncalli. Ma in questo, come in tante altri tratti della sua ricchissima personalità, il Beato Giovanni XXIII è un fedele rappresentante della miglior tradizione del cattolicesimo bergamasco e lombardo.

3. Dove reimparare ogni giorno questo nucleo incandescente della nostra vocazione sacerdotale? Il Libro ed il Calice è la risposta del Beato Roncalli: la celebrazione dell’Eucaristia, ove la mensa del pane è illuminata dalla proclamazione della Parola di Dio. L’Eucaristia è certo il luogo proprio della predicazione apostolica, l’ambito in cui questa si offre al popolo cristiano in modo compiuto perché è - come dice Benedetto XVI nella Sacramentum caritatis - «Cristo che si dona a noi, edificandoci continuamente come suo corpo» (SCr 14). Celebrando in persona Christi noi veniamo coinvolti nella donazione che Egli fa di Sé al Padre e agli uomini. Diventiamo noi stessi memoriale e offerta. Memoria della nostra elezione che non viene mai meno; offerta della nostra vita per l’edificazione della Chiesa e la salvezza del mondo.

L’uomo post-moderno ad un tempo assetato e smarrito può incontrare in ministri siffatti una autentica compagnia (cum-panis) verso il proprio destino. L’Eucaristia fa di noi uomini della comunione. quella comunione con Cristo e con i fratelli che ci costituisce perché ci precede. La comunione implica, costi quel che costi, una stima previa verso tutti. Dalla consapevolezza, quotidianamente ripresa e custodita, dell’origine sacramentale della nostra comunione, scaturisce questa inaudita possibilità, donata ad ogni rapporto tra cristiani, ma chiamata a brillare di luce speciale nel presbiterio. Mi riferisco alla carità e per noi alla carità sacerdotale.

Su che cosa può fondarsi una posizione umana così radicale per cui la comunione è più forte di tutte le opinioni, più forte di tutte le incomprensioni, più forte persino delle umiliazioni? Può fondarsi solo sul riconoscimento che chiunque mi è dato, mi è dato dal Padre per il mio bene oggettivo. Quindi mi corrisponde profondamente, al di là di ogni diversità, anche profonda. Come faremmo altrimenti a seguire il comando di Gesù: amate i vostri nemici? O l’invito di Paolo ad essere nel dolore lieti? Dove il popolo può vedere questa novità che alimenta la speranza e documenta nel presente il trionfo del Crocifisso Risorto se non nella comunione organica dei presbiteri? Non ci sono pre-condizioni a questa stima a meno di umiliare la carità, senza la quale nulla ha valore. Il Beato Patriarca lo dice con la consueta concretezza nel diario del 6 marzo 1954: «Trovo che si può forse ottenere di più: ma ciò sarà più facile colla cooperazione di tutti che colle critiche. Chi non ha difetti fra noi? E ciascuno non ha un carattere suo? E il pensiero d’averlo non dovrebbe incoraggiarci a tollerare il carattere altrui?».

4. Carissime Eccellenze e carissimi sacerdoti, il Vostro pellegrinaggio è motivo di conforto e di letizia per la Chiesa veneziana e per il suo Patriarca.

La memoria del Beato Roncalli rimane salda in terra veneta. Ma l’affetto che il popolo bergamasco gli riserva genera in tutti noi un po’ di santa invidia e ci incoraggia ad essere più decisi nella sequela di Giovanni XXIII. A proposito del suo amore per Bergamo, che trasuda da tutti i suoi scritti, Roncalli annota nelle sue agende l’8 marzo 1953: «A Bergamo (…) La mia persona scomparve nella semplicità, ma apparve vivido e sincero e commovente l’affetto dei Bergamaschi per il loro concittadino tanto onorato dalla S. Sede. Non nobis, Domine [Sal 113B,1]».

«Non nobis, Domine». Anche noi, in questa splendida giornata veneziana, possiamo ripetere il versetto del Salmo perché è la chiave del nostro pellegrinaggio di gratitudine: «Non nobis, Domine». Amen.
Italian Corpus Domini 2008
May 27, 2008
L'omelia del Cardinale.

Anche se avvolta “in un abissale mistero”, la festa del Corpus Domini è avvertita come “profondamente umana” perché “l’esperienza umana elementare - mangiare dello stesso pane e bere dello stesso vino - è un segno di familiarità, di comunione di vita. Qui è l’unico Corpo di Gesù Cristo che ora ha assunto forma eucaristica e ha il potere di incorporarci a sé. È Lui infatti che aggrega e unisce. L’Eucaristia realizza l’unità della Chiesa in Cristo, un’unità profonda e radicale, non sentimentale o a basso prezzo. Da riconoscere ed obbedire prima che da costruire... La festa del Corpus Domini, cioè dell’Eucaristia come cuore pulsante di tutta la Chiesa, ci pone davanti ad un grande mistero. «Mistero della fede!» è infatti l’espressione che conclude l’azione della consacrazione che sta al centro della Santa Messa. Un grido di adorazione di fronte a Colui che supera la nostra povertà di creature e rende veramente presente l’infinita ricchezza di Dio, una realtà che non possiamo afferrare compiutamente, ma che ci corrisponde profondamente”. Sono alcuni passaggi dell’omelia del Patriarca di Venezia card. Angelo Scola pronunciata ieri sera, nella basilica di S. Marco, durante la messa della solennità del Corpus Domini.

Nella sua riflessione il Patriarca ha affermato tra l’altro: “La mancanza di ciò di cui abbiamo bisogno per vivere (non solo dei beni materiali, ma soprattutto di quelli spirituali) mette alla prova la nostra fede. O recriminiamo o ci affidiamo. La memoria del Corpus Domini, la celebrazione eucaristica, l’adorazione e la solenne processione sono la via maestra per questo affidamento lungo «il viaggio della nostra vita». La nostra libertà è chiamata al passaggio dal bisogno all’abban-dono, come ho visto in tantissimi pellegrini - soprattutto negli ammalati, ma non solo - nel recente pellegrinaggio che ho vissuto con molti di voi a Lourdes”. Ed ha quindi proseguito: “L’uomo che, per grazia, accoglie il dono dell’Eucaristia fa ogni volta una singolare esperienza. La misericordia amorevole della Trinità irrompe nel susseguirsi meccanico degli instanti del suo tempo, vi opera una benefica discontinuità che provoca la sua libertà. Accorgendosi allora dell’abissale differenza tra l’infinita libertà di Dio che si dona eucaristicamente e la pochezza dell’umana libertà il fedele si abbandona a Cristo, trasforma la sua esistenza in offerta vivente. Questa assume una vera e propria forma eucaristica sia a livello personale che a livello sociale. Cambia il modo di vivere gli affetti, il lavoro, il riposo. Cambia il modo di usare i propri beni. Cambia il nostro sguardo sugli altri. Anche dentro la prova e la contraddizione l’offerta di sé dà sapore alla realtà rendendovi presente Cristo. Nell’adorazione eucaristica domandiamo il dono di saper offrire noi stessi. Nella virtù dell’offerta, somma delle virtù teologali e cardinali, sta il principio del rinnovamento ecclesiale e sociale. Qui nasce il fedele e il cittadino”. Al termine della celebrazione in cattedrale si è poi svolta la processione in Piazza San Marco con la benedizione eucaristica all’intera città.

Di seguito, l'omelia:

1. «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere» (Dt 8, 2). Mosé invita il popolo alla memoria, a cercare le orme di Dio sul proprio cammino. Israele, che ormai vive pienamente stabilito in Palestina nella prosperità, rischia di dimenticare i quarant’anni del deserto, della fame e della sete, delle continue minacce di morte da cui è stato salvato. Tacitando il proprio bisogno più profondo culla l’illusione della propria autosufficienza.

Ma poi, dentro l’esistenza del popolo come in quella di ciascuno di noi, la condizione del deserto si ripresenta. La mancanza di ciò di cui abbiamo bisogno per vivere (non solo dei beni materiali, ma soprattutto di quelli spirituali) mette alla prova la nostra fede. O recriminiamo o ci affidiamo. La memoria del Corpus Domini, la celebrazione eucaristica, l’adorazione e la solenne processione sono la via maestra per questo affidamento lungo «il viaggio della nostra vita» (Orazione di Colletta). La nostra libertà è chiamata al passaggio dal bisogno all’abban-dono, come ho visto in tantissimi pellegrini - soprattutto negli ammalati, ma non solo - nel recente pellegrinaggio che ho vissuto con molti di voi a Lourdes.

2. «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue non avrete in voi la vita» (Gv 6,53). Gesù parla fin troppo chiaro, ma la sua rivelazione è durissima. La festa del Corpus Domini, cioè dell’Eucaristia come cuore pulsante di tutta la Chiesa, ci pone davanti ad un grande mistero. «Mistero della fede!» è infatti l’espressione che conclude l’azione della consacrazione che sta al centro della Santa Messa. Un grido di adorazione di fronte a Colui che supera la nostra povertà di creature e rende veramente presente l’infinita ricchezza di Dio, una realtà che non possiamo afferrare compiutamente, ma che ci corrisponde profondamente. L’azione eucaristica, la più elevata tra tutte le azioni umane, anticipa quanto Benedetto XVI ha scritto nella sua seconda Enciclica: noi aspettiamo «la vita vera che, interamente e senza minacce, in tutta la sua pienezza è semplicemente vita» (Spe salvi 27).

3. Pur immersa in un abissale mistero la festa del Corpus Domini è una festa che sentiamo profondamente umana.

Il corpo è la via sempre percorsa dalle nostre relazioni, da quelle più esteriori e superficiali a quelle più intime e costitutive. L’estrema possibilità del dono reciproco passa dall’impegnare il proprio corpo. Lo sanno bene le madri con i propri bambini - sonno, salute… fino alla stessa vita spesi per loro - o gli sposi l’uno per l’altra. Nell’amore fra persone umane la parola deve diventare carne per compiere la sua verità.

Ma l’amore umano, pur nei più grandi esempi di dedizione, incontra sempre barriere insormontabili che gli si oppongono. Anche la comunicazione più intima non raggiunge l’essenza dell’altro che sempre ci resta altro. Solamente il Verbo di Dio che si è fatto carne ed abita in mezzo a noi realizza il miracolo di oltrepassare i confini di ogni essere corporeo.

«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» (Gv 6,58). Assumete dentro di voi ciò che sembra stare soltanto accanto a voi - ci dice il Signore Gesù - e, come Io posso oltrepassare i confini, così lasciate cadere i vostri confini, assumendo me. Io vi libero dalla vostra presunta solitudine alienata e vi riprendo nella mia comunione per rendervi capaci di vera comunione tra di voi.

Noi mangiamo il Suo corpo, ma non siamo noi ad assimilare questo cibo prezioso: è proprio facendosi nostro cibo e nostra bevanda che Gesù ci assimila a Sé.

4. Nell’esperienza umana elementare mangiare dello stesso pane e bere dello stesso vino è un segno di familiarità, di comunione di vita. Il pasto comune rafforza l’amicizia. Ma qui è l’unico Corpo di Gesù Cristo (Corpus Domini) che ora ha assunto forma eucaristica e che ha il potere di incorporarci a sé: «Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo» (2 Cor 10, 17). È Lui infatti che aggrega e unisce. Ci fa veramente compagni (l’etimo latino della parola, formata da cum e da panis, rimanda alla radice eucaristica).

L’Eucaristia realizza l’unità della Chiesa in Cristo, un’unità profonda e radicale, non sentimentale o a basso prezzo. Da riconoscere ed obbedire prima che da costruire. Quanto siamo mancanti a questo livello, quanti peccati commettiamo con leggerezza contro la comunione. Chiediamone umilmente perdono davanti a Gesù sacramentato.

5. «Noi ci accostiamo alla mensa di questo grande sacramento, perché l’effusione del tuo Spirito ci trasformi a immagine della tua gloria». L’uomo che, per grazia, accoglie il dono dell’Eucaristia fa ogni volta una singolare esperienza. La misericordia amorevole della Trinità irrompe nel susseguirsi meccanico degli instanti del suo tempo, vi opera una benefica discontinuità che provoca la sua libertà. Accorgendosi allora dell’abissale differenza tra l’infinita libertà di Dio che si dona eucaristicamente e la pochezza dell’umana libertà il fedele si abbandona a Cristo, trasforma la sua esistenza in offerta vivente. Questa assume una vera e propria forma eucaristica sia a livello personale che a livello sociale. Cambia il modo di vivere gli affetti, il lavoro, il riposo. Cambia il modo di usare i propri beni. Cambia il nostro sguardo sugli altri. Anche dentro la prova e la contraddizione l’offerta di sé dà sapore alla realtà rendendovi presente Cristo. Nell’adorazione eucaristica domandiamo il dono di saper offrire noi stessi. Nella virtù dell’offerta, somma delle virtù teologali e cardinali, sta il principio del rinnovamento ecclesiale e sociale. Qui nasce il fedele ed il cittadino.

6. «Ecce panis Angelorum factus cibus viatorum» (Sequenza). Il gesto della processione che fra poco insieme compiremo evoca il più semplice e fondamentale mistero umano: il mistero del nostro esistere come un viaggio che a nessuno è dato di disertare. Nella fede che si manifesta nel gesto pubblico della processione l’angoscia che deriva dal non conoscere la meta, o addirittura di negarla, è vinta. Non solo sappiamo dove - o meglio da Chi - andiamo, ma abbiamo il viatico per il nostro cammino.

Avviandoci verso la conclusione del mese che il popolo cristiano Le dedica, chiediamo a Maria, donna eucaristica e Chiesa immacolata, di custodirci nel nostro cammino: Le affidiamo tutte le aspirazioni, i desideri, i bisogni, le sofferenze che premono sul cuore nostro e di tutti i fratelli uomini. Amen.
Italian Parlare dei problemi comuni con un giudizio cristiano
May 26, 2008
scoladefinitivosabato26.doc
Parrocchie, comunità e progetto culturale

Card. Angelo Scola, Patriarca di Venezia, 26 aprile 2008.
Italian Educazione e laicità?
May 24, 2008
Il Cardinale Scola per i 150 anni del Collegio Canova Istituto Cavanis.

VENEZIA, sabato, 10 maggio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato dal Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, il 6 marzo scorso al Collegio Canova Istituto Cavanis di Possagno per la celebrazione dei 150 anni di vita dell'istituto.

* * *
Premessa

«Cinquant’anni di povertà e di lotte, come si conveniva ad un nuovo tipo di scuola che fosse gratuita, libera e aperta». Così si legge a pagina 8 del volume dal titolo “I Venerabili Servi di Dio P. Antonio e P. Marco Cavanis” a proposito della loro vita interamente spesa al servizio di Dio e della gioventù.

Certamente, nel panorama della proposta educativa del Patriarcato di Venezia, delle nostre terre venete e ormai in diversi continenti, ma più in generale nel nostro Paese, l’opera dei Fratelli Cavanis brilla come fulgido esempio di un modello di scuola che, con la straordinaria capacità di precorrere i tempi spesso propria dei santi, appare oggi più decisivo che mai per la edificazione di una vita buona personale e sociale. Decisivo, ma purtroppo ancora troppo spesso frainteso, quando non apertamente osteggiato, perché vittima di riduzioni ideologiche che ne pregiudicano la retta comprensione.

Per questo non mi sembra inutile, prima di addentrarmi a descrivere sinteticamente quelle che sono, a mio giudizio, le strutture portanti di un sistema educativo autenticamente laico ed adeguato ad una società plurale come la nostra, proporre qualche considerazione che aiuti a chiarire i termini essenziali della questione educativa.

1. Un significativo conflitto di linguaggi

Anzitutto occorre fare una constatazione. Quando oggi in Italia si ragiona intorno al carattere della scuola, colpisce come avvenga una sorta di distorsione semantica negli aggettivi che ad essa si riferiscono, a seconda che vengano adoperati a partire dai diversi approcci ideologici. Distorsione che non di rado genera conflitto.

Facciamo qualche esempio. Una scuola “libera” è, secondo alcuni, una scuola libera da vincoli ideologici di tipo identitario. Per altri, invece, la scuola è libera proprio in quanto può trasmettere un sistema coerente di valori legati ad una precisa concezione di vita senza costrizioni da parte dello Stato.

Per gli uni, una scuola è indipendente perché in un contesto di finanziamento centralizzato può operare senza preoccuparsi di competere sul “mercato” per affermare la propria qualità; per gli altri, è indipendente perché grazie alla sua qualità (intesa come capacità di rispondere in modo adeguato ai bisogni degli “utenti”) resta sul “mercato” senza dipendere dallo Stato.

2. A proposito di laicità

Non è necessario sottolineare che questo significativo conflitto di linguaggi trova il suo zenit nell’uso del termine laico. Anche questo termine è impiegato con significati assai diversi e spesso contraddittori.

Il concetto di laicità oggi più diffuso poggia su un presupposto acritico e non dichiarato. Considera che, in una società democratica plurale, il rapporto tra il singolo individuo portatore di diritti fondamentali e lo Stato si possa correttamente dare solo a patto di non introdurre tra i due, in nessuna forma, altri elementi di riferimento e di mediazione. In questo contesto, la religione - o più in generale una ben identificabile Weltanschauung - costituirebbe un “terzo incomodo”, tollerabile solo se si riduce a fatto privato proprio del singolo individuo. È la fase ulteriore del processo per cui «la globalizzazione enfatizza una soluzione di neutralità culturale: per la democrazia occidentale odierna tutte le religioni sono “uguali” (in-differenza). La sfera pubblica è dichiarata neutrale verso le religioni (…) Alle diverse religioni si chiede e si impone di considerare il loro universalismo come un fatto privato…».

In ambito scolastico questa posizione implica necessariamente l’opzione per un sistema che si vuole neutro o indifferente. Un sistema che, rinunciando a una proposta di senso, considera di fatto l’educazione prevalentemente come addestramento o apprendimento di technicalities. Senza dover esaminare in dettaglio i termini di questa proposta non ci si può impedire di rilevare che sistemi di questo tipo finiscono nelle secche di quel razionalismo intellettualistico che ancor oggi, con diverse varianti, inficia una grande parte delle istituzioni educative. Esso si esprime, da una parte, nella pretesa di “attrezzare” l’educando fornendogli una sempre più articolata gamma di competenze; dall’altra nel considerarlo come una sorta di monade autosufficiente, sciolto da ogni legame. Nozionismo ed abilità tecnico-pratiche da fornire ad un individuo separato: a questo si riduce spesso l’educazione nelle nostre società sviluppate.

La domanda che si impone allora è chiara: è accettabile l’equivalenza tra laicità e neutralità o indifferenza?

Per rispondere a questa domanda è necessario chinarci, sia pur sommariamente, sulla natura del fenomeno educativo come tale, imprescindibile punto di riferimento, di fatto o di diritto, del sistema scolastico.

3. Educazione come relazione

a) Rendere possibile un’esperienza integrale

«La cosa più importante nell'educazione non è un “affare” di educazione, e ancora meno di insegnamento» così Jacques Maritain, andando al cuore della questione educativa, individua l’inquietante eppure appassionante paradosso di cui ogni vero educatore è ben consapevole. E, subito dopo, ne indica la ragione: «L’esperienza, che è un frutto incomunicabile della sofferenza e della memoria, e attraverso la quale si compie la formazione dell’uomo, non può essere insegnata in nessuna scuola e in nessun corso».

La categoria di esperienza - assunta nella sua integralità, una volta sgombrato il campo da ogni riduzione psicologico-soggettivistica del termine - è il cardine della proposta educativa. L’esperienza integrale può garantire il processo educativo perché garantisce lo sviluppo di tutte le dimensioni di un individuo fino alla loro realizzazione e nello stesso tempo l’affermazione di tutte le possibilità di connessione attiva di quelle dimensioni con tutta la realtà. Realtà in tutte le sue dimensioni, intesa quindi come esistente umano, esistente storico, esistente vitale, esistente cosmico. Dimensioni cariche di implicazioni tra le quali la principale è Dio.

Una simile concezione dell’educazione comporta un giudizio positivo sulla realtà. Il reale, al di là delle tensioni drammatiche che lo attraversano, al di là della sua stessa contingenza, è un bene. L’educazione, per dirla con la celeberrima definizione di Jungmann, è introduzione alla realtà totale («eine Einführung in die Gesamtwirklichkeit») proprio perché la realtà totale corrisponde - “corrispondenza” è la parola che traduce la cum-venientia dei medioevali - al cuore (alle esigenze costitutive) dell’uomo. E corrisponde perché è per il bene dell’uomo. Quindi è un positivo.

Come si rivela questa percezione della positività del reale? Si rivela a partire dalla sua natura di avvenimento. Il mistero dell’essere si dona nel reale, perciò ogni manifestazione del reale si presenta come evento (dal latino e-venio) che interpella la nostra libertà provocandola ad aderire.

In questo senso l’educatore, cercando di introdurre l’educando in un’esperienza integrale della realtà, lo conduce progressivamente a coglierne la natura propria, quella cioè di essere, in tutte le sue manifestazioni, segno del Mistero. E per i cristiani il volto del Mistero è quello del Padre che ci è stato rivelato da Gesù.

b) Natura inter-personale dell’educazione: autorità e tradizione

Una simile impostazione, ad un tempo teoretica e pratica, mette subito in campo la natura inter-personale del processo educativo.

Educatore ed educando sono considerati come liberi soggetti coinvolti in un rapporto modulato dall’imporsi del reale.

Imprescindibile punto di partenza perché l’educando possa percorrere la strada dell’integralità dell’esperienza è la cura che le generazioni adulte si prendono delle nuove generazioni. Per me l’immagine più efficace di cosa sia questa cura della catena di generazioni, è l’immagine di Enea che lascia Troia distrutta con Anchise sulle spalle e il figlioletto Julo per mano. L’educazione vede all’opera la catena di generazioni.

Come giustamente è stato affermato, l’educazione domanda tradizione.

Essa consiste, come diceva Blondel, in un luogo di pratica e di esperienza, vissuto e proposto in prima persona dall’educatore alla libertà sempre storicamente situata dell’educando. Pertanto la tradizione rettamente intesa è per sua natura aperta a tutte le domande che incombono sul presente. È innovativa. Essa garantisce, come diceva Giovanni Paolo II, la “genealogia” della persona e non solo la sua “biologia”. Assicura la piena ed autentica esperienza di paternità-figliolanza, imprescindibile condizione per suscitare civiltà.

Si capisce allora il peso che nella proposta educativa ha il fattore dell’autorità, termine di cui è bene non dimenticare il significato etimologico più accreditato. Il sostantivo latino auctoritas deriva dal supino del verbo latino augere che significa “far crescere”. La persona autorevole, infatti, incarna quell’ipotesi esistenziale di lavoro, cioè quel criterio di sperimentazione dei valori che la tradizione mi offre; l’autorità, quando è autentica, è l’espressione efficace della trama di relazioni comunitarie in cui si origina la mia esistenza. In questo caso l’educando sente l’autorità come profondamente con-veniente alla sua persona.

c) Natura inter-personale dell’educazione: partecipazione e rischio

L’integralità dell’esperienza, nel rispetto della natura del reale, non è garantita solo dal fatto che l’educando sia chiamato al paragone con una proposta vivente e personale veicolata dalla tradizione - sempre innovativa - attraverso una figura autorevole. È necessario che l’educando si impegni personalmente con tale proposta.

È importante capire che in questo passaggio non è semplicemente in gioco un metodo educativo più adeguato, o più consono con le legittime aspirazioni di “autonomia” dei giovani. La portata dell’affermazione a questo proposito è molto più profonda. Si tratta di riconoscere la struttura ultima del rapporto tra l’io e la realtà. In forza di tale struttura, se la libertà dell’uomo non si mette in gioco, gli è negato l’accesso alla verità. Infatti, se la verità è l’evento in cui realtà ed io si incontrano e se tale evento si dà sempre e solo nel segno, non esiste, ultimamente, possibilità di conoscere il reale (verità) senza una decisione.

Afferma l’esegeta Schlier, in proposito: «Il senso ultimo e peculiare di un evento, e quindi l’evento stesso nella sua verità, si apre solo e sempre ad una esperienza che s’abbandoni ad esso e in questo abbandono cerchi d’interpretarlo» e aggiunge: «un evento si palesa a chi partecipa all’esperienza di esso».

Così l’inevitabile rischio dell’educazione apre l’educando alla massima creatività.

d) Il dia-logo educativo

In questo modo l’educazione si attua nel rapporto tra l’educatore e l’educando sempre situati in un contesto interpersonale comunitario. Si tratta di un dialogo tra libertà.

Martin Buber, che con Ebner e Rosenzweig è annoverato tra i cosiddetti maestri del pensiero dialogico, afferma che l’autentico dialogo è uno «scambio profondo con il reale inafferrabile». Il dialogo come ambito educativo costituisce sempre uno scambio tra l’io (l’educatore che propone e si propone), il tu (l’educando che viene introdotto alla realtà totale). Scambio che è reso possibile dalla stessa realtà che per il suo carattere di segno non è mai meccanicamente afferrabile. Non esiste vero dialogo senza che si mettano in gioco la libertà dell’educatore e dell’educando nell’incessante paragone con il reale. Se mancasse uno solo di queste tre fattori, il trittico dell’educazione verrebbe inevitabilmente meno. Se manca la libertà, integralmente giocata, sia dell’educatore sia dell’educando, il dialogo diventa essenzialmente monologo; se manca l’immersione nella realtà è preclusa la strada all’esperienza.

A partire da questa concezione del dialogo educativo e del percorso fin qui sinteticamente compiuto è ora possibile ripensare il rapporto tra educazione e laicità. Dovrebbe infatti risultare più chiaro che l’equivalenza tra scuola laica e scuola neutra o non identitaria è inaccettabile. Semplicemente perché una tale scuola non può esistere, in forza della natura stessa del rapporto educativo. In altre parole, la scuola si struttura sempre all’interno di un riferimento valoriale, ultimamente riferito ad un quadro – o forse ad una cornice – di significato.

Un’educazione neutra è, di fatto, impraticabile. Infatti, se, come abbiamo mostrato, alla base di ogni educazione sta il concetto di relazione educativa, intesa come rapporto fra chi apprende e chi insegna (in genere, ma non sempre, un giovane e un adulto), in questa relazione, che fiorisce su una trama articolata di rapporti, il senso sta alla base di ogni possibilità di apprendimento.

4. Un sistema scolastico laico

Quali conseguenze derivano da una proposta come quella accennata in vista di un ripensamento del sistema scolastico italiano che possa essere espressione adeguata di una nuova laicità imprescindibile nell’odierna società plurale?

a) Due modelli

L’affermazione dell’impraticabilità della scuola neutra, non significa per me dare vita ad alcune battaglie ideologiche contro l’attuale sistema scolastico italiano. Semplificando possiamo dire che oggi, nel sistema scolastico italiano, esistono due modelli educativi.

* Pluralismo nella scuola unica di Stato

È un fatto che nella storia del nostro Paese è stata operata, almeno fino a poco tempo fa, una chiara scelta per una scuola unica e centralizzata. La tesi dei sostenitori della scuola unica di Stato si basa su questa convinzione: la scuola deve rispondere alla domanda di formazione di una comunità che si riconosce nello stesso universo culturale di valori, norme e comportamenti, e quindi condivide anche un’idea di educazione. Questo universo può essere identificato, nella sua espressione minimale o massimale - a questo proposito ci sono delle notevoli divergenze - con il quadro costituzionale di una determinata democrazia.

Ovviamente coloro che sostengono la scuola unica di Stato conoscono bene il carattere plurale delle nostre società. E in forza di questo dato propongono nella scuola unica di Stato il modello del pluralismo di visioni che si confrontano. Si propugna il cosiddetto “pluralismo nella scuola” opposto al “pluralismo delle scuole”. Il pluralismo, allora, è sostanzialmente reso possibile grazie alla giustapposizione di posizioni diverse, ma considerate parimenti legittime. Il mix delle idee proposte è lasciato totalmente al caso: ammesso che esista una visione sintetica interpretativa della realtà, sarà l’alunno a doversela guadagnare al termine del processo educativo, essendosi confrontato con tutte le posizioni in campo. Così si immagina una sorta di miracolistico effetto per cui i contrasti si comporranno in una armoniosa unità, consentendo all’educando di sviluppare autonomia e senso critico. Questo però è il risultato che si auspica. Il dato che si può, invece, costatare è il conflitto reale che scaturisce tra le visioni a confronto.

Si tratta di un modello che io considero oltre che in sé sbagliato pedagogicamente inefficace.

E questo non in forza di una prevenzione ideologica, ma solo perché considero pedagogicamente inefficace, in ordine alla ricerca, all’insegnamento e allo studio dei saperi che esigono all’origine un principio interpretativo unificatore.

* Pluralismo delle scuole

Il secondo modello, quello generalmente praticato dalle scuole cattoliche (ma anche dalle scuole montessoriane, steineriane, e dal movimento delle free schools), che è teso a garantire, in una società sempre più differenziata, la possibilità di seguire una proposta educativa che riconosca ai soggetti dell’educazione (o alle loro famiglie, quando i diretti destinatari siano troppo giovani per esprimere una scelta) una coerenza che, tenendo conto dei valori irrinunciabili di cittadinanza sancita dalla Costituzione su cui si basa un paese, consenta un reale sviluppo della persona.

In queste scuole si fa una chiara proposta sintetica educativa interpretativa del reale e si invita lo studente a verificarla e a paragonarla a 360 gradi, secondo tutte le forme moderne oggi concepite e concepibili, pienamente consapevoli del contesto di società plurale in cui il sistema scolastico è inserito.

Siccome i ragazzi sono chiamati da mille agenti educativi (pensate alla televisione, a Internet, ecc…) ad un continuo confronto tra diverse Weltanschauungen, tra diverse visioni di vita, in questa scelta da parte delle scuole non c’è nessun rischio di chiusura, tantomeno vi è la preoccupazione di creare un bel recinto in cui custodire il ragazzo. C’è invece la convinzione pedagogica che davanti ad una chiara proposta interpretativa sintetica del reale si educa meglio. Si studia e si impara meglio. A questo proposito il filone di ricerca sul successo scolastico riscontra la benefica influenza sull’apprendimento di un clima scolastico unitario e di un impostazione condivisa.

Questo modello scolastico promuove, inoltre, la vitalità della società civile. Infatti consente di uscire da una situazione che è vessatoria per molte famiglie, dal momento che «la combinazione fra l’obbligo di frequenza, la struttura burocratica, e un apparato abnorme si sostituisce alla scelta delle famiglie… tutte le famiglie possono scegliere il cibo, i vestiti e la casa mentre quando si tratta di lealtà, intelletto, valori fondamentali – in una parola quando è coinvolta l’umanità dell’educando – lo stato domina le ore fondamentali del suo tempo», mentre il principio di sussidiarietà prevede che il processo educativo tenga sempre conto della voce dell’educando, espressa all’interno di una comunità decisionale che lo conosce e si prende cura di lui - normalmente la famiglia - con il contributo dei professionisti che hanno la responsabilità di comunicargli i speri all’interno di un preciso progetto educativo. Nelle scuole scelte dalla famiglia, il pregio principale, oltre alla libertà stessa, è che l’educando nella scuola si sente “a casa”, e quindi sviluppa empatia e impegno morale, consolidando un’identità capace di confrontarsi, e non, come temono alcuni, in contrasto con la sicurezza delle istituzioni, o isolando l’educando dal resto del mondo.

Questo è, dunque, l’altro modello presente nella nostra società.

b) L’odierno contesto culturale

Inoltre questi due modelli sono oggi chiamati a confrontarsi direttamente con un contesto culturale fortemente caratterizzato dal processo in atto - sottolineo la parola processo - che, in altri sedi, ho descritto con l’espressione meticciato di civiltà e di culture.

È necessario riconoscere che l’elevata coincidenza fra il sistema di valori e significati propri degli studenti e dei docenti, che per decenni ha caratterizzato la scuola unica di Stato in Italia, oggi è drasticamente messa in discussione. Infatti questa coincidenza è diminuita nel tempo, prima per il crescere della disparità ideologica fra genitori e insegnanti, ma anche fra genitori e genitori e fra insegnanti e insegnanti, con un processo che può essere definito come di “caduta dell’illusione dell’uniformità”, e poi - in modo più massiccio - per l’affluenza nella scuola di quote rilevanti di ragazzi stranieri di cui solo una minoranza provengono da paesi culturalmente vicini all’Italia.

I dati cambiano con grande rapidità, ho potuto prendere visione di quelli che il Ministero della Pubblica Istruzione ha fornito nello scorso mese di novembre in riferimento all’anno scolastico 2006/2007.

Nel 2006/2007 erano presenti nella scuola italiana più di mezzo milione di ragazzi con cittadinanza straniera, di cui il 25% concentrato in quattro città (Milano, Roma, Torino e Brescia) pari al 5,6%, per lo più nella scuola primaria (38.0% del totale degli stranieri), ma anche nella scuola secondaria di primo grado (22,5%) e nella secondaria (20,5%). I comuni in cui gli studenti stranieri sono più del 15% erano 17 nel 2004-2005, 33 nel 2005-2006 e 51 nel 2006-2007. Le scuole in cui i ragazzi stranieri sono più del 20% sono quasi novecento, e in 89 di esse gli studenti stranieri superano il 40%; in 216 di queste scuole sono presenti ragazzi di più di venti diversi paesi. Di questi ragazzi, il 42,6% sono in parti quasi uguali albanesi, rumeni e marocchini, tutti in ampia crescita.

Questi dati servono esclusivamente ad indicare una situazione così complessa (e la cui complessità è destinata a crescere rapidamente) che non è possibile immaginare una scuola unica e uniforme in grado al tempo stesso di trasmettere i valori della società di arrivo, e di rispettare quelli della società di partenza.

Mi preme però sottolineare che limitare ai ragazzi stranieri il problema della rispondenza della scuola alla domanda di educazione è fuorviante: chiaramente in riferimento ad essi è più evidente il problema della conciliazione fra diritti della persona e doveri del cittadino, ma questo tema vale per qualsiasi persona e qualsiasi cittadino italiano.

c) Il compito dello Stato

In una società veramente laica, il compito dello Stato, per quanto riguarda il sistema scolastico, non è quello di difendere un preteso diritto ad essere l’unico gestore della scuola - scegliendo in questo modo il modello di pluralismo nella scuola unica di Stato -, ma quello di garantire l’educazione, esercitando innanzitutto un’azione di sostegno dei più deboli.

Così quando parliamo di libertà di educazione chiediamo che i due modelli possano avere gli stessi diritti e gli stessi doveri, né più né meno. Non ci interessa fare la battaglia ideologica su quale sia il modello più giusto, anche se non ci manca un’opinione in proposito. Vogliamo stare all’interno di un sistema scolastico che conceda ad entrambi i modelli parità di condizioni giuridiche ed economiche – senza parità economica non c’è di fatto reale parità - a parità di verifica da parte degli organi statuali competenti.

Mi sembra che la strada sia quella del coraggio di applicare fino in fondo il principio delle libertà realizzate sempre più invocato in tutti i settori delle democrazie laiche e plurali odierne. Lo Stato deve rinunciare in linea di massima a farsi attore propositivo diretto di progetti scolastici per lasciare questo compito alla società civile. Deve impegnarsi invece a garantire, attraverso opportune forme di accreditamento, le condizioni oggettive di rispetto della Costituzione, soprattutto l’equità nel diritto all’accesso e alla riuscita e la qualità delle proposte formulate. Lo Stato deve passare dalla gestione al puro governo del sistema scolastico. È necessario però affermare in pari tempo che le scuole libere, promosse da liberi attori in forza del principio di sussidiarietà, dovranno attuare anche il principio di solidarietà per garantire l’effettivo e qualificato accesso di tutti soprattutto all’istruzione gratuita obbligatoria. Le scuole libere debbono essere scuole di tutti e per tutti. E gli organi statali saranno chiamati, attraverso il processo di accreditamento, a rigorose verifiche.

Concretamente questa proposta significa non espellere le famiglie dall’educazione, ma fornire loro più mezzi (informazione, sostegno economico...). Nel momento in cui ai genitori viene impedito di scegliere, il controllo dell’educazione passa di fatto in mano agli insegnanti e ai burocrati, detentori delle competenze tecniche, che tendono ad abbattere e non a potenziare la partecipazione, e tendono a difendere lo status quo».

5. Un ambito di lavoro comune

La proposta di un sistema scolastico veramente laico che renda possibile nei fatti la coesistenza di questi due modelli, lungi dall’essere un campo di battaglia nel quale opporsi accanitamente, può diventare un’occasione preziosa per un lavoro comune da parte dei diversi soggetti all’opera nella società plurale.

E lo può diventare proprio a partire dal riconoscimento del protagonismo della società civile e del ruolo necessario dello Stato.

Le diverse ermeneutiche presenti nella società civile possono concorrere a dar risposta a due domande fondamentali.

In primo luogo occorre interrogarsi su come e dove si costituisce una solidarietà capace di dare vita a un progetto educativo. E questo mette in campo il dinamismo della società plurale sul quale non possiamo qui soffermarci.

In secondo luogo si tratterà di garantire che i progetti educativi dialoghino tra loro e rispettino un codice comune. Per quanto riguarda la diffusione delle virtù di cittadinanza, è vero che «una società stabile e democratica è impossibile senza un grado minimale di istruzione, e senza la conoscenza e la diffusa accettazione da parte dei cittadini di un insieme di valori comuni. L’educazione può contribuire ad entrambi». In questo ambito lo Stato democratico deve realizzare un equilibrio tra il ruolo di unificatore e quello di garante della diversità delle tradizioni, nei confini di una comune cultura, senza temere il dato inevitabile che nella scuola il “meglio” per una nazione o un gruppo può non esserlo affatto per un altro.

In questo ambito è nell’interesse della società e delle singole persone che le tradizioni religiose e culturali vengano mantenute: lo Stato non deve incoraggiare o scoraggiare queste identità, ma solo accertare che non siano in contrasto con i principi su cui si fonda. È giusto che lo Stato si preoccupi di evitare che le scuole finanziate con denaro pubblico attuino delle forme di discriminazione religiosa o razziale, ma non può farlo imponendo «una cultura unica, secolarizzata, di basso profilo valoriale e dottrinale praticamente a tutti, tranne a quelli che possono pagarsene una diversa».

La capacità della società “laica” di assumere questi compiti eserciterà, assai più che le (mancate) riforme di sistema, un importante influsso sulla qualità della scuola, ma soprattutto sulla qualità dell’esperienza umana che consente.

Siamo ben coscienti che la nostra proposta implica tempi medio-lunghi, anche se ormai è improcrastinabile la necessità di compiere subito dei passi. La parità scolastica integralmente assunta e la pista dell’autonomia di cui per ora esiste solo il tracciato, se portate con coraggio fino in fondo, possono rappresentare una strada percorribile al fine di condurre al traguardo di una autentica libertà di educazione nel nostro paese.
Conclusione

Il grado di civiltà di una società si giudica soprattutto a partire dal peso e dalla libertà dati al fattore educativo da parte delle Istituzioni che sono chiamate a promuoverlo e a garantirlo. In quest’ottica il diritto all’educazione deve essere riconosciuto a tutti i soggetti in grado di realizzare intraprese scolastiche veramente pubbliche, cioè al servizio di tutti.

Di questo, ben due secoli fa, i fratelli Cavanis sono stati profeticamente consapevoli. Per questo hanno lottato strenuamente e si sono spesi infaticabilmente fino al termine della loro vita. Tutte le opere fiorite dal loro carisma - dal germe iniziale della Congregazione mariana del 1802, in cui sono già ben riconoscibili i tratti fondamentali del loro metodo educativo, fino all’antico e robusto albero di questo Collegio Canova, rigoglioso di frutti, o alle più recenti fondazioni in America Latina o nelle Filippine - documentano la straordinaria con-venienza della loro proposta educativa con il cuore dell’uomo di ogni tempo e a tutte le latitudini.
Italian Scola: la mia idea di scuola libera di Roberto Papetti
May 24, 2008
I progetti del Marcianum – modello di educazione libera e internazionale, un “polo” dalla materna al dopouniversità - e il suo ruolo nella società: a colloquio con il Patriarca.

(IL GAZZETTINO, 16 aprile 2008) «L'assenza dei temi dell'educazione e della scuola dalla recente campagna elettorale è grave.

Penso sia uno dei segni oggettivi della fatica che si avverte nel nostro Paese e di una certa incapacità degli opinion leaders a tutti i livelli di interpretare i bisogni reali del popolo. Nella
visita pastorale io constato invece che c'è una grandissima attenzione dei genitori, al di là della crisi della famiglia, ai temi dell'educazione dei figli. Sono impressionato dalla partecipazione massiccia di papà, mamme, nonne e nonni agli incontri che facciamo su questi temi e si tratta di persone che solo in minima parte - meno del 10% - va a Messa alla domenica. È il segno che c'è una domanda educativa acuta e realmente preoccupata che aspetta una risposta adeguata. Credo che questo spieghi anche certo distacco dalla politica: c'è una lontananza
dalla vita concreta della gente». Il Cardinal Angelo Scola interverrà oggi alla Basilica della Salute per il quarto Dies Academicus del Marcianum, il polo pedagogico-accademico (dalle
elementari fino ai corsi post-universitari) fortemente voluto dal Patriarcato di Venezia e sviluppatosi grazie anche ai contributi della Legge speciale e della Regione Veneto. Una realtà educativa originale a cui Scola affida un ruolo strategico: polo educativo con forte impronta internazionale, ma anche esempio concreto di quel modo di fare educazione che vede nella società civile un soggetto attivo e protagonista. Temi che da sempre vedono Scola molto sensibile e impegnato e che sono al centro di questa conversazione con il Gazzettino.

Patriarca, dopo quattro anni, che bilancio fa dell'esperienza del Marcianum?

«Positiva, anche se dopo appena quattro anni un vero bilancio è prematuro per un'impresa di questo tipo. Ma si possono già allineare alcuni elementi che mi sembrano molto significativi per
la loro incidenza nella vita della Chiesa e della società civile. Il primo elemento è la nascita della Fondazione Studium Generale Marcianum. Abbiamo fatto una scelta che implica un certo rischio poiché rappresenta un inedito rispetto all'abituale modo di agire in ambito ecclesiastico.

Il Patriarcato ha voluto coinvolgere nella gestione diretta del Marcianum la società civile, chiamando persone giuridiche e domani anche persone fisiche ad essere soci e sostenitori di
questa impresa e a governarla attraverso un consiglio d'amministrazione e una giunta esecutiva. La Fondazione Patriarca Agostini, che risponde in ultima analisi alla Curia, oggi ha
solo due delle sei quote in atto. Non tutti i miei collaboratori erano propensi a questa operazione»

Per quale ragione?

«Perché sostenevano che in futuro potremmo correre il rischio di perdere il controllo di questa opera in cui abbiamo impegnato molte risorse umane e finanziarie e di compromettere la
proposta pedagogica ed accademica del Marcianum».

Rischi che lei non teme?
«Noi abbiamo deciso anche in questo campo di testimoniare la nostra convinzione che in Italia è realmente necessaria una nuova laicità. Cioè è necessario che nella società plurale si creino
occasioni di confronto attivo e reale in vista di quello che io chiamo il riconoscimento comune.

Il Marcianum è la dimostrazione che si può fare una proposta culturale e di pensiero che ha un volto e un'identità precisi ma che contemporaneamente è capace di un confronto a 360 gradi.
Sono stato molto contento che istituzioni prestigiose si siano impegnate con uno sforzo finanziario rilevante. Questa per noi è la strada affinché la libertà di educazione diventi realtà
nel nostro Paese: vogliamo mostrare che non intendiamo sostenere battaglie ideologiche sulla scuola e l'università, vogliamo soltanto che la società civile, quando è in grado, possa dar vita
a soggetti capaci di gestire istituzioni scolastiche e di ricerca, evidentemente sotto la garanzia che lo Stato è doverosamente chiamato ad esercitare».

A proposito, lei due anni fa, in un'intervista, disse: Lo Stato deve governare la scuola, non gestirla». Un'affermazione, forse volutamente provocatoria, che fece molto discutere. È cambiato qualcosa da allora?

«Il Marcianum è un piccolo segno di quanto io intendo: è la prova che non propongo un'utopia. Certo, perché accada quello che io sostengo è necessario un processo a medio-lungo termine.
Ma credo che da subito dobbiamo liberarci da uno stile di scontro ideologico. Io sono per il pluralismo delle scuole non per il pluralismo dentro la scuola unica e chiedo che lo Stato approfondisca la possibilità di concedere a quei soggetti che ne sono capaci la possibilità di fare una scuola, arrivando a garantire loro gli strumenti economici. Le forme possono essere
diverse: detassazione a favore delle istituzioni che partecipano alla gestione della scuola; detassazione per i genitori che pagano le rette, finanziamento di certi strumenti Il Marcianum è
la dimostrazione che se si lascia lavorare la società civile si può operare e crescere in questo campo. Non voglio essere frainteso: la mia non è una battaglia per la scuola cattolica o
confessionale. Senza rinunciare alla nostra visione del mondo e della vita, noi ci battiamo affinché le cosiddette libertà realizzate comincino ad attuarsi anche in un campo tanto importante e tanto delicato come quello dell'educazione. Mi intristisce non poco il fatto che la sensibilità verso la libertà di educazione in questi anni non sia cresciuta nel nostro Paese e questo è tanto più grave se si pensa che il nostro sistema scolastico e universitario, come tutti riconoscono, non è certo fra i migliori d'Europa. Credo che anche sul piano della qualità delle nostre scuole e della nostra ricerca, una spinta oggettiva, rigorosa e ben governata verso la libertà di educazione potrebbe avere effetti benefici».

Torniamo al Marcianum. Quali saranno i prossimi passi?

«Innanzitutto è ormai imminente l'erezione da parte della Santa Sede della Facoltà di Diritto Canonico che ha avuto, all'inizio, come preside-fondatore il professor Arrieta, uno dei massimi
esperti a livello mondiale, oggi Vescovo. Il primo preside è stato sostituto da Brian Ferme, uno studioso britannico, che è stato il decano di Diritto Canonico alla Cattolica di Washington. La nostra del resto è una Facoltà molto internazionale, attenta al diritto occidentale e al diritto orientale e preoccupata di mostrare come il diritto canonico sia stato il punto di cerniera tra diritto romano e i due diritti oggi praticati, quello di radice latina e il common law anglosassone. Insomma non è un luogo di pura formazione di canonisti ma è un luogo in cui il
cui diritto si dilata alle altre discipline: e il ruolo del diritto nella nostra società è sempre più centrale. Poi mi preme ricordare che ad ottobre partiranno due nuovi indirizzi di laurea
specialistica in Scienze Religiose: bioetica e beni culturali».
Una delle particolarità del Marcianum è proporsi come centro pedagogico-formativo ma anche di ricerca: la vostra proposta educativa va infatti dalle elementari sino agli studi postuniversitari.

Una scelta impegnativa…

«È una delle nostre sfide: un progetto educativo entro il quale comporre l'unità del soggetto del sapere. Per questo abbiamo voluto che tutto il percorso formativo fosse emblematicamente
garantito: ciascuno poi, nel corso del suo itinerario formativo, farà le sue scelte, ma la nostra è una proposta unitaria».
La dimensione internazionale che Lei, da subito, ha voluto dare al Marcianum, quanto deve al ruolo e alla storia di Venezia?
«I fattori alla base di questa scelta sono due. Il primo risale alla fine del 2001, quando Papa Giovanni Paolo II prima di Natale mi chiamò per dirmi che mi avrebbe inviato a Venezia. Il
Santo Padre mi disse: "Ricordati che Venezia deve essere la spalla di Roma" e aggiunse che il Patriarca doveva avere alle spalle un'esperienza episcopale e insieme un'esperienza internazionale, come quella che appunto io avevo maturato a Grosseto e all'Università Lateranense, che ha più di 40 sedi nel mondo. E questo era già un segnale. Il secondo fattore è appunto Venezia, che è realmente, come mi capita spesso dire, una città dell'umanità, un ponte aperto al confronto con le altre culture: Venezia parla naturalmente e quotidianamente con tutto il mondo».

Nasce da qui l'idea di un gemellaggio con Alessandria d'Egitto?

«Uno degli aspetti più interessanti del nostro recente pellegrinaggio in Egitto è stata appunto la riscoperta dell'importante ruolo di Alessandria nella storia della Chiesa e delle comuni radici marciane di Alessandria e Venezia. Inoltre parlando con il nostro Console abbiamo avuto la conferma che esistono rapporti economici intensi tra le due città: per queste ragioni proporrò al sindaco, professor Cacciari, il gemellaggio con Alessandria. Noi intanto abbiamo rinsaldato i legami con la Chiesa copta ortodossa incontrando anche Papa Shenouda III e, naturalmente, con la Chiesa copta cattolica».

A proposito del professor Cacciari: il sindaco collaborerà con il Marcianum?

«So che è stato invitato a tenere una delle relazioni principali del Convegno Internazionale del Progetto Uomo-Polis-Economia su La società plurale nel settembre 2009. Spero proprio che
possa accettare».

Venezia e il Marcianum: che rapporto c'è oggi?

«Un rapporto profondo che va oltre l'attività educativa e di ricerca, ma di cui forse la città non ha ancora piena conoscenza. Basti pensare che ogni giorno dalla Punta della Dogana passano circa 600 persone coinvolte nelle diverse attività del Marcianum. Così si rivitalizza la Punta della Dogana. Inoltre metteremo a disposizione del pubblico un museo con 500 opere, due biblioteche, stiamo studiando sinergie con il gruppo Pinault. Il nostro, insomma, è un contributo alla crescita antropologica della città».
English Seeking dialogue with 'Islam of the people'
May 24, 2008
Though the parallel shouldn't be pushed too far, in some ways Christian/Muslim relations today might be compared to where things stood with personal computers back in the early 1980s. Everybody knew PCs were the future, but they wouldn't change the world until a simple, appealing, and reasonably standard way of making them work emerged.

Seeking dialogue with 'Islam of the people'
All Things Catholic by John L. Allen, Jr.
Friday, May 23, 2008

Though the parallel shouldn't be pushed too far, in some ways Christian/Muslim relations today might be compared to where things stood with personal computers back in the early 1980s. Everybody knew PCs were the future, but they wouldn't change the world until a simple, appealing, and reasonably standard way of making them work emerged.

Then Apple released the Macintosh in 1984, followed by Microsoft's first version of Windows a year later. Overnight, personal computing went from a hobby to a necessity, and we woke up in the digital age.

In a similar fashion, everybody knows today that dialogue with Islam is critical to the future. The "market," however, has not yet settled on a clear model for how it ought to work - who we should be talking to, what we should be talking about, and what we should expect from those conversations. Until that happens, Christian/Muslim relations will remain a bit like the early days of computing … the rarefied pursuit of experts typing in strings of DOS commands to run even simple operations.

So, is there a potential "Windows" of Christian/Muslim relations out there?

One intriguing candidate is the "Oasis" project of Cardinal Angelo Scola of Venice, an attempt to foster a global network of contacts among Christians and Muslims, attaching special importance to the voices and experiences of Christians who live in majority Muslim nations across the Middle East, Asia and Africa. While Oasis sponsors academic conferences and a journal, it's also devoted to giving voice to real-life experiences of ordinary people, not just intellectual experts and the professional artisans of dialogue.

In light of the fact that Scola, 66, is widely considered a rising star in Catholicism, his patronage alone makes Oasis worth watching.

Launched in September 2004, Oasis is also sponsored by four other cardinals: Philippe Barbarin of Lyon, France; Josip Bozanic of Zagreb, Croatia; Péter Erdõ of Esztergom-Budapest, Hungary; and Christoph Schönborn of Vienna, Austria. None are identified with what one might consider "soft" positions on Catholic teaching or practice. That distinguishes Oasis from some other initiatives, which bring the avant-garde of different traditions into conversation, but not the mainstream. Among other things, Christian leaders who gravitate around Oasis are often willing to challenge Muslims on issues of reciprocity and religious freedom more forcefully than one sometimes finds in other inter-religious forums.

Scola has said that his aim is not primarily to reach out to "moderate Muslims," but rather to "popular Islam," meaning ordinary believers deeply attached to Islamic traditions who nevertheless do not subscribe to radical forms of jihad.

In June, the "scientific committee" of Oasis will meet in Amman, Jordan. The theme is "the relationship between truth and freedom," with specific attention to freedom of conscience and religion, and how the value of religious freedom can be reconciled with respect for the religious tradition of a given people.

Information about Oasis can be found here: http://www.cisro.it/pages/home_en.html [1]

I recently had the chance to talk with Scola about Oasis and the Amman meeting. The following are excerpts from our exchange.

* * *

Your meeting in Jordan will focus on two values, religious freedom and the traditional identity of a given people. The tension between those two values seems steadily more acute in today's world. In your view, what are the basic principles for striking the right balance?

This is a problem typical of our globalized society. We're seeing an unprecedented encounter of people, cultures and religions, which is what I have in mind when I use the phrase meticciato di civiltà - a "hybridization of civiliations." It's a historical process currently underway, and its results are by no means certain. There are blendings that work, and blendings that don't.

The critical point is this: What happens to our identity as a people if a significant bloc begins to call it into question, either because they belong to another religion or because they convert? In some majority Muslim nations, a certain degree of diversity can be tolerated for those who are born into another religion, but the feeling is that the identity of the country would be threatened if those who are born Muslims had the possibility of converting. It's interesting to note the choice frequently presented to these converts: if you want to leave Islam, you also have to leave the country. The assumption seems to be that the personal dimension of faith interests us up to a point, but we want to avoid the 'scandal' of a public gesture.

On the other hand, the modern liberal state is equally unprepared for this question, because it regards only the individual as an interlocutor, and thus thinks solely in terms of individual rights. It's far more difficult to consider the social implications of individual choices. In the end, this leaves many people unprepared for change and disconcerted by it. We see this clearly on the issue of immigration, where it's as if many people today are saying: 'What's happening? You told us that it was all a question of the individual ideas of immigrants, and everyone is free to think whatever they believe. All of a sudden, however, these individuals have become a foreign body, and we don't recognize them anymore.'

If we want to overcome this impasse, the solution, it seems to me, must be sought in the recognition of a good that's also at the basis of every difference, which is the good of relationship. We have to emphasize our common humanity, and to do that, we need to expand the scope of both reason and freedom.

How does the issue of 'reciprocity' enter into the discussion?

In majority Muslim nations, [Christians] certainly don't want to put the dominant social tradition, the social fabric, at risk. To be clear, we [in Europe] ask for the same respect for our traditions from those who arrive to live among us.

Respect for the identity of a given community, however, shouldn't be invoked to violate the human freedoms of single persons. In the end, what's the point of compelling people to remain in a religion in which they no longer believe? Is explicitly walking away truly more damaging to the community than a false profession of belief? This is the kind of frank discussion we hope to have with our Muslim interlocutors.

Why the choice of Amman? Do you believe that Jordan has something to teach us on the question of religious freedom and traditional identity?

Jordan is a country that's 97 percent Muslim, but where the Christian minority faces a situation that, despite some shadows, is without a doubt basically positive, especially compared to other parts of the region. It's a country that's fairly poor in terms of natural resources, yet it has a higher standard of living compared to several of its neighbors which are theoretically more endowed with natural wealth. In many ways, therefore, it's a living example of what the Middle East could be, if the logic of recrimination were abandoned and the path to modernization were opened. In this regard, the support that various members of the Royal Family are giving to dialogue among Muslims, as well as Christian-Muslin dialogue, is universally recognized and appreciated.

In the Middle East today, there's great fear for the Christian future, above all in the Holy Land. Do you see any signs of hope?

The situation is certainly very difficult. Despite that, every time that I have the chance to meet with our Christian brothers in the Middle East, for example during our Oasis meetings, I'm struck by their tenacity and their willness to keep going. In various editions of our magazine, we've amply documented the notable exodus of Christians [from the Middle East], but we don't want to surrender to the logic of lament or regret. The local bishops have repeatedly affirmed that a Christian who doesn't understand the special role providence has assigned to him or her, being born and growing up in a prevalently Muslim environment, is potentially a Christian who will emigrate. We want to do our part to build up such an understanding.

Oasis has a 'preferential option' for Islam. Today's threats to religious liberty, however, go well beyond the borders of the Islamic world. There are serious problems, for example, in India and China. Is there a risk that in the West, religious freedom has come to be seen almost exclusively as an 'Islamic problem,' thus contributing to the idea of a 'clash of civilizations'?

Certainly religious freedom - which is a fundamental value, and can't be reduced simply to liberty of cult - must be defended everywhere, and therefore not just in majority Muslim nations. At the same time, it's true that religious freedom represents an important unsolved dilemma in the relationship between Islam and modernity. For this reason, I believe it has to be faced in an urgent way by Muslims themselves.

You're committed to dialogue with Islam. In particular, you've said in various ways that your interest is not so much 'moderate Islam,' but 'traditional Islam.' How is this effort to build bridges with traditional Islam going?

I think it's too early to start drawing conclusions. In any event, our option is rather for the Islam of the people, which can't be understood exclusively in terms of the category of 'moderate Islam.' The term 'Islam of the people' simply designates as clearly as possible with whom we'tre trying to speak. Moderate Muslims have the possibility of exercising influence only if, and to the extent that, they accurately interpret (and perhaps stimulate an evolution in) the sense of the faith held by common people, meaning the grassroots religiosity that really sustains the life of populations facing situations that are often very difficult. Anyone who's spent even a little time in the Middle East understands this.

Oasis has been around now for almost five years. What fruits do you see so far?

The most beautiful fruit is the gradual construction of a community that embraces Christians from West and East who have intense ties, even though of widely varying sorts, with Muslims. Our hope is that this community will continue to mature.
Italian Scola: «Luoghi di culto islamici proporzionati alle richieste»
May 20, 2008
Dialogo interreligioso: parla il Patriarca di Venezia.

(CORRIERE DEL VENETO di domenica 18 maggio 2008) Mestre - Reale esigenza o questione di principio? Il dibattito sulla costruzione delle moschee e sulla presenza o meno di luoghi di culto islamici nel territorio veneto sta coinvolgendo sempre più cittadini e voci della società civile, e i timori della gente comune sulla perdita di identità e il rischio di radicamento dell'estremismo islamico si mescolano, sull'altro fronte, alle manifestazioni di solidarietà. Un dibattito a cui non si sottrae anche la Chiesa Cattolica, che dopo il documento espresso nei giorni scorsi dalla diocesi di Padova, interviene con la voce autorevole del cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia. «La questione delle libertà di religione e di culto è fuori discussione, in una democrazia sostanziale» asserisce, scansando ogni dubbio, il vescovo veneziano. «Il problema è che questo diritto deve essere radicato nel concreto di una situazione storica, e quindi tenendo conto dell'insieme dei diritti e dei doveri dei cittadini, e in questi casi degli stranieri che vogliono vivere in Italia. In particolare, per quanto riguarda la gestione dei luoghi di culto, occorre valutare bene la proporzione tra l'esistenza di una comunità effettiva e il bisogno di un luogo di culto». No, insomma, alle polemiche sulla dicotomia «moschee sì, moschee no», spiega il Patriarca Scola. I fedeli musulmani di un territorio si radunano in una decina? A questi potrà forse tornare utile anche solo una semplice sala adibita al culto. Se alla stessa comunità islamica aderiscono invece fedeli a centinaia, sarà forse il caso di pensare alla moschea, agendo comunque nel rispetto dei diritti e doveri richiamati dalla società. Questo il pensiero del cardinale, intervenuto lo scorso venerdì a Mestre in un incontro sul tema dell'educazione, e chiamato a rispondere in merito all'insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica e alla prassi dell'insegnamento comparato dei diversi credi: «E' giusto il paragone tra le religioni, nel rispetto di ciò che il Concordato ha stabilito. La religione cristiana è parte integrante dell'educazione: se la scuola non istruisce su di essa, almeno questo non neghiamolo» aveva specificato il card. Scola di fronte ad insegnanti e genitori. «Adesso siamo in una fase un po' strana: pare ci sia venuto addosso il problema dell'Islam, e allora molti dei nostri ragazzi sanno più dell'Islam che della religione cristiana».
Italian Il Patriarca e i camionisti
May 17, 2008
Figlio di un autotrasportatore, il vescovo di Venezia si sente solidale con la categoria, alla quale si rivolge con affetto. Da Paolo Bossi.

(TUTTOTRASPORTI di maggio 2008) Lombardo d'’origine (è nato vicino a Lecco) e dal 2002 patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola - 66 anni - ha volentieri accettato di incontrare TuttoTrasporti nella sua sede patriarcale. Lo scopo era porgli alcune domande sulla vita e sul ruolo dei camionisti, cui egli si sente molto vicino: suo padre Carlo svolgeva questa stessa professione. Con modi cordiali, è lui a venirci incontro tendendo la mano, disponibile ad affrontare un tema caro, benché non abituale nella sua missione pastorale. Il colloquio si è svolto come segue.

Eminenza, Lei è patriarca della città di Marco Polo, il più famoso fra i viaggiatori di terra. Anche i camionisti sono grandi viaggiatori di terra. Le succede mai di pensare a loro?

Mi capita spesso, soprattutto in viaggio, di pensare alla vita degli autotrasportatori, molto faticosa - non mi riferisco solo alla fatica fisica, ma anche al peso della lontananza dalla propria famiglia - e pericolosa. Tuttavia c’è un aspetto di fascino in questa vita e in questa professione, se svolta con abnegazione ed equilibrio.

Lei ama sottolineare che, a questo mondo, siamo tutti dei pellegrini. Forse nessuno, per mestiere, lo è più di chi guida un mezzo per professione. Sembra che il camionista abbia la possibilità di entrare meglio in rapporto con gli altri. Come usare questa opportunità?

Può usarla valorizzando fino in fondo la molteplicità degli incontri e cercando il più possibile di comunicare la bellezza della propria esperienza di vita; e di testimoniare il senso di dipendenza nei confronti di Dio. Chi svolge un lavoro tanto rischioso, infatti, è portato a restare sempre aperto a questo senso di dipendenza. Certo, tutto ciò richiede sobrietà e anche una forte amicizia con i colleghi.

Quali ricordi Lei ha di suo padre Carlo, autotrasportatore? È mai stato con lui in cabina? Cosa le è rimasto dei suoi insegnamenti?

Sono stato più volte a bordo con lui, soprattutto quando da Lecco doveva raggiungere Milano e quindi andava e tornava in giornata. Poi ricordo una volta (fine anni ‘40) in cui mi portò con lui sulle rampe dello Stelvio: io avrò avuto sette o otto anni e lui doveva trasportare, divisi in pezzi, i pali dell’elettricità per conto della Sae (Società anonima elettrificazione). E rammento quando partì per Messina, sempre con a bordo pali per il nuovo elettrodotto dello Stretto: tra andata e ritorno rimase fuori casa 17 giorni! Si è riempito di straordinari per far studiare i figli: mio padre mi ha profondamente segnato per la sua dedizione alla famiglia e al lavoro, svolto con passione e con competenza

Nell’alternarsi continuo, in viaggio, di volti e realtà, alla fine il pensiero del camionista va sempre al ritorno a casa, in famiglia. Capita spesso che egli debba starne lontano tutta la settimana. Gli equilibri familiari non sono, quindi, quelli tradizionali: e ci vuole una bella forza a mantenerli saldi…

La forza, secondo me, viene solo dal saper custodire due valori: da una parte un chiaro senso della propria dipendenza da Dio e la volontà di osservare i suoi comandamenti, dall’altra l’amicizia stretta, tanto

con famigliari, parenti e conoscenti che con i colleghi di lavoro, sia quelli che si conoscono più stabilmente, sia quelli che si incontrano lungo questi trasferimenti.

Il camionista, benché guidi per ore e ore da solo, sente forte l’appartenenza a un gruppo e, infatti, partecipa con entusiasmo ai raduni di camion. Dove il momento religioso non manca mai. Questa spiritualità non può sembrare sorprendente in chi svolge un mestiere così soggetto a certi “luoghi comuni” di giudizio?

Eppure penso che sia decisiva. Proprio perché è uno dei lavori che rischia più fortemente di sradicare la persona dal contesto della vita quotidiana, chi lo svolge sente più forte il bisogno della solidarietà e soprattutto della protezione di Dio e della Madonna. Perciò mi auguro che questi momenti di spiritualità non vengano mai meno e siano sempre vissuti intensamente. Qualcosa di analogo succede per gli uomini del mare; c’è una forte somiglianza tra queste categorie che giocano un ruolo importante per lo sviluppo culturale, sociale, civile ed economico soprattutto del nord del pianeta.

Gli autotrasportatori conoscono bene fatica e stress: prese e consegne senza sosta, code nel traffico, pagamenti che non arrivano, tempi di lavoro soffocanti. E sono arrivati, recentemente, anche alla protesta più dura. Come, in questa situazione di svilimento, potrebbero dare il loro contributo a costruire una vita migliore?

Su questo fronte, secondo me, proprio per la conoscenza più ampia e articolata della realtà, gli autotrasportatori devono saper avanzare proposte realistiche, tentando di far convergere i loro bisogni e legittimi interessi senza mai perdere di vista il bene comune. Tutti noi abbiamo il compito di edificare una società dalla vita buona: certamente chi ha una responsabilità così delicata, chi è sulla strada e, quindi, chi è quotidianamente esposto ed espone gli altri al rischio deve vivere questa responsabilità civile in termini molto precisi e accurati. Per questo è molto importante una solidarietà anche sindacale nel lavoro comune.
Italian Nelle agende veneziane del patriarca Roncalli la dimensione pastorale del futuro Giovanni XXIII
May 02, 2008
Né conservatore né progressista
Un cristiano compiuto.

Di Angelo Scola

Il 29 aprile a Venezia - presso l'Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti a palazzo Cavalli Franchetti - vengono presentati i volumi Pace e Vangelo. Le Agende del Patriarca Roncalli. I:  1953-1955 e II:  1956-1958 (edizione critica a cura di Enrico Galavotti, Bologna, Istituto per le Scienze Religiose, pagine 998 e 670, euro 50 ciascun volume). Anticipiamo quasi per intero l'intervento del cardinale patriarca di Venezia.

   Le agende veneziane confermano quanto già evidenziato dalle agende precedenti e da quella del pontificato fino a ora pubblicate:  si tratta, innanzitutto, di una fonte privilegiata per conoscere questo periodo della vita di Roncalli; ma va detto subito che non si tratta di annotazioni diaristiche legate alla crucialità del momento storico. In esse, infatti, accanto a considerazioni su persone e avvenimenti, sono presenti anche riflessioni personali, come la cronaca dettagliata della vita anche domestica e la confessione dei propri stati d'animo. Non mancano, tuttavia, riferimenti all'attualità della vita della Chiesa e della società civile.
   In secondo luogo, le agende mostrano una ben precisa coerenza con le altre fonti, già citate:  si tratta di una coerenza sia lessicale che contenutistica:  in esse traspare, in maniera evidente, il patriarca già conosciuto attraverso gli Scritti e discorsi o Il giornale dell'anima. Niente di nuovo, dunque? Eppure, proprio le descrizioni delle giornate con le persone incontrate, le riflessioni spirituali, i punti delle omelie e degli interventi, le citazioni dal breviario o da qualche lettura, i riferimenti alle gioie e alle preoccupazioni ci mostrano la verità di un cammino di vita in obbedienza, continuamente presente nel richiamo all'obbedienza alla volontà di Dio.
   Leggendo le agende veneziane ho trovato conferma di quello che è stato identificato come uno dei tratti caratteristici della personalità cristiana e sacerdotale del beato Roncalli. Mi riferisco allo stile pastorale che permea tutto il suo operato e la stessa concezione della dottrina cattolica.
   È noto che la dimensione pastorale della dottrina marcò fin dall'inizio l'orientamento impresso da Papa Giovanni XXIII al Concilio Vaticano II (cfr Joseph Ratzinger, Problemi e risultati del Concilio Vaticano II, Brescia, 1967, 109-113; Giovanni Colombo, La teologia della Gaudium et spes e l'esercizio del magistero ecclesiastico, in Id., La ragione teologica, Milano 1995, 281-284; Giuseppe Alberigo, Giovanni XXIII e il Vaticano II, in Id. [a cura], Papa Giovanni, Bari 1987, 215-216). Dalla costituzione apostolica Humanae salutis (1961) - il cui titolo è già significativo - al Radiomessaggio a tutti i fedeli ad un mese dal Concilio (1962), non c'è intervento del Papa che non sottolinei la necessità per la Chiesa di rispondere con sempre maggiore fedeltà a questa sua vocazione pastorale. Soprattutto il discorso d'apertura del Concilio - la celebre allocuzione Gaudet Mater Ecclesia (1962) - segna a un tempo il punto di arrivo e il punto di partenza di una rinnovata autocoscienza pastorale della Chiesa.
   Senza cedere a letture eccessivamente enfatiche non è possibile dubitare dell'importanza oggettiva che l'allocuzione Gaudet Mater Ecclesia ebbe per tutti i lavori conciliari. Aprì la strada travagliata e feconda del superamento di ogni falsa opposizione e di ogni dualismo tra dottrina e pastorale. In essa si legge:  "È necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Altra cosa è infatti il deposito stesso della fede, vale a dire le verità contenute nella nostra dottrina, e altra cosa è la forma con cui quelle vengono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stessa portata (...) e si dovrà ricorrere ad un modo di presentare le cose che più corrisponda al magistero, il cui carattere è preminentemente pastorale".
   Sottolineare la natura pastorale della dottrina cristiana vuol dire affermare l'intrinseco legame della verità con la libertà dell'uomo. Così testimoniata, la verità è salvifica. E proprio in forza di questa sua natura salvifica impone di discernere l'errore con misericordia verso l'errante.
   Come emerge questo tratto della fisionomia di Roncalli dalla lettura delle agende veneziane? A mio avviso lo stile pastorale emerge soprattutto nella coscienza di sé che il patriarca Roncalli lascia intravedere attraverso la lettura delle sue notazioni.
   Roncalli interpreta e vive il suo ministero episcopale richiamandosi all'immagine evangelica del buon pastore (cfr Giovanni, 10), come mette in evidenza scrivendo il 17 maggio 1953, poco dopo l'ingresso solenne in diocesi, durante gli esercizi spirituali:  "Ciò che mi prende è la gravità delle mie responsabilità di pastore:  non sono più di me, ma delle anime dei miei fedeli". In una comunicazione in occasione del secondo anno del suo episcopato veneziano, il 23 febbraio del 1954, pensando alla diocesi e parlando del suo compito, scrive:  "Qui si vive come in famiglia, con rispetto, con sincerità, con evangelica carità. Riprenderò dunque il mio passo. Bonus Pastor animam suam dat pro ovibus suis:  il buon Pastore dà l'anima sua per le sue pecorelle. Questo è tutto per me:  il mio proposito, la mia vita". D'altra parte, proprio questo chiede a Gesù, buon pastore, nel corso degli esercizi spirituali con l'episcopato triveneto nel maggio 1955:  "Per altro il pastor deve essere soprattutto bonus, bonus. Diversamente senza essere lupus come il mercenarius, rischia, se dormitat, di divenire inutile e inefficace. O Gesù, bone pastor, che il tuo spirito mi investa tutto:  cosicché la mia vita sia, in questi anni ultimi, sacrificio e olocausto per le anime dei miei diletti veneziani". Queste ultime parole aiutano a comprendere come il suo ripetuto meditare il capitolo decimo di Giovanni corrisponda alla riscoperta continua delle sorgenti più autentiche della sua vita di vescovo, che proprio nella dimensione pastorale trova il suo autentico modo d'essere.
   È questo, dunque, lo stile ispirato dalla figura di Gesù, da cui è consapevolmente caratterizzato il servizio veneziano.
   In seguito, nella prima e terza allocuzione al clero durante il sinodo del 1957, Roncalli svilupperà ulteriormente la riflessione sul pastore, interpretando il pastor come pater:  la pastoralità diventa paternità e questa dice il farsi tutto a tutti per salvare a ogni costo qualcuno. Roncalli è un vescovo che "individua nei contatti e nei rapporti l'essenza stessa della sua missione; ovvero quella di chi sa che è la cura del "gregge" a dare anzitutto significato alla qualifica di vescovo" (Enrico Galavotti, Introduzione, in Angelo Giuseppe Roncalli - Giovanni XXIII, Pace e Vangelo. Agende del patriarca 1:  1953-1955, Istituto per le Scienze Religiose, Bologna 2008, XV). E le agende sono una testimonianza ricca di questi continui incontri con persone e situazioni le più diverse, che esprimono in maniera quotidiana la sua paternità; molto spesso, per di più, richiama l'importanza della mitezza, della pazienza e della carità sia per il vescovo sia per il suo clero.
   Dalla lettura delle agende questa fisionomia di Roncalli emerge non tanto nella forma di una riflessione articolata, bensì attraverso il racconto delle continue visite, incontri, attività che popolano la sua giornata. Con semplicità il patriarca constata il 9 novembre 1957:  "A Venezia. Sempre lieto lo spirito nella constatazione del dovere compiuto giorno per giorno".
   Lo stile pastorale di Roncalli brilla ancora dalla profonda unità con cui il beato patriarca vive in prima persona "la venerazione del Libro e [l']adorazione del Calice". Si sa che la consuetudine quotidiana di meditare i testi presentati dai libri liturgici ha spinto sempre più Roncalli a una lettura diretta e sistematica dei Padri e soprattutto della Sacra Scrittura. È impressionante rilevare quante notti ruba al sonno per preparare le sue omelie e i suoi discorsi. Una Parola che va custodita con l'intera tradizione e che va dunque letta "sulle ginocchia della Chiesa":  riferimento agostiniano, questo, che indica il legame costante di Roncalli con la tradizione, fatta di santità, di liturgia, dei Padri, di catechesi, in altre parole la vita stessa della Chiesa. E la famosa pastorale per la quaresima del 1956, La Sacra Scrittura e san Lorenzo Giustiniani, riprenderà e svilupperà tutti questi temi, sottolineando il carattere della Scrittura come libro divino che deve diventare lettura familiare al popolo cristiano. La scrittura, dunque, testimonia Cristo, la Parola eterna del Padre incarnatasi per la salvezza di tutti. Questo deve essere l'orizzonte in cui si esercita la responsabilità del vescovo. Roncalli lo coglie in tutta la sua urgenza per il suo ministero a Venezia.
   Il patriarca Roncalli fu ben consapevole che la sua missione di pastore era a favore di una ben precisa Chiesa. Era il patriarca di Venezia. Per lui, in modo acuto, l'indicazione del territorio include sicuramente la dimensione storico-geografica del Patriarcato, ma soprattutto quella umana ed ecclesiale della comunità cristiana e civile.
   Lo si vede dal suo fortissimo amore per la città e per la sua Chiesa:  un amore che si esprime nei confronti della sua storia, della sua arte, della sua tradizione liturgica, dei suoi santi; tutto questo, però, non tanto in una prospettiva erudita, quanto con uno sguardo attento alle incombenti necessità della popolazione e della comunità cristiana.
   Ama la Basilica di San Marco, la cui bellezza diventa per lui fonte di meditazione e contenuto di insegnamento e di catechesi. Ma la ama, soprattutto, come cattedrale e per questo fa di tutto per renderla una realtà viva e nella quale il popolo possa realmente partecipare alla santa liturgia. Non è raro nelle agende il rammarico per la scarsa presenza dei fedeli in basilica. E questo spiega perché, una volta rilevato l'inconveniente dei plutei (la barriera marmorea che divideva il presbiterio dalla navata della basilica) e della non buona sistemazione del presbiterio, si impegna con energia per una soluzione che permetta una vera partecipazione del popolo e che garantisca la centralità della tomba dell'evangelista. Dal 18 aprile 1954 in avanti l'agenda del patriarca ha continui riferimenti alla questione e all'incomprensione di tante persone, che sono chiamate a giudicare senza saper nulla della liturgia o che raramente si recano in chiesa e, quando vi si recano, lo fanno "con lo spirito dei visitatori del Museo storico e artistico, e non affatto del luogo di culto e di preghiera". I plutei, infatti, nascondono le cerimonie (6 giugno 1954). Quello dei plutei è un "affare" che lo "esercita alla pazienza" (30 giugno 1955).
   Gli appunti riguardanti il giorno 25 aprile di ogni anno - solennità di san Marco Evangelista - ci permettono di cogliere il respiro che il patriarca Roncalli volle dare a questa festività tipicamente veneziana invitando sia vescovi del Triveneto, sia personalità come il Cardinale Feltin, Arcivescovo di Parigi, o il Cardinale armeno Agagianian.
   Anche la santità veneziana è da lui conosciuta:  ama riferirsi a san Girolamo Emiliani (i cui figli riesce a riportare in diocesi, ove non erano più presenti dalla soppressione napoleonica:  affida loro la nuova parrocchia della Madonna Pellegrina, in uno dei quartieri più popolari di Mestre:  18 e 19 settembre 1955) e al beato Gregorio Barbarigo; coglie presto l'importanza di san Lorenzo Giustiniani, decidendo di fare il possibile perché la sua memoria e il suo culto possano essere ripresi con forza dal clero e dal popolo. Trova la sua figura un po' abbandonata, e questo non gli piace. L'8 gennaio 1954 annota:  "A Venezia si festeggia san Lorenzo Giustiniani, il protopatriarca. Ma nessuno o quasi nessun segno di festa, oltre il breviario". Roncalli fa così trasparire uno degli aspetti più significativi della sua azione di vescovo:  l'attenzione, segnata da profondo rispetto per la tradizione e per la storia della santità della Chiesa locale. Vorrebbe, addirittura, riacquistare l'antico patriarchio di San Pietro di Castello:  "Potrebbe servire a tante cose:  innanzitutto ad un ripristino di una gloria religiosa di Venezia" (14 settembre 1955; inoltre cfr 11 ottobre 1955) e progetta di ridar vita all'isola di San Giorgio in Alga, culla della formazione del protopatriarca (22 novembre 1955 e 17 dicembre), che aveva già visitato il 13 maggio. La sua opera, in questa prospettiva, troverà il suo culmine nelle numerose celebrazioni e iniziative dell'anno centenario del Giustiniani, il 1956. Ancora, non va dimenticato quanto da lui fatto per il patriarca Sarto, Pio X, soprattutto nella circostanza della sua canonizzazione il 29 maggio 1954, tornando dalla quale, il 1° giugno seguente, annota:  "Il mio tributo di onore al mio santo predecessore ebbe dunque buon successo. Possa anch'io tenermi nel solco della santità".
   Roncalli dimostra grande interesse per le istituzioni culturali attive in città:  il 14 febbraio 1954 visita le Gallerie dell'Accademia e commenta:  "Tesori preziosissimi di arte pittorica veneta, assai bene presentata e custodita. Eh! ci vorrebbe più tempo. Se però il riflesso di tanta bellezza dei visi di Gesù, della Madonna, dei santi basta a rapirci gli occhi, che sarà la visione della realtà in Paradiso!"; il 1° marzo successivo è la volta della Biblioteca Marciana mentre, nella stessa data del 1955, è presente all'inaugurazione dell'anno accademico all'Università di Ca' Foscari:  presenza "invocata da tutti i professori".
   Ma è soprattutto nei confronti della Fondazione Cini che Roncalli dimostra un forte interesse, anche per i buoni rapporti intessuti con il conte Cini e per l'apprezzamento dell'opera di restauro e di rivitalizzazione dell'isola da lui intrapresa e finanziata.
   Segue con attenzione, anche se talora con qualche apprensione, anche le attività della Mostra del Cinema, celebrando la messa e rivolgendosi in francese ai partecipanti:  "Seguì a San Marco la Messa per i cineasti, mie parole in francese:  successo solennissimo, musica eccellente" (primo settembre 1957).
   Consapevole della ricchezza culturale della città, Roncalli apprezza e incoraggia l'impegno della Chiesa nello stesso ambito:  il 25 marzo 1953 inaugura lo Studium Cattolico in Piazzetta dei Leoncini, un ente, diretto da alcune personalità rappresentative del mondo ecclesiale veneziano, la cui specifica attività sarà la promozione culturale delle tematiche religiose in ambito teologico, storico e artistico. Perno di tale attività è una libreria, che si trova, purtroppo, ad avere come concorrente un negozio delle suore di san Paolo:  una potenza di fronte alla ancora piccola realtà veneziana, tanto che il patriarca stesso dubita che lo Studium potrà sostenersi e annota:  "Pazienza. Anche l'emulazione del bene quando il bene diventa un affare a lungo andare pregiudica il meglio":  25 gennaio 1955.
   Ma la diocesi non è solo la Venezia delle bellezze artistiche; è anche la Venezia di Mestre e Marghera, i due centri in fortissimo e disordinato sviluppo a causa della presenza del polo industriale, che attira lavoratori non solo dalle zone circostanti, ma da tutta Italia. Fin dal 18 marzo 1953, a pochi giorni dal suo ingresso, il patriarca riceve una deputazione di operai di Porto Marghera:  "Ebbi e prolungai una conversazione famigliare, che mi mise a contatto con molte necessità di ordine religioso e morale".
   E questo contatto continua:  il 25 successivo è proprio a Marghera, dove celebra la messa nella cappella dei morti per incidenti, incontra la direzione di alcune industrie e visita i dintorni:  si tratta, per Roncalli, di una "prima introduzione fra il mondo operaio", dalla quale ricava impressioni profonde. Consapevole dell'importanza cruciale di questa zona e dei suoi abitanti, segue con attenzione l'impegno della Chiesa e il primo maggio 1954 è presente nella zona operaia di Ca' Emiliani, dove consacrerà la prima chiesa dedicata in Italia a Gesù Lavoratore. Ma ormai tutto il mondo del lavoro è in fermento:  nella crisi del dopoguerra, niente è più come prima. Il patriarca si preoccupa anche della vertenza del Mulino Stucki, un tempo centro fiorentissimo del commercio veneziano, ma ora in crisi (21 e 26 giugno, 7 luglio 1954), e si fa vicino agli emigranti:  il 26 aprile 1955 si reca alle Zattere a salutarne un gruppo di ottocentocinquanta, per lo più veneti, in partenza per l'Australia, e li incoraggia.
   Si tratta di una sensibilità profonda presente in Roncalli fin dalla sua giovinezza:  ne è lui stesso testimone, parlando all'Associazione "Anziani del Lavoro":  "Ricorderò sempre un'impressione della mia giovinezza. Mi trovavo alle porte di Milano, presso uno stabilimento. Gli operai uscivano in massa dalla fabbrica per tornare, dopo la giornata, alle proprie famiglie. Parlavano poco. Mi ritrassi a guardarli. Mi colpì l'elasticità del loro camminare, la gioia scintillante degli occhi in cui leggevo la tenerezza del cuore, ansioso di ritrovare la sposa, i bimbi e la pace intima, dopo la giornata onesta del lavoro accettato e compiuto in vista anche dei benefici materiali che ne vengono alle persone care. Io sentivo e gustavo la mia vocazione a farmi sacerdote per una vita che sarebbe stata lavoro e, ove occorresse, sacrificio per loro, e per tutti insieme avviamento alla prosperità del vivere umano, alla sicurezza dei beni eterni".
   La lettura delle agende veneziane conferma come sia più rispettoso della figura e dell'azione di Roncalli riconoscere che la sua straordinaria capacità di partire sempre dal positivo senza mai transigere sui principi gli veniva proprio dal suo stile pastorale. Sintesi armonica, sempre rinnovata secondo le circostanze, della sua leale adesione alla Traditio ecclesiale e della tensione appassionata per il compimento (salvezza) di ogni fratello uomo e per il bene del popolo. La stessa intuizione profetica del Concilio, pare a me la conseguenza di questo suo "normale" sentire cum Ecclesia. Papa Roncalli non fu né conservatore né progressista, fu un uomo compiuto, un cristiano riuscito, un santo. Qui e solo qui sta la sua forza.

(©L'Osservatore Romano - 28-29 aprile 2008)
Italian Per un'autentica laicità le religioni devono ripensare la loro soggettività pubblica
Apr 18, 2008
“Oggi le religioni sono chiamate a ripensare la loro soggettività pubblica per non cedere al fondamentalismo ma, al contrario, per potenziare” una “vita democratica autenticamente laica”.

(Radio Vaticana, 16/04/2008) Lo ha detto questa mattina il Patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, intervenendo all’inaugurazione del nuovo anno dello "Studium generale marcianum", il polo pedagogico-accademico diocesano di cui il Patriarca è Gran cancelliere. “Nella società civile in Europa” e “nel nostro Paese” ha osservato il card. Scola ripreso dall'Agenzia SIR, “convivono molteplici concezioni di vita”; occorre pertanto “il concorso delle diverse posizioni per l’affermarsi di una vita buona”, indispensabile “per la convivenza civile”. In questo orizzonte, avverte il Patriarca, “solo la tensione ad un giudizio comune può fare di persone e corpi intermedi così diversi un unico popolo, capace di progettare un futuro verso il quale muoversi insieme. Al contrario un tasso di conflittualità ogni giorno più elevato favorisce la tentazione di una reattività immediata e mai sufficientemente meditata. E con il risultato di rendere il quadro complessivo ancora più confuso e conflittuale”. Di qui l’urgenza, per il cardinale Scola, “di luoghi di pensiero, elaborazione culturale, educazione in cui poter recuperare uno sguardo più distaccato e insieme sim-patetico sulla realtà, a partire dal quale operare un confronto con tutti”.
French Le coeur et la grâce chez saint Augustin. Distinction et correspondance
Mar 10, 2008
Par le cardinal Angelo Scola patriarche de Venise.

(Source: http://eucharistiemisericor.free.fr)Humilité : la voie maîtresse
Il y a quelques mois, pendant la célébration eucharistique sur l’esplanade des Orti de l’Almo Collegio Borromeo de Pavie, Sa Sainteté Benoît XVI – dont le lien avec saint Augustin est bien connu et transparaît dans son magistère –, parcourant le chemin de conversion du saint évêque, en a décrit la dernière étape définitive en ces termes: « Augustin avait appris un dernier degré d’humilité – non seulement l’humilité d’inscrire sa grande pensée dans l’humble foi de l’Église, non seulement l’humilité de traduire ses grandes connaissances dans la simplicité de l’annonce, mais également l’humilité de reconnaître qu’à lui-même et à toute l’Église en pèlerinage, était et demeure continuellement nécessaire la bonté miséricordieuse d’un Dieu qui pardonne chaque jour. Et nous – ajoutait-il –, nous nous rendons semblables au Christ, l’unique Parfait, dans la plus grande mesure possible, lorsque nous devenons comme Lui des personnes de miséricorde » (Benoît XVI, Homélie dans la célébration eucharistique, sur l’esplanade des Orti de l’Almo Collegio Borromeo, Pavie, 22 avril 2007).

La référence du Pape Benoît XVI à l’humilité d’Augustin nous conduit directement au centre de l’enseignement de l’évêque d’Hippone sur “le cœur et la grâce”. Le mot humilité exprime bien en effet et de façon synthétique, ce qui se produit chez l’homme qui, par pure grâce, rencontre la miséricorde vivante de Dieu. Don Giacomo Tantardini écrit, à juste titre, dans le livre que nous présentons ce soir: « Augustin dit que c’est seulement dans la rencontre entre le cœur, c’est-à-dire l’intériorité, et la grâce, c’est-à-dire la présence du Seigneur, que l’intériorité redevient elle-même, que le cœur redevient cœur, c’est-à-dire redevient un cœur d’enfant […]. L’humilité de Jésus est la vertu que nous pouvons imiter. Nous ne pouvons l’imiter dans les miracles qu’il accomplit, mais dans Sa façon d’être doux, petit, humble nous pouvons tous l’imiter » (G. Tantardini, Il cuore e la grazia in sant’Agostino. Distinzione e corrispondenza, Città Nuova, Rome 2006, p. 343-344).

Volonté et grâce : une lectio augustinienne
J’ai choisi dans l’immense patrimoine des œuvres de saint Augustin une “page” du De libero arbitrio pour “la lire” avec vous, ce soir.
Comme on le sait, ce dialogue est né d’une discussion qui s’est déroulée à Rome, entre l’automne 387 – Augustin avait été baptisé à Milan par saint Ambroise, dans la nuit du 24 au 25 avril, vigile de Pâques de cette année-là – et l’été 388 (Cf. D. Gentili, Introduction, in Dialoghi II. Opere di Sant’Agostino III/2, Città Nuova, Rome 1976, p. 137-151). L’œuvre fut terminée en Afrique après l’ordination sacerdotale de l’auteur, durant les premiers mois de 391. Devenu évêque coadjuteur d’Hippone par volonté de son évêque Valère en 395 (selon certains en 396), Augustin envoya les trois livres de son œuvre à Paulin de Nole (poète chrétien et évêque, 355-431) (Cf. Epistolae 31, 4.7)

Le dialogue s’ouvre sur une question qu’Evodius pose à Augustin: « Dic mihi, quaeso te, utrum Deus non sit auctor mali / Dis-moi, je t’en prie, si Dieu n’est pas le principe du mal » (I, 1, 1). Le thème n’est donc pas directement la liberté de l’homme mais la responsabilité de Dieu à l’égard du mal. Selon Madec, en effet, «le dialogue pourrait très bien avoir pour titre celui de l’œuvre de Leibniz : Essais de théodicée sur la bonté de Dieu, la liberté de l’homme et l’origine du mal » (G. Madec, Saint Augustin et la philosophie. Notes critiques, Paris 1996, p. 61). Dans le dialogue entre Evodius et Augustin arrive à un certain moment la question qui, d’une façon plus ou moins explicite, sous une forme plus ou moins lancinante, est de tous temps présente dans le cœur des hommes: pourquoi le mal ? Une interrogation qui révèle toute sa capacité à blesser notre humanité, si, plus concrètement encore, elle est ainsi formulée: pourquoi m’arrive-t-il d’accomplir le mal ?  

On sait dès les premières pages que l’on a à faire à un auteur “classique” – et Augustin l’est plus qu’éminemment – lorsque, dans l’œuvre de cet auteur, toute distance temporelle ou culturelle s’effaçant, on rencontre immédiatement les questions profondes des lecteurs de toutes les époques.

Mais il y a une autre raison qui m’a poussé ce soir à choisir de lire avec vous un passage du De libero arbitrio. C’est qu’Augustin a relu et interprété lui-même cette œuvre. En effet, comme le note don Giacomo, « en 388, Augustin écrit le De libero arbitrio contre les manichéens. C’est une œuvre intéressante, entre autres parce que les pélagiens s’en serviront par la suite pour dire qu’Augustin, qui venait de se convertir, n’acceptait ni la doctrine du péché originel ni la doctrine de la grâce, dont il allait par la suite devenir le défenseur. Augustin écrira les Retractationes, pour démontrer notamment que sont présentes aussi dans le De libero arbitrio – qui défend la liberté de l’homme – la doctrine du péché originel (que saint Ambroise surtout lui avait enseignée) et la doctrine de la grâce» (G. Tantardini, op. cit., p. 47). Ainsi, le De libero arbitrio nous offre la possibilité de rencontrer Augustin interprète de lui-même.

Nous pouvons de la sorte connaître la première forme de sa pensée authentique sur un point, lié au problème du mal, si décisif pour la vie de tous les hommes, à savoir le rôle de la volonté humaine dans le rapport entre la grâce (Jésus-Christ) et la liberté (homme).

Parcourons ensemble un bref passage de ce dialogue. Il est tiré du livre III, 3, 7: « Ev.– Mihi si esset potestas ut essem beatus, iam profecto essem: volo enim etiam nunc, et non sum, quia non ego, sed ille me beatum fecit / : E. – Si j’avais le pouvoir d’être heureux, je le serais sûrement déjà. Je voudrais l’être dès aujourd’hui et je ne le suis pas, parce que ce bonheur ne dépend pas de moi, mais de Lui ».

En quelques mots, le texte d’Augustin introduit deux questions fondamentales pour l’homme d’aujourd’hui, celui que l’on appelle l’homme post-moderne. Avant tout, la question du bonheur: il faut se rappeler la prégnance qu’a dans le latin chrétien le terme beatus: il s’agit de ce bonheur accompli et définitif qui n’est pas directement à la portée de l’homme mais qui engendre un plaisir durable qui n’est pas destiné à s’évanouir comme les plaisirs purement mondains. Eh bien, de même que les questions de vérité et de justice ont été les plus débattues par l’homme moderne (jusqu’à la chute du mur, pour être clair), aujourd’hui les questions de bonheur et de liberté sont devenues l’emblème principal du monde post-moderne. J’ai vu dans la liberté le second grand thème du passage que j’ai choisi. Augustin en parle à travers deux termes de grande profondeur anthropologique: volonté (volo) et pouvoir (potestas). Nous reviendrons plus tard sur ces catégories.

« Aug. – Optime de te veritas clamat / A. – Le cri de la vérité sort fort bien de toi! » (« La vérité se manifeste et se crie elle-même remarquablement bien à partir de ton expérience »), répond Augustin à Evodius.

Le saint évêque nous indique ainsi que l’expérience humaine, considérée en elle-même, ouvre à l’homme la question de la vérité de soi-même. En quoi consiste cette expérience élémentaire de l’homme à laquelle se réfère Augustin ? Elle consiste en deux éléments: Le désir de bonheur – premier élément – et la conscience du fait que l’homme ne peut atteindre par lui-même ce bonheur. C’est un Autre qui peut accomplir ce désir – seconde donnée essentielle.

Se référant au bonheur ainsi conçu, le saint affronte le thème qu’il m’intéresse d’examiner directement: le rôle de la volonté.

« Non enim posses aliud sentire esse in potestate nostra, nisi quod cum volumus facimus. Quapropter nihil tam in nostra potestate, quam ipsa voluntas est. Ea enim prorsus nullo intervallo, mox ut volumus presto est/ Tu peux en effet avoir conscience que rien n’est en notre pouvoir que ce que nous faisons quand nous le voulons; et, par conséquent, rien n’est autant en notre pouvoir que la volonté même. Elle est en effet à nos ordres, sans aucun délai, dès que nous voulons ».

C’est là l’une des affirmations que Pélage et ses disciples utilisèrent pour diminuer le poids du péché originel et de la grâce dans la controverse avec Augustin. Le père Agostino Trapè note qu’après avoir dépassé l’illusion manichéenne qui permettait à l’homme de ne pas se considérer comme responsable du mal accompli, parce qu’elle expliquait le péché non pas à partir de la libre volonté mais en vertu de la présence simultanée en l’homme de deux principes (bien et mal), Augustin écrivit le De libero arbitrio précisément « pour démontrer que la volonté humaine est essentiellement libre, c’est-à-dire qu’elle a en son pouvoir ses propres actes » (A. Trapè, Introduzione generale a sant’Agostino, Città Nuova, Rome 2006, p. 112-113). Et en effet, quelques lignes plus bas par rapport au passage que nous avons cité, Augustin déclare: « Voluntas igitur nostra nec voluntas esset, nisi esset in nostra potestate. Porro, quia est in potestate, libera est nobis / Notre volonté ne serait donc pas volonté si elle n’était pas en notre pouvoir. Effectivement parce qu’elle est en notre pouvoir, elle est pour nous libre» (III, 3, 8). C’est cette affirmation d’Augustin que les pélagiens utilisèrent contre Augustin lui-même. Comment le saint réagit-il à cette interprétation ?

Écoutons-le directement en lisant un texte des Retractationes (I, 9, 3) que je cite seulement en traduction: « Que les nouveaux hérétiques, disciples de Pélage, ne s’exaltent pas trop. Si, dans ces livres, nous nous sommes laissés aller à faire de nombreuses déclarations favorables au libre arbitre, comme l’exigeait la nature de cette discussion, cela ne signifie pas que nous ayons eu l’intention de nous mettre sur le même plan que des gens comme eux, qui affirment le libre-arbitre de la volonté au point de ne plus laisser place à la grâce de Dieu et de considérer que celle-ci nous est concédée selon nos mérites ».

Et plus loin il déclare: « Les pélagiens estiment ou peuvent estimer que nous professons les mêmes idées qu’eux. Mais c’est une supposition sans fondement. C’est bien sûr la volonté qui nous fait pécher ou mener une vie droite, et c’est cette idée que nous avons développée dans les passages cités [Augustin se réfère aux passages du De libero arbitrio qu’il cite dans les Retractationes]. Si donc la grâce divine n’intervient pas pour libérer la volonté de la condition servile qui la rend esclave du péché et si elle ne l’aide pas à surmonter ses défauts, les mortels ne peuvent vivre selon la piété et la justice. Et si ce bienfait divin qui délivre la volonté ne la précédait pas, il faudrait le considérer comme une récompense accordée à ses mérites; alors ce ne serait plus la grâce car l’on entend par grâce ce qui est donné gratuitement » (I, 9, 4).

En tenant compte de ces précisions fournies directement par Augustin, nous pouvons retourner au passage du De libero arbitrio qui est l’objet de notre lectio, pour approfondir le rapport entre vouloir et pouvoir et donc, pour finir, entre liberté humaine et liberté divine, c’est-à-dire entre le “cœur et la grâce”.

Augustin part de données indiscutables qui font partie de la vie de tous les hommes et sur lesquelles leur volonté est sans pouvoir. « Et ideo recte possumus dicere: “Non voluntate senescimus, sed necessitate”; aut “non voluntate infirmamur, sed necessitate”; aut : “non voluntate morimur, sed necessitate”; et si quid aliud hujusmodi / Et on peut bien dire: “Ce n’est pas volontairement mais nécessairement que nous vieillissons, ce n’est pas volontairement mais nécessairement que nous tombons malade, ce n’est pas volontairement mais nécessairement que nous mourons”, et ainsi de suite pour des cas de ce genre ».

Augustin prend en considération avec une grande perspicacité la vieillesse, la maladie et surtout la mort. Ce sont des faits qui arrivent necessitate, sans que la volonté de l’homme puisse les dominer. Et, de plus, ils mettent en relief le contraste entre le désir de beatitudo et l’impossibilité d’y parvenir par nous-mêmes. La mort, qui plus est, semble contredire radicalement ce désir de bonheur et de liberté dont nous avons parlé tout à l’heure. Elle semble en effet réduire l’homme à ce qui arrive necessitate. Mais ici, Augustin déploie de façon foudroyante sa puissante argumentation. Même devant ces données incontestables: « ”Non voluntate autem volumus”, quis vel delirus audeat dicere ? / Mais qui, serait-il fou, oserait avancer: “Ce n’est pas volontairement que nous voulons ?” ».

Nous pouvons reconnaître dans notre expérience un point duquel cette necessitas est radicalement exclue: la possibilité de vouloir qui est au cœur de l’expérience de la liberté.

Augustin poursuit: « Quamobrem, quamvis presciat Deus nostras voluntates futuras, non ex eo tamen conficitur ut non voluntate aliquid velimus. Nam et de beatitudine quod dixisti, non abs teipso beatum fieri, ita dixisti, quasi hoc ego negaverim: sed dico, cum futurus es beatus, non te invitum, sed volentem futurum. Cum igitur praescius Deus sit futurae beatitudinis tuae, nec aliter aliquid fieri possit qua mille praescivit, alioquin nulla praescientia est, non tamen ex eo cogimur sentire, quod absurdissimum est et longe a veritate seclusum, non te volentem beatum futurum / Aussi, quoique Dieu sache d’avance quelles seront nos volontés, il n’en résulte pas que nous voulions quelque chose sans notre volonté. Quand tu as dit à propos de ton bonheur que tu ne deviens pas heureux par toi-même, tu l’as dit comme si je niais cela; en fait ce que je dis, c’est que, si tu deviens heureux, ce ne sera pas sans que tu le veuilles, ce sera parce que tu le veux; et quoique Dieu connaisse quel sera pour toi ce bonheur, quoique rien ne puisse arriver en dehors de ses prévisions, autrement il ne faudrait plus parler de prescience, nous ne sommes pas contraints d’admettre, pour ce motif, que tu seras heureux sans que tu le veuilles: car y aurait-il rien de plus absurde, de plus étranger à la vérité ? ».

Avec une acuité toute particulière Augustin déclare que le bonheur, c’est-à-dire cette béatitude qu’il n’est pas en notre pouvoir d’atteindre et qui est donnée par Dieu, a quelque chose à voir (et comment!) avec notre volonté. Personne, en effet, dit le saint évêque, ne deviendra heureux sans qu’il le veuille. Non pas que la volonté soit capable de mettre en acte nécessairement ce qu’elle décide – elle n’est pas capable de réaliser le bonheur accompli qu’elle désire pourtant ardemment – mais la volonté vraiment et définitivement libre a le pouvoir de vouloir ce qui nous est donné.

Je peux vouloir le don (grâce). Mieux, je suis vraiment libre et je décide pour la plénitude de mon existence du moment où je prends la décision d’adhérer au don de la grâce. C’est cette dignité de la liberté humaine qui fait du cœur le véritable interlocuteur de la grâce. Et ainsi la grâce, absolument et toujours gratuite, devient vraiment efficace (non comme quelque chose d’automatique qui s’impose à l’homme) quand la liberté dit “oui”; elle n’annule pas la liberté mais l’appelle à s’impliquer et de cette façon l’exalte. Le père Trapè dit à ce sujet: « Dans la controverse pélagienne, ensuite, Augustin prit constamment soin d’affirmer la liberté de l’homme et en même temps la nécessité de la grâce […], il prit soin aussi de recommander, sans se lasser, de conserver fermement les deux vérités (sans la première on subvertit toute la vie humaine, sans la seconde toute la vie chrétienne), même si l’on ne comprend pas comment elles peuvent aller ensemble. On a tort quand on soutient qu’Augustin a sacrifié la liberté pour défendre la grâce. La grâce, écrit avec force le docteur de la grâce, aide la volonté à ne pas disparaître devant les faiblesses de sa nature, elle ne la supprime pas […]. “Le libre arbitre n’est pas supprimé parce qu’il est aidé, mais il est aidé justement parce qu’il n’est pas supprimé” (Ep.157, 10) » ( Ibid., p. 113).

Augustin a splendidement résumé cette idée dans une expression célèbre du Sermo 169, 11, 13: « Qui t’a créé sans toi ne te justifie pas sans toi: il a créé qui ne savait pas, il ne justifie pas qui ne veut pas». Dans le sillage de cette tradition, Dante, avec l’acuité propre au génie littéraire, déclare avec décision: «Le plus grand don que Dieu dans sa largesse/ fit en créant, le plus conforme à sa bonté,/ et celui qu’il estime le plus,/ fut la liberté de la volonté » (Paradis, V, 19-22). Et le Concile de Trente reprendra cette idée avec une formule géniale, expression de l’équilibre du catholicisme, qui pour décrire le dynamisme de la liberté, toujours animée par la grâce rédemptrice, parle du fait de coopérer en acquiesçant: « Si quis dixerit liberum hominis arbitrium a Deo motum et excitatum nihil cooperari assentiendo Deo excitanti atque vocanti quo ad obtinendam iustificationis gratiam se disponat ac praeparet, neque posse dissentire, si velit, sed velut inanime quoddam nihil omnino agere mereque passive se habere: anathema sit » (Concile de Trente, Décret De iustificatione (13 janvier 1547), can. 4 : « Si quelqu’un dit que le libre arbitre de l’homme mû et stimulé par Dieu, ne coopère en rien en exprimant son assentiment à Dieu qui le meut et le prépare à obtenir la grâce de la Justification, et qu’il ne peut, s’il le veut, refuser son consentement, mais qu’il reste, comme quelque chose d’inanimé, sans rien faire et purement passif: qu’il soit anathème »).

Le cœur, donc, est appelé à vouloir librement le bonheur qui ne peut être que le fruit du don de la grâce. Quelles sont les expressions privilégiées de sa volonté libre à l’égard de la grâce? Le désir et l’accueil reconnaissant du don. En effet « qui demande le salut sauve son âme: qui le demande, qui le désire: et cela vaut pour tous les hommes. Seul le Mystère connaît le cœur de l’homme. Il suffit d’un instant de désir » (G. Tantardini, op. cit., p. 208).

Le “travail” de la liberté
Les pages d’Augustin que nous avons parcourues ensemble ont-elles quelque chose à nous apprendre, à nous hommes et femmes d’aujourd’hui, qui sommes assoiffés de bonheur et de liberté ?

Nous ne pouvons pas nier en effet que, dans les démocraties avancées, en Occident surtout, la technoscience domine assez fortement notre vie personnelle et sociale. Pour la question des origines de la vie, de son déroulement et de sa fin, la technoscience semble, dans la mentalité courante, se substituer aux religions, aux philosophies. À bien y regarder, le phénomène lui-même de la globalisation est étroitement dépendant du fait que l’Occident est en train d’imposer au monde entier une conception du bonheur comme pur produit progressif de la technoscience.

Il semble, à première vue, que la culture contemporaine nie tout l’enseignement d’Augustin contenu dans l’affirmation d’Evodius dont nous sommes partis: « Si j’avais le pouvoir d’être heureux, je le serais sûrement déjà. Je voudrais l’être dès aujourd’hui et je ne le suis pas, parce que ce bonheur ne dépend pas de moi, mais de Lui ». Aujourd’hui, la technoscience semble donner à l’homme le pouvoir d’être heureux. Non seulement de vouloir le bonheur mais de pouvoir le réaliser par soi-même, directement, sans le recevoir d’aucune façon comme un don.

Ce qui s’exprime ainsi, c’est la prétention à jouir d’une liberté inconditionnée. Une liberté qui a tout en son pouvoir: “je peux et donc je dois”, tel est l’impératif catégorique de la technoscience.

Descartes avait peut-être déjà identifié la justification historique et culturelle du pouvoir du savoir scientifique: la promesse de rendre l’homme « maître et possesseur de la nature ». Le pouvoir du savoir scientifique repose, d’une part, sur son universalisme théorique et pratique (en opposition à la multiplicité et à la conflictualité des religions), de l’autre sur l’immense accroissement des possibilités que la science à travers la technique, met à la disposition du monde. Ainsi la technoscience incite-t-elle de fait la raison à renoncer à poser les questions qui portent sur les fondements (“Et moi, qui suis-je ? Qui, finalement, m’assure de mon être, au-delà de la mort, par son amour ?”). Et elle pousse la liberté à s’engager presque exclusivement dans les réalisations confiées à un technicisme toujours plus puissant qui, donc, pour finir, se justifie toujours davantage lui-même.

On entrevoit ici une forme post-moderne d’utopie qui ne va pas sans lourdes conséquences au niveau social. En effet, tout ce qui ne rentre pas dans l’optique de cette forme d’“universalisme scientifique” est, au mieux, relégué dans une sorte de réserve indienne qui ne peut aspirer à avoir une importance publique universelle.

Que faut-il opposer à cette mentalité ? Certainement pas les plaintes ni la recherche obsessive du coupable, mais la foi entendue comme réponse humainement accomplie. La foi vive qui témoigne la vérité, la beauté et la bonté du don gratuit de la rencontre avec le Christ. La voie de la rencontre entre le cœur et la grâce. Entre la capacité de vouloir, qui ne disparaît jamais, et le don qui accomplit le désir de bonheur. Et ce n’est pas un hasard si, aujourd’hui encore, après la Bible, Les Confessions d’Augustin sont l’œuvre la plus imprimée du monde.

Dans un commentaire du passage évangélique du jeune homme riche, Don Giussani, dont les “lectures” augustiniennes de don Giacomo sont nourries, voit dans la description de la tâche de la liberté dans la rencontre avec la grâce, la voie royale pour parler à l’homme d’aujourd’hui: « Pensez au jeune homme riche – qui se fraie un chemin à travers les gens et reste, bouche bée, à écouter Jésus – et à Jésus qui le regarde. Le jeune homme lui dit alors: “Maître bon, comment dois-je faire pour entrer dans ce que tu appelles le Royaume des Cieux, dans la vérité de la réalité, dans la vérité de l’être ?”. Et Jésus le fixa et lui dit: “Observe les commandements”. “Mais je les ai toujours observés”. Et “Jésus, l’ayant fixé, l’aima” – l’ayant regardé, l’aima –: “Il ne te manque qu’une chose: viens jusqu’au fond”. C’est le travail, il lui a donné une proposition de travail: que devienne travail la gratuité qui l’avait submergé […[ la valeur de la vie, de ma vie, est Ton œuvre, c’est un travail. La pertinence de la liberté à la possibilité que l’ Être fait miroiter s’appelle travail » (L. Giussani, Affezione e dimora, Bur, Milan 2001, p. 272).

Mais où apprendre une pareille foi ?  Il faut que les hommes et les femmes de notre temps – là où ils se trouvent, là où ils aiment et travaillent, c’est-à-dire dans leur vie réelle – rencontrent concrètement des communautés chrétiennes dans lesquelles puisse être pratiquée l’expérience de vouloir ce don (la grâce) qui accomplit le désir. Des communautés qui proposent à la liberté perdue et assoiffée de l’homme post-moderne l’avantage de vivre tous les mystères chrétiens jusque dans leurs implications personnelles et sociales de chaque jour. Communautés dans lesquelles le don vivant et personnel de Jésus Crucifié ressuscité (grâce) soit, ainsi que le disait von Balthasar, comme une blessure féconde qu’aucune prétention humaine ne puisse avoir l’illusion de savoir guérir.

Communautés chrétiennes formées d’hommes et de femmes au travail, comme le dit Giussani. Qui veulent vivre la gratuité par laquelle ils sont surpris. Communautés où chaque personne puisse, en pleine liberté, faire l’expérience du fait que la volonté s’accomplit bien plus dans l’accueil du don que dans la prétention de la conquête.

Le pape Benoît XVI s'est beaucoup impliqué lors de ses dernières Catéchèses sur la vie et l'œuvre de Saint Augustin. Ce sont cinq audience Générale qu'il lui a consacrées.
Italian Doveva andare in visita
Jan 04, 2008
Cardinale Scola rinvia il viaggio. Il patriarca di Venezia si recherà a luglio a chiesa di Ol Moran.

Roma, 3 gen. (Apcom) - Dopo una verifica accurata con i responsabili della missione cattolica di Ol Moran, in Kenya, e il vescovo locale, mons. Luigi Pajaro, e tenendo conto degli avvisi diramati dal ministero degli Esteri che invita gli italiani a non partire per il paese africano, un viaggio che il cardinale Angelo Scola doveva compiere in compagnia di una delegazione del patriarcato di Venezia è stato rimandato in luglio: lo rende noto un comunicato del suo ufficio stampa.

"Il card. Angelo Scola ed alcuni suoi collaboratori - si legge nel comunicato - avevano programmato di partire per il Kenya la prossima settimana per visitare la parrocchia 'veneziana' di S. Marco a Ol Moran, dove sono presenti due sacerdoti diocesani, don Giovanni Volpato e don Giacomo Basso, e la giovane volontaria mestrina Elisa Pozzobon. Nel corso del viaggio era previsto anche un incontro con la chiesa diocesana di Nyahururu, all'interno della quale si trova Ol Moran, ed in particolare con il vescovo, il clero locale e i sacerdoti 'fidei donum' operanti nell'area".

"Il Patriarca e i suoi collaboratori - prosegue la nota - sono in continuo contatto con la missione per avere notizie aggiornate sull'evolversi dei fatti: ad oggi nell'area di Ol Moran la situazione risulta tranquilla anche se il vescovo locale ha invitato tutti i preti a non lasciare le proprie parrocchie per almeno un paio di giorni. La comunità ecclesiale veneziana rimane costantemente unita nella preghiera alla parrocchia di Ol Moran e alla Chiesa di Nyahururu".
Spanish «Un Estado laico no puede producir ciudadanos morales»
Nov 09, 2007
«El Estado laico no puede producir ciudadanos morales», advirtió ayer el cardenal de Venecia, Angelo Scola, durante la presentación, en la Universidad CEU San Pablo de Madrid, de su último libro, «Una nueva laicidad» (Encuentro) en el que desbroza, desde una perspectiva cristiana, el vertiginoso paso de una sociedad moderna a la postmodernidad.
Durante un encuentro en el aula magna de la citada universidad, el patriarca de Venecia reivindicó la «utilidad social de la Iglesia», reclamando a los católicos «entrar en el debate público de la sociedad civil».

(ABC, 9 de noviembre de 2007) MADRID. Para Scola, «la Iglesia en España, en toda Europa, tiene hoy un papel fundamental, tanto en la educación como en la familia», que en muchas ocasiones habrá de chocar con los vientos de una laicidad que, en sus extremos, puede ser confundida con actitudes «antirreligiosas».
Y es que, como recordó el purpurado italiano, «el Estado, como institución, es laico, pero no puede ser neutral», mientras que las religiones, en contrapartida, «no se deben neutralizar como sujetos públicos», sino «entrar a discutir» en el interior de las sociedades en las que se insertan.
El relativismo
En este punto, Scola reconoció la «debilidad de las posturas católicas» en las sociedades occidentales, marcadas por el relativismo y el olvido de Dios. «El hombre europeo es un hombre de paja», añadió.
En el libro, el cardenal de Venecia realiza un somero repaso acerca del papel de la conciencia religiosa en las sociedades laicas, sin dejar de lado lo que denomina «dolores de parto de la cultura contemporánea».
Así, Angelo Scola plantea sus ideas sobre el medio ambiente, la eutanasia, el progreso, la educación, las relaciones sexuales, el descanso, la paz o la inmigración. Sobre este aspecto, el cardenal abogó por un «mestizaje de civilizaciones» que, según dijo, «no es una teoría, sino un hecho» en las sociedades europeas.
El volumen no olvida las relaciones entre las religiones y la política, así como los distintos modos de llevar a cabo la misión política. La visión de Estado, la sociedad civil y el presente y el futuro de Europa también tienen cabida en esta compilación.
Italian In uscita il nuovo libro del cardinale Scola
Oct 31, 2007
"Come nasce e come vive una comunita' cristiana"

Venezia, 29 ott. (Apcom) - Uno strumento di lavoro: così il Patriarca definisce il nuovo libro uscito in questi giorni, edito da Marcianum Press e intitolato "Come nasce e come vive una comunità cristiana". Raccoglie alcune istruzioni del card. Angelo Scola ma anche il suo dialogo con le centinaia di partecipanti alla "scuola di metodo" della diocesi di Venezia.

"Questa pubblicazione - scrive il Patriarca nella prefazione - esprime l´esigenza che i passi fatti, frutti del lavoro personale e comunitario, potessero essere raccolti e messi a disposizione della vita dell´intero corpo ecclesiale perché tutti e ciascuno ne facessero tesoro. Non è tanto un libro da leggere dalla "a" alla "z" quanto piuttosto uno strumento di lavoro su cui tornare in continuazione, un aiuto al cammino di vita cristiana secondo quel prezioso e incessante scambio che documenta la vitalità di ogni famiglia e nel cui dinamismo educativo tutti sono continuamente coinvolti".

I testi pubblicati, in particolare, elaborano e riprendono con sistematicità alcuni temi (come gli affetti, il lavoro e il riposo) al centro dei lavori del Convegno ecclesiale nazionale di Verona tenutosi nell´ottobre 2006.
Italian Il cardinale Scola consegna il Premio Robert Bresson al regista Sokurov
Sept 09, 2007
Il regista russo Aleksandr Sokurov ha ricevuto questa mattina il Premio Robert Bresson nell’ambito della Mostra del Cinema di Venezia.

(Radio Vaticana, 06/09/2007) E’ stato il cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, a consegnare questa mattina ad un emozionato Aleksandr Sokurov il premio Robert Bresson, assegnato dalla Rivista del Cinematografo in collaborazione e con il patrocinio dei Pontifici Consigli della Cultura e delle Comunicazioni Sociali. Erano presenti le massime autorità istituzionali e politiche e il presidente dell’Ente dello Spettacolo, mons. Dario Viganò. Al Patriarca, appassionato da sempre di cinema, abbiamo chiesto se può a suo avviso ritenersi ancor oggi un’oasi privilegiata in cui culture e persone si incontrano:

R. – Può essere un luogo di scambio assai privilegiato e molto potente tra gli uomini, e può essere un’occasione veramente profonda per penetrare nel cuore dell’uomo e nel cuore dei popoli.


D. – Eminenza, quale secondo lei il peso del cinema nella formazione delle coscienze e dell'identità cristiana?


R. – Il cinema parla il linguaggio simbolico, cioè mette in relazione le persone con le circostanze, con i rapporti e con gli elementi essenziali della vita quali sono gli affetti, il lavoro, il riposo, i conflitti, le contraddizioni, le possibilità di edificazione, di costruzione di pace ... E quindi, può affrontare la totalità dell’umana esperienza secondo la forza dei suoi strumenti espressivi e aiutare milioni di persone a conoscersi meglio ed a conoscere meglio la realtà in cui sono immersi. Certamente, questo viene incontro anche ai cristiani, perché i cristiani sono i più realisti tra gli uomini, perché Gesù è venuto esattamente per insegnarci a stare dentro alla realtà. L’autentica fede si vede da come funziona la realtà quotidiana, da come incide sul mio modo di vivere quotidianamente. Il cinema, con la sua forza espressiva, può certamente essere un elemento privilegiato per aprire un approfondimento dell’umano e quindi anche della fede.


D. – Come bilanciare, Eminenza, la libertà dello sguardo - del regista prima e dello spettatore poi - con la capacità e necessità di formare un obiettivo giudizio critico?


R. – Secondo me, non bisogna separare questi due elementi, perché lo sguardo porta già dentro tutta la mia umanità; e la vista – come diceva già Agostino – è il più forte di tutti i nostri sensi, perché attraverso la capacità di cogliere la forma, la figura, la bellezza della realtà, provoca la nostra personalità fino in fondo e quindi orienta immediatamente con un “sì” o con un “no” anche il nostro giudizio. E’ chiaro che poi si può sempre ritornare su ciò che lo sguardo ha intravisto. Ma prima di tutto, bisogna guardare come fanno i bambini, con grande apertura e con disponibilità allo stupore per potere cogliere fino in fondo il messaggio.


D. – Eminenza, potrebbe sottolineare per noi una delle motivazioni che hanno portato a premiare proprio il russo Sokurov e, da questo, mettere in evidenza le qualità intrinseche del cinema contemporaneo?

R. – Aleksandr Sokurov certamente ha mostrato, per esempio in “Arca Russa”, una grande efficacia proprio nell’aiutare lo spettatore a penetrare in profondità l’umano, così come molti grandi della storia del cinema, anche del nostro cinema italiano. Si è discusso molto in questi giorni intorno al Festival di Venezia sulla situazione del cinema italiano, si è parlato dell’esigenza di una nuova identità e io credo che il cinema sia luogo privilegiato di comprensione del reale, perciò è luogo di educazione nella bellezza, quindi di una educazione secondo forme leggere che risollevano lo spirito: è la ragione per cui uno vede un film ...
Italian "Pronti al dialogo con gli Islam ma rispettino i nostri valori"
Aug 04, 2007
Le persecuzioni dei cristiani: sono gravi, ma la fede chiama anche al martirio. La poligamia: chi viene qui rinuncia. La reciprocità: è giusto chiederla, ma non si può subordinare ad essa il confronto. L’intervista di Politi su "la Repubblica".

(La Repubblica, 30 luglio 2007) Il confronto tra Croce e Mezzaluna, lo ha ricordato il segretario del Papa, sta in cima all'agenda di Benedetto XVI. Per la Chiesa cattolica, per l'Europa è la questione che caratterizza il XXI secolo. Dal Patriarcato di Venezia il cardinale Angelo Scola vede un filo rosso che si snoda dall'Indonesia al Marocco fino all'Europa: «C'è una crisi dell'Islam, una crisi di identità provocata dalla globalizzazione. C'è la pretesa della tecno-scienza occidentale, che noi esportiamo, di costruire la felicità, di essere padrona del futuro saltando la dimensione spirituale dell'uomo. E questa logica sta mettendo a dura prova anche l'Islam tradizionale».

Cardinale Scola, si tratti del rapimento di padre Bossi o dell'arsenale terroristico scoperto in una moschea umbra, la questione Isiam entra quotidianamente nelle nostre vite.
«Per questo è importante capire e conoscere. Io parlo da cittadino europeo medio, non come esperto. Quello che so, lo apprendo dai vescovi e religiosi incontrati nei paesi del Medio Oriente, dagli studiosi di varie parti del mondo presenti alle riunioni del comitato scientifico della nostra rivista Oasis che da sei anni si occupa dei cristiani nei paesi musulmani, dando spazio anche alle loro lingue: l'arabo e l'urdu. E per prima cosa ho imparato che è meglio parlare degli Islam, al plurale».

Qual è il profilo della crisi che attraversa quel gran corpo composto da un miliardo di seguaci di Maometto?
«Dall'Indonesia al Marocco, anche se non in maniera univoca in tutti i paesi, è in corso una dialettica tra radicalismo e ammodernamento. Qualcuno reagisce in chiave fondamentalista: si va dai gruppi estremi ed inaccettabili dei terroristi al radicalismo identitario rigido seppure non violento. Altri, ma spesso sono solo singole personalità, si sforzano di operare la distinzione tra sfera civile e religiosa. Ma è un processo che non è riuscito ancora a sfondare a livello di popolo. Però insisto, c'è una grandissima varietà di situazioni. In Turchia milioni di persone aderiscono alle correnti Sufi, veramente pacifiche, che hanno una componente mistica molto profonda».

È questo il tipo di Islam con cui dialogare?
«Intanto va superato il concetto ambiguo di Islam moderato. Io credo che, con realismo, bisogna dialogare con tutti».

Ritiene ambigua l'idea di un Islam moderato?
«Perché spesso questo Islam moderato viene identificato con certe figure di intellettuali, che magari hanno passato moltissimo tempo in Occidente e che molte volte dagli stessi musulmani non sono più sentiti come appartenenti al loro mondo con il rischio che rappresentino solo se stessi. E' certo utilissimo parlare con loro, forniscono contributi positivi, ma non pensiamo che esista un Islam moderato da opporre a un cosiddetto Islam radicale».

Con chi confrontarsi allora?
«Sono convinto che esiste un Islam di popolo, che vive le istanze elementari di ogni uomo, comuni a tutti noi: come viviamo gli affetti, il lavoro, il riposo, come viviamo la nascita e la morte, la crescita e l'educazione, come viviamo il rapporto con Dio. Su queste basi, cristiani e musulmani possono entrare pazientemente in rapporto. Conoscendosi, interrogandosi, ascoltandosi. Sapendo che per gli Islam l'unica via per superare il radicalismo è un ammodernamento che si integri nelle loro fisionomie religiose. E' un processo che andrà avanti per decenni».

In questo processo tra Occidente e mondo islamico lei intravede anche un "meticciato".
«Indubbiamente è in atto un processo violento, rapido, doloroso, di grande mescolanza, che provoca anche ferite tra gli Islam e l'Europa. Si intuisce che i concetti di identità e di integrazione non sono sufficienti. Noi siamo già immersi in un meticciato di culture e civiltà. Sia ben chiaro: il meticciato non è un obiettivo da costruire, è un processo in atto da orientare. Dobbiamo mettere in comunicazione esperienze, culture, popoli, imparando ad apprezzare la religiosità dell'altro, confrontandoci senza operare confusioni. Penso, ad esempio, al grande lavoro che fanno i missionari soprattutto attraverso le scuole e gli ospedali in paesi a maggioranza musulmana. E' questa la strada lunga e paziente,ma l’unica veramente percorribile».

C'è chi paga per questo impegno. Padre Bossi è stato rapito e appena liberato, altri sono stati assassinati. In certe regioni è in atto una persecuzione dei cristiani.
«È un problema molto doloroso e grave, che noi cristiani dobbiamo riuscire a valutare con l'integralità del realismo della fede. Cristiano è colui che sta immerso nella realtà. Come dice il bellissimo Prefazio dei Martiri: il martirio è donato agli inermi e ai deboli è data la forza del martirio. Naturalmente non dobbiamo cercare il martirio e dobbiamo agire in tutti i modi per salvaguardare le nostre comunità cristiane, specialmente in Terra Santa e nel Medio Oriente, lì dove sono i luoghi che Gesù ha calcato. E i governi devono svolgere con decisione il loro ruolo. Ma dobbiamo anche comprendere - è tremendo doverlo dire - che il martirio può essere domandato e può diventare il seme dei cristiani. Fulgida in questo senso è la testimonianza di padre De Chergé, priore di Thibirine».

In Italia si costruiscano moschee, mentre in certi paesi musulmani un cristiano non può nemmeno pregare. La Chiesa non deve esigere reciprocità?
«Chiedere la libertà religiosa e la possibilità di esprimerla in tutti i paesi arabi è sacrosanto, ed implica un certo concetto di reciprocità di cui anche a livello di politica internazionale si deve tener conto. Ma subordinare il dialogo a questo è sbagliato. La mia posizione è molto netta e chiara. La Chiesa non lega la sua forza testimoniale a questo, tanto più che noi cattolici non siamo dei proselitisti. La nostra strada è proporre in termini realistici ed oggettivi la bellezza, la verità e la bontà dell'incontro con Gesù che abbiamo fatto».

Nel nostro Paese si pone la questione di un accordo tra Stato e cittadini musulmani. Il mondo cattolico cosa ha da dire?
«C'è da distinguere bene l'azione della Chiesa dal compito dello Stato e della società civile. Prendiamo gli immigrati. Sbarcano col barcone, si vaia di corsa a dare una mano: la comunità cristiana sente l'urgenza di un intervento immediato di accoglienza. Lo Stato, invece, deve fare un lavoro diverso: regolare il flusso migratorio a monte, lavorando a livello internazionale per evitare questi sbarchi. E la società civile è il luogo privilegiato dove operare quel confronto da esperienza a esperienza, come stanno facendo le nostre scuole, i nostri quartieri, le nostre parrocchie».

E quando sono in gioco i nuovi diritti chiesti dai musulmani?
«Lo Stato, oltre al doveroso compito di garantire con estrema decisione la sicurezza nazionale, deve fare una politica molto realistica, distinguendo bene i diritti fondamentali dagli altri diritti o dalla pretesa di diritti. La poligamia, ad esempio: non discuto se faccia parte o no della proposta religiosa islamica. So che in diversi stati a prevalenza musulmana la poligamia è sconsigliata o addirittura vietata. Quindi uno stato occidentale può e deve domandare questo sacrificio a chi desidera stare qui. I diritti fondamentali sono inalienabili, vanno sempre dati. Per altre richieste si può domandare benissimo ad una minoranza che vi rinunci».

Concorda con l'insegnamento del Corano nelle scuole?
«Per questo e per quanto riguarda i luoghi di culto c'è un'istanza di principio giusta. Però voglio vedere dove sta la comunità reale che lo chiede. Non basta che l'Arabia Saudita chieda di costruire moschee dappertutto».

E il velo?
«Tutti comprendiamo che non sarebbe adeguato riprodurre in Europa modelli sociali in contrasto con la nostra storia. Questo è il criterio con cui affrontare anche questioni come quella del velo».

Eminenza, cosa resta del sogno di papa Wojtyla di una preghiera comune di ebrei, cristiani e musulmani sul monte Sinai?
«Il gesto di Benedetto XVI nella Moschea Blu è già stato un avanzamento spettacoloso. Nella moschea di Istanbul il Papa, certamente ispirato da Dio, si mise a pregare in silenzio vicino al Gran Muftì che a sua volta pregava in silenzio. Ad Assisi con Giovanni Paolo II si disse: non siamo qui per pregare insieme, ma siamo qui insieme per pregare, e lo si fece in diversi luoghi e momenti. Ad Istanbul il Papa ed il Gran Muftì hanno pregato inventando una nuova via. Hanno pregato gomito a gomito l'unico Dio; ma l'hanno fatto in silenzio perché la preghiera è il supremo atto della libertà. Perciò bisogna rispettare l'identità di chi prega».
Italian Il Redentore, l’«Amore che dà la vita»
Jul 18, 2007
Il discorso del Cardinal Angelo Scola per la Festa del Santissimo Redentore. Venezia, 15 luglio 2007.

Infrangere il tabù dell’anima per giovarci delle scienze

1. Un gesto antico e sempre nuovo

«Deboli, empi, peccatori, nemici» (Rm 5,6): sono i quattro termini con cui la Seconda Lettura, tratta dalla Lettera ai Romani, indica la condizione in cui versava l’uomo quando con un atto di amore, puro, libero, gratuito Gesù si è consegnato alla morte per noi. Senza che noi prendessimo la benché minima iniziativa Dio ci ha riconciliato con Lui e ci ha salvati.

Dio «ha tanto amato il mondo» (Gv 3, 15, Vangelo) da chinarsi, Egli che è Dio, su di noi. Si è preso cura (cfr Ez 34, 11, Prima Lettura) di noi, come documenta in modo efficace la pagina del profeta Ezechiele che ogni anno, in questa preziosa circostanza cittadina, non finisce di stupirci. Si capisce bene perché la liturgia di oggi suggelli con questi tre preziosi testi il gesto, antico e sempre nuovo, con cui il popolo veneziano, preceduto dalle sue legittime autorità, scioglie annualmente il voto legato alla liberazione dalla terribile pestilenza del l576. Il popolo e le sue guide si volsero allora con fiducia a Colui che, senza nulla chiedere in cambio, poteva ridare salute. La morte che il terribile flagello aveva reso spettacolo inverecondo e quotidiano non ebbe l’ultima parola. Trionfò, alla fine, la vita. E la stupenda opera architettonica del Palladio continua ad esprimere plasticamente, per i secoli, come conviene all’arte quando tocca la sua radice di verità, questo inno alla vita ritrovata. Alla stessa vita i Veneziani, in qualche modo, rendono omaggio costruendo ogni anno il ponte votivo e soprattutto calcandolo per rinnovare al Redentore, con animo grato, la domanda di essere anche oggi salvati dalla debolezza, dal peccato, dall’empietà e dall’inimicizia verso Dio.

2. Il Redentore «ci salva mediante la Sua vita»

La Parola di Dio, tuttavia, fratelli carissimi, parla sempre al presente. Tanto più che solo nel presente si può cogliere il significato pieno del tempo. Superando la mera scansione cronologica che renderebbe inaccessibile passato e futuro, il presente riesce a svelare il segreto antropologico del tempo. Investito dall’interezza appassionata dell’uomo il presente si nutre di passato e di futuro. La liturgia odierna rende conto assai bene di questo valore antropologico del tempo, acutamente esaminato da Sant’Agostino, proponendoci l’amore del Padre, che si esprime perfettamente nella lotta vittoriosa che attraverso la Sua singolare morte Gesù intrattiene con la comune morte umana. Egli, «morendo per noi» (cfr Rm 5,8, Seconda Lettura), ci salva, oggi, «mediante la sua vita» (Rm 5, 10, Seconda Lettura) e vuole che «chiunque crede in Lui non muoia ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 15, Vangelo). Così, in questa splendida azione liturgica, noi diventiamo attori consapevoli del nostro tempo.

Veneziani ed ospiti, questa sera, e parlo anche delle decine di migliaia di persone che affollano la laguna per far festa, avvertono, più o meno consapevolmente, che questa amorevole cura di Dio viene incontro alla “domanda delle domande” che muove concretamente ogni uomo ed ogni donna nel quotidiano: “Alla fine qualcuno mi ama? Qualcuno desidera la mia durata definitiva?” “Qualcuno mi assicura per sempre?” È questa una formulazione ancora più radicale rispetto a quella già pregnante del Leopardi: “Ed io che sono?”

3. A proposito di anima: infrangere un tabù

La risposta a questa “domanda delle domande” che, per Comte, non si sarebbe più dovuta porre, si trova, secondo gli odierni insegnamenti di Paolo e di Giovanni, nel dono di una vita piena che Gesù ci procura con la Sua morte e risurrezione. L’amore di Dio di cui parla il Santo Evangelo è in concreto la partecipazione già da ora possibile, nella fede e nei sacramenti della Chiesa, alla vita del Risorto.

Il Vangelo di Giovanni, che giustamente è stato definito il Vangelo della vita, afferma che questa vita è la vita eterna (ζωή) Essa, per l’evangelista, è coordinata, ma non può essere confusa né con la psiche (Ψυχή), né con il bios (βίος) che indicano quella vita naturale che terminerebbe nella morte.

La salvezza operata dal Redentore è questa vita eterna che Cristo incarna nella propria persona. Ci libera dal potere della morte sciogliendoci fin da ora dalla schiavitù in cui ci tiene il timore di finire nel nulla (cfr. Eb 2, 15). Essa ci pone in relazione diretta con Dio, facendoci vivere la coscienza che «di Lui noi siamo la stirpe» (cfr. Att 17, 28).

Immortalità dell’anima - assunta decisamente, come già fece Tommaso riformulando radicalmente l’antropologia aristotelica, nella dottrina cattolica della Risurrezione della carne - e destino eterno della persona diventano in tal modo i pilastri e l’orizzonte della vita di colui che è stato afferrato da Cristo. Solo questa dimensione definitivamente compiuta della vita, che ingloba nella necessaria autonomia mente (psiche) e cervello (cifra sintetica del bios), assicura pienamente l’uomo.

Allora l’amore verso Dio e verso i fratelli in tutte le forme diventa praticabile e doveroso. E la dignità costitutiva ed insopprimibile di ogni singolo uomo con i suoi diritti e doveri, su cui giustamente si fonda la convivenza civile a partire dalla modernità, non si riduce ad un flatus vocis. Infrangendo un certo tabù potremmo dire che solo l’affermazione convinta dell’esistenza dell’anima (spirito) consente all’uomo e alla famiglia umana di vivere con autentico profitto.

4. Interrogativi brucianti

Qui si scoprono le ragioni ultime, dobbiamo dircelo senza infingimenti, per cui in questo vespero la Chiesa madre e maestra ci convoca in questa prestigiosa Basilica.

Diventa allora quasi scontato l’interrogativo: realmente una simile concezione dell’uomo, visto come inscindibile ed insuperabile unità duale di anima e di corpo che travalica la morte, può essere, ancora oggi, al tempo della tecnoscienza, la ragione adeguata del vivere, la cifra integrale dell’amore umano? Di quale vita e di quale morte si intende qui parlare?

L’immortalità dell’anima nella prospettiva della risurrezione della carne, secondo una concezione piena della vita eterna, sono concetti ancora dotati di senso o non indicano piuttosto illusorie superstizioni che, per giunta, consolidano quell’ “assolutismo” della religione sempre indicato come causa delle più radicali forme di violenza?

Ancora, non sono simili categorie ad aver imbrigliato per secoli, proprio con la loro pretesa di assolutezza, lo sviluppo delle scienze? Inoltre, le neuroscienze non hanno ormai aperto una strada irreversibile per fornire spiegazioni compiute di ogni dimensione della vita umana fin nelle sue implicazioni etico-sociali senza che si debba ancora far ricorso a questi e simili “assoluti metafisico-religiosi”?

Infine, non è stata la teologia stessa a proporre di rinunciare all’idea di anima in quanto espressione, non autenticamente biblica ma ellenica (Culmann), di un infelice dualismo antropologico? L’urgenza di unità e di indivisibilità dell’uomo, presente nella visione giudaico-cristiana ed in contrasto col dualismo del platonismo, non suona forse anch’essa come un invito a seguire con decisione le vie delle neuroscienze?

5. Sulla vita e sulla sua storia le spiegazioni tranquillizzanti non sono più sufficienti

I cultori delle neuroscienze convinti, forse con valide ragioni, che la comprensione del cervello rappresenti la svolta epocale più radicale (una rivoluzione più grande di quelle copernicana, darwiniana e freudiana) affermano a chiare lettere non solo che la nozione di vita è assai complessa, ma anche che vita è un termine troppo generico ed applicabile ad un insieme di processi. A tal punto che “lo spirito di vita” e “la vita” sarebbero concetti «intorno a cui gli scienziati hanno cessato da tempo di interrogarsi».

Anche tra i più avveduti filosofi non si cessa di sottolineare, da sempre, la complessità di tali nozioni. Si possono citare a titolo esemplificativo due ricorrenti autentiche “croci” del pensiero in proposito. In primo luogo il paradosso che lo stesso individuo vivente rappresenta: che cosa rende individuale una realtà corporea, di per sé infinitamente divisibile e qual è il principio di individuazione di “quel singolo” all’interno di una specie. Infatti, che cos’è alla fine l’individuo? A costituire la sua individua unità è la sua “appartenenza” alla specie oppure a connotarla è il fatto che egli è indivisibilmente (in-dividuo) se stesso? La tensione tra questi due poli resta insuperabile.

In secondo luogo, problema ancor più complesso, come spiegare all’interno del dinamismo dell’evoluzione biologica, mostrando l’infondatezza dell’accusa di speciismo, la qualità altra della vita umana, connessa all’apparire di fenomeni quali la coscienza e l’autocoscienza?

La religione, ma per stare a noi, la fede cristiana, non complica ulteriormente le cose pretendendo che, per descrivere compiutamente la vita umana, si debba parlare non solo di mente e di cervello, ma anche di spirito (anima) e per di più di spirito individuale intimamente legato ad una carne destinata a risorgere?

In sintesi la nozione di anima (spirito) dell’uomo, in cui per finire si concentra la questione dell’irriducibile immortalità dello spirito umano e della destinazione eterna di quell’unicum duale (anima-corpo) che è ogni singolo uomo, è ancora proponibile nel suo contenuto proprio? Indica qualcosa di reale al di là delle categorie (anima, spirito, ecc.) che la dottrina cristiana, la teologia e la filosofia hanno utilizzato per esprimerla?

6. La “mente etica”

Rispondere a queste e simili domande in termini il più possibile adeguati è diventata una questione stantis vel cadentis per la fede cristiana. Come pastore lo tocco con mano ogni volta che amministro la Santa Confermazione e devo cercare di comunicare a ragazze e ragazzi, autentici divoratori di realtà virtuali, l’esistenza reale dello Spirito Santo che stanno per ricevere. Verità cristiana che chiama in causa il loro essere creature, dotate di un’anima spirituale incarnata, destinate a risorgere.

Accogliere la sfida contenuta in questa provocazione è diventata ancor più una questione di vita e di morte per l’etica da quando William Safire ha coniato il termine “neuroetica” per indicare quell’insieme universale di risposte biologiche, connaturate al nostro cervello, da dare ai dilemmi di natura etica.

È decisamente positivo il fatto che siamo usciti dall’epoca in cui le scienze vietavano di «porre la domanda delle domande». Esse stesse non temono ormai di parlare, in qualche modo, di verità. La tecnoscienza, che non esclude di poter fornire spiegazioni per tutto il processo evolutivo, macro e micro - dal big-bang fino all’insorgere della prima cellula di vivente - sembra voler farsi carico di quelli che una volta erano i contenuti dell’etica filosofica e della “religio” cui, già dalla modernità, erano per altro state ridotte le religioni, spogliate da tutti i loro misteri e riti per essere considerate nei limiti della sola ragione. Taluni cultori delle neuroscienze affermano addirittura che «il nostro cervello vuole credere» e quindi si apre uno spazio per una religiosità riconosciuta come fenomeno di una qualche rilevanza sociale. Essi dicono: pur sapendo che «di fronte ad un conflitto morale reagiamo di fatto in modi molto simili guidati da reti neurali o da sistemi di rinforzo comuni al nostro cervello», non si può evitare di confrontarsi col fatto che, almeno fino ad oggi, le persone, quotidianamente, vivono e muoiono in nome delle loro credenze religiose. Ci dividono le nostre teorie religiose e morali, ma la “mente etica” ci unirà e ci salverà!

7. La felicità come prodotto della tecnoscienza

La concezione tecnoscientifica della vita umana e della sua storia è divenuta assai rilevante nelle democrazie avanzate soprattutto dell’Occidente. Se la democrazia plurale si costruisce autonomamente solo su procedure, è però la tecnoscienza (non più le religioni e le filosofie) a volerci dire che cos’è la vita nella sua origine, nel suo svolgimento e nel suo termine. A ben vedere il fenomeno stesso della globalizzazione è strettamente dipendente dal fatto che l’Occidente sta imponendo a tutto il mondo una concezione della felicità come puro prodotto progressivo della tecnoscienza. In questa visione delle cose non v’è più posto per l’anima, la risurrezione della carne, la vita eterna.

8. La questione dell’Io (Self) e l’allargamento della ragione

Ci si può anzitutto porre una domanda. Una simile visione della realtà è per l’autentico profitto della stessa tecnoscienza? Veramente la questione della vita, dello “spirito di vita”, dell’ “Io” (Self) (per finire, dell’anima) è compiutamente risolvibile nel rapporto mente / cervello assunti come sostitutivi dei concetti di anima, di psiche e di bios?

Conviene anzitutto rilevare che la tecnoscienza fa leva su una visione del reale che consente la progressiva scoperta solo di ulteriori stati di cose, ma non quella di ulteriorità di senso rispetto a quello definito dall’impresa scientifica. Riaffiora qui obiettivamente il rischio, che ogni autentica impresa scientifica deve invece scongiurare, di una nuova forma di riduzionismo (non di corretta “riduzione”) che finisce per produrre inedite, potenti varianti di scientismo, che in ogni sua forma, da quelle più rozze a quelle più raffinate, è fondato su una triplice ingiustificata identificazione: “ciò che è” è “ciò che è conoscibile”; “ciò che è conoscibile” è “ciò che è conoscibile scientificamente”; “ciò che è conoscibile scientificamente” è “ciò che è conoscibile mediante la scienza empirica”. Così che, in definitiva, solo le scienze, e in specie quelle empirico-sperimentali, ci danno la conoscenza di ciò che è.

Non la scienza astrattamente intesa, che giustamente non accetta regolazioni estrinseche, ma l’uomo di scienza non può però eludere la domanda: l’orizzonte della ragione umana oltrepassa o no l’orizzonte della ragione scientifica?

Esistono almeno due buoni motivi per rispondere positivamente. Anzitutto i processi umani, gli stati e le operazioni della mente quali intenzionalità, comportamento, cognizione, libero arbitrio non sono come tali oggetto possibile dell’indagine scientifica, che al più può analizzare solo le loro condizioni fisiche o psichiche. Non mancano conferme a questa affermazione da parte dei più recenti studi legati alle scienze cognitive. Inoltre vi è il problema dell’organismo che tiene in collegamento tali strutture, del perché esse svolgano la loro funzione, del come si siano formate. Emerge con forza già a questo livello la questione dell’Io (Self), che dovrà nella sua complessa articolazione (continuità, unità, corporeità, azione volontaria) trovare spiegazione. E i cultori delle neuroscienze sono ben lungi dall’aver dimostrato che questa sia correlabile con una qualche funzione neuronale od area cerebrale.

In secondo luogo esistono forme di razionalità differenti dalla razionalità scientifica. Il logos umano, infatti, pur essendo uno, si esercita ed è produttivo secondo plurime forme teoriche, pratiche ed espressive – come già affermava Aristotele – che oggi possiamo identifcare in almeno cinque forme differenziate ed irriducibili di razionalità (cfr. i diversi gradi del sapere di Maritain e le diverse forme della conoscenza secondo Lonergan): teorica-scientifica (scienza), teorica-speculativa (filosofia/teologia), pratica tecnica (tecnologia), pratica-morale (etica) e teorico-pratica espressiva (poetica). Per questo Benedetto XVI molto opportunamente non cessa di invocare il rispetto dell’“ampiezza” della ragione, articolata nella pluralità delle sue capacità e funzioni, e quindi né arbitraria, né indifferenziata pena la caduta nella frammentazione del senso.

9. Un interrogativo insopprimibile

Anche quando le neuroscienze fossero in grado di descrivere il come gli stati neuronali del cervello si colleghino a tutti i fenomeni che, per intenderci, chiameremo spirituali, resterebbe intatta la questione del che cosa essi siano in realtà. Anche ammesso un rapporto di causalità tra stati neuronali ed emozioni, operazioni ed opzioni spirituali, tale confronto non potrebbe mai escludere, ma piuttosto suggerire l’esistenza di un principio che muove l’io (Self) nella sua relazione profonda verso il Sé e verso l’altro. Non è un caso, come già rilevava Aristotele, che il complesso concetto di vita indichi immediatamente un movimento spontaneo e non comunicato originantesi all’interno dello stesso essere vivente.

Come escludere che la biochimica del cervello descriva solo una dimensione del complesso comportamento spirituale di un essere che vive dell’insopprimibile unità duale di anima e di corpo? Ciò sarebbe arbitrario tanto quanto talune pretese di fornire risposte scientifiche a questioni antropologiche su cui la conoscenza scientifica come tale non ha a rigore nessuna competenza; come quando taluni scienziati affermano la possibilità di cominciare a rispondere «ad alcuni interrogativi più pregnanti - e fino a ieri filosofici – che l’uomo si sia posto fin dall’alba della storia. Cos’è il libero arbitrio? Cos’è l’arte? Cosa è il sé? Chi siamo noi?»; e giungono a dire che quando la scienza spiegherà in termini di biochimica del cervello l’Io (Self) - in una parola ciò che si è sempre chiamato anima - «il problema della natura del Self svanirebbe, o almeno verrebbe relegato in secondo piano, e accadrebbe ciò che è già accaduto con la vita». Anche sul Self, come sulla vita, si cesserà di interrogarsi.

Questo genere di affermazioni, oggi assai diffuse in tanta pubblicistica che si occupa del rapporto tra visione tecnoscientifica e visione etica e religiosa pretende di ridurre ogni questione in termini scientifici, ma non per questo fa svanire il problema della natura umana. Se la biochimica del cervello risponderà alla domanda su che cosa sono il libero arbitrio, l’arte, su chi siamo noi, allora la grande questione della natura dell’Io e della vita - e alla fine dell’anima - troveranno una spiegazione in cui il problema della natura dell’io non svanirà affatto, ma solo sarà risolto da una pura lettura tecnoscientifica, che comunque dovrà mostrare la sua sufficienza. Oppure la biochimica del cervello, come personalmente ritengo occorra concludere, potrà solo dire sempre meglio il come del suo nesso con la mente, lasciando spazio ad altri procedimenti razionali per indagare il che cosa della mente stessa oltre che del bios. Questo che cosa, da quando l’uomo esiste, non è mai stato messo da parte semplicemente perché irresistibilmente l’uomo, a partire dalla domanda che lo costituisce, “alla fine chi mi assicura definitivamente?”, sempre lo ripropone. È la sua dimensione spirituale, l’anima, che impone all’uomo la domanda sulla natura della mente e attraverso di essa sulla sua natura tout-court.

10. Universalismo scientifico

A questo punto si è condotti a chiedersi se una concezione esclusivista della tecnoscienza non implichi una sorta di fede irrazionale. Che cosa la regge? Forse già Cartesio aveva individuato la giustificazione storico-culturale del sapere scientifico mosso nella promessa di rendere l’uomo maestro e padrone della natura: («maître et possesseur de la nature»). Pregio affascinante del sapere scientifico, che si documenta, da una parte, nel suo universalismo teorico e pratico in antitesi alla molteplicità e conflittualità delle religioni, dall’altra nell’enorme incremento di possibilità che la scienza, attraverso la tecnica, mette a disposizione del mondo. Doppia attribuzione della tecnoscienza che incentiva di fatto la rinuncia della ragione a porre le domande sui fondamenti, mentre sospinge la libertà a impegnarsi principalmente nelle realizzazioni affidate ad una tecnicità sempre più potente e perciò alla fine sempre più autogiustificantesi. Da qui l’ancoraggio pratico, prima che teorico, al culto oggettivo della scienza e alle “possibilità” concrete della tecnica (si veda il grande peso assunto dal mondo virtuale - second Life - che sollecita la fantasia ed il desiderio di una libertà concepita senza regole diverse dalla sua stessa volontà).

Si intravede qui una forma post-moderna di utopia non priva di pesanti conseguenze a livello sociale. Infatti tutto ciò che non rientra nell’ottica di questa sorta di “universalismo scientifico” viene tutt’al più relegato in una specie di riserva indiana, che non può aspirare ad assumere rilevanza pubblica universale, per cui l’universale concreto delle religioni è sentito come invadente e violento in se stesso. Di conseguenza – osserviamo - le espressioni “sociali religose devono essere neutralizzate” dalle istituzioni statuali.

La sfera pubblica, si conclude, non può essere, per principio, una sfera pubblica religiosamente qualificata da esperienze e visioni di vita impegnate in quel libero racconto e confronto che dovrebbe invece essere costitutivo di una società plurale.

11. L’uomo, unità duale di anima e di corpo

Per meglio profittare dei frutti buoni della tecnoscienza dobbiamo affermare la necessità di dare soluzioni appropriate alla questione di fondo: che cosa consente di rispondere adeguatamente alla “domanda delle domande”, che sempre rispunta in ogni stagione della storia umana e che anche il neuroscienziato non può non lasciar affiorare quando, nel pieno rispetto dello statuto e dei metodi delle sue scienze e delle sue tecniche, indaga sull’Io (Self)? La risposta si lascia alla fine concentrare nel riconoscimento dell’unità duale (anima/corpo) costitutiva di ogni singolo uomo, in cui si esprime quella tensione tra le componenti dell’umano che domanda stabilizzazione all’interno di un’unità che la precede, senza poterla risolvere. La natura drammatica dell’io spalanca la ragione, quale finestra aperta sul reale, in tutte le sue dimensioni, e quale conoscenza del reale come intelligibile. Anche lo scienziato che fa riferimento alla ragione teorico-scientifica e pratico-tecnica non può che trarre profitto dal riconoscimento di questa antropologia dinamica.

Già a questo livello è possibile riconoscere il carattere irriducibile dell’anima (spirito) umana, di cui la visione cristiana, attraverso il dogma della risurrezione della carne (vita eterna), offre la giustificazione piena della necessità dell’anima, intesa dunque come «la dinamica di una apertura infinita che significa contemporaneamente partecipazione all’infinito e all’eternità. Tale dinamica non è un succedersi di fatti senza nesso… La dinamica è sostanza e la sostanza è dinamica». Con queste parole già nel 1972 l’allora Cardinal Ratzinger parlava della necessità di riabilitare i concetti diventati tabù di “immortalità” e di “anima”.

A sua volta, l’eternità non è pura uscita dal tempo dove la storia, osservata dall’altro lato, diventerebbe uno spettacolo vuoto, perché già tutto alla fine sarebbe stato da sempre deciso. Piuttosto, l’eternità è Dio stesso che regge la totalità del mondo presente e che abbraccia ogni volta questa totalità nella sua specificità (dal singolo, alla famiglia umana, al cosmo), in ogni istante cronologico, lasciandola essere, allo stesso tempo, totalmente se stessa.

12. Un’irriducibile voglia di vita

Gesù Cristo, morto per noi «mentre eravamo ancora deboli e peccatori» (cfr. Rm 5,6; Seconda Lettura) è diventato il luogo fisico della nostra vita indistruttibile (eterna). Egli spalanca i credenti ad un’indicibile voglia di vita, ma la necessità dell’anima o dello spirito (al di là del termine che potrebbe essere sostituito da un altro meno compromesso, qualora lo si rinvenisse) è una proposta ragionevole a disposizione di tutti, anche di chi dice o pensa di non credere. Se la scienza «è essenzialmente un’incursione immaginatrice in ciò che potrebbe essere vero» allora affermare la necessità dell’anima forse consente di giovarsi meglio delle scienze. Infatti chi può operare questa incursione se non un uomo, solidale con l’insopprimibile bisogno di conoscenza proprio di tutta la famiglia umana?

«Quis non intelligit non habet perfecta vita» (Tommaso, Summa theol., I, q 18 a 3). La vita cosciente, ultimamente riferita all’anima, è il paradigma per interpretare la vita in generale. Chi nega questo principio finisce per ridurre la vita a puro oggetto e per sminuire l’essere vivente proprio depotenziando il suo carattere di vivente.

Un grande compito educativo si apre davanti a credenti e non credenti: accompagnare uomini e donne alla riscoperta della dimensione spirituale (anima) della umana esistenza. In proposito Venezia, per la religione, la storia, l’arte e la cultura riveste un’indiscussa universale importanza. La Visita Pastorale, soprattutto mettendomi di fronte a uomini e donne che sono nella prova fisica e morale, mi convince della necessità di quest’opera capillare. In un contesto di trasformazione sociale in cui le “due culture” sono finalmente chiamate ad intrecciarsi, tutti gli uomini di scienza debbono farsi carico di questa grande responsabilità pedagogica.

Fa ben sperare il fatto che lungo tutta la storia un innumerevole stuolo di scienziati, proprio in vista del progresso della loro ricerca scientifica, ha confidato nel Dio vivente, in Colui che non cessa di dare vita in modo sovrabbondante semplicemente perché «Dio è amore» (1Gv 4, 7).

Ez 34,11-16; Sal 22; Rm 5, 5-11; Gv 3, 13-17.

V. S. Rachamandran, Che cosa sappiamo della mente, Mondadori, Milano 2004, 98.

M. S. Gazzaniga, La mente etica, Codice edizioni, Torino 2006, XVII.

Ibid., 158.

De anima II, 1, 403b, N. 6.

Rachamandran, op. cit., 119.

Ibid., 98.

J. Ratzinger, Al di là della morte, in Communio(1972) n. 3, 9-18, ora in Id., Al di là della morte, in Communio (2007) nn. 208-210, 148-161, qui 158.

Ibid., 154.

P. Medawar, citato in Rachamandran, op. cit., 4.

Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I, q. 18, a. 3.
Italian Due anni con Benedetto
Apr 13, 2007
Il cardinale Angelo Scola indica i tratti salienti dello stile del pontefice.

(Famiglia Cristiana, 15-4-07) Per il patriarca di Venezia, il "filo rosso" del Magistero di papa Ratzinger è «l’amore che sa tenere insieme, in maniera originale, fede, ragione, religione e culture».

Il patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, è raffinato teologo e attento osservatore di tutto quello che si muove nella società plurale e del ruolo, in essa, della Chiesa. Ha scritto un libro intitolato Una nuova laicità (edizioni Marsilio) in cui analizza molte categorie, oggi delicate, nel campo della cultura e della fede. A lui abbiamo chiesto di fare il punto sullo stile e i contenuti del Papa teologo.

* Eminenza, cosa caratterizza il pontificato di Benedetto XVI a due anni dall’elezione?

«Una sobria intelligenza della fede e della realtà. Questa mi sembra la sintesi dello stile del Pontificato. Unisce un’umiltà straordinaria, che al popolo del patriarcato di Venezia fa venire in mente Giovanni Paolo I, all’acutissima intelligenza dell’uomo che gli conosciamo da anni».

* Dove la vede soprattutto?

«Nell’essenziale profondità del suo insegnamento, in grado di parlare nello stesso tempo ai bambini della prima Comunione, ai giovani, ai semplici e agli eruditi. Questa capacità di esprimersi in maniera così potente ed efficace rispetto a chi ascolta è un tratto distintivo del Magistero di Benedetto XVI. E trova un ottimo riscontro nella gente, nell’attenzione popolare al Papa. Quantitativamente la partecipazione alle udienze del mercoledì e all’Angelus è addirittura superiore a quella per Giovanni Paolo II».

* Dove ha imparato, secondo lei, il Papa?

«È il frutto dell’educazione che ha avuto fin da piccolo in Baviera, dove il cattolicesimo è stato ed è ancora in buona parte un’esperienza assai popolare: il ritmo della liturgia tende a coinvolgere la vita personale e comunitaria della gente in tutte le sue espressioni, dagli affetti al lavoro, al riposo. Il Papa lo racconta nella sua autobiografia La mia vita. È anche per questo motivo, credo, che Benedetto XVI si sta rivelando uno straordinario Papa pastore ed è riduttivo il tentativo di definirlo solo a partire dalle sue ben note doti di teologo».

* È per questo motivo che cura molto la liturgia?

«Sicuramente. E anche qui conta la sua esperienza, il gusto per la bellezza della liturgia che ha avuto fin da bambino. In questi due anni abbiamo visto come, via via, abbia trasformato i grandi eventi in essenziali gesti liturgici. Lo ha fatto a Colonia con la Giornata mondiale della gioventù, a Bari con il Congresso eucaristico. Lo ha fatto due settimane fa con la liturgia penitenziale per i giovani in San Pietro, la scorsa settimana per l’anniversario della morte di papa Wojtyla. Nella recente Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, accanto a un’avanzata dottrina sull’Eucaristia, si trovano oltre cinquanta suggerimenti pratici sull’"arte della celebrazione liturgica"».

* Perché lo ha fatto?

«Per dare un positivo impulso alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II, invitando a riscoprire la dimensione verticale dell’azione liturgica e di tutti i sacramenti».

* Poi c’è la predicazione del teologo. Perché da qualche settimana alle catechesi del mercoledì racconta i grandi Padri della Chiesa?

«Per rispondere a un’esigenza che già il teologo von Balthasar, suo grande amico, metteva in luce e cioè che la domanda ecclesiologica fondamentale non è "Cos’è la Chiesa?", ma "Chi è la Chiesa?". Il Papa nelle catechesi del mercoledì, prima ha parlato degli apostoli e ora dei primi Padri della Chiesa. Mette l’accento sul coinvolgimento delle persone chiamate, in comunione con Cristo e tra di loro, ad attuare la Chiesa».

* C’è un filo rosso del Pontificato?

«Sì e parte dall’enciclica. Nella Deus caritas est Benedetto XVI scioglie il nodo di un lungo dibattito teologico sull’essenza dell’amore. Il Papa afferma che l’amore è uno, senza opporre eros ad agape. Nel suo Magistero lega il tema ellenico della ragione (logos) a quello giovanneo dell’amore: la ragione percossa dall’amore è il Verbo (logos) che si è fatto carne. Con il filo rosso dell’amore così concepito tiene insieme, in maniera originale, fede, ragione, religione e culture. E giunge a spiegare il rapporto giustizia-carità. Nel rispetto di tutti, con coraggio, offre indicazioni preziose circa il modo di affrontare gli affetti, il lavoro, la giustizia e la pace, fattori degni di una vita buona».

* Perché insiste sempre sulla ragionevolezza della ragione?

«Perché la fede spalanca gli orizzonti alla ragione, le offre, per così dire, ulteriori ragioni. Una persona veramente ragionevole deve considerare tutto quello che c’è in campo, tutti i fenomeni, sia quelli che si possono misurare a partire dalle scienze matematiche, sia quelli che si impongono alla conoscenza morale. L’amore non si misura con l’aritmetica, ma è più importante dell’aritmetica. Oggi non è più, grazie a Dio, il tempo in cui si diceva che non bisogna porre la domanda sul significato ultimo dell’esistenza dell’uomo perché a questa domanda non si può rispondere. Il Papa mostra che tutte le domande che vengono dal cuore dell’uomo meritano una risposta. Soprattutto le domande: Chi sono? Dove vado? Chi mi ama? Cosa c’è dopo la morte?, domande fondamentali, rispetto alle quali l’uomo ragionevole trova una risposta compiuta attraverso la fede».

* E la Chiesa, la religione? Qual è il loro ruolo?

«La Chiesa è l’esperienza concreta di un’amicizia in Cristo che permette all’uomo di fede di affrontare insieme ad altri, in un popolo, tutti gli interrogativi dell’esistenza. Quanto alla religione è decisivo il rapporto ragione, fede, religione. La fede vive sempre in una religione e ogni religione ha sempre bisogno della fede per essere purificata. Il Papa lo ha detto più volte e ha dimostrato, con il viaggio in Turchia, la sua profonda sensibilità ecumenica e il suo impegno per il dialogo interreligioso».

* Quali sono stati i discorsi più importanti di Benedetto XVI?

«Adesso è il momento di rileggere con grande attenzione il discorso all’Università di Ratisbona, uno dei punti centrali del Pontificato. Ma anzitutto l’enciclica, l’Esortazione sull’Eucaristia. Centrali sono le catechesi del mercoledì sugli apostoli e sulle figure dei primi secoli del cristianesimo, perché il Papa utilizza il metodo di conoscenza più elementare: quella che si trasmette attraverso i testimoni. Ma voglio citare anche l’omelia alla Messa della Gmg di Colonia dove con un’immagine ardita ha paragonato il mistero eucaristico alla "fissione nucleare". E infine il discorso al convegno ecclesiale di Verona, dove ha dimostrato che seguire il Risorto è il modo migliore per vivere l’esperienza umana».

* I media a volte hanno stravolto le sue parole. L’opinione pubblica che idea ha di papa Benedetto XVI?

«La stragrande maggioranza della gente delle parrocchie, dei movimenti, delle associazioni gli vuole un gran bene, ama il suo sguardo intenso e limpido, lo ascolta con attenzione, capisce le sue parole. Poi ci sono gli opinion leader e i media, quelli che più di altri fanno i conti con il Papa intellettuale. E qui mi permetto di citare un famoso detto della filosofia scolastica: "Tutto viene recepito secondo la misura del recipiente". Tuttavia in un momento di grande travaglio come quello attuale credo che bisogna accettare che le parole del Papa e dei vescovi suscitino talvolta dialettica, purché non venga meno l’ascolto e il rispetto dell’interlocutore e delle sue parole, atteggiamenti che il Papa dimostra di avere verso tutti».
Italian L'Unione Europea rispetti il principio di sussidiarietà
Mar 24, 2007
Inopportune le ingerenze del Parlamento europeo su matrimonio, famiglia e vita

MONTECASSINO, giovedì, 22 marzo 2007 (ZENIT.org).- Le inopportune pressioni esercitate dal Parlamento europeo sui singoli paesi dell'Unione in ambiti come il matrimonio, la famiglia e la vita testimoniano un mancato rispetto del principio di sussidiarietà, e cioè delle tradizioni dei diversi popoli, ha denunciato il Patriarca di Venezia, il Cardinale Angelo Scola.

E' quanto ha detto il porporato nell'omelia pronunciata mercoledì 21 marzo durante la Santa Messa celebrata nell'Abbazia di Montecassino, in occasione della Festa del Transito di San Benedetto, proclamato Patrono d'Europa da Papa Paolo VI nel 1964, quale “messaggero di pace, operatore d’umanità, maestro di civiltà e soprattutto araldo della fede e iniziatore della vita monastica in Occidente”.

La Festa del Transito di San Benedetto – la Solennità è invece celebrata dalla Chiesa cattolica l’11 luglio – cade in quella che viene ritenuta la data della sua morte (21 marzo del 547), avvenuta a Montecassino, laddove aveva fondato intorno al 529 quella “Città sul monte”, che oggi ospita il suo sepolcro insieme a quello di Santa Scolastica.

Dopo aver illustrato il valore delle comunità monastiche come luoghi privilegiati in cui “far risplendere il dono della comunione” e in cui si confrontano le libertà di ciascuno, il porporato ha detto che “a ben vedere, fatte le debite distinzioni, anche la società civile necessita di questo continuo e reciproco coinvolgimento di tutti i cittadini tra di loro e con quanti sono scelti per l'esercizio del buon governo”.

“Quella italiana è una società civile plurale e vivace che, tendenzialmente, non confonde il progresso democratico con la riduzione dello Stato di diritto al riconoscimento di mere libertà individuali solipsisticamente concepite”, ha spiegato.

“Non è un caso, infatti, che le componenti più significative della nostra Repubblica abbiamo tutte una solida radice popolare che si esprime in numerosissime aggregazioni, vera ricchezza per la vita buona”, ha poi affermato.

Successivamente, il Cardinale ha quindi osservato che “forse non è esagerato affermare che la democrazia italiana, senza dover per questo negare le sue attuali difficoltà, è all’avanguardia in Occidente quanto a realizzazione di una democrazia sostanziale e non formale”.

In questo senso, il Patriarca di Venezia ha rilevato che l'Italia di oggi, “anche se non priva di elementi conflittuali, sembra seguire le orme di Benedetto”. Premesse queste sulle quali sarebbe “opportuno ripensare in modo nuovo la laicità in Italia”.

Alla vigilia dei 50 anni dalla firma dei Trattati di Roma che hanno sancito l'atto di nascita della Unione Europa, gli italiani “possono offrire come ulteriore contributo al processo di unità europea l’affermazione del primato della società civile che lo Stato deve servire promuovendo in modo adeguato i principi di solidarietà e di sussidiarietà”.

“Se consideriamo questa peculiarità italiana alla via europea anzitutto si comprende bene l’insistenza a riconoscere il cristianesimo come una preziosa e irrinunciabile risorsa per il futuro dell’Europa”, ha detto.

“In secondo luogo diventa più chiaro l’invito ai vari organismi dell’Unione Europea a rispettare il principio di sussidiarietà. Per esempio in ambiti come quello del matrimonio, della famiglia e della vita non è opportuno che l’attuale parlamento europeo si pronunci in continuazione facendo di fatto pressioni condizionanti i singoli paesi dell’Unione così diversi quanto a sensibilità e cultura di popolo”, ha sottolineato il porporato.

“Proprio su materie tanto delicate il principio di sussidiarietà implica il rispetto per le tradizioni prevalenti di ogni popolo, evitando forzature a società civili tra loro assai diverse. E questo rispetto delle pluralità antropologiche e sociali rafforza l’unità europea”, ha spiegato.
German Kardinal Scola über „Sacramentum Caritatis“ und die Zentralität der liturgischen Handlung im Leben der Kirche
Mar 14, 2007
Vorstellung des Nachsynodalen Apostolischen Schreibens des Papstes über die Eucharistie im Vatikan.

ROM, 13. März 2007 (ZENIT.org).- Es sei kein Zufall, dass Papst Benedikt XVI. unter den vielen vorhandenen Namen für die Eucharistie gerade Sacramentum caritatis als Titel für sein neues Schreiben gewählt habe, einen Begriff, der von Thomas von Aquin komme, stellte Kardinal Angelo Scola, Patriarch von Venedig, am Dienstagvormittag im Vatikan fest. Er bezog sich auf das Nachsynodale Apostolische Schreiben des Papstes über die Eucharistie, dessen Inhalte er im Rahmen einer Pressekonferenz systematisch vortrug.

In „Sacramentum Caritatis“ („Sakrament der Liebe“) leuchte die Tiefe des Lehre der Enzyklika Deus caritas est auf. Dadurch, dass Benedikt XVI. in diesen zwei Jahren seines Pontifikats den Akzent auf die Wahrheit der Liebe gesetzt habe, komme klar zum Ausdruck, dass wir es mit einem der Kernthemen zu tun haben, die für die Zukunft von Kirche und Menschheit entscheidend seien.

Kardinal Scola wies darauf hin, dass der Papst das Gesagte in der Einführung seines neuen Schreibens selbst zum Ausdruck bringe, wenn er schreibt: „Unter diesem Gesichtspunkt möchte ich das vorliegende Schreiben mit meiner ersten Enzyklika ‚Deus caritas est‘ in Zusammenhang bringen, in der ich wiederholt über das Sakrament der Eucharistie gesprochen habe, um seine Beziehung zur christlichen Gottes- und Nächstenliebe zu verdeutlichen: ‚Der fleischgewordene Gott zieht uns alle an sich. Von da versteht es sich, daß Agape nun auch eine Bezeichnung der Eucharistie wird: In ihr kommt dieAgape Gottes leibhaft zu uns, um in uns und durch uns weiterzuwirken‘.“

Die eucharistische Liebe Christi hört noch Worten des Kardinals nicht auf, Staunen hervorzurufen. Dieses „eucharistische Staunen“, von dem Papst Johannes Paul II. mit wirksamer Intensität gesprochen habe, werde von Benedikt XVI. erneut als der „Königsweg hin zur Erfahrung der Liebe“ vorgeschlagen; als Weg, der allen Menschen unserer Zeit zugänglich sei.

Die Arbeit der letzten Ordentlichen Bischofssynode (Oktober 2005) hätten gerade im vorliegenden Schreiben reife Früchte gezeitigt. Innerhalb der päpstlichen Lehramtes bildeten die nachsynodalen Schreiben ein „spezifisches Genus Litterarum“, fuhr Kardinal Scola fort: „In ihm nimmt der Papst das auf, was während des Wegs der Synode mitgeteilt, besprochen und approbiert worden ist, und bestätigt und vertieft es.“ So könne man im Text von „Sacramentum Caritatis“ implizit und explizit die verschiedenen Dokumente von neuem vernehmen, die die Arbeiten der Synode begleitet hatten. Die frei vorgetragenen Beiträge, die auf ausdrücklichen Wunsch des Papstes in der Synodenaula gehalten worden waren, seien deutlich zu erkennen.

Das nachsynodale Apostolische Schreiben über die Eucharistie besitzt nach Worten des Kardinals das Ziel, den Weg für weitere vertiefende Erwägungen zu öffnen. Das Dokument beabsichtige, „einige grundlegende Richtlinien zu formulieren, die darauf ausgerichtet sind, in der Kirche neuen eucharistischen Impuls und Eifer zu erwecken“ (Sacramentum caritatis, 5). Als wertvollen Beitrag hebe Benedikt XVI. die von den Synodenvätern angeregte Veröffentlichung eines „Eucharistischen Kompendiums“ hervor (ebd., 92).

Kardinal Scola sieht im nachsynodalen Schreiben einen „Akt“ der Rezeption der Lehre des Zweiten Vatikanischen Konzils. Die Lektüre des umfangreichen Werkes werde durch seine gegliederte und einheitliche Struktur erleichtert. Diese basiert auf drei Aspekten des Eucharistie: dem Aspekt des eucharistischen Geheimnisses, der liturgischen Handlung und des neuen geistlichen Dienstes (vgl. Sacramentum caritatis, 5).

Jeder dieser drei Teile des Schreibens vertiefe eine der drei Dimensionen der Eucharistie. Dadurch werde jede Gegensätzlichkeit zwischen Lehre, liturgischer Praxis und christlichem Leben überwunden.

Eine wesentliche Errungenschaft der Arbeiten der Weltbischofssynode hat nach Worten des Patriarchen von Venedig gerade darin bestanden, einige Dualismen zu überwinden: zum Beispiel den zwischen eucharistischem Glauben und Ritus, dem Feiern und der Anbetung, zwischen Lehre und Pastoral. Dies geschehe insbesondere durch die „erneuernde Bekräftigung der Zentralität der liturgischen Handlung im Leben der Kirche“. Sie bilde, so der Kardinal, das Herz des gesamten Textes.

Gerade zu Beginn des zweiten Teils des Schreibens („Eucharistie, ein Geheimnis, das man feiert“) erinnere Benedikt XVI. an das klassische Axiom „Lex orandi – lex credendi“. Diesbezüglich schreibt er: „Man muss die Eucharistie als authentisch gefeiertes Glaubensgeheimnis erleben, in dem klaren Bewusstsein, dass ‚der intellectus fidei immer ursprünglich in Beziehung steht zur liturgischen Handlung der Kirche‘. In diesem Bereich kann die theologische Reflexion niemals von der sakramentalen Ordnung absehen, die von Christus selbst eingesetzt ist“ (ebd., 34).

Die Lehre des Papstes zeige klar, dass die liturgische Handlung, die im zu feiernden Geheimnis besteht, die spezifische Handlung darstelle, die die Ausformung des christlichen Lebens (das zu lebende Geheimnis, das ein neuer Dienst ist) durch den Glauben (das zu glaubende Geheimnis) ermöglicht.

Im liturgischen Ritus, der der Ort schlechthin der „traditio“ (der Überlieferung) ist, nehme der Christ das Geschenk Christi an („receptio“), um durch die Kraft des Glaubens und der sakramentalen Erneuerung Glied seines Leibes zu werden, der die Kirche ist.

In diesem Licht nahm Kardinal Scola eine zweite Neuheit wahr, die von größter Bedeutung sei. Es handle sich um eine Lehre, die auf eine weitere Vertiefung der Liturgiereform und eine Erneuerung der Praxis des Feierns in den christlichen Gemeinschaften im Auge habe.

Kardinal Scola hob die Wichtigkeit der „ars celebrandi“, der Kunst des Feierns, für eine immer weiter reichende „actuosa participatio“, das heißt die aktive, volle und fruchtbringende Teilnahme, hervor. Besonders neu erscheine in diesem Zusammenhang die Tatsache, dass der Papst darauf beharre, dass die „actuosa participatio“ von der „ars celebrandi“ abhängig sei.

Benedikt XVI. schreibt diesbezüglich: „Die ‚ars celebrandi‘ ist die beste Bedingung für die ‚actuosa participatio‘. Die ‚ars celebrandi‘ entspringt aus dem treuen Gehorsam gegenüber den liturgischen Normen in ihrer Vollständigkeit, denn gerade diese Art zu zelebrieren ist es, die seit zweitausend Jahren das Glaubensleben aller Gläubigen sicherstellt, die dazu berufen sind, die Zelebration als Gottesvolk, als königliches Priestertum, als heiliger Stamm zu erleben (vgl. 1 Petr 2,4-5.9)“ (ebd., 38).

Die Lehre Benedikts XVI. über die untrennbare Einheit zwischen bekanntem Glauben, liturgischer Handlung und neuem Dienst ist nach Kardinal Scola somit eine Fortentwicklung der Konstitution Sacrosanctum concilium des Zweiten Vatikanischen Konzils über die heilige Eucharistie, in der die Konzilsväter betonen: „Jede liturgische Feier als Werk Christi, des Priesters, und seines Leibes, der die Kirche ist, ist in vorzüglichem Sinn heilige Handlung, deren Wirksamkeit kein anderes Tun der Kirche an Rang und Maß erreicht“ (7).

Der Patriarch von Venedig betonte, dass die Lehre Benedikts XVI. ein „Rezeptionsparadigma der Konzilstexte“ darstelle: „Wir stehen vor jener ‚Hermeneutik der Kontinuität‘, die der Heilige Vater ausdrücklich als notwendigen Schlüssel für das Verständnis und die Rezeption des Zweiten Vatikanischen Konzils angemahnt hat.“

Was diesen Punkt angeht, so bezieht sich Benedikt XVI. in seinem neuen Schreiben tatsächlich ausdrücklich auf seine Ansprache an die Römische Kurie vom 22. Dezember 2005, denn er schreibt: „Ich verweise hier auf die Notwendigkeit einer Hermeneutik der Kontinuität auch in Bezug auf die rechte Deutung der liturgischen Entwicklung nach dem Zweiten Vatikanischen Konzil“ (Sacramentum caritatis, 3, Anmerkung 6).
English All Things Catholic
Jan 20, 2007
by John L. Allen, Jr.

(ncrcafe.org, Jan. 19, 2006) Given that the 2008 American presidential campaign is now in full swing, with the formation of exploratory committees and announcements-of-intent-to-announce, perhaps it's not too early to begin thinking about the next papal election either.

(Okay, I confess: In reality, it almost certainly is too early. Benedict XVI is in fine health and has dropped no hints about resigning, and between now and whenever the next conclave actually happens, a thousand and one variables will probably reshape the calculus. But why should that spoil our fun?)

Traditionally, one element in the profile of a papabile, meaning a contender for the papacy, is travel. You look for a cardinal who has moved around the world a bit, and therefore has a sense of the global situation, not just his own particular corner. As with all such handicapping tips, this one is hardly infallible; Cardinal Albino Luciani of Venice, for example, had taken just one trip outside Italy in his entire life prior to being elected as John Paul I in 1978. Nevertheless, when a cardinal starts building up frequent flyer miles, especially speaking in high profile forums on hot-button topics, it's worth paying attention.

Thus we come to Cardinal Angelo Scola of Venice and his visit this week to the United States, including a session at the United Nations, to discuss dialogue among Christians, Muslims and Jews.

Scola, 65, a gregarious and highly erudite former university rector, was on the East Coast Tuesday and Wednesday, Jan. 16 and 17, to promote Oasis, a journal he launched in 2004 on inter-faith dialogue. Originally, it was a response to requests from Catholic bishops in Arab and other Islamic cultures for Christian literature in the local languages. (Oasis is published in four bilingual editions -- English-Arabic, English-Urdu, French-Arabic, and Italian-Arabic.) Scola, however, wanted the journal to be more than a Reader's Digest-style distillation of Christian texts; he wanted it to become a motor for dialogue in its own right.

In a nutshell, Scola's thesis is that we're living through a historically unprecedented "hybridization of cultures," and religions can either be steamrolled by that process or reflect critically upon it. Last year, Scola presented the journal both at a session with the United Nations Educational and Scientific Organization in Paris, as well as in Cairo, where participants met with the rector of the Al-Azhar University, one of the most authoritative institutions in the Islamic world.

On Tuesday, Scola took part in a conference at the John Paul II Cultural Center in Washington, D.C., under the title "The primordial relationship between God and the human person in Catholicism and Islam," which brought together 10 Catholic thinkers and 10 Muslim theologians. On Wednesday, Scola brought his act to the United Nations, with a panel discussion in the Dag Hammarskjöld Library featuring Seyyed Hossein Nasr, an Iranian scholar at George Washington University; Rabbi Israel Singer, Chairman of the Policy Council for the World Jewish Congress; and Carl Anderson, Supreme Knight of the Knights of Columbus. Anderson is vice-president of the John Paul II Institute for Studies on Marriage and the Family in Washington, which is affiliated with the Lateran University in Rome, where Scola once served as rector.

The irony of prominent religious leaders speaking at the United Nations, an institution often derided by critics as a citadel of secularism, did not escape notice. Singer expressed the wistful desire that the United Nations organize a "conclave" to select Scola as Secretary General, saying the cardinal has a track record of fostering dialogue -- "something they're trying to do here, mostly to little avail."

The event was co-hosted by Archbishop Celestino Migliore, the Permanent Observer of the Holy See to the United Nations, who often jokes that the United Nations is his "parish." (In many ways, he's not kidding. I ran into Migliore at a reception in a bar inside the General Assembly building; he told me in passing that two years ago, he had been called to that very room to deliver the last rites to a U.N. employee who had committed suicide. He also said he's sometimes been asked to hear confessions in the hallways.)

My news story on the panel discussion can be found here: Warnings about 'jaws of Hell,' hope for revolution at U.N. panel. Suffice it to say that perspectives ran the gamut from near-despair to strong optimism.

In terms of Scola's future, splashy events like his stop at the United Nations add to his reputation for gravitas. He's associated with the international theological journal Communio, and once published a book-length interview with the late Swiss theologian Hans Urs von Balthasar. Scola's specialty is theological anthropology, and like many intellectuals, he sometimes struggles to speak in simple declarative sentences. Consider this example, from my interview with him on Wednesday: "In order to make sense of an object, to 'intentionalize' it, I have to step outside of myself and direct myself to 'being,' to something that calls me and asks something of me." That aside, he has an impressive mind, and in pastoral settings he's witty and approachable.

Scola comes out of the Communion and Liberation movement, founded in Italy in 1954 by Fr. Luigi Guissani. Today the controversies that once surrounded Communion and Liberation, perceived as a conservative alternative to other constituencies in the church, have largely ebbed, yet vestigial memories endure. I recall standing on a Roman rooftop during the days before the conclave, speaking with a senior figure from another prominent Italian movement when Scola's name came up as a potential pope. This person's response was near-apocalyptic: "We would be destroyed!" Whether that's really the case is not the point -- it speaks to antique perceptions that Scola's past could make him a divisive figure. (The election of Joseph Ratzinger, however, should serve as a warning that perceptions of divisiveness do not necessarily drive behavior in conclaves).

Scola's visit to the United Nations was co-sponsored by the Crossroads Cultural Center of New York, which is connected to the Communion and Liberation movement, and many cielini are part of Scola's informal international network.

Here are some excerpts from my Jan. 17 interview with Scola, held on the sidelines of his appearance at the United Nations.

What came out of your session in Washington?
For me, the interesting thing is that this was the first time I've had the occasion for an organic exchange with Muslims directly on the contents of the faith, and not just on social, political, economic concerns, issues of human rights, and so on. We were able to talk about what creation means for them and for us, what the gamble of liberty and its relationship to the truth is for them and for us. Obviously, our differences are very strong, but the spirit of the dialogue was truly serene, objective. What's interesting is not so much to seek a convergence between the two faiths, as it is to understand one another. I believe we're just at the beginning of this dialogue, even if in a certain sense we have centuries of tradition behind our shoulders. Therefore, we need to know one another. I was struck by the fact that yesterday evening the room was full, with at least 300 people, drawn from various milieus in Washington.

Benedict XVI's lecture in Regensburg, and everything that followed from it, was obviously a watershed in the Catholic/Muslim relationship. What do you think the church learned from Regensburg?
I think that the dialogue grows when we learn reciprocally from one another. The Regensburg lecture, in terms of its content, had a prophetic force which the pope's trip to Turkey revealed. The Turkey trip demonstrated what the true and deep intent of the Holy Father actually was; it spelled out, in concrete, the formidable reflection he offered in Regensburg on the relationship among faith, reason, and religion. This is the point, because these three things are never held together. We speak of religion, of reason, or the relationship between reason and faith, but we never put the three things together. However, these three things are always interwoven, always interlaced. You can never separate them, even someone who says he or she is an atheist. I can't even know this object [pointing to the tape recorder] except for faith. Not 'faith' as a form of belief, but 'faith' as a fact. In order to make sense of this object, to 'intentionalize' it, I have to step outside of myself and direct myself to 'being,' to something that calls me and asks something of me. Thus, reason and faith are always in play, always situated within a weft of relationships with a religious implication -- either in the form of a great religion with more than a billion followers, or a phenomenon limited to the four, five or six persons that someone actually knows. Even if someone thinks that God doesn't exist, or that religion is simply a game of power and money, or that 'God' is created in the image of men, that person is 'religious' too, because none of us can avoid the constitutive question.

Last night and tonight, there are also Jews on the panel. Do you think it's important that our relationship with Jews and Muslims develop as a three-way exchange?
In my opinion, it has to be done by giving value to the great principle in our tradition of 'difference in unity.' There is no such thing, speaking abstractly, as a 'trialogue.' Obviously, we have in common with the Jews an enormously powerful set of roots, which remains very contemporary. Of course, I'm talking now about inter-religious dialogue. Dialogue with civil society, as well as the dialogue between states, are different subjects. There are common elements in all three, but we've got to keep them separate, with distinct content. It's quite clear that we have the need for a direct exchange with the Jewish world. It's equally true, of course, that a direct exchange with the Muslim world is important for us. I believe, however, there are times and events in which we can come together. For example, we held such an event last year in Cairo for Oasis, and today my friends here in New York, with Rabbi Singer, made plans for a meeting in New York in 2008, to which we want to invite representatives of Al-Azhar. I believe that my duty as a man of the church, in the area of inter-religious dialogue, is to try to develop this intrinsic connection among religion, reason and faith as a positive element of 'background.' This is so precisely because so often the connection among religions is used as a structure of conflict. We want to demonstrate through direct personal witness that we are capable of talking to each other, listening to each other, knowing one another and staying together. This can also furnish a contribution to dialogue at other levels. For example, a theme I'd like to develop tonight, but which would obviously require more time, is how human rights, in their abstract universality, might be accompanied, especially in the Islamic/Muslim world, by the concrete universality of religion. Today, we speak of 'human rights' taking as our point of departure a sort of an abstract a priori, an abstract conception of the person and of society, on the basis of which we deduce certain axioms. But in many Muslim circles, this doesn't work.

Why not?
Because they say this is not their universality. That explains why there are so many states that have never signed the Universal Declaration of Human Rights. It's not an accident. Why? There's a level of abstraction [in the charter] that the concrete universal of religion, if properly understood, can complement. Thus, the three-way dialogue [among Jews, Muslims and Christians] can help this situation. For example, I noticed that yesterday evening, speaking on the topic of religious liberty, which is obviously among the most sensitive subjects in our relationship, we can slowly make some progress. In sum, I think we need to see elemental human experience as our point of departure, which we all have in common. I keep coming back to this.

You've talked about the "hybridization of cultures" going on today. Isn't there a risk of syncretism implied -- what the pope has called a 'dictatorship of relativism'?
In the first place, for me it's decisive that we be aware that we're speaking of this hybridization, this 'cross-breeding,' as a fact that's taking place. It's not an idea or a hypothesis. There are more than 200 million immigrants at this moment in the world, and scholars who study this phenomenon say there are two billion people who face the possibility, or perhaps the necessity, of immigration in the coming years. This is a historic process without precedent. We have to enter into this process and accompany it. Obviously, the risk of syncretism is very strong. For my part, I believe we can overcome this risk on two conditions. The first is to be well aware that any process of 'mixing' is always one of great suffering, as the elemental experience of mixing of races demonstrates. People suffer in their own skin this reality; in English, the pejorative term 'bastard' expresses the fact. In a sense, we have to 'purify' this process. The second condition is to always have the courage to depart from the elementary experience of the human person, holding on to the great principle of difference in unity. It's clear that I can't play around with religious syncretism, but I can't avoid certain facts. Ten years ago in Italy, the problem of Islam didn't exist. Now it does. This risk of confusion, which leads some Christians to say 'one religion is as good as another,' is here to stay. So we have to confront it critically, with the principle of unity in difference. The key word, I think, is 'witness.' We have to run the risk, but with awareness of what we're doing.

Speaking of the risk of syncretism, many people were surprised by the pope's moment of prayer in the Blue Mosque in Istanbul. How should we understand what happened?
First of all, the two prayed in silence. Therefore, we could say, each man prayed in the consciousness that it's the one God who guides us, each addressed God in the silence of his heart, looking to the fullness of the horizon of truth which each felt. There was no confusion, no risk of syncretism.

Was this an exceptional thing, or could it be a model for inter-religious prayer?
Whenever the pope does something like that, there's always a lesson in it. The problem is with interpretation.
Italian Cardinale Scola: dopo il Natale, la morte non ha l’ultima parola
Dec 26, 2006
Intervista al patriarca di Venezia.

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 25 dicembre 2006 (ZENIT.org).- Dopo il Natale, la morte non ha l’ultima parola, ha constatato il Cardinale Angelo Scola.

Pubblichiamo l’intervista al patriarca di Venezia diffusa questa domenica dalla “Radio Vaticana”.

In questa Vigilia natalizia ci si interroga come cristiani su come trasmettere l’annuncio della venuta di Cristo, soprattutto a chi vive nella sofferenza e a chi vive lontano dalla fede.

Cardinale Scola: Io credo che anzitutto si debba dare a tutti loro una testimonianza e ricordare ciò che la liturgia ci richiama in continuazione, ogni giorno, in questo tempo, cioè che noi viviamo la memoria di Gesù che è venuto nella carne per accompagnarci progressivamente alla vittoria finale sulla morte, la memoria della nascita e l’attesa del ritorno di Gesù a compiere la nostra umanità. Questo ritorno noi lo vediamo tutti i giorni nell’esperienza dell’amore, quando è autentico, nell’esperienza dell’amore che l’eucaristia ci ricorda e che la Chiesa con la fraternità e la comunione che genera suscita continuamente in noi e tra di noi. Quindi, direi a chi è nella prova, a chi è nel dolore, che bisogna ricordare che l’amore di Dio si è fatto crocifiggere, perchè il dolore non sia più l’ultima parola nella nostra vita, perché la croce non sia l’ultima parola nella nostra vita, ma l’ultima parola nella nostra vita sia la resurrezione. E’ l’amore che vince la morte, ma questo lo si deve dire a partire dalla verità di noi stessi.

Nell’udienza del mercoledì, Benedetto XVI si è chiesto se l’umanità del nostro tempo aspetta ancora il Salvatore. Le giro questa domanda, Cardinale Scola…

Cardinale Scola: Io penso che il Santo Padre abbia voluto ricordarci questo, per dirci che anche se questa domanda del Salvatore è come nascosta da tutti i detriti che le nostre fragilità personali e comunitarie vi hanno messo sopra, succede un poco come in quei terreni abbandonati, in quei cortili di cantieri che, a primavera, quando uno meno se lo aspetta, hanno qualche filo d’erba che spunta dai detriti. Credo che la domanda di salvezza sia insopprimibile, perchè ogni uomo, anche chi se l’è dimenticato, non può non portarsi nel cuore questioni come: “Io chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Qualcuno, alla fine, mi ama? Chi mi assicura? Chi mi tiene nella tenerezza di un abbraccio d’amore che non mi faccia finire nel nulla?” Questa è la domanda prorompente di salvezza che sta dentro l’azione anche più meccanica e più dimentica di Dio che l’uomo possa porre. Il Santo Padre ci richiama in maniera straordinaria questa notizia stupefacente che Dio si fa come noi, si fa bambino perché la meraviglia carica di tenerezza che viene in noi da questo fatto riapra la responsabilità della domanda di salvezza.
Italian Natale, operai musulmani in Fincantieri a messa cardinale Scola a Marghera
Dec 20, 2006
Il Patriarca: "Bello che i musulmani, nel rispetto della loro identità, sentano il bisogno di pregare accanto ai cattolici"

Venezia, 20 dic. (Adnkronos) - Il Patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, ha celebrato stamane la santa messa di Natale nel salone della nave passeggeri Carnival Freedom, che sara' varata a febbraio dalla Fincantieri di Porto Marghera, ala presenza dei dirigenti della societa' e dei lavoratori, trai quali figuravano numerosi musulmani.

''E' bello che i musulmani, nel rispetto della loro identita' -ha sottolineato il Patriarca- sentano il bisogno di pregare accanto ai cattolici. Questo e' un segno che dobbiamo avere la consapevolezza che e' in atto un processo di meticciato di culture e civilta', che non dipende da noi, ma che noi possiamo orientare e dal quale puo' nascere il uovo uomo europeo''.
Italian “Tutto è vostro”: il Cardinale Scola dialoga con i giovani
Nov 23, 2006
Un volume documenta gli incontri tra il Patriarca di Venezia e i giovani della sua diocesi.

ROMA, giovedì, 23 novembre 2006 (ZENIT.org).- Arriva in libreria in questi giorni un nuovo libro del Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, dal titolo "Tutto è vostro", una nuova proposta della collana Fontana Vivace - Edizioni Cantagalli - Cid, che raccoglie una serie di dialoghi che il Patriarca di Venezia ha tenuto durante lo scorso anno con i giovani della diocesi in diverse occasioni.

A spiegare bene il percorso tracciato da questi libretti (questo è il quarto della serie) è lo stesso Cardinale Scola nella premessa del testo: "Sta diventando ormai una tradizione a cui i giovani si stanno affezionando. E anch’io. Infatti, più che mai oggi il giovane – una categoria che, grazie a Dio, non è solo anagrafica – è colpito (affectus) e perciò si affeziona a chi gli consegna qualcosa di prezioso per sé, da trafficare”.

“La parola tradizione, nel suo significato etimologico originario, rimanda proprio a questo dinamismo vitale di consegna”, continua.

“Dunque in questo libretto, anche quest’anno (ormai il quarto), ho raccolto le tappe (dopo Liberi davvero, Contro la noia, Vagabondi o pellegrini?) del percorso fatto con i giovani del Patriarcato di Venezia. Un percorso in ideale continuità con quello svolto con i giovani di Grosseto (Ed io che sono?), quando ero Vescovo di quella Diocesi”, aggiunge.

“Con il cammino di quest’anno ci siamo proposti una meta particolarmente ambiziosa: mostrare la capacità del cristianesimo di abbracciare tutta la realtà, a 360°: dal microcosmo dell’io al macro-cosmo dell’universo”, afferma il porporato.

Il Cardinale rivela ancora che la sua intenzione è stata quella di “mostrare che seguire Gesù con-viene all’uomo di ogni tempo e di ogni latitudine perché corrisponde alla sua struttura originale”.

Nel volume, il Patriarca si sofferma a dare delle indicazioni precise sull’importanza dell’accostarsi al Gesù-Eucaristia: “Occorre sostare, come molto opportunamente avete fatto voi, davanti alla bianchissima Ostia. SoStare in silenzio davanti a Gesù che ci ha portato un messaggio di liberazione dall’ombra della fragilità e della morte”.

Allo stesso tempo, però, per abbracciare il mistero di Gesù senza soccombere alle nostre fragilità, spiega il porporato, è necessario educarsi all’amore, “educarsi al gratuito”.

“Per educarci ad amare con il cuore di Dio abbiamo bisogno di un gesto gratuito non occasionale, ma duraturo, stabile – afferma –. Quando un cantautore ti piace lo risenti mille volte, se un quadro ti piace lo riguardi mille volte. È sempre lo stesso, eppure tutte le volte è diverso, tutte le volte è nuovo”.

“Ecco il valore dell’educazione. Ripetere un gesto non è limitarsi a reiterarlo, ma lasciare riaccadere (il verbo latino repetere significa continuare ad aspettarsi) la bellezza del Fatto che mi sta davanti sempre nuovo”.

“Educarsi al dono totale di sé con un gesto gratuito, senza pretendere niente in cambio. Non per risolvere i problemi degli altri, non perché gli altri hanno bisogno. Anzitutto sono io che ho bisogno, perché l’amore mio è fragile come un fiore”, spiega il Cardinale Scola.

“Educarsi al dono totale di sé con un gesto gratuito e stabile, umilmente ripetuto con regolarità. Come ogni settimana ripetiamo l’Eucaristia, come ripetiamo le cose più belle perché le vogliamo re-incontrare stabilmente”, sottolinea poi.
Italian La libertà religiosa, “criterio guida” per l’ingresso della Turchia in Europa
Nov 17, 2006
Intervenendo ad un Convegno internazionale dal titolo “Quale Europa? Il caso Turchia”

VENEZIA, mercoledì, 15 novembre 2006 (ZENIT.org).- Intervenendo al Congresso internazionale tenutosi presso il Centro Culturale Don Orione Artigianelli a Venezia (10-11 novembre 200), il Cardinale Angelo Scola ha affermato che la libertà religiosa dovrebbe essere il “criterio guida” per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea.

E’ questo quanto ha sostenuto il Patriarca di Venezia in occasione dell’incontro promosso da Pax Romana e dal Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale al fine di affrontare la questione della candidatura della Turchia all’Unione europea.

Nel suo intervento, pronunciato il 10 novembre su “La funzione pubblica delle religioni in Europa”, il Cardinale Scola ha constatato che “il fenomeno che domina la scena mondiale, in questo inizio di terzo millennio, è un processo di inedita mescolanza di popoli, culture e civiltà che sono uso chiamare, dilatando un tema caro all’antropologia culturale, meticciato di culture e di civiltà ”.

“Con questo termine – ha poi spiegato – mi riferisco a un processo in atto e non ad una astratta teoria da applicare poi alla realtà. Guardo alla storia come a un intreccio di libertà: la libertà di Dio, la libertà dell'uomo e anche la libertà del maligno”.

“Ma se Dio guida la storia, vuol dire che Dio che ci sta chiamando a questo mescolamento: non dobbiamo averne paura, ma chiederci come starci dentro, come assecondarlo criticamente e come orientarlo”, ha quindi affermato.

In questo contesto, il Patriarca ha quindi posto l’accento sulla necessità di ripensare “i criteri per il rispetto della pluriformità nell’unità che non confondano le differenze né irrigidiscano le identità”.

Ed è in questa prospettiva, ha poi sottolineato il porporato, che va presa in considerazione la questione della candidatura della Turchia all’Unione Europea.

“L’Europa non può non porsi con forza il problema del confronto con la Turchia e con ciò che essa rappresenta: questo confronto dovrà portare all'integrazione della Turchia nell'Unione?”, si è domandato il Cardinale Scola.

“In primo luogo – ha affermato il Patriarca – considero che il dato dei cristiani che vivono in Turchia, ed in particolare la presenza del Patriarcato ecumenico a Costantinopoli, costituiscono un fattore decisivo”.

“Senza dubbio l’Europa è chiamata a farsene carico, e noi cristiani dobbiamo tenere in particolare conto la posizione dei soggetti ecclesiali che vivono in Turchia”, ha sottolineato.

“Per i cattolici l’urgenza ecumenica è decisiva e l’impegno a intensificare i rapporti con i nostri fratelli e ad un sempre più intenso legame con il Patriarcato di Costantinopoli dev’essere totale”, ha quindi continuato.

Ricordando quindi “il sacrificio” di don Andrea Santoro, il sacerdote ucciso il 5 febbraio scorso mentre pregava nella sua chiesa a Trebisonda (Turchia), il Patriarca di Venezia ha sottolineato che è nostro obbligo “prestare ascolto alla loro [fratelli cristiani, ndr] posizione anche circa la candidatura della Turchia all’Unione”.

“È un fattore che può far pendere la bilancia in un senso piuttosto che in un altro. Evidentemente la questione va verificata con molta acribia, nel dialogo costante, tesi a scoprire le ‘ragioni’ addotte da questi nostri fratelli”, ha proseguito.

Secondo il Cardinale, il secondo criterio orientativo per valutare il caso Turchia è relativo”alla concezione e alla pratica dei diritti umani”.

“Il rapporto religioni e politica ha bisogno del rispetto della natura di universale concreto propria delle religioni che non è meno decisiva dell’universalità propria dei diritti fondamentali, troppo spesso considerati come mera rubrica di regole poco contestualizzate storicamente”, ha osservato il porporato.

“Non bisogna pensare i diritti umani in astratto, come un puro elenco di principi”, ha affermato il Cardinale Scola.

E a tal proposito, ha suggerito che sarebbe auspicabile il “riconoscimento di una sfera pubblica plurale e religiosamente qualificata , in cui le religioni svolgano un ruolo di soggetto pubblico, ben separato dall’istituzione statuale e distinto dalla stessa società civile benché all’interno di essa”.

Per giungere a ciò, da parte del potere politico si tratterebbe “di superare il rapporto di tolleranza passiva nei confronti delle religioni a vantaggio di un atteggiamento di ‘attiva apertura’, che non riduca la rilevanza pubblica della religione agli spazi concordatari con lo stato”.

Mentre, da parte delle religioni sarebbe necessario “l’abbandono di autointerpretazioni di tipo privatistico o fondamentalista per creare il terreno di un interscambio diretto con le altre religioni e le altre culture; uno spazio di dialogo in cui le religioni possono giocare il loro ruolo di discorso pubblico sui valori di civiltà ed esprimere il loro giudizio storico”.

“L’universalità dei diritti umani – ha sottolineato il Cardinale – potrebbe trovare maggior efficacia se alimentata dall’universalità delle religioni. Le fedi religiose hanno portata universale. La loro universalità è però radicata nella concreta vita quotidiana delle persone e dei popoli”.

“Se si imposta un corretto rapporto tra ragione, fede e religione l’esperienza religiosa può alimentare la promozione e la difesa dei diritti umani”, ha continuato.

L’esperienza religiosa, ha spiegato, aiuta infatti “a non concepirli soltanto come diritti di individui separati ma piuttosto come diritti inalienabili delle persone che si nutrono di positive appartenenze comunitarie e sono capaci di un’azione ad un tempo capillare ed universale”.

“In questo quadro la libertà religiosa non può non fungere da criterio guida anche per il caso Turchia”, ha infine concluso.

Nel 1993, in occasione del Consiglio europeo di Copenaghen, l’Unione europea ha condizionato l’adesione dei Paesi candidati al soddisfacimento di tre gruppi di criteri: il “criterio politico”, riguarda la stabilità istituzionale, l’ordine democratico e il principio dello stato di diritto, la difesa dei diritti umani, nonché il rispetto e la protezione delle minoranze.

In particolare, nel “Partenariato per l’adesione della Turchia all’Unione europea” sottoscritto nel 2001 si fissava come priorità a medio termine la libertà di credenza e di religione.

Il Partenariato di adesione del 2001 poneva alla Turchia come condizione “una totale garanzia di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali per tutti senza discriminazione né distinzione di lingua, razza, colore della pelle, sesso, opinione politica, concezione o religione; e lo sviluppo delle condizioni di difesa del diritto alla libertà d’opinione, coscienza e religione”.
Italian “Fermare la fuga da Venezia”
Nov 04, 2006
“Non si può scendere sotto i 60mila abitanti”. Per non “spegnere” la città più attenzione agli universitari.

(Il Gazzettino di Venezia, 3 di novembre 2006) «Il 5 novembre di quarant'anni fa ero presidente della Fuci di Milano, partii con 120 giovani alla volta di Firenze dove spalammo fango fino all'Epifania». Dell'alluvione del 1966 il patriarca Angelo Scola dice di avere un «ricordo fangoso», quello della città toscana ricoperta per 50, addirittura 60 centimetri di fango. Dell'acqua granda che nelle stesse ore aveva invaso Venezia non aveva avuto notizia. Né allora né successivamente. «Appresi dell'alluvione di Venezia cinque anni fa, divenendo patriarca». La platea dell'Istituto veneto di scienze lettere ed arti, dove per un'intera giornata, a 40 anni da quella calamità, si riflette sul futuro di Venezia, glissa sulla "gaffe" del patriarca. Perché è vero che, rispetto a Firenze, Venezia all'epoca ebbe pochi riflettori, ma successivamente sorsero i comitati privati, Indro Montanelli non si stancò di consumare inchiostro, Bruno Visentini fu uno dei padri della legislazione speciale. Tant'è, oggi il pericolo che corre la città non è tanto, o solo, l'alta marea, quando l'invasione dei turisti e la progressiva perdita di abitanti. Ed è su questo tema che insiste il patriarca: «Fermiamo l'emorragia, non andiamo sotto i 60mila abitanti, cerchiamo di sfatare le previsioni delle statistiche». Servono - dice - delle politiche, perché l'altra alternativa - tutti a vivere a Mestre con Venezia ridotta a un museo - «spegnerebbe la città». Venezia - dice il cardinale Angelo Scola - «è una città dell'umanità» e questa «umanità si riversa su Venezia»: «Ogni giorno Venezia è attraversata da folle immense». Una vocazione turistica che la città da sola non può reggere, anche se deve farlo. Scola parla di «travaglio antropologico». E al pubblico che riempie la sala delle conferenze di palazzo Cavalli Franchetti, dice che c'è anche un altro rischio, quella della caduta della «voglia di vita», «un rischio di smarrimento delle prospettive in questa città». Superarlo si può, purché - e ha citato l'esempio delle parrocchie - si riesca a «vivere simultaneamente particolare e universale». Resta il fatto che la città si sente divisa, Mestre da una parte Venezia dall'altra. «Una città duale», dice il patriarca che richiama la virtù politica che Aristotele definiva "filìa", l'amicizia che lega tra loro gli esseri umani. Il presupposto, però, è che il centro storico non si svuoti: «Che non venga meno il popolo», è il monito del patriarca. Che dà tre indicazioni. La prima: «Bisogna guardare gli studenti e i docenti con un occhio privilegiato». Perché gli studenti universitari che si fermano per cinque anni possono aiutare a rivitalizzare Venezia. Ma per farli venire a studiare qui bisogna rendere «le nostre strutture accademiche affascinanti in tutto il mondo». Chiede il patriarca: «Se vengono dalla Cina per vedere per un giorno la Basilica di San Marco, perché non potrebbero venire qui a studiare?». La seconda indicazione: prestare «attenzione a chi lavora stabilmente a Venezia anche se non abita qui». La terza, infine, riguarda quelle persone che a Venezia hanno la seconda casa e che la abitano dal venerdì alla domenica: un aumento della popolazione nel weekend di cui se ne sono già accorte le parrocchie, ma che non può essere trascurato.
Italian Che mondo è mai questo?
Nov 02, 2006
Questo editoriale del cardinale Antelo Scola compare su “Oasis” n. 4, rivista plurilingue semestrale dedicata ai temi dell’incontro e dialogo fra cristiani e musulmani, e alla conoscenza dell’Islam.

Cinque anni sono passati dall’11 settembre 2001, il giorno delle Torri Gemelle, il giorno in cui tutti, anche i più sprovveduti, anche i più superficiali, anche i più distratti, siamo sobbalzati spalancando gli occhi, il cuore in tumulto. Cosa sta succedendo? Che mondo è mai questo? Nessuno ha potuto evitare queste domande e nessuno, ancora oggi, le può evitare. Non che l’11 settembre sia stata una esplosione isolata: una storia l’ha preceduto, e una storia molto lunga. Ma forse non avevamo gli occhi o l’energia o la voglia di guardarla. Comunque in quel giorno è accaduto qualcosa che ha avuto la forza di un inizio, tale è stata la sua agghiacciante spettacolarità. Sono i pensieri e gli interrogativi che si affacciano quando ripensiamo a cinque anni fa. Nessuno è in grado di tracciare un «bilancio», anche se molti propongono conclusioni; nessuno è in grado di fornire interpretazioni esaurienti, anche se molti esibiscono deduzioni e spiegazioni, incluse quelle complottistiche e dietrologiche. Il nostro contributo alla riflessione parte da un presupposto diverso: la messa in campo di un soggetto che si interroga e reagisce al contraccolpo di un evento straordinario. I cristiani e l’11 settembre, ecco il titolo, il tema, di questo quarto numero di “Oasis”. Cioè: di fronte alla circostanza, anche quando ha una faccia terribile e stravolgente, noi ci chiediamo che cosa Dio ci domanda attraverso questa circostanza, cosa domanda a noi cristiani. Io credo che, prima di tutto, l’evento 11 settembre metta in evidenza la questione del male nel mondo. Una questione che da sempre, in maniera acuta, ha avvinghiato la mente dell’uomo. Con Leibniz e la Teodicea, l’Occidente l’ha addirittura trasformata in una obiezione: «Se Dio c’è, perché c’è il male nel mondo?». E, come in un gioco a rimpiattino, cercando le responsabilità del male si provano diverse risposte. Forse, si pensa, Dio non è responsabile del male, tuttavia non lo impedisce e allora come minimo se ne stia zitto lassù, nell’alto dei cieli. Oppure non è responsabile perché semplicemente non c’è e dunque la maledizione dell’uomo non è riscattabile in alcun modo; nulla ha senso. Ma per confrontarsi in modo autentico con la questione del male, occorre prima di tutto andare all’esperienza originaria dell’uomo; da là forse troveremo qualche traccia di risposta. «Come io sto davanti al male? Sono io capace di eliminare il male?». Se l’uomo è sincero, posto davanti al male proprio e altrui, il suo primo atto è riconoscersi bisognoso di salvezza, una salvezza che non può darsi da solo. E’ qui che l’annuncio di Cristo si fa clamorosamente evidente: la possibilità della redenzione del male - e dunque della salvezza di cui l’uomo avverte l’indispensabilità - è in Uno che non ha fatto discorsi sul male, ma ha proposto se stesso come liberazione dal male, pur non avendo peccato si è lasciato trattare da peccatore, e da innocente si è lasciato crocifiggere in nostro favore. La salvezza non è solo la spiegazione dell’enigma costitutivo dell’uomo («Che strano essere è un essere che non ha in sé il fondamento del suo essere? Che prima non c’era, adesso c’è, poi non ci sarà?»), ma è addirittura l’offerta concreta di Gesù stesso come via eucaristica alla vita e alla verità. Quindi la risposta alla domanda della Teodicea non è una teoria sul male, ma è la persona di Gesù crocifisso e risorto. Ora questa chiave salvifica è affidata alla libertà di ogni uomo. Balthasar dice: «Dio in Cristo Gesù scioglie l’enigma dell’uomo ma non ne pre-decide il dramma». Il senso è che ognuno di noi è sempre in azione e deve ratificare con il suo sì a Cristo la strada della sua conversione, del suo cambiamento, della vittoria sul male nella fede. A chi Lo ascolta, Gesù dice: «Tu hai bisogno di cambiare, tu devi cambiare e tu devi cambiare sempre». E’ il «convertitevi» che raccoglie tutto il grande richiamo della Torah, dei profeti, della Sapienza, concentrato in qualche modo nell’appello del Battista. «Vi supplico, lasciatevi riconciliare con Dio», dice san Paolo. Perciò l’11 settembre spinge a una grande meditazione sull’enigma dell’uomo, sull’enigma del male, sulla possibilità di salvezza da questo enigma, sulla possibilità e la responsabilità che ogni singolo uomo ha nella costruzione di una «vita buona» personale e sociale. Oggi nei cristiani tutto ciò deve indurre a due atteggiamenti. Prima di tutto la profondità della domanda. «Siamo in questa posizione confessante? Nel nostro stile di vita quotidiano e comunitario, l’atteggiamento della confessione, cioè di chi si riconosce peccatore e invoca la misericordia del crocifisso, è normale?». Possiamo invece constatare che noi raramente ci mettiamo in campo, raramente sentiamo l’urgenza dell’interrogativo circa la nostra fedeltà al messaggio cristiano. Penso ad esempio che sia necessario riflettere sul perché in Oriente sia stata resa possibile una confusione così totale tra Cristianesimo e civiltà occidentale. Questa confusione consente a tanti fratelli islamici di denunciare insieme Cristianesimo e Occidente come se fossero la stessa cosa, accomunati nella stessa decadenza; non possiamo limitarci a liquidarla come una critica semplicistica. Non credo che i cristiani debbano gettare un velo di negatività su tutta l’esperienza moderna che così fortemente segna l’Occidente, ma certo è importante raccogliere la critica «orientale», assumendo interrogativi coraggiosi circa la pretesa di ridurre la religione a un fatto privato, la pretesa intellettualistica e astratta delle «democrazie da esportare», la pretesa di una insopprimibile libertà di coscienza che però coincide con il «vietato vietare». Insomma, grande è l’attualità della formula conciliare: il Cristianesimo genera per sua natura culture, ma non si lega a nessuna cultura. In secondo luogo, l’energia della conoscenza. Conoscere l’Islam, conoscere gli Islam. E qui torna la questione del soggetto in campo. Voglio ricordare in proposito la strada fatta con “Oasis”. Ai cristiani di Occidente abbiamo fatto una proposta: conoscere l’Islam, parlare con l’Islam, attraverso i nostri fratelli cristiani d’Oriente, attraverso la loro esperienza millenaria, attraverso la loro realtà e anche la loro inquietudine di minoranze. Attraverso un soggetto costituito, concreto, presente. Una scelta che sta provocando due conseguenze molto belle: costringe noi occidentali a «deintellettualizzarci» e spinge i nostri fratelli orientali ad assumersi questo compito all’interno della Chiesa universale. In questo contesto vogliamo affrontare gli interrogativi di carattere più generale e, cioè, sociale, economico e politico che questo momento storico fa emergere. Possiamo oggi non domandarci se il grande appello di Giovanni Paolo II contro la guerra in Iraq non fosse una voce profetica da ascoltare? Possiamo ridurre il problema della sicurezza in Occidente ai soli fattori tecnici e di contenimento? Come l’Europa può interloquire con gli Stati Uniti? E’ giusto pensare che si debba rispondere agli uomini-bomba con la rappresaglia? In che senso si può prevenire una minaccia? Dove arriva l’uso della forza? Gli occidentali credono di avere una spiegazione di tutto, riflesso della grande mind europea che ha sintetizzato Alessandria, Gerusalemme e Roma. Ma, avendo perso la soggettività che era alle spalle, la grande cultura è diventata il grande meccano: pezzi da montare e smontare in un gioco sempre più astratto e rarefatto. Forniamo teorie sempre nuove e perdiamo di vista la realtà. E se si prescinde dai soggetti reali, anche l’approccio puramente scientifico, di studio, è destinato ad essere parziale. Dalla nostra ricchezza scaturisce la presunzione, che diventa facilmente complesso di superiorità perché all’interno del nostro sistema mentale noi possiamo articolare teorie più complete, di fronte alle quali, misurati soltanto sul terreno del linguaggio, gli sviluppi che vengono dall’Oriente possono apparire troppo primitivi. E però d’altra parte, proprio nell’Oriente vediamo una forza, una convinzione nella religio, nel rapporto esplicito con Dio, di cui in fondo abbiamo nostalgia, poiché rischiamo ormai di restare senza padri, figli di nessuno. In questo frangente storico iniziato con l’11 settembre, così drammatico e cupo, c’è la possibilità di una via positiva. In Oriente e in Occidente essa passa dalle comunità dei cristiani, dal coraggio con cui metteranno in campo se stesse, da come si dimostreranno «comunità confessante» sapendo accogliere e fare propria la domanda di salvezza che pulsa nel cuore di ogni uomo.
French Les religions, une ressource pour la société civile
Nov 01, 2006
Par le Cardinal Angelo Scola , Cardinal, patriarche de Venise.

(Le Figaro, 10 octobre 2006) En Europe, l'opinion généralement la plus répandue est que, dans une société démocratique et plurielle, on peut établir un rapport correct entre les droits fondamentaux du citoyen et l'État, à la seule condition de ne pas introduire dans cette relation d'autres éléments de référence ou de médiation. La religion, dans ce contexte, constituerait un « troisième intrus », seulement tolérable à la condition d'être réduit à la sphère privée du seul individu. Selon la formule de Donati, un célèbre sociologue italien, « pour la démocratie occidentale actuelle, toutes les religions sont égales (indifférenciées). L'espace public est déclaré neutre face aux religions (...). Aux différentes religions, on demande et impose de considérer leur universalisme comme un fait privé. »

A ce sujet, l'affirmation de Kelsen est célèbre. « L'appréciation de la science rationnelle et la tendance à la tenir libre de toute intrusion métaphysique ou religieuse sont des traits caractéristiques de la démocratie moderne. »

Selon des principes qui varient d'un pays à l'autre, que ce soit en France, en Italie et en Espagne - des pays dans lesquels le débat sur la laïcité est particulièrement fiévreux -, on explique normalement que l'État contemporain doit être laïc et neutre. Mais il convient de bien interpréter cette formule. Dans ses acceptions les plus communes, en effet, l'adjectif « laïc » ne signifie pas seulement « areligieux », mais il résonne parfois comme un synonyme d'« antireligieux ». En effet, la thèse de Kelsen est aujourd'hui soumise à la critique. Non seulement de ceux qui, comme l'essayiste juif américain David Novak, soutiennent que « les personnes religieuses sont capables de créer la laïcité en la retirant de leurs propres traditions fondées sur la Révélation », mais aussi de ceux qui, en Europe, militent en faveur d'une réflexion, devenue nécessaire, sur la démocratie plurielle. Citons des chercheurs comme Böckenförde et Habermas, qui ont affirmé que l'État moderne ne peut naître que d'un consensus sur les procédures, mais n'excluent pas non plus que « l'État libéral et sécularisé » se nourrisse « de prémisses normatives que, par lui-même, il ne peut générer ».

Obliger les croyants à se comporter et si Deus non daretur et, par conséquent, à ne pas mentionner le lien entre la raison et l'origine première et divine d'une norme déterminée, n'est-ce pas un prix trop élevé pour vivre en société ? Il n'est pas possible d'exclure, du moins dans les principes, que la motivation religieuse puisse être importante dans l'espace public.

Il est acquis que la marginalisation de la religion dans la sphère sociale n'est pas acceptable pour les cultures non européennes. Pour ces dernières, en effet, la religion est fondamentalement un acte public. En ce sens, c'est véritablement l'émergence historique d'un processus parfois violent - je souligne le terme de processus -, celui de métissage de civilisations et de cultures, qui rend obsolète la solution moderne du rapport entre le religieux et le politique. L'expression de métissage de civilisations et de cultures - timidement apparue, il y a vingt ans, dans le monde de la recherche anthropologique et encore perçue par beaucoup avec appréhension et méfiance -, se révèle, à mon avis, beaucoup plus ouverte que les concepts d'identité et d'intégration.

Que pourrait être alors le nouveau profil public que les circonstances historiques actuelles exigent des religions, du moins en Occident ? Avant tout, il me semble souhaitable d'affirmer la nécessité d'une sphère publique plurielle et religieusement qualifiée, dans laquelle les religions rempliraient un rôle public, bien différencié des institutions de l'État et distinct de la société civile elle-même.

Le dialogue entre les grandes religions a plus que jamais besoin de cette nouvelle physionomie sociale. Il exige que le pouvoir politique, face aux religions, passe d'un comportement de tolérance passive à une attitude d'« ouverture active », qui ne réduit pas l'importance publique de la religion aux espaces accordés par l'État. Du côté des religions, il est nécessaire d'abandonner l'« auto-interprétation » de type privé ou fondamentaliste pour créer un terrain propice aux échanges réciproques et directs avec les autres religions et les autres cultures ; un espace de dialogue dans lequel les religions puissent jouer leur rôle dans le débat public sur les valeurs de civilisation et exprimer leurs vues historiques.
Italian Ricominciare dal dono
Sept 21, 2006
«Non dobbiamo accontentarci della finitudine. Salute e salvezza si ritrovano nella scoperta del valore fondativo della persona.Biologia e scienza non spiegano tutto»

(Avvenire, 15 settembre 2006) Il cardinale Angelo Scola non ha dubbi: «È impossibile espungere la domanda di salvezza (senso e significato) dalla domanda di salute». E convinto che «non esiste soltanto un diritto alla salute, ma anche il dovere di vivere la vita come un dono da custodire e da rispettare». È la conclusione della lectio magistralis che il patriarca di Venezia ha tenuto ieri sera all'Issc San Camillo di Venezia trattando il tema «Aspetti innovativi della riabilitazione neurologica: fondamenti antropologici delle implicazioni bioetiche», davanti, fra gli altri, al ministro Livia Turco. Il San Camillo è un istituto riconosciuto in Italia e nel mondo per le sue innovative terapie di riabilitazione neurologica, con trattamento diverso per i singoli pazienti, e per una vasta attività di ricerca in campo internazionale. Particolarmente seguito è stato, pertanto, il contributo portato da Scola al convegno di aggiornamento iniziato ieri. Il patriarca ha anzitutto spiegato che non è possibile accomodarsi nella finitudine. «È l'esperienza della malattia, della sofferenza e della morte che pazienti, parenti e operatori sanitari vivono è sufficiente - secondo Scola - a mettere in dubbio la pretesa che la finitudine basti a se stessa e che l'uomo sia solo il suo proprio esperimento». La comparsa della bioetica negli ambienti della sanità - fa notare Scola -, lo si riconosca o meno, impone attraverso brucianti interrogativi - dall'impiego delle cellule staminali (quali?), fino all'accanimento terapeutico e all'eutanasia, dal delicato rapporto economia-organizzazione della sanità fino al diritto alla riabilitazione di persone sopra i 65 anni - che si affronti la questione centrale: della vita e della morte. Ma quale vita? E quale morte? «È assai difficile cogliere la qualità essenziale della vita umana personale - ha osservato il cardinale, rispondendo alla prima domanda - se non si riconosce in una datità ultima, che i greci chiamavano physis (natura), l'intreccio profondo e inscindibile tra l'elemento bio-istintuale e quello psico-spirituale che lo trascende». E ancora: «Come la tradizione del realismo insegna la vita umana si coglie in quanto totalità unificata di una duplice dimensione: quella spirituale e quella corporale, pensate in profonda unità polare. Quella dell'uomo è una unità duale. Senza di essa è impossibile dire tutto l'uomo. Qui dovremmo aprire un dialogo approfondito sull'origine e sul destino dell'uomo per spingere fino in fondo il confronto con la mondovisione che propone di accomodarsi nella finitudine». Si potrebbe così mostrare la fondatezza dell'esperienza umana elementare (non importa se è pre-scientifica) secondo la quale la vita umana, fin dal suo concepimento, si rivela ontologicamente inserita in una natura costituita dall'unità duale di anima e di corpo. Ma - ha ricordato ancora Scola - ogni uomo non è solo uno di anima e di corpo, è uno anche di uomo e di donna. «È la natura nuziale (sponsale) della persona umana che la rende, ad un tempo, ricettacolo di amore e capace di amore. Non pochi interrogativi oggi posti alla bioetica stanno facendo progressivamente esplodere l'unità delle tre componenti costitutive della nuzialità: la differenza sessuale, il dono di sé (amore) e la fecondità. La mentalità contraccettiva ha diffuso su larga scala la possibilità di separare il rapporto sessuale dall'amore e dalla fecondità. Con il fenomeno della fecondazione in vitro e, soprattutto, con la prospettiva della clonazione, la differenza sessuale e la procreazione possono diventare realtà del tutto separate». Ma la possibilità tecnica di dissolvere l'intreccio del fenomeno unitario della nuzialità più che un potere rivela - secondo il patriarca - l'impotenza della cultura contemporanea a dare una risposta solida alla questione "quale vita?". E poi l'altro interrogativo, ancora più intrigante: quale morte? Dopo aver precisato che «neppure per la morte, come già per la vita, ci si può fermare al biologico», il cardinale ossserva che alla domanda «quale morte?» conviene cercare risposta se la libertà vuol trovare il sentiero per misurarsi con l'altra inesorabile domanda: «Perché la morte?». Appunto, perché? «La risposta di Rilke alla domanda "quale morte?" resta per me insuperabile: "Dà Signore a ciascuno la sua morte. La morte che fiorì da quella vita, in cui ciascuno amò, pensò, sofferse"». Commenta il patriarca: «È impressionante la profondità di questa risposta. Tutti noi lo sentiamo benché la nostra morte non possa essere da noi esperita se non nell'evento in cui si produrrà». Rilke cerca la risposta lungo l'unica strada possibile ad una libertà finita (ma aperta all'infinito) come quella umana. «Paradossalmente la sua risposta è una potente domanda, anzi è un'invocazione rivolta a Qualcuno perché la mia morte sia il mio compimento. Ciò può avvenire solo se il morire chiama in causa la mia libertà». Ma come può la mia libertà appropriarsi della morte se tutto sembra conclamare il contrario? «Solo se io riconosco che la mia libertà non si riduce a pura libertà di scelta». Nessun atto di libertà - in sintesi - può essere ridotto alla pura libertà di scelta. Anzi questa non può mai prescindere da una parte dall'assecondare un'inclinazione che la precede e, dall'altra, dalla risposta dovuta all'Assoluto vitale (Verità-bene) che nella scelta stessa le si offre per permetterla. Quali le possibili ricadute pratiche? «La nostra risposta alle questioni "quale vita?" e "quale morte?" propone di coniugare amore e medicina. Che si giunga fino a dare a questo amore il nome di Gesù Cristo rivelatore del Padre che ci apre alla vita e ci accoglie nella morte mediante la nostra personale morte-risurrezione nel nostro vero corpo o che non si riesca ad accedere a questa prospettiva, è impossibile - sottolinea Scola - espungere la domanda di salvezza (senso e significato) dalla domanda di salute». Ne consegue che nella pratica medica e nell'organizzazione di una politica sanitaria il primato spetta al soggetto, ovvero al paziente, ai familiari e agli operatori sanitari. Ma anche ai molti corpi intermedi che rendono vitale la società civile. Con questa priorità vanno investite le risorse. E, a questo riguardo, il patriarca conclude: «Non esiste soltanto un diritto alla salute, ma anche il dovere di vivere la vita come un dono da custodire e da rispettare. Non si può sprecare la propria salute con scelte sbagliate di vita che per giunta impongono a tutta la comunità costi notevoli. Le istituzioni educative devono far maturare in tutti il rispetto della persona, della vita e della salute».
Italian Dopo Ruini arriva Scola: ecco la corsa alla successione
Sept 12, 2006
Insomma, sembra quasi fatta: da più parti si indica il nome di Angelo Scola, cardiale patriarca di Venezia, come quello del successore di Camillo Ruini alla guida della Cei, la Conferenza Episcopale Italiana.

(canali.libero.it, 22.08.2006) E i fatti sembrano dargli ragione: partito in sordina, in una posizione che sembrava insidiata dalla presenza di pericolosi avversari (Tarcisio Bertone, oggi nuovo Segretario di Stato vaticano, e addirittura monsignor Giuseppe Betori, attuale segretario Cei), il 65enne porporato di origini lecchesi è ora quasi in dirittura d'arrivo senza strappi.

Vincente, addirittura, sull'uomo che i vescovi del nostro Paese avrebbero volentieri votato, ma ormai fuori gioco anche per motivi anagrafici: il 72enne Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, nome su cui i suoi confratelli di tutta la Penisola si erano trovati d'accordo quando, a gennaio di quest'anno, era trapelata la notizia di un sondaggio segreto spedito a tutti i vescovi italiani in cui, sotto segreto, si chiedeva di indicare un nome al Santo Padre per la successione a Ruini. Ormai troppo anziano per tenere almeno cinque anni la carica (che dura cinque anni ed è rinnovabile per volontà papale), rischierebbe di dover lasciare a metà mandato perché, raggiunti i 75 anni, dovrebbe andare in pensione lasciando la cattedra di Ambrogio che tiene dal 2002.
Italian Le religioni sono la forza della democrazia
Sept 11, 2006
Le religioni sono la forza della democrazia. Questo, in sintesi, il messaggio lanciato dal cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, intervenuto ieri al meeting Ambrosetti in corso a Cernobbio, in provincia di Como, nel nord Italia.

(3 settembre 2006 – Radio Vaticana) “Ad una sana democrazia –ha sottolineato il porporato– non basta una religione civile, né è di alcuna utilità una religione ridotta nel privato. Ciò di cui vive è un riconoscimento pieno delle fedi personali e della loro appartenenza comunitaria”. La democrazia, ha aggiunto il Patriarca di Venezia, “ha bisogno delle religioni, che siano anche soggetto pubblico per offrire a tutti, senza privilegi, proposte di vita valide sia sul piano personale che sul piano sociale”. In questo contesto, il cardinale Scola ha quindi ribadito che “uno Stato laico autentico non è in conflitto con le religioni, ma si pone di fronte ad esse in un confronto dialogico e di riconoscimento”, perché “nessun governo può produrre cittadini morali, ma, al contrario, sono i cittadini morali, spesso ispirati dalle religioni, a favorire la democrazia”. Il Patriarca di Venezia si è poi soffermato sulla mescolanza di civiltà e culture in corso nella società moderna: questo “meticciato”, ha detto, esige, da una parte, che le religioni creino il terreno di un interscambio diretto fra loro, “uno spazio di dialogo in cui possano giocare un ruolo nel discorso pubblico sui valori di civiltà”. Dall’altra parte, però, c’è l’esigenza che il potere politico, nei confronti delle religioni, passi da un atteggiamento di tolleranza passiva ad “un’apertura attiva” che non limiti l’importanza pubblica della religione alla sfera del Concordato. Per la crescita della società italiana, occorre quindi una nuova laicità, in cui lo Stato sappia riconoscere “il peso del rapporto della verità con la libertà”, in particolare con la libertà di coscienza, e sappia regolare positivamente gli aspetti conflittuali del pluralismo civile. Infine, in una successiva conferenza stampa, il cardinale Scola ha analizzato il rapporto tra uomo ed economia: “Senza capitale umano –ha detto– non c’è economia che tenga. Nel concetto stesso di lavoro è implicito il senso del vivere”. E il legame con il tema della persona rimanda anche al concetto dell’identità cristiana dell’Europa, quell’Europa che “non sarebbe nata così com’è se non avesse introiettato il concetto di persona”. Per questo, ha concluso il cardinale Scola, “il cristianesimo non è morto, ma è fortemente presente ed è una risorsa per il futuro. Perché senza il mistero della Trinità, il concetto di ‘persona’ non sarebbe mai passato in Europa”.
Italian Lo scenario di oggi e di domani per le strategie competitive
Sept 11, 2006
Religioni e Politica. “Villa d’Este”, Cernobbio – 1, 2, e 3 settembre 2006. Di Angelo Card. Scola, Patriarca di Venezia.

1. Il “ritorno degli dei”

Con la fine dell’epoca delle utopie - l’epoca, per rubare l’espressione a Lyotard, dei “grandi racconti”  – l’incidenza delle religioni e delle sette in tutto il pianeta, in particolare quella degli Islam, sta smentendo la previsione, dominante negli anni del dopoguerra, che nel mondo contemporaneo i fenomeni religiosi fossero destinati a perdere rilevanza sociale e politica. Inoltre ci si aspettava che il processo di secolarizzazione sfociasse nell’avvento del cosiddetto mondo mondano, invece assistiamo all’esplosione di un sacro addirittura selvaggio . I tragici conflitti, scoppiati in ogni angolo del globo dopo la caduta del muro di Berlino, bastano a svelare l’ingenuità dell’immagine di un XXI secolo destinato semplicemente a realizzare la globalizzazione dello lifestyle occidentale sotto la cifra di una «Umanità con il goffo peso della maiuscola» .
Per evitare che questa troppo rapida considerazione circa il peso socio-politico del fenomeno religioso venga tacciata di acritica pretestuosità bisogna prendere in seria considerazione la natura obiettivamente dialettica del rapporto tra religione e modernità. E se vogliamo essere rispettosi della storia dell’Europa, la cui mind è di portata tendenzialmente globale, dobbiamo parlare esplicitamente di dialettica tra cristianesimo e modernità. In cosa consiste?
Cominciamo da un polo della dialettica. Possiamo oggi serenamente affermare che la modernità ha condotto il cristianesimo ad esplicitare rigorosamente le conseguenze della tanto salutare quanto necessaria distinzione tra religione e politica, già enunciata dal Vangelo con la celebre affermazione «rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22, 21). La modernità, soprattutto con l’Illuminismo, ha così dato scacco a certa deriva ideologica della stessa esperienza cristiana, dovuta ad una concezione dottrinalistica che riduce la verità rivelata unicamente ad un “sistema di proposizioni concettuali da cui dedurre i singoli aspetti della realtà”. Si finiva così per negarne il carattere storico, imprevedibile e non catturabile, e per sottovalutare il peso del rapporto della verità con la libertà. Non poche vicende legate all’inculturazione del cristianesimo in Europa - non ci sono ragioni per non riconoscerlo – documentano questo cedimento ideologico.
A partire dalla prima modernità entrò progressivamente in crisi una visione a senso unico del rapporto verità-libertà. Questa visione giustamente affermava il dovere della libertà di fare spazio alla verità tutta intera. Tuttavia essa non mostrava chiaramente come integrare al significato della libertà per la verità anche quello della verità della libertà, che implica l’obiettivo riconoscimento della libertà di coscienza rettamente intesa.
D’altra parte però - ed è questo l’altro polo della dialettica tra cristianesimo e modernità - occorre mettere in evidenza che se la modernità europea ha potuto, in un certo senso, costringere il soggetto cristiano a questa maggior autenticità, lo ha fatto proprio grazie al nucleo essenziale e permanentemente vitale della stessa fede cristiana. Nucleo che, consegnato - da Gerusalemme a Roma - dall’ininterrotta traditio cristiana, continua a rappresentare una risorsa decisiva non solo per l’Europa di oggi.
Mi riferisco al principio della differenza nell’unità che vive nel mistero della Trinità e trapassa, in forza dell’Incarnazione, Morte e Risurrezione di Gesù Cristo, nella storia per diventare, secondo la legge dell’analogia, principio di comprensione e valorizzazione di ogni differenza. Questa, sia a livello personale che comunitario, non viene solo tollerata, ma esaltata, perché trattenuta in unità da quella Verità – avvenimento prima ancora che dottrina ed etica (cfr. Deus caritas est n. 1) - che giunge fino all’estrema Thule dell’umana esperienza, impedendo che la differenza, anche la più radicale, degeneri in fattore di dissoluzione più o meno violenta.
In questo quadro si sono potute sviluppare in Occidente la pratica e la teoria della democrazia, intesa quale libera ed ordinata convivenza di cittadini, corpi intermedi e popoli che danno vita ad una società civile adeguatamente servita dallo stato.

2. La rimozione della religione dalla sfera pubblica

Eppure non possiamo dimenticare un dato che, storicamente, è emerso in Europa dal rapporto dialettico modernità-cristianesimo. L’esito prezioso di questa dialettica - la verità della libertà di coscienza e quindi l’adeguata distinzione tra fede religiosa e azione politica - è stato pagato al prezzo della rimozione della religione dalla sfera pubblica della società civile. Scrive un acuto storico che, con la modernità, «la religione comincia a essere percepita dall’esterno. Viene collocata nella categoria del costume, o in quella delle contingenze storiche. A questo titolo, essa si oppone alla Ragione o alla Natura» . Si vanno delineando, a partire dal XVI secolo, le varie figure sostitutive del precedente rapporto tra religione e politica: il tentativo di ricondurre a una delle confessioni religiose tutte le rivali (integralismo/fondamentalismo); quello di risalire ad una supposta religione naturale universale, più fondamentale delle religioni storiche (naturalismo illuministico); quello di attribuire alla “politica” lo stesso ruolo catalizzatore di cittadini, corpi intermedi, società civile e nazioni, precedentemente ricoperto dalla religione (totalitarismo); e, infine, quello di sposare l’atteggiamento della “morale provvisoria”, cioè lo scetticismo (liberalismo agnostico).
Il risultato storico di questo fondamentale processo è duplice. Da una parte l’uso politico della religione sia in senso autoritario (religione di stato), sia in senso liberale (religione come fattore di utilità sociale) . E dall’altra la riduzione della religione a fatto privato, senza rilevanza e liceità pubblica. Occorre riconoscere che quello che la modernità non ha saputo o non è riuscita a pensare è la rilevanza pubblica della religione, mantenuta nella sua piena identità.

3. Etsi Deus non daretur?

Venendo troppo rapidamente all’oggi, l’esplosione della civiltà delle reti ha mutato la natura della partecipazione politica e ha mortificato il peso dato ai corpi intermedi. Si è diffusa in Europa l’opinione che in una società democratica e plurale si può dare un corretto rapporto tra diritti fondamentali del soggetto e stato solo a patto di non introdurre in questa relazione altri elementi di riferimento e di mediazione. La religione, in questo contesto, costituirebbe un “terzo incomodo”, tollerabile solo se ridotto a fatto privato proprio del singolo individuo. È la fase attuale del processo di globalizzazione che «enfatizza una soluzione di neutralità culturale: per la democrazia occidentale odierna tutte le religioni sono ‘uguali’ (in-differenza). La sfera pubblica è dichiarata neutrale verso le religioni (…) Alle diverse religioni si chiede e si impone di considerare il loro universalismo come un fatto privato, [al massimo] interno al loro ambito di influenza» .
È celebre in proposito l’affermazione di Kelsen, secondo la quale «l’apprezzamento della scienza razionale e la tendenza a mantenerla libera da ogni intrusione metafisica o religiosa sono tratti caratteristici della democrazia moderna» .
Con modalità tra loro molto diverse in Francia, in Italia ed in Spagna, paesi in cui il dibattito sulla laicità è molto acceso, normalmente si sostiene che lo stato contemporaneo debba essere laico e neutro. Ma occorre che questa formula sia ben interpretata. Nelle letture più accese infatti l’aggettivo “laico” non significa solo a-religioso, ma suona talora come un sinonimo di “antireligioso”.
A dire degli studiosi negli Stati Uniti è invece presente – anche se non prevalente – una concezione che generalmente dà piena cittadinanza alle motivazioni religiose di ciascuno. Già i Padri fondatori avevano in qualche modo voluto uno «stato laico senza laicismo di stato» . La sfera politica è chiaramente separata dalla sfera religiosa, ma è disposta a dialogare con essa perché è ben consapevole che nessun governo può produrre cittadini morali, ma al contrario sono cittadini morali sovente ispirati dalle religioni a favorire la democrazia. Oggi gli evangelicals, cristiani metodisti, battisti, pentecostalisti - in forte espansione a partire dagli Stati Uniti anche in America Latina (Brasile), Asia, Africa, riescono a fare proseliti addirittura in territori a prevalenza musulmani - intrecciano in profondità la loro fede con la cultura americana. Qualunque lettura si voglia dare di questi movimenti religiosi, che tuttavia conviene non sottovalutare, essi mi sembrano confermare l’affermazione che «vi è un’importante lezione nell’esperienza americana della diversità religiosa all’interno di una struttura politica e sociale democratica: la fondazione religiosa della cultura è sufficientemente ampia per accogliere coloro che tentano di vivere secondo una delle tre grandi tradizioni di fede abramitiche, [ed in ogni caso di preservare] la libertà individuale di credere [o non credere] e praticare [o no praticare]» .
La tesi di Kelsen è oggi sottoposta a critica non solo da chi, come l’ebreo americano David Novak, sostiene che «le persone religiose sono capaci di costituire la laicità ricavandola dalle proprie tradizioni fondate sulla rivelazione» , ma anche da chi in Europa propugna la necessità di un ripensamento delle democrazie plurali. Basti citare studiosi come Böckenförde e Habermas i quali, in modo diverso, affermano sì che lo stato moderno può avere la sua genesi solo in un consenso su procedure, ma contemporaneamente non escludono che «lo stato liberale e secolarizzato si nutre di premesse normative che esso da solo non può generare» .
Obbligare i credenti a comportarsi etsi Deus non daretur e, pertanto, a non menzionare la corrispondenza tra la razionalità e l’origine ultimamente divina di una determinata prescrizione (norma), non è un prezzo troppo alto per vivere in società ? Soprattutto siamo sicuri che non tolga qualcosa di positivo alla società?
Così non è possibile escludere, almeno in linea di principio, che la motivazione religiosa possa essere importata nell’ambito pubblico.

4. Religioni, capitale sociale e “meticciato di culture”

In particolare possiamo chiederci: il principio, in radice cristiano, della differenza nell’unità può assicurare anche al futuro dell’Europa, e non solo di essa, una democrazia sostanziale? Una democrazia capace non solo di reggere alla rapida trasformazione interculturale ed interreligiosa, ma addirittura di rendere questa nuova fisionomia del globo una risorsa di civiltà ? Penso di sì. E la mia convinzione non ha nulla di nostalgico e non implica assolutamente la restaurazione di modelli di “cristianità” irrimediabilmente tramontati.
In proposito vorrei limitarmi a qualche breve considerazione.
Comincerò col dire che una simile visione della dimensione religiosa della società civile pone rimedio, tra le altre cose, all’insufficienza del modello liberale privatistico della religione.
La democrazia, infatti, ha bisogno anzitutto di un capitale sociale di fiducia e di un quadro di ideali condivisi, senza i quali degenera in pura amministrazione conflittuale di interessi contrapposti. Lo ha ben visto von Kutschera quando riconosce che persino l’etica, il cui problema centrale è «la mediazione tra interesse ed esigenze morali» , non basta da sola a muovere il desiderio e l’interesse dell’uomo. Più antropologia è necessaria all’etica. Ciò è tanto più vero in presenza di processi di globalizzazione del mercato e della finanza. Che oggi non si dia altro modello di democrazia che quello procedurale non solo non esclude, ma mette in campo la tesi di Böckenförde: la democrazia necessita di un background civile.
In secondo luogo è ormai un dato consolidato che l’emarginazione della religione dalla sfera sociale non è accettabile da quelle culture non europee in cui la religione è essenzialmente un fatto pubblico . In questo senso a rendere obsolete le soluzioni moderne del rapporto religione-politica è proprio l’emergenza storica del talora violento processo - sottolineo il termine “processo” - di meticciato di civiltà e culture. L’espressione, che si è affacciata timidamente vent’anni fa dal mondo delle scienze antropologiche e che da molti è ancora percepita con apprensione e diffidenza, si rivela, a mio parere, più comprensiva delle categorie di identità ed integrazione .

5. Una sfera pubblica religiosamente qualificata

Quale potrebbe essere allora il nuovo profilo pubblico che l’attuale frangente storico chiede alle religioni, almeno in Occidente? Anzitutto mi pare auspicabile affermare la necessità di una sfera pubblica plurale e religiosamente qualificata, in cui le religioni svolgano un ruolo di soggetto pubblico, ben separato dall’istituzione statuale e ben distinto all’interno dalla stessa società civile .
Questo esige che il potere politico, nei confronti delle religioni, passi da un atteggiamento di tolleranza passiva ad un atteggiamento di “attiva apertura”, che non riduca la rilevanza pubblica della religione agli spazi concordatari con lo stato. Da parte delle religioni è necessario abbandonare autointerpretazioni di tipo privatistico o fondamentalista per creare il terreno di un interscambio diretto con le altre religioni e le altre culture; uno spazio di dialogo in cui le religioni possono giocare il loro ruolo nel discorso pubblico sui valori di civiltà ed esprimere il loro giudizio storico.
In sintesi: «La sfera pubblica religiosamente qualificata è quella che si dà all’interno di una società civile definita come il campo di incontro fra soggetti che entrano in scambi sociali (di mercato e di integrazione sociale) non già privati delle proprie appartenenze religiose, ma invece qualificati da tali appartenenze, e che interagiscono fra loro valorizzando tali appartenenze, nel contesto di una democrazia politica che regola la compresenza fra religioni diverse per il tramite di tali sfere di scambio. [La sfera pubblica religiosamente qualificata] è il luogo della relazionalità civile elaborata dalle stesse religioni nel momento in cui agiscono fuori di se stesse, attraverso l’influenza che hanno sugli attori sociali» .
Una tale proposta rispetta il fatto che «la libertà si rivela sempre più come un fenomeno relazionale» , proprio in consonanza con la natura propria del rapporto biunivoco tra verità e libertà, che a partire dalla modernità, continua a ricevere approfondimenti nelle variegate culture contemporanee.

6. Religioni e vita buona

Si tratta quindi di pensare in termini più rigorosi la fisionomia di uno stato capace di dar spazio in forma adeguata ad una società civile veramente plurale. Uno stato che non tema gli inevitabili aspetti conflittuali di una simile società ma li sappia regolare positivamente. Penso ad uno stato non “distaccato” (falsamente neutrale) che, pur non assumendo una specifica visione (Weltanschauung), sia dichiaratamente al servizio della persona e delle esigenze ultime che la costituiscono (desiderio di libertà e felicità, di compimento), che faccia nel contempo propri – nel rispetto di rigorose procedure democratiche - i valori che stanno a fondamento della stessa convivenza democratica (libertà civili e politiche) generata da corpi intermedi. Senza ignorare né temere il dato storico che i valori sono sempre calati in tradizioni particolari che le istituzioni contribuiscono certo a plasmare ma da cui non riescono di fatto mai a prescindere. Parlo in proposito di “tradizione prevalente”, con intenti analoghi a quelli per cui Habermas parla di “opinione migliore” . Come per il semplice fatto di propugnare una considerazione autenticamente formale e procedurale della democrazia non necessariamente si cade in una posizione “relativista”; così neppure si finisce automaticamente nel “fondamentalismo” per il fatto di ritenere che questa considerazione procedurale, dotata di una sua autonoma consistenza, debba essere compresa in chiave assiologia. Parlo consapevolmente di “assiologia” e non di “fondamenti” di una democrazia procedurale. Ciò permette di fare riferimento ad un livello “prepolitico” anche di natura religiosa assai utile all’attuazione dei diritti umani e, pertanto, al buon funzionamento delle democrazie. Altrove, affrontando questi temi ho parlato in riferimento alla situazione italiana, di “nuova laicità”  .
I diritti fondamentali, se considerati secondo tutto il loro bagaglio di esigenze costitutive dell’esperienza elementare di ogni persona ed i valori della convivenza democratica, inevitabilmente calati nella storia particolare di un popolo, configurano quindi i lineamenti positivi di una società autenticamente laica. In essa l’istituzione statuale ha anche il compito di ordinare (e far fruttificare) la coesistenza di identità e religioni differenti. Non uno stato inteso come un anonimo vuoto contenitore da riempire a piacimento (opzione debole e, di fatto, irrealizzabile), ma come uno spazio, certamente non confessionale in cui ciascuno possa portare il proprio contributo all’edificazione del bene comune E questo non può che avvenire nell’inevitabile e rispettosa logica del confronto e del riconoscimento, l’unica che salva la vera natura del potere che è e deve restare servizio, anche quando debba far ricorso, come diceva Kant, alla «forza per garantire il diritto».
Si tratta non a caso dell’unica opzione che, evitando gli opposti pericoli dell’individualismo esasperato e di collettivismo oppressivo, tiene in adeguato conto la natura “relazionale” del potere . Nessuno di noi infatti può concepirsi al di fuori di un rapporto: l’“individuo” non esiste mai come atomo separato, autosufficiente e quindi contrapposto, ma sempre anche come “alterità differente” . Ciascuno è insieme “se stesso” (identità) e “altro” per “qualcun altro” (differenza). Concretamente, come ha ben mostrato Ricoeur, questa relazione si esprime nel processo di confronto dialogico e di riconoscimento (mai privo del relativo misconoscimento) da cui scaturisce ogni sana convivenza e su cui si fonda ogni legittimo potere .
Il nesso tra identità e differenza, nella dinamica del confronto e del riconoscimento reciproco, è dunque insuperabile oltre che fattore fecondo di democrazia. In quest’ottica il rapporto tra religioni e politica domanda solo che venga rispettata tutta la natura di universale concreto propria delle religioni. Essa non è meno decisiva dell’universalità propria dei diritti fondamentali, troppo spesso astratta per la loro riduzione a mera rubrica di regole poco contestualizzate storicamente.
Ad una sana democrazia non basta quindi una religione civile, né le è di alcuna utilità una religione ridotta a puro privato individuale. Ciò di cui ha bisogno è di un riconoscimento pieno delle fedi personali inseparabili da appartenenze comunitarie (religioni) capaci anche di una pubblica soggettività tesa ad offrire a tutti, senza privilegi, nel libero campo del confronto democratico, laico, pubblico e plurale, proposte di vita buona ad un tempo personale e sociale.
Italian Scola rifà la scuola. Un commento di Pietro De Marco
Jul 31, 2006
Quando il cardinale Carlo Maria Martini era arcivescovo di Milano, facevano rumore le omelie che egli pronunciava alla festa di sant'Ambrogio. I suoi antiberlusconiani "discorsi alla città" erano oggetto di disputa politica ed erano rilanciati con enfasi su "l'Unità" e "la Repubblica". Il principale ghostwriter del cardinale per quei discorsi siede in parlamento da due legislature: è il prodiano Franco Monaco, della Margherita. Di Sandro Magister

Ma ritiratosi Martini, quella tradizione non si è interrotta. Ha solo cambiato città, protagonista e orientamento. Il cardinale che ha preso il posto di Martini come autore di annuali omelie civiche è il patriarca di Venezia Angelo Scola. Dal 2002, ogni anno a metà luglio, festa del Redentore, egli indirizza alla città ma più latamente all'Italia un discorso sull'agire politico cristianamente ispirato. Per queste omelie Scola non ha ghostwriter: quello che dice è farina del suo sacco e si nutre dei suoi maestri Luigi Giussani e Hans Urs von Balthasar.
Quest'anno il tema prescelto è stato la scuola. La tesi del cardinale è che i soggetti della società civile se ne reimpossessino, strappandola alla scuola unica di stato e al suo monopolio culturale.
A dare grande risalto all'omelia di quest'anno di Scola è stato il "Corriere della Sera" con un'intervista di Aldo Cazzullo al cardinale che ne ha anticipato i contenuti essenziali. Lo stesso giorno, 16 luglio, "Avvenire" ha stampato in anteprima l'omelia quasi per intero.
L'attacco di Scola alla scuola di stato ha naturalmente fatto inalberare i giornali della sinistra che in passato tifavano per Martini. Ma come si articola, in realtà, la sua tesi? Ne trovi una sintesi e un commento in www.chiesa.espressonline.it, a firma di Pietro De Marco: "Una scuola di tutti oltre la scuola di stato". Un autore che De Marco cita a sostegno di Scola e' l'americano Edward Feser. Per saperne di più sul suo pensiero, vedi ad esempio la nota da lui messa in rete in quell'agorà del neoconservatorismo che e' "New Republic", con l'eloquente titolo: "L'islam ha bisogno di un Lutero o di un papa?". La sua traduzione italiana e' uscita sul numero 23, 2004 di "Fondazione Liberal".
L'omelia del cardinale Scola è nel sito del patriarcato di Venezia: "Educare nella società in transizione".
Italian Il patriarca di Venezia: "La scuola di Stato è superata".
Jul 31, 2006
E scatta la reazione nel mondo laico. Bertinotti: "Deve essere pubblica per comprendere tutti"

(La Repubblica, 16 luglio 2006) ROMA - La scuola italiana "è di tutti e per tutti". Lo ha ribadito il ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, commentando le dichiarazioni del Cardinale Angelo Scola secondo il quale "la scuola di Stato è superata" e la scuola stessa va affidata alla società civile. "Il Patriarca di Venezia tocca temi che meritano riflessione e approfondimento. Come ministro della Pubblica Istruzione - ha aggiunto - farò questa riflessione nell'interesse della scuola italiana, che è la scuola di tutti e per tutti".

La reazione del ministro della Pubblica Istruzione arriva a mettere il sugello al malumore provocato dalle parole del Patriarca di Venezia sul sistema scolastico italiano. Una provocazione intellettuale, come lo stesso cardinale sottolinea, anticipata sulle pagine del Corriere della Sera che Scola ha messo al centro dell'omelia nella messa per la festa del Redentore a Venezia.
"Lo Stato deve passare dalla gestione al puro governo del sistema scolastico-universitario"; "Lo Stato deve rinunciare in linea di massima a farsi attore propositivo diretto di progetti scolastici e univesitari per lasciare questo compito alla società civile". Questi i passi principali della proposta del porporato, che chiede dunque di superare "quello che costituisce il fattore di blocco del nostro sistema scolastico e universitario: il mito della scuola unica".
Su questo il Patriarca chiede di "aprire un dialogo a tutto campo" sottolineando - quasi ad anticipare le critiche - che "non è una perorazione per la scuola cattolica, che pure per me riveste un'importanza considerevole; nè il solito lamento sulla crisi della scuola e dell'università".
Decise le reazioni: grande rispetto per il ruolo del cardinale, ma deciso deissenso sulle sue parole. E' il tono del presidente della Camera, Fausto Bertinotti: "Si tratta di una intervista impegnativa di un'ecclesiasta così autorevole come l'arcivescovo di Venezia. Io la penso, però, molto diversamente, penso che la scuola in una società che diventa sempre più meticcia debba essere unitaria e cioè pubblica per comprendere tutte le etnie, le religioni e i punti di vista in una costruzione unitaria che è quella della convivenza in cui ognuno rispetti l'altro ma si confronti con lui quotidianamente".
E così l'espoonente della Margherita Franco Monaco: "Rispettosamente dissento dalle conclusioni del card. Scola, che pure muove da presupposti condivisibili: l'esigenza di una scuola espressione della società , meno centralistica e burocratica, e un'idea positiva della laicità intesa non come agnosticismo ma come attitudine al confronto". Durissimo Aurelio mancuso, segretario dell'ArciGay: "Il Patriarca ripropone l'equazione meno Stato più Chiesa cattolica, anche nel sistema formativo italiano. Per fortuna che c'è la Costituzione e, che questa minoranza aggressiva contraria al pluralismo e alle libertà individuali, non potrà agevolmente portare avanti i suoi propositi di annettersi la formazione delle nuove generazioni".
Di altro tono e grande disponibilità la reazione dei giovani di Forza Italia: "Le parole del cardinale sono l'occasione per un dibattito serio e pacato sullo stato dell'educazione nel nostro Paese"
Italian “Quei libri che hanno formato la mia vita”
Jul 24, 2006
Il Patriarca di Venezia parla delle letture che lo hanno appassionato: consigli per l’estate

(Il Gazzettino, 9/7/06) Un paio di papi avevano detto anche in pubblico la loro passione per Emilio Salgari. L'avventura scritta (e il sogno da ragazzini) avevano inciso nella loro psiche. Ma stati sono una rarità. Di solito si conosce poco dei momenti "formativi" degli uomini della Chiesa. Lui, Angelo Scola, patriarca di Venezia, alla guida dei vescovi del Nordest e che era stato indicato come uno dei papabili, non ha avuto problemi a "raccontarsi attraverso i libri". Dai primi, quelli che il cappellano amico gli leggeva quando era adolescente, agli ultimi, compresi quelli ancora da leggere, Angelo Scola invita anche ad una serie di letture per l'estate. Con un avviso. Non esistono libri difficili. Il libro è uno strumento che si lascia usare da tutti. Importante provare e non demordere perché leggere è anche vivere.

Cominciamo da don Fausto Tuissi, il cappellano che le fece leggere Camus, Musil, Faulkner, Dostoevskij. È una fortuna rara avere un maestro così.
«Bisogna fare una premessa. Io sono nato in un piccolo paese lombardo, a Malgrate. Mio padre faceva il camionista. Un certo incitamento alla lettura lo devo anche alla sua formazione di socialista massimalista. Lui non aveva potuto studiare (in casa mia, tranne i testi scolastici, non c'erano altri libri) ma aveva dello studio una grande stima. Don Tuissi era stato mandato a Malgrate come cappellano; lo avevano assegnato ad una parrocchia piccola come la mia perché soffriva di quello che, allora, si chiamava "esaurimento nervoso". Era un eccezionale uomo di lettere, in seminario compagno di scuola di don Giussani. Don Tuissi era fra i primi della classe...«.
Così vi incontraste per caso....
«Sì, io ero l'unico del mio paese a frequentare le medie e poi il ginnasio. La sua casa, nel cuore del Patronato, era sempre aperta. Mi chiamava e mi leggeva delle pagine. Non mi ha mai dato in mano un libro, mi diceva che non si poteva. Erano gli anni tra il '55 e il '59».
Quelle pagine le sono rimaste impresse e, credo, sono state fondanti per la sua crescita culturale...
«Mi ricordo la lettura di "Delitto e castigo" di Dostoevskij; in particolare il finale, il racconto della conversione di Rashkolnikov che si riconosce innamorato di Sonia. Tuissi mi diceva: "Questa cosa la puoi capire" e me la leggeva. E così per "La Peste" di Camus. Mi ricordo quel passaggio nel quale Rieux si interroga circa il modo con cui il popolo di Orano, di fronte a quella calamità, potesse prospettarsi il senso della vita. Ancora mi viene in mente la lettura delle pagine del "Caligola", sempre di Camus, sull'esperienza della morte. Affrontavamo i temi connessi al senso della vita e della morte, del bene e del male».
Anche Faulkner.
«Mi ricordo che don Fausto mi leggeva l'omelia del prete, in L'urlo e il furore, in cui si tocca il tema della presenza di Dio e del Suo rapporto con una persona handicappata mentalmente. Erano quasi sempre testi che mi aiutavano a porre le questioni radicali della vita: da dove veniamo, chi siamo, verso dove andiamo».
Mica facile per un ragazzino del ginnasio.
«Ma lui era così. Mi è servito molto infatti più avanti, al liceo, dopo la scuola, andavo spesso con gli amici in biblioteca a leggere».
Com'è "L'uomo senza qualità" di Musil, una bibbia del nichilismo, letto da un sacerdote ad un ragazzino?«Mi leggeva la pagina dove tutto è sempre uguale, dove tutto ritorna, del colloquio tra Ulrich e la sorella gemella improvvisamente scomparsa, si facevano discorsi anche molto impegnativi sull'amore e sui sentimenti. E anche la sua modalità di confronto era sempre molto netta e delicata. Di quegli anni, avevo tra i 14 e 17 anni, portai via questa esperienza formidabile. Siccome andavo a scuola ero l'unico, secondo lui (e magari si sbagliava) che potesse affrontare quelle letture e conversazioni».
Io ricordo che in quel periodo il mio vecchio parroco da ragazzino, don Mario Capoja, a Mestre, parlava quasi sempre dei libri all'"Indice", l'elenco dei libri che la Chiesa sconsigliava o vietata alla lettura. Lei invece...
«L'esistenza dell'"Indice" io, nel mio paesino, non la conoscevo neppure. Ignoravo ci fosse un elenco dei libri vietati. Lui, don Tuissi, che certo era a conoscenza di divieti e proibizioni, mi diceva "Queste cose le puoi capire". Aggiungeva anche "Non posso darti il libro", ma mi leggeva le pagine più importanti". Il metodo mi pare interessante: pone il giudizio, ma lo fa in modo propositivo».
Già che ci siamo, cosa pensa di alcuni atteggiamenti di parte del mondo cattolico molti duri verso "Il Codice da Vinci"?
«Io penso che il problema che noi abbiano oggi, di fronte alla sterminata produzione libraria da cui siamo inondati, non sia tanto quello di arroccarsi in divieti e condanne, anche se bisogna dire che la menzogna è la menzogna, bensì quello di proporre».Ma chi lo fa di questi tempi, da chi si va a chiedere?
«Questo è il problema. Io, in un piccolo paese senza libri, ho incontrato uno che mi ha avviato alla lettura. Penso che la nostra gente abbia bisogno di essere "avviata". Io raccomando spesso anche ai miei preti di leggere. Nell'ultimo incontro ho detto loro: se avete tempo durante l'estate provate a ri-leggere, per esempio "Introduzione al cristianesimo" di Ratzinger, che ne ha riscritto qualche anno fa l'introduzione. Ho anche suggerito le "Lettere a Milena" di Kafka, un libro molto bello perché contiene un'idea estremamente interessante della contemporaneità della salvezza. Veramente molto profondo. Poi ho consigliato loro di prendere in mano i volumi di Henri De Lubac sulla posterità spirituale di Gioacchino da Fiore che offrono un importante contributo di discussione sul "sacro selvaggio", oggi di grande attualità. Sono solo letture che io ho ripreso, e che mi sono limitato a riproporre a loro».Può anche non dirlo: ma l'impressione era...
«Il problema è che oggi è difficile selezionare quando si entra in una libreria e si vedono tutti quei libri, che sono anche cari. Come si fa a scegliere, se non si trova qualcuno che ha già letto con un qualche criterio e ti offre qualche consiglio?».
Suggerire vuol anche dire tempi smisurati per la lettura, le indicazioni, i confronti...
«E poi manca la critica letteraria. Tante volte trovo, anche nei giornali più autorevoli, solo scritti per gli amici degli amici. La critica letteraria è un'altra cosa».
Lei ha vinto, qualche anno, fa un premio letterario a Capri con il suo libro "Uomo-donna, il 'caso serio' dell'amore". Altro vincitore fu Andreotti che le regalò il libro "La fuga di Pio IX e l'ospitalità dei Borboni". L'ha letto»?
«No. Devo dire che uno dei miei difetti è che non mi piacciono le biografie. Mi appassiona però la grande storia».
Ma perché adesso anche chi si laurea, spesso, smette di leggere subito dopo la tesi?
«Senza attribuire troppo facilmente tutta la responsabilità al dominio sempre più invasivo della televisione, la realtà è che oggi nelle nostre scuole si studia e si legge ancora in maniera disancorata dal soggetto. Se una persona viene educata ad avere passione per quello che studia - cioè se "vede" il nesso tra la sua esperienza ed il libro -, la voglia di leggere e sapere di più, col passare degli anni, cresce. Ma se questa domanda non è destata, la lettura perde il suo significato e la si abbandona».
Don Milani, 40 anni fa, scriveva la Lettera ad una professoressa. Lezione passata invano?
«Tra i grandi nomi di quel tempo, Mazzolari, Balducci, Turoldo, quello di Lorenzo Milani è il messaggio che condivido di più. Mi ha sempre colpito il tema della scuola legata alla vita del soggetto sollevato da Milani, che, attraverso la stupenda formula educativa "I care", ha risvolti ancora molto attuali. Io ho sentito molto il privilegio (in quegli anni era davvero tale..!) di poter frequentare il Liceo classico e di poter leggere di tutto, a 360°. Mia madre era donna religiosissima, ma aveva una paura folle. Se fosse stato per lei e l'impianto cattolico della parrocchia (che però mi ha donato don Tuissi), non avrei potuto farlo. Mia madre per prima cosa, quando papà rientrava in bici dal lavoro, gli prendeva l'Unità dalla tasca perché noi ragazzini non la leggessimo».La Chiesa continua ad avere sempre un ruolo educativo, deve intervenire nella scuola...
«Io credo che si debba garantire la possibilità di fare scuola a tutti i soggetti presenti nella società civile che ne sono capaci, come avviene in ogni paese democratico, in modo che si crei un sistema educativo fatto da diversi soggetti e una scuola che lasci libertà, entro certe garanzie verificabili dagli organi statuali, nel contenuti e nel metodo».
Lei è appassionato anche di libri di montagna?
«Sì. Ma di quelli che parlano di scalate. Sono stato molto amico dello scalatore Carlo (Bigio) Mauri. Era uno dei più bravi, ricordo le sue sfide con Bonatti per la prima del Gran Capucine, le scalate sulle grandi montagne del mondo. Mi passava i suoi libri».
Avete anche scalato assieme? Quinto grado o di più?
«Abbiamo fatto alcune scalate insieme, il Monte Bianco, il Rosa, il Cervino e la Grigna, che avevamo vicino a casa. Per questo mi piacciono le storie delle scalate, per esempio quelle scritte da Cassin sull'Eiger o quelle dello spilungone Rebuffat, anche se spesso non erano gli scalatori a scrivere in diretta».
Chi conosce degli scrittori che raccontano il Nordest?
«Ho letto il romanzo "Nordest" di Massimo Carlotto e Marco Videtta e sono a metà strada de "Il maestro magro" di Gian Antonio Stella, perché vado lento. Ma devo dire che il quadro che emerge dai due testi, in maniera diversa, non mi sembra totalmente rispettoso del nostro popolo: c'è un fondo di cinismo del tutto estraneo alle nostre genti. Resta il fatto che trovo il giallo di Carlotto in fondo dissacratorio e "Il maestro magro" molto fine».
E Magris...
«E' mitteleuropeo e ne incarna magistralmente la letteratura. Lo considero uno dei più grandi. Poi conosce così bene il tedesco e l'italiano: strepitoso».
Massimo Cacciari dice che filosofia è uguale a filologia. Lei è sempre molto attento alla parola, a questo elemento strutturante della nostra società. Abbiamo capito che le parole siamo noi?
«Troppo poco. In questo senso mi stupisce però positivamente il fatto che, tutte le volte che parlo con i ragazzi e domando quali lingue amino, non pochi mi rispondono il greco. Bisogna recuperare il senso delle parole. Più passano gli anni, più avverto il bisogno di andare alla radice, all'etimologia. Non ho mai usato tanto il dizionario come ora».
Lei cita spesso Chesterton, Aristotele, filosofi e scrittori. Quali sono gli "indispensabili"?«Si può leggere, a qualsiasi età. "Le confessioni" di Sant'Agostino, autore di grande sensibilità umana sono un'opera attuale, indispensabile per poter capire l'Occidente e la storia dell'Occidente. Poi le "Lettere di Sant'Anselmo". Di San Tommaso m'impressiona sempre il "Trattato sulle passioni": è scritto secoli prima di Freud, ma non è meno profondo. Per esempio trovo insuperabile la discussione di San Tommaso sull'amore come passione, su come reagisce l'animo umano alla passione amorosa, sui cinque gradi della risposta».
Chi altri?«Certamente David Hume che pure ha messo sotto accusa la pretesa veritativa della fede. Un mese fa, discutendo con Paolo Flores d'Arcais alla Normale di Pisa, mi sono sentito obiettare, come cattolico, di aver dimenticato le grandi obiezioni che ci vengono dal tema della verità: "Non avete argomenti - diceva Flores - contro Hume e contro Kant"».
Lei cita spesso anche Heidegger, un bella provocazione, mi pare!
«Anche se considero che Husserl sia più grande di Heidegger. Husserl è uno come Tommaso, anche se in un'altra ottica. È uno dei più grandi tra i contemporanei».
Possiamo dire? Affrontatene uno senza timore.
«Ma certo! Io uso questo tecnica: affronto un testo, mi ci attacco, capisco quello che capisco. Come quando sento uno parlare. Ho ricevuto spesso l'accusa di essere difficile nei discorsi. Ma cos'è il facile e il difficile? Se ascolto una persona cercando solo conferma di quello che so già, allora è facile. Se uno, che ha approfondito con fatica certi temi, costringe anche me a fare a mia volta fatica, ma mi apre nuovi orizzonti sono ben contento che all'inizio mi risulti difficile. L'ascolto non è un passivo "star lì". Occorre avere il coraggio di leggere tutto, poi uno si sofferma su quel particolare che provoca in lui una certa risonanza».
E insistere...
«Certo non si deve avere la presunzione di dire subito: ho capito tutto. Poi uno ritornerà alle cose lette. Ma tutti gli autori, in ogni caso, sono leggibili perché il libro è uno strumento. Non c'è da averne timore reverenziale: la nostra cultura è nell'esperienza elementare di vita che portiamo avanti».
Ma questo messaggio si è perso, anche nella scuola.
«Infatti si annoiano...».
Sbaglio se dico che dopo Maritain, Bernanos e qualche altro, si ha l'impressione che gli scrittori "pilastri della contemporaneità cattolica" non ci siano più? Uno come Teilhard de Chardin si fa fatica a trovare in libreria.
«In proposito occorrerebbe fare un ampio discorso su quanto è successo: siamo in una fase nella quale la teologia ha fatto un grande sforzo nell'ambito delle scienze positive, dotandoci di un grande strumentario da utilizzare: commenti biblici, traduzioni accurate dei Padri della Chiesa e degli scrittori ecclesiastici, importanti dizionari teologici e filosofici, lessici rigorosi, manuali di comparazione con la Torah, il Corano e le altre grandi religioni. Ma dopo Rahner e Balthasar sono forse mancate le grandi sintesi Fra gli ultimi grandi pensatori "sintetici" va annoverato Ratzinger; che pure ha avuto il percorso che conosciamo. Ha dovuto fare il Vescovo, il Prefetto della fede ed ora il Papa».
Come ha scoperto Carlo Betocchi, che cita ogni tanto?
«Leggendo degli articoli su di lui di Pierpaolo Pasolini e di Mario Luzi. Mi aveva colpito già ai tempi del liceo, là dove per esempio Betocchi definisce la preghiera come sguardo».
Messaggio di una fisicità strepitosa.
«E' la parola giusta: pregare è proprio "stare davanti". Mi è sempre molto piaciuto questo poeta 'anomalo' per il suo realismo distaccato e le sue descrizioni del paesaggio. Ma qui torna ancora una volta la mia tendenza allo "zibaldone": non ho studiato a fondo i poeti, corro di qua e di là».
Non è il solo, penso.
«Molto ha contato per me anche l'amicizia e il rapporto intellettuale con Hans Urs Von Balthasar, che ha elaborato un'estetica teologica. Egli nella sua enorme trilogia, Gloria Teodrammatica e Teologica, si appoggia molto alla letteratura e al teatro. Un'idea piuttosto cara ad alcuni autori anglosassoni come Lewis, Tolkien, Chesterton e lo stesso Newman.
Qualcuno ha avuto un sussulto quando lei ha citato Michael Fitzpatrick. Ma dove viene questo? si sono detti.
«Ho avuto una vicenda particolare: nel 1963 sono stato molto malato, sono guarito dopo un anno e mezzo e, dieci anni dopo, ho avuto un'altra lunga malattia per cui ho rischiato di morire. Da allora sono stato spesso invitato a intervenire sul tema della salute e ho anche scritto un testo sulla malattia, la sofferenza e la morte. Per questo mio interesse, un primario svizzero, un giorno, mentre stavo preparando una conferenza sul tema 'Morte e libertà', mi ha regalato il libro di Fitzpatrick "La tirannia della salute"».
Allora?
«Quel volume è stata una lettura interessante. Mi ha colpito l'attacco che l'autore fa al "salutismo" dominante e alla "politica" che oggi si fa nella medicina. Fitzpatrick si domanda provocatoriamente se sia giusto costringere dei vecchietti a rinunciare ad una coppa di gelato, una sigaretta o una birra, per farli vivere dieci giorni di più tra - cito alla lettera! - continue flatulenze e astinenze totali. Fitzpatrick lancia un messaggio forte su quest'idea delirante che sempre più oggi ci facciamo della medicina come quasi capace di sconfiggere la morte».
E Rainer Maria Rilke?
«Ho letto da ragazzo l'introduzione che Turoldo ha fatto alla poesia di Rilke sulla vita della Madonna. Da lì sono passato alle "Elegie duinesi" ai "Requiem". Di tanto in tanto torno a questi grandi poeti».
La poesia aiuta. Ma c'è stato un momento nel quale della vita dell'autore non si conosceva quasi niente; Rilke compreso che potrebbe definirsi per certe cose un "ragazzaccio". Adesso si scarnifica tutto dell'esistenza, pettegolezzi e gossip...
«Abbiamo, secondo me, perso il pudore. La nostra vita è anche la capacità della nostra libertà di ritrovarsi dopo ogni sbandamento. La fede ci aiuta in questo. Non per nulla il vertice della moralità evangelica è il perdono che permette la "ripresa" del peccatore. Invece rovistiamo senza pudore nelle miserie umane, come se ognuno di noi non ne avesse....».
Altro settore: perché c'è così tanta difficoltà nel mondo della Chiesa a discutere di scienza? Eppure ci sono stati tantissimi sacerdoti scienziati.
«Siamo figli della falsa contrapposizione tra umanesimo e scienza. Così chi si colloca nel settore umanista pensa che la scienza sia per lui un monstrum inaccessibile. Mentre ogni cultura scientifica è umanistica. E persino il filosofo e il poeta oggi si nutrono di scienza e di tecnologia. C'è un fattore che unifica queste due realtà che è l'umana avventura, cioè "ad ventura", il nostro indomabile andare verso il futuro».
Che potrà essere...
«Nel lavoro di ripensamento della configurazione della scuola e dell'università: bisogna superare questo dualismo della cultura umanistica e scientifica creando un interculturalismo nei programmi in modo da poter comunicare, mediante uno "strumentario" di base congruo, un linguaggio nuovo. In questo senso mi ha impressionato l'anno scorso il Papa a Colonia. Al milione di giovani che lo ascoltavano ha spiegato il delicato mistero della transustanziazione parlando della fissione nucleare».
Perché si legge così poco la Bibbia, anche nel mondo cattolico. O è prassi che chi ha fede non conosca a fondo i testi dove è depositata la propria fede?
«Dopo il Concilio Vaticano qualcosa è cambiato. Per esempio i Gruppi di ascolto della diocesi di Venezia sono una realtà tra le più belle in questo senso: seimila persone che leggono la Bibbia con serietà! La Bibbia è uno "strumento" che, almeno all'inizio, esige accompagnamento».
Cosa ha notato di interessante in questo atteggiamento di lettura?
«Ho visto, per esempio, che molti sacerdoti, anche provocati dal "caso Codice Da Vinci", hanno ripreso a leggere il Vangelo assieme ai ragazzi. Ma, ripeto, in ogni caso non bisogna temere alcun tipo di paragone e confronto con altri libri: bisogna conoscere e far conoscere».
Altri due o tre libri che si porterà in vacanza?
«Mi concentrerò, per ragioni di lavoro, sul tema del peso della religione sulla società civile in Europa e in America all'interno del processo di meticciato di culture in atto nel pianeta. Vorrei leggere il volume di Jacques Audinet "Le temps du métissage" e quello che mi dicono essere attuale anche se datato di Magnus Mörner, "Race mixture in the history of Latin America". Se avrò tempo leggerò "La conquista dell'America" di Todorov. Se riesco vorrei anche rileggere qualche pagina di Omero e "La religione nei limiti della sola ragione" di Kant».
Io le consiglio anche Cervantes, il più tradotto e stampato dopo la Bibbia.
«Sarebbe bello ritornarci, stavolta vorrei leggerlo in spagnolo».
Italian Scuola e Stato, la proposta del cardinale Scola
Jul 24, 2006
"Lo Stato smetta di gestire la scuola e si limiti a governarla". E' la proposta avanzata dal patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, in un'intervista al Corriere della Sera

(korazym.org, 17/07/2006) "Lo Stato smetta di gestire la scuola e si limiti a governarla". E' la proposta avanzata dal patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, secondo il quale "in un contesto di meticciato di civiltà come è il nostro non soltanto il modello di scuola unica limita il tasso di libertà del Pese, ma riduce scuola e università a cenerentole". In una intervista al Corriere della Sera il cardinale afferma quindi di ritenere che sia "tempo che la gestione passi alla società civile, superando la connessione tra laicità, neutralità e unicità della scuola di Stato".

"Il nostro Paese - afferma - ha bisogno di innovazione coraggiosa in questo ambito. Su questo diritto fondamentale occorre aprire un dialogo a tutto campo. La mia non è una perorazione per la scuola cattolica, che pure per me riveste un'importanza considerevole; nè il solito lamento sulla crisi della scuola e dell'università". È invece, prosegue, un "tentativo di dare qualche suggerimento, a partire dalla preoccupazione pedagogica essenziale per la Chiesa. Di avanzare una proposta che possa entrare nel dibattito culturale. Nell'ottica di una nuova laicità, che esca da un puro schema dialettico del rapporto Stato-Chiesa, e raccolga le istanze profonde di una democrazia fatta di 'libertà realizzatè, credo - rileva - che il Paese dovrebbe avere il coraggio di una scelta radicale per la libertà di educazione".

Una idea che non cerca di accreditare un maggiore spazio per la scuola cattolica: "Questa - precisa Scola - sarebbe una lettura miope". Il patriarca di Venezia apre poi anche alle altre religioni affermando che "il meticciato di civiltà non è una scelta, è un processo. Non è una opzione, è un fenomeno. Se rispetta tutti i criteri di accreditamento che lo Stato dovrà garantire, non vedo perchè un gruppo di islamici non possa aprire una scuola. Cos' penso che in una scuola gestita dai cattolici si possa insegnare la cultura islamica o ebraica". Un no fermo arriva, però, davanti all'ipotesi di scuole senza l'ora di religione: "Una scuola libera che in Italia rinunciasse all'ora di religione secondo me sbaglierebbe - dice - per avere cura dell'educazione non si possono non considerare le 'traditiones' e, in Italia, il peso del cattolicesimo".

Le reazioni. Un tema, quello lanciato dal cardinale, che ''merita riflessione e approfondimento'' commenta il ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, aggiungendo che intende fare questa riflessione nell'interesse della scuola italiana, che e' - tiene a precisare - ''la scuola di tutti e per tutti''. E se i giovani di Forza Italia vedono nelle parole del Patriarca la possibilita' di avviare un dibattito ''serio e pacato'' sullo stato dell'educazione nel nostro Paese, un dibattito ''che non puo' essere rimandato, proprio alla luce della direzione intrapresa dal ministro Fioroni, che oltre ad aver inserito la dizione 'pubblica istruzione', ha mortificato l'autonomia scolastica'', il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, non condivide affatto quanto affermato da Scola. ''Penso - spiega - che la scuola in una societa' che diventa sempre piu' meticcia debba essere unitaria e cioe' pubblica per comprendere tutte le etnie, le religioni e i punti di vista in una costruzione unitaria che e' quella della convivenza in cui ognuno rispetti l'altro ma si confronti con lui quotidianamente''. Danno invece manforte al Patriarca di Venezia sia Luca Volonte' (Udc) sia Riccardo Pedrizzi (An). Per il primo la liberta' di educazione, contrariamente a quanto avviene in altri Paesi come, ad esempio, la Francia, ''e' assolutamente carente in Italia''; per il secondo e' giusto passare dalla scuola dello Stato alla scuola della societa' civile: ''E' tempo - dice - che la famiglia recuperi la propria sovranita' e liberta' di scelta assieme al senso di responsabilita' sull'avvenire dei propri figli''.
Italian Il patriarca di Venezia: "La scuola di Stato è superata".
Jul 24, 2006
E scatta la reazione nel mondo laico. Bertinotti: "Deve essere pubblica per comprendere tutti"

(La Repubblica, 16 luglio 2006) ROMA - La scuola italiana "è di tutti e per tutti". Lo ha ribadito il ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, commentando le dichiarazioni del Cardinale Angelo Scola secondo il quale "la scuola di Stato è superata" e la scuola stessa va affidata alla società civile. "Il Patriarca di Venezia tocca temi che meritano riflessione e approfondimento. Come ministro della Pubblica Istruzione - ha aggiunto - farò questa riflessione nell'interesse della scuola italiana, che è la scuola di tutti e per tutti".

La reazione del ministro della Pubblica Istruzione arriva a mettere il sugello al malumore provocato dalle parole del Patriarca di Venezia sul sistema scolastico italiano. Una provocazione intellettuale, come lo stesso cardinale sottolinea, anticipata sulle pagine del Corriere della Sera che Scola ha messo al centro dell'omelia nella messa per la festa del Redentore a Venezia.
"Lo Stato deve passare dalla gestione al puro governo del sistema scolastico-universitario"; "Lo Stato deve rinunciare in linea di massima a farsi attore propositivo diretto di progetti scolastici e univesitari per lasciare questo compito alla società civile". Questi i passi principali della proposta del porporato, che chiede dunque di superare "quello che costituisce il fattore di blocco del nostro sistema scolastico e universitario: il mito della scuola unica".
Su questo il Patriarca chiede di "aprire un dialogo a tutto campo" sottolineando - quasi ad anticipare le critiche - che "non è una perorazione per la scuola cattolica, che pure per me riveste un'importanza considerevole; nè il solito lamento sulla crisi della scuola e dell'università".
Decise le reazioni: grande rispetto per il ruolo del cardinale, ma deciso deissenso sulle sue parole. E' il tono del presidente della Camera, Fausto Bertinotti: "Si tratta di una intervista impegnativa di un'ecclesiasta così autorevole come l'arcivescovo di Venezia. Io la penso, però, molto diversamente, penso che la scuola in una società che diventa sempre più meticcia debba essere unitaria e cioè pubblica per comprendere tutte le etnie, le religioni e i punti di vista in una costruzione unitaria che è quella della convivenza in cui ognuno rispetti l'altro ma si confronti con lui quotidianamente".
E così l'espoonente della Margherita Franco Monaco: "Rispettosamente dissento dalle conclusioni del card. Scola, che pure muove da presupposti condivisibili: l'esigenza di una scuola espressione della società , meno centralistica e burocratica, e un'idea positiva della laicità intesa non come agnosticismo ma come attitudine al confronto". Durissimo Aurelio mancuso, segretario dell'ArciGay: "Il Patriarca ripropone l'equazione meno Stato più Chiesa cattolica, anche nel sistema formativo italiano. Per fortuna che c'è la Costituzione e, che questa minoranza aggressiva contraria al pluralismo e alle libertà individuali, non potrà agevolmente portare avanti i suoi propositi di annettersi la formazione delle nuove generazioni".
Di altro tono e grande disponibilità la reazione dei giovani di Forza Italia: "Le parole del cardinale sono l'occasione per un dibattito serio e pacato sullo stato dell'educazione nel nostro Paese"
Italian «La scuola di Stato è superata. Affidiamola alla società civile»
Jul 24, 2006
In un contesto di meticciato, com’è il nostro, il sistema unico limita il tasso di libertà e riduce l’istruzione a cenerentola

(Corriere della Sera, 17 luglio 2006) VENEZIA—Il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, uno degli uomini più vicini a Wojtyla e a Ratzinger, è alla vigilia della sua uscita pubblica più importante, per la festa del Redentore. L’anno scorso avanzò la proposta, anticipata in un’intervista al Corriere, di una «nuova laicità», cui in autunno dedicherà un saggio per Marsilio. Quest’anno, spiega, affronterà «un contenuto primario della nuova laicità».

Quale, patriarca?

«La libertà d’educazione. Il tema è assolutamente decisivo. Il nostro Paese ha bisogno di innovazione coraggiosa in questo ambito. Su questo diritto fondamentale occorre aprire un dialogo a tutto campo. La mia non è una perorazione per la scuola cattolica, che pure per me riveste un’importanza considerevole; né il solito lamento sulla crisi della scuola e dell’università».
Che cos’è allora?
«È un tentativo di dare qualche suggerimento, a partire dalla preoccupazione pedagogica essenziale per la Chiesa. Di avanzare una proposta che possa entrare nel dibattito culturale. Nell’ottica di una nuova laicità, che esca da un puro schema dialettico del rapporto Stato-Chiesa, e raccolga le istanze profonde di una democrazia fatta di "libertà realizzate", credo che il Paese dovrebbe avere il coraggio di una scelta radicale per la libertà di educazione. Occorre intraprendere una nuova strada, che superi quello che costituisce il fattore di blocco del nostro sistema scolastico e universitario: il mito della scuola unica. L’espressione non è mia ma dell’americano Glenn, che l’ha studiata in vari Paesi, compreso il nostro. Per giunta, in Italia la scuola unica è scuola unica di Stato».
In Italia esistono e sono in crescita le scuole private.
«Ma il mito non è intaccato nemmeno dalla scuola paritaria. Lo stesso concetto di parità indica che il modello resta quello della scuola unica, di cui la paritaria può essere solo una bella o una brutta copia. Interessanti sono invece le scelte dell’autonomia e del decentramento: se la scuola è autonoma e decentrata, allora non è più importante chi la gestisce, se lo Stato o dei soggetti sociali, ma diventa finalmente decisiva la proposta che la scuola avanza. Solo che in Italia autonomia e decentramento scolastici sono per ora timidi vagiti».
Il referendum ha appena bocciato la devoluzione: segno che la scuola è ancora considerata un elemento di unità del Paese.
«Il mito della scuola unica è nato con l’unità d’Italia e con un’istanza giusta — in un Paese in cui solo il 20% parlava la lingua nazionale—di trovare un patrimonio comune che configurasse il cittadino. Sia la destra sia la sinistra storiche hanno perseguito questo intento, cui però si sono mescolate posizioni ideologiche spesso anticattoliche. La riforma Gentile ha fondamentalmente codificato questo stato di cose, e i suoi principi sono stati poi recepiti nella Costituzione. Si è detto che la scuola per essere laica deve essere neutra, indifferente a qualsiasi Weltanschauung; e si è pensato di garantirne la neutralità attraverso l’unicità. Ma lasciamo stare il passato. Ora, a me pare che in un contesto di meticciato di civiltà, com’è il nostro, non soltanto il modello di scuola unica limiti il tasso di libertà del Paese, ma riduca scuola e università a cenerentole: l’ingessatura centralistica non consente di assumere le novità e le contraddizioni che si vanno manifestando nelle nostre scuole ed università. La proposta è: lo Stato smetta di "gestire la scuola" e si limiti "a governarla"».
Non teme il caos che si creerebbe se ognuno si facesse la propria scuola?
«No. Attraverso la moderna figura di un rigoroso accreditamento, già in atto in molti Paesi, lo Stato mantiene il compito di garantire le condizioni oggettive di rispetto della Costituzione, soprattutto che la scuola sia aperta a tutti, gratuita e di qualità. Ogni scuola libera, indipendentemente dalla opzione pedagogica, deve essere di tutti e per tutti. La Costituzione dice all’articolo 33 che la Repubblica, quindi lo Stato più gli enti locali, deve istituire scuole; non dice che le deve gestire. È tempo che la gestione passi alla società civile, superando la connessione tra laicità, neutralità e unicità della scuola di Stato: un equivoco che tra l’altro ha trasformato la scuola e l’università in terreno di lotta per l’egemonia. Assistiamo a questo paradosso: s’invoca la scuola unica di Stato come la scuola veramente pubblica; ma lo è de iure; de facto diventa privata, perché finisce sempre in mano a gruppi egemonici».
Di chi è l’egemonia in questa fase?
«Preferisco rifarmi alla storia. In Lombardia, al sabato, quand’ero bambino, finite le lezioni il maestro ci metteva in fila per due e ci portava a confessarci. Era chiaro chi aveva l’egemonia. Poi è passata a una certa ala liberale e alla sinistra, che hanno letto strumenti come ad esempio le associazioni d’istituto e i decreti delegati in chiave egemonica; per non parlare delle forme deleterie di accesso all’insegnamento. Non voglio entrare nel discorso delle baronie universitarie. Credo piuttosto di non mancare di rispetto a nessuno se dico che la via "gramsciana" alla rivoluzione è passata attraverso la conquista dell’egemonia nella scuola e nell’università da parte del Pci. Oggi non si tratta di riconquistare l’egemonia ma, in una società veramente plurale e laica, di superare una visione sterilmente dialettica del processo di "riconoscimento sociale" cui si rifà la logica dell’egemonia. Tutti i soggetti e le realtà associate, qualunque sia la loro visione dell’educazione, se soddisfano certe condizioni di accreditamento, devono avere diritto e risorse—effettive, non sulla carta! —per aprire scuole ed università».
Nonostante la premessa, patriarca, molti leggeranno le sue parole come una richiesta di maggiore spazio per la scuola cattolica.
«Sarebbe una lettura miope. Superando la scuola unica e adeguando la scuola ai bisogni della società di oggi si avrebbero vantaggi molteplici: maggiore creatività pedagogica; maggiore libertà quanto ai programmi, ai contenuti, ai metodi di insegnamento; una sana e controllata emulazione; capacità di non escludere l’elemento del rigore nel perseguire l’eccellenza; maggior duttilità nell’assorbire i fenomeni di meticciato, miglior nesso col mondo del lavoro. E ci sarà libertà per tutti, poiché nessuna famiglia e scuola sarebbe costretta a pagare il diritto all’istruzione due volte, con le tasse e poi con le rette scolastiche, e a mendicare attraverso la categoria del diritto allo studio un parziale e inadeguato contributo».
Ci sarà libertà anche per gli islamici?
«Il meticciato di civiltà non è una scelta, è un processo. Non è un’opzione, è un fenomeno. Questo processo ha in sé elementi di ombra, oscuri, di dolore fortissimi, a partire da quello che il "meticcio" sperimenta sulla propria pelle. Però accompagnando criticamente il processo possiamo lavorare perché l’elemento umbratile e doloroso lasci il posto al "nuovo essere", al "nuovo popolo". Per questo la grande risorsa di cui disponiamo è la società civile, e nella società civile la scuola è decisiva. Se rispetta tutti i criteri di accreditamento, che lo Stato dovrà garantire, non vedo perché un gruppo di islamici non possa aprire una scuola. Così penso che in una scuola gestita da cattolici si possa insegnare la cultura islamica o ebraica. Cosa che del resto da qualche parte già avviene».
Si può pensare anche a scuole senza l’ora di religione?
«Una scuola libera che in Italia rinunciasse all’ora di religione secondo me sbaglierebbe. L’educazione è "traditio" aperta all’ad-ventura, al futuro. Per aver cura dell’educazione, che poggia sulla traditio, non posso non considerare le traditiones. Ed in Italia il peso del cattolicesimo».
Quindi non condivide la legge francese che vieta il velo in classe.
«Non mi piace quel modello di neutralità radicale, perché ricorda la notte in cui tutte le vacche sono nere, e non si distingue più nulla. Lo Stato non può pretendere di sostituirsi al dinamismo della società civile. Il meticciato impone un lavoro sofferto di chi con cuore largo si lascia ferire dalla ferita del meticcio e la trasforma, con un appassionato confronto amico, in un positivo personale e sociale. Il vangelo della festa di oggi, quella del Redentore, è il vangelo del buon pastore. Il buon pastore si prende cura di tutti e ciascuno contemporaneamente. Questo è educare. Genialmente don Milani, in Lettera ad una professoressa, diceva: I care. Non è senza significato che un grande studioso come Foucault abbia notato come il modello di governo dello Stato moderno si sia andato configurando sulla dottrina pedagogica della pastorizia: l’idea del pastore nasce in Mesopotamia, è presente nell’Antico Testamento, maè soprattutto nell’Occidente cristiano che viene sviluppata».
Patriarca, mi scusi il passaggio da Foucault a Fioroni, ma il nuovo ministro ha già detto che non ci sono soldi, neppure per il bonus scuola.
«Non entro negli aspetti tecnici. Ma se una Repubblica non fa tutto per la scuola e per l’università, è persa. Quand’io ero ragazzo mi colpì un’affermazione di don Giussani: "Mandateci in giro con le pezze nei pantaloni, ma dateci la libertà di ricercare, insegnare e studiare". Ne ha bisogno il Paese, non i cattolici. Bisogna evitare che le esigenze della giusta crescita e del giusto risanamento economico sacrifichino da una parte la libertà e l’iniziativa, imprescindibili in una democrazia sostanziale, e dall’altra la sussidiarietà e la solidarietà. Per questo mi auguro che, sulla scia delle iniziative degli ultimi governi, ci sia il coraggio di pensare a una riforma sostanziale del sistema scolastico e universitario».
Che impressione le ha fatto invece Zapatero?
«Un primo ministro che snobba la presenza di un milione di suoi cittadini con il Papa e dimentica le radici del suo Paese a mio avviso commette un errore. Poi in futuro si potranno anche rivedere i cerimoniali. Non credo che il Papa abbia levato lamenti nel vedere al posto di Zapatero un suo ministro. È anzi possibile che se ne sia fatto rapidamente una ragione».
Esiste uno zapaterismo anche in Italia?
«Alla politica chiedo meno partigianeria e più passione. Visitando capillarmente le parrocchie e le comunità, vedo che nel Paese sono all’opera molti soggetti popolari e creativi: la politica dovrebbe sostenerli nel loro impeto generativo di nuova società. Inoltre, la politica dev’essere sagace nel compromesso nobile: cum-promitto. A chi promettono le parti? Al popolo, che è l’arbitro. Lo Stato deve gestire di meno e governare di più. E tutti dobbiamo avere stima della verità, della bontà, della bellezza, da qualunque parte provengano, e, aggiungerei, del pudore; altrimenti non si riesce a essere giusti, e si oscilla tra il giustizialismo giacobino e il permissivismo immorale».
Italian "Pellegrinaggi e Visita: c'è un nesso"
Jul 03, 2006
Da poco tornato dal pellegrinaggio vissuto assieme ad un gruppo di sacerdoti e laici del Patriarcato in Grecia, sulle orme di San Paolo, il Patriarca Angelo riflette sul significato del pellegrinaggio nella vita cristiana.

(gvonline.it, 23 Giugno 2006) Patriarca, il pellegrinaggio è una delle esperienze più antiche per la Chiesa: è un rito, un gesto penitenziale, un simbolo del cammino della vita...?

E' un po' tutte e tre queste cose, perché l'uomo si esprime sempre unitariamente. Essendo profondamente uno di anima e di corpo, è legato allo spazio e al tempo: perciò il pellegrinaggio è una modalità che traduce tutto il significato della sua vita. Fa approfondire l'origine e fa guardare alla meta, mentre assicura la scoperta che, pellegrinando, il cammino consente. Nella storia della Chiesa il pellegrinaggio è stato un elemento fondamentale per ritrovare la dimensione di libertà dell'uomo e la sua apertura alla prospettiva di infinito.

Venezia è stata da sempre meta di pellegrini per le sue molte chiese che custodiscono reliquie di santi insigni, ed in particolare per la Basilica che custodisce il corpo dell'evangelista Marco; ma è anche stata, nei secoli, punto di partenza per i pellegrini che si recavano in Terrasanta. Oggi il Patriarcato è in "stato" di Visita pastorale. C'è un nesso tra Venezia, la Visita e il pellegrinaggio: vuole esplicitarlo?

Il nesso è stato chiaro durante il nostro pellegrinaggio sulle orme di Paolo: anzi, è proprio dalla Visita pastorale che noi abbiamo preso lo spunto per il pellegrinaggio in Grecia. La Visita ha per obiettivo la rigenerazione del popolo di Dio. Nel contesto di secolarizzazione in cui versa la nostra Chiesa dentro le Chiese europee, la parola evangelizzazione si coniuga più propriamente con la parola rigenerazione, perché noi abbiamo un'amplissima schiera di battezzati che si è come dimenticata dell'appartenenza cristiana: dobbiamo rigenerare questi battezzati alla fede. Col pellegrinaggio sulle orme di Paolo abbiamo voluto sperimentare come Paolo e i suoi amici - Timoteo, Sila, Barnaba, Marco... - hanno fatto nascere e hanno accompagnato i primi passi della comunità, perché ci sembra che questo possa aiutare la Chiesa di Venezia nel compito di rigenerare le nostre comunità cristiane.

Lei, Patriarca, ha voluto intitolare "Vagabondi o Pellegrini?" un libro che raccoglie alcune sue omelie ai giovani. L'uomo moderno spesso è vagabondo, non ha meta. Forse però - i risultati della seconda indagine sulla religiosità in diocesi lo pongono bene in evidenza - anche il cristiano oggi a volte è un po' vagabondo... Possiamo, col pellegrinaggio, recuperare il senso di una meta?

Certamente! L'uomo di oggi - il cristiano è uomo di oggi fino in fondo - e l'occidentale in particolare ha il lusso e il fascino del viaggio. Soltanto che spesso cammina così, per camminare. Il camminare sembra diventare fine a se stesso: uno si guarda in giro di qua e di là, ma non si lascia guidare da qualcuno o da qualcosa: non ha una meta. Uno che non ha una meta è come se non avesse una ragione per fare le cose: perciò non le scopre mai veramente. Anche noi cristiani siamo un poco tentati da questo. Il calcare invece i siti che Gesù ha calcato in Terrasanta, o che i primi apostoli hanno calcato in Grecia, diventa un modo per mettere subito in evidenza una meta che dà al gusto e alla passione del conoscere e alla curiosità dell'incontrare una pienezza liberante che altrimenti non avrebbero.

Un tempo il pellegrinaggio era sinonimo di fatica e di rischio. Oggi ci sono gli aerei, le navi, i pullman di lusso, gli alberghi. Ha senso parlare ancora di fatica - di dimensione penitenziale - nel pellegrinaggio?

Soprattutto, io direi, il senso di una fatica ritmata che aveva il pellegrinaggio antico, che implicava molte soste, tempo di preghiera, tempo di digiuno... Il nostro pellegrinare - penso a quello fatto in Grecia - è fisicamente faticoso perché implica molte ore di pullman, spostamenti veloci, perché noi dobbiamo giustamente concentrare tutto in poco tempo. Ma ha bisogno di uno spazio interiore che chi affronta il pellegrinaggio deve prendersi prima e dopo. Uno spazio per assimilare. Ad esempio: sulle orme di Paolo abbiamo scoperto la grande questione che egli ebbe della inculturazione della fede. Noi oggi ci troviamo di fronte ad una grande mescolanza di popoli e di fedi.

Facendo le debite differenze, non è che Paolo all'Areopago si fosse trovato in una situazione tanto più facile. Quindi gli elementi che abbiamo tratto dalla scoperta della clamorosa civiltà greca, che abbiamo potuto incontrare qua e là, soprattutto a Delfi, a Mileto e altrove, sono risultati intrinseci al pellegrinaggio perché hanno mostrato come la fede cristiana è capace di assumere tutto l'umano e portarlo a verità, cioè è capace di inculturarsi. Questo per noi veneziani, per la particolare vocazione di Venezia, è estremamente importante. Io spero che nella Visita pastorale questo elemento possa emergere.
Italian Sulle orme di san Paolo
Jul 03, 2006
Da domenica 4 a sabato 10 giugno si è sviluppato il pellegrinaggio diocesano in Grecia "sulle orme di San Paolo", guidato dal Patriarca e dai vicari episcopali e partecipato, in tutto, da 48 persone che hanno così approfondito sul campo una delle precise finalità della Visita pastorale in corso: «aprirsi alle dimensioni del mondo fino a farsi carico dell'annuncio di Cristo a tutti i popoli».

(gvonline.it, 23 Giugno 2006) Il pellegrinaggio ha fornito anche l'opportunità per alcuni importanti incontri (con il metropolita ortodosso Christodoulos, l'arcivescovo di Atene mons. Foscolos, l'ambasciatore italiano in Grecia Gian Paolo Cavarai), che hanno permesso di conoscere meglio, e più direttamente, la realtà ecclesiale e civile della Grecia di oggi. Su tali aspetti del pellegrinaggio abbiamo già riferito nel precedente numero di GV.

I viaggi missionari e le mille peripezie dell'apostolo Paolo accompagnano e scandiscono davvero le giornate dei pellegrini della diocesi di Venezia che attraversano, in pullman, da nord a sud gran parte della Grecia. Riemergono di continuo e, talora, prendono luce nuova i suoi incontri e i suoi percorsi narrati dal libro degli Atti o emergenti dalle lettere apostoliche, le conversioni scaturite dall'annuncio del Vangelo, le non poche difficoltà e le persecuzioni subite, i primi passi delle comunità da lui fondate, le sue infinite e premurose preoccupazioni pastorali, il costante (e delicatissimo) confronto con le filosofie e i grandi miti, le magie e le scaramanzie, le abitudini e i costumi del mondo di allora forse non meno complicato di quello di oggi.

Nella casa di Lidia. A Filippi si impone immediatamente il ricordo di una figura di donna che, in qualche modo, è entrata nella storia (non solo cristiana): è Lidia, la commerciante di porpora, che Paolo avvicina lungo le rive di un torrente e che poi battezza, insieme a tutta la sua famiglia, facendola diventare ufficialmente la prima cristiana in terra d'Europa. Ed è nei pressi di quelle acque che il Patriarca presiede la prima messa del pellegrinaggio in Grecia.

La stessa Lidia, raccontano inoltre gli Atti, inviterà Paolo ad andare ad abitare nella sua casa: è un episodio che si ripete con frequenza nei suoi viaggi apostolici. «Le comunità nascono sempre dove si apre una casa», spiegherà mons. Lucio Cilia, guida biblica per l'intero percorso. Succederà la stessa cosa anche a Corinto dove Paolo troverà vari appoggi, ad iniziare da quello di una famiglia (Aquila e Priscilla) che gli fornirà una collaborazione preziosa e da lui pubblicamente elogiata.

Le testimonianze più antiche. La tappa di Salonicco aiuta poi a ripercorrere il testo paolino della prima lettera ai Tessalonicesi: è lo scritto più antico del Nuovo Testamento (risale all'anno 50-51 ed è scritta da Corinto). L'elogio dell'apostolo all'amata comunità è convinto e denota, in filigrana, il contesto e la progressione dell'annuncio cristiano: «Vi siete convertiti a Dio, allontanandovi dagli idoli, per servire al Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, che ci libera dall'ira ventura».

Ma le persecuzioni non si fanno attendere e Paolo deve ridiscendere (e i pellegrini veneziani con lui...) lungo le terre dell'Ellade. Si fa tappa a Berea e si ricorda il passo degli Atti in cui si testimonia, con un'annotazione singolare, che gli abitanti di quel luogo «accolsero la parola con grande entusiasmo, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se le cose stavano davvero così».

Turisti a messa con noi. A Delfi si visita rapidamente l'importante museo e qualche tratto del grande sito archeologico. A fine mattinata si celebra la messa all'aperto, non lontani da una serie di ristoranti: più di qualche turista, di varia nazionalità, si avvicina incuriosito e qualcuno anche si ferma per seguire con attenzione il rito celebrato e ricevere poi la comunione.

La stessa cosa capiterà qualche giorno dopo anche a Corinto. E a noi, uomini di poca fede, certi piccoli episodi lasceranno un senso di ammirazione e qualche motivo di riflessione: quell'Eucaristia, semplice ma pubblicamente celebrata, non ha lasciato indifferenti ed anzi ha attratto e coinvolto, con forza possente...

Dal beato Luca. Diretti ormai decisamente verso Atene, non può mancare una tappa allo splendido monastero ortodosso di Ossios Lukas. Qui ci riceve, con grandissima cordialità, l'abate Georgios e si rinnova così il legame di amicizia tra questa comunità e il nostro Patriarcato che, all'incirca una ventina d'anni fa, donò al monastero le reliquie del suo fondatore (il beato Luca, appunto) che erano custodite da lungo tempo a Venezia.

Da Atene a Corinto. Si arriva dunque ad Atene e si ripercorre, in loco, il discorso di Paolo all'Areopago. «La sua opera di inculturazione - ricorderà poi il Patriarca - non è stata certo inferiore, come potenza di sfida, a ciò che il mondo postmoderno offre oggi a noi».

La visita al sito di Corinto offre quindi l'opportunità di riflettere sul rapporto strettissimo tra Paolo e quella comunità (con un'attenzione puntuale e rivolta anche ai suoi più concreti problemi), sui doni e sui carismi dello Spirito «sempre tesi - preciserà don Lucio - all'edificazione della comunità e mai scollegati con l'opera di apostolato». La missione di Paolo - annota il biblista - «ha carattere carismatico nel senso che non dipende da uomini ma deriva dal Signore e dall'aver visto il Risorto, con la convinzione di un dono che è gli stato fatto. E il suo messaggio è connesso strettamente alla sua persona, tutta coinvolta nella testimonianza. C'è, insomma, una grazia che viene da Dio e c'è poi l'accoglienza e la necessaria conferma della comunità cristiana».

La missione: unica ragione di vita. Il pellegrinaggio volge al termine ed è, in particolare, nella messa finale (celebrata nella cattedrale di Atene dedicata a Dionigi l'Aeropagita) che il Patriarca Scola traccia un bilancio di una settimana condotta tutta sulle orme e davanti al volto dell'apostolo Paolo, «sintesi compiuta di vocazione e missione che trabocca inesorabilmente nella comunicazione e diventa unica ragione di vita».

Fedeltà alla tradizione, attaccamento alla Chiesa e costante immersione nelle sfide del presente e del futuro sono i temi che ritornano spesso, ma il card. Scola invita soprattutto a non staccare vocazione e missione («l'erompere della vocazione nell'esistenza quotidiana, che mi afferra e porta davanti a me la bellezza di Cristo») e a non separare mai il "per sé" e il "per gli altri". Sollecita a comprendere che «nulla capita a noi per caso, nessuna circostanza ci è indifferente, tutto ci chiama a coinvolgerci con Lui, nessun rapporto ci è neutrale, ogni stato di vita trova luce solo nella prospettiva e nel volto pieno della persona che la vocazione e la missione costruiscono».

Testimonianza e unità. Ricorda che il testimone è «il terzo tra Gesù Cristo e il fratello uomo di oggi, chi si autoespone, sta dentro la realtà e la cui vita è fondata sull'avvenimento di Cristo»; e che la testimonianza «scaturisce da un cuore grato e contagia gli uomini in tutti gli ambienti dell'esistenza a cominciare dagli aspetti elementari come gli affetti, il lavoro e il riposo, comprese anche le fragilità e... nonostante noi. Non è perciò un'obiezione la nostra fragilità, non è questione di competenze. Questi giorni ci accendono ora di grandi responsabilità».

L'ultimo appello, a pochi chilometri dall'aeroporto e pronti ormai a riprendere la strada dei cieli per Venezia, è un richiamo all'unità e a considerare sempre «il tutto prima della parte». E' infatti - rileva ancora - l'appartenenza al Patriarcato e, tramite esso, alla Chiesa universale che illumina tutto e riempie di senso le specifiche appartenenze (parrocchiali, associative ecc.) di ogni persona.
Italian "Grazie a voi c'è un futuro per i giovani"
Jul 03, 2006
Un gran numero di insegnanti per parlare insieme al Patriarca di rischio educativo. E' capitato nel pomeriggio di mercoledì 14 giugno, presso la Scuola Grande S. Teodoro a Venezia: quest'anno l'incontro ormai tradizionale aveva una valenza maggiore poiché avveniva dopo cinque incontri, tenuti durante l'anno scolastico, sul tema appunto del "rischio educativo", nei quali i docenti avevano lavorato sul libro di don Luigi Giussani e attraverso i quali era emersa la presa di coscienza del compito educativo e il desiderio di un maggiore coinvolgimento personale in questa ricerca educativa.

(gvonline.it, 23 Giugno 2006) Nella prima parte dell'incontro sono state presentate quattro testimonianze del percorso fatto; poi c'è stato lo spazio per le domande ed il dibattito con il vescovo.

Educare e testimoniare. «Testimonianza chiama testimonianza», ha detto il Patriarca. «Testimonianza è autoesposizione». E' importante raccontarci ciò che viviamo per riconoscerci in Dio, come in una famiglia. Ci si racconta ciò che fa crescere. «C'è un aspetto - ha fatto notare il card. Scola - che ha attraversato tutte le testimonianze proposte: cosa mi sta a cuore di me stesso e degli altri? Qual è la ragione immediata per cui vivo? Mi sta a cuore il bene-essere della persona». Il bene-essere dell'io e dell'altro è legato alla domanda di felicità e libertà che ogni uomo (e ragazzo) si porta dentro. La proposta educativa allora non può non avere a che fare con il bene-essere del ragazzo. L'educazione deve essere vista come scambio di significato a partire dall'esistenza. E se sono cristiano non posso togliermi questo carattere di dosso, fa parte di me, e quindi metto in campo la mia esperienza di uomo che batte con libertà la strada della felicità.

Storie di docenti. Allora il racconto di vita di Laura, docente di religione che «insegna con passione senza guardare l'orologio»; il fatto di «vedere gli altri in modo diverso proprio perché si è incontrato Cristo», come testimonia Giuliana, maestra di discipline scientifiche e musica; «avere una compagnia di amici (alunni e docenti) che discute e prega assieme», come avviene per Stefano, docente di matematica e fisica; oppure aver iniziato con gli alunni «un dialogo sul senso di felicità», come racconta Manuela, docente di tedesco, mostrano che c'è un prima (non cronologico, ma ontologico): il soggetto che entra in campo nel rapporto educativo. C'è il soggetto e il compito che uno svolge.

Educarsi nella Chiesa. «Un buon educatore deve essere capace di coniugare l'esperienza soggettiva di umanità con il compito affidato, ribadisce il Patriarca. «Ma dove e come io posso continuamente lasciarmi educare a questo livello di soggettività, per poterne dare il gusto nel lavoro che io faccio?». Nella comunità della Chiesa, vivendo consapevolmente il proprio inserimento nella comunità ecclesiale, come esperienza di maturazione del proprio io. «Vivo io un'esperienza di comunione che mi permette di entrare a scuola sereno e sciolto come uno che sa chi è? E che sapendo chi è può agevolmente insegnare la disciplina senza divisioni?», ha invitato a chiedersi il card. Scola a ciascuno dei 160 convenuti.

«Una grande risorsa è quella di essere qui», ha detto il Patriarca. «Per la nostra gioventù di Venezia c'è futuro perché ci siete voi che avete sentito il bisogno di incontrarvi per andare a fondo insieme su una questione decisiva della nostra società: l'educazione». Certo, se uno mette davanti difficoltà e problemi resta bloccato. «L'alternativa - ha ribadito il Patriarca - è la fedeltà al lavoro comune, alla compagnia ecclesiale».

La compagnia della Pastorale scolastica. Questo è il senso della pastorale scolastica: vuol essere un livello di compagnia nel compito. Importante è la continuità e responsabilità di un lavoro comune organico, perché esista un "noi" ecclesiale. Quindi bisogna guardare alle realtà che cercano di dare un volto a questo "noi", valorizzare tutte le micro esperienze comunitarie già in atto. Bisogna inoltre riconoscersi, superando schemi e pregiudizi. Ci sono già piccoli segni positivi, ma è importante continuare la strada già iniziata. «Siamo certi che un Padre sta conducendo la storia.

Nessuno di noi ha il compito di salvare l'umanità. Non abbiamo il problema del risultato, ma di crescere noi in questa proposta educativa e di condividere le domande di vita che ci sono nel cuore dei ragazzi che abbiamo a scuola, lasciandoci coinvolgere e appassionare».
Italian Rivedere completamente il sistema educativo
Jun 27, 2006
Appunti "La Scrittura, la Bibbia, la religione potrebbero entrare nella scuola come materia di insegnamento secondo la grande tradizione, se ci decidessimo nel nostro Paese a ripensare radicalmente il fenomeno educativo".

(caniscolit.it, 26 giugno 2006) Lo ha affermato il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, a margine del Workshop 2006 del Consiglio per le relazioni fra Italia e Stati Uniti, che si svolge oggi e domani sull'isola di San Clemente, a Venezia.

"Ripensare da cima a fondo l'educazione - ha spiegato Scola -, andare verso una scuola libera con coraggio, non lo dico per difendere le scuole confessionali, ma perché non ci può essere educazione senza libertà".

Il cardinale, che ha partecipato alla prima sessione di discussione "off-the-record" su 'La religione e la politica negli Stati Uniti e in Europa' si è detto anche aperto "in linea di principio" all'insegnamento dell'Islam nelle scuole con alunni musulmani: "Vedo come buona questa proposta poi bisogna coniugarla con la situazione storica, sociale, culturale e istituzionale di ogni Paese perché va mantenuto un realismo sul piano pratico".

Il Workshop del Consiglio per le relazioni fra Italia e Stati Uniti riunisce ogni anno numerose personalità del mondo politico e delle imprese italiane e americane. Alla sessione di oggi pomeriggio, inaugurata da Marco Tronchetti Provera, presidente di Pirelli e Telecom Italia, hanno partecipato fra gli altri Walter Russell Mead, del Council on Foreign Relations, il columnist del Washington Post, E.J. Dionne, e Gianni Riotta del Corriere della Sera.

Domani si terranno altre sessioni "off-the-record" su i problemi del caro-petrolio e dell'approvvigionamento di gas naturale, sul nuovo mondo dei media e su l'Italia dopo le elezioni, a cui parteciperanno fra l'altro l'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni, il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, Pier Carlo Padoan, direttore della Fondazione Italianieuropei, il presidente della Commissione Esteri della Camera, Umberto Ranieri, e il direttore della rivista Foreign Policy, Moisés Naim.
Italian Il Cardinale Scola fa appello ad “un’educazione permanente all’Eucaristia”
May 17, 2006
In un libro dedicato alla riflessione sul Sinodo sull’Eucaristia, svoltosi nell’ottobre 2005

VENEZIA, mercoledì, 10 maggio 2006 (ZENIT.org).- Il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia e Relatore Generale del Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia (Roma, 2-23 ottobre 2005), sostiene che “è necessaria un’educazione permanente all’Eucaristia”.

Lo psiega in un libro-conversazione dedicato a questo Sacramento dal titolo “Stupore eucaristico. Conversazioni dal Sinodo di Mons. Angelo Scola” e pubblicato dalle Edizioni San Paolo (pp. 128, Euro 10). Nel volume, il porporato raccoglie alcune sue riflessioni e il testo della sua relazione introduttiva ai lavori del Sinodo, la “Relatio ante disceptationem”.

Il volume è frutto di alcune conversazioni fra il Cardinale e Maria Laura Conte – giornalista della rivista “Oasis” e di “GV radio in Blu” – e don Sandro Vigani – Direttore della rivista "Gente Veneta" – e si struttura in sei sezioni nelle quali mette a nudo il nesso tra Eucaristia ed evangelizzazione, la necessaria correlazione tra celebrazione e piena partecipazione, così come la dimensione antropologica dell'Eucaristia.

Una particolare attenzione è stata dedicata: alla questione pastorale dei divorziati risposati, nella quale spiega il “legame intrinseco tra il matrimonio e l’Eucaristia”; all'atteggiamento di confessione e penitenza; e alla presenza dei cristiani in modo eucaristico a scuola, al lavoro, nel mondo della cultura, dell'economia, della politica, delle comunicazioni sociali.

Per quanto riguarda la questione dei divorziati risposati, il Cardinale ricorda che la Chiesa “accoglie queste persone e le invita a partecipare alla Santa Messa pur senza accostarsi alla comunione, ad ascoltare la Parola di Dio, a partecipare all’adorazione eucaristica, alla preghiera, alla vita comunitaria, al dialogo confidente con un sacerdote o con un maestro spirituale, alla dedizione alla carità vissuta, alle opere di penitenza, all’impegno educativo verso i figli”.

Grande attenzione viene prestata anche alla necessità di riscoprire lo “stupore eucaristico”, come risposta immediata dell'uomo alla realtà che lo interpella, avvenimento inatteso e del tutto gratuito. Quando celebrano l'Eucaristia, “i fedeli possono rivivere in qualche modo esperienza dei due discepoli di Emmaus: si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”, scrive il Cardinale Scola.

Proprio sullo spegnersi dello “stupore eucaristico” il porporato aveva posto l’accento nella sua “Relatio ante disceptationem” al Sinodo, spiegando che essa “dipende, in ultima analisi, dalla finitudine e dal peccato del soggetto”, il quale spesso “trova un terreno di coltura nel fatto che la comunità cristiana che celebra l’Eucaristia è distante dalla realtà. Vive astrattamente. Non parla più all’uomo concreto, ai suoi affetti, al suo lavoro, al suo riposo, alle sue esigenze di unità, di verità, di bontà, di bellezza”.

“E così l’azione eucaristica, separata dall’esistenza quotidiana, non accompagna più il credente nel processo di maturazione del proprio io e nel suo rapporto con il cosmo e con la società”, affermava allora.

Sempre nel libro, il porporato spiega cosa è un Sinodo, qual è il suo significato per la Chiesa e in cosa consiste il Sacramento dell’Eucaristia.

Il Cardinale rivela di essere stato in modo particolare colpito dall’intervento sinodale tenuto da monsignor José Guadalupe Martín Rábago, Vescovo di León (Messico) e Presidente della Conferenza Episcopale del Paese, il quale ha raccontato l’esperienza degli oltre quattro milioni di fedeli messicani che praticano l’adorazione notturna (cfr. ZENIT, 6 ottobre 2005).

Già Rettore della Pontificia Università Lateranense di Roma, Angelo Scola, creato Cardinale da Giovanni Paolo nel 2003, ha dedicato lo scorso anno al tema dell’Eucaristia un altro volume dal titolo: “Eucaristia. Incontro di libertà” ( Edizioni Cantagalli, 2005, pp. 176, Euro 13).

Il volume, nel quale sono raccolti sciritti eterogenei che vanno dalla riflessione teologica a quella di taglio più antropologico, dalla catechesi alla meditazione spirituale, mette in luce – come scrive lo stesso autore – “l’inesauribile ricchezza del mistero ecuaristico” che “accende la bellezza delle innumerevoli tessere dell’umana vicenda, svelandone l’intero disegno che dà senso anche a quelle più oscure e consunte dall’usura del tempo”.
Italian È la prima volta che una Enciclica affronta in modo diretto il tema dell’amore
May 09, 2006
Commento del Patriarca di Venezia all’Enciclica "Deus Caritas Est"

VENEZIA, domenica, 16 aprile 2006 (ZENIT.org).- Sono tre i temi rintracciabili in ogni pagina dell’Enciclica "Deus Caritas Est", secondo il Cardinale Angelo Scola (Malgrate, 1941): “Unità dell’amore, centralità di Gesù Cristo e antropologia integrale dell’homo viator”.

Inoltre, “il Magistero papale non ha mai trattato frontalmente e in maniera organica, prima di questa Lettera enciclica, il tema dell’amore”, afferma il porporato.

Il Patriarca di Venezia ha scritto i suoi commenti a ogni passo dell’Enciclica nel libro “Benedetto XVI. Deus Caritas Est. Enciclica. Introduzione e Commento di Angelo Scola” pubblicato dalle (Edizioni Cantagalli). I diritti della introduzione e del commento appartengono a questa casa editrice, mentre quelli del testo della Enciclica sono della Libreria Editrice Vaticana (LEV).

“Per la prima volta la questione dell’amore viene affrontata in recto – in forma diretta ed esplicita – da una Enciclica e, in sé e per sé, da un documento pontificio”, sostiene il Cardinale Scola.

“L’Enciclica parla in maniera semplice alla persona semplice che fin dalla prima lettura comincia a farne tesoro”, spiega nell’introduzione.

“L’Enciclica aiuta tutti a capire l’amore”, sottolinea il porporato.

Il Cardinale indica inoltre che “Benedetto XVI afferma con chiarezza l’impossibilità di separare eros e agape”, e osserva che in questa Enciclica “non c’è separazione tra l’umano e il cristiano. Il cristianesimo è nell’interesse sommo dell’uomo”.
Spanish El primer documento del magisterio dedicado frontalmente al amor
May 06, 2006
El mérito de la primera encíclica de Benedicto XVI «Deus caritas est» consiste en ayudar no sólo a los teólogos a comprender qué es el amor, explica cardenal Angelo Scola.

VENECIA, domingo, 23 abril 2006 (ZENIT.org).- «Antes de esta carta encíclica, el magisterio papal no ha tratado nunca frontalmente y de manera orgánica el tema del amor», explica el patriarca de Venecia.

El purpurado llega a estas conclusiones en la presentación que ha hecho de la primera encíclica del Papa en una de sus ediciones italianas, publicada por Edizioni Cantagalli.

«Por primera vez la cuestión del amor es afrontada in recto --de forma directa y explícita-- en una encíclica y, en sí y de por sí, en un documento pontificio», explica el cardenal Scola, que hasta el año 2002 fue rector de la Universidad Pontificia Lateranense de Roma.

«La encíclica habla de manera sencilla a la persona sencilla», aclara.

En definitiva, «la encíclica ayuda a todos a entender el amor», sostiene el cardenal Angelo Scola.

Además --indica--, al explicar que no se puede separar «eros» de «ágape», el Papa deja claro que «no hay separación entre lo humano y el cristiano».
Italian Il Patriarca in visita al porto di Marghera
Mar 14, 2006
La visita pastorale del Patriarca di Venezia Angelo Scola approda al porto di Marghera.

(gvonline.it, 10 Marzo 2006) Con questo incontro il Cardinale Scola prosegue e consolida l’ormai decennale rapporto tra mondo marittimo e chiesa veneziana, iniziato più di cinquant’anni fa da i suoi predecessori Cè, Luciani, Urbani, Roncalli e culminata con la visita di Papa Giovanni Paolo II negli anni ottanta.

Il Patriarca ha ascoltato tutti gli esponenti del porto, dagli addetti alle spedizioni, ai terminalisti, dai piloti, alle massime autorità della capitaneria di porto, per poi trarre alcune considerazioni: tra le testimonianze più toccanti, c’è sicuramente quella relativa alle problematiche vissute dai marittimi all’arrivo nel porto.

In alcuni casi l’associazione di volontariato Stella Maris provvede a rendere il meno pesante possibile la vita sulla banchina.

Come se non bastasse, dopo mesi in mezzo al mare, e arrivi in porti spesso sprovvisti di servizi, dall’11 settembre, la vita per i marittimi provenienti da paesi considerati a rischio è drasticamente peggiorata poiché in molti porti non è loro concesso di scendere a terra.

Ai nostri microfoni, Giorgio Lorenzato, rappresentante dei terminalisti del porto di Venezia, il Cardinale Angelo Scola Patriarca di Venezia e il Capitano Emilio Gamba vice presidente Stella Maris Friends.
English Cardinal Angelo Scola of Venice meets Kosovo officials
Jan 30, 2006
Cardinal Angelo Scola, the patriarch of Venice, met with Kosovo's prime minister and other officials Monday.

(serbianna.com, January 16, 2006) PRISTINA, Serbia-Montenegro(AP) - Scola will also meet the deputy head of the U.N. mission in Kosovo, Larry Rossin, a U.N. statement said.

The cardinal came to the disputed province to attend the funeral last week of Bishop Mark Sopi, the head of the Catholic Church in Kosovo, who died of a heart attack.

Sopi, 67, was buried Saturday in the central Kosovo village of Bince, where he was born.

Sopi, an ethnic Albanian, was appointed Kosovo's bishop in 1996.

The late bishop was very close to Kosovo's ailing President Ibrahim Rugova, who is suffering from lung cancer.

Kosovo is predominantly Muslim. But some 4 percent of its people are ethnic Albanian Catholics.

Kosovo, which officially remains a province of Serbia-Montenegro, has been administered by the United Nations since 1999. Talks to determine its future status will start later this year.
English Cardinal Angelo Scola visits Kosovo
Jan 21, 2006
Kosovo's young people have shown their desire for a better life, the cardinal of Venice said Monday, during his visit to the predominantly Muslim province.

(Southeast European Times, 17/01/2006) Cardinal Angelo Scola, the patriarch of Venice, held talks Monday (16 January) with representatives of the Kosovo provisional institutions and UNMIK. He was in the province for the funeral of Bishop Mark Sopi, the head of the Catholic Church in Kosovo since 1996. Sopi, a close friend of President Ibrahim Rugova, died of a heart attack last week.

"As a cardinal and as a representative of the Catholic Church at the global level I express my wish that Kosovo finds its physiognomy within the EU," local media quoted Scola as saying. He also praised the young people of Kosovo for their "desire to build a new life".

Scola's meeting with Rugova focused on Kosovo's road towards stability. He also held talks with Prime Minister Bajram Kosumi and Parliament Speaker Nexhat Daci.

Scola's visit was an honour for Kosovo and its people, Kosumi said. "Bishop Mark Sopi worked hard so that Venice's cardinal could have such a meeting with Kosovo institutions," he said.

Kosumi briefed the cardinal on political developments in Kosovo since the 1998-1999 conflict, stressing the desire of its people for freedom, democracy and prosperity, and for the opportunity to establish their own state.

For his part, Daci thanked Scola for the Catholic Church's contribution to restoring tolerance among Kosovo's people. The Church, the late Pope John Paul II, and his successor --Benedict XVI -- have demonstrated their interest in ensuring peace, justice and growth in Kosovo and the region, Daci said.

The parliament speaker also pledged that Kosovo would remain on the path of tolerance, which he said Rugova had initiated 16 years ago.

"We will feel proud that Rome, the Vatican, and the Catholic Church is active in Kosovo and close to the institutions and the people, and we are working for further co-operation in this direction," Daci said.
Italian Oggi si conclude la storica visita pastorale del Patriarca Angelo Scola
Dec 20, 2005
"E' solo nella riconciliazione che si può gustare pienamente l'amore di Dio". Lo ha affermato il patriarca Angelo Scola, introducendo ieri pomeriggio al Lido, la celebrazione della liturgia penitenziale nella parrocchia di Sant'Antonio.

(Il Gazzettino, 18 Dicembre 2005) Un gesto, collocato nell'ambito della visita pastorale e in preparazione al Santo Natale " Quella che stiamo vivendo - ha sottolineato il cardinale è una splendida azione liturgica che siamo chiamati a vivere in modo assolutamente libero e personale, ma allo stesso tempo non da soli, ma insieme in una comunità".

Quella che si conclude oggi alle 10.30, con la celebrazione dell'Eucarestia del patriarca a Sant'Antonio, è stata, per il vescovo, una visita pastorale nel vicariato del Lido, dal significato storico. Così come storico è stato il momento dialogico di catechesi sul tema "L'eucarestia è vita, l'Eucarestia è vita" che il patriarca Angelo ha voluto portare in un luogo laico, e cioè alla Sala Volpi del Palazzo del cinema. Un'intuizione, quella del patriarca, voluta per richiamare non solo i fedeli delle parrocchie, ma tutte le persone che vivono al Lido.

All'incontro, moderato da don Luigi Vitturi, hanno partecipato circa 150 persone, per dialogare con il patriarca su un tema di cui il cardinale è stato relatore generale al Sinodo dei vescovi. "L'Eucarestia - ha detto il patriarca - è quell'azione che da duemila anni fa vivere la chiesa in ogni parte del mondo. Alla domenica si celebra la stessa Eucarestia in ogni luogo del mondo".
Italian "I Pacs? Inopportuni"
Dec 04, 2005
"Credo che la società italiana sbaglierebbe gravemente se, in nome di una cattiva interpretazione dei diritti individuali, sacrificasse ulteriormente il bene del matrimonio e della famiglia"

(Famiglia Cristiana, 01 dicembre 2005) La famiglia va difesa, non indebolita. I Pacs? Usiamo le tutele del Codice civile. «Niente battaglie», dice il patriarca Scola, ma testimoniamo la bellezza del vivere in Cristo».

Famiglia e matrimonio? Un grave danno indebolirli ulteriormente. Pacs? Inopportuni. Interventi della gerarchia cattolica su delicate questioni sociali? Nessuna ingerenza, bensì un «accompagnamento del popolo italiano, che è ancora cattolicamente riferito». È il pensiero del cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, relatore generale all’ultimo Sinodo che, partendo dalle materie trattate all’assise sinodale, risponde su alcuni dei temi che stanno animando il dibattito tra laici e cattolici in Italia. Con una convinzione chiara: che, per fare civiltà, non servono crociate, bensì proposte contagiose di stili di vita e una testimonianza coerente.

Stiamo assistendo a una profonda crisi che investe il matrimonio, e a una "svalutazione della famiglia". Come annunciare i valori dell’indissolubilità del matrimonio cristiano?

«Questa è una delle espressioni più potenti del travaglio del tempo postmoderno, con la quale chi ha incontrato Cristo deve fare i conti: è una provocazione gravosa, ma nel contempo affascinante. Direi che la relazione mondo affettivo-fede ha, oggi, la stessa portata che ebbe nel secolo scorso la relazione rivoluzione-fede. Quello che io chiamo "erotismo pervasivo" sfida oggi la vita cristiana come allora fece la rivoluzione. Talmente radicale e profonda è la trasformazione antropologica in cui siamo immersi da obbligarci a ridire l’esperienza elementare degli affetti. Ma se c’è qualcosa su cui siamo balbuzienti, anche noi cristiani, è proprio il saper comunicare il fascino di questa esperienza, che pure è un dato reale e oggettivo. Ai giovani, quando parlo loro dell’indissolubilità del matrimonio, dico: vi sfido a poter dire, quando siete autenticamente innamorati, "ti voglio bene" senza aggiungere "per sempre". E non trovo mai obiezioni. Vuol dire che "per sempre" fa parte dell’essenza dell’amore. Bisogna ritornare all’esperienza elementare, grande intuizione di Giovanni Paolo II, e mostrare la bellezza e il fascino dell’amore così concepito».

In che modo?

«Occorre ridire le categorie del "desiderio" e del "sacrificio" e la loro compatibilità, e insieme quella di "piacere" e di "godimento" e la radicale differenza tra i due. È necessario rimettere in campo queste parole che sono uscite logore dalla grande trasformazione in atto e che sono il cuore della postmodernità. Come si devono ridire altre importanti parole quali libertà, vita e morte, vita buona, buon governo e potere. Bisogna ritornare ai fondamentali. È come se, oggi, i fondamentali dell’umano fossero confusi; però l’uomo ne ha una grande sete. Ecco perché la nostra è un’epoca di travaglio, ma anche di forte fascino. E tutto questo occorre innanzitutto mostrarlo attraverso la testimonianza personale e comunitaria: uomini e donne che si espongono in prima persona e così rendono evidente la bellezza dell’amore autentico e fedele come una possibilità reale per la vita di tutti».

E applicando tale ragionamento alla questione della comunione ai cosiddetti divorziati risposati...?

«Mi pare che la Proposizione 40 del Sinodo sia molto precisa e profonda: basterebbe meditarla attentamente. Apre alla libertà personale con serenità. Nella Chiesa in questa questione non vale l’ope legis: non c’è la categoria dei "divorziati-risposati" ai quali, appunto, "in forza di una legge" si debba riconoscere un diritto all’Eucaristia. Esiste, invece, il cammino della persona che si confronta con Dio. La Chiesa non ha alcun potere sui sacramenti, che sono un puro dono di Cristo a cui la Chiesa stessa deve obbedire. Anche i vescovi e il Papa».

Di recente la questione dei Pacs ha acceso polemiche tra cattolici e laici. Lei ritiene che forme di riconoscimento giuridico pubblico delle unioni di fatto possano ledere il matrimonio e il valore della famiglia?

«Credo che la società italiana sbaglierebbe gravemente se, in nome di una cattiva interpretazione dei diritti individuali, sacrificasse ulteriormente il bene del matrimonio e della famiglia. È giusto che una società plurale debba rispettare i diritti di tutti, ma penso anche che in questo campo sia possibile battere la strada delle tutele presenti nel Codice civile, adeguandole se necessario, senza generare confusione su ciò che è matrimonio e famiglia e ciò che non lo è. Volenti o nolenti, la legge contribuisce a educare in modo virtuoso. Ora, indebolire la famiglia, in un tempo in cui già di per sé non è sostenuta in modo adeguato, sarebbe sbagliato. Infine, pongo un’altra questione che mi pare fondamentale per una società plurale come la nostra e che ha a che fare con la giusta dialettica tra minoranze e maggioranze: davvero qualunque tipo di orientamento personale e di gruppo deve pretendere l’esplicito riconoscimento della legge?».

E se il fenomeno oggi minoritario delle unioni di fatto assumesse una massa critica importante?

«È un’altra questione. In democrazia si deve andare a un confronto sereno e franco. I diritti fondamentali devono essere garantiti a tutti, ma per quanto riguarda altri diritti è anche chiaro che, per il fatto che la legge ha una funzione educativa, una minoranza è chiamata a maggiori sacrifici; è un dato di fatto realistico».

Pertanto quella dei Pacs è una rivendicazione viziata?

«Ripeto che chi ha queste esigenze possa utilmente perseguire la via delle tutele già presenti nel Codice civile. Ma non mettiamo a repentaglio per questo il concetto di matrimonio e di famiglia, né nella legge, né nella pratica. Sarebbe un errore per la democrazia, e non lo dico come cattolico, ma da "laico"».

A proposito di tematiche come i Pacs: qualcuno ha accusato esponenti della Chiesa italiana di ingerenze e aggressione alla laicità, osservando tra l’altro che i cattolici sono una minoranza. Che cosa ne pensa?

«Qui c’è un equivoco che, tra l’altro, si basa su un ragionamento statisticamente poco fondato. Non bisogna confondere il fenomeno della caduta morale e dei comportamenti etici, che esiste ed è grave, con il senso di appartenenza alla Chiesa. Il popolo italiano è e resta chiaramente riferito, almeno "culturalmente" – uso la parola in senso ampio –, al cristianesimo, e i numeri lo dimostrano. Le faccio un esempio: in diocesi di Venezia abbiamo appena realizzato un censimento sulla partecipazione alla Messa domenicale e il senso di appartenenza alla fede cristiana. Ebbene, i risultati sono di grande interesse, perché dimostrano, anzitutto, che dal 1985 a oggi non c’è più stato svuotamento delle chiese, e che l’83 per cento della popolazione si dice, in qualche modo, cattolica, almeno come riferimento culturale. Allora, quando noi vescovi interveniamo su alcune questioni, lungi dall’assalire qualcuno o domandare privilegi, stiamo solo accompagnando il nostro popolo, che è ancora cattolicamente riferito. E, coscienti della natura plurale della nostra società, vogliamo farlo con atteggiamento positivo e rispettoso nei confronti di tutti».

Un’altra questione toccata dall’ultimo Sinodo è stata quella della domenica. Il suo valore profondo è sempre più minato da nuove abitudini sociali e tendenze commerciali. Rispetto a tali tendenze, servono crociate o proposte evangeliche convincenti?

«Le rispondo con un’affermazione dell’arcivescovo di Islamabad, Anthony Theodore Lobo: "Il nostro è un tempo di annuncio e non di denuncia". Credo che il problema numero uno dei cristiani e dell’uomo di oggi sia mostrare la bellezza della sequela di Cristo. Ciò non significa essere remissivi. Come vescovo sento fortemente l’urgenza che sia rispettato il cammino del popolo italiano, che è ancora, piaccia o non piaccia, cattolicamente riferito. È fuori dubbio, però, che la via privilegiata della convinzione è quella dei testimoni e dei santi. Sarà perché mi porto dentro l’esperienza straordinaria dell’oratorio, sarà perché le personalità più avvedute dell’antropologia contemporanea – penso ad esempio a Roland Barthes – hanno parlato della decisività del recupero del "tempo vibrato", in cui il riposo media tra lavoro e affetti, sempre più convinto ripeto: riappropriamoci da cristiani della domenica nel senso nobile del termine, invitando a casa o in patronato amici e conoscenti, facendo esperienza di convivialità tra di noi e con i nostri figli, celebrando l’Eucaristia insieme. In una parola: riappropriamoci del tempo del riposo nel Signore, e facciamo partecipare più gente possibile a quest’esperienza. E se non vogliamo farlo negli oratori, facciamolo nelle piazze e nei parchi, ma facciamolo».

Perciò nessuna crociata?

«Io sono piuttosto per testimoniare la bellezza di umanità e la densità di umanità che dal riferimento a Gesù può scaturire. Non mi metterei a far battaglie, perché quando si vuol creare una nuova mentalità, cioè far civiltà e cultura, la prima condizione è "porre il soggetto"; è far vivere un soggetto nuovo: continuare a vivere sempre più in questo modo e invitare gli altri a vivere così».
Italian I temi che non hanno fatto notizia durante il Sinodo
Oct 30, 2005
Il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, che durante il Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia ha ricoperto l’incarico di Relatore Generale, ha recentemente parlato dei temi importanti che non hanno avuto eco negli organi di stampa, sottolineando il valore testimoniale e di avvenimento di questa assemblea ecclesiale.

ROMA, giovedì, 27 ottobre 2005 (ZENIT.org).- Sabato 22 ottobre, durante un incontro concesso ad un ristretto gruppo di giornalisti – fra i quali erano presenti anche due redattori di ZENIT – e tenutosi presso l’Istituto Augustinianum di Roma, il porporato ha confidato che a suo avviso “non è stato comunicato il carattere di avvenimento” di questo Sinodo dei Vescovi convocato a Roma da Giovanni Paolo II sul tema “L’Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa”.

“Ma riflettiamo su cosa significa che 252 Vescovi di tutto il mondo votati in maggioranza dalle loro Conferenze episcopali lasciano il loro Paese, stanno un mese insieme, lavorando insieme otto ore al giorno più le ore di lavoro privato, pregando insieme, dialogando in continuazione, mossi solamente dalla preoccupazione gratuita di comunicare una novità umana, antropologica in questo mondo”, ha osservato.

“Sono uscite delle testimonianze di provenienza dall'India, dal Messico, dalla Romania, dall'Africa, dalla stessa Europa assolutamente commoventi e straordinarie. Insieme hanno fatto un lavoro di dettaglio, hanno prodotto 50 Proposizioni”, ha continuato.

“Non esiste al mondo un’esperienza analoga, non esiste un organismo analogo che possa riunire uomini di tanti popoli, di tante razze, di tante culture e possa metterli insieme a lavorare 25 giorni in una maniera così solida, così seria, producendo, scambiandosi testimonianze, comunicandosi per riconoscersi. In che senso allora questa non è una notizia?”, si è domandato infine.

E ancora, “questo Sinodo si è aperto ed è andato avanti con una affermazione della grande positività della riforma liturgica inaugurata dal Concilio Vaticano Secondo che, dopo tanti contrasti, nonostante abbia patito tanti abusi, nonostante taluni abusi rimangano, è stata comunque confermata all'unanimità da tutti i Padri come un fattore decisivo per la crescita della Chiesa. In che senso questa non è una notizia?”, si è domandato nuovamente.

“Questo Sinodo ha dimostrato che l’Eucarestia è al cuore della vita del popolo, che è un'azione che mobilita un popolo, che in se stessa possiede un dinamismo di apertura sociale – ha proseguito –. Questo Sinodo ha parlato dell’Eucaristia come grande possibilità per superare il conflitto tra i popoli, gli africani hanno parlato di questo e addirittura è uscita una Proposizione su questo. In che senso questa non è una notizia?”.

“Credo che ci siano tante di quelle cose da dire (...) Certo bisogna trovare il modo di dirle suscitando l'interesse della gente”, ha poi amesso, confessando di essere “sempre alla ricerca di un giornalista che sia capace di parlare di tutto perché allora se non è capace, non è un bravo professionista”.

“Mentre spesso vi trincerate dietro la presunzione che l'interlocutore non capisca o non sappia”, ha commentato.

“Questo Sinodo ha bruciato anche ogni tentativo di proiettare sulla Chiesa immagini di scontri fra destre e sinistre, fra conservatori e progressisti. L’ha letteralmente scalzata alla base questa questione”, ha quindi affermato il Cardinale Scola.

Il Patriarca di Venezia ha poi analizzato “un fatto molto enfatizzato dalla stampa”, che ha presentato come contrapposte le idee espresse dal Relatore Generale nella sua “Relatio ante disceptationem”, in particolare nel paragrafo su “Il dono eucaristico: né diritto né possesso”, e dal Cardinale Julián Herranz, Presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi.

Nel prendere la parola durante la Congregazione Generale del pomeriggio del 10 ottobre, il Cardinale Herranz aveva affermato che “certamente non si può confondere un dono con un diritto. Gli uomini non hanno alcun diritto nei confronti di Dio a ricevere l’Eucaristia, proprio perché essa è un atto di infinita liberalità e misericordia”.

“Ma una volta che Dio ha donato alla Chiesa i sacramenti per il bene del suo Popolo, tutti i fedeli godono (‘gaudere’) del seguente diritto formulato al can. 213 del Codice di Diritto Canonico con le stesse parole della Cost. ‘Lumen Gentium’ n. 37: ‘I fedeli hanno il diritto di ricevere dai Sacri Pastori gli aiuti derivanti dai beni spirituali della Chiesa, soprattutto della Parola di Dio e dei Sacramenti’”, aveva aggiunto.

“Come si vede si tratta di un diritto fondamentale, ma non assoluto, come alcuni pensano. Ci sono, infatti, requisiti personali che limitano tale diritto”, aveva quindi precisato.

Nel commentare l’accaduto il Cardinale Scola ha affermato: “Né io avevo intenzione di limitare questo dato, né il Cardinale Herranz intendeva disconoscere che l’Eucaristia, essendo l’epressione del dono che Cristo fa della sua stessa persona, non può essere in nessun mondo un diritto”.

“L’Eucaristia è così pura grazia, è così inimmaginabile e inesigibile dall’uomo che nessuno può mettersi a dire questa cosa mi è dovuta”, ha quindi concluso.
Italian Il frutto del Sinodo: lo slancio missionario nato dallo stupore dell’incontro con Gesù
Oct 30, 2005
Il primo e più importante frutto del Sinodo dei Vescovi, tenutosi dal 2 al 23 ottobre scorso, è il dinamismo missionario suscitato dallo stupore per l’incontro con Gesù nel Sacramento, ha spiegato il Relatore Generale.

ROMA, martedì, 25 ottobre 2005 (ZENIT.org).- Il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, a conclusione di questa assemblea, ha dialogato con un ristretto gruppo di giornalisti, fra i quali si trovavano due redattori di ZENIT, tracciando un bilancio delle tre settimane di incontri e dibattiti che hanno impegnato i 252 Padri sinodali giunti a Roma dai cinque continenti per discutere sul tema de “L'Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa”.

In qualità di Relatore Generale del Sinodo, al Cardinale Scola è stato affidato il compito di svolgere le due relazioni – “Relatio ante disceptationem” e “Relatio post disceptationem” – ad introduzione e conclusione dei dibattiti sviluppatisi durante i lavori assembleari.

Successivamente, il Cardinale insieme a monsignor Roland Minnerath, Arcivescovo di Digione (Francia), e ai Relatori dei vari gruppi di lavoro suddivisi per lingue (“Circoli Minori”) ha dovuto unificare, e una volta presentati gli emendamenti, dare il proprio giudizio ed apportare le dovute correzioni alle “Proposizioni” presentate dai Circoli Minori, che sono state in seguito consegnate al Santo Padre.

“Il dinamismo missionario della Chiesa è come il traboccare gratuito e stupito della bellezza di un incontro”, ha affermato il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia questo sabato 22 ottobre, parlando nell’Istituto Augustinianum di Roma, situato a pochi passi dal Vaticano.

Nel corso del dialogo, rispondendo ad una domanda posta da ZENIT, il Cardinale ha spiegato il senso dell’auspicio espresso nel Messaggio finale del Sinodo per una “nuova evangelizzazione dell’umanità (…) a partire dall’Eucaristia”.

“Ci sono due chiavi di lettura che hanno dominato e che vengono dall’Ecclesia de Eucharistia – ha affermato il Cardinale Scola –: la prima chiave di lettura è quella dello stupore eucaristico, perché uno non diventa missionario con i muscoli della sua volontà”.

“Uno diventa missionario se ha incontrato qualcosa o qualcuno piuttosto che gli ha cambiato la vita, per cui spontaneamente comunica gratitudine per il gesto gratuito che ha ricevuto”, ha affermato.

“E’ stato molto bello perché molti [durante il Sinodo, ndr] hanno unito la categoria di stupore alla categoria di nostalgia”, parlando di “nostalgia di questo stupore”, “ perché uno può averne solo nostalgia, non può darselo da sé”, ha spiegato.

“Per sperare uno deve essere lieto e per essere lieto deve aver provato una grande gioia, aver avuto un grande dono. Non ci si può imporre di essere lieti. Il dinamismo missionario della Chiesa è come il traboccare gratuito e stupito della bellezza di un incontro”, ha affermato poi.

“Dopo sulla base di questo stupore si accende una responsabilità, questo stupore diventa un compito. Qui è uscita la seconda chiave che Giovanni Paolo II ha richiamato nell’ultimo testo scritto per i sacerdoti per il Giovedì Santo, quando ha richiamato che la nostra vita, che è il tema della logikē latreia di San Paolo, deve assumere una ‘forma eucaristica’”, per cui tutto ciò che viene fatto deve inserirsi “in questo dinamismo di dono e di offerta”.

“La missione nasce come missione nel quotidiano, da parte di ognuno di noi e può diventare, se uno è chiamato, una specifica missione – ha sottolineato il Patriarca di Venezia –. Da qui molto il tema dello scambio dei doni, della scarsità del clero”.

“Ovviamente, questa missione, è a tutto a campo. Perché la Chiesa è destinata a lasciar trasparire sul suo volto Gesù Cristo Lumen gentium. Non esiste per se stessa, non è un organismo che deve fare propaganda. Questo è il luogo di una amicizia nuova, di una fraternità che per contagio comunica un umano che valga la pena”, ha sottolineato.

“E tutte le volte che noi smarriamo questa visione che il grande Giovanni Paolo II ci ha dato, ed entriamo nella logica del progetto, del piano, dello schema, della programmazione e del dovere, diventiamo noiosi e si capisce poi se il popolo non ci segue”, ha quindi concluso.
Italian “Relatio post disceptationem” del Cardinale Angelo Scola
Oct 24, 2005
Pubblichiamo di seguito la traduzione in italiano della “Relatio post disceptationem” in latino letta questo mercoledì - 12 ottobre 2005 - pomeriggio dal Relatore Generale del Sinodo dei Vescovi, il Cardinale Angelo Scola – Patriarca di Venezia –, in apertura della sedicesima Congregazione Generale.

Nella sua seconda relazione, a conclusione della discussione generale sul tema sinodale in Aula, il Relatore Generale ha sintetizzato i vari interventi succedutisi in queste giornate nelle Congregazioni Generali e ha offerto alcune linee di orientamento per facilitare i lavori dei Circoli Minori.

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Presentazione

La Relatio post disceptationem, dell’Em.mo Card. Angelo Scola, Relatore Generale, si apre con un richiamo a Giovanni Paolo II il quale ha voluto dedicare al tema “Eucaristia fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa” questa XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, e alla meditazione con cui Papa Benedetto XVI ha dato avvio alla I Congregatio Generalis. All’invito del supremo Pastore della Chiesa, ad avere, secondo l’imperativo paolino, gli stessi sentimenti di Cristo, ha risposto - leggiamo nell’Introduzione della Relatio - un caleidoscopio di interventi, suggerimenti, scambi in un clima caratterizzato da un intenso affetto collegiale, dalla dimensione testimoniale presente in tanti interventi e dalla grande libertà e franchezza con cui ognuno dei presenti si è espresso.

Il Cardinale Angelo Scola, sottolineando la natura della Relatio post disceptationem, per cui autore di questa è tutta l’Assemblea e non il Relatore, afferma di non aver fatto una sintesi, bensì una collazione degli interventi, anche per la vastità dei temi trattati e delle sensibilità messe in gioco. L’introduzione si conclude enunciando l’orientamento di fondo emerso, in linea di massima, dagli interventi: il superamento di ogni dualismo tra dottrina e pastorale, tra teologia e liturgia.

La Relatio consta di due parti: la Prima Parte, Educare il Popolo di Dio alla fede nell’Eucaristia, è suddivisa in cinque capitoli. Nel I, il Relatore afferma che numerosi interventi hanno messo in luce le oggettive difficoltà che il popolo cristiano incontra, oggi, nel credere e celebrare l’Eucaristia, ed è emersa la grave responsabilità dei pastori in ordine all’evangelizzazione e alla nuova evangelizzazione. Istituendo l’Eucaristia, sostiene il Relatore, Gesù ha dato vita ad una novità radicale: ha compiuto in Se stesso la nuova ed eterna Alleanza e questa novità chiede di essere accolta e custodita dalla Chiesa come dono insostituibile ed estremamente prezioso. Nel II capitolo, si espongono i tratti principali dei contenuti essenziali di questo grande mistero, emersi dalla necessità di educare i credenti ad un’integrale fede eucaristica. Nel III si sottolinea il posto di grande rilievo che ha avuto, nella disceptatio, il nesso tra l’Eucaristia e il settenario sacramentale. Il IV capitolo tratta dell’Eucaristia e del popolo sacerdotale, i fedeli che nel loro radunarsi insieme riscoprono la propria appartenenza alla Chiesa, e si parla di Dies Domini, Vescovo e presbiteri, diaconi permanenti e ministri straordinari della Comunione, parrocchia e piccole comunità, famiglia, vita consacrata, giovani. Infine, il V capitolo, raccoglie il tema Eucaristia e missione: per essere missionaria la Chiesa deve essere anche profondamente eucaristica.

La Seconda Parte, L’azione eucaristia, consta di 4 capitoli. Nel I, il Cardinale Scola, nota che non pochi Padri hanno ricordato con gratitudine il benefico influsso della riforma liturgica attuata a partire dal Concilio Vaticano II sulla vita della Chiesa, con il richiamo alla ricchezza del Messale Romano, assieme all’urgenza di una maggiore attenzione per l’ars celebrandi (III cap.) da cui dipende l’actuosa participatio (IV cap.), dopo aver trattato, nel II capitolo, della struttura della celebrazione liturgica.

Nella Conclusione, che precede le 17 Questioni per i Circoli Minori con cui si chiude la Relatio, il Cardinale A. Scola afferma che il lavoro che attende ora tutti i Padri sinodali costituisce la parte più delicata, dalla quale emergeranno le “Propositiones che offriremo al discernimento proprio del carisma del Successore di Pietro. È un lavoro che compiremo ancora una volta in tutta libertà e parresia perché intendiamo farlo in tutta umiltà. Siamo infatti consapevoli che l’Eucaristia, in quanto dono, è intrinsecamente connessa alla testimonianza che, come ci è stato richiamato, può giungere fino al martirio. Ma il martyrein è esso stesso un dono che un’altra volta chiede umiltà. Ce lo ricorda la bella traduzione italiana del prefazio dei martiri: “Padre che riveli nei deboli la Tua potenza e doni agli inermi la forza del martirio”.

[Testo originale: italiano]

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Beatissimo Padre
Venerabili Fratelli nell’Episcopato
Fratelli e sorelle in Cristo

Introduzione

1. Nella meditazione con cui ha dato avvio alla I Congregatio Generalis di questa XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che il servo di Dio Giovanni Paolo II ha voluto dedicare al tema Eucaristia fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, Benedetto XVI ci ha invitato con singolare forza a fare nostro l’imperativo paolino: «“Idem sapite”: sentiamo dietro la parola latina, la parola “sapor”, “sapore”: abbiate lo stesso sapore per le cose (…) con tutte le differenze che non solo sono legittime ma anche necessarie, ma abbiate “eundem sapore” (…) Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo, entrare nella “phronesis”, nel “phronein”, nel pensare di Cristo. Quindi possiamo avere la fede della Chiesa insieme, perché con questa fede entriamo nei pensieri, nei sentimenti del Signore. Pensare insieme con Cristo».

Il variopinto caleidoscopio costituito dai circa 230 interventi dei Padri sinodali, arricchito dalle 150 riflessioni, suggerimenti, scambi e domande emerse nella libera discussione serale, i contributi degli Uditori, quelli dei Delegati fraterni, e le relazioni e comunicazioni per la celebrazione del 40º anniversario del Sinodo rappresentano una prima risposta all’invito del supremo pastore della Chiesa. Essa è stata inoltre corroborata dal clima di intenso affetto collegiale che si fa ogni giorno tra noi più tangibile e dalla dimensione testimoniale presente in tanti interventi, ma in modo particolarmente significativo in taluni di essi provenienti dai vari continenti. Né si deve tacere della grande libertà e franchezza con cui ognuno di noi si è espresso su svariati argomenti, anche i più delicati, connessi al tema in questione.

Al tornante: dalla disceptatio ai circoli minori

2. Siamo così giunti ad un tornante dei nostri lavori. La Relatio post disceptationem ha il compito di accompagnare questo passaggio. La sua natura è ben diversa da quella della Relatio ante disceptationem. Non sarà inutile richiamarla. Riferendosi alla lettera e allo spirito dell’art. 33 del Vademecum Synodi sulla Relatio ante disceptationem e degli articoli 34 e 59 sulla Relatio post disceptationem, appare chiaro che mentre la prima invita il Relatore a rifarsi all’Instrumentum laboris lasciandogli però un margine relativamente ampio di integrazione personale, l’autore della Relatio post disceptationem non è a ben vedere il Relatore, ma l’Assemblea. Al Relatore viene chiesto solo di dare conto in modo fedele e sintetico di quanto è emerso nella disceptatio. Con il prezioso aiuto del Segretario Speciale, validamente coadiuvato dai 32 esperti – permettetemi di ringraziarli di cuore – opportunamente articolati in tre gruppi, ogni intervento, compresi quelli che verranno pronunciati nel pomeriggio, è stato ascoltato, letto e per quanto possibile considerato nella presente Relatio. Si è cercato di utilizzare direttamente le vostre parole, al punto che la prima redazione era di fatto un collage in cinque lingue di affermazioni da Voi pronunciate. La vastità dei temi toccati e delle sensibilità messe in gioco mi suggeriscono di non definire questa Relatio una sintesi. È più giusto riconoscere che si tratta di una collazione degli interventi mediante un impianto sintetico di cui mi assumo la responsabilità, che ho condiviso con il Segretario Speciale. Ovviamente ho dovuto limitarmi ad elencare elementi, orientamenti, problemi, senza entrare non solo in un esame di dettaglio, ma neppure in una loro illustrazione. Ciò era richiesto oltre che dal tempo limitato, dalla natura puramente ancillare di questa relazione. Molto probabilmente mi saranno sfuggiti rilievi anche importanti. Chiedo venia. È superfluo ricordare che potranno essere riproposti riproposti nei circoli minori. Lo stesso si potrà fare per le numerose proposte pratiche, emerse nelle discussioni libere, che non menzionerò e che sono state registrate dalla Segreteria Generale. Ora che l’Assemblea ha messo mano alla struttura architettonica del nostro edificio, tocca al maestro relatore accompagnare i mastri artigiani alla preziosa opera di rifinitura che li attende. Lo splendore dell’edificio sarà frutto del lavoro dei circoli minori attraverso l’elaborazione delle propositiones. Sarà così possibile presentare, come la natura del Sinodo prevede, al mastro architetto l’opera finale perché ne verifichi armonia e solidità sulla base del disegno del Divino Committente e decida se spalancare le porte dell’edificio al popolo santo di Dio.
Come è tradizione, alla fine della Relatio troverete un elenco di questioni che potranno, se vorrete, aiutare il lavoro dei circoli minori. Non lo leggerò in questa sede, lasciandolo alla Vostra lettura personale e, se lo riterranno opportuno i Moderatori ed i Relatori dei circoli, ad una lettura comunitaria durante i lavori di gruppo.

Le parti della Relatio

3. Ho articolato la materia in due parti. Dopo l’introduzione, che termina col paragrafo 4 - Superare i dualismi - segue la Prima Parte dal titolo Educare il Popolo di Dio alla fede nell’Eucaristia. È divisa in cinque punti: 1. La novità del culto cristiano; 2. La fede eucaristica; 3. Eucaristia e sacramenti; 4. Eucaristia e popolo sacerdotale; e 5. Eucaristia e missione. La Seconda Parte ha per titolo L’azione eucaristica e si articola in quattro punti: 1. Sulla scia della riforma liturgica; 2. La struttura della celebrazione liturgica; 3. Ars celebrandi; e 4. Actuosa participatio. Vi è infine una breve conclusione.

Superare i dualismi

4. Per esporre in modo sintetico ed ordinato la materia della nostra disceptatio è importante partire da un dato di fatto. In linea di massima dagli interventi dei Padri è emerso un orientamento di fondo: il superamento di ogni dualismo tra dottrina e pastorale, tra teologia e liturgia. È la conseguenza del carattere di azione liturgica (rito) proprio dell’Eucaristia. Il cammino mistagogico non va dalla teologia alla liturgia, ma in senso inverso dalla liturgia ben celebrata all’intelligenza dei misteri. Non esiste una dottrina avulsa dalla vita; né si può pensare alla concreta esistenza cristiana indipendentemente dal contenuto normativo della fede. Così gli aspetti dottrinali sono emersi nel nostro dialogo come radice di quelli pastorali. Ciò perché l’intellectus fidei è sempre originariamente in rapporto con l’azione liturgica della Chiesa. Prima parte
Educare il Popolo di Dio alla fede nell’Eucaristia

I. La novità del culto cristiano

Celebrare l’Eucaristia nel nostro mondo

5. Numerosi interventi hanno rilevato le oggettive difficoltà che il popolo cristiano incontra, ai nostri giorni, nel credere e celebrare l’Eucaristia. In Oriente e in Occidente, nel Nord e nel Sud del pianeta le Chiese particolari vivono, seppur con accenti diversi, immerse in una cultura secolarizzata (non di rado in una contro-cultura) spesso refrattaria alla contemplazione, alla gratuità, alla condivisione. Il senso del mistero e del sacro proprio dell’Eucaristia rischia di essere compromesso. Il dialogo ha denunciato un mondo martoriato dalla violenza e dall’ingiustizia in cui è difficile riconoscere che tutti gli uomini sono figli del Padre che nello Spirito Santo ci dona Suo Figlio come Pane vivo.

Questo stesso mondo, spesso secolarizzato, tuttavia, è profondamente assetato di bellezza e di verità. Non può evitare i grandi interrogativi sul senso ultimo della vita e della morte, del dolore e della gioia, e mantiene la capacità di riconoscere il bene quando lo incontra. Come ci è stato ricordato con energia da un confratello di Africa gli uomini di oggi, con tutte le loro contraddizioni e domande, possono, anzi debbono, ricevere l’annuncio cristiano. Più che mai in questo mondo la Chiesa è chiamata ad essere come un sacramento, segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unione del genere umano.

Evangelizzazione ed educazione dei fedeli

6. In rapporto con le precedenti considerazioni è emersa con forza in aula la grave responsabilità dei pastori in ordine all’evangelizzazione e alla nuova evangelizzazione. La natura essenzialmente educativa della Chiesa indica come una delle urgenze più decisive per il nostro tempo quella dell’annuncio e della catechesi che permettano al popolo cristiano di credere, celebrare e vivere in pienezza il mistero eucaristico. La preoccupazione catechetica riguardo all’Eucaristia si è imposta emersa in modo massiccio in rapporto alla quasi totalità dei temi trattati. Del resto gli interventi hanno ripetutamente osservato che, in quanto pienezza dell’iniziazione cristiana, l’Eucaristia domanda per sua natura un’educazione integrale alla fede. È stato detto che questa formazione deve essere cristocentrica e riguardare tutti gli elementi essenziali della dottrina cattolica sull’Eucaristia e della sua degna celebrazione. Questo perché i fedeli siano resi capaci di fare della propria esistenza una offerta gradita a Dio (logikē latreia: Rm 12, 1). Solo su questa base si può superare nei credenti la dicotomia tra celebrazione e vita.

Il novum eucaristico

7. Istituendo l’Eucaristia Gesù ha dato vita ad una novità radicale: ha compiuto in Se stesso la nuova ed eterna Alleanza. Nel contesto della cena rituale ebraica, che concentra nel memoriale l’evento passato della liberazione dall’Egitto, la sua rilevanza presente e la promessa futura, Gesù ha voluto incastonare il dono totale di Sé. Il vero Agnello immolato si è sacrificato una volta per tutte nel mistero pasquale ed è in grado di liberare per sempre l’uomo. Il Signore Gesù ha così consegnato gli elementi essenziali del nuovo culto (nel contesto di un’eulogia e di un’eucaristia: il pane e il vino; le parole che trasformano pane e vino nel Corpo e nel Sangue) alla Chiesa, Sua Sposa, perché guidata dallo Spirito Santo potesse nel tempo dare ad essi la forma liturgica adeguata ad esprimere e celebrare tale mistero.

Il dono eucaristico

8. La novità dell’Eucaristia istituita da Nostro Signore chiede pertanto di essere accolta e custodita dalla Chiesa come un dono insostituibile ed estremamente prezioso. Giustamente è stato detto in aula che la Chiesa non riconosce per sé alcun diritto circa il dono che il Signore le ha fatto affidandole l’Eucaristia. Il suo atteggiamento nei confronti di questo grande mistero della fede può essere solo quello di adorazione, di lode e di obbedienza. Lasciarsi plasmare dall’Eucaristia, così è stato detto, significa formarsi all’esperienza della grazia attraverso la contemplazione dei mirabilia Dei. In questo contesto da molti Padri è stata richiamata la necessità di osservare le norme liturgiche: sono l’espressione di quest’umile obbedienza della Chiesa, che viene meno quando subentrano gli abusi.

È doveroso ricordare qui l’articolata discussione avvenuta in aula sul rapporto tra il carattere di dono proprio dell’Eucaristia e il diritto dei fedeli di ricevere dai sacri pastori gli aiuti derivanti dai beni spirituali della Chiesa, soprattutto dalla Parola di Dio e dai sacramenti. Questo implica il dovere dei pastori di garantire il più possibile la regolare celebrazione domenicale nelle numerosissime comunità ecclesiali sparse nel mondo. Conviene fin da subito anticipare che, in questo contesto, da parte di Padri di tutti i continenti, è stata rilevata la preoccupante scarsità di sacerdoti. In questo quadro qualcuno ha fatto riferimento ai viri probati. Si è parlato dell’improcrastinabile esigenza di una miglior ridistribuzione del clero senza sottovalutare le differenze di cultura e di lingua. Non sono mancate voci che hanno chiesto risorse spirituali e materiali per una pastorale vocazionale rinnovata nei contenuti e nei metodi e per la formazione di tutti i potenziali candidati al sacerdozio.

Diversi Padri orientali hanno fatto riferimento alla prassi del sacerdozio uxorato propria delle loro Chiese, offrendo a ciascuno di noi elementi per un’ulteriore attenta valutazione della scelta della Chiesa latina di connettere il celibato al sacerdozio ordinato.A questo proposito alcuni Padri, ricordando le ragioni cristologiche, ecclesiologiche ed escatologiche del celibato esposte da Sacerdotalis coelibatus in continuità con l’insegnamento del Concilio Vaticano II, hanno affermato che l’ipotesi dei viri probati è una strada da non percorrere.

II. La fede nell’Eucaristia

La necessità di educare i credenti ad un’integrale fede eucaristica ha dato vita ad un amplia panoramica circa i contenuti essenziali del grande mistero. Cerchiamo di proporne i tratti principali.

Il mistero pasquale, mistero trinitario

9. L’Eucaristia è memoriale dell’intero evento pasquale. In questo senso è necessario che la Chiesa richiami costantemente al popolo di Dio che l’Eucaristia, rendendo presente la morte e la risurrezione di Cristo, esprime in modo supremo l’amore di Cristo per il Padre e l’amore del Padre per Lui. Nel mistero eucaristico viene così in chiara luce la Persona e la missione dello Spirito Santo talora poco apprezzata dai nostri fedeli. Si spiega in tal modo l’importanza dell’epiclesi sottolineata con forza da qualche Padre particolarmente attento alla tradizione orientale.

Sacrificio sacramentale

10. Con insistenza i Padri hanno sollecitato che venga approfondita ed insegnata la verità sulla dimensione sacrificale del mistero eucaristico, che manifesta in modo eminente la proesistenza di Gesù, cioè l’offerta che Gesù fa della propria vita al Padre per gli uomini. Se il sacrificio di Cristo è il culmine della rivelazione della vita intratrinitaria allora l’Eucaristia diventa una via maestra per mostrare l’amore di Dio per tutta l’umanità. La dimensione sacrificale della dottrina eucaristica non può essere ritenuta marginale. Le stesse difficoltà a comprendere il significato del sacrificio urgono ad approfondirne il senso.

Presenza reale ed adorazione

11. Nelle sacre specie Gesù Cristo è realmente e sostanzialmente presente. Si è rilevata l’opportunità di un approfondimento teologico e catechetico della presenza reale che metta in evidenza la specificità della presenza eucaristica e la sua differenza qualitativa rispetto ad altre pur importanti modalità di presenza del Signore Risorto nella Sua Chiesa e nel mondo. Tale approfondimento potrà essere favorito da una teologia della consacrazione sviluppata in tutte le sue dimensioni (trinitaria, pneumatologica, ecclesiologica ed escatologica).
Conviene qui richiamare, che in relazione al tema della presenza reale e della sua adeguata comprensione, si sono posti numerosi interventi e testimonianze riguardanti l’adorazione eucaristica. In particolare si è sentito il bisogno di cogliere la relazione tra la celebrazione e l’adorazione: l’atteggiamento di adorazione deve caratterizzare la stessa partecipazione alla celebrazione eucaristica. Adorare Gesù Cristo presente nell’Eucaristia anche fuori della Messa, anche come riparazione, è una conseguenza della nostra fede nel mistero celebrato. Per favorire un tale atteggiamento sia nella celebrazione che al di fuori di essa, diversi Padri hanno fatto cenno alla questione del posto del tabernacolo nella chiesa. Qualche Padre ha messo in evidenza l’incongruenza di collocare la sede del presidente davanti al tabernacolo. Altri hanno ribadito l’importanza dei Congressi Eucaristici a vari livelli.

Banchetto e comunione

12. Il sacrificio eucaristico è inscritto nel banchetto, ma il banchetto è interamente compreso soltanto a partire dall’offerta che Gesù fa della propria vita per i Suoi sulla croce. Non c’è alcuna opposizione tra sacrificio e banchetto. Così integralmente intesa l’Eucaristia, cena e banchetto, rivela la sua natura di alimento, pane del cammino.

La Santa Comunione costituisce l’apice del banchetto eucaristico: in essa i fedeli partecipano del vero Corpo e del vero Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo diventando più compiutamente membra del Suo Corpo che è la Chiesa. La natura di banchetto manifesta l’Eucaristia come mistero capace di generare rapporti nuovi: entrando in comunione con Cristo il fedele instaura una nuova relazione con gli altri.

Nelle celebrazioni eucaristiche non mancano purtroppo fedeli che si accostano alla Comunione senza la dovuta preparazione e consapevolezza. Numerosi interventi hanno espresso anche a questo proposito l’urgenza di una catechesi che mostri i legami oggettivi tra il cammino di fede e di conversione e la comunione eucaristica. Taluni Padri hanno reiteratamente chiesto una rinnovata attenzione alle modalità e alle norme che presiedono alla distribuzione della Santa Comunione. Eucaristia e Chiesa

13. La res dell’Eucaristia è l’unità della Chiesa. Quest’affermazione cara alla tradizione teologica è stata ricordata in aula per mettere in evidenza l’importanza di sviluppare un’ecclesiologia eucaristica come fondamento e radice della ecclesiologia di comunione. Essa può costituire un quadro adeguato per affrontare talune questioni di rilevante importanza. Anzitutto i temi legati alla collegialità, alla sinodalità e più in generale alla rappresentanza nella Chiesa. Infatti, come ha affermato un Delegato fraterno, l’intera vita, parola e struttura della Chiesa è essenzialmente eucaristica.

L’ecclesiologia eucaristica può gettare nuova luce anche su talune questioni di grande attualità per il cammino ecumenico. Con l’invito ad un uso rigoroso della terminologia si è riaffermata la prassi dell’ammissione, sotto particolari condizioni oggettive e soggettive, del fedele non cattolico alla comunione eucaristica. Sono state ricordate le parole di Unitatis redintegratio 8, i criteri del Direttorio Ecumenico 129, e le indicazioni piene di speranza di Giovanni Paolo II nelle encicliche Ut unum sint 46 ed Ecclesia de Eucharistia 44, 45 e 46. Due Padri di rito orientale si sono interrogati circa l’opportunità di prendere in considerazione, in precisi casi e contesti, l’ipotesi di concelebrare con ministri di Chiese ortodosse.

Eucaristia e vita cristiana

14. La partecipazione feconda all’Eucaristia, suprema conferma del metodo scelto da Dio per incontrare gli uomini, trasforma la vita del fedele ed imprime alla sua esistenza una ‘forma eucaristica’. In ciò consiste propriamente parlando la spiritualità eucaristica richiamata da alcuni interventi. Il senso di tutta la vita cristiana, come ci mostrano i santi, è l’unione con Cristo che si offre al Padre per la vita dell’umanità. Il discepolo di Gesù è posto in questo mondo proprio per vivere la ‘forma eucaristica, per fare del bene agli altri, per portare dei frutti di salvezza, per essere sale, luce e fermento del mondo.

III. Eucaristia e sacramenti

Un posto di grande rilievo ha avuto nella disceptatio il nesso tra l’Eucaristia e il settenario sacramentale. Riprendiamo sinteticamente i principali elementi emersi.

Eucaristia e iniziazione cristiana

15. Più interventi hanno suggerito di meglio approfondire l’intero percorso dell’iniziazione cristiana. Incorporati per il battesimo a Cristo nella Chiesa i fedeli sono chiamati a vivere in pienezza la loro identità di membra del Corpo di Cristo attraverso la partecipazione consapevole, actuosa e feconda all’Eucaristia. Taluni Padri hanno dichiarato di ritenere più che opportuno favorire forme di catechesi post-battesimale che conducano i fedeli ad una vita matura di fede. Qualche Padre orientale ha richiamato l’importante significato teologico di conferire simultaneamente i tre sacramenti dell’iniziazione cristiana.

Eucaristia e Penitenza

16. Con grande insistenza i Padri hanno ricordato il legame tra Eucaristia e Penitenza. La catechesi e la predicazione devono educare i fedeli aiutandoli a comprendere la necessità di accostarsi regolarmente al sacramento della Riconciliazione. Ciò favorisce la riscoperta del legame tra l’Eucaristia e la vita intera come itinerario di conversione e di trasfigurazione della persona in Cristo. A questo scopo è stata richiamata la necessità di una maggiore disponibilità da parte dei sacerdoti. Inoltre alcuni Padri hanno chiesto il rigoroso rispetto di tutte le norme riguardanti il sacramento della Penitenza.

Eucaristia e Matrimonio

17. Più Padri hanno rilevato l’urgenza di un’educazione all’intrinseco nesso tra Eucaristia e Matrimonio. Qualche intervento lo ha esplicitato nel quadro di un’ecclesiologia sponsale.
Non pochi Padri hanno fatto riferimento ai conviventi, ai battezzati sposati solo civilmente, e ai divorziati risposati che si sono messi nella dolorosa condizione di non poter ricevere la comunione eucaristica. È stata posta in evidenza l’importanza di un’attenta pastorale di accogliente comunione nei loro confronti alla luce dei numerosi pronunciamenti del Magistero. Due Padri hanno chiesto di esplorare cammini di misericordia. In particolare qualche Padre ha invitato i Vescovi a promuovere energicamente la dimensione pastorale dei tribunali ecclesiastici, con eventuali semplificazioni di funzioni e procedure, favorendone la creazione là dove non esistono. Più di un Padre ha sottolineato l’importanza di fare ricorso in questi casi al valore della Comunione spirituale, anche se non è mancato chi l’ha definita un palliativo.

Eucaristia ed Ordine

18. Qualche Padre ha affrontato nel suo intervento il rapporto Eucaristia ed Ordine sacerdotale facendo riferimento agli insegnamenti del Magistero che definiscono l’Eucaristia come la principale ragion d’essere del sacerdozio ordinato. Il tema inoltre è emerso in più interventi durante la libera discussione. Alcuni Padri si sono riferiti alla dottrina dell’agire “in persona Christi” e alla relazione intrinseca tra sacerdozio ordinato e sacerdozio del Popolo di Dio.

Unzione degli infermi e Viatico

19. Il tema è emerso piuttosto indirettamente a proposito dell’importanza dell’Eucaristia per gli ammalati. Molti fedeli ricuperano un certo contatto con la comunità cristiana quando si trovano in una situazione di malattia o sofferenza. Del resto, la centralità dell’Eucaristia illumina per sua natura il rapporto della comunità ecclesiale con tutte le persone implicate con il mondo della salute e della sanità: ammalati, familiari e operatori sanitari. Qualcuno ha sottolineato l’importanza di adeguare la pastorale in questo campo giudicandola al momento largamente insufficiente.
Qualcuno ha notato come la dimensione escatologica della Comunione eucaristica emerga significativamente nel Santo Viatico. Per il fedele che riceve il viatico, medicina di immortalità, si attua una certa contemporaneità della morte con la pienezza della vita ed è dato il pegno della risurrezione della carne. È stato infine ricordato il profondo valore teologico della Messa di suffragio per i defunti.

IV. Eucaristia e popolo sacerdotale

Il Dies Domini

20. Il popolo cristiano – è stato detto - si riconosce visibilmente nel suo radunarsi ogni domenica per la Santa Messa. Celebrando l’Eucaristia la comunità ecclesiale partecipa sacramentalmente alla vittoria di Cristo sul male e sulla morte. Nell’atto del radunarsi insieme i fedeli riscoprono la propria appartenenza alla Chiesa. Lo fanno ascoltando la Parola di Dio, partecipando al memoriale del dono redentivo di Cristo e lasciandosi inviare nel mondo quali testimoni del mistero celebrato.
Per questa ragione molti interventi dei Padri hanno raccomandato la necessità di ricuperare il valore profondo della domenica, in particolare nelle società secolarizzate dove si è affievolito talora anche assai fortemente. Si è domandato di aiutare i fedeli a riscoprire che senza la domenica non possiamo vivere. In proposito un Padre ha sollevato la questione, delicata per molti Paesi, del lavoro domenicale. La domenica caratterizza la vita della Chiesa mentre esprime l’identità cristiana. Prima ancora che un precetto, la domenica è un’espressione gioiosa dell’incontro dei fratelli in Cristo. Ha una notevole rilevanza culturale e formativa. Educa inoltre all’autentico riposo.
Qualche intervento si è raccomandato di non sovraccaricare le domeniche con giornate celebrative di vario contenuto per non oscurare il carattere peculiare del Dies Domini.

Il Vescovo ed i presbiteri

21. La responsabilità del vescovo nei confronti della vita liturgica della diocesi e, in modo particolare, della celebrazione dell’Eucaristia, è stata ricordata in aula più volte, anche facendo riferimento al suo legame con la chiesa cattedrale. Soprattutto però i Padri hanno sottolineato il nesso sacramentale che lega i presbiteri al loro Vescovo. Unanime è stato il senso di gratitudine nei confronti dei sacerdoti che dedicano la loro vita al ministero pastorale. Abusi e defezioni non sono in grado di oscurare neppure lontanamente lo zelo con cui la stragrande maggioranza di sacerdoti vive la propria vocazione e la propria missione. Alcuni interventi hanno sottolineato la responsabilità del Vescovo nei confronti dei seminaristi e della loro adeguata formazione che deve essere centrata sull’Eucaristia. Per taluni bisogna dar più spazio, fin dal Seminario, ad adeguata formazione liturgica dei sacerdoti particolarmente esplicitandone la radice teologica.

Diaconi permanenti e ministri straordinari della Comunione

22. Anche per i diaconi permanenti ed i ministri straordinari della Comunione è stata richiesta da più voci una maggior formazione liturgica. Devono essere più adeguatamente preparati a compiere il loro prezioso ministero.

Soprattutto nelle celebrazioni domenicali in attesa di sacerdote il loro ministero appare di grande aiuto alla missione della Chiesa. Educando i fedeli all’ascolto della Parola di Dio, alla lode e alla preghiera essi potranno inculcare l’amore per l’Eucaristia. Qualche Padre ha sottolineato quanto sia importante favorire, in quei contesti, un’ardente supplica perché il Signore doni alla Sua Chiesa numerose vocazioni sacerdotali.

A proposito di queste assemblee alcuni interventi hanno rilevato un certo rischio che i fedeli le confondano con la celebrazione eucaristica. Hanno suggerito pertanto un ulteriore sforzo per rinvenire formule espressive che scongiurino tale rischio. Un Padre si è domandato: fino a quando queste comunità dovranno restare in attesa? Un altro ha chiesto che la giusta urgenza sull’Eucaristia domenicale si accompagni al riconoscimento del valore delle liturgie della Parola o di analoghe celebrazioni liturgiche. Parrocchia e piccole comunità

23. Il ruolo della parrocchia come dimora e scuola di preghiera in riferimento alla celebrazione eucaristica è stato sottolineato più volte in aula. Essa costituisce il luogo di riferimento fondamentale per il popolo di Dio. Nel contempo un certo numero di Padri ha parlato della necessità di sostenere la nascita di piccole comunità anche all’interno della parrocchie per permettere un più approfondito cammino di riscoperta dell’iniziazione cristiana che illumini meglio il nesso tra celebrazione eucaristica e vita cristiana. All’interno di simili comunità vitali – ha suggerito qualche Padre – è più facile affrontare tutte le circostanze della vita quotidiana, soprattutto nei paesi in cui l’iniziativa delle sette è particolarmente aggressiva, al punto di provocare, in qualche caso, un veloce decremento dell’appartenenza stessa alla Chiesa cattolica. Un’appartenenza debole che isoli i cristiani diventa un terreno fertile perché le sette trovino nuovi adepti. Tuttavia due o tre Padri hanno espresso perplessità circa la moltiplicazione di celebrazioni eucaristiche per piccoli gruppi soprattutto all’interno di una stessa comunità parrocchiale: si potrebbe mettere a rischio la comunione ecclesiale.

La famiglia

24. Un certo numero di interventi ha sottolineato con forza l’importanza decisiva della famiglia per l’educazione al valore dell’Eucaristia. Si è già fatto cenno al nesso intrinseco che lega l’Eucaristia al Matrimonio cristiano. La civiltà dell’amore poggia soprattutto su famiglie cristiane consapevoli della propria vocazione e della propria missione ecclesiale. La famiglia, vivaio di vocazioni, vivendo un nesso organico attraverso la parrocchia con la Chiesa particolare, può meglio documentare la rilevanza dell’Eucaristia nella vita quotidiana. Un’occasione straordinaria in proposito è senz’altro costituita dalle celebrazioni della prima Comunione. Qualche Padre ha rilevato l’importanza che la Prima comunione sia vissuta da tutta la comunità come un’occasione privilegiata di formazione cristiana per tutta la famiglia e non come un’occasione mondana cui talora si accompagnano sprechi e ostentazioni. Essa può inoltre rappresentare un’occasione per inculcare nei fedeli il valore della Santa Messa domenicale come gesto comune a tutta la famiglia.

Vita consacrata

25. L’Eucaristia “fa” la vita consacrata. Un Padre ha sottolineato che essa, in quanto espressione peculiare della Chiesa Sposa che accoglie e rende fecondo il dono del suo Sposo, concorre in modo speciale alla scoperta della dimensione sponsale del mistero eucaristico. L’Eucaristia è il luogo privilegiato dove le persone consacrate imparano a seguire Cristo alla luce dei consigli evangelici. Qui trovano la forza per fare della loro esistenza un annuncio profetico.

I giovani

26. Come vivono e percepiscono i giovani il mistero eucaristico?, si sono domandati non pochi Padri. Ne è emerso un panorama assai vario. Soprattutto sotto l’impulso delle Giornate Mondiali della Gioventù il problema della trasmissione del valore dell’Eucaristia alle nuove generazioni è oggetto di particolare cura da parte dei pastori. Qualche intervento ha messo in evidenza che le nuove generazioni, spesso influenzate dai grandi mutamenti culturali, faticano a percepire adeguatamente il valore dell’Eucaristia. In non pochi paesi la partecipazione dei giovani alla Messa domenicale crolla bruscamente al termine dell’iniziazione cristiana. Un intervento ha messo in rilievo come il tipo di razionalità e di cultura oggi prevalente renda particolarmente arduo comprendere il mutamento sostanziale che avviene nella consacrazione del pane e del vino. Anche da questa situazione viene una forte sfida all’educazione e alla catechesi. Tanto più che nonostante l’abbandono della pratica domenicale si può notare, quasi in contrappunto, l’esperienza di una certa rinascita dell’adorazione eucaristica anche tra i giovani. Essi stessi a volte dichiarano di essere affascinati da Cristo. A questo proposito più di un Padre ha richiamato l’attenzione sulla preziosa azione dei movimenti ecclesiali e delle nuove realtà aggregative per un’educazione cristiana fondata sull’Eucaristia e sui sacramenti.

V. Eucaristia e missione

L’Eucaristia sorgente della missione

27. Per essere missionaria la Chiesa deve essere anche profondamente eucaristica. L’Eucaristia è la sorgente vitale della missione. Ascoltando la Parola di Dio, celebrando la morte e la risurrezione del Signore, unendoci in comunione sacramentale con Lui siamo condotti ad un incontro personale e comunitario con Cristo, di cui diventiamo veramente discepoli. L’Eucaristia aiuta così l’azione missionaria in generale, e in modo del tutto speciale la missione ad gentes. L’Eucaristia infatti identifica immediatamente la missione con l’insostituibile annuncio di Cristo e impedisce che la necessaria promozione umana, implicata nell’evangelizzazione, si riduca a pura sociologia.

Eucaristia e martirio

28. La missione della Chiesa inizia dalla testimonianza personale e comunitaria del popolo cristiano alimentato dall’Eucaristia. In non poche zone della terra la partecipazione all’Eucaristia ha potuto e può domandare di esporre la propria vita. Alcuni Padri, provenienti da paesi in cui la vita di fede è ancora minacciata a causa dell’assenza di libertà religiosa, hanno mostrato come la stessa pratica della regolare celebrazione eucaristica assuma un forte carattere testimoniale. Nell’Eucaristia, in forza dell’offerta che Cristo fa di Sé al Padre, sono racchiusi tutti i sacrifici dei cristiani e tutte le sofferenze degli uomini e donne di buona volontà. In Essa si vede veramente che, per il dono dello Spirito, si completa ciò che manca ai patimenti di Cristo. Diversi hanno sottolineato il nesso tra Eucaristia e martirio. Un Padre ha aggiunto che non solo i nomi dei martiri sono proclamati nel canone romano, ma che inserire reliquie dei martiri nell’altare rafforza questo legame. La celebrazione memoriale del Sangue di Cristo sparso per amore dà pieno valore al sangue versato dai martiri.

Eucaristia e dialogo interreligioso

29. Stante la crescente mobilità determinata soprattutto dagli imponenti flussi migratori e la multiculturalità di molte società in cui la Chiesa vive ed opera, un certo numero di Padri ha messo in evidenza l’occasionale partecipazione, anche nutrita, di seguaci di altre religioni alla celebrazione eucaristica. I Padri intervenuti in proposito hanno sottolineato la necessità di un accompagnamento attento di queste persone, ma anche di rispettare la natura del sacramento e dell’assemblea eucaristica. In particolare un Padre si è raccomandato di spiegare loro perché non possono ricevere la santa Comunione ricordando il lungo tempo di attesa e di preparazione che gli stessi catecumeni debbono osservare.

Eucaristia e cultura

30. Attraverso la vita dei fedeli, trasformata dal dono eucaristico, l’Eucaristia agisce come seme di una nuova cultura in vista di un’autentica civiltà dell’amore. Questa nuova civiltà edifica la vita personale e comunitaria a livello antropologico, cosmologico e sociale. Veramente l’Eucaristia, ha rilevato più di un padre, è fonte di cultura. Se vissuta coscientemente suggerisce ai fedeli le strade per una risposta alle inquietudini dell’uomo del nostro tempo. Si rivela capace di intercettare la nostalgia di mistero presente nella nostra cultura, che spesso si esprime confusamente nella caduta idolatrica. Un Delegato fraterno ha ricordato che la cultura che nasce dall’Incarnazione apprezza le diversità culturali e nel contempo le sfida.

Dimensione antropologica

31. Non pochi Padri hanno fatto direttamente e indirettamente riferimento alla dimensione antropologica insita nel dono eucaristico. Uno degli Auditores ha parlato della necessità di un’antropologia eucaristica. Si è citato l’incipit, ancora attuale, della Gaudium et spes. Le esigenze morali del singolo e della comunità trovano nell’Eucaristia il loro contesto proprio perché in Essa si instaura un giusto rapporto con Dio, con i fratelli e con l’universo intero. L’Eucaristia può operare la “cristificazione” piena di tutte attività dell’uomo. Gesù eucaristico rivela l’uomo a se stesso, facendogli scoprire la sua vera identità, valorizza la sua libertà e, per mezzo della grazia, lo rende una nuova creatura. Nell’offerta eucaristica del pane e del vino, frutti della terra e del lavoro dell’uomo, vengono presentate a Dio anche tutta la ricchezza e la povertà dell’umanità. Così si santifica il lavoro perché si domanda al Cristo eucaristico che lo trasformi secondo il disegno del Padre.

Dimensione cosmologica

32. Poco si è parlato della dimensione cosmologica dell’Eucaristia. Non è mancato tuttavia chi ha chiesto di ricuperare il valore del creato come dimora e come risorsa, proprio ispirandosi ad una contemplazione grata e adorante del dono eucaristico. Un Padre, ricordando che l’Eucaristia è fonte di luce che permea tutto il cosmo, ha sottolineato la dimensione sacramentale di ogni realtà. In essa ogni evento, ha aggiunto, possiede un carattere di segno attraverso il quale Dio comunica Se stesso e ci interpella. La ‘forma eucaristica’ dell’esistenza può favorire un’autentica metanoia in questo ambito, rispondendo all’anelito di armonia col creato ed educando a prendersi cura della terra e non a considerarla come un mero contenitore da sfruttare.

Dimensione sociale

33. Numerosi Padri, invece, hanno messo in evidenza la dimensione sociale dell’Eucaristia. Hanno sottolineato con forza come Essa sia fonte privilegiata di giustizia, di condivisione, di pace, di riconciliazione e di perdono. Senza questa dimensione sociale, per altro intrinseca all’azione eucaristica, le nostre celebrazioni rischiano di diventare formali. In particolare si è sottolineato l’improcrastinabile dovere di chi partecipa all’Eucaristia di farsi carico delle situazioni di estrema indigenza e di endemica miseria in cui vivono molti popoli del Sud del pianeta, con un particolare riferimento ai bambini e alle donne. Un’autentica condivisione dei beni e un’instancabile opera di pacificazione deve consentire a tutti i cristiani di operare per ristabilire la fraternità e la solidarietà spesso violate. Il mistero eucaristico, se vissuto autenticamente come comunione con la commozione di Gesù per le folle, ha la intrinseca capacità di mobilitare i fedeli ad una efficace iniziativa sociale in favore di tutti gli uomini, in particolare dei poveri, degli emarginati, dei migranti e dei carcerati.

Conviene in proposito sottolineare che tre Padri hanno messo in evidenza la questione della necessaria coerenza delle scelte politiche con la partecipazione alla Comunione sacramentale, richiamando la grave responsabilità, soprattutto di legislatori e governanti, in merito alla promozione di una società giusta, solidale e rispettosa della vita e della famiglia.

Seconda Parte
L’azione eucaristia

I. Sulla scia della riforma liturgica

Riforma liturgica

34. Non pochi Padri hanno ricordato con gratitudine il benefico influsso che la riforma liturgica, attuata a partire dal Concilio Vaticano II, ha avuto per la vita della Chiesa. È stata in particolare richiamata la ricchezza del Messale Romano. Qualcuno non ha mancato di rilevare fraintendimenti ed abusi. Si sono verificati nel passato ma sono presenti ancor oggi, anche se in forma ridotta. Tuttavia, simili episodi non possono oscurare la bontà della riforma; piuttosto urgono ad una maggior attenzione nei confronti dell’ars celebrandi da cui dipende l’actuosa participatio.

Celebrazione eucaristica e senso del mistero

35. Molti Padri sinodali hanno auspicato il ricupero, a partire dalla celebrazione eucaristica come actio Dei, dell’importanza del mistero nelle sue diverse accezioni: mistero trinitario, mistero pasquale, mistero sacramentale, mistero sponsale e, più in generale, mistero d’amore. Si è anche insistito sull’unicità della dimensione salvifica del mistero eucaristico. Bisogna quindi aiutare i fedeli a viverlo come sorgente di senso per l’uomo contemporaneo. Ciò esige che sia rispettata la sua origine divina che richiede l’autentica ars celebrandi.

Mistagogia

36. Soprattutto nel contesto dei numerosi richiami alla catechesi liturgica ha trovato un posto di rilievo il tema della mistagogia. Essa consente di affrontare una delle principali sfide per la fede posta dalla dominante cultura, spesso secolarizzata, che tende a non dare spessore reale al mistero o a ridurlo in termini irrazionali. Rinnovando lo stile di vita del cristiano la mistagogia consente di porre l’Eucaristia al centro dell’esistenza. Per i Padri che ne hanno sostenuto l’importanza la mistagogia permette di vivere la liturgia come un insieme unitario ed articolato di gesti, azioni, parole, processioni che impiega spazi, arredi, e suppellettili. Essa diventa così una via maestra per iniziare il fedele al mistero che viene celebrato; consente una genuina comprensione dell’esperienza celebrativa così che dall’agire liturgico scaturisca un approfondimento del senso dell’agire salvifico di Dio. Infatti l’azione liturgica, se rispetta tutte le sue dimensioni, contiene già in se stessa la capacità di introdurre ai misteri cristiani, mostrando la loro incidenza nella vita quotidiana. Bellezza, arte e architettura

37. Arte e architettura sacra non sono elementi secondari per l’azione liturgica. Nella disceptatio sinodale non sono mancati richiami a che i progettisti di chiese rispettino ed esaltino la specificità del luogo di culto cristiano, la cui presenza nel territorio deve esprimere la bellezza del mistero eucaristico ivi celebrato. Nella liturgia, la dinamica dello spazio sacro trasmette una tradizione che è garante attraverso i secoli della continuità ed autenticità della stessa fede apostolica: la bellezza e il decoro dello spazio sacro e di tutto ciò che riguarda l’Eucaristia comunica in un certo modo la bellezza stessa di Dio, della Chiesa e dell’incontro con l’Amato presente. L’organizzazione spaziale e il decoro dell’area liturgica, infatti, veicolano la tradizione ecclesiale, ne mostrano la continuità e l’autenticità.

È stato ricordato da parte di un Padre che la vera bellezza – non la sua superficiale riduzione estetizzante – disarma; la bellezza della liturgia non è culto dell’apparenza, ma è ciò che permette di passare dal “per sé” al “più grande di sé”.

II. La struttura della celebrazione liturgica

Non sono mancati in aula richiami alla necessità di rispettare la struttura celebrativa del rito eucaristico. Questa, tra l’altro, rappresenta la via oggettiva per evitare abusi.

Liturgia della Parola

38. L’originalità e la bellezza della Liturgia della Parola nell’Eucaristia dipende dal suo essere sempre memoria dell’avvenimento che dà origine alla stessa comunità che sta celebrando. Un Padre ha rilevato che la Liturgia della Parola esige fedeltà al calendario liturgico, all’ordine delle letture soprattutto dell’Eucaristia domenicale. Questo domanda inoltre un’adeguata conoscenza del lezionario domenicale e festivo; richiede una precisa cura perché la Parola di Dio sia proclamata nel migliore dei modi possibili. La promozione di gruppi biblici che lavorino sulle letture domenicali può essere un valido aiuto. Più in generale la diffusione di gruppi di ascolto della Parola di Dio che facciano ricorso alle diverse forme di lectio divina già costituisce, ha notato qualche Padre, un buon patrimonio per le nostre Chiese. Qualcuno ha raccomandato di suggerire ai fedeli di dotarsi di un piccolo messale per la meditazione personale o comunitaria, magari in famiglia.

Omelia

39. Diversi Padri sinodali hanno parlato dell’importanza dell’omelia, elemento costitutivo della Liturgia della Parola. Essa dev’essere sempre oggetto di adeguata preparazione da parte dei ministri e deve introdurre i fedeli che ascoltano la Parola di Dio nel mistero celebrato. Omelie povere allontanano i fedeli. Come qualche Padre ha sottolineato questo significa riconoscere il carattere mistagogico dell’omelia. Più di una voce ha raccomandato che la preparazione si basi su una conoscenza adeguata della Sacra Scrittura. Inoltre due Padri hanno ricordato anche l’opportunità di omelia tematiche o dottrinali che pongano in riferimento il Lezionario al Catechismo della Chiesa Cattolica e al suo Compendio, auspicando che vengano preparati a livello nazionale sussidi adeguati per il clero. Ciò anche per evitare che l’omelia sia sostituita dalla catechesi.

Presentazione dei doni

40. Qualche Padre ha rilevato che, soprattutto nel momento della presentazione dei doni, si sono sviluppate pratiche che richiedono un equilibrato giudizio. Si assiste ad un ampliamento eccessivo del numero dei doni che sarebbe teso a meglio simbolizzare aspetti od eventi particolarmente significativi per una determinata comunità. Taluni Padri hanno notato che questa scelta può aiutare un’inculturazione liturgica rispettosa del mistero celebrato. Altri hanno però raccomandato che i troppi “segni” non oscurino l’insostituibile centralità dei doni del pane e del vino.

Preghiere eucaristiche

41. Si è ricordato che il tesoro liturgico della Chiesa in Oriente e Occidente si esprime in modo particolare nelle diverse preghiere eucaristiche. In proposito sono state sollevate alcune questioni particolari: la necessità di una corretta traduzione dei testi originali nelle lingue vernacole, la possibilità di arricchire testi già approvati, la necessità di meglio valorizzare l’epiclesi ed il suo rapporto con le parole dell’istituzione, l’eventuale inserimento di altre acclamazioni da parte del popolo...

Ringraziamento e invio

42. Due interventi hanno invitato a non trascurare il momento del ringraziamento, espressivo anche dell’etimo della parola Eucaristia. Per favorire ulteriormente la dimensione di ringraziamento da cui sgorga la missione, alcuni Padri hanno sottolineato l’importanza di fare più frequentemente ricorso alle benedizioni solenni già previste dal messale. Un Padre ha suggerito la possibilità di articolare meglio in senso missionario l’ite missa est.

III. Ars celebrandi

Fede e celebrazione

43. Ripetutamente è stato rilevato in aula che l’ars celebrandi dipende in grande misura dalla maturità della fede eucaristica di chi partecipa alla celebrazione, soprattutto di chi la presiede. L’ars celebrandi quindi implica una forte spiritualità eucaristica ed un’adeguata formazione teologico-liturgica. Non può essere ridotta al pur necessario rispetto delle rubriche liturgiche.

Formazione liturgica

44. Con grande insistenza è stata fatta presente in aula la necessità di provvedere, fin dall’educazione seminaristica, ad un’adeguata formazione teologico-liturgica dei sacerdoti. Questa formazione è inoltre doverosa per tutti coloro che sono chiamati a svolgere un servizio liturgico (diaconi, accoliti, lettori, ministranti...). Più in generale dev’essere rivolta, mediante la normale educazione catechistica, a tutto il popolo dei fedeli.

Silenzio, parola e canto

45. A più riprese si è sottolineata l’importanza del silenzio nella liturgia. Si è riscontrato un eccesso di verbalizzazione che può trasformare la celebrazione in spettacolo e la sinassi eucaristica in una comune assemblea. Taluni Padri hanno posto l’accento su certe espressioni musicali che non rispecchiano l’indole liturgica.

Segni, gesti e simboli

46. Alcuni Padri sinodali hanno sottolineato l’importanza di una più equilibrata relazione tra la dimensione verticale e quella orizzontale nei gesti e nei canti della Messa, ponendo attenzione alla necessaria sacralità degli atteggiamenti del corpo. In merito, qualche Padre ha manifestato perplessità di fronte a due situazioni specifiche: le grandi concelebrazioni e la comunione nella mano. In modo particolare un Padre si è interrogato sull’opportunità di rivedere talune norme nel caso di concelebrazioni con notevole concorso di popolo. Qualcuno ha insistito sul bisogno di ri-valorizzare i simboli liturgici, l’espressione artistica del canto, il decoro dello spazio sacro e delle vesti liturgiche. Un riferimento è stato fatto anche all’uso della danza nella liturgia, tema per il quale sembrano mancare tuttora dei criteri sufficientemente chiari. Facendo leva sulla dimensione creativa della liturgia e con attenzione all’inculturazione tali gesti possono costituire un aiuto a cogliere più pienamente il senso del mistero. Tuttavia qualcuno ha parlato di non pochi i rischi in materia.

IV. Actuosa partecipatio

Partecipazione dei fedeli

47. Uno degli elementi che più ha favorito la riforma liturgica è stata la partecipazione dei fedeli, aiutata in modo considerevole dall’introduzione delle lingue vernacole. I Padri, tuttavia, hanno affermato che si deve vigilare perché tale partecipazione non si limiti ad un atteggiamento esteriore ma, sulle orme di Maria ‘donna eucaristica’, diventi un vero “agire” liturgico, un lasciarsi incorporare, attraverso l’Eucaristia, alla comunione della Chiesa. I fedeli partecipano con pienezza quando tutta la loro vita è accoglienza di Dio, ascolto della Parola, docilità allo Spirito, quando è adorazione e azione di grazia, rinnovamento della nuova alleanza, quando tutta l’esistenza diventa offerta, comunione, sacrificio, impetrazione e espiazione, dono gratuito di sé, in Dio, per i fratelli. In definitiva quando la partecipazione all’Eucaristia fa della vita dei fedeli un’autentica logikē latreia.

Inculturazione liturgica

48. Per ogni Chiesa particolare il modo di vivere l’Eucaristia è inseparabile dalla propria cultura e dalla propria storia. L’Eucaristia infatti è data dal Signore alla Chiesa che vive sempre in un determinato popolo. Questa è la ragione profonda dell’inculturazione liturgica messa in rilievo da numerosi Padri. Una splendida testimonianza vitale di questo dato storico è rappresentata dai riti e dalle tradizioni delle Chiese Orientali. La traduzione dei testi liturgici, l’incorporazione di gesti ed espressioni provenienti dalle culture in cui vive la Chiesa ed altri aspetti connessi al tema, dovrebbero suggerire nuovi elementi che non alterino però l’essenza del mistero della fede. L’imprescindibile tema dell’inculturazione domanda, a giudizio di non pochi Padri, ulteriori approfondimenti. Soprattutto mediante l’individuazione di adeguati criteri di discernimento riguardo alle sue condizioni e metodi di attuazione. Qualche Padre ha suggerito di valorizzare la responsabilità delle Conferenze Episcopali in proposito. Sempre in questo ambito, qualcuno ha chiesto una rigorosa fedeltà alle rubriche.

Assemblee domenicali in attesa di sacerdote

49. Una piena partecipazione è oggettivamente impedita a molti fedeli di comunità in cui non si può celebrare l’Eucaristia ogni domenica. Oltre alla già citata questione della scarsità dei sacerdoti, diversi Padri hanno domandato in aula chiarimenti circa la natura e la struttura delle assemblee domenicali in attesa di sacerdote, soprattutto in riferimento alla distribuzione della santa Comunione. Senza misconoscerne l’oggettivo valore, ci si è domandati: come aiutare concretamente il popolo cristiano a non confonderle con l’Eucaristia?

Trasmissione televisiva dell’Eucaristia

50. È stata rilevata l’importanza della trasmissione televisiva dell’Eucaristia quale strumento di evangelizzazione, come si è visto in modo clamoroso in occasione della morte del servo di Dio Giovanni Paolo II. Oltretutto essa sostiene la vita cristiana di tanti malati e anziani. A questo proposito si è raccomandata la necessità di una particolare cura della celebrazione, in modo di favorire un’ampia diffusione dell’ars celebrandi. Si è tuttavia ricordata l’importanza di richiamare i fedeli al fatto che, in condizioni normali, la trasmissione televisiva di per sé non adempie il precetto domenicale.

Conclusione

51. Come i due di Emmaus anche noi, Beatissimo Padre, Fratelli nell’Episcopato, Auditores, Adiutores e Assistenti, riconosciuto il Risorto nello spezzare del Pane abbiamo preso forza e percorso un buon tratto di cammino. Ammessi alla Sua presenza per compiere il servizio sacerdotale ci accingiamo ora alla parte più delicata del nostro lavoro. Stupiti dalla bellezza della forma eucaristica vogliamo meglio assimilarla attraverso l’esame articolato di tutti gli aspetti delle meraviglie della grazia che scaturisce dal Corpo donato e dal Sangue versato di Cristo. Lo facciamo per consentire al popolo santo di Dio, pellegrino nella storia, di testimoniare lo splendore di Gesù Cristo morto e risorto propter nos homines a tutti i nostri fratelli uomini, di qualunque età, razza, ceto e religione. Annunciamo la Sua morte, proclamiamo la Sua risurrezione, nell’attesa della Sua venuta. Il frutto del secondo tratto del nostro cammino saranno le Propositiones che offriremo al discernimento proprio del carisma del Successore di Pietro. È un lavoro che compiremo ancora una volta in tutta libertà e parresia, perché intendiamo farlo in tutta umiltà. Siamo infatti consapevoli che l’Eucaristia, in quanto dono, è intrinsecamente connessa alla testimonianza che, come ci è stato richiamato, può giungere fino al martirio. Ma il martyrein è esso stesso dono che un’altra volta chiede umiltà. Ce lo ricorda la bella traduzione italiana del prefazio dei martiri: «Padre che riveli nei deboli la Tua potenza e doni agli inermi la forza del martirio».

Questioni per i Circoli Minori

1. Come educare il popolo cristiano alla fede eucaristica con particolare riferimento all’annuncio, alla predicazione, alla catechesi e alla testimonianza soprattutto nel contesto della globalizzazione e della secolarizzazione? Come assicurare una presentazione integrale di tutte le dimensioni dell’Eucaristia (mistero pasquale e trinitario, sacrificio, presenza reale, memoriale della nuova alleanza, banchetto e comunione, dono dello Spirito, escatologia, novità radicale del culto cristiano, logikē latreia)?

2. Come aiutare il popolo cristiano a cogliere l’intrinseco legame tra l’Eucaristia e la vita quotidiana, tra il mistero celebrato e l’offerta della propria vita a livello personale e sociale, tra la fede professata ed i comportamenti pubblicamente rilevanti (dimensione antropologica)?

3. Come rispondere all’urgente dovere di offrire il dono eucaristico in modo regolare a tutti i fedeli, anche nei paesi di missione e con scarsità di sacerdoti? Quale struttura e modalità per le assemblee liturgiche domenicali in attesa di sacerdote?

4. Come aiutare il popolo cristiano a promuovere l’adorazione eucaristica che nasce dalla celebrazione liturgica e ad essa conduce?

5. Come l’Eucaristia e l’ecclesiologia che ne deriva possono diventare principio e forma per attuare importanti aspetti della vita ecclesiale (sinodalità, rappresentanza, ecumenismo e dialogo interreligioso...)?

6. Come ricuperare l’integralità dell’iniziazione cristiana (battesimo, confermazione ed Eucaristia) per i fanciulli, per i giovani, per gli adulti? Come illustrare, in particolare, il nesso tra l’Eucaristia e la Riconciliazione? Come aiutare i fedeli a vivere il cammino di conversione richiesto dall’Eucaristia?

7. Come promuovere un’accogliente pastorale di comunione per quanti vivono in una situazione che impedisce l’accesso alla riconciliazione sacramentale e all’Eucaristia (conviventi, divorziati risposati, battezzati sposati solo civilmente…)?

8. Come educare il popolo dei fedeli alla centralità della celebrazione eucaristica domenicale? Quali strade per una più adeguata formazione teologico-liturgica (ars celebrandi) dei presbiteri, dei diaconi, e degli attori dei vari ministeri?

9. Quali criteri per meglio ordinare le molteplici celebrazioni eucaristiche da parte di piccole comunità all’interno della stessa comunità parrocchiale (messe con bambini, con giovani, con gruppi particolari…)?

10. Come la celebrazione eucaristica può essere vissuta dagli ammalati e dagli anziani? In particolare come far partecipare all’Eucaristia i malati psichici e sulla base di quali criteri amministrare loro la santa Comunione?

11. In che modo le nostre celebrazioni possono meglio favorire nei fedeli un impegno missionario in tutti gli ambienti di vita attraverso la testimonianza? Come educare tutti i fedeli al rapporto tra Eucaristia e missione ad gentes?

12. Come le nostre celebrazioni possono educare la responsabilità sociale dei fedeli in particolare negli ambiti della giustizia, della solidarietà, della condivisione, della pace, della riconciliazione e del perdono?

13. Cosa suggerire per educare il popolo cristiano alla dimensione cosmologica dell’Eucaristia?

14. Come educare il popolo cristiano ad una partecipazione piena, consapevole, actuosa e feconda alla santa Eucaristia? Come rieducare nei paesi della nuova evangelizzazione il popolo cristiano al senso del mistero celebrato? Quale posto per la mistagogia?

15. Quali criteri di carattere generale e particolare suggerire per l’impiego dell’arte e dell’architettura al servizio della bellezza della liturgia?

16. Si considera opportuno rivedere qualche aspetto particolare del rito romano (ite missa est, pax…)?

17. Quali criteri per una corretta inculturazione liturgica dell’unico mistero eucaristico che favorisca l’actuosa participatio dei fedeli nei diversi contesti culturali?

[Testo originale: latino]

[Fonte: Bollettino del Sinodo dei Vescovi]
Italian Relazione del Cardinal Angelo Scola ad introduzione del dibattito sinodale
Oct 15, 2005
Pubblichiamo di seguito la “Relatio Ante Disceptationem” pronunciata questo lunedì mattina - 3 ottobre 2005 - dal Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia e Relatore Generale al Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia, nel corso della Prima Congregazione Generale del Sinodo.

INTRODUZIONE
Eucaristia: la libertà di Dio viene incontro alla libertà dell’uomo

I. Stupore eucaristico
II. L’Eucaristia implica evangelizzazione
III. L’Eucaristia e la ratio sacramentalis della Rivelazione

CAPITOLO PRIMO
Il novum del culto cristiano

I. La “logikē latreía” (Rm 12, 1)
II. Il valore del rito eucaristico
III. La celebrazione eucaristica fa la Chiesa
1. Una prima conferma: il Vescovo, liturgo per eccellenza
2. Una seconda conferma: la natura del tempio cristiano
3. Una terza conferma: “Intercomunione”?

CAPITOLO SECONDO
L’azione eucaristica

I. Elementi distintivi della celebrazione eucaristica
1. Indisgiungibile unità di liturgia della parola e liturgia eucaristica
a. Il dono eucaristico: né diritto né possesso
a1. Assemblee domenicali in attesa di sacerdote
a2. Viri probati?
2. Adorazione
3. Atteggiamento di confessione e penitenza
a. I divorziati risposati e la comunione eucaristica
4. Ite missa est
II. Ars celebrandi e actuosa participatio

CAPITOLO TERZO
Dimensione antropologica, cosmologica e sociale dell’Eucaristia

I. Due premesse
1. Eucaristia ed evangelizzazione
2. Eucaristia, interculturalità e inculturazione
II. Dimensione antropologica dell’Eucaristia
III. Dimensione cosmologica dell’Eucaristia
IV. Dimensione sociale dell’Eucaristia CONCLUSIONE
L’esistenza eucaristica nel travaglio contemporaneo

I. Ripresa sintetica
II. Un auspicio finale

INTRODUZIONE
Eucaristia: la libertà di Dio viene incontro alla libertà dell’uomo

I. Stupore eucaristico

Quando celebrano l’Eucaristia, “i fedeli possono rivivere in qualche modo l’esperienza dei due discepoli di Emmaus: “si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” (Lc 24, 31) [1]. Per questo Giovanni Paolo II afferma che l’azione eucaristica suscita stupore [2]. Lo stupore è la risposta immediata dell’uomo alla realtà che lo interpella. Esprime il riconoscimento che la realtà gli è amica, è un positivo che incontra le sue attese costitutive. San Paolo, scrivendo ai Romani, ne spiega la ragione: la realtà custodisce il disegno buono del Creatore. A tal punto che l’Apostolo ha potuto dire degli uomini “che soffocano la verità nell’ingiustizia” che sono “inescusabili” perché “pur conoscendo Dio” - dal momento che “dalla creazione del mondo in poi le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da Lui compiute” - “non gli hanno reso gloria né gli hanno reso grazie come a Dio” (cfr. Rm 1, 19-21). Incertezza e timore, invece, possono subentrare in un secondo tempo nell’esperienza dell’uomo, quando, a causa della finitudine e del male, in lui si fa strada la paura che la positività della realtà non permanga.

Così, da una parte, l’azione eucaristica, come del resto l’intero cristianesimo in quanto sorgente di stupore [3], si inscrive nell’esperienza umana come tale. Tuttavia, dall’altra, Essa si manifesta come un avvenimento inatteso e del tutto gratuito. Nell’Eucaristia si rivela che quello di Dio è un disegno di amore. In Essa il Deus Trinitas, che in Se stesso è amore (cfr. 1Gv 4, 7-8), si abbassa nel Corpo donato e nel Sangue versato da Cristo Gesù, fino a farsi cibo e bevanda che alimentano la vita dell’uomo (cfr. Lc 22, 14-20; 1Cor 11, 23-26).

Come i due di Emmaus, rigenerati dallo stupore eucaristico, ripresero il proprio cammino (cfr. Lc 24, 32-33) così, il popolo di Dio, abbandonandosi alla forza del sacramento, è sospinto a condividere la storia di tutti gli uomini.

Giovanni Paolo II con grande lungimiranza, subito fatta propria da Benedetto XVI, volle prolungare i benefici frutti del Grande Giubileo nello speciale Anno Eucaristico [4], stabilendo che questa XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi fosse dedicata a L’Eucaristia, fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa. La solenne celebrazione eucaristica con cui ieri l’abbiamo iniziata nella Basilica di San Pietro, ci ha oggettivamente aperti a quell’atteggiamento di stupore che, se opportunamente assecondato durante i nostri lavori, contribuirà a far riscoprire la centralità e la bellezza dell’Eucaristia alla Chiesa sparsa in tutto il mondo.

Perché l’Eucaristia è l’affascinante cuore della vita del popolo di Dio destinato alla salvezza dell’umanità intera? Perché essa svela e rende presente nell’oggi della storia Gesù Cristo come senso compiuto dell’umana esistenza in tutte le sue dimensioni personali e comunitarie [5]. E lo documenta a livello antropologico, cosmologico e sociale.

“Nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” [6]: nell’Eucaristia questa centrale affermazione conciliare rivela tutto il suo realismo. Nel pane e nel vino, frutti della terra e del lavoro, è ricapitolata l’offerta totale che l’uomo, uno di anima e di corpo [7], fa di sé, dei suoi affetti e del suo operare; è espresso il suo rapporto di permanente interazione col cosmo e, nello stesso tempo, si documenta la sua originaria solidarietà con tutti i fratelli uomini, a partire dalla famiglia e dalle comunità più prossime per giungere fino agli estremi confini della terra.

Nel dono eucaristico è consentito al credente l’accesso alla Verità vivente e personale che fa “liberi davvero” (cfr. Gv 8, 36). Nell’Eucaristia l’invito di Gesù “se vuoi essere perfetto” (Mt 19, 21) assume tutta la sua pregnanza. L’uomo è provocato ad uscire da se stesso verso gli altri e la realtà tutta, perché sia soddisfatto il desiderio inestirpabile di felicità che porta nel proprio cuore [8]. Nell’Eucaristia Gesù diviene concretamente Via a quella Verità che dà la Vita (cfr. Gv 14, 6) [9].
In Essa, la Chiesa, realtà nello stesso tempo personale e sociale, diviene concretamente un popolo di popoli, quella mirabile entità etnica sui generis di cui parlava Paolo VI [10].

Fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa “è l’intero Triduum Paschale, ma questo è come raccolto, anticipato e ‘concentrato’ per sempre nel dono eucaristico” in quanto attua “una misteriosa ‘contemporaneità’ tra quel Triduum e lo scorrere dei secoli” [11]. Per questo, da duemila anni il popolo santo di Dio, a qualunque generazione, ceto, razza o cultura appartenga, conviene ogni domenica nell’ecclesia eucaristica, confessando pubblicamente la propria fede. L’Eucaristia, infatti, in se stessa e nella sua connessione con il settenario sacramentale, svela tutta la portata del mistero della fede [12]. Ciò spiega concretamente la ragione per cui anche nei tempi e nei luoghi di maggior travaglio la Chiesa, sostenuta dallo Spirito, non è mai venuta meno. Ad impedirlo ha contribuito proprio la prassi bimillenaria [13] di porre al centro l’azione eucaristica domenicale.

Sono questi, in estrema sintesi, i motivi che possono suscitare lo stupore eucaristico in uomini e donne di ogni tempo e di ogni luogo. La presente Relatio ante disceptationem intende illustrarli un poco. Nel quadro preparatorio tracciato dai Lineamenta prima e dall’Instrumentum laboris poi, senza pretesa di completezza, ma senza evitare i principali problemi, essa ha il solo scopo di aprire il dialogo tra i Padri Sinodali.

Per comodità ne anticipo le articolazioni. Dopo aver fatto riferimento allo stupore eucaristico, l’Introduzione (Eucaristia: la libertà di Dio viene incontro alla libertà dell’uomo) evidenzia il nesso dell’Eucaristia con l’evangelizzazione e con la ratio sacramentalis propria della Rivelazione. Nel Primo Capitolo (Il novum del culto cristiano) cercherò di mettere in luce la novità del culto cristiano. Il Secondo Capitolo (L’azione eucaristica) tratterà dell’azione eucaristica nei suoi elementi distintivi e nel necessario nesso tra ars celebrandi e actuosa participatio. Un Terzo Capitolo (Dimensione antropologica, cosmologica e sociale dell’Eucaristia) vuole mostrare come l’Eucaristia possieda intrinsecamente una dimensione antropologica, una dimensione cosmologica e una dimensione sociale. La Conclusione (L’esistenza eucaristica nel travaglio contemporaneo) offrirà una ripresa sintetica della materia svolta per terminare con un breve auspicio circa i nostri lavori.

II. L’Eucaristia implica evangelizzazione

I dati raccolti dall’Instrumentum laboris preparato in vista di quest’Assemblea Sinodale mostrano che la pratica eucaristica è assai varia nelle grandi aree del globo. Questo ha certamente a che fare con le loro significative differenze culturali, che si esprimono in maniera evidente anche nella qualità della partecipazione all’Eucaristia che, a sua volta, è connessa all’autenticità dell’ars celebrandi.

Un rilievo generale, tuttavia, si impone. Lo spegnersi dello stupore eucaristico dipende, in ultima analisi, dalla finitudine e dal peccato del soggetto. Spesso però questo trova un terreno di coltura nel fatto che la comunità cristiana che celebra l’Eucaristia è distante dalla realtà. Vive astrattamente. Non parla più all’uomo concreto, ai suoi affetti, al suo lavoro, al suo riposo, alle sue esigenze di unità, di verità, di bontà, di bellezza. E così l’azione eucaristica, separata dall’esistenza quotidiana, non accompagna più il credente nel processo di maturazione del proprio io e nel suo rapporto con il cosmo e con la società.
L’Assemblea Sinodale dovrà indagare attentamente questo stato di cose e suggerire i rimedi possibili. Non potrà limitarsi a ribadire la centralità dell’Eucaristia e del dies Domini.

Oggettivamente essa è fuori discussione, ma la difficoltà sta nel come ridestare lo stupore, generato dall’Eucaristia, nei tanti battezzati non praticanti (in taluni paesi europei possono superare l’80%). “Prima che gli uomini possano accostarsi alla liturgia - non dobbiamo dimenticarlo -, è necessario che siano chiamati alla fede e alla conversione” [14]. Sono quindi indispensabili l’annuncio e la testimonianza personale e comunitaria di Gesù Cristo a tutti gli uomini ai fini di suscitare comunità cristiane vitali ed aperte. Inoltre la vita di tali comunità domanda una sistematica formazione al “pensiero di Cristo” (1Cor 2, 16) (catechesi - in modo del tutto particolare quella riguardante l’iniziazione cristiana dei bambini e degli adulti -, cultura). Passa attraverso l’educazione al gratuito (carità, impegno di condivisione sociale). Chiede una comunicazione universale della vita nuova in Cristo (missione). In una parola i fattori costitutivi dell’evangelizzazione e della nuova evangelizzazione sono essenziali implicazioni dell’azione eucaristica.

III. L’Eucaristia e la ratio sacramentalis della Rivelazione

Il Concilio Vaticano II, soprattutto nella Costituzione Dogmatica Dei Verbum, ha messo in evidenza il carattere di avvenimento proprio della Rivelazione. Ha così offerto una solida base dottrinale al realismo eucaristico che solo garantisce la contemporaneità tra il Triduum salvifico della Pasqua e l’uomo di ogni tempo. La Costituzione approfondisce l’insegnamento del Vaticano I in chiave cristocentrica. La Rivelazione si compie e completa nella Persona e nella storia di Gesù Cristo, vero uomo e vero Dio, crocifisso, morto e risorto per noi uomini e per la nostra salvezza [15]. Nella Sua opera di redenzione Egli rivela il volto misericordioso del Padre che, mediante la potenza dello Spirito del Risorto, ci rende figli nel Figlio (cfr. Ef 1, 5). “Nomen Trinitatis publicando” [16] Gesù Cristo, attraverso il dono totale della Sua vita innocente, scioglie l’enigma dell’uomo e, in tal modo, valorizza la sua libertà abilitandolo a decidere su di sé. Gesù Cristo, infatti, domanda alla libertà di ogni uomo di accogliere, mediante l’obbedienza della fede, questo Suo dono in ogni atto della propria esistenza (cfr. Ap 3, 20). Tale accoglienza implica a sua volta, da parte dell’uomo, il dono totale di sé (cfr. Mt 19, 21). Ne consegue l’esclusione di ogni concezione magica del sacramento in generale e dell’Eucaristia in particolare.

L’evento unico e irrepetibile del Triduum Paschale è stato da Cristo stesso anticipato nella Cena con i Suoi, che Egli ha fortemente voluto (cfr. Lc 22, 15). Sedendo a mensa con gli apostoli nel cenacolo, Gesù ha istituito l’Eucaristia. Attraverso il dono dello Spirito Santo che rende possibile attuare efficacemente il comando “fate questo in memoria di me” (Lc 22, 19; 1Cor 11, 25), Egli apre al credente di ogni tempo la possibilità di aver parte alla salvezza.

Nell’azione eucaristica, pertanto, la libertà di Dio incontra effettivamente la libertà dell’uomo. A partire da questo incontro di libertà il cristiano, segnato dal riconoscimento del dono di Dio e della comunione con Lui e con i fratelli, è sospinto a dare a tutta la sua vita una forma eucaristica [17]. E questo perché nell’Eucaristia si esprime in modo eminente quella che Fides et ratio chiama la “ratio sacramentalis della rivelazione” [18]. Essa consente al fedele di scoprire che, attraverso tutte le circostanze e tutti i rapporti di cui è obiettivamente costituita l’esistenza umana, l’evento di Gesù Cristo chiama la sua libertà ad un progressivo coinvolgimento con la vita della Trinità.

Ad accompagnarlo in questa esperienza è Gesù stesso: “io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). Per questo Egli assicura alla comunità cristiana la Sua amorevole presenza: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 20). Così ha vissuto dall’inizio la comunità primitiva: “Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2, 42). E sulla vita di questo popolo di Dio che attraversa la storia getta una luce sfolgorante la prospettiva escatologica in cui Gesù ha collocato, fin dalla sua istituzione, l’azione eucaristica: “Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio” (Mt 26, 29; Mc 14, 25; Lc 22, 18).

La ratio sacramentalis implicata nel mistero della incarnazione, morte e risurrezione di Gesù Cristo, mostra che la vita di ogni uomo è obiettivamente vocazione. Ogni stato di vita [19] - matrimonio, sacerdozio ministeriale, verginità consacrata - riceve dal mistero eucaristico la radice ultima della propria forma. Pertanto, nella convocazione eucaristica, ogni credente trova l’origine ed il senso della propria vocazione che imprime alla sua esistenza una forma eucaristica.

CAPITOLO PRIMO
Il novum del culto cristiano

Il dato imponente della prassi bimillennaria della celebrazione eucaristica domenicale, decisivo per la genesi e la crescita delle comunità cristiane di ogni tempo e luogo, non è casuale. Questo primato dell’Eucaristia come azione si spiega esaurientemente a partire dalla ratio sacramentalis della rivelazione da cui sgorga la forma eucaristica dell’esistenza cristiana. Per questo occorre mettere con decisione al centro dei nostri lavori sull’Eucaristia, fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, l’approfondimento dell’azione eucaristica stessa. Questa scelta consente di superare ogni falsa opposizione tra teologia e liturgia.

I. La “logikē latreía” (Rm 12, 1)

Pur riconoscendo con gli studiosi una certa differenziata continuità antropologica con i riti propri delle svariate forme religiose, in modo particolare con i riti sacrificali dell’Antico Vicino Oriente, con le cene ellenistiche ed in specie con i pasti sacri del giudaismo di epoca ellenistica, è oggi da tutti riconosciuto che l’Eucaristia di Gesù nell’Ultima Cena ha dato vita ad un novum.
L’istituzione dell’Eucaristia si inserisce in una cena rituale, il cui contesto pasquale è ormai accertato (cfr. Mt 26, 19-20; Mc 16-18; Lc 22, 13-14; Gv 13, 1-2) [20], come quella singolare azione mediante la quale Gesù associa i Suoi alla Sua ora e missione anticipando il sacrificio della Sua Pasqua, strada definitiva per l’instaurarsi del Regno. Mangiando il Suo Corpo e bevendo il Suo Sangue, i discepoli sono incorporati a Cristo: in tal modo si attua quella comunione che costituisce la Chiesa.

Nell’Ultima Cena Gesù Cristo, “parlando ai discepoli anche con parole che contengono la somma della Legge e dei Profeti” [21], offre Se stesso come unica vittima proporzionata al Padre (cfr. Mt 26, 26-28; Mc 14, 22-24; Lc 22, 19-20; 1Cor 11, 23ss). In questo atto Egli coinvolge però anche i Suoi, non per un formale e triste ricordo della Sua persona e della Sua azione, ma per la permanente ed attiva partecipazione alla Sua offerta dei discepoli fino alla fine dei tempi: “fate questo in memoria di me” (Lc 22, 19).

Emerge così il vincolo indissolubile che lega l’Eucaristia alla Chiesa e la Chiesa all’Eucaristia. Non a caso ecclesia è il termine tecnico che, fin dall’inizio, indica l’azione del riunirsi eucaristico dei cristiani (cfr. 1Cor 11, 18; 14, 4-5.19.28). “La Chiesa vive dell’Eucaristia fin dalle sue origini. In essa trova la ragione della sua esistenza, la fonte inesauribile della sua santità, la forza dell’unità e il vincolo della comunione, l’impulso della sua vitalità evangelica, il principio della sua azione di evangelizzazione, la sorgente della carità e lo slancio della promozione umana, l’anticipo della sua gloria nel banchetto eterno delle Nozze dell’Agnello (cfr. Ap 19, 7-9)” [22].

Da quanto detto l’azione eucaristica emerge in tutta la sua forza di fonte e culmine dell’esistenza ecclesiale del cristiano, perché esprime, nello stesso tempo, sia la genesi che il compimento del nuovo e definitivo culto, la logikē latreía: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale (tçn logiken latreían)” (Rm 12, 1). In questa visione paolina del nuovo culto come offerta totale della propria persona - “Egli faccia di noi un sacrificio perenne a Te gradito” [23] -, è definitivamente superata ogni separazione tra sacro e profano.

Il culto cristiano non è una parentesi all’interno di un’esistenza vissuta in un orizzonte profano. Non è neppure un puro atto sacrificale e riparatorio delle offese o delle prese di distanza dallo sguardo di Dio. Il nuovo culto cristiano diventa espressione di tutta l’esistenza rinnovata: “sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1Cor 10, 31). Ogni atto di libertà del cristiano è chiamato così ad essere atto di culto. Da qui prende forma la natura intrinsecamente eucaristica della spiritualità cristiana.

In quanto assume l’umano in tutta la sua densità storica l’Eucaristia, vertice del settenario sacramentale [24], rende possibile, giorno dopo giorno, la progressiva trasfigurazione dell’uomo predestinato e chiamato per grazia ad essere ad immagine del Figlio stesso (cfr. Ef 1, 4-5). Si pensi alla straordinaria efficacia del Battesimo: scopriamo che i figli, incorporati a Cristo nella Chiesa, sono nostri perché sono figli del Padre nostro che è nei cieli. La Confermazione svela ai cresimandi, chiamati alla testimonianza, che gli affetti ed il lavoro ricevono la loro verità dal dono dello Spirito di Gesù Cristo morto e risorto. Attraverso il sacramento l’esperienza determinante della vita affettiva, il Matrimonio, viene affidata dalla Chiesa al Signore. Lui solo è in grado di realizzare il “per sempre” dell’amore che ogni sposa e ogni sposo, quando ama veramente, ha nel cuore. E non è forse la più umana e delicata attenzione alla libertà - spesso ferita dal peccato - quella che la Chiesa ci offre invitandoci alla riconciliazione con Dio e con i fratelli nel sacramento della Penitenza?

Quando poi l’uomo viene ferito nella propria carne dalla inevitabile prova della malattia, l’Unzione degli infermi esprime la vicinanza speciale di Gesù che tanto ha patito ed è morto e risorto per noi. Una vicinanza del tutto particolare se accompagnata dalla regolare possibilità offerta agli ammalati di ricevere la Comunione e, quando è necessario, il Santo Viatico. E questo perché noi possiamo prontamente guarire e, in ogni caso, non perdiamo la speranza di risorgere con Lui e così di reincontrarLo e di reincontrarci nel nostro vero corpo. Taluni, poi, non per i loro meriti ma per iniziativa dello Spirito di Gesù, sono presi a servizio del popolo di Dio come ministri ordinati (sacramento dell’Ordine).

In tal modo la vita liturgica delle nostre comunità non fa altro che testimoniare come nel concreto snodarsi dell’umana esistenza - nascita, rapporti, amore, dolore, morte, vita dopo la morte - Gesù si faccia presente a tutti gli uomini ogni giorno, in ogni situazione [25]. Nel quadro tracciato emerge qui nuovamente la forza della ratio sacramentalis propria del genio cattolico.

II. Il valore del rito eucaristico

In questa visione inaugurata dall’Eucaristia cristiana non solo il culto ma anche il rito viene ad assumere una fisionomia radicalmente nuova. Quella cioè dell’azione di Cristo stesso che, col dono del Suo Spirito, ammette i Suoi alla presenza del Padre per “compiere il servizio sacerdotale” [26].
Per la sua natura di sorgente della logikē latreía l’azione rituale eucaristica viene ad essere oggettivamente anche la più essenziale e decisiva di tutte le azioni umane. Nel rito eucaristico infatti fa irruzione, in un preciso istante del tempo, il significato compiuto della storia, e quindi la sua verità. In questo modo il rito eucaristico opera una discontinuità nel succedersi delle vicende quotidiane dell’uomo, ma è proprio nello spazio aperto da tale discontinuità che l’uomo impara a decidersi per la verità obiettivamente a lui donata nel rito stesso. Questa scelta avviene nella fede: si può rapportarsi alla verità donata solo nell’affidamento totale di sé. Pertanto l’azione eucaristica è fonte e culmine dell’esistenza ecclesiale cristiana proprio in forza della celebrazione stessa del rito che, in tutta la sua sostanziale pienezza, esprime adeguatamente la fede vissuta del popolo cristiano.
Inserita temporalmente e spazialmente nella trama dell’esistenza quotidiana, ma nello stesso tempo proveniente “dall’alto” in quanto sacramento, cioè segno e strumento efficace della grazia divina, l’azione rituale eucaristica diventa paradigma dell’intera esistenza dell’uomo [27].

Il rito eucaristico non è accidentale rispetto all’esistenza personale e sociale, né estrinseco all’inevitabile essere dell’uomo per il mondo, ma è centro della vita reale della nuova creatura (cfr. 2Cor 5, 17; Gal 6, 15). La sua esistenza è compiutamente umana perciò storica, ma nello stesso tempo, in forza della memoria eucaristica del Corpo donato e del Sangue versato del Crocifisso Risorto, essa già vive nella prospettiva eterna della risurrezione (cfr. 1Cor 15, 19-22) [28]. Nell’azione eucaristica la liturgia terrestre è intimamente unita con quella celeste [29]. Lo scambio di comunione tra i vivi e i morti di cui le Messe di suffragio per i defunti sono importante espressione, costituisce una testimonianza permanente della fede della Chiesa nel nesso inscindibile tra vita terrena e vita eterna [30].

Questa visione unitaria dell’azione eucaristica come cuore di tutta l’esistenza cristiana è sempre stata presente nella coscienza ecclesiale. Dall’immedesimazione con l’azione compiuta da Gesù così come ci è conservata dal canone biblico, alla traditio che nel suo incessante ritmo di trasmissione e di recezione la assicura lungo il tempo e lo spazio; dalle variegate forme liturgiche dei primi secoli, che ancora splendono nei riti liturgici delle antiche Chiese di Oriente, fino alla predominante fissazione del rito romano; dalle precise indicazioni del Concilio di Trento e del Messale di Pio V fino alla riforma liturgica del Vaticano II: Ogni tappa della vita della Chiesa conferma che l’azione eucaristica, fonte e culmine dell’esistenza ecclesiale cristiana, coincide con il rito sacramentale che genera e compie il culto nuovo e definitivo (logikē latreía).

La considerazione del rito in tutta la sua pienezza consente di evitare ogni frammentazione e giustapposizione tra l’azione eucaristica e le esigenze della nuova evangelizzazione, che vanno dall’annuncio testimoniale in ogni ambiente dell’umana esistenza fino alle necessarie implicazioni antropologiche, cosmologiche e sociali che l’Eucaristia obiettivamente mette in campo. Permette inoltre alla comunità cristiana di perseguire simultaneamente un’accurata fedeltà alle rubriche liturgiche ed un’attenta duttilità alle istanze di inculturazione. III. La celebrazione eucaristica fa la Chiesa

Lo stupore eucaristico dei due discepoli di Emmaus riverbera nella meraviglia dell’azione liturgica della celebrazione eucaristica. Essa è l’atto di culto chiamato ad esprimere in modo eminente l’unico evento pasquale.

Nell’Ultima Cena Gesù manifesta chiaramente coi Suoi gesti e con le Sue parole il legame intrinseco tra l’avvento del regno del Padre e il Suo destino personale (cfr. Mt 26, 29; Mc 14, 25, Lc 22, 15-16; Gv 12, 23-24). Nell’identificazione trasformatrice del pane e del vino con il Corpo e il Sangue di Cristo (presenza reale [31]), l’Ultima Cena anticipa sacramentalmente il sacrificio della nuova pasqua come la forma mediante la quale il Padre compie, nel Figlio e con l’opera dello Spirito Santo, il Suo disegno redentivo di salvezza: “Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: "Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me". Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi"” (Lc 22, 19-20). A nessuno sfugge la difficoltà che il linguaggio sacrificale, impiegato dalla Scrittura e dalla tradizione della Chiesa [32], incontra nella cultura odierna [33]. Tuttavia, se si vuol rispettare tutta la pregnanza del dono incondizionato che Gesù Cristo fa di Se stesso, appare oggi urgente riscoprire l’Eucaristia come sacrificio. Gesù Cristo chiama i Suoi a quella forma integrale di culto (logikē latreía) che è l’offerta di tutta la propria vita, in cui il cristiano viene plasmato progressivamente proprio mediante la piena, consapevole ed attiva partecipazione alla celebrazione eucaristica [34].

L’invito a mangiare il Suo Corpo e a bere il Suo Sangue (comunione) costituisce la via sicura alla salvezza (cfr. Gv 6, 47-58) [35]. Il memoriale pertanto, in continuità con la pasqua ebraica (cfr. Dt 16, 1ss), possiede la fisica concretezza dell’assunzione delle specie eucaristiche, al riparo da ogni riduzione intellettualistica della fede. Il frutto di quest’azione è la comunione sacramentale con Cristo (cfr. 1Cor 10, 16), resa possibile dall’amore con cui lo Spirito glorifica la carne del Risorto. Lo stesso Spirito che mosse Cristo al dono totale di Sé muove i Suoi ad accoglierLo nell’obbedienza della fede, li muove a permanere in Lui ed a ricevere così la vita come Egli la riceve dal Padre (cfr. Gv 14, 26; 16, 13).

Questo sacramento è dato per la comunione degli uomini in Cristo. Per Paolo la koinonia è il frutto dell’Eucaristia mediante la quale i cristiani, incorporati a Cristo, diventano un solo corpo e partecipano di un solo Spirito (cfr. 1Cor 10, 16-17) [36]. Essi costituiscono il nuovo popolo di Dio che, guidato dai successori degli apostoli cum et sub il successore di Pietro, attraversa la storia con la speranza certa che Gesù Risorto costituisce la caparra della loro personale risurrezione (cfr. 1Cor 15, 17-20).

Al di fuori di questa comunione eucaristica e sacramentale la Chiesa non è pienamente costituita [37]: l’Eucaristia fa la Chiesa. Il nuovo popolo di Dio (corpo ecclesiale) si configura a partire dal Corpo eucaristico di Cristo che rende sacramentalmente presente il Corpo di Gesù nato dalla Santissima Vergine Maria [38]. Il corpo ecclesiale viene così ad essere realmente plasmato come corpo di Cristo presente nel tempo e nella storia, in forza del vincolo che lo lega inscindibilmente con il Corpo eucaristico di Cristo [39]. Proprio nella celebrazione rituale dell’eucaristia la Chiesa realizza la forma stessa della sua identità di popolo radunato dall’amore di Dio.

1. Una prima conferma: il Vescovo, liturgo per eccellenza

Ciò diventa ancora più chiaro se si guarda alla venerabile tradizione che ha sempre riconosciuto nel Vescovo il liturgo per eccellenza e l’amministratore dei sacramenti [40]. Il Vescovo non presiede l'eucaristia, in forza di una ragione meramente giuridica, perché è il “capo” della chiesa locale, ma per fedeltà al comando stesso del Signore che ha affidato il memoriale della sua Pasqua a Pietro e agli apostoli. Li ha costituiti fedeli dispensatori dei Suoi misteri e, in forza di questo, primi responsabili dell’annuncio evangelico nel mondo intero. Per questa ragione “il Vescovo diocesano è la guida, il promotore e il custode di tutta la vita liturgica. Nelle celebrazioni che si compiono sotto la sua presidenza, soprattutto in quella eucaristica, celebrata con la partecipazione del presbiterio, dei diaconi e del popolo, si manifesta il mistero della Chiesa” [41]. Questo è particolarmente evidente nell’ordinata concelebrazione eucaristica “che manifesta in modo appropriato l'unità del sacerdozio” [42]. La comunione con il Vescovo è la condizione perché sia legittima la celebrazione eucaristica in favore del popolo di Dio.

Viene ancora una volta alla luce la fecondità della ratio sacramentalis della rivelazione: il soggetto ecclesiale (personale e comunitario) non partecipa compiutamente alla redenzione se non accoglie la modalità sacramentale che costituisce la forma che Gesù ha scelto per permanere all’interno delle vicende umane.

2. Una seconda conferma: la natura del tempio cristiano

Una seconda conferma di come in concreto la celebrazione eucaristica fa la Chiesa è la radicale diversità tra il tempio cristiano e quello pagano o lo stesso tempio giudaico. Mentre il tempio pagano e quello giudaico erano caratterizzati dalla presenza della divinità e per tale presenza erano considerati sacri e sacralizzanti, il “luogo” di culto cristiano consiste in un certo senso nella stessa azione della celebrazione del mistero. Il vocabolo ecclesia indica l’azione del riunirsi dei cristiani. Solo come conseguenza è passato ad indicare il luogo stesso in cui, in tale riunione, si realizza la presenza divina.

Inoltre mentre nel tempio pagano e, in un certo senso, anche in quello giudaico, l’incontro dei fedeli è in qualche modo casuale, nel luogo di culto cristiano esso è costitutivo del tempio stesso. I singoli fedeli sono le pietre vive del tempio (cfr. 1Pt 2, 5). Lo Spirito è il cemento che li unifica (cfr. Ef 2, 22).

Questo spiega la cura con cui la Chiesa non cessa di offrire indicazioni in merito all’architettura e all’arte sacra [43]. I templi, infatti, vanno modellati sull’assemblea liturgica in actu celebrationis, come “epifania” della communio hierarchica che è la Chiesa.

3. Una terza conferma: “Intercomunione?”

Un problema pastorale assai delicato, legato all’ambito ecumenico, consente un’ulteriore verifica del fatto che, all’interno dell’inscindibile nesso tra Eucaristia e Chiesa, la causalità dell’Eucaristia sulla Chiesa (l’Eucaristia fa la Chiesa) è essenziale e prioritaria rispetto a quella della Chiesa sull’Eucaristia (la Chiesa fa l’Eucaristia) [44]. Questo dato conduce a sottolineare il peso decisivo dell’Eucaristia nella prassi ecumenica.

Sono noti gli ormai numerosi sviluppi in materia [45]. Essi sono, ad un tempo, conseguenza e causa dell’intenso lavoro ecumenico del XX secolo. Anzitutto va rilevata la sostanziale comunione di fede tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse in tema di Eucaristia e sacerdozio [46], comunione che, attraverso un maggiore reciproco approfondimento della Celebrazione Eucaristica e della Divina Liturgia, è destinata a crescere [47]. Si deve inoltre salutare positivamente il nuovo clima a proposito dell’Eucaristia nelle comunità ecclesiali nate a partire dalla Riforma. Secondo gradi diversi e con qualche eccezione anche tali comunità sottolineano sempre di più la decisività dell’Eucaristia come elemento chiave nel dialogo e nella prassi ecumenica.

Sulla base di questi ed altri dati si può capire che, anche dopo i pronunciamenti del Magistero in proposito [48], non cessi di porsi la seguente questione: l’”intercomunione” di fedeli appartenenti a diverse Chiese e comunità ecclesiali può costituire uno strumento adeguato per favorire il cammino verso l’unità dei cristiani?

La risposta dipende da una attenta considerazione della natura dell’azione eucaristica in tutta la sua pienezza di mysterium fidei [49]. La celebrazione eucaristica, infatti, è per sua natura professione di fede integrale della Chiesa. Incastonando il sacrificio del Golgota nell’Ultima Cena il Signore realizza la comunione della Sua Persona con i Suoi discepoli e la rende possibile a tutti i fedeli di tutti i tempi e luoghi. La partecipazione a tale comunione supera la capacità dell’amore umano e delle sue pur nobili intenzioni. Mediante l’ascolto della Parola che si realizza pienamente nell’accogliere l’offerta del Corpo e del Sangue di Cristo, l’azione eucaristica esprime la pienezza della fede e l’unità visibile dei fedeli al cui servizio Gesù invia gli apostoli come sacerdoti e pastori.

Solo in quanto attua la piena professione di fede apostolica in questo mistero l’Eucaristia fa la Chiesa. Se è l’Eucaristia ad assicurare la vera unità della Chiesa, una celebrazione o una partecipazione all’Eucaristia che non implichi il rispetto di tutti i fattori che concorrono alla sua pienezza finirebbe, al di là di ogni buona intenzione, per dividere ulteriormente e all’origine la comunione ecclesiale. L’intercomunione, pertanto, non appare come un mezzo adeguato per raggiungere l’unità dei cristiani [50].

Questa affermazione circa l’intercomunione non esclude che, in circostanze del tutto speciali e nel rispetto di condizioni oggettive [51], si possano ammettere alla comunione eucaristica, in quanto panis viatorum, singole persone appartenenti a Chiese o comunità ecclesiali che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica. In questo caso il necessario rigore esige che si parli di ospitalità eucaristica. Siamo in presenza della sollecitudine pastorale (storico-salvifica) della Chiesa che viene incontro ad una particolare circostanza di bisogno di un fedele battezzato [52]. In questi casi la Chiesa cattolica ammette alla comunione eucaristica un fedele non cattolico se egli lo richiede spontaneamente, manifesta adesione alla fede cattolica circa il sacramento eucaristico ed è spiritualmente ben disposto.

Le problematiche sottostanti alla inadeguata categoria di “intercomunione” e la prassi dell’ospitalità eucaristica urgono un’ulteriore riflessione, a partire dall’intrinseco nesso tra Eucaristia e Chiesa, sul rapporto tra comunione eucaristica e comunione ecclesiale. In questo senso potrà essere utile che l’Assemblea Sinodale ritorni su questo argomento.

Nel rispondere all’improcrastinabile urgenza del cammino ecumenico non si deve tuttavia trascurare la via maestra. Il non poter accedere alla concelebrazione eucaristica e alla comunione eucaristica da parte di cristiani di diverse Chiese e comunità ecclesiali e l’eccezionalità dell’ospitalità eucaristica, non possono essere solo causa di dolore; piuttosto debbono rappresentare un pungolo permanente per il continuo e comune approfondimento del mysterium fidei che esige da tutti i cristiani l’unità nell’integrale professione di fede.

CAPITOLO SECONDO
L’azione eucaristica

Dopo aver suggerito taluni elementi di carattere metodologico per spiegare il novum del culto e del rito cristiano, è ora opportuno considerare da vicino l’azione eucaristica in se stessa. Anzitutto verranno presi in esame i principali elementi distintivi della celebrazione eucaristica. In una seconda parte saranno proposte talune riflessioni sull’ars celebrandi e l’actuosa participatio.

I. Elementi distintivi della celebrazione eucaristica

Uno sguardo sintetico agli elementi distintivi della celebrazione dell’Eucaristia rivela la forza dell’armoniosa ed articolata unità del rito eucaristico. In questa sede non si intende ripercorrere in modo completo la scansione dei diversi momenti della celebrazione eucaristica, ma limitarsi ad identificarne il nucleo essenziale: l’indisgiungibile unità di liturgia della parola e liturgia eucaristica. A partire da quanto esposto fino ad ora la considereremo nella sua natura essenziale di dono. Di conseguenza però si dovrà porre in rilievo come, di fronte alla presenza eucaristicamente elargita di Gesù, i fedeli siano chiamati all’adorazione, e come, davanti a un così grande mistero, debbano confessare i propri peccati invocando il perdono. Né si mancherà di far cenno al compito (ite missa est) che per sua natura un simile dono genera.

1. Indisgiungibile unità di liturgia della parola e liturgia eucaristica

Nell’evoluzione storica che va dall’Ultima Cena di Gesù Cristo all’Eucaristia di cui ancora oggi la Chiesa vive, il nucleo costitutivo e permanente dell’azione rituale è dato dalla stretta unità tra liturgia della parola e liturgia eucaristica [53].
In quest’unità “eulogia” ed “eucaristia” propongono alla fede dei seguaci di Cristo il mistero pasquale attraverso l’ascolto e la spiegazione delle Scritture (omelia [54]), indisgiungibile dalla ripresentazione del sacrificio (preghiera eucaristica) che culmina nella comunione con il pane ed il vino trasformati nel Corpo e nel Sangue di Cristo [55]. Lo si vede nella struttura comparata dei racconti di istituzione, lo si può cogliere nell’azione di Emmaus, se ne riceve conferma nella descrizione della vita comune dei primi cristiani che Atti 2, 42 ci offre. Così come, senza soluzione di continuità, ne dà testimonianza tutta la storia della celebrazione eucaristica fino a quella delineata nell’attuale Messale.

Da questa indisgiungibile unità emergono alcuni elementi costitutivi dell’unica Eucaristia di Gesù Cristo che attua la fede dei cristiani. Innanzitutto il dato che il protagonista dell’azione liturgica è Gesù Cristo. Egli, concentrando la Sua Persona e la Sua storia nell’evento della Pasqua, si rivela nello stesso tempo come sacerdote, vittima ed altare.

In quanto sacerdote Gesù Cristo, per la potenza dello Spirito, diviene il pontefice tra Dio Padre ed il popolo (cfr. Eb 5, 5-10) [56]. Come testimoniano i racconti della Cena, Egli stesso interpreta la Sua missione sacerdotale oggettivamente nell’eulogia scritturistica e nell’offerta sacrificale. Ma Gesù è, nello stesso tempo, vittima di propiziazione (cfr. 1Gv 2, 2; 4, 10) e in tal modo il Suo sacerdozio implica il dono totale di Sé che si manifesta nell’offerta del pane e del vino trasformati nel Suo Corpo donato e nel Suo Sangue versato (sacrificio [57]), cui il popolo fisicamente prende parte (comunione [58]). Questo sacerdote, che è anche vittima, offre il Suo sacrificio sulla croce [59]. Inchiodato sulla croce abbassa il cielo sulla terra, riconciliando (redenzione) l’uomo con Dio (cfr. Ef 2, 14-16; Col 1, 19-20). La croce conficcata nel Golgota finisce per esprimere l’intero cosmo e Cristo, sacerdote e vittima, diventa una sola cosa con la croce cui è inchiodato. Si fa così anche altare cosmico.

La consapevolezza di questo dovrebbe impedire il progressivo affievolirsi del senso del mistero cui oggi sono esposte non poche comunità cristiane soprattutto nella celebrazione eucaristica. Per non cadere in una visione ‘sacrale’ certamente non cristiana, si rischia, per così dire, di fare della liturgia una mera espressione della dimensione “orizzontale” della comunità, dimenticando quella “verticale”.

Gesù Cristo, unico ed irripetibile protagonista del rito eucaristico, convoca nello Spirito l’assemblea dei cristiani, chiamata a prendere parte nella fede (Credo), in modo articolato ed ordinato, ai santi misteri celebrati in suo favore (Messe pro populo). Nel silenzio, nel dialogo, nel canto, nei gesti corporei si snoda l’azione eucaristica attraverso la quale all’assemblea dei fedeli è comunicata la salvezza [60]. A proposito di quanto detto si avverte l’esigenza di un approfondimento della formazione liturgica indirizzata a tutto il popolo di Dio - la nostra catechesi dovrebbe ricuperare la fondamentale dimensione mistagogica dei primi secoli - e, in particolare, a tutti coloro che sono chiamati a svolgere ministeri o uffici durante la celebrazione (presbiteri, diaconi, lettori, accoliti, ministranti, schola cantorum).

Nell’articolarsi degli uffici della celebrazione, che si svolge all’interno del tempio cristiano orientato all’altare, cui sono coordinati l’ambone e la sede, il sacerdote compie il suo singolare ministero con la particolare assistenza del diacono. Nel momento decisivo della celebrazione egli agisce in persona Christi capitis [61] assicurando, in forza del sacramento dell’ordine, non a caso incastonato da Cristo stesso all’interno dell’istituzione eucaristica dell’Ultima Cena, ciò che la comune Tradizione dell’oriente e dell’occidente chiama l’economia sacramentale [62]. Essa è opera dello Spirito Santo invocato durante l’Eucaristia attraverso l’epiclesi perché attui la conversione sostanziale del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo [63] e perché generi la res eucaristica che è l’unità della Chiesa [64].
Si capisce allora come l’indisgiungibile unità di liturgia della parola e liturgia eucaristica sfoci nella comunione sacramentale [65], alla quale i fedeli sono ammessi, con significativo realismo, attraverso l’atto fisico della processione. Mediante l’assimilazione delle sacre specie, in realtà, come ha sempre professato la Chiesa, i fedeli sono assimilati a Cristo, a Lui incorporati, per la loro salvezza [66] e per la salvezza del mondo [67]. Tempo e spazio, insopprimibili coordinate della vita dell’uomo, sono assunti e trasformati dall’azione eucaristica in vista di questa salvezza. Se la configurazione del tempio manifesta questa trasformazione dello spazio, la bellezza e l’articolazione dell’Anno Liturgico a partire dal Triduo pasquale passando per il dies Domini e i tempi liturgici, esprimono eucaristicamente la redenzione del tempo: esso non è più una successione di istanti destinati a svanire, ma diventa sacramento dell’eterno.

a. Il dono eucaristico: né diritto né possesso

Il carattere di dono proprio dell’azione eucaristica, che implica il comunicarsi della libertà del Deus Trinitas, in Gesù Cristo, alla libertà degli uomini domanda che la sua gratuità non sia mai misconosciuta. Anche se provoca grande sofferenza, la sua mancanza non conferisce al fedele e al popolo di Dio alcun diritto all’Eucaristia.

Per la stessa ragione il dono dell’Eucaristia non può mai essere idolatricamente “posseduto” da parte dell’uomo, non sopporta un’attitudine quasi gnostica di preteso dominio. Né l’adorazione eucaristica può risolversi in uno sguardo che pretenda di “comprendere” la latens deitas, anche se Gesù Cristo, in atto di estremo abbassamento, si lega alla permanenza delle specie.

a1. Assemblee domenicali in attesa di sacerdote

Il problema della scarsità di presbiteri va affrontato con coraggio nell’orizzonte dell’Eucaristia come dono. Questo stato di cose ha dato luogo ad un incremento considerevole delle Assemblee domenicali in attesa di sacerdote” (liturgie della Parola con o senza distribuzione della Comunione, celebrazioni della Liturgia delle Ore o di devozioni popolari) [68].

In proposito è importante innanzitutto ribadire l’appartenenza di ogni comunità, soprattutto parrocchiale, ad una diocesi [69]. L’Eucaristia non è mai fatta mancare alla Chiesa particolare. Per questa ragione è buona prassi pastorale incoraggiare al massimo la partecipazione all’Eucaristia in una delle comunità della diocesi, anche quando ciò richieda un certo sacrificio. In secondo luogo è utile sottolineare chiaramente per i fedeli il carattere propedeutico all’Eucaristia di ogni celebrazione domenicale in attesa di sacerdote. Là dove una certa mobilità non fosse agevole, la convenienza di queste assemblee si vedrà proprio dalla loro capacità di accentuare nel popolo l’ardente desiderio dell’Eucaristia.

I sacrifici e fino all’eroismo compiuti da non pochi cristiani perseguitati per vivere l’Eucaristia mostrano come la sua assenza non possa mai essere colmata da altre pur significative forme di culto. Vogliamo in proposito rendere omaggio alla straordinaria esperienza eucaristica del compianto Cardinale Van Thuan durante la sua prigionia.

a2. Viri probati?

Per sopperire alla scarsità di sacerdoti, taluni, guidati dal principio salus animarum suprema lex, avanzano la richiesta di ordinare fedeli sposati, di provata fede e virtù, i cosiddetti viri probati. La richiesta è spesso accompagnata dal positivo riconoscimento della bontà della secolare disciplina del celibato sacerdotale. Essi però affermano che questa legge non dovrebbe impedire di dotare la Chiesa di un numero adeguato di ministri ordinati, quando la penuria di candidati al sacerdozio celibatario assumesse proporzioni estremamente gravi.

È superfluo ribadire, in questa sede, i profondi motivi teologici che hanno condotto la Chiesa latina ad unire il conferimento del sacerdozio ministeriale al carisma del celibato. Si impone piuttosto la domanda: questa scelta e questa prassi sono pastoralmente valide anche in casi estremi come quelli cui si è fatto cenno?

Sembra ragionevole rispondere in senso positivo. Essendo intimamente correlato all’Eucaristia, il sacerdozio ordinato partecipa della sua natura di dono e non può essere oggetto di un diritto. Se è un dono il sacerdozio ordinato chiede di essere incessantemente domandato (cfr. Mt 9, 37-38). E diventa assai difficile stabilire il numero ideale di sacerdoti nella Chiesa, dal momento che essa non è una “azienda” che si debba dotare di una determinata quota di “quadri dirigenti”!

Sul piano pratico l’improcrastinabile urgenza della salus animarum spinge a ribadire con forza, soprattutto in questa sede, la responsabilità che ogni Chiesa particolare ha nei confronti della Chiesa universale e pertanto di tutte le altre Chiese particolari. Saranno, perciò, di grande utilità le proposte che in questa Assemblea Sinodale verranno fatte per individuare i criteri di una più adeguata distribuzione del clero nel mondo. In proposito la strada da percorrere appare ancora lunga.

Conviene forse anche ricordare che, lungo la storia, la Provvidenza ha sostenuto il valore profetico ed educativo del celibato anche domandando una speciale disponibilità per il ministero sacerdotale a realtà di vita consacrata, nel rispetto del loro carisma e della loro storia. Si può qui citare la prassi dell’ordinazione dei monaci nelle Chiese orientali o all’interno della tradizione benedettina [70].

2. Adorazione

Il carattere di dono proprio dell’Eucaristia permette di superare, proprio a partire da una attenta considerazione del rito della Messa nella sua natura di azione liturgica, una impropria contrapposizione, creatasi a volte a partire dall’epoca moderna, tra l’Eucaristia come cibo che deve essere mangiato (convito) e come presenza divina da adorare.

Se è vero che nel primo millennio l’adorazione eucaristica non si esprimeva nelle forme da noi oggi conosciute, tuttavia si deve affermare che, fin dall’origine, essa è stata ben presente alla coscienza del popolo di Dio. Il secondo millennio ne ha ulteriormente esplicitato il valore, non senza trarre beneficio dalla controversia sulla presenza reale nel medioevo e da quelle sulla permanenza di Cristo nelle specie eucaristiche con la Riforma.

Durante l’Ultima Cena, nei commensali la coscienza della concreta presenza di Cristo, che si identifica con il pane ed il vino consacrati (cfr. Mc 14, 22-24; Mt 26, 26-28; 1Cor 11, 24-25; Lc 22, 19-20) domandando adorazione, è imponente. È innegabile quindi che la pratica dell’adorazione eucaristica, così come si attua oggi nella Chiesa latina, ha reso più evidente un dato che appartiene all’essenza della fede nel mistero eucaristico [71].

Porre in alternativa il mangiare e l’adorare significa non tener conto dell’integralità e dell’articolata unità del mistero eucaristico [72]. La Cena eucaristica non è unicamente un pasto in comune, ma è il dono che Cristo fa di Sé. Partecipare a questo dono mangiando il Suo Corpo implica già un essersi prostrato con fede in adorazione [73]. Pertanto l’adorazione del Santissimo Sacramento è tutt’uno con la celebrazione da cui proviene e a cui rinvia [74]: “Nell’Eucaristia l’adorazione deve diventare unione” [75]. Questa piena coscienza del valore dell’adorazione deve esprimersi fin nella rilevanza artistico-architettonica che è dovuto alla custodia della Santissima Eucaristia nelle nostre chiese [76].

Ovviamente però occorre ribadire con decisione che, come la manducazione, così anche l’adorazione eucaristica è sempre un’azione ecclesiale [77]. Non può essere concepita come una pratica di pietà individualistica. Adorare Cristo durante la consacrazione e la comunione ed adorarLo presente nel tabernacolo, significa riconoscersi e comportarsi come membro del Suo Corpo ecclesiale. Così quello eucaristico non è un incontro che si esaurisce nell’atto della manducazione, ma è un incontro permanente, come è permanente, in forza della presenza eucaristica, la continua venuta del Signore nella Sua Chiesa [78].

Alla luce della natura ecclesiale dell’adorazione si comprende meglio perché la pietà cristiana abbia unito all’adorazione eucaristica anche la ‘riparazione’ per i peccati del mondo: dinanzi al Signore noi tutti membra del Suo Corpo siamo responsabili gli uni degli altri [79].

3. Atteggiamento di confessione e penitenza

Ricevere, nella celebrazione eucaristica, il dono del Corpo e del Sangue del Signore Gesù è l’espressione culminante della sequela di chi si riconosce discepolo e si lascia introdurre alla comunione con Lui.

La differenza radicale tra Colui che si dona e colui che riceve il dono, ben documentata dalla sproporzione tra l’incommensurabile ricchezza dell’evento pasquale e l’estrema povertà delle specie del pane e del vino, apre il fedele alla coscienza del mysterium tremendum dell’Eucaristia. Non ci si può accostare ad Essa senza percepire tutta la propria indegnità e senza prepararvisi invocando il perdono dei peccati [80].

Emerge così non solo il significato dell’atto penitenziale dei riti di introduzione, reso solenne in casi particolari dall’aspersione con l’acqua benedetta che richiama il battesimo, ma soprattutto l’intrinseco rapporto tra l’Eucaristia e il sacramento della riconciliazione [81].

Quando i fedeli, incorporati a Cristo per il battesimo, commettono un peccato mortale si separano dalla comunione con Lui e con la Sua Chiesa, la cui espressione piena è la comunione sacramentale [82]. Tuttavia il Padre misericordioso non li abbandona, ma attraverso la medicina voluta da Gesù stesso [83], li invita alla libera, personale, umile confessione delle colpe per riaccoglierli con un più intenso abbraccio - attraverso la contrizione, la confessione dei peccati, l’assoluzione da parte del ministro, che anche qui agisce in persona Christi capitis, e la penitenza [84] - nella comunione con Lui che si dilata a tutti i fratelli. Per questa ragione un’adeguata catechesi eucaristica non può mai essere disgiunta dalla proposta di un cammino penitenziale (cfr. 1Cor 11, 27-29) [85].

Nell’atteggiamento di confessione affonda le proprie radici anche la venerabile pratica del digiuno eucaristico, alla quale, in quest’Assemblea, sarà utile dedicare qualche riflessione.

a. I divorziati risposati e la comunione eucaristica

In quest’ottica merita particolare attenzione la singolare modalità con cui i divorziati risposati sono chiamati a vivere la comunione ecclesiale. A nessuno sfugge la diffusa tendenza alla comunione eucaristica dei divorziati risposati, al di là di quanto indicato dall’insegnamento della Chiesa.
Bisogna constatare che alla base di questa tendenza non vi è solo superficialità. Al di là delle considerevoli diversità di situazioni nei vari continenti, si deve riconoscere che - soprattutto in paesi di lunga tradizione cristiana - non pochi battezzati si sono uniti in matrimonio sacramentale per meccanica adesione alla tradizione. Parecchi di questi divorziano e si risposano. Praticando la vita cristiana taluni manifestano grave disagio e talora notevole dolore di fronte al fatto che l’unione seguita al matrimonio impedisce loro la piena partecipazione alla riconciliazione sacramentale e alla comunione eucaristica. Preziose indicazioni dottrinali e pastorali sono state offerte da Familiaris consortio e da altri documenti [86]. Occorre che tutta la comunità cristiana sostenga i divorziati risposati nella consapevolezza di non essere esclusi dalla comunione ecclesiale. La loro partecipazione alla celebrazione eucaristica consente, in ogni caso, quella comunione spirituale che, se ben vissuta, fa eco al sacrificio stesso di Gesù Cristo.

D’altra parte l’insegnamento del Magistero in proposito non è solo teso ad evitare il dilagare di una mentalità contraria all’indissolubilità del matrimonio e lo scandalo del popolo di Dio. Ci pone, invece, di fronte al riconoscimento del nesso oggettivo che unisce il sacramento dell’Eucaristia a tutta la vita del cristiano e, in particolare, al sacramento del matrimonio [87].

Infatti l’unità della Chiesa, che è sempre dono del Suo Sposo, scaturisce permanentemente dall’Eucaristia (cfr. 1Cor 10, 17). Perciò nel matrimonio cristiano, in forza del dono sacramentale dello Spirito, il vincolo coniugale, nella sua natura pubblica, fedele, indissolubile e feconda, è intrinsecamente connesso all’unità eucaristica tra Cristo sposo e la Chiesa sposa (cfr. Ef 5, 31-32) [88]. In tal modo il reciproco consenso che marito e moglie si scambiano in Cristo e che li costituisce in comunità di vita e di amore coniugale ha, per così dire, una forma eucaristica.
Nella presente Assemblea saranno tuttavia da approfondire ulteriormente e prestando grande attenzione ai complessi e assai differenziati casi, le modalità oggettive per verificare l’ipotesi di nullità del matrimonio canonico. Verifica che per rispettare la natura pubblica, ecclesiale e sociale del consenso matrimoniale non potrà non avere a sua volta un carattere pubblico, ecclesiale e sociale [89]. Quindi il riconoscimento della nullità del matrimonio deve implicare una istanza oggettiva che non può ridursi alla singola coscienza dei coniugi, neppure se sostenuta dal parere di una illuminata guida spirituale.

Proprio per questo tuttavia è indispensabile proseguire nell’opera di ripensamento della natura e dell’azione dei tribunali ecclesiastici perché siano sempre più un’espressione della normale vita pastorale della Chiesa locale [90]. Oltre alla continua vigilanza sui tempi e sui costi, si potrà pensare a figure e procedure giuridiche semplificate e più efficacemente rispondenti alla cura pastorale. Non mancano significative esperienze in proposito in varie diocesi. I Padri sinodali, in questa stessa Assemblea, avranno occasione di farne conoscere altre.

Resta in ogni caso decisiva l’azione pastorale ordinaria di preparazione remota, prossima e immediata dei fidanzati al matrimonio cristiano, nonché l’accompagnamento quotidiano alla vita delle famiglie all’interno della grande dimora ecclesiale. Infine riveste particolare importanza la cura e la valorizzazione delle molte iniziative tese ad accompagnare i divorziati risposati a vivere, nel seno della comunità cristiana, con serenità il sacrificio obiettivamente richiesto dalla loro condizione.

4. Ite missa est

L’Eucaristia è cibo viatorum per i fedeli in cammino nella storia verso la vita eterna. Si tratta di una verità che, in particolare, la tradizione liturgica delle Chiese Ortodosse non ha cessato di riproporre [91]. L’azione di lode e di grazia che si attua nella celebrazione eucaristica, memoriale sacramentale della Pasqua di Cristo, riempie il fedele di una singolare gratitudine. Essa non si manifesta solo nel “ringraziamento” devoto dopo la comunione, che la prassi ecclesiale raccomanda attraverso il silenzio e che può essere accompagnato dal canto meditativo, ma si esprime pienamente nel mandato a dilatare questa comunione a tutti i fratelli uomini. Questo esito missionario della partecipazione eucaristica non ha anzitutto il carattere di un “dovere”, ma quello della testimonianza gratuita della progressiva trasformazione di tutta la propria esistenza resa possibile dal dono sacramentale, accolto dall’umana libertà, a favore di tutti [92].

La testimonianza viene allora a coincidere con quella logikē latreía mediante la quale la comunione con Cristo investe tutte le circostanze e tutti i rapporti che si instaurano negli ambiti dell’umana esistenza. Nella vita passata e presente della Chiesa, figura emblematica di una tale testimonianza è il martire. Come Cristo stesso egli, per pura grazia, fa della consegna eucaristica della propria vita un’offerta gradita al Padre.

In tal modo e con naturalezza l’Eucaristia attraversa e trasforma la storia personale, comunitaria e sociale. In questo consiste primariamente la missione evangelizzatrice della Chiesa [93].

II. Ars celebrandi e actuosa participatio

Da questa visione centrata sull’Eucaristia come azione ecclesiale che si esprime nell’unità del rito eucaristico - il cui cuore è la liturgia della parola intrinsecamente ordinata a quella eucaristica [94], dono accolto in spirito adorante, che domanda un atteggiamento di confessione ed urge alla missione -, emerge un dato che merita di essere rimarcato con decisione.

Affermare che l’Eucaristia è fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa significa anzitutto riconoscere la necessaria obbedienza della Chiesa stessa nei confronti del sacramento eucaristico. Vi si esprime il primato della traditio sulla receptio: nell’Ultima Cena l’iniziativa è di Gesù che si consegna ai Suoi; nel passaggio dalla Cena alla liturgia ecclesiale Paolo ci attesta che egli tramanda ciò che ha ricevuto (cfr. 1Cor 11, 23); nel differenziarsi dei riti e nel susseguirsi delle riforme liturgiche il criterio guida è sempre quello del primato della traditio [95]. Pertanto in ogni celebrazione eucaristica la comunità vive l’esperienza che fu già degli apostoli nel cenacolo: i fedeli sono chiamati a ricevere Colui che si dona.

Questo elemento costitutivo dell’azione eucaristica conduce ad una conseguenza pastorale decisiva: la necessità di superare ogni dualismo tra l’ars celebrandi e l’actuosa participatio. La partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa del popolo di Dio [96] - soprattutto in occasione del precetto domenicale - coincide infatti con l’adeguata celebrazione dei santi misteri. Ancora una volta viene in primo piano il carattere di dono proprio dell’Eucaristia. Se si cura e quando si cura oggettivamente l’arte della celebrazione la partecipazione può diventare veramente plena, conscia ed actuosa [97]. Si tratta di obbedire al rito eucaristico nella sua straordinaria completezza, riconoscendone la forza canonica e costitutiva dal momento che, non a caso, da duemila anni assicura l’esistenza della Santa Chiesa di Dio.

Questo criterio deve orientare, nel rispetto delle svariate sensibilità culturali, le modalità con cui sollecitare la partecipazione di tutti i fedeli al rito stesso. Per non ridursi a mera ripetizione di formule e di gesti, essa domanda la consapevole offerta di sé da parte di ogni fedele che attua in tal modo il sacerdozio battesimale del popolo di Dio. In questo contesto si comprende anche la preziosa utilità delle norme liturgiche che la Santa Sede, le Conferenze Episcopali e gli Ordinari mettono a disposizione delle Chiese.

Nel quadro tracciato vanno intesi e vissuti anche tutti i ministeri e gli uffici connessi al rito liturgico. La loro funzione non è quella di gratificare chi li svolge come suggerisce un’impropria idea di partecipazione attiva dei fedeli, invero assai esteriore. La loro azione essenziale ha come scopo di assicurare a tutta l’assemblea la bellezza e la dignità oggettiva della celebrazione [98].
Senza poter entrare negli importanti problemi specifici, in questa relazione sarà utile richiamare che anche l’arte posta a servizio dell’azione eucaristica - soprattutto per quanto riguarda gli arredi sacri [99] -, così come i canti e la musica, ricevono a loro volta piena luce dall’ars celebrandi. Concorrono all’actuosa participatio se rispettano questa oggettiva ars celebrandi [100].

CAPITOLO TERZO
Dimensione antropologica, cosmologica e sociale dell’Eucaristia

I. Due premesse

La considerazione del rito eucaristico come azione sacramentale che sola è in grado di rendere ragione dell’Eucaristia come fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, non sarebbe completa se non si mostrasse la sua forza di trasformazione della vita personale e comunitaria dei fedeli e, attraverso di essa, la sua fecondità nei confronti di tutta la famiglia degli uomini e dei popoli. In altre parole l’Eucaristia, conferendo all’esistenza cristiana forma eucaristica, influenza non solo le persone e le comunità ecclesiali, ma attraverso di esse anche le società, le culture, così come determina l’interazione dell’uomo con il cosmo.

1. Eucaristia ed evangelizzazione

L’unicità dell’evento pasquale, che dà origine all’intrinseca unità di Eucaristia e Chiesa documentata in quell’unitario atto di culto che è il rito eucaristico, genera anche la profonda unità tra la vita e la missione del cristiano e quella della Chiesa tutta. La testimonianza comune del gratuito e soddisfacente incontro con Cristo sfocia nell’annuncio e nell’invito a tutti i fratelli uomini, nessuno escluso, a prendere parte alla vita della comunità cristiana. Perseguendo nella comunità l’educazione alla gratuità, al pensiero di Cristo e all’universalità, i cristiani sono spinti ad impegnarsi con tutti gli uomini a livello culturale, ecologico e sociale.

Così concepita la vita quotidiana del soggetto cristiano (spiritualità eucaristica), sempre personale e comunitario, attua in concreto l’evangelizzazione e la nuova evangelizzazione in cui è sempre implicata la promozione umana. 2. Eucaristia, interculturalità e inculturazione

L’evangelizzazione, per la natura dell’uomo e in forza del dinamismo dell’Incarnazione, è sempre storicamente situata ed è chiamata ad interagire con le più diverse culture. Si capisce bene pertanto la cura che, dopo il Concilio Vaticano II, è stata posta dalle varie Chiese al processo di inculturazione dei riti liturgici. Tale urgenza è stata ribadita dal Magistero molte volte negli ultimi decenni [101]. Vale la pena ricordare che la condizione decisiva per il necessario sviluppo di questo importante processo che, per sua natura, richiede di essere sottoposto a continua verifica, è il riconoscimento previo della originaria interculturalità dell’evento celebrato.

La celebrazione eucaristica ripresenta l’evento pasquale che pone, per se stesso, le condizioni della sua comunicabilità a tutte le culture umane. Essa è resa possibile dalla universale singolarità della Persona e della storia di Gesù Cristo che proprio attraverso l’incarnazione assume l’intera condizione umana. Per esprimere la dimensione interculturale dell’Eucaristia è prezioso - soprattutto in occasione di grandi celebrazioni internazionali o nelle Chiese dove sia rilevante l’afflusso di visitatori stranieri - l’impiego della lingua latina.

Nel rispetto di questa prospettiva, l’uso delle lingue vernacole ed il ponderato ricorso a forme espressive peculiari nel rito, nei templi, negli arredi e nei canti per celebrare l’azione eucaristica, che deve rimanere in ogni caso sempre ed a qualunque latitudine l’unica Eucaristia istituita da Cristo [102], possono diventare feconda e paradigmatica espressione della necessità dell’inculturazione per l’evangelizzazione [103].

Se condizione per l’inculturazione è il riconoscimento dell’interculturalità del mistero celebrato, allora per sua natura ogni inculturazione implica una continua evangelizzazione della cultura stessa. Questa non sarà priva di un’inevitabile istanza “critica” nei confronti della cultura in cui una determinata comunità cristiana si trova a vivere e a celebrare.

Nell’equilibrato nesso tra evangelizzazione e inculturazione assicurato dalla natura interculturale dell’Eucaristia, trova spazio anche il dialogo interreligioso [104]. Si tratta di un momento intrinseco alla fede della comunità cristiana decisivo in contesto missionario e soprattutto nel popolato continente asiatico. In questo ambito conviene guardare con attenzione alle Chiese di Oriente per trarre profitto dalla loro esperienza.

II. Dimensione antropologica dell’Eucaristia

Se l’Eucaristia è il dono dell’incontro sacramentale tra l’uomo e il Dio di Gesù Cristo che rende “liberi davvero” (Gv 8, 36), allora tale evento possiede per sua natura una fondamentale dimensione antropologica.

La trasformazione dell’esistenza ad opera dell’azione eucaristica si documenta anzitutto nella tensione dei cristiani alla sequela di Cristo. Più volte san Paolo afferma che l’esistenza della nuova creatura si svolge tutta in Cristo (cfr. Rm 6, 11; Gal 2, 20) [105]. Nella comunione al Corpo e al Sangue di Cristo il Deus Trinitas viene incontro all’uomo. La Sua irruzione nel quotidiano offre all’uomo la possibilità di non farsi richiudere nella propria finitudine e nel proprio peccato.
Questo dono personale si espande con naturalezza nella comunione tra i cristiani: l’unità della Chiesa è, come abbiamo già ricordato, la res del sacramento. Come documentano le narrazioni neotestamentarie circa la comunità primitiva, la genesi sacramentale assicura l’oggettività della comunione che tende a permeare tutti gli aspetti spirituali e materiali dell’esistenza dei cristiani (cfr. At 2, 42-44; 4, 32-33)[106].

Dottrina, morale, ascesi e spiritualità non sono espressioni di una generica religiosità, ma in forza della loro radice eucaristica, diventano articolazioni unitarie del compiersi del disegno di Dio su ogni persona e su tutta la storia: “fare di Cristo il cuore del mondo” [107]. In tal modo tutta la vita è concepita come vocazione e questo consente quell’imitatio Christi testimoniata lungo i secoli dai santi nei diversi stati di vita. L’esistenza cristiana trascorre sulle orme di quella del Maestro, tesa all’eternità eppure responsabilmente e costruttivamente attenta ad ogni risvolto della storia [108].
Annuncio e testimonianza, catechesi, educazione cristiana personale e comunitaria, condivisione con l’uomo e le sue espressioni fatte di affetti, di lavoro e di riposo, fino ad affrontare delle scottanti questioni antropologiche che oggi scuotono l’humanum (amore, matrimonio, famiglia, vita, malattia e morte), sono per il cristiano aspetti obiettivamente implicati nella celebrazione eucaristica domenicale.

III. Dimensione cosmologica dell’Eucaristia

Nell’azione eucaristica, che in ultima istanza poggia sull’unità in Cristo Gesù di sacerdote, vittima ed altare, la nuova creatura è condotta a rinnovare continuamente il suo rapporto con la materia e col cosmo [109]. San Paolo mette in evidenza la relazione tra il fecondo travaglio della nuova creatura e quello della nuova creazione (cfr. Rm 8, 19-23; 2Cor 5, 17). Travaglio antropologico e travaglio cosmologico sono uniti nella sempre incombente prospettiva escatologica. È importante evidenziare la dimensione cosmologica dell’Eucaristia, come documenta fin dall’antichità l’orientamento stesso del tempio cristiano.

La forma eucaristica dell’esistenza consente di evitare alla radice, almeno in linea di principio, due gravi rischi che comprometterebbero pesantemente il rapporto uomo-cosmo. Da un lato quello di un antropocentrismo esasperato che fa dell’uomo il padrone assoluto del creato. Nella presentazione dei doni (i frutti della terra e del lavoro umano: il pane e il vino a cui si unisce l’acqua) si esprime esplicitamente che i protagonisti del rapporto uomo-creato non sono semplicemente due, la comunità degli uomini ed il cosmo, ma tre. Confermando quanto già contenuto nel secondo racconto della creazione (cfr. Gn 2, 4b-25) vi è un Terzo che mette in relazione uomo e creato: Dio che, fin dall’inizio, pose l’uomo nel “giardino” perché lo coltivasse e lo custodisse. Uomo e cosmo sono uniti nell’unica historia salutis guidata da Dio. Nella redenzione, Cristo apre la prospettiva della glorificazione finale all’uomo e al cosmo, ridimensionando definitivamente ogni pretesa antropocentristica.

Dall’altro lato l’equilibrato rapporto tra Dio, uomo e cosmo - esplicitato dall’Eucaristia - esclude ogni biocentrismo o ecocentrismo che conduca ad eliminare la differenza ontologica e assiologica tra l’uomo e gli altri esseri viventi [110].

La dimensione cosmologica dell’Eucaristia trova un emblema assai significativo nella vita di san Francesco d’Assisi. Il famoso Cantico di frate sole appare come una documentazione potente, poeticamente efficace, della posizione dell’uomo che vive una esistenza determinata eucaristicamente e che, per questo, sa riconoscere ogni creatura nel suo nesso con Dio: “Laudato sii mi’ Signore cum tucte le tue creature”. La coscienza di san Francesco esprime l’atteggiamento di gratitudine a Dio per e con tutte le cose. Gratitudine che egli impara proprio nel mistero eucaristico, di cui nel suo tempo non a caso fu mirabile cantore e difensore, in obbedienza ai decreti del Concilio Laterano IV [111].

La dimensione comunitaria dell’azione eucaristica consente inoltre ai cristiani di non dimenticare che il creato-cosmo è un bene comune ed universale e che l’impegno verso di esso si estende non solo alle esigenze del presente, ma anche a quelle del futuro. Pertanto la responsabilità verso il creato prende la fisionomia di una cura verso questa nostra dimora che in un certo senso prolunga il corpo, e deve trovare adeguate traduzioni a livello educativo, sociale e giuridico che ne rispettino il valore simultaneamente di dimora e di risorsa [112].

Anche il tempio cristiano ed in esso la cappella o l’ambito riservato alla custodia e all’adorazione con il tabernacolo, esprimendo la cura per la dimora del Corpo eucaristico ed ecclesiale di Gesù Cristo, possono diventare preziose risorse educative dell’assemblea ecclesiale ad un corretto rapporto tra l’uomo ed il creato.

IV. Dimensione sociale dell’Eucaristia

Il dono totale di Sé, assicurato eucaristicamente da Cristo all’uomo di ogni tempo, è per la salvezza di tutti. In questo senso l’Eucaristia è per il mondo. I Vangeli sinottici ricordano nella decisiva parabola del buon grano e della zizzania che l’impegno del seguace di Cristo ha come campo il mondo (cfr. Mt 13 38). Balza così agli occhi come l’Eucaristia possieda un’intrinseca dimensione sociale inseparabile da quella cosmologica ed antropologica.

La storia della Chiesa, ricca di opere di carità e fermento creativo di istituzioni di rilevanza civile e politica, lo documenta con dovizia di elementi. Né mancherà, nei lavori di questi giorni, l’occasione per averne ulteriore conferma dalle Chiese particolari qui rappresentate.

La carità è essenzialmente eucaristica [113], così come l’Eucaristia è carità [114]. L’elemosina che i fedeli compiono in occasione della celebrazione domenicale indica con chiarezza l’importanza di questo nesso. Tra le innumerevoli testimonianze di santità legate alla carità vogliamo ricordare quella della Beata Teresa di Calcutta. Il suo carisma, profondamente marcato dal rapporto con il sacramento eucaristico, seppe riconoscere l’amore di Cristo come sorgente inestinguibile di condivisione nei confronti dei moribondi più miseri ed abbandonati.

Nel frangente attuale, contrassegnato dalla violenta transizione dalla modernità ad una nuova configurazione culturale e geopolitica (post-modernità?), le urgenze sociali, cui il cristiano che vive la propria esistenza in forma eucaristica deve far fronte, appaiono particolarmente acute e differenziate. La globalizzazione, la società delle reti, i nuovi orizzonti aperti dalle bio-tecnologie e il processo di inevitabile mescolanza tra popoli e culture, purtroppo accompagnato da guerre, terrorismo e violenze disumane, rendono improrogabile l’urgenza di giustizia sociale e di pace.

La situazione di povertà e, non di rado, di endemica miseria, cui un’ampia fetta della popolazione del globo, soprattutto in Africa, è condannata, costituisce una ferita che inesorabilmente giudica l’autenticità con cui i cristiani di ogni latitudine vivono l’Eucaristia. Riunirsi ogni domenica, in qualunque luogo della terra, per aver parte allo stesso Corpo e allo stesso Sangue di Cristo, impone il dovere di una lotta tenace a tutte le forme di emarginazione e di ingiustizia economica, sociale e politica cui sono sottoposti i nostri fratelli e sorelle, soprattutto i bambini e le donne. Le forme di questa lotta esigono criteri adeguati derivanti dal proporzionato rapporto tra carità e giustizia che fin dai tempi apostolici l’Eucaristia ha reclamato come necessario per la vita associata (cfr. 1Cor 11, 17-22; Gc 2, 1-6). La comunità cristiana, cosciente della sua singolare natura, deve continuare, con appropriate analisi e operando le debite distinzioni, a cercare i mezzi adeguati per far fronte ad un male che oggi ha assunto dimensioni planetarie e più che mai grida vendetta al cospetto di Dio (cfr. Gen 4, 10).

Appare evidente che l’affronto di una questione così rilevante, come quella della giustizia sociale, non può essere disgiunto dall’instancabile dovere di perseguire la pace. Del resto il rapporto pace-Eucaristia, ben espresso nel rito latino dall’abbraccio fraterno che precede la comunione, si fonda sull’incrollabile convinzione che “Cristo stesso è la nostra pace” (Ef 2, 14). La radice eucaristica dell’azione del cristiano per la pace lo porrà al riparo da due gravi insidie in proposito. Quella del pacifismo utopico, da una parte, e quella di una sorta di Realpolitik che considera inevitabile la guerra, dall’altra. La pace invece è un compito difficile e gravoso che ci sta sempre davanti e va pazientemente perseguito ogni giorno nella propria persona e in tutti i rapporti, cominciando da quelli familiari, per passare dalle comunità intermedie, fino a giungere a quelle internazionali.

Queste decisive implicazioni sociali dell’azione eucaristica richiedono il contributo dei cristiani per l’edificazione di una società civile, nelle diverse aree culturali dell’umanità. Basandosi sui principi di solidarietà e di sussidiarietà, costitutivi dell’insegnamento sociale della Chiesa, i cristiani promuovono una società civile che poggi sulla dignità e sui diritti della persona, anzitutto sul diritto alla libertà religiosa, e su quelli di tutti i corpi intermedi, in particolare della famiglia.

Nella stessa direzione i cristiani contribuiscono, con tutti gli uomini di buona volontà e nel rispetto della natura oggi per lo più plurale delle società, alla promozione di istituzioni statali e internazionali che favoriscano un buon governo. Oltre a promuovere e regolare una vita buona a livello delle singole nazioni, queste debbono concorrere all’ormai improrogabile necessità di costruire un nuovo ordine mondiale basato su regole condivise e vincolanti che garantiscano a tutti i popoli la possibilità di uno sviluppo equilibrato ed integrale delle risorse naturali e umane.

CONCLUSIONE
L’esistenza eucaristica nel travaglio contemporaneo

I. Ripresa sintetica

Nell’incontro di libertà che l’azione liturgica propizia, da duemila anni nel rito eucaristico per l’uomo si rinnova, con particolare intensità, l’esperienza dello stupore. Proprio nell’attuarsi del rito, per l’abbassamento del Figlio morto in croce e risorto e attraverso il dono dello Spirito, il Padre si mostra, si dona e si dice all’uomo. Nell’eulogia e nell’eucaristia, nell’ascolto della parola e nella consumazione del sacrificio, il fedele adoratore del Dio vero, dopo il confiteor, è ammesso a comunicare al Corpo che redime in forza dell’irrepetibile avvenimento della Pasqua di Gesù, ed è inviato a testimoniare la redenzione al mondo intero.

L’Eucaristia diviene simultaneamente fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa nell’azione stessa in cui viene celebrata. Evento pasquale, Eucaristia e Chiesa realizzano in tal modo la forma concreta mediante la quale, lungo la storia, la Trinità viene incontro agli uomini per salvarli.

Le meraviglie della grazia divina sono racchiuse nelle sacre specie del pane e del vino convertite nel Corpo e nel Sangue di Cristo. In esse il Figlio di Dio, umanato, “passo” e risorto, resta volontariamente consegnato in attesa del libero coinvolgimento dell’uomo. La Chiesa celebra questi misteri, si alimenta a questo cibo celeste e lo adora riconoscendo in Gesù sacramentato la Via alla Verità e alla Vita.

L’uomo che per grazia accoglie questo dono fa ogni volta una singolare esperienza. La misericordia amorevole della Trinità irrompe nel susseguirsi meccanico degli instanti del suo tempo, vi opera una benefica discontinuità che lo provoca ad una decisione. Accorgendosi allora dell’abissale differenza tra l’infinita libertà di Dio che si dona eucaristicamente e la pochezza dell’umana libertà il fedele si abbandona a Cristo, trasforma la sua esistenza in offerta vivente.

Questa assume una vera e propria forma eucaristica a livello personale e a livello sociale. La fisionomia del cristiano e della comunità dei fedeli vive di questa forma eucaristica che progressivamente trasfigura i ritmi dell’esistenza personale, mentre contribuisce all’edificazione di una vita buona anche a livello sociale. Il nascere, il crescere, l’educare, l’amare, il soffrire e il morire sono segnati dalla potenza eucaristica che si articola in tutto il settenario sacramentale e, in forza dell’Eucaristia, la vita dei cristiani e delle comunità trae benefico influsso dall’accoglienza dei doni dello Spirito, dall’incremento delle virtù, dalla scoperta che i comandamenti di Dio, autenticamente obbediti, sono il compimento dell’amore. Si rinnova in profondità il rapporto dell’uomo redento con il cosmo, mentre con energia sempre risorgente i cristiani sono sospinti ad un radicale impegno per la giustizia sociale e per l’edificazione della pace.

Soprattutto in questo tempo di singolare travaglio in cui versano tutte le aree culturali del mondo, il cristiano che vive la propria esistenza comunitaria in forma eucaristica, si fa instancabile annunciatore e testimone di Gesù Cristo e del Suo Vangelo in tutti gli ambienti dell’umana esistenza: dal quartiere alla scuola, al lavoro, al mondo della cultura, dell’economia, della politica, delle comunicazioni sociali ecc.

Le comunità cristiane, fondate eucaristicamente, diventano luoghi in cui ogni uomo può fare esperienza che la sequela di Cristo apre alla vita eterna offrendo, già dall’interno della storia, il centuplo (cfr. Mt 19, 29). Donne ed uomini di ogni ceto, etnia e cultura possono, in ogni momento della loro vita, incontrare altri uomini e donne, i cristiani, che in forza dell’esistenza eucaristica, si propongono loro come compagni discreti di un cammino di libertà.

II. Un auspicio finale

Questa forma eucaristica della personalità e della comunità cristiana non è un’utopia. Già vive pienamente in Maria, donna eucaristica. Per il suo fiat Maria è l’emblema del dono eucaristico di sé e della Chiesa immacolata. I Padri e il Magistero della Chiesa hanno sempre sottolineato l’indisgiungibile rapporto tra Maria e la Chiesa [115]. Giovanni Paolo II, definendola donna eucaristica [116], ha chiamato per nome la forma di questo rapporto. Esso fiorisce infatti sulla partecipazione del tutto singolare della Madre all’offerta compiuta di Sé fatta dal Figlio.
Chiediamo alla Vergine Immacolata e a tutti i Santi che i lavori di quest’Assemblea Sinodale possano svolgersi nell’orizzonte benefico di questa forma eucaristica.
Italian Il Sinodo? Come essere in famiglia
Oct 01, 2005
Il Patriarca di Venezia, relatore generale dell'Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi che si apre domani, spiega ai settimanali diocesani del Nordest il senso del grande evento ecclesiale.

(korazym.org, 01/10/2005) L’intervista al cardinale Angelo Scola è stata realizzata da don Sandro Vigani per il settimanale diocesano di Venezia ''Gente Veneta''.

L'undicesima assemblea generale del Sinodo dei Vescovi è ormai alle porte e il suo relatore generale ha voluto spiegarne il senso in un’intervista concessa ai settimanali diocesani del Nordest. Partendo dal tema ''L'Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa'', il patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, ha fissato alcuni spunti di riflessione sulle aspettative e sulle ricadute concrete che avrà questo importante appuntamento della Chiesa.

Eminenza, lei è in partenza per il Sinodo del quale sarà il Relatore generale. Come guarda a questa nuova responsabilità?

”Effettivamente un po' di timore c’è, perchè è una responsabilità che mi è stata data da due papi, prima da papa Giovanni Paolo II e poi da Benedetto XVI ed è un servizio che devo svolgere per tutti i padri sinodali che rappresentano la grande ricchezza della Chiesa cattolica nella sua uniformità, nei suoi variegati aspetti e nella sua unità. Questo timore è alleviato dalla coscienza che al Sinodo siamo veramente in famiglia e in questo sono molto sostenuto dalla straordinaria esperienza delle congregazioni generali del Conclave dove si è vista la differenza di qualità nei rapporti di comunione dentro la Chiesa”.

Sinodo è una parola greca che richiama l'andare insieme, l'andare condiviso. Cosa significa ''l'andare insieme'' nella Chiesa di oggi?

“L'insieme è tutto. Cos'è la Chiesa? È la modalità decisa e voluta da Dio, a partire soprattutto dall'Ultima cena, per andare incontro alla libertà dell'uomo di ogni tempo e di ogni latitudine e longitudine. Non c'è altro modo per incontrare Cristo oggi che non sia passare, in maniera diretta o indiretta, dalla Chiesa; la Chiesa è un insieme di persone che, toccate da Cristo che è Grazia tendono liberamente a mettere in comune i loro beni spirituali e anche materiali. Dunque la Chiesa è, come ha detto il Vaticano II, il sacramento della presenza di Cristo e la modalità con cui si incontra Cristo, così come il marito è la modalità con cui la moglie incontra il volto amoroso di Dio. La nostra vita è sempre così. Questo ''fare insieme la strada'' è la condizione esaltante per l'avventura della libertà di ogni cristiano”.

Il tema del Sinodo sarà l'eucaristia che ha una storia lunga duemila anni. Potrà dire qualcosa di nuovo oppure solo confermare ciò che già la Chiesa vive?

“Cos'è il nuovo? Il nuovo non è l'inedito ma la continua ripresa dell'antico e della fecondità dell'antico. È interessante riflettere sul fatto che i due verbi che sono al cuore dell'istituzione eucaristica sono i verbi con cui sempre la storia della Chiesa ha in qualche modo comunicato l'evento di Cristo. Sono ricevere e trasmettere: ''prendete e mangiate questo è il mio corpo''. E San Paolo dice ''quello che ho ricevuto vi do''. L'Eucaristia è proprio questo atto del ricevere e del trasmettere, così come un papà e una mamma hanno ricevuto la fede e la trasmettono ai figli, così come la comunità parrocchiale riceve la fede da una generazione e la trasmette all'altra generazione. Quindi in questo atto del ricevere e del trasmettere che si chiama con una parola molto bella tradizione, sta il principio della vera novità, l'antico che si fa nuovo. Il nuovo è il rigenerarsi dell'antico, non è inedito. In questo senso secondo me il Sinodo potrà aprire delle luci che sono già previste dalle tante risposte che sono pervenute dalle varie conferenze episcopali e potrà poi gettare riflessi di luce nuova su questo grande mistero, che è nuovo e che è anche antico. Un po' come fa il sole quando gioca con i nostri mosaici in San Marco, dove si vede sempre qualcosa di diverso”.

Che risposte potrà dare alle domande del mondo contemporaneo, alle ansie e alle speranze dell'uomo moderno?

“Potrà darle ritornando a ciò che l'Eucaristia e, in connessione con l'Eucaristia, tutti i sacramenti esprimono e che la Parola di Dio profondamente ascoltata ci aiuta a capire. Cos'è il sacramento? È il mistero pieno di amore della Trinità, attraverso cui Cristo afferra le espressioni e i riti della vita dell'uomo e li rende strumento e insieme occasione per mostrarsi nel rapporto positivo con Dio. Si tratta solo di ridare all'uomo di oggi la concretezza materiale della famiglia cristiana: la famiglia cristiana è al cuore del mestiere di vivere che ha a che fare con la vita di tutti i giorni, fatta di affetti, lavoro... Il problema è che noi cristiani non testimoniamo tutto questo e quindi gli uomini di oggi non lo sanno e pensano che l'Eucaristia sia un rito magico”.

L'Eucaristia è anche rito e il rito è linguaggio, che si lega inevitabilmente alla cultura dei diversi popoli. Al Sinodo si parlerà anche di questo aspetto? Si parlerà di come coniugare la ricerca dell'unità con il rispetto per l'originalità delle differenti culture alle quali appartengono i cristiani?

“Certamente. Io stesso nella relazione iniziale dedicherò un paragrafo a questo tema. Ma lo si capisce proprio se si va alla radice del rito: noi purtroppo abbiamo un'immagine sbagliata del rito, che invece è il gesto più potente che l'uomo possa compiere. È l'investimento più elevato della mia libertà nelle condizioni di spazio e di tempo. Perchè il rito è l'irrompere della potenza della Trinità nel ritmo spazio-temporale della mia esistenza, è come un qualcosa di improvviso, come un evento, che spezza questo ritmo e mi costringe a prendere un attimo di sospensione, a ripensarmi e a piegarmi a un altro e quindi a uscire da me. L'altra dimensione formidabile del rito, accanto all'aspetto individuale, e appunto che è un evento di popolo e che è quindi un incontro di sintesi tra la mia fede, tra il dono di una libertà personale della fede e ciò che la mia appartenenza religiosa comporta. Il rito è l'incontro tra la religione e la fede: non esiste fede senza religione e non esiste religione che non debba essere purificata dalla fede. La religione di un popolo non può dunque non tener conto della cultura, della sensibilità, della lingua e delle tradizioni di quel popolo. In questo senso il rito dell'Eucaristia è celebrato secondo la maniera che quell’assemblea comunitaria impone; il caso più clamoroso è stato al Concilio Vaticano II con la decisione di passare alle lingue ''vernacole''. Anche la natura del tempio, anche i fattori decisivi del tempio (l'altare, l'ambone, la musica, i canti, l'arte) esprimono l'oggettività del rito nella sua duplice dimensione unitaria e particolare. Il punto è che da una parte c'è il ''fate questo in memoria di me'', che vive in tutto il corpo, ma questo ''fate questo'' è arricchito dal fatto che il sacramento ha ancora l'umano incarnato che lo trasforma. In questo senso ci sono già degli esempi molto significativi nella Chiesa, alcuni già approvati da Roma: nell'ordo missae dell'India o dello Zaire che vogliono recuperare questa singolarità e particolarità del rito legato alla loro tradizione”.

Qualche osservatore guarda alla celebrazione dell'Eucaristia come a un momento di aggregazione per i cristiani, con una forte valenza sociologica. Che fine ha fatto in questo l'educazione al mistero dell'incontro tra Dio e gli uomini?

“Questo è un problema molto delicato e importante. Quando penso alla celebrazione eucaristica nelle parrocchie del nostro Patriarcato, dove ho avuto modo di celebrare, credo che il popolo che partecipa domanda esattamente, attraverso quel gesto che gli costa sacrificio, questo rapporto profondo con il mistero che regge la vita. Ed è consapevole che questo rapporto non può essere individuale: ciò deriva dalla grande educazione che la Chiesa porta avanti da anni e che i nostri sacerdoti instancabilmente perseguono. Il punto per equilibrare la necessaria dimensione orizzontale dell'Eucaristia con quella verticale, cioè la comunione tra le persone con tutto ciò che ne deriva - la responsabilità e la condivisione, l'impegno culturale, sociale, politico, ecologico - e la comunione profonda con la Trinità sta proprio nel rispetto dell'arte della celebrazione e nel far intendere la partecipazione attiva dell'oggettività della celebrazione. Secondo me, una certa giusta esigenza che l'Eucaristia sia partecipata viene spesso tradotta con un concetto equivoco che viene da una pedagogia superficiale di partecipazione attiva, che per partecipare si debba far per forza qualcosa. Invece c'è anche una dimensione di ascolto, di silenzio. È importante la semplicità del gesto, educare l'assemblea eucaristica al sapere all'unisono quando tutti devono star seduti, quando si devono alzare, quando si devono inginocchiare, quando si deve stare in assoluto silenzio”.
Italian Il cardinale Scola consegna il Premio Bresson a Jerzy Stuhr
Sept 26, 2005
Il Patriarca di Venezia, card. Angelo Scola, ha introdotto oggi la premiazione del regista e attore polacco, alla Mostra anche come interprete di 'Persona non grata' di Zanussi.

(capital.it, 08-09-2005) "Non siate sorpresi per il mio essere qui al Lido, per consegnare il Premio Bresson a Jerzy Stuhr. Mi è parso giusto farlo perchè penso che il cinema, con il suo potente e straordinario linguaggio, sia uno dei mezzi più significativi per esprimere il travaglio dell'umano e quel sommovimento della sfera affettiva che è della nostra epoca".

E' dal 1989, ha ricordato Scola, che il mondo vive una "trasformazione radicale e contraddittoria" nei rapporti primari di relazione e di amore. Trasformazione paragonabile, ha ribadito, a quella avvenuta nella ricerca scientifica con Galileo, e che proprio il cinema ha la capacità di documentare, nel bene e nel male. E la Chiesa, "appassionata dell'uomo", non può sottrarsi al compito di attraversare questa dimensione.

Dimensione "di travaglio e non di crisi - ha però precisato Scola - che può essere cioè dolorosa come un parto, ma lascia aperta una speranza". Importante in tutto questo anche il ruolo della critica - ha aggiunto - che però è fatta di due fasi, e quella dell'ascolto deve sempre precedere quella del giudizio". Quanto a Stuhr, mi pare fra quelli che meglio hanno documentato - ha concluso - la capacità del cinema di essere in questo senso al servizio dell'uomo".

"Nel mio lavoro nel cinema e nel teatro - ha detto l'artista polacco, ricordando fra i suoi maestri in particolare Krzysztof Kieslowsky - cerco sempre di ritrarre l'essere umano, amandolo e accettandolo anche nella sua debolezza, e di dargli sempre una speranza. So che ciò comporta il rischio di cadere nel didascalico, ma credo nell'essere umano e nella sua possibilità e volontà di essere migliore".

Questo tipo di scelta artistica tuttavia, ha sottolineato, ha come conseguenza il fatto di farlo sentire più solo nello svelarsi al pubblico. "Sento di lavorare nell'incertezza e nella solitudine - ha proseguito - e ricevere questo premio mi fa venire una grande forza per continuare, perchè significa che qualcuno ha apprezzato il mio lavoro". Ma per Stuhr quello di oggi non è il suo primo premio a Venezia: con "Storie d'amore" (1997) aveva infatti ricevuto i premi Fipresci, la Navicella-Sergio Trasatti, l'Anicaflash e una menzione speciale della giuria dell'Ocic, che nel 1999 gli rinnovò il riconoscimento anche per "Sette giorni nella vita di un uomo". Il Premio Bresson è organizzato dall'Ente dello Spettacolo in collaborazione con Rai Cinema e Medusa, e viene assegnato dal Festival del Cinema Spiriturale Tertio Millennio e dalla Rivista del Cinematografo. Alla consegna di oggi, presenti tra gli altri il presidente della Biennale Croff ed il direttore della Mostra Mueller, ha partecipato anche il direttore generale del Cinema per il ministero Gaetano Blandini.
Italian Tra sfera religiosa e civile «non vedo separazione»
Jul 23, 2005
Il segretario dei Radicali Italiani Daniele Capezzone è intervenuto con un comunicato sull'ampia intervista di Aldo Cazzullo al cardinale Angelo Scola pubblicata oggi dal Corriere della Sera. Il cardinale invoca un patto fra credenti e non credenti per una «nuova laicità».

(Radio Radicale, 17 luglio 2005) «Continuiamo a ragionare - si legge - su un'immagine vecchia dell'idea e della pratica della laicità... Si tratta di attuare una pratica e di pensare ex novo una teoria della laicità. Dobbiamo impegnarci con pazienza a rivedere le cose».

«Noi occidentali non possiamo continuare a pensare che la nostra visione della società civile e delle istituzioni statuali, la nostra idea di razionalità, valgano anche per le altre aree culturali, dalla islamica alla induista-buddhista...». La Chiesa riformula l'idea dell'origine del potere. Riconoscendo che ci sono «altri soggetti oltre a me», soggetti «di dignità e di diritti inalienabili», e che «gli do il potere di riconoscere me», è necessario «ripensare il potere come riconoscimento, e la società civile come lo spazio dialogico in cui questo riconoscimento reciproco tra persone e tra comunità si esercita, regolato dalle istituzioni statuali».

«In questa struttura dialogica della società civile - prosegue Scola - devo starci dentro accettando che la mia identità sia sempre in relazione con le identità altrui... Sono convinto che esista la verità, ma non la voglio imporre; la voglio rischiare attraverso la testimonianza. Non posso rinunciare a mettere in campo la mia idea nel gioco democratico. Lo impoverirei». Dunque, la Chiesa in campo. «Qui noi ci muoviamo da cittadini. In questo agone io sono un "civis" che esprime la sua visione di vita buona, e la pone nel confronto valorizzando tutti gli strumenti democratici previsti dalla Costituzione, dalle leggi e garantiti dal potere pubblico costituito. Io devo proporre per intero la mia idea di vita buona in competizione dialogica con le altre, altrimenti toglierei qualcosa a questa società; può non essere condivisa, ma siccome la ritengo valida dialogicamente la propongo alla libertà di tutti».

«Lo Stato - osserva il cardinale - non può pretendere di piegarmi a un'idea di neutralità in cui le soggettività personali e quelle dei corpi intermedi non si esprimano. Lo Stato deve garantire che queste soggettività non abbiano privilegi, ma sarebbe una dimunutio della densità democratica chiedere a qualcuno di non far valere democraticamente la propria posizione. Lo Stato laico, dopo il confronto fra le parti e dopo che il popolo sovrano si è espresso, è tenuto ad assumere il risultato».

Il cardinale Scola non rinuncia a entrare nel concreto, parlando della sua «idea buona di famiglia» e dei Pacs: «... troviamo la strada per garantire i diritti - se e quando sono diritti - di tutti senza inficiare un istituto fondamentale come il matrimonio e la famiglia». All'intervistatore, il quale gli fa notare che il matrimonio fra omosessuali non è nell'agenda della politica italiana, ma i pacs sì, e sono una cosa diversa, perché «non attengono alla sfera religiosa, spirituale, ma a quella giuridica, civile», Scola risponde: «Ma io non vedo separazione fra queste due sfere. Vedo continuità nella distinzione... La funzione della legge è in ultima analisi, volenti o nolenti, quella di educare». Il libero dibattito delle idee va difeso, però alla fine si devono assumere i valori risultanti dal confronto: «Io dico la mia idea, tu la tua; il popolo giudichi qual è la migliore e lo Stato laico la assuma. La democrazia mi pare funzioni così.

Due le obiezioni di Capezzone. «Primo: se la Chiesa vuole essere attrice politica a tutto campo, sarebbe logico ridiscutere il Concordato. Secondo: no alla "compenetrazione" tra Stato e Chiesa. Invece, la separazione è la migliore tutela (qui come nel mondo arabo) contro la clericalizzazione degli stati e la parastatalizzazione delle chiese».
Italian Il cardinale Scola riapre le polemiche sull'aborto
Jul 23, 2005
Il dibattito si era già aperto durante la campagna referendaria sulla fecondazione assistita e dopo il fallimento della consultazione popolare. Ieri, il patriarca di Venezia Angelo Scola ha ribadito che la posizione della Chiesa non è mutata: è necessario modificare la legge 194 sull'aborto.

(Corriere Canadese, 18 Luglio 2005) In un'intervista al Corriere della Sera, infatti, Scola ha ricordato che «noi consideriamo l'aborto un atto intrinsecamente cattivo. Occorre quindi essere capaci di quel confronto appassionato, di quella nuova laicità di cui l'Italia ha bisogno e che può essere un segno per l'Europa».

Un altro tema di confronto devono essere i Pacs (le unioni tra persone dello stesos sesso, ndr). «Io dirò che non è questo il modo migliore per venire incontro alle questioni sollevate dagli omosessuali», ha spiegato.

«Discutiamone troviamo la strada per garantire diritti, se e quando sono diritti, di tutti ma - ha avvertito - senza inficiare un istituto fondamentale come il matrimonio e la famiglia».

Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. L'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga si è detto in piena sintonia con il cardinale essendo «un "cattolico infante", certo meno maturo e colto del "cattolico adulto" Romano Prodi».

Anche Francesco Giro, responsabile di Forza Italia per i rapporti con il mondo cattolico, ha concordato con le riflessioni del patriarca di Venezia, accogliendo la richiesta di confronto lanciata da Scola sull'aborto. «Alla Chiesa - ha commentato Giro - non interessa aprire un confronto sull'aborto per modificare una legge dello Stato ma per esaltare il valore della vita che deve prevalere nella formazione di ogni legge umana. Se la legge 194 prevede molti articoli tesi a prevenire la tragedia dell'aborto, occorre che siano applicati. Se ciò non accade allora i cattolici impegnati in politica devono avere il coraggio e la coerenza di denunciarlo e devono far sì che questa illegalità venga combattuta»". Confronto necessario anche sui Pacs: «Per tutelare diritti singolari degli omosessuali ci sono ben altri sistemi che quello di colpire la famiglia e la sua millenaria tradizione».

Dai radicali, invece, c'è stata una levata di scudi contro Scola. Il segretario di Pr Daniele Capezzone ha commentato a Radio Radicale le dichiarazioni del cardinale facendo questa osservazione. «Se la Chiesa vuole agire da attrice politica a tutto campo, con tanto di indicazioni politiche e di entrate a gamba tesa anche sul piano elettorale, allora sarebbe logica conseguenza (tra l'altro, sul modello americano) rinunciare al Concordato. Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca».
Italian «Referendum, no al trionfalismo Ci impedisce di capire la società»
Jun 25, 2005
«Il compito di ogni uomo di buona volontà, cattolico e no, è di non buttare via questo patrimonio che io chiamo esperienza elementare. Laici e cattolici devono contribuire insieme a costruire una società civile più consistente, dove non ci sia più separazione tra dimensione personale e dimensione sociale». (Il Giornale, 22-6-2005)

Domanda:Che cosa c’entra il risultato del referendum sulla fecondazione assistita con il confronto tra Occidente cristiano e islam?

Cardinal Scola:C’entra, c’entra perché, spiega il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, «il risultato referendario dimostra che una parte consistente del popolo italiano vive ancora un riferimento ai fattori costitutivi dell’esperienza umana elementare» e perché a suo dire proprio a partire da questa esperienza l’uomo post-moderno, che si trova a vivere in un contesto multiculturale, può dialogare e confrontarsi con gli altri uomini e gli altri popoli anche se lontani anni luce dalla nostra mentalità e cultura.

Il patriarca ha concluso due giorni di lavori della redazione di Oasis, la rivista semestrale pubblicata in quattro lingue che affianca un centro studi e un sito internet (www.cisro.org), nata per mettere in contatto tra di loro e con i loro «fratelli» occidentali i cristiani che vivono in Paesi a maggioranza islamica: a Venezia hanno lavorato fianco a fianco vescovi pakistani e siriani, docenti statunitensi e studiosi dell’islam indonesiano.

Al termine della riunione il cardinale ha accettato di rispondere ad alcune domande.

Domanda:Come commenta il risultato del referendum?

Cardinal Scola:«Credo indichi che il popolo italiano, almeno nel suo corpo centrale, vive ancora un riferimento ai fattori costitutivi dell’esperienza umana elementare. Un’esperienza che come tale non è solo cattolica o cristiana perché è propria di tutti gli uomini, di tutti i popoli e di tutte le religioni, anche se il popolo italiano è stato educato per secoli dalla Chiesa cattolica. I due fattori costitutivi di questa esperienza, gli affetti e il lavoro, sono un patrimonio del popolo e che il singolo percepisce come qualcosa di decisivo per la sua vita presente e futura…».

Domanda:Non pensa che il dato dell’astensionismo sia il frutto di una molteplicità di fattori?

Cardinal Scola:«Gli italiani hanno percepito che nella procreazione assistita era in gioco qualche cosa di decisivo per l’esistenza umana e hanno capito che l’amore non è un’astrazione tecnica ma si esprime nel matrimonio e nell’atto coniugale, l’unico proporzionato a dare la vita. Hanno percepito che la vita non è un prodotto o un artificio, ma va accolta e ricevuta. La sensibilità dell’esperienza elementare ha permesso agli italiani di percepire che non si poteva transigere su questo punto o perlomeno che su una questione così complessa il referendum era uno strumento inadeguato per esprimersi».

Domanda:Non crede ci sia stato un eccesso di trionfalismo dopo la vittoria dell’astensione?

Cardinal Scola:«Leggere in quel modo il dato del referendum è profondamente sbagliato. Non solo perché il trionfalismo è sempre un errore, ma anche perché quella lettura ci impedisce di capire i fenomeni sociali e culturali decisivi di questa nostra società in evoluzione. Il compito di ogni uomo di buona volontà, cattolico e no, è di non buttare via questo patrimonio che io chiamo esperienza elementare. Laici e cattolici devono contribuire insieme a costruire una società civile più consistente, dove non ci sia più separazione tra dimensione personale e dimensione sociale».

Domanda:Nel confronto con l’islam si registrano due posizioni prevalenti: quella della forte affermazione identitaria da contrapporre come baluardo a chi ci appare diverso e quella di chi dice che in fondo tutto va bene e che è positivo il dissolversi e il mescolarsi delle identità. A quale delle due si iscrive «Oasis»?

Cardinal Scola:«A nessuna, sono entrambe sbagliate. Come cristiani vogliamo rimanere ancorati alla realtà. C’è un dato di fatto, che io ho definito “meticciato culturale”: questo processo, che purtroppo non è pacifico, è però incontrovertibile. Noi dobbiamo fare i conti con questa realtà, assecondarla, comprenderla e per quanto possibile di orientarla. Ciascuno facendo la sua parte: la Chiesa accogliendo, le autorità politiche mettendo in atto politiche intelligenti sull’immigrazione a livello europeo, la società civile agendo nella scuola, nelle famiglia, nelle associazioni. Il vero terreno di confronto non è tra cristianesimo e islam, ma tra uomini che condividono la stessa esperienza elementare».
English "He is the man of the future"
Apr 17, 2005
Also Oct. 17, CNN conducted an interview with Angelo Scola, the patriarch of Venice, who became a cardinal Oct. 21, and I was invited to tag along. Given that Venice produced three popes in the 20th century (Pius X, John XXIII and John Paul I), many eyes are on Scola as possible papal material, though he modestly insisted that "it is not my case."

(National Catholic Reporter, Oct 24 2003) Scola's most fascinating comment came before the cameras rolled, while we were chatting in St. Peter's Square. As we stood there, Cardinal Christoph Schönborn of Vienna approached and said hello. Schönborn is himself widely mentioned as a papal candidate, and as he walked away, Scola said unexpectedly: "He is the man of the future."

I immediately asked, "In what sense?"

"I think you understood me," Scola replied. "In every sense."

As a footnote, the next day I was with another cardinal chatting in an informal setting, when I happened to recount this exchange with Scola. The cardinal looked at me in great earnest and said: "He's absolutely right."

Scola took the questions from CNN in Italian, though his English is actually fairly good, the result in part of having spent some time at Catholic University in Washington, D.C.

Asked about the challenges facing the Church, Scola said the principal one was identified by Pope Paul VI: the "fracture" between the Church and contemporary culture.

"It's very difficult to determine whether this is the fault of the world that has abandoned the Church, or the Church that does not know how to relate to the world," Scola said.

Using the image of Christ presenting Mary and John to one another as he hung on the cross, Scola argued that Christianity was born in that moment as a new set of relationships, a new kind of family rooted in something deeper than flesh and blood. He said that the Church must find a way of making that idea of family real in today's culture.

Asked about Church teaching on hot-button sexual issues such as birth control, divorce and celibacy, Scola replied that no one can truly say "I love you" without adding, at least implicitly, "forever." Permanent commitment is implied in the very sense of "love," he said.

As to whether celibacy contributes to the priest shortage, Scola said that you can't deal with this issue from a quantitative perspective, but rather the focus must be on "the quality of the nature of the priest."
English Pope Contender: Cardinal Angelo Scola of Italy
Apr 17, 2005
Spanish Cardenal de Venecia proyecta una imagen de dinamismo
Apr 16, 2005
El cardenal Angelo Scola se ha desplazado en góndola por el Gran Canal, publicó una revista y viajó a Kenia para conocer a los feligreses de una parroquia dirigida por un italiano, dándole vitalidad a un currículo con abundantes credenciales teológicas.

(Associated Press, Apr. 15, 2005 ) VATICAN CITY - Desde el 2002, Scola es el patriarca de Venecia, una arquidiósesis de la que salieron tres papas en el último siglo: Pío X en 1903, Juan XXIII en 1958 y Juan Pablo I en 1978.

Scola es uno de los príncipes de la Iglesia más jóvenes y novatos, ya que fue nombrado cardenal en el 2003.

Tiene 63 años y podría resultar atractivo para aquellos que quieran un papa dinámico, cuya imagen contraste con la de Juan Pablo II, cuyo deterioro físico lo obligó a suspender numerosas presentaciones públicas en los últimos años.

Scola es un conservador férreo, que no quiere mujeres en el sacerdocio y que podría dar continuidd al legado de Juan Pablo, un pontífice que se apegó a las enseñanzas tradicionales de la Iglesia en cuestiones morales y sociales.

El servicio de noticias de la Conferencia de Obispos de Estados Unidos catalogó recientemente a Scola como "el principal candidato italiano al papado".

Hijo de un camionero y de una ama de casa, Scola es simpático y se siente orgulloso de su origen humilde. Proyecta una imagen de persona accesible. Pero no tiene demasiada experiencia pastoral a nivel de bases y eso podría perjudicarlo, particularmente teniendo en cuenta que Juan Pablo mantuvo una relación tan profunda con los feligreses de todo el mundo.

Venecia goza de una larga tradición como puente entre Oriente y Occidente. Reflejando esa mezcla, Scola lanzó una revista llamada Oasis, que resaltaba los vínculos entre los cristianos occidentales y los países de mayoría musulmana.

Fanático de la internet, en el portal de su patriarcado abundan fotos suyas llegando en góndola a la basílica de San Marco.

Scola es un escritor prolífico. Sus ensayos, sin embargo, son bastante profundos. Ha escrito bastante sobre satanismo, un tema candente en vista de los temores del Vaticano de que la gente, particularmente los jóvenes, sucumban a a la tentación.

Sus posiciones conservadores en relación con cuestiones morales hicieron que se lo nombrase asesor del Contejo Pontificio para la Familia.

Scola apoyó a Juan Pablo en su negativa a tolerar mujeres en el sacerdocio. "La iglesia no tiene el poder para modificar la práctica, ininterrumpida durante 2000 años, de considerar solo a los hombres" para el sacerdocio, manifestó el religioso en 1997.
English Venice Cardinal Projecting Dynamic Image
Apr 13, 2005
Cardinal Angelo Scola has glided down the Grand Canal in a sleek black gondola, started a cross-cultural magazine and traveled to Kenya to meet parishioners of an Italian priest, enlivening a resume heavy on theological credentials.

(obviousnews.com April 12 2005) Since 2002, Scola has been patriarch of Venice, an archdiocese that saw three of its cardinals become popes in the last century: Pius X in 1903; John XXIII in 1958 and John Paul I in 1978.

Scola is one of the youngest and newest princes of the Church. He was made a cardinal in 2003, the last time Pope John Paul II bestowed the red hats in his papacy.

At 63, he might appeal to cardinals looking to elect a pope who seems still dynamic after poor health forced John Paul to drastically reduce his public engagements in his last years.

Scola‘s staunch conservatism — he is opposed to women becoming priests — might reassure those keen on preserving John Paul‘s legacy of fiercely defending Church teaching on moral and social issues.

Catholic News Service, the news agency of the U.S. Bishops Conference, recently rated Scola, the son of a northern Italian truck driver and homemaker, as perhaps the "most formidable Italian candidate for the papacy."

Italians dominated the papacy for centuries and are likely to try to regain their hold, broken in 1978 by the surprise election of the Polish-born John Paul.

Affable and proud of his working-class roots, Scola seems likely to project an accessible image. But he is short on pastoral work with rank-and-file faithful, and that could hurt him, coming after a pope who reached out to his flock worldwide.

Scola spent the first two decades after his 1970 ordination in the lecture halls and libraries of renowned Catholic universities and theological training grounds, notably in Fribourg, Switzerland, and the Lateran Pontifical University in Rome.

Scola worked closely with Hans Urs von Balthasar, a Swiss priest considered to be one of the greatest theologians of the 20th century, and with von Balthasar‘s Jesuit teacher, Henri de Lubac.

Von Balthasar, along with John Paul II‘s close aide Cardinal Joseph Ratzinger, were at the forefront of a conservative movement to reevaluate the liberalizing reforms of the Second Vatican Council of the early 1960s.

While pursuing theological studies, Scola was involved in Communion and Liberation, a conservative Italian Catholic group which blends political activism with faith-based fervor as it seeks to make its weight felt in the country‘s decision-making.

Some Christian Democrat ministers and other political figures have been close to the movement.

The Vatican‘s official biography of Scola says he stopped active participation in Communion and Liberation in 1991 when John Paul appointed him bishop of Grosseto, a small city in central Italy.

Venice offered a particular challenge for a pastor — the flock is shrinking, but not necessarily for crises in faith.

The lagoon city‘s native population has been dwindling for decades because of the soaring prices of food and other necessities, which have to be delivered by foot or boat in the car-free city, and the damage to housing stock by high tides.

Scola decided to rent out vacant apartments in church property to young couples and families.

Reminiscent of John Paul‘s pilgrimages to countries where Catholics are a tiny minority, Scola last year journeyed to Kenya to visit a parish whose pastor is Venetian.

Venice boasts a history as a bridge between West and East from its days as a seafaring power and a cosmopolitan crossroads between the Holy Roman Empire and Byzantium. Scola quickly drew on this traditional mix, starting a magazine called Oasis, to emphasize links between Western Christians and countries where Muslims are the majority.

Scola has been quoted as saying: "Either integration occurs in Europe or I don‘t know where it could happen."

An Internet enthusiast, Scola can been seen in photos on the patriarchate‘s Web site riding in a gondola toward the dock near St. Mark‘s Basilica to take up his post.

Scola is a prolific writer, although his essays and articles make for rather dense reading. He has written extensively on Satanism, a hot topic as the Vatican worries about the devil‘s lure, particularly with young people.

His conservative views on morality led to his appointment as an adviser to the Pontifical Council for the Family.

The cardinal has echoed the pope in his denunciation of excess consumerism. "The lifestyle of the West tends toward the obscene," the Italian newsweekly Panorama quoted Scola as saying.

The cardinal has also embraced John Paul‘s closing the door to the possibility of women priests.

"The Church does not have the power to modify the practice, uninterrupted for 2,000 years, of calling only men" to the priesthood, Scola told reporters in 1997.
French "Le métissage entre chrétienté et islam n'est pas une idée naïve"
Mar 21, 2005
Entretien avec le patriarche de Venise.

(LE MONDE, 19.03.05) Le cardinal Angelo Scola, patriarche de Venise, 62 ans, vient de créer - avec d'autres évêques d'Europe, du Moyen-Orient et d'Asie - un centre de recherche et une revue internationale de dialogue avec l'islam, appelée Oasis (oasis@marcianum.it). Présentant cette initiative à l'Unesco, mardi 15 mars, il a lancé un appel au dialogue entre cultures chrétienne et musulmane.

N'êtes-vous pas sceptique, depuis les attentats du 11 septembre 2001, quant aux chances d'un dialogue entre islam et christianisme ?

Ce dialogue, nous voulons le mener avec des intellectuels et des religieux musulmans, les inviter à Venise, au Caire, pourquoi pas à Paris. Car nous pensons que le métissage des civilisations n'est pas une idée naïve, mais un processus historique en actes, attesté par les migrations, les relations commerciales ou le tourisme. Il ne nous appartient pas de définir les politiques d'immigration. Mais les chrétiens et les musulmans, en Europe ou au Moyen-Orient, ont à vivre ensemble. Les mariages mixtes, dans un pays comme l'Italie, progressent à vive allure. Ce métissage est donc une réalité, mais aussi une chance. Il n'y a pas d'attitude plus réaliste que de prendre le risque d'un dialogue de communauté à communauté, de foi à foi, de langue à langue. Le témoignage personnel du croyant implique une identité forte, mais dynamique. Ou celle-ci est exclusive et débouche sur toutes les formes connues d'intolérance et de rejet. Ou elle est ouverte et capable de dialogue d'égal à égal avec d'autres identités.

Mais les minorités chrétiennes au Proche-Orient, en Asie, en Afrique ont un regard plus critique que vous sur l'islam...

C'est vrai, mais cette idée d'un dialogue culturel est venue des évêques de ces régions du Moyen-Orient, du Maghreb, du Pakistan, d'Indonésie, qui sont parmi les plus exposées aux tensions internationales et aux mouvements islamistes. Ce sont eux qui nous demandent de les aider à trouver des instruments d'éducation pour des communautés chrétiennes qui vivent avec des musulmans majoritaires sur leur sol.

Ce qui se joue aujourd'hui, dans les événements au Liban, en Egypte, en Israël, dans les territoires palestiniens, est vital pour l'équilibre de cette région et de nos communautés. Le Liban est l'un des derniers espaces de chrétienté au Proche-Orient. Il faut tout faire pour aider les minorités chrétiennes à rester. Mesure-t-on ce que représenterait, en termes de civilisation, la disparition de toute présenc
French Mgr Scola, patriarche de Venise et "papabile" ennuyé de l'être
Feb 19, 2005
Considéré comme un "papabile", le cardinal patriarche de Venise, Mgr Angelo Scola, 63 ans, se dit "ennuyé" par cette étiquette dans un entretien publié vendredi par le magazine italien Panorama

(Agence France-Presse, 18 février 2005) Fait cardinal par Jean Paul II lors du dernier consistoire, en octobre 2003, Mgr Scola a été à maintes reprises cité dans la presse internationale comme un de ses potentiels successeurs après l'hospitalisation d'urgence du pape le 1er février pour de graves problèmes respiratoires.

Interrogé sur cette insistance à le voir en "papabile", le patriarche de Venise s'est contenté d'un laconique "c'est ennuyeux" pour écarter le sujet, jugé déplacé au moment où Jean Paul II se remet de sa "laryngo-trachéite aiguë".

Le cardinal a en revanche abordé sans les éluder tous les grands défis lancés à l'Eglise et offert des réponses très mesurées.

"L'intégration avec le monde musulman se fera en Europe, car sinon je ne vois pas où elle pourra se faire", a-t-il notamment affirmé.

Une allusion sans la citer à l'adhésion de la Turquie musulmane à l'Union européenne à laquelle s'oppose un prélat dont il est pourtant proche, le cardinal allemand Joseph Ratzinger, considéré comme un des "faiseurs de pape" en raison de son rôle joué pour l'élection de Jean Paul II en octobre 1978.

Interrogé sur les couples homosexuels, il a répondu : "la fine fleur des juristes affirment que les lois actuelles permettent de respecter tous leurs droits et de répondre à toutes leurs demandes". "Mais je ne vois pas pourquoi dans une période de transition et de réflexion on devrait affaiblir la notion de famille".

Né le 7 novembre 1941 à Malgrate, près de Lecco, dans la région de Milan (nord), ordonné prêtre en 1970, Mgr Scola, patriarche de Venise depuis 2002, a été fait cardinal en 2003.
English The Life of Virtue is Persecuted
Oct 18, 2004

(CWNews.com, Sep. 15 2004) Venice - The "ecology of good government" is based on a civil society marked by the virtues of each person, Cardinal Angelo Scola told a philosophical conference on September 15.

"In the long run," said the Patriarch of Venice, "it is not true that we can lack virtue in our personal lives but perform well according to our public roles-- as men of the Church, politicians, economic or social leaders."

A virtuous citizen, the cardinal continued, must engage in ethical conduct. He must also be mindful of the needs of the poor, and energetically promote the most necessary "intermediate institutions" in society, beginning with the family.

Cardinal Scola remarked that this authentically Christian approach to public life is not widely respected in contemporary Europe. In fact, he said, "the life of virtue is persecuted, more and more, in every dimension of life."
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